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Da donna a donna

In amore, Anomalie, Cinema, Cultura, Donne, Economia, Giovani, Informazione, Istruzione, personale, Religione, uomini, Vaticano on 17 marzo 2013 at 11:32

sessantotto1“Comizi d’amore” di P.P. Pasolini
Era L’Italia del dopoguerra, il 1963, musiche disimpegnate di sottofondo e vacanze al mare. Un’Italia che benchè non fosse ricca, almeno era una democrazia basata sul lavoro e non importava se il lavoro era sfruttamente, ci avremmo pensato dopo, per quel momento, il lavoro (sfruttato o no) era foriero di sicurezze e di voglia di esplorare il futuro, di godere della vita, anche delle semplici cose che prima erano negate.
Certo cara amica, guardo quel tempo con molta nostalgia: era il mio tempo. Allora camminare per strada, in mezzo alla gente, senza paura e sospetto, formavo la mia filosofia di vita, cercando di rendere coerente il pubblico con il privato, desiderando sintonia col mondo che mi circondava.
Dal mondo imparavo e mi forgiavo a sua immagine e somiglianza. Ingenuamente mi sentivo parte di un tutto unico che non richiedeva critica, non contemplava distinguo. Era bello allora, almeno fino a che era durato.
E in “Comizi d’amore” di P.P.Pasolini si capisce bene perchè questa comunione di intenti non poteva durare, si capisce quanto il coesistere fianco a fianco se non addirittura avendo come cuore pulsante, geograficamente lo Stato del Vaticano, ma ideologicamente la religione cattolica più che come concetto come forte condizionamento da establishment, stava condizionando la nostra crescita.
Non erano certo sufficienti tutte le domande che mi ero posta, sull’esistenza razionale di dio e sulla giustizia globale che questa presenza avrebbe dovuto garantire, che mi avevano già portato in quell’anno, a cercare certezze dove non ne avrei potuto trovare se non con la fede. Ma io ne sono nata sprovvista, almeno di quel tipo di fede, credevo nei diritti dell’uomo e non mi affidavo a nessun dio distratto. Questo mi aiutava a capire più cose del mondo, ma mi abituava anche a credere che se lo facevo io a dodici anni, chiunque di più grande e colto di me, l’avrebbe sicuramente fatto meglio e in scala più grande.
Ora ti sarai chiesta perché mi rivolgo a te da “donna a donna”. La questione è che in tutto quel fervore entusiastico dell’Italia e penso anche del mondo, era nella donna che sembrava definitivamente sparso il seme della modernità. Donne di diversa cultura, lontane fisicamente tra di loro, in contesti sociali ed economici assolutamente differenti percepivano il grande valore del cambiamento come qualità necessaria alla vita propria e del paese.
Donne spezzate dal lavoro dei campi e ragazzine adolescenti con le trecce infiocchettate, signorine di città e figlie di operai della periferia, in mezzo a tanta quiescenza maschile e femminile, alzavano la testa e affermavano che il sesso è importante, che la libertà è necessaria, che il divorzio è un segno di miglioramento per la vita della coppia e che il matrimonio non è l’unico percorso per una vita felice.
Tu sai cara amica quanto costava questo uscire dai binari “morali” di un paese? Molto, anche se ben più pesante sarebbe stato rimanerci.
Ricordo come il ragazzo (studente universitario), che avevo avuto per lungo tempo, il giorno che lo lasciai perché non avrei mai potuto adattarmi a sposarlo (forse molto per come era lui, ma anche moltissimo per come la vedevo io sull’adattarmi alla cosa) finì col raccontare ai comuni amici e a tutti quelli che avevano voglia di ascoltarlo che era stato lui, il grande viveur a scappare alle mie voglie di essere doverosamente impalmata. Ricordo che lo lasciai credere, poco mi importava di quello che pensavano gli altri, provavo solo il gran sollievo di essermene liberata e di poter cominciare una nuova era di me stessa: essere una donna single e senza nessun senso di colpa o paura di solitudine eterna. Difatti sono sempre stata capace di stare sola e di non soffrire per questo, e contemporaneamente proprio per questa qualità, aver sempre trovato uomini disposti a riempire la mia solitudine non sofferta.
La vita matrimoniale come valore non era fatta per me, come non lo era per una buona parte della mia generazione. Ci avremmo messo pochi anni, noi donne, a capire che non era quello stato una predestinazione naturale, ma solo un limite nell’essere donne a tutto giro.
Se solo il matrimonio dava diritto ad accedere alle soddisfazioni, di sesso, libertà e affermazione, allora la gabbia ce la stavamo chiudendo dietro le spalle proprio noi donne.
In questo discorso evito le valutazioni sull’altra parte del cielo. In effetti gli uomini potevano godere ancora di più gli effetti della modernità, potevano rimanere dentro i canoni della possibilità di fare i padri di famiglia, e allo stesso tempo potevano prendersi la libertà di accedere a quello che la società permetteva loro: l’evasione sessuale e la condiscendenza, a molte sfumature, di una parte consistente delle donne.
In effetti vivevo in un mondo che vedeva i maschi cercare l’accoppiamento e assieme un gran desiderio di sistemarsi e poi continuare a cercare l’accopiamento in un cerchio vizioso che non dava pace e che non era scelta.
Ma avevo già i miei problemi per pensare a quelli dell’altro sesso.
Dovevo liberarmi dai legami assurdi che mi venivano imposti e dai pregiudizi che il mio comportamento provocava negli altri. Dovevo trovare il giusto equilibrio tra autonomia, libertà personale e vivere sociale e le due cose non andavano pari passo.
Ormai alla fine degli anni 60 e i primi anni 70 ero l’unica tra le mie amiche che non si era sposata e che non voleva un legame fisso. Portavo prevalentemente i pantaloni, salvo qualche minigonna liberatoria, e avevo deciso di studiare (a mie spese), di lavorare, ma già lo facevo da anni e di andare a vivere da sola. Grande rivoluzione personale, che avevo pianificato per anni.
Io posso confermare che l’autonomia non porta forzatamente ad un libertinaggio dei costumi, come molti allora volevano far credere. Io continuavo a non volere un legame fisso e quindi ad evitare i legami tout cour, mentre vedevo nelle famiglie da poco costituite le mie amiche impegnate con i primi figli e i mariti disimpegnati nelle loro, naturalmente e socialmente giustificate scappatelle maschili.
Sinceramente non ne capivo il gusto. A me pareva esagerato desiderare a 20 anni e poco più di fare figli e di convivere con mariti che non condividevano nemmeno uno dei tuoi impegni e interessi. Allora affermavo che “io di figli mai” e che il matrimonio era “la tomba dell’amore” anche se questo lo ritenevo un luogo comune. Ho sempre dato molta importanza alle parole e agli atti. Per me “sempre” era una parola ed un atto definitivi, quindi mi guardavo bene dal prendere un simile impegno, considerandomi forse del tutto incapace di farmene carico, almeno in quel momento.
Ma finalmente non mi sentivo più sola. C’erano altri focolai nella società, che vedevano donne liberarsi dalle “catene” del già deciso e del dovuto. Vedevo le donne del 68 cercare di uscire dalle pastoie e soprattutto cercare di non ricadere nel già visto. Poi come si fa a dire, non era che un uomo per il fatto di appartenere al suo genere doveva per forza ripetere qualla metalità ottusa che lo vedeva al centro del mondo, privilegiato nei rapporti di coppia, incapace di una sana e proficua autocritica?
E a quel tempo di autocritica se ne faceva in quantità industriale. Era nato allora l’outing, che non si chiamava così e le donne si riunivano in assemblee strettamente di genere che i maschi erano costretti a disdegnare più per paura che per vero dileggio: era arrivato il movimento femminista, quello delle mani giunte a forma di vulva e degli slogan autocompiacenti.
Sai cara amica, anche da questo polpettone autoprodotto è passata la tua libertà. Ogni cambiamento viene da lontano e costa sudore e sangue. Come i diritti umani e quelli dei lavoratori, anche il diritto di essere donne libere ci stava costando un prezzo molto più alto di quello che avremmo mai pensato di pagare.
Non era ancora possibile vincere la battaglia della libertà sessuale, del controllo delle nascite, della parità dei diritti all’interno della famiglia e dell’autonomia di pensiero. Avremmo dovuto aspettare ancora troppo tempo per cambiare anche le leggi di questa società. Leggi che tu, oggi, puoi tranquillamente utilizzare, cambiamenti rivoluzionari di pensiero e di comportamento che si dovrebbero tenere a mente. Troppo pericoloso pensare che quello che hai oggi potrai averlo ancora e per sempre. I diritti non sono una cosa scontata, che hai acquisito per diritto di nascita, non funziona così, e questi ultimi anni lo hanno dimostrato: coi lavoratori, con gli immigrati, con i vecchi, le donne e i bambini, coi giovani che oggi stanno più in silenzio di ieri.
Da donna a donna, cara amica, dovremo riprovarci ancora, e tornare indietro davvero non si può. Io so per dove siamo passati e so da dove è difficile tornare. So che non possiamo dividerci in genere e che anche il maschio deve stare dalla nostra parte. Che è troppo forte il sistema che sta stritolando le nostre vite, non c’è più spazio di azione, non c’è più un modo nascosto di agire, come avevamo potuto fare allora, che scardina profondamente le fondamenta della società. Allora era possibile, oggi non più. Posso solo darti un consiglio da donna a donna: svegliati, non lasciati comperare dai beni che credi ti siano indispensabili. Non farti fregare dall’amore dei baci perugina. Trova anche tu la strada per consentirti di rimanere viva. I tempi sono maturi per una nuova rivolta generazionale, per un nuovo mondo possibile, un nuovo modo di essere e di vivere, anche se dovesse portare lontano dalle comodità di cui probabilmente non puoi più farne a meno. Non venderti l’anima, perchè ormai il tuo corpo è già stato venduto e quella è l’unica cosa che ti resta. Io sono qui, seconda fila di una prima fila che non vedo compattarsi. Il tempo corre e tu, tienilo a mente, non sarai giovane per sempre.

Presuntuosa è la donna.

In Donne, Senza Categoria on 28 settembre 2010 at 8:09

Presuntuosa è la donna che crede di essere diversa dall’uomo in quanto + qualcosa e – qualcos’altro. Inutile cincischiare,  la donna, a differenza dell’uomo, veste i suoi desideri di più alti alibi e riesce a vendere meglio questa fantasia.
Fantastica è la donna che riesce a farsi passare per tale, senza essere né bella e né bona (cioè generosa delle sue intimità). Questa capacità si chiama fascino e lo possiede pure l’uomo.
Selvaggia è la donna che non sottostà a regole di comportamento o di vita che sia. Nel caso in cui non sottoponesse, essa stessa, gli altri a regole frustranti ed incomprensibili, può diventare una donna mito, irraggiungibile.
Tenera è la donna che ama il suo uomo come donna e non come madre, né come sorella, né come altra appendice parentale o amichevole.
Focosa è la donna che mostra di non averne mai abbastanza di amore appassionato e fisico. Per una donna così gli uomini mostrano potenzialmente un morboso interesse e successivamente una certa preoccupazione. Esistono anche uomini focosi che raramente incontrano donne focose, e per fortuna. Nel qual caso ne risentono le attività sociali e l’alimentazione. Qualche volta ne risente pure l’attività lavorativa, causa stato comatoso.
Ingenua è la donna che pensa di essere al centro dell’universo maschile e che esponendo la sua avvenenza pensa di essere apprezzata per la sua intelligenza.
Confortevole è la donna che sa stare al mondo, senza interventi esterni e senza creare problemi. Le donne confortevoli sono capaci in varie attività come lavori domestici e ottimi pranzetti. Sono ancora più confortevoli se rimangono anche la notte per eventuali necessità. Sono ancora più confortevoli se se ne vanno quando è l’ora.
Intelligente è la donna che rinuncia alle sue qualità tipicamente femminili e segue percorsi logici e fa speculazioni mentali come gli uomini. Pochi uomini apprezzano donne intelligenti per paura di essere accusati di omosessualità. Le donne intelligenti tendono a fingersi cretine per passare inosservate. Da ciò ne deriva che l’intelligenza femminile è inversamente proporzionale al successo.

La favola più vecchia del mondo

In amore, Donne, uomini on 21 luglio 2010 at 21:59

L’estate era passata in un soffio. Una delle tante estati che Francesca era abituata a vivere. Si prendeva un po’ di vacanza lontano dalla sua città, magari andava nella sua isola a perdersi in lunghe nuotate in quel mare di smeraldo. Ma non era quella la parte più bella della stagione calda, erano invece quelle notti passate per strada a bighellonare qui e là, con i suoi amici.
Certo era un tempo che per vivere bastava poco, lei era brava ad adeguarsi alle contingenze della vita. Calcolava il ritmo dei suoi giorni sulle sue possibilità. Certo aveva un lavoro che non era pagato granché, ma le lasciava molti pomeriggi liberi. Pertanto aveva trovato degli altri lavori che la tenevano occupata solo nelle ore libere, così da poter sbarcare meglio il lunario. Pagava la sua stanza nella casa con altre ragazze con le quali divideva l’affitto. Lei era l’unica a lavorare e, per questo, apprezzava molto la libertà che si era guadagnata col sudore della fronte.
Francesca era una bella ragazza, socievole e piena di amici, amava andare a teatro, al cinema e ai concerti rock, ma si permetteva questi divertimenti solo quando poteva farlo. Per la maggior parte del suo tempo libero si accontentava di sedersi in qualche bar all’aperto o in qualche angolo di strada per suonare la chitarra e cantare in compagnia di quegli amici. La sua era una vita semplice e senza troppe complicazioni. Poi arrivò, con l’odore della terra bagnata, e delle prime foglie cadute, un settembre diverso dagli altri, una stagione che non aveva mai conosciuto che fece vivere anche a lei la stagione dei segreti.
All’inizio le era sembrato di vivere in una favola, che si trasformava di giorno in giorno nella sua favola. Paolo era un noto docente di Diritto che attraverso un suo giovane assistente l’aveva contattata per farle trascrivere i suoi articoli e i sue lezioni universitarie. Quando lei l’aveva conosciuto si era sentita intimidita dalla personalità di quell’uomo. Non solo per il fatto che fosse un famoso cattedrattico, ma anche perché dopo averla conosciuta l’aveva trattata con la gentilezza e l’affettuosità di un padre. Quel padre che a lei era sempre mancato. Del padre aveva anche l’età e pensandoci bene forse anche quella del nonno, ma il suo modo di fare era così… così bonario e alla mano che, malgrado la soggezione, lei ben presto si era sentita rasserenata e piacevolmente coinvolta.
Le sue mansioni si limitavano, inizialmente, alla battitura delle sue cose scritte che velocemente diventò la trascrizione dei suoi convegni e dei suoi seminari. Si sentiva così apprezzata per il lavoro che faceva. A volte lui le chiedeva di andare nel suo studio per dettarle lettere e memorandum. Lei rimaneva frastornata dalla sua amabilità e dalla qualità e importanza dei contatti. Scriveva lettere a personaggi importanti che lei non avrebbe mai pensato di poter conoscere e rimaneva basita dalla famigliarità con cui si rivolgeva a tutti. Spesso lui la tratteneva fino a tardi per parlarle del suo lavoro, ma anche della sua vita, come se lei fosse la migliore confidente. Raccontava dei suoi due figli, ormai adulti, che non riuscivano a trovare la loro strada nella vita e di una moglie rinchiusa nel suo orgoglio di nobildonna decaduta. Raccontava dei suoi viaggi, dei luoghi che aveva visitato, della gente che aveva frequentato, ma sempre con quel velo di tristezza che evidenziava la sua indifferenza verso quella che sembrava una fortuna per il mondo intero. Francesca non pensava affatto di essere una sprovveduta, ma certamente sapeva di essere un po’ ingenua, anche se cercava di mascherarlo con una certa dose di cinismo almeno apparente.
Paolo era un uomo molto esperto e la lusingava in tutti i modi possibili. Era bravissimo a solleticare l’interesse di Francesca dandole, di sopraggiunta, il desiderio di intervenire e di avere un ruolo nella sua vita dorata ma infelice. Lui sapeva che ogni donna ha un punto debole e quello della ragazza era sicuramente il bisogno che aveva di essere amata e vezzeggiata, in più, il bisogno di amare anche lei senza chiedere niente in cambio. Per lui conquistare quella ragazza era un punto di orgoglio, già pregustava l’invidia che avrebbe sollevato tra i suoi colleghi, che si stavano scapicollando per accaparrarsi anche loro i servizi della giovane segretaria.
Una sera lui le aveva raccontato del figlio che passava da una depressione all’altra e del modo esecrabile che aveva sua moglie di usare i figli come metodo di ricatto nei suoi confronti. Francesca era ormai troppo coinvolta e non riuscì a sopportare i suoi occhi lucidi e sfuggenti. Lei gli passo una carezza incerta sul viso che le sembrava bello malgrado le molte ingiurie del tempo. Lui l’abbracciò improvvisamente e le disse le più belle parole che mai lei avesse udito.
Così con piccole bugie o mancate verità, con mezze parole e sguardi languidi lui si prese la sua giovinezza. Francesca non era più la stessa. Disertava gli amici e non aveva più voglia di cantare. Lui le faceva regali assolutamente inutili, gioielli che lei non avrebbe indossato mai, vestiti che lei non avrebbe mai avuto occasione di mettere, e libri che avrebbero fatto bella mostra nella biblioteca di un principe. I suoi tascabili facevano a pugni con quelle edizioni rilegate in pelle. Lei si scherniva, ma ne provava piacere, anche se tutto quello non le poteva servire a nulla per renderle meno difficile il quotidiano. Facevano solo parte della favola. Lui le prometteva viaggi che non aveva mai il tempo o la possibilità di fare con lei. Lei organizzava ogni minuto in funzione delle esigenze di lui, ormai non aveva più tempo per la sua libertà e per andare al cinema o a teatro, tanto meno avrebbe mai potuto frequentare un esecrabile concerto rock. Paolo le stava insegnando come una donna avrebbe dovuto essere per poterla presentare come la donna del Professore. Francesca diventava sempre più triste. Si sentiva rinchiusa in una gabbia dorata, ma pur sempre si sentiva corteggiata e amata come non le era mai successo prima.
Lui prometteva anche se lei non chiedeva. Sapeva essere generoso, ma non la portava mai da nessuna parte. I loro incontri erano pieni di pathos, ma anche di malinconia; per lei era difficile non poter manifestare al mondo il suo amore. Passò l’inverno e tornò primavera, le giornate si stemperavano nel primo dolce sole dell’anno. Tutto intorno a Francesca si risvegliava dal lungo gelido letargo invernale, tutto riprendeva nuova vita e pure dentro di lei una vita nuova prendeva nuovi contorni. La cosa non doveva stupire, succede quasi sempre così, nelle favole più belle, prima viene l’amore e poi arrivano le gioie, se certe sorprese possono chiamarsi gioia.
Francesca timidamente l’aveva detto al Professore e a lui mancava poco che gli prendesse un coccolone. Eh no, non era possibile, sarebbe stato un duro colpo per la psiche dei figli e per l’orgoglio della sua signora. Lui non voleva far soffrire la sua famiglia, non se lo meritavano. Lui avrebbe fatto tutto per lei, ma quello no. Non glielo doveva chiedere. Francesca era confusa, pensava davvero di essere protagonista di una favola, ma non voleva far soffrire nessuno, certamente non quei suoi figli viziati e nemmeno quella donna austeramente infelice. Vagamente capiva che a lei nessuno ci pensava, ma che non era un suo diritto chiedere qualcosa per sé. Paolo partì troppo rapidamente per un viaggio di convenienza con la sua blasonata infelice famiglia.
Francesca, svegliata dal sogno, si ritrovò ad affrontare il suo incubo personale. La trafila di ambulatori e medici che la guardavano con compatimento, lei non voleva quel bambino che le avrebbe ricordato per sempre quel suo peccato di stupidità. Non voleva più essere amata da un padre che non era il suo, anzi da un uomo che poteva essere un nonno che le aveva rubato la sua vita. Certo le era sembrato tutto una bellissima favola che ora le veniva strappata via dal nido che lei aveva costruito nel suo corpo. Quel mattino aveva buttato, senza fare una piega, quegli inutili regali del Professore, dentro alle acque del fiume. Voleva liberarsi di quel peso, doveva liberarsi di ogni peso, pure quello che si portava dentro. Non le sarebbe rimasto più niente, o forse no, un’unica cosa, che avrebbe ricordato per sempre, una grossa e brutta macchia di sangue coagulato, sul candido lettino dell’ospedale.

Stupido è chi lo stupido fa

In Disimpegno on 6 Mag 2010 at 7:35

Me lo diceva sempre mamma: “Stupido è chi lo stupido fa!” E come sempre ha avuto ragione. Appena l’ha conosciuta lei ha capito tutto, Pietrina non faceva per me. Mi ha detto di averlo capito da come beveva il suo caffè. Mica che si capisce sempre, ma mia mamma per queste cose ha un sesto senso. L’aveva detto subito che teneva la mano come una donna vanitosa e pronta a tradire. Io di queste cose non capisco molto, ossia vedo se una donna è bella e c’ha tutte le cose a posto e Pietrina su questo era perfetta, ma non ero riuscito a comprendere di che pasta era fatto il suo carattere. All’inizio lei sembrava molto tranquilla, parlava poco e non si lasciava baciare. Ma poi con il tempo, dopo che ha conosciuto mia mamma, mi ha imposto di uscire ogni sera per andare a trovarla a casa sua. E quando arrivavo lì diventava scatenata e tentava persino di levarmi la camicia. Anche questo avrebbe dovuto farmi capire che non era la donna giusta, ma era talmente carina che ci avevo perso la testa. “Certe donne fanno di tutto per farsi sposare.” Anche questo lo diceva sempre mamma però non ho mai capito cosa ci fosse di brutto in questo. Certo che Pietrina non sapeva cucinare come la mia mamma e neppure sapeva curare la casa come faceva lei, quindi avrebbe fatto un po’ difficoltà a trovare un buon marito. Devo dire che qualche volta ci ho pensato: “Io la sposo e così le do i baci con la luce accesa” perché lei era scatenata, ma la luce la voleva spenta. Certo era il suo modo per farmi capire che se la volevo vedere dovevo fare qualcosa per lei, ma al momento giusto mi dimenticavo cosa dovevo fare. Poi è arrivato Guido, che era il cugino di Trina e ogni sera io lo trovavo a casa sua per bere il caffè. Per un bel po’ ho pensato che lui venisse perché Trina gli faceva da mamma visto che la sua non ce l’aveva più e si vedeva perchè cercava sempre di toccarle le tette. Certo che mi è dispiaciuto quando è riuscita a levare la camicia a Guido. Mia mamma me l’aveva detto: “stai attento a quella donna che è traditora” però io non avevo capito che non era la mia camicia che voleva. Mia mamma me l’ha fatto capire “non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere… te l’avevo detto che il problema è come quella ragazza beve il caffè!”

Risposta ad una lettera anonima sullo stupro

In Anomalie, Donne, uomini on 19 febbraio 2010 at 14:45

Cara ragazza, come puoi pensare di non essere capita? Come puoi sentirti al di fuori della comprensione umana. Credimi se ti dico che ogni donna nel cuore, in qualche modo sa quello che provi. Anche se non dovessimo aver subito mai quell’insulto, la nostra anima e la nostra mente si ribellano a quello che ti è successo, anche al solo pensiero.
Se ti senti sola ad affrontare questo frangente e se pensi che non saprai come convivere con questa ferita nell’anima e nel corpo, non ti consolerà il sapere che molte altre hanno vissuto come te, per leggerezza o per sfortuna, la tragica esperienza di una violenza sessuale. Certo, lo sappiamo, non è l’unica violenza che può distruggere una donna. Serve tener presente che ci sono altri tipi di violenza ingiustificata, per esempio la violenza fisica continuata e la violenza psicologica, che alla fine, a lungo andare, distruggono in egual misura la psiche di una donna.
Tu sei stata sincera con me. Hai raccontato che per una leggerezza porterai il segno per la vita. Uno stupro non può che segnare per sempre. Ti chiedi anche se è successo per colpa tua, per una tua ingenuità o per faciloneria, ma non è così. Nessuno mai, può forzare la volontà di un altro essere umano. Un “no!” è no ed un “sì!” è sì, non ci sono interpretazioni. Gli uomini devono imparare ad essere uomini. Le donne devono imparare che ogni offesa che ricevono non fa parte integrante del loro destino di donna.
So come ci si sente quando si è giovani. So quanto si è spavaldi e pronti ad affrontare spensieratamente la vita, ma questo non può diventare una colpa. Non è possibile trasformarsi in persone diffidenti e spaventate perché la vita ti costringe ad esserlo. E’ la libertà un diritto inalienabile e non si può rinunciare a questo diritto solo perché gli altri, in questo caso gli uomini, possono comodamente fraintendere e trovare giustificazioni ad un operato che nemmeno l’istinto brutale può giustificare.
Chi lo dice che una donna che si esibisce poco vestita, o che esce di sera oppure che è più estroversa di altre, deve per forza aspettarsi o desiderare di essere violata? Chi dà il diritto ad un uomo qualsiasi di pensarlo? Di ritenersi in diritto di farlo? E’ questo che una società civile deve riuscire a cambiare, non solo reprimendo in modo significativo ogni gesto che viene fatto in questo senso, ma soprattutto attraverso un’informazione capillare e una battaglia culturale rivolta a tutti i livelli e i generi sociali.
Non credere che la razionalità che mostro non sia anche rabbia che provo, non pensare che ne parlo solo per sentito dire. Riesco ad appartenere allo sparuto gruppo che può dirsi di non aver subito uno stupro, solo perché in un caso, quando avevo probabilmente la tua età, sono riuscita, senza spiegarmi come, a venirne fuori. Forse io ero troppo arrabbiata e determinata o forse, solo, lui si era spaventato della mia reazione e non ha avuto la forza o il coraggio di continuare. Sono soltanto stata fortunata ed è molto triste dover pensare così. Non è normale, non è naturale.
Vorrei poterti dare un consiglio, ma so che comunque non servirebbe a renderti più accettabile quello che è accaduto. Però di aiuto hai bisogno. Informati e rivolgiti se puoi ad un Centro Donna, ce ne sono molti dislocati nel territorio, lì ci sono assistenti sociali, psicologhe e avvocati donne che possono esserti di supporto e farti percorrere questo cammino nel modo meno doloroso. Sai tutto questo non può passare sotto silenzio. Il mondo deve imparare il rispetto. Può impararlo con intelligenza, riflettendo sul valore della dignità umana, o con una posizione di ignoranza e menefreghismo che però dovrebbe venire socialmente punito in modo esemplare. So che tu non vorresti che altre vivessero quello che hai vissuto tu, ma so anche quale prezzo dovresti pagare per rivendicare il diritto per tutte. Pertanto qualsiasi decisione prenderai, sappimi vicina, forse non totalmente d’accordo, ma pur sempre completamente solidale.
Tua amica Ross

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