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Era la musica, la musica ribelle…

In Amici, amore, Giovani, musica, personale on 24 aprile 2014 at 16:57

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Inutile dire che sulla musica lui mi è sempre stato superiore e ne ha sempre parlato con competenza, come qui http://emmedigi.wordpress.com/2013/06/29/note-sulla-strada/, io amavo la musica ma ero impegnata in altre cose a volte più e a volte meno importanti: a studiare per esempio. Ad ognuno la qualità che gli spetta e il difetto che lo rimette subito in equilibrio.
Ma la musica era sempre stata la nostra compagna di viaggio, sia quando stavamo assieme, sia quando ci eravamo persi di vista. Quella colonna sonora che faceva parte della nostra vita. Quel viaggio intrapreso che ci avrebbe portato distanti e poi sempre più vicini, visto che non c’erano solo gli stessi libri nelle nostre diverse librerie, ma anche in parte  LP o qualche CD di cui solo noi ricordavamo il senso.
Ed io partii molte volte, per quella Londra tanto vagheggiata, cercando ancora le gonne Mary Quant e gli stivali courreges, nei negozietti di Carnaby street, sogni fatti in precedenza, mai potuti realizzare, ma i viaggi sì, quelli non me li sarei persa mai.
E la musica mi accompagnava come sempre mentre andavo a mangiare il quel ristorantino greco in Baker Street

e cercavo la casa dove era vissuto l’indimenticabile Sherlock Holmes.
Perché allora Londra era l’origine di tutti: della moda, della musica e della bella gioventù, quella che avrebbe dovuto passare alla storia per aver cambiato il mondo.Non fu così.
I viaggi furono tanti: Londra, Parigi, New York, l’Irlanda, la Scozia, tutto sul filo della musica, segni sempre più forti e sempre più vivi. E innamorarsi di uomini, di donne e di musica, ubriacandosi di sogni e di birra scura. Ma anche da questo punto di vista io non andavo forte, niente alcool smodato, poco sesso e niente droghe. Io passavo nella vita curiosa ed attiva, senza mai la voglio di lasciarmi andare, forse con la paura di non saper più tornare indietro.
E in un vecchio pub di Doolin in Irlanda, ascoltai una canzone che mi rubò il cuore e che solo lui riusci a ridarmela talmente tanti anni dopo che avrebbero, minimo, dovuto farmela dimenticare.
Così ritrovai

Una storia che non si può raccontare… proviamo con la musica, ma chi non l’ha vissuto quel tempo, non capisce, non sente, non ricorda quel movimento strano dentro allo stomaco, quel frullio nel cuore che aumenta i battiti e il respiro.
Certe notti che non ho condiviso con nessuno, perché già un passo più in la, avevamo perduto i compagni di viaggio. Qualcuno si era perso, qualcuno era corso avanti ed era sparito nella propria vita. Solo la musica a macinare chilometri, a macinarti il cuore e i pensieri.
Nessuno per condividere quel malessere, quel bisogno, quella necessità. Ma chi può capire? Chi può ricordare? Solo la musica ci stuzzicava, ci provocava, ci fa risentire ancora il profumo di quelle notti.
Vero, per noi il viaggio era senza ritorno, era uno stato, un modo di vivere e un po’ di quella libertà me la sono tenuta dentro… anche se arriva il giorno che il viaggio è fatto solo per poi tornare, e c’è un nucleo dal quale non puoi più allontanarti, una casa, un figlio, la tua vita di tutti i giorni. Ma quel viaggio è una droga che ti ha messo l’adrenalina nel sangue, che sotto sotto lavora ancora e ti fibrilla il cuore.
Chi non l’ha vissuto strabuzza gli occhi e chiede: di che si sono fatti questi? E cosa posso rispondere io, che non ho mai nemmeno fumato uno spinello e non mi sono mai ubriacata, nemmeno sono stata brilla? Certo non perché volevo essere diversa e superiore, solo perché non volevo perdere il controllo e volevo vivere lucida quella pazzia fino in fondo.
Se ne riparla spesso, e anche ieri sera ascoltando un concerto dei Who ci siamo resi conto di quante cose abbiamo perduto e di quante altre abbiamo vissuto.

Però questa era la mia/nostra generazione e nessuno, se non quelli come noi ne capiscono il vero significato, però non proprio tutti, almeno quelli che tengono certi LP sullo scaffale della libreria a prendere polvere e che a sfogliarli si fanno prendere da un magone terribile.
Comunque io e lui per quanto ci siamo fatti irretire dalla vita, malgrado il riflusso di ieri e di oggi, non siamo mai entrata a lavorare in banca… sarà un caso? 🙂

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Amori giovanili

In amore, Giovani, personale on 11 febbraio 2012 at 19:05


In contrasto con una cara amica, che da un quasi amore è giunta ad un rifiuto profondo, ma essenzialmente per un suo percorso di vita non del tutto fortunato, il mio amore per l’Irlanda è l’effetto del mio carattere in equilibrio tra esternazioni umane e passionali estreme e un’introspezione e un pudore sentimentale molto interiore.
A volte mi sono chiesta se il mio colore dei capelli, un rosso tiziano pittosto luminoso e la pelle bianca del viso spruzzata di lentiggini non abbia contribuito in modo determinante al mio modo di pormi con l'”esterno”, ossia di rapportarmi con gli altri.
Sul fatto che io fossi timida e riservata nessuno ci crede, solo perchè a tutti gli effetti per salvarmi da un fratello maggiore manesco e geloso e da una famiglia certamente non incoraggiante, mi fossi fatta violenza per tenere un comportamento incazzoso e indipendente. Ma non fu solo quello a determinare il mio modo di espormi, c’era anche una profonda necessità di giustizia e verità. Mai mi sono adattata a tacere di fronte ad un sopruso o ad una situazione non chiara, ipocrita o disonesta. Su questa mia correttezza morale si sono formate le mie prime amicizie e inimicizie e anche i miei amori giovanili. Amori che comprendevano anche il rapporto simbiotico con luoghi geografici, esseri umani e ideologie ben precisi.
Perchè i capelli rossi creano una diversità? Io lo so perchè ci sono vissuta con i capelli rossi. Ho sempre dovuto tener conto che gli altri mi vedevano diversa, che apparivo anche senza volerlo, venivo ingiustamente accusata senza essere colpevole e che i preconcetti e i luoghi attorno al mio colore di capelli non mi lasciavano spazio e non mi consentivano di vivere tranquilla nel mio mondo. Io dovevo essere ribelle, passionale, emotiva, vivace e sfrenata, perchè questa era l’idea che si aveva di una bambina rossa. Quando sono diventata donna invece fui colpita da altri pregiudizi, altrettanto fastidiosi, ma crescendo avevo già prodotto gli anticorpi necessari e mi fece meno male.
Perchè parlo di amore per l’Irlanda e tiro fuori la questione dei capelli rossi? Beh le affinità sono evidenti 🙂 e non solo perchè in quel paese il rosso di capelli predomina, ma anche perchè viene attribuito a quella popolazione gli stessi difetti, o pregi, che hanno attribuito a me da sempre.
Ad onor del vero se dovessi sentire le ragioni di quella mia amica, si potrebbe rivedere le caratteristiche irlandesi al ribasso. Altro che passionali, sono tutti dei “merluzzi surgelati”, ma la loro storia e la lotta per la loro indipendenza, credo, abbia comunque dimostrato amore per la loro terra e per la loro dignità umana che con la surgelazione ha ben poco a che vedere.
Amare l’Irlanda è amare un territorio difficile ed estremo, una natura aspra e inospitale, gente di carattere e calorosa(?): Martina non la penserebbe così, lo so.
Vento burrascoso e mare agitato, scogliere inacessibili, nuvole che rotolano nei cieli azzurrri ed improbabili di quel paese. Ho sempre sognato di passare gli ultimi giorni della mia vita in un cottage sul mare a bere caffè sulla porta di casa… caffè non tè, e pensieri tranquilli che non si intralciano gli uni con gli altri.
The Cliff of Moher, senza turisti, al tumultuoso tramonto del sole ecco la mia idea di bellezza assoluta. Forse una bellezza molto simile all’immagine che io ho di me stessa, forse vicina anche alla selvatichezza e solitudine di quella me stessa, successivamente violentata, della mia prima infanzia.
Essere liberi ha un costo, a volte si lavora anche contro il proprio carattere, ma la libertà vale ben qualche modifica, può davvero costare qualche piccola contraddizione interna se è l’unico modo per un bene più grande. E’ la libertà è davvero il bene più grande, non lo pensate pure voi?

Ce ne stavamo un pomeriggio a passeggiare

In Amici, Blog, Donne on 2 marzo 2010 at 0:20

Sei arrivata da un altro paese. Un viaggio lungo e faticoso, ma non sentivi ancora la fatica perchè quel viaggio ti prometteva molto. Mi avevi mandato un sms “Non aspettare. L’aereo porta un ritardo pazzesco. Sciopero dei controllori di volo. Odio i francesi!” Pareva una dichiarazione di guerra. Io ci avevo creduto fino a che non ti ho vista scendere dal motoscafo. Piccolina e minuta come le fatine nelle favole. Sei la folletta irlandese più improbabile che potessi immaginare. Certo non è quello il tuo paese. Sei nata a Milano, ma le radici le tieni in Sicilia da dove ti sei portata appresso una cascata di riccioli scuri. Ma un’isola vale l’altra se il senso è scappare da un territorio che forse non ti era congeniale. Allora erano anni che si vivevano in fretta, che si consumavano sotto le nostre scarpe come cicche calpestate. Avevo avuto voglia subito di abbracciarti, ma dovevo ricordare che non eri, malgrado le dimensioni una bambina. Un passaggio a casa per lasciare la sacca e poi in giro a raccontarci le nostre storie.
La mia è una città magica. Si srotola sotto i piedi in mille frammenti di luce e foschie. Siamo partite alla sua conquista, parola dopo parole, confidenza dopo confidenza. Due donne fisicamente totalmente agli opposti, ma la stessa voglia di entrare nell’anima dell’altra per la stessa necessità di empatia. Le nostre vite così diverse e così simili. Le delusioni e i sogni che non vogliono morire mai. Come non capire che senza mai conoscerci ci conoscevamo gia? Eppure lo sapevamo. Al di fuori dei nostri blog noi eravamo quello che avevamo sempre mostrato. Noi uscite dal mondo virtuale, eravamo più reali di quello che sognavamo. Ci siamo sedute in mezzo alla piazza,  su una passerella, come due ragazzine squattrinate di altri tempi. Abbiamo parlato di noi e dei nostri figli, con l’amore che solo due madri possono avere. Ci siamo liberate dei gravami di una vita fino a che il freddo ci ha fatto sloggiare. Ora potevamo rientrare nel mondo. Ora riprendevamo il possesso del mondo degli altri.
Era stato il nostro pomeriggio, quello che ci avevamo promesso da molto tempo. Da adesso in poi avremmo ridato il nostro tempo anche agli altri.
Per il resto il week end è stato sereno, passato tra amici attorno ad un caminetto acceso e con il sorriso fra le labbra. Un altro aereo ti ha portato via, ma un altro in futuro ti riporterà. Come hai giustamente fatto notare, cara amica, le partenze sono necessarie per generare dei ritorni ed io so che tornerai. E ti aspetterò come sempre con la disponibilità del mio cuore. 🙂

L’ultimo rifugio

In amore, Donne, Irlanda on 18 febbraio 2010 at 18:25

Lei lo aveva fatto spesso di pensarci. Forse era solo un modo per scaramanzia, oppure era per poter dire, nel caso fosse successo, che lei si era preparata. Ma sinceramente nessuno è preparato mai. Se per un banale accertamento medico, vedi alcune facce rannuvolarsi, vedi cambiare l’atteggiamento e come per un improvviso cambio del tempo, l’aria raffreddarsi, hai due possibilità o far finta di niente oppure chiedere cosa c’è. E se lo chiedi, te lo dicono. Questa è la nuova filosofia. Il malato deve sempre sapere. Lei l’aveva sempre detto che avrebbe voluto sapere. Non poteva essere che così, visto che non c’era nessuno che potesse condividere con lei anche solo l’annuncio di una notizia così. Certo c’erano molti accertamenti e test da fare. Ma la cosa era quella, a parte un miracolo. E lei ai miracoli non ci credeva. Già, quella storia della consolazione di Dio, non era certo nelle sue corde. Cos’aveva questo dio da consolare? Poteva fare a meno di incasinare la vita agli esseri umani, visto che lui poteva questo e altro, non si capiva il gusto che ci provava. Non era per quello che la riguardava, ma per tutte le persone che quel male e il dolore si erano prese nella sua vita. Per i bambini poi non avrebbe mai potuto perdonare. Che colpa ne avevano loro. Perché colpire crudelmente così troppe persone, che gusto ci trovava quel dio. Non poteva sentire chi diceva che era un suo progetto. Bella cazzata. Lei era d’accordo sul fatto che, se c’era, si sarebbero pur trovati faccia a faccia una buona volta e lei gliene avrebbe cantate quattro. Quei bambini non li avrebbe mai potuti accettare.
Chiese al medico la prognosi, una parola avara, chiusa in se stessa. Non rispose, ma aveva scosso la testa. Era sempre così, si rimandava tutto al dopo, nessuno si prendeva la responsabilità di esprimersi prima, ci volevano tante altre piccole delusioni. Bisogna prepararsi, diceva la medicina classica, ma nulla è certo se non ti analizzano ogni centimetro dentro a macchine spaventose. Lei la certezza l’aveva avuta da subito. Le bastava. Non che le piacesse rinunciare alla battaglia, ma aveva visto anche troppo. Persone care ridursi a larve umane. Nessuna dignità. Nessuna pietà. Fece le sue riflessioni. Chi e cosa lasciava? Che fosse sola dimezzava il problema. Certo c’era suo figlio e la sua famiglia. Lui avrebbe sentito la sua mancanza, se non altro perché sarebbe rimasto orfano definitivamente. Ma quello era un percorso naturale. Forse era il sentiero che meno avrebbe fatto male. Sua nuora e il suo nipotino invece li conosceva appena. Stavano lontano e non avevano, nella loro vita, mai cercato di comprenderla. Loro di lei avevano solo l’immagine della donna che si era fatta da sola e che si era ritirata in una torre di avorio. Quanto sbagliavano. Quanta sofferenza e assenza le era costata quella torre.
Ora stava a lei decidere. Non sapeva molte cose, ma di una sola cosa era certa: non si sarebbe sfasciata davanti a nessuno. Qualcuno avrebbe detto che lo faceva per stupido orgoglio, altri che il male aveva già offuscato i suoi pensieri. Lei lo faceva per non dover piangere su se stessa e probabilmente per un altro milione di motivi sconosciuti. Telefonò al notaio per sistemare alcune formalità. Ripassò i cassetti delle sue carte, solo per gettare via tutto quello che faceva parte del suo passato. Non aveva troppi rimpianti. Ormai il suo cuore aveva varcato la soglia dell’inverno. Ma quante cose aveva dimenticato nei meandri di quella vita. Quanti ricordi aveva accumulato. Documenti, biglietti, foto, ritagli di giornale, lettere… Con cura infilava nel cestino ogni orpello della memoria. Cosa serve accumulare tanta carta straccia, se poi alla fine non la puoi portare con te? Pensò con un certo rimpianto ai suoi libri, a tutte le emozioni che le avevano dato. Loro sì, i migliori compagni del suo tempo. Ma non poteva certo portarli con sé.
In mezzo ai ricordi più antichi trovò quelle lettere e trasalì. Le aveva cercate una vita e solo adesso le tornavano in mano. Maledette coincidenze. Era la storia di quell’amore di adolescenti che l’aveva fatta tanto sognare. Ed era una storia ancora viva, ancora dolente. Dopo tutto quel tempo. Chissà dov’era finito quel ragazzo dai dolci occhi color di foglia? Non lo sapeva e non lo voleva scoprire proprio adesso. Chissà il tempo quanti altri danni aveva provocato e in quante altre vite si era intrufolato per degradare tutto. Quelle lettere non ebbe animo di buttarle. Almeno non ancora. Solo quelle e niente di più avrebbe portato nel suo ultimo rifugio. Facendo quell’ultima valigia, infilò il libro che stava leggendo e quel pacchetto di memorie tra pochi abiti raccolti tra quelli più monacali avesse. Il biglietto aereo l’aveva prenotato per internet e dopo una breve ricerca aveva anche trovato in affitto un piccolo cottage sulla costa ovest dell’isola. Lì tutto era estremo, la costa scoscesa, il mare oceano, il vento tempesta e il fuoco che sapeva di torba. Voleva soltanto respirare l’odore del vento che veniva dal nuovo mondo, voleva perdersi guardando l’orizzonte, con le nuvole che rotolano basse nel cielo. Tutti sanno come sono i cieli dell’isola. Lei lo sapeva e per quello era diretta lì, per tirare i conti della sua vita. Unici compagni l’ultimo libro che stava leggendo e quelle lettere da un’altra vita. Sarebbe durato giusto il tempo per chiudere quel libro e per leggere quelle parole che le erano state dedicate molto tempo prima. Avrebbe ricordato l’amore. Voleva lasciarsi indietro tutto, senza rimpianti, senza dolore, senza nessuna riserva.
Lei lo sapeva che avrebbe aspettato sera, quando tutte le formalità sarebbero state compiute, lei lo sapeva che quelle lettere non le avrebbe potute rileggere mai, le avrebbero fatto troppo male. Per lasciare la vita bastava non amarla e non era certa di saperlo fare con quelle parole nel cuore. “La solitudine non fa male se sei in pace con te stessa.” e lei la pace l’aveva trovata, anzi l’aveva pretesa. Aveva gettato il pacco di lettere al vento e dopo un lungo tragitto, come una cosa senza valore, si erano inabissate nel mare. Stava facendo buio anche se il crepuscolo sarebbe durato ancora a lungo, succedeva così a quelle latitudini. Ora non c’era più niente che la tenesse legata ancora alla vita. Era arrivato il momento. Rientrò in casa con l’odore del sale tra i capelli scompigliati dal vento, era tutto quello che aveva chiesto. Era l’unica cosa che si era ripromessa. Mai nessuno avrebbe deciso per lei.

The Commitments – La nascita del mio amore per l’Irlanda

In Cinema, Irlanda, musica on 8 aprile 2008 at 22:17


questo video è stato riinserito perchè l’originale non era più disponibile


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Nella mia vita non c’è mai stato una terra promessa, un luogo mai tanto sognato come l’Irlanda.

Sarà che sono nata coi capelli rossi e una pioggia di lentiggini sul naso, sarà che ero ribelle e sognatrice, sarà che ho sempre amato il sole e il vento, il mare e la libertà….. ma l’Irlanda, con i suoi cieli bassi e luminosi, con le sue scogliere a picco sul mare, con la sua gente orgogliosa e vitale è stato un amore che non ha avuto pari.

Il primo incontro lo ebbi coi film: “Un uomo tranquillo” di John Ford, con John Wayne e Maureen O’Hara, girato nel 1952 ed in circolazione per moltissimi anni alla televisione, con delle immagini bucoliche del Connemara. Più avanti “La figlia di Ryan” (1970) un film di David Lean con Robert Mitchum, John Mills, Trevor Howard, Sarah Miles, girato nella zona di Dingle con scene dei Cliff of Mohair (indimenticabili). Ancora film impegnati come “Il mio piede sinistro” o “Nel nome del padre”, ma in assoluto il film che mi conquistò è stata una pellicola di Alan Parker (che irlandese non è) “The Commitments” (1991) la storia di un complesso musicale nato dal caso e dall’ironia, scalcinato, raffazzonato, irriverente e solidale….. tutta un’altra cosa dai film che avevo visto prima, ma mi ispirò così tanto grande amore per questa terra e questa gente, che partii in un lungo viaggio avventuroso……

Ci tornai sei anni dopo……. l’Irlanda si muove e corre come i suoi cieli, forse la poesia si era leggermente offuscata, forse il turismo la stava plasmando, ma che terra ragazzi!!! Che popolo!!!! Se non fossi nata italiana vorrei essere nata irlandese, malgrado tutto il dolore e la povertà che questo paese ha dovuto soffrire.

Per chi volesse continuare questo viaggio fatto di pellicole consiglio anche “l’Uomo di Aran” (1936) “La moglie del soldato” (1991) “Michael Collins” (1996) “Svegliati Ned” (1999) “Le ceneri di Angela” (1999) “Il vento che accarezza l’erba ” (2006) di Ken Loach e se proprio volete soffrire e ascoltare vedetevi “Bloody Sunday” ( Bloody_Sunday_(1972))

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