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E adesso la parola all’esercito…

In Anomalie, Le Giornate della Memoria, Viaggi on 27 gennaio 2014 at 9:55

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La giornata non è ancora completamente finita. Si torna dalla tenda della libertà, quella del tetto della casa di Samer Issawi, all’albergo per una cena frettolosa. Stasera aspettiamo Yehouda Shaul “è un sottoufficiale dell’esercito israeliano, ebreo ortodosso, cresciuto in un insediamento di coloni. Non è un pacifista, crede nel diritto di Israele a difendersi. Ma, dice, quello che Israele sta compiendo nei territori occupati non ha nulla a che vedere con la difesa: è solo terrorismo e guerra di occupazione territoriale. Ha fondato Breaking the Silence, che raccoglie le testimonianze dei reduci israeliani. Sono testimonianze agghiaccianti. Ci racconta gli ordini che riceveva dai capi durante il suo servizio a Hebron: incutere terrore random. Lo schifo lo ha sommerso e ora racconta agli israeliani increduli la verità sulla presunta politica di difesa di Israele” (presentazione del compagno di viaggio Stefano Casi).
Diciamo che stasera si va a “scuola dal nemico”, e il nemico ha le forme e le dimensione di un ragazzone sovrappeso, sandali estivi e maglietta maniche corte, in pieno inverno,  dotato comunque di grande sicurezza di sé che quasi rasenta l’arroganza. Mi ritiro in buon ordine, faccio difficoltà e non sentirmi un po’ offesa da quel suo modo di porsi e dal fatto che in genere la sua attività di spiegare la realtà, guardate bene, non di denuncia, la fa solo e la intende fare solo con gli israeliani.
La cosa sembra un po’ un affare fra loro, anche se in realtà loro non sono le vittime, sono tutt’al più delle persone poco informate.
Lui il militare l’ha fatto e solo una volta uscito ha capito in cosa consisteva il suo mestiere e così lo racconta agli altri. E’ diretto, quasi scortese quando qualcuno gli pone delle domande un po’ personali. Lo so dovrei essere contenta che un israeliano, uscito dal sistema, sia pronto a raccontare qual è il lavoro del soldato e quali siano gli ordini, ma la sua pietà umana sembra limitata, ma è proprio uscito dal sistema?
Mi pongo presto la domanda e mi rispondono dei dubbi… perché non ho la capacità di credergli fino in fondo?
Perché mi sento giudice di fronte ad un avvocato troppo bravo per essere onesto. Non lo so davvero, mi sono persino chiesta se si tratta di grave pregiudizio, suppongo di sì, eppure io non mi lascio mai condizionare dai pregiudizi, in genere non sono capace di concepire pregiudizi.
Eppure Yehouda non mi convince. Mi rendo conto che dice la verità quando racconta che il suo lavoro era di spaventare e intimidire, diciamo in complesso di angariare i palestinesi. Ogni notte si scelgono a caso le porto da battere e gli edifici in cui fare irruzione. Si fanno domande, si perquisisce, si fanno alzare adulti, bambini e pure malati, si accusa e a volte si arresta. Tutto casualmente tanto per fare. Ragazzi allevati per spaventare, per farsi odiare, ma soprattutto per odiare a loro volta.
Non so, magari sbaglio, la mia è una valutazione morale di origine cattolica: fare il male e poi il pentimento. Se non c’è pentimento non c’è perdono e se non c’è perdono tu continui a fare e ad essere il male.
Ecco perché quel ragazzo non mi convince, certo racconta la sua storia, che a noi schifa un pochino, ma agli altri, i ragazzi che dovranno andare sotto le armi per ben 3 lunghi anni: schiferà? Ai loro genitori sarà di monito? A qualcuno servirà sapere che l’esercito più etico al mondo, vive di sopraffazione e anche di omicidi?
Saranno i palestinesi ugualmente importanti quanto un solo soldato israeliano?
Queste sono le domande che non ho saputo fargli, e queste erano i pensieri che mi passavano nella mente, aggiungendo che sullo sfondo del suo corpaccione corredato di kippa nera, vedevo sventolare le bandiere nell’attesa della liberazione dei prigionieri in carcere da prima degli accordi di Oslo, gli accordi che avrebbero dovuto condurre il passaggio dall’occupazione allo stato di Palestina. Quelli che certi israeliani chiamano “Oslo war” e che il loro stato considera solo come scusa per controllare ancora di più i territori già occupati e per sguinzagliare ragazzi in divisa ed armati fino a denti per sedare qualsiasi progetto di resistenza. Accordi che non hanno cambiato la volontà di Israele di colonizzare la Palestina e di cancellarne completamente nome ed esistenza.
Stasera proprio non va, mi alzo incazzata, delusa, mi sento presa un po’ in giro, non è questo che mi aspettavo, non è la sicumera dell’occupante che volevo sondare, piuttosto l’analisi complicata e dolorosa di chi capisce di aver sbagliato, di chi ha capito la necessità di essere stato imbrogliato e trasformato più che in una macchina da guerra in una pedina a servizio di persone ormai da troppo tempo passate da vittimi ad aguzzini.
Forse sono ingiusta, forse sono solo arrabbiata, ma questo viaggio è fatto di emozioni forti che ti comandano e ti squassano, qui non si passa indifferenti, qui si partecipa o si rifiuta, non si rimane indenni. Qui si cambia.

(Mi scuso per chi si dovesse sentire offeso dalle mie considerazioni, sono personali e emotive, quindi ingiuste, ma sono l’unico apporto che riesco a dare. So che dovrei valorizzare il lavoro di chi dall’interno opera e denuncia. Ma a volte il cuore dice no.)

I miei ultimi giorni di scuola

In Gaza, Giovani, Guerra, Informazione, Istruzione, La leggerezza della gioventù on 11 marzo 2012 at 0:09

Non ci avrei mai creduto se mi avessero detto che a 60 anni sarei stata invitata a parlare a 300 liceali. Sapevo già che sia che avessi avuto dieci minuti per farlo oppure due ore, non avrei mai saputo dire quello che mi sarebbe piaciuto dire. La questione è che a volte le parole non sanno essere generose, o almeno non lo sanno essere a sufficienza. Per fortuna è stata una notizia che mi ha preso alla sprovvista, appena il tempo di chiedere chi se la sentiva di parlare con me e organizzare un abbozzo di programma.
Il problema più grosso che ho dovuto affrontare è come comunicare con dei giovani senza prendere l’aria di una vecchia e pedante insegnante che dei giovani non capisce un’acca. Insomma questo lo potevo anche superare, bastava non pretendere di insegnare nulla, ma cercare di capire come i ragazzi di quell’età pensano e quali sono le cose che rifiutano e quelle che gradiscono.
Con molta umiltà mi sono ripassata le lezioni che mi aveva impartito mio figlio nei suoi anni di scuola. Eliminare l’aria da maestrina e mettermi al loro stesso livello. Ma se io fossi stata dall’altra parte, nei loro panni, cosa avrei voluto sentirmi dire? Facile, vorrei sapere cose che non so. Vorrei che mi fossero aperte porte su di un mondo che non conosco, dentro al quale trovo ragazzi che come me cercano di uscire dal loro ambiente familiare, a volte asfittico.
Vorrei che qualcuno mi dicesse che studiare è fantastico e anche me lo facesse credere, al di là del vecchio professore barbagianni, che perde i suoi occhi sui libri perchè non ha niente altro di meglio da fare.
Mi è venuto in mente una frase detta da un amico di famiglia a mio figlio ragazzino studente delle medie, che credo gli abbia cambiato la vita: “Tu vai a scuola ed il tuo dovere è studiare, per questo ti chiamano studente, c’è però un altro modo di essere, che fa la differenza. Quelli che studiano e approfondiscono ogni cosa che affrontano, ogni argomento che gli interessi, che non si accontentano delle nozioni e delle informazioni che ricevono, ecco quelli sono differenti e si chiamano studiosi e di questi ce ne sono pochissimi.”
In quel momento ho capito che non avrei potuto insegnare nulla a quei ragazzi, ma avrei potuto far nascere in loro la curiosità, la voglia di saperne di più e questo mi sembrava già una bella scommessa.
Ed è stato facile, come non avrei mai pensato, parlare a dei ragazzi di Palestina, di diritti umani negati, di pacifismo e di impegno, a persone che non sapevano davvero di cosa stessi parlando, ma che non partivano da preconcetti. All’inizio ho fatto due semplici domande: “Quanti di voi sanno chi è Vittorio Arrigoni? E quanti di voi sanno cosa succede in Palestina?” Il fatto che abbia visto alzarsi una sola mano alla prima e tre alla seconda domanda, non mi ha scoraggiato, anzi, mi ha dato la certezza che qualsiasi cosa dicessi per loro sarebbe stata nuova e li avrebbe incuriositi. Mi sembrava di essere Steve Job quando gridava agli studenti “siate affamati di informazioni, non fermatevi mai, non accontentatevi di quello che gli altri vi dicono, usate la vostra testa, approfondite, conoscete e non fatevi bastare mai“.
E stato facile parlare dei sogni dei giovani e del loro impegno per un mondo migliore, perchè ì giovani bene o male sono uguali dappertutto, sia che abitino a Gaza o che abitino a Tel Aviv. In un modo od in un altro si metteranno in contatto e sapranno comunicare tra di loro e che si facciano chiamare GYBO oppure Sministins, la loro voce si alza alta e entra nei cuori di altri giovani come loro e di chi ha un sogno in tasca come Vittorio che è un messaggio universale. Un essere umano che mette a disposizione la sua giovane esistenza per una causa difendendo col proprio corpo la vita degli altri. Chi mette il suo corpo come “scudo umano” é visto allo stesso modo di un cavaliere senza macchia e senza paura, un coraggioso e indomito personaggio che niente e nessuno fermerà, nemmeno la morte.
Ed il gioco è fatto. Non volava nemmeno una mosca. Ed io ero tornata sui banchi di scuola, di quella scuola che non avevo potuto frequentare e che tanto avevo sognato e vagheggiato. Ed io c’ero e stavo parlando a tutti quei ragazzi e loro stavano attenti e riflettevano su quello che dicevo, e lo facevano proprio, e cominciavano a chiedersi come mai fino ad allora non ci avevano pensato, cosa gli aveva fatto credere che non c’era niente da sapere e niente da difendere in quella terra non troppo lontana? Perché la sventura di un popolo é la sventura di tutti. I diritti umani negati sono un affare che riguarda tutti, perché oggi li hai questi diritti e domani chissà.
Ed io ero tornata a scuola, ormai fuori tempo e fuori età, percorrendo quei momenti come fossero i miei ultimi vittoriosi giorni di scuola e non ero sola, ero in mezzo ad altri giovani virtuosi, sia che si tratti di giovani oppressi o di  involontari oppressori. Perchè la cultura della PACE non si trova per strada, si costruisce giorno per giorno con impegno e con volontà. Sono più le cose  che accomunano, di quelle che dividono. Musica, poesia ed arte sono un messaggio comune che trascende la razza e la religione di chi lo espime. In effetti quei ragazzi sembravano ai miei occhi mai più studenti e tutti incredibilmente studiosi. Io credo abbiano applaudito alla fine, ma credo anche che ho imparato molto più io da loro che loro da me.

P.S. Il Gruppo Restiamo Umani con Vik (nel cuore) è stato invitato assieme a Don Nandino Capovilla di Pax Christi a parlare di impegno e solidarietà in Palestina. Il Ginnasio Liceo “Marco Polo” è la più grossa realtà scolastica tra i licei classici di Venezia. La nostra futura tappa sarà il Liceo Scientifico “Giordano Bruno” di Mestre.

Per il nostro gruppo hanno parlato anche:

Francesca Magro, studentessa universitaria, sulla sua esperienza personale e sul suo personale percorso alla comprensione e all’impegno.

Luca Pillon, attivista e “storico” su Vittorio Arrigoni, ha raccontato chi era Vittorio, che testimonianza ci ha lasciato e quali sono le ragioni per un impegno verso la Pace e la collaborazione pacifica in Palestina.

e presenti 300 splendidi ragazzi di tutti gli anni di ginnasio e liceo che hanno risposto con vero entusiasmo e disponibilità, i quali hanno la nostra gratitudine per quello che ci hanno insegnato e per la loro disponibilità di condividere i loro sogni e i loro progetti per il futuro.

Malgrado tutto, ragazzi: Restiamo Umani con Vik nel cuore 🙂

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