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Dalla scuola demolita all’impotenza dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari

In Amici, amore, Anomalie, Guerra, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 20 gennaio 2013 at 18:19

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Strana giornata questa che ci vede toccare con mano la Resistenza pacifica dei Comitati Popolari dei villaggi palestinesi e poi alla fine sbattere il muso sull’impossibilità, ma diciamo meglio la non volontà delle Nazioni Unite, di prendere dei provvedimenti contro un paese occupante che pratica l’ingiustizia, la violenza e l’apartheid.
Continua il nostro viaggio e arriviamo a Mufaqqarah un villaggio beduino sempre sotto scacco delle due colonie che angariano la vita al villaggio di At Twani.
Scendiamo dal pullman e ci dirigiamo verso il villaggio che sta in bella mostra sul pianoro davanti a noi. In mezzo sventola la bandiera palestinese, sopra un cumulo di macerie. Ci avviciniamo ed è facile capire: intorno a noi solo tende tenute malamente insieme e grotte scavate negli anfratti del terreno roccioso. Che ci fa quella bandiera sopra le macerie di una nuova costruzione? E che ci fa quel vecchio seduto sopra le macerie a guardare lontano? Facile risposta: i beduini avevano costruito una casupola per pregare e per fare scuola ai loro bambini, ma Israele non lo permette, tanto più che anche i beduini se ne devono andare, quella è terra destinata alle colonie. E la rabbia monta mentre ci rendiamo conto della povertà di quella gente che ci ospita con gentilezza tra di loro e ci prepara un loro buon tè di benvenuto che ci scalda quanto il sole di questa giornata sulle colline a sud di Hebron.
Il vecchio sembra guardare la distruzione con occhi rassegnati, ma negli occhi dei giovani beduini non c’è rassegnazione, stanno riposando sotto il sole perchè di notte devono costruire il tetto di un’altra costruzione mimetizzata dalle tende. Quanto ci metterà l’esercito a mandare le ruspe per demolire anche quella?
E come un gioco sulla spiaggia, c’è un bambino che costruisce il suo castello di sabbia e l’altro che non aspetta altro per buttarlo giù con la soddisfazione dell’invidia e del diritto a prevaricare.
Ci incamminiamo verso il pullman che ci aspetta sul ciglio della strada principale, ma alla fine della strada che porta al villaggio troviamo un SUV fermo. Luisa si fionda al finestrino e comincia a parlare con gli occupanti, quella benedetta donna non la ferma nessuno, quei due siamo certi che significano guai, ma non sappiamo di che tipo, prendo delle foto dalle quali almeno di veda la targa, ma noi siamo in tanti e loro sono solo due, anche se in pochi minuti arriva una camionetta dell’esercito. Ah il potere del cellulare! Arriva e si piazza davanti al SUV e scendono i soldati armati che vanno a chiedere a quelli del macchinone se per caso noi diamo noia. Noi??? Sì, Luisa effettivamente è pressoche un caterpillar, è molto “pericolosa” e non si sposta di un centimetro, dice senza timore le sue ragioni e se ne viene via soddisfatta. Gliele ha cantate e pagherei una cifra per sapere che cosa gli ha detto. Noto con piacere che i soldati la temono, mantengono quella distanza giusta per non incrociare la sua rotta. Grande donna la nostra Luisa, si capisce che non ha paura di niente e di nessuno e vorrei somigliarle un po’.
Viene presto sera e ci aspettano agli Uffici dell’OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) dell’ONU, e di affari umani in Palestina ce ne sono tanti e il rappresentate ce li racconta tutti, ci mostra le mappe dell’occupazione e quelle del muro, assieme ai numeri delle colonie e a quelle delle ingiustizie e delle leggi ad hoc, un quadro generale che esclude la formazione di uno stato unico con pari diritti e pari doveri e anche quello dei due stati con sovranità territoriale, perchè la Palestina un territorio non ce l’ha più e ogni giorno ne perde un po’ anche di quello che è scritto sulla carta, di quello sul quale il mondo basa l’idea che se l’ANP (Autorità nazionale Palestinese) fosse più ragionevole, più furba, più accomodante potrebbe anche ottenere, con la generosità di America e Israele, il proprio stato.
Ma dove, ma come? Mi vien da gridare, mi sento soffocare. Ma non è possibile, non può essere così. Ma come si fa avere in mano con tanta chiarezza la fine della Palestina e nessuno di queste stramaledette Nazioni Unite muove un solo dito. Un nostro amico fiorentino si alza e lo chiede. Una domanda che può sembrare ingenua: Ma a cosa serve l’ONU se sa tutto questo e non fa niente per bloccare l’avanzata d’Israele?” Il funzionario allarga le braccia. “Siamo profondamente delusi.” E lo siamo tantissimo e usciamo mogi, con la certezza che per la Palestina non c’è nessuna possibilità. Non ci guardiamo fra di noi, non sopporteremmo di riconoscere quello che ci passa per la testa.
Un giorno intero passato nel coraggio e nella speranza di questa nuova forma di lotta popolare palestinese e in un’ora o poco più tutto crolla sotto le macerie della realtà. Dagli accordi di Oslo in poi i palestinesi sono stati abbandonati negli artigli di questo stato che alleva nel proprio seno il seme dell’odio razziale e dell’intolleranza religiosa e che si prende, con la violenza e con l’appoggio internazionale di altri stati marionetta, tutto il territorio che vuole eliminando fisicamente e psicologicamente il popolo palestinese.
E non ci guardiamo, usciamo silenziosi e abbattuti, e io sono incazzata, talmente incazzata che sarebbe difficile abbatteremi, non ci riuscirebbe nemmeno l’esercito più etico al mondo. Di fronte ad un’anomalia e ad una ingiustizia simile reagisco in modo inconsulto. Non provo odio no, non ancora, provo solo il desiderio di tornare e di parlare, raccontare, svergognare, di non farmi mettere in un angolo da nessuno, perchè adesso io so, ho visto e nessuno mi racconterà più la favoletta dell’equidistanza, del diritto alla sicurezza di Israele, mi spieghino com’è che i palestinesi invece possono essere bombardati, sparati, imprigionati, torturati, affamati e angariati al limite dell’umano. Mi spieghino com’è che la loro sicurezza equivale alla distruzione degli altri e chi e perchè a Israele si garantisce l’immunità, sapendo chiaramente che perpetua crimini di guerra, che non applica nessuna delle molteplici risoluzioni ONU, che non rispetta la legislazione internazionale e che occupa dei territori con le armi promulgando leggi e azioni di apartheid giudicate inacettabili ed estreme perfino dal Sudafrica.
E’ cominciato l’anno 2013 ed io sono incazzata, incazzata nera, vorrei piangere, ma penso agli amici di Nabi Saleh, a quelli di At Twani, ai beduini di Mufaqqara, a Luisa, alla loro tenacia e al loro coraggio e mi riprometto che quando tornerò, se tornerò nel mio paese, dedicherò la mia vita a denunciare e rosicchiare quella loro protervia, sarà poco, sarà niente, ma io ci sarò al loro fianco. Io, in questo viaggio, sono diventata palestinese, la loro causa è la mia, la mia dignità è la loro e faticherò, crederò e lavorerò senza perdere mai la speranza. In fin dei conti chi mi autorizza, io così fortunata a non credere più nella loro lotta? Nessuno, nessuno mai.
http://reliefweb.int/country/pse

L’umanità di Napoli

In auguri, Gaza, Giovani, Informazione, personale, politica on 16 ottobre 2012 at 16:43

C’era tutto: il sole, il mare e il cuore dei napoletani!

Napoli è una città bistrattata. Nell’immaginario dell’italiano del nord, questa città è vissuta come caotica, sporca e piena di napoletani. Certo bisognerebbe anche precisare il senso comune di: napoletanità. Una parola sola che racchiude in sé un sacco di aggettivi non del tutto positivi, anzi direi che sono normalmente considerati negativi. Non sto lì a spiegare quanti siano i luoghi comuni che circondano Napoli e i suoi abitanti. Ed invece a me che ci sono stata realmente, ossia che ci sono andata per qualche giorno, senza portarmi appresso i soliti pregiudizi, posso dire che in questo incontro improvvisato, me ne sono innamorata.

Oltre al fatto che Napoli è bella, solare e ci ha pure il mare, questa città è abitata anche dai napoletani che sono una parte importante della sua bellezza e della sua capacità di essere umana.

Ma arriviamo subito al dunque. Venerdi 5 ottobre 2012, dall’azzurro mare che bagna Napoli è arrivato il veliero Estelle, con destinazione Gaza.

La nave Estelle è partita dalla Svezia, il maggio scorso, e di porto in porto ha raggiunto Napoli, come sua ultima tappa, nel viaggio verso Gaza per portare in quell’angolo di mondo dimenticato, la solidarietà di un mondo di umani che vorrebbero mandare un messaggio di pace e di fratellanza.

Probabilmente, merito di un Sindaco, Luigi De Magistris, molto più umano e coraggioso di altri personaggi politici con maggior peso del suo, che ha ricevuto, con allegria e cordialità, l’arrivo del veliero.

Io sono partita da Roma il giorno 6 in un pullman di amici allegri e ciarlieri, tutti diretti a salutare “Estelle” e la sua partenza per Gaza, dopo aver caricato a bordo le reti da pesca, regalo di questa città, ai pescatori gazawi.

Noi si arrivava da Venezia, ma a vincerla tutta è stato un ragazzo palestinese che arrivava da Trieste, non il più a nord, ma almeno quello che veniva più da distante. Ma questo solo nel pullman che veniva da Roma,  perchè invece a Napoli c’era il mondo intero ad aspettarci e a mettersi in marcia, nella manifestazione verso l’Estelle, la cui bandiera svettava mescolata a quelle delle grandi navi da crociera al porto Beverello.

Le polemiche nate, a seguito di questa accoglienza, sono molte e molto spesso corredate da tutti quei pregiudizi che in genere colpiscono anche nel nostro paese: una popolazione invece di un’altra o una condizione sociale invece di un’altra. Il povero Sindaco in mezzo, ma anche tutti quelli che hanno, in queste due giornate, organizzato una specie di festa, con tanti saluti, abbracci e lacrime di vera commozione.

Indicare i 17 pacifisti a bordo di un vecchio veliero carico di reti da pesca, di palloni da calcio e buone intenzioni, come degli antisemiti (ma anche i palestinesi sono semiti e pertanto il discorso non vale) oppure come quelli che danno appoggio ai terroristi, visto che il terrore sembra, per loro, venire solo da quella striscia di terra tanto martoriata e non dal paese con l’esercito più etico del mondo che occupa illegalmente il territorio di altri.

Se Israele è un paese così umano, perchè per la prigionia di un suo soldato e dei razzi fatti col meccano, ha provocato un Piombo Fuso con 1500 morti palestinesi e 5000 feriti e continua a bombardare Gaza, ottenendo per giunta la copertura di nazioni potenti come l’America e l’Europa (con la presunzione di meritare il Nobel per la Pace)? E perchè per la libertà di quel soldato, Israele ha rilasciato 1500 prigionieri palestinesi sfiniti dallo sciopero della fame e dalla burtalità della detenzione? E’ come dire che un solo israeliano vale 3000 palestinesi (più  tutti le perdite chiamate volgarmente “effetti collaterali”).

Ma la polemica è arida e poco produttiva. Con le parole non risorgono i morti e non si risolvono i problemi e  le ingiustizie e pertanto bando ai discorsi e lunga vita ai pacifisti che veleggiano verso Gaza con il veliero da favola dal nome “Estelle”. Se riusciranno a passare vuol dire che anche in quel luogo sta aprendosi la strada una qualche forma di umanità che, a dirla tutta, malattia non è e seppur si trattasse di un virus vorrei che tutto il mondo ne restasse contagiato.

Restiamo umani, che è l’unico aggettivo di cui possiamo andare fieri.

Dalla parte di Vittorio

In Amici, amore, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas on 29 settembre 2011 at 20:36


Cara Silvana De Mari,

leggiamo e rileggiamo quanto ha scritto nella sua “Lettera della Domenica” pubblicata da Informazione Corretta il 25 Settembre (che potete leggere qui).
Rileggiamo (più volte, lo confessiamo) per essere certi che quanto scorre sotto i nostri occhi sia realtà e non un brutto scherzo delle nostre menti. Rileggiamo, nonostante il “taglio editoriale” di Informazione Corretta ci sia ben noto e non dovremmo, quindi, affatto stupirci.
Cara Silvana,
come Vittorio, anche noi crediamo fermamente che la libertà di espressione sia una delle grandi conquiste di questo tempo, almeno per qualche fortunato angolo del pianeta, e che ognuno di noi abbia quindi il sacrosanto diritto di esprimere le sue opinioni. Voltaire, come certamente ben saprà, saggiamente diceva: “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere”. E noi con lui.
Ma, cara Silvana, di fronte a gravissime affermazioni così palesemente false, totalmente soggettive, ma esposte alla stregua di verità assoluta, non basate su alcuna prova o dimostrazione, espresse pubblicamente con il preciso intento di diffamare una persona che non ha più la possibilità di replicare e di spiegarle, punto per punto, tutte le ragioni per le quali, scrivendo quanto ha scritto, non solo rischia di coprirsi di ridicolo, ma anche di compiere un gesto di assoluta volgarità, cara Silvana, di fronte a tutto ciò ci sentiamo in dovere di prendere eccezionalmente il testimone che  Vittorio ci sta porgendo e risponderle.
Ci sentiamo in dovere di dare voce a chi voce non ha più.
Come lui avrebbe fatto.
Come lui faceva ogni giorno.
Silvana,
su una cosa siamo d’accordo: Vittorio è certamente morto con onore, ma altrettanto certamente non per le ragioni a cui lei allude. Vittorio è morto con onore, perché Vittorio ha vissuto con onore ogni singolo istante della sua vita.
Ha conosciuto Vittorio, Silvana?
Ha conosciuto il suo maniacale amore per la verità, la stessa che lei cita nella sempre bella frase di Orwell?
Può trovare le idee di Vittorio discutibili, è assolutamente lecito e comprensibile, ma non può assolutamente permettersi di affermare che abbia commesso in vita azioni riprovevoli e ripugnanti. Non può affermarlo, cara Silvana, perché sa bene di non poterne citare nemmeno una. Non può affermarlo, perché la calunnia e la diffamazione sono intollerabili, specialmente se rivolte a un uomo che non c’è più, ucciso a 36 anni poco più di cinque mesi fa.
Non può affermare che Vittorio vivesse nell’odio.
Vittorio era un uomo pacifico, un giovane uomo che aveva scelto di dedicare la sua vita a quel milione e mezzo di palestinesi segregati nella Striscia di Gaza, innocenti, che non chiedono altro se non di vivere una vita libera, nel rispetto dei propri diritti di esseri umani.
Era un uomo che non aveva bandiere di fronte a cui inginocchiarsi, né quella di Hamas, né quella di Fatah, né quella di Israele; e nemmeno quella italiana. Era un uomo libero, che sapeva riconoscere l’ingiustizia e l’orrore, ovunque si manifestassero. E dovunque le individuasse, ce le raccontava, costasse quel che costasse.
Vittorio soffriva profondamente per qualunque morte, non poteva sopportare la sofferenza altrui, che si trattasse di quella di un bimbo israeliano o di un anziano palestinese.
Non si arroghi il diritto di trasformare la sua opinione in verità, Silvana.
Vittorio non si è mai schierato con il terrorismo. Ha condannato ogni sopruso, ogni violenza, chiunque ne fosse responsabile. E l’ha sempre fatto pubblicamente, scrivendone, parlandone, senza filtri, senza reticenze, ma sempre con una precisione e un’attenzione infinita al rispetto della verità dei fatti che raccontava, attenzione che, purtroppo, non riscontriamo in buona parte del giornalismo italiano.
Vittorio non si è mai schierato con il terrorismo.
Fare da scudo umano per difendere i contadini che, tentando di lavorare i loro campi, vengono quotidianamente cecchinati dai soldati israeliani, equivale a schierarsi con il terrorismo?
Fare da scudo umano per proteggere i pescatori che, tentando di procurarsi in mare quanto necessario per sopravvivere, vengono puntualmente attaccati da navi da guerra israeliane, equivale a schierarsi con il terrorismo?
Vittorio stava dalla parte dei deboli. Dovunque  fossero.
Silvana, non confonda i tasselli di un mosaico già abbastanza complicato di per sè. E soprattutto non lo faccia cercando di strumentalizzare a beneficio della sua propaganda la memoria di un uomo certamente imperfetto, come tutti noi, ma straordinario per il suo equilibrio di giudizio e la sua coerenza.
Non si spinga, poi, oltre a quella delicata linea che separa la decenza e il pudore dalla terra di nessuno in cui tutto è permesso, facendo addirittura allusioni al corpo e all’autopsia di Vittorio. Fingeremo di non aver nemmeno letto. Non si avventuri su un terreno di cui non conosce nemmeno un millimetro e ricordi che in certi casi tacere è sempre la scelta migliore.
Vittorio ci ha insegnato che le parole contano, che le parole hanno un peso, che le parole sono sacre, che le parole possono essere un’arma che, come tale, va usata con intelligenza e onestà. Lo ricordi, Silvana, prima di fare nuovamente affermazioni la cui veridicità non potrebbe mai sostenere seriamente.
Vittorio ha sempre detto la verità e, forse, è morto per questo.
Ma nessuno deve e può permettersi di usare la sua vita, la sua memoria, la sua morte come strumento che aiuti a dare risalto alle proprie opinioni. Perciò, Silvana, le esprima, liberamente, ma lasci in pace Vittorio.
Che la pace, ora, speriamo davvero sia riuscito a trovarla.

I familiari e gli amici di Vittorio.
ed io sottoscrivo questa lettera, parola per parola, e mando un abbraccio immenso alla sua famiglia e alla cara Marele
.

Lettera pubblicata su Facebook

Dieci anni e sembra ieri

In Anomalie, Antifascismo, La leggerezza della gioventù, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, Pietas on 20 luglio 2011 at 11:01

Quel giorno di luglio mi ero svegliata con uno strano senso d’ansia dentro, che non sapevo spiegare. Mio figlio aveva da poco finito la scuola e per fortuna avevano deciso di partire per un viaggio studio in Inghilterra. L’ansia poteva essere legata al fatto che non amavo saperlo lontano, ma mi adattavo da brava madre. Tutto sommato il fatto che non andasse a Genova per il G8 mi faceva sentire un po’ meno preoccupata per lui. E proprio da questa riflessione mi era venuto il dubbio che fosse proprio per quella grande manifestazione che mi stavo facendo delle paranoie. La verità è che quando si ha figli, anche gli altri figli sconosciuti, di altri genitori sconosciuti, diventano in qualche modo figli tuoi. Nel pomeriggio ho acceso la tv per seguire la diretta. Il caldo torrido da tutte e due le parti e la luce accecante. Una marea di ragazzi: uomini e donne dai quali si percepiva chiaramente la tensione di un giorno che non sarebbe stato come un altro. Un giorno luttuoso. E se ci scappasse il morto? Pessimismo di madre, mi ero detta. Cosa vai a pensare. Non saranno così irresponsabili da creare una situzione così pericolosa. E questo pensiero non lo dedicavo certo a chi faceva la manifestazione. Guardavo le forze dell’ordine, nere e spaventose come anomalie subumane che frequentano i nostri incubi peggiori. Attenti alla provocazioni! Mi dicevo e soffrivo di quella tensione e del calore infame di quel sole.
Passo a passo la folla diventava più grande e ammassata. Non ricordo più se gli scontri erano già iniziati oppure se solo ne stavano parlando, non ricordo più nemmeno le parole, ricordo solo le cariche di quelle inquietanti figure nere, la loro violenza e la loro determinazione. E tutto si confonde e la massa di gente sbanda, si ritrae, c’è chi scappa, chi risponde lanciando sassi. La polizia picchia e picchia duro. I lacrimogeni nascondono le immagini. I fantasmi colorati si contraggono, i neri aprono varchi, isolano, picchiano. E ogni strada sembra pullulare di gente che scappa e di uomini travestiti da mostri che li inseguono. Li chiudono dentro a vicoli e piazze. Li massacrano.
Io ho il fiato sospeso da un pezzo. Non voglio vedere eppure non riesco a togliere gli occhi. Per fortuna mio figlio è lontano. Strano egoismo di madre. Se lo sapevo lì, sarei sicuramente morta. Ma lì c’erano gli altri miei figli e non potevo allontanarmi, nemmeno per bere un bicchiere d’acqua. Se lo avessi fatto sarebbe potuto succedere di tutto. E succedeva di tutto. Ore di angoscia davanti a delle riprese reticenti. A giustificazioni poco plausibili. La colpa solo da una parte. Essere giovani e velleitari… la colpa peggiore. I Black Bloc, di loro non sapevo, erano vestiti di nero e mi parevano più poliziotti che dimostranti. Erano arrivati in massa. Ma se li avevano visti arrivare perché non li avevano fermati? Ne avevano fermati tanti alla stazione, al valico di frontiera, perché loro no? Solito cercare il complottismo anche dove non c’è. Spero che almeno loro saranno responsabili. Ed invece la responsabilità quel giorno non c’era. Non c’era nessuna volontà di far andare le cose per una strada ragionevole. Si doveva fermare il movimento e qual era il posto migliore se non nel nostro paese? Ed il morto ci fu, quasi in diretta televisiva, e quel ragazzo in canottiera riverso per terra mi straziava il cuore, il suo sangue scuro mi bruciava l’anima. Ho pensato a tutti i suoi sogni perduti. Ho sofferto il dolore di suo padre e di sua madre, quello dei suoi amici, quello di tutte le madre deprivate di un figlio. Ho pianto e ho gridato dentro al cuore: “Assassini!” Ma non sarebbe stato l’ultimo grido. La carneficina sarebbe continuata e continua ancora. L’avremmo vista alla Diaz, a Bolzaneto e ancora per le strade, ne avremmo avuto pieni gli occhi e la testa. Il morto lo avete avuto, perchè cercarne degli altri? E dopo di allora nulla è più stato uguale. E’ stata uccisa l’innocenza e dopo di allora tutto è stato avvelenato ed intossicato.
Dieci anni e sembra ieri, anche perché proprio ieri, di fronte a gente che voleva essere ascoltata e che chiedeva giustizia, si sono presentate le stesse dinamiche, la stessa volontà. Stavolta lo sfondo non era il mare, ma i monti, comunque lo stesso copione e le stesse immagini. E ho tremato ancora.
Sabato, la vecchia madre che ha pianto davanti a quelle immagini ha preso su il suo coraggio e la sua voglia di non farsi schiacciare e andrà a Genova. Anch’io ci sarò assieme al mio vecchio e imbattibile compagno. Ci confonderemo tra la folla e grideremo insieme agli altri. “Carlo vive“.

Ingresso negato

In Gruppo di discussione politica. on 18 luglio 2011 at 8:09

Lettera pubblicata nel blog di Rough Moleskine
sabato 16 luglio 2011
ENTRY DENIED e l’identificazione degli attivisti solidali con il Popolo Palestinese

Mentre dalla Palestina occupata giungono rumors sulla identificazione degli attivisti aggregatisi all’iniziativa “Welcome to Palestine”, identificazione da parte dell’Autorità Palestinese (…), ricevo e pubblico un messaggio da parte di chi invece ha sperimentato l’ennesimo ENTRY DENIED.

Amman, 15 Luglio 2011

“Entry Denied: Israele, l’unica democrazia del Medio Oriente”

Care lettrici e cari lettori.

Non basta che il governo di Netanyau abbia bloccato la partenza di centinaia di attivisti non violenti che cercavano di raggiungere la Palestina senza mentire sul vero proposito della loro visita in “Israele”. Non basta che coloro che sono riusciti ad arrivare, richiedendo di visitare i territori occupati, siano stati deportati e rinchiusi in carcere, in attesa di essere espulsi. Il governo israeliano non è stato solamente molto attento e efficace nell’impedire l’entrata di centinaia di persone di tutte le età che avevano aderito all’appello della campagna “Benvenuti in Palestina”, organizzata da varie associazioni pacifiste palestinesi e israeliane, ma l’accesso è stato negato a ogni sospetto attivista che abbia tentato di entrare in Israele attraverso gli stati confinanti.

Sono da molti anni un’attivista per i diritti umani del popolo palestinese. Ma sono stato in Israele/Palestina per la prima e ultima volta nell’estate del 2003, partecipando alla campagna contro il muro dell’apartheid con il movimento a cui ancora tutt’oggi faccio riferimento: l’International Solidarity Movement (www.palsolidarity.org), lo stesso di cui faceva parte l’amico Vittorio Arrigoni. Dopo otto anni ho tentato di tornare in Palestina passando dalla Giordania e il governo israeliano mi ha impedito l’accesso, stampandomi sul passaporto un ENTRY DENIED con due grosse line rosse, di cui comunque vado fiero. L’11 Luglio sono atterrato a Amman e il 12 mi sono recato al posto di confine di Kin Hussein Bridge. Dopo essere stato separato dal mio zaino, dopo vari controlli e interviste che si sono susseguite e intensificate, dopo ore di attesa una giovane militare mi restituisce il passaporto dicendomi: “Lo sai che te ne torni in Giordania vero?” Ho fatto presente che nelle quattro ore di attesa non ero stato informato. Alla richiesta di spiegazioni mi risponde: per “ragioni di sicurezza”. Quale sicurezza? Rappresento un pericolo per la sicurezza di Israele? In che modo? Recuperato il mio zaino chiedo di di essere accompagnato da un responsabile che sia in grado di fornirmi maggiori delucidazioni sui motivi di questa decisione. Un’altro militare, superiore in grado, azzarda una spiegazione, chiedendomi se io non mi ricordi che cosa ho fatto nel Dicembre 2004. Io rispondo che mi ricordo benissimo, infatti ero in Inghilterra per un corso di studi. Ma non importa, sarà stato prima o dopo, afferma con molta precisione la soldatessa.

Il militare fa riferimento a quanto accadde nell’estate del 2003 quando fui arrestato con altri attivisti internazionali in un villaggio della West Bank cercando di proteggere una famiglia palestinese dalla distruzione parziale della propria casa, che si trova oggi, come centinaia di altre, schiacciata tra una colonia (quindi barriere e cancelli) e il famoso muro con cui Israele si protegge dai “terroristi”? Avendo praticato sempre e solo tecniche di resistenza nonviolenta, in che modo dunque posso io essere considerato un pericolo per lo stato di Israle? Nessuna risposta. La soldatessa non può dire che chiunque metta piede, per qualsiasi ragione in Palestina, è di fatto un nemico, in quanto in grado di osservare, capire e soprattuto raccontare al mondo intero gli effetti devastanti dell’occupazione israeliana.

Questa esperienza mi ha fornito anche l’opportunità di vivere ciò che palestinesi, provenienti dal mondo intero, vivono ogni volta che vogliono tornare nel loro paese di origine. Emigrati che da anni vivono all’estero e che vogliono salutare la famiglia, festeggiare un compleanno, come un americano che torna in Palestina ogni estate e che ogni volta aspetta ore per poter entrare. Famiglie con bambini anche piccoli che, per visitare per due soli giorni i parenti in Cisgiordania, subiscono ore di controlli e interviste.

Ho visto lo stupore incredulo nello sguardo di due giovani, in attesa di passare la frontiera, quando mi hanno visto tornare accompagnato dagli addetti della sicurezza. Ebbene sì, mi rimandano indietro, mi trattano come una bestia, come trattano tutti i Palestinesi alla frontiera o a qualsiasi check point nei territori occupati. Passando sono riuscito a dir loro “We are all palestinians”. Non hanno potuto alzare le classiche due dita in segno di vittoria, né intonare un coro, ma la tristezza nei loro occhi ed il sorriso dopo aver sentito la mia frase mi hanno fatto sentire meglio.

La presenza di internazionali in Palestina ha infatti anche solamente l’effetto di non farli sentire soli.

L’ampiezza della repressione contro le centinaia di attivisti che hanno cercato di raggiungere la Palestina tra il 7 e il 9 lulio 2011 (che ha suscitato perfino e incredibilmente la critica dei media israeliani più noti) e contro quelli che cercano di farlo in qualsiasi momento e da qualsiasi confine, non è sufficiente a scoraggiare coloro che continuano a battersi in modo non violento per i diritti di un popolo accogliente e dignitoso come quello palestinese. Questo dovrebbe stimolare a visitare il paese e a conoscere i palestinesi. Risulta infatti molto più facile entrare in Israle passando da Tel Aviv per chi lo fa per la prima volta, semplicemente raccontando che ci si reca in terra santa per visitare i luoghi sacri o andare nelle spiaggie a fare il bagno..

Io comunque sono andato in Palestina e spero che lo facciate in tanti.

Verra’ il momento in cui si potra’ visitare liberamente la Palestina come nazione libera e indipendente. Dobbiamo lottare anche perchè questo avvenga.

In solidarity,
Simone Brocchi

PS: Una curiosita: su due dei tre “stamps” che le autorità israeliane hanno impresso sul mio passaporto, ben due recitano ENTERY DENIED, in un inglese palesemente incorretto!

La notte della rete – Diretta Streaming

In Blog, Informazione on 5 luglio 2011 at 18:19


Online video chat by Ustream

Roma e migliaia di bandiere, con Vittorio nel cuore.

In Amici, Gaza, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 16 maggio 2011 at 10:30

con vik nel cuore

Sabato c’ero anch’io! Anzi per la verità c’eravamo anche noi ed eravamo in tanti, davvero tanti, gente varia, da molte parti d’Italia, gente diversa, ma con un’unica parola d’ordine: “Restiamo Umani”.
Vittorio ci ha accompagnato passo a passo lungo tutto il corteo che man mano procedeva, si ingrossava sempre di più fino a diventare un mare di bandiere con i colori della Pace, della Sofferenza, della Volontà e della Cooperazione.
C’è una nave che salperà anche dall’Italia e che condurrà verso Gaza gli sforzi di chi desidera portare aiuto ad un popolo prigioniero e diseredato della sua dignità prima ancora che della sua patria.
Noi c’eravamo. Io, Mario, Daniela, Iris, Stefano, Sonia e pure Paolo il piccolino con la Bandiera palestinese piccola per le sue ridotte dimensioni. Tutti amici che si sono dati appuntamento e che si sono rivisti con gioia. Con entusiasmo abbiamo percorso la lunga strada che da Piazza della Repubblica ci ha condotto a Piazza Navona. Un corteo festoso che non ha neppure degnato di uno sguardo lo schieramento dei poliziotti preoccupati di difendere l’indifendibile: un governo corrotto e senza dignità che ci chiama quotidianamente terroristi, sporchi e comunisti.
Che c’importa se ci dileggiano ciò che conta è che dimostrano quotidianamente anche la paura che non sarà sempre così. Un giorno anche noi rialzeremo la testa e ci libereremo anche di questo oltraggio. Ma sabato no, era altro che volevamo raccontare. Volevamo rendere evidente una verità che quotidianamente viene nascosta e manipolata. Chi ha il potere e il denaro viene sempre e comunque rispettato. Chi è umile e povero possiede una vita che non ha valore, dei diritti che non devono per forza essere rispettati, i suoi figli possono essere martoriati e uccisi. Vittorio questo lo sapeva e ha cercato di farcelo conoscere rischiando ogni giorno la vita, per quegli umili e anche per noi stessi e per la nostra dignità.
Vauro Senesi ha ragione: Noi siamo responsabili perché Vittorio è morto, noi più degli altri perchè sapevamo, perchè, pur consci del pericolo, lo abbiamo lasciato solo nella lotta. Questo è quello che molti di noi non si perdonano. Io prima degli altri. Vittorio era un amico e non ho mai fatto abbastanza per difendere le sue e nostre idee. Non ho saputo fare da scudo umano di idee contro le menzogne ad uno scudo umano che rischiava ogni giorno la sua vita per quei derelitti vivi, future vittime di un nuovo genocidio e per quelli morti che non si possono dimenticare.
Mi sono fatta una promessa: difenderò con le unghie e coi denti e con le poche armi dell’informazione che sono in mio possesso il nuovo viaggio di pace della “FREEDOM FLOTILLA 2” che cercherà di forzare ancora una volta l’assedio israeliano di Gaza. Voglio con tutte le mie forze che certi scempi non siano più commessi in nome di un falso diritto alla sicurezza che viene sancito dalla prepotenza di un governo senza scrupoli nel favorire i propri diritti calpestando quelli di un altro popolo. Voglio che la pace sia fatta senza avanzare scuse alcune e senza vessare una parte a favore del più potente.
Ma adesso basta, non volevo fare un comizio, volevo solo raccontare di una giornata di sole dove i colori prendevano risalto e i sorrisi erano più luminosi che mai. Ho vissuto una giornata stupenda assieme ad amici stupendi che mi hanno fatto sentire veramente umana, umano è, in questo caso, un termine che non ha avuto quel valore di limite che in genere gli si dà. Essere umani è restare deboli ed indifesi nei confronti delle offese della vita. Restare umani e esserlo invece è, per me, quel valore aggiunto che sabato mi ha fatto stare bene con gli altri e con me stessa. Ringrazio i miei amici e tutti i partecipanti della manifestazione di appoggio alla FREEDOM FLOTILLA 2 e Marele e il grande Vauro per l’emozione che mi è stata data e concludo con le parole del nostro Vik: malgrado le brutture e le ingiustizie del mondo, amici “Restiamo Umani”.

Il ragazzo col ciuffo

In Anima libera on 5 aprile 2011 at 13:24

Foto BN dopo il terromoto del 1960 in CilePremessa alla parte diciassettesima
Ci sono anni in cui ogni giorno sembra durare tutto un anno. Dove ogni ora e diversa dall’altra. Dove ti sembra che il tempo rallenti, quasi si fermi. Che si riempia la vita di vita. E, allo stesso tempo, le cose scorrono. E corrono. Ti sembra di non poterle fermare. Di non saperci stare dietro. Sarà forse una questione d’età. Questo è uno di quelli. Ho la sensazione di invecchiare. Ho la sensazione di non riuscire a mordere la vita. Ad affondarci davvero i denti; nella vita. E sono giorni di emozioni. Di emozioni intense. Di desideri. Di esaltazioni. Di sconfitte. E il mondo cambia da solo. Per proprio conto. Amo le persone. Amo le cose. Amo i fiori. Mia madre. Il mio fratellino. Qualche amica che ha bisogno di protezione. Amo l’amore. Anche quello che non conosco. Tutto questo non mi basta. Vorrei qualcosa di più. Lo so che devo crescere. E crescere ancora. Ch’è presto. Vorrei essere amata. Non sono certa ma sento che lo vorrei. Amata per quello che sono. Col profondo desiderio di amare qualcuno o qualcosa. Ho sempre cercato qualcosa di più. Qualcosa di tutto mio. Mi sento rifiutata. Questo mi fa star male. Non mi basta sapere che non sono sola. A volte la notte ha troppi silenzi. E io troppa confusione in testa. Lo so che il mondo è sorriso e pianto. E’ gioia e tragedia. Sembra non conosca sfumature. Tremo anche per la fragilità della vita. Sembra così facile morire. Su tutto, soffro di vedere e non capire la brutalità degli uni contro altri. Io vorrei sentirmi sicura. Sicura dei miei sentimenti. Delle cose che mi circondano. Ma è tutto precario. Sono incollata lì, come fossi una mosca spiaccicata sul muro. La mia vita non ha senso. Sono ancora troppo piccola per questo mondo. Vorrei amore, ma l’amore che cos’è?

Scorre l’anno 1960 ed io non so ancora bene cosa sono. Per crescere cresco. Mai quanto vorrei. Ho fretta. Tutti sembrano averla. E’ una sorta di attesa. Ma poi perché guardare solo me? Cercare il mio ombelico? Succedono cose intorno che valgono molto ma molto di più. Mi sembra stupido rapportare tutto a me stessa. Come se il mondo fosse uno specchio. Invece… troppe notizie sono solo confusione. E non riesco a prendermi tutto sulle spalle. Ogni responsabilità. Mi sembra ancora più stupido tremare per la paura della morte, se poi anche su questo non puoi nulla; nulla tranne sperare nella propria fortuna. Spesso mi chiedo cosa sarei disposta a dare per salvare la vita degli altri, o anche solo per rendere la vita più facile a chi ha meno. Saprei trovare il coraggio? Tutti questi ragionamenti da dove vengono? Da questa cavolo di scuola religiosa? Forse no. Certo ne sono influenzati. Se vai col lupo…
Forse è il male dentro. La fatica di vivere. Non ne sono contenta, ma qualcosa da salvare c’è. E comunque la considerazione che si acquisisce del prossimo. Vorrei poterlo amare questo mondo. La domanda di cosa sarei capace per un’altra persona me la pongo spesso. Non posso essere certa. La verità non l’ho mai guardata in faccia. Fissa negli occhi. E quella domanda è tornata, dolorosa, quando le suore ci hanno parlato di Loredana. Loredana è una ragazzina di 12 anni. Vive in campagna ed è ammalata molto seriamente. Ci hanno spinto a fare collette e a raccogliere fondi. Fondi per mandarla a Lourdes. Se è per quello mi sono data da fare, ho raccolto una bella cifretta. Sono perplessa: non è che invece di un viaggio a Lourdes sarebbe meglio la mano di un ottimo dottore? Quelle, le suore, dicono che è un male incurabile, Non dico che non sia vero ma quando ce l’hanno presentata m’è parsa una bambina in buona salute. Sarò la solita diffidente, comunque per la vita di quella bambina darei un occhio della mia testa, però a guardarla m’è venuto il sospetto che forse forse le suore ci marciano… ma no dai, cosa vado a pensare.
Ecco! torno a parlare delle cose che mi capitano quotidianamente, che mi riguardano, non è giusto, ritengo giusto invece spaziare più in là. Vorrei occhi per vedere tutto. Vorrei capire tutto. Ed ecco che la sto già appallottolando quando mi colpisce la notizia. Dispiego le pagine umide. Un terremoto terribile che nessuno potrà più dimenticare.¹ E un’onda enorme, senza nome che ha attraversato l’oceano.² Corro a vedere dov’è quel paese sull’atlante. Alla televisione le immagini sono ancora più allucinanti. Non è più terra. E’ solo fango. Con quel senso largo di impotenza. Sullo schermo la distruzione assoluta che ha lasciato dietro di sé è ancora più drammatica. E si trattava solo di vecchie baracche di legno. Prima di questo enorme deserto. Di terra e fango. E dove qualcosa è rimasto in piedi è piegato come in ginocchio. Piegato a piangere su se stesso. Come un castello di carte; di carte da briscola. Povera gente. Erano già poveri prima, adesso sono proprio senza niente. Non hanno che lacrime. Quelli fortunati, che hanno ancora la vita. O qualcuno da piangere. Ma è vita? Con gli occhi sbarrati. Ogn’uno a trascinare i propri fantasmi. I ricordi. Quello che non c’è più. L’orrore. E dove c’erano quelle baracche ora c’è il nulla.
Torna alla mente la domanda: cosa vorrei fare per loro? Partire e cercare di aiutare? Scavare con le mani sotto le macerie fino a farle sanguinare? Accudire i bambini perduti? Io coi bambini ci so fare, e ho anche tanta buona volontà. Stare qui a guardare quello che succede e non poter agire mi fa sentire impotente. Inutile. Triste. Male. Ma non mi lascia mai quella sensazione di essere poco amata. Ho il dubbio che i miei mi abbiano adottata. Senza volermelo dire. Con Ernesto sono molto più gentili. Lui sì che sembra proprio figlio loro. L’unico. Non che sia gelosa. Credo di non sapere cos’è la gelosia. Se fossi adottata io lo dovrebbe essere anche il Piccoletto. Ma lui non lo è di sicuro. E’ nato sotto i miei occhi. Beh! quasi. Comunque ero lì. Nell’altra stanza. E ho sentito bene il suo primo grido. Quel vagito. Beh! sicuramente, non sentirmi dei loro, è solo una sensazione. Come lo è sentirmi incompresa dagli altri; dagli adulti. Mica che ci conto troppo. In fondo non m’importa. Certo sarebbe tutto più semplice se potessero capire, se fossero almeno quel minimo intuitivi. Basterebbe più gentili. Ma il mondo dei grandi è proprio un mondo di nani. Di ciechi. E di violenze. L’Italia sembra sia impazzita. Cosa serve illudersi? Dalle rape non si può cavare niente.
Poi mi è successo un fatto strano, ma magari non è così strano come credo io. E’ per questo che lo voglio raccontare. Stavo andando verso il negozio di mio padre che è nel tragitto per andare a scuola. Era un giorno come un altro. Davanti ai giornali ci stava un ragazzino. Gl’occhi sbarrati; fissi. Non molto più grande di me e con un’aria imbronciata come se… insomma come se avesse bevuto una medicina amara. La cicuta. Prima ancora di vederlo ne ho sentito la voce, disperata. “Prima Palermo³, poi Genova4, e ancora Licata5, e poi Roma6, e adesso… non ne hanno mai abbastanza quelle bestie”. Ero soprapensiero. Avevo letto nei giornali, che passavano per casa, alcune notizie che riguardavano le manifestazioni. Mi ero detta: ma come si fa picchiare gente che esprime solo delle idee? Magari saranno diverse dalle tue, ma sempre idee sono. Certo che però le idee dei fascisti non mi va mica tanto che vengano espresse. Hanno già fatto e parlato tanto e non mi sembra che si meritino di parlare ancora. E poi non fanno parlare gli altri. Perciò non capisco perché la polizia meni gli altri in difesa di questi signori. L’Italia non l’ha già  fatta la Resistenza? Ma a Roma c’era scappato il morto. Come si fa ad ammazzare un uomo? Un uomo proprio come te. Insomma andavo da mio padre e avevo buttato l’occhio all’edicola dove c’erano esposti i giornali con i titoli su Reggio Emilia.7 Cinque morti. Tutti i nomi. Uno dietro l’altro.8 Sembra una guerra. «Cinque assassinati dalla polizia a Reggio – Via il governo del fascismo e della violenza per riportare il paese al progresso e alla distensione – La CGIL ha proclamato per oggi uno sciopero generale di protesta»9. E quel ragazzo leggeva attentamente i titoli. E ripeteva quei nomi. Come fossero suoi amici. E forse lo erano. Io le cose non le so tutte, ma quelle morti mi parevano proprio brutte e tristi. «Cinque morti e decine di feriti a Reggio Emilia – Luttuoso epilogo di una nuova dimostrazione comunista contro le forze dell’ordine»10. Ma possibile che la passione politica arrivi a questi estremi? Può? Persone ammazzate così. Per strada. Come cani. I ragazzi con la maglietta a righe. Provavo una pena. No! una rabbia. Ero furibonda. Mi sono trovata incazzata insieme a lui. Con lui. Per lui.
Mi aveva colpito anche perché aveva il ciuffo. L’ho già detto che mi piacciono i ragazzi col ciuffo? Ma il suo ciuffo era di capelli lisci che gli scendeva sugli occhi. Capelli che lui risistemava con la mano sbagliata. Con la sinistra portandoli verso destra. Ed è stato proprio mentre si risistemava i capelli che gli ho visto gli occhi: verdi, arrossati, come se stesse per piangere. Come due pietre ma colore del mare. “Porci assassini. Ci ammazzeranno tutti”. Piangeva. “Non vi potremo mai dimenticare”. Non capisco perché si dice che non è bello vedere un uomo piangere? Io a vedere quel ragazzo intento a leggere i titoli sul giornale e con le lacrime agli occhi ho provato un grande sentimento di amore e di partecipazione. Sono certa che lì per lì se mi avesse chiesto un bacio glielo avrei dato subito. L’avrei consolato con le mie carezze e gli avrei detto che tutto sarebbe andato bene, che non si doveva preoccupare. Era solo un ragazzo ma mi sembrava già un uomo. Lo confesso, se un giorno mi dovessi innamorare di un ragazzo, vorrei che avesse gli occhi verdi; e che sapesse piangere. Vorrei che assomigliasse a quel ragazzo. Ovviamente piangere di cose importanti, come le vittime di un terremoto oppure i morti di Reggio Emilia. Non certo per cretinate come un giocattolo rotto oppure le stampine doppie della raccolta dei calciatori. Sarà il ciuffo, ma io un ragazzo così quasi quasi… no! io non mi sposerò mai.


1] Il 22 maggio si abbatte sul Cile il terremoto più forte del XX secolo, con magnitudo 9,5 gradi della Scala Richter. Il maremoto generato dalla scossa tellurica, oltre a distruggere tutti i villaggi lungo 800 km di costa, percorre 17.000 km e arriva fino in Giappone, dall’altra parte dell’Oceano Pacifico.
2] Allora nessuno ancora le aveva sentite chiamare tsunami.
3] 27 giugno – Palermo: durante lo sciopero generale indetto da Confederazione Generale Italiana del Lavoro, CISL e UIL per sollecitare misure a favore dell’economia della città, l’intervento della celere causa 30 feriti.
4] 30 giugno – Genova: scontri tra manifestanti e reparti della celere durante un corteo antifascista in occasione del congresso MSI. 83 persone rimangono ferite.
5] 5 luglio – Licata: duri scontri tra polizia e manifestanti nel corso di uno sciopero generale per l’occupazione e contro il carovita. Muore il giovane esercente Vincenzo Napoli, colpito da una raffica di mitra.
Ravenna: l’abitazione del partigiano e senatore del Partito Comunista Italiano Arrigo Boldrini viene data alle fiamme.
6] 6 luglio – Roma: manifestazione antifascista a Porta San Paolo. Polizia e carabinieri caricano duramente i dimostranti: numerosi feriti, tra cui alcuni deputati.
7] 7 luglio – Strage di Reggio Emilia: nel corso di una manifestazione di protesta per i fatti di Roma del giorno precedente la polizia spara sulla folla, uccidendo cinque dimostranti.
8] Afro Tondelli (1924), operaio di 35 anni. Lauro Farioli, 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bimbo. Marino Serri, 41 anni, partigiano della 76a brigata. Ovidio Franchi, un ragazzo operaio di 19 anni. Emilio Reverberi, 39 anni, operaio, era stato licenziato perché comunista nel 1951 dalle Officine Meccaniche Reggiane, dove era entrato all’età di 14 anni.
9] Dall’Unità dell’8 luglio.
10] Da il Resto del Carlino.

Per esempio

In Anima libera on 14 marzo 2011 at 13:59

Disegno colorato sulla libertà di informazione: volto di donna fatto di natizie di giornale con bavaglio sulla bocca

Premessa alla parte sedicesima
Era come una fame. Avevo una voglia irrefrenabile di conoscere. Leggevo tutto. Tutto quello che mi passava per le mani. Mi sembrava che solo attraverso le parole potevo crescere. L’informazione è tutto ma non tutto è informazione. Meglio qualche volta diffidare. Perché non tutto è vero e spesso non c’è una sola verità. E non siamo tutti uguali. Volevo crescere ma non sapevo bene a cosa andavo incontro. Per crescere sono cresciuta e, nel frattempo, ho perso un sacco di cose. Che rabbia. Pensi di acquisire sempre e continuamente dati e di immagazzinare informazioni e non ti accorgi che tutto questo va a scapito della conoscenza naturale delle cose, dell’istinto e della preveggenza. E poi qualcosa anche lo dimentichi, magari poco. E’ triste, si allungano le gambe e le braccia, cominci a prendere le forme che sono destinate al tuo sesso, formuli il tuo cervello nella modalità utile alla vita sociale mentre lasci per strada la tua bussola originale, il tuo coraggio primordiale e le tue idee esplosive, che nessun ostacolo osava fermare. Ma che cazzo mi aspetta al di là delle pastoie di questa mia stupida infanzia? Non ci posso credere… ho perduto la strada e non vedo nemmeno più la luce dal culo del buio.

Chi lo dice che durante l’infanzia si pensa poco e ci si diverte tanto? E’ una baggianata. Una leggenda. Una corbelleria per nascondere che è proprio in questo momento della vita dove si formano le basi della propria filosofia. Sì! va beh, a rigor di logica non dovrei sapere cos’è la filosofia. E tante altre cose. Ma io le so e basta. E anche se non ne conosci il nome, è proprio in questo momento storico della tua vita che i pensieri percorrono i sentieri del sapere e del sentire e dimenticando se stessi si elevano a pensiero puro. Cazzo! sto correndo il rischio di prendermi sul serio.
Inutile raccontare i fatti. Solo i fatti. Unicamente i fatti, nudi e crudi. L’esperienza della scuola, i rapporti con chi ti sta intorno, la fatica della famiglia sono solo appendici esterne. Capire come affronterai il futuro è invece un esercizio che, seppur non avulso dalla realtà contingente, dovrebbe almeno tener conto di ben altri elementi. E poi c’è quella persona che corre dentro di te. Che ha sete. Che ha voglia di vedere. Il piccolo esploratore; della vita e dei sentimenti. Sarà stupido ma c’è pure il piacere di tenere il Piccoletto in braccio. Piccole e grandi soddisfazione. E piccoli ed enormi dubbi.
Innanzi tutto, pensare è l’esercizio più scandaloso che mi riesce di fare. Non appena gli adulti se ne rendono conto, mi guardano con sospetto. I bambini, invece, pensano solo che sono umorale ed estrosa. E il pensiero è bello, leggero, illuminante, ma allo stesso tempo mi imprigiona alle responsabilità. E’ mia la responsabilità di cambiare il mondo, me ne rendo conto, visto che ci sto pensando da sempre. E’ mia la lotta che ogni giorno mi aspetta. Ma come si fa a cambiare il mondo? Da dove cominciare? Quello è nato così com’è: rotondo. Certo bisogna sovvertire le idee dal principio, ma… cavolo se è dura!
Facciamo un esempio: le suore pensano che ballare il rock-and-roll sia peccato. Sapete la musica americana, quella di Elvis, per dire? Ecco, chi glielo leva dalla testa che ascoltare quella musica non ti fa peccare, ma mette solo in fibrillazione le gambe, le braccia e lo stomaco? Sarò io ma penso abbiano uno strano concetto di peccato. E poi: chi è senza peccato… insomma quella cosa lì. Ché il peccato è l’anima del commercio. Insomma mai ho sentito che muoversi a tempo di musica sia una faccenda diabolica. Ammesso e concesso che il diavolo esista e non sia solo una favoletta per tenere buoni i bambini e gli adulti creduloni.
In effetti penso che anche mia mamma non ci creda troppo, non che non sia credulona, è solo che lei vive in un mondo che si adatta alla realtà. Insomma più che credere fideisticamente (che parolone mi escono) in qualche cosa, cerca di non scontrarsi con forze avverse. Per dire: mi manda a messa solo perché altrimenti potrei scontrarmi con le ire divine. Una sorta di atto scaramantico. Meglio non attirare l’attenzione. Profilo basso; questa è la sua filosofia. Mentre mio padre fa il dittatore. Troppo facile con una come lei. Lui è incapace di percepire la sua tristezza e delusione e gli fa comodo non tenerne conto. Per lui esistono solo le funzioni prestabilite. La maschere e i ruoli.
Con mia madre gli riesce bene, è con me che si accorge che il gioco si fa duro. Le sta provando tutte, ma non ne funziona nessuna. Più si intestardisce a cercare di sottomettermi e più gli scappo di mano. Scuote la testa senza crederci. Eppure sono una femmina e sarebbe il mio destino ubbidire. Col cavolo che ci sto. O cede lui oppure scappo di casa, anche se questo vorrebbe dire lasciare il piccoletto, indifeso, in quelle mani inconsapevoli. Lui me lo dice sempre: “Sorellina, io sto con te, qualsiasi cosa succeda!” Sono fiera di lui. Azz… non posso portarlo con me se scappo, altrimenti non posso più essere libera di patire la fame e gli stenti, perché se scappo non so proprio dove andare, neanche il nonno mi potrebbe aiutare. La clandestinità non è un bel gioco.
Comunque la fuga è non responsabilità. Fuggire vuol dire rinunciare a tentare di cambiare il tuo mondo, non solo quello degli altri, cioè quello di tutti, ed è soprattutto questo “altro” mondo che serve cambiare. Ecco appunto, quello che volevo dire è che da piccoli piccoli si è più liberi dai legami, dalle responsabilità. O almeno dovrebbe essere. Poi cresci e pensi al tuo fratellino e alla tua mamma che hanno bisogno del tuo aiuto e non sei più libera di niente. Si nasce soli in mezzo a tanta gente e subito il tuo cordone ombelicale cerca di legarsi agli altri. Fossi nata incapace di amare sarei nata libera ed invece ho già un’anima prigioniera. Nella prigione degli affetti.
Per esempio: Elena, l’informatrice, se ne è andata. Problemi di famiglia. Ho perso un’amica e ci sto male. Ci penso spesso. Non ci siamo quasi salutate. Come se ci dovessimo vedere domani. Non ci siamo neppure dette che ci saremmo scritte qualche lettera. Non ci abbiamo pensato o forse per il suo carattere ogni promessa è un’inutile bugia. Eppure io so che esiste l’amicizia e che è un sentimento simile all’amore e che può resistere nel tempo. Io so voler bene e so anche sacrificarmi per amicizia e per amore, ma… come fare per non essere saccheggiati? Perché questa sofferenza?
Più penso agli altri e più mi faccio coinvolgere dagli eventi. Altro esempio è Angela. Lei viene dal sud. Ossia la sua famiglia è meridionale, invece lei è nata qui. Spesso prima di rientrare dopo la scuola ci fermiamo a giocare insieme nel cortile di un vecchio palazzo dove l’erba cresce tra le crepe della pavimentazione. Ci leviamo il grembiule e mettiamo la cartella attaccata alle maniglie di un portone. Non mi piace molto giocare con lei perché pretende sempre di fare lo stesso gioco ripetitivo e sinceramente in quel gioco non mi sento a mio agio. E’ come se volesse fare un gioco da grandi e fosse un gioco che io mi vergogno di giocare. Avrò anche perso tutto l’istinto primordiale di un tempo, però certe cose le percepisco ancora bene.
Angela vuole fare il cavallo, anzi per dirla tutta vuole essere un cavallo femmina, ed io nel suo gioco devo essere il suo padrone crudele che lo frusta e lo tormenta nei modi più terribili. A parte il fatto che odio fare il padrone crudele, ma non trovo senso a questo gioco. Le ho chiesto ragione: “Perché vuoi fare il cavallo torturato e non vuoi fare mai tu il padrone?” e lei con quell’aria da cane bastonato mi risponde: “Non è la stessa cosa, fare il padrone non mi piace…” Comincio a chiedermi se non è più facile, e normale, e meglio, uccidere il padrone. Non la capisco proprio.
Vuoi vedere che ho trovato l’unica al mondo che vuol farsi angariare gratis? Che si diverte ad essere impastoiata e sottomessa? Certo che i gusti sono gusti, ma io non ci sto a stare a quel gioco e in genere la faccio incavolare perché tiro fuori la mia pistola e metto fine alle sue sofferenze sparandole alla testa. Ma non si fa così se un cavallo soffre? E se ci penso ho dei dubbi: è lei o sono io. Nella non ribellione di mia madre non c’è anche questo? E in tante donne? Non voglio ingoiare niente solo per la sfiga di essere donna. Io non mi sento donna; non quella donna. E non sono nata solo per soffrire. Non mi piace il dolore. Né nessuna sofferenza.
Il suo è un comportamento strano o almeno così sembra a me. Io parlo della mia famiglia. Racconto di Ernesto che è il fratello dal comportamento più ridicolo del circondario. Talmente strano che davanti alla tivù distoglie lo sguardo quando entrano ballerine in calzamaglia. Deve essere una colpa terribile guardare le gemelle Kessler ballare il “dadaumpa” in calzamaglia nera. Vero è che tutta l’Italia si ferma nei bar a guardarle a bocca aperta. Non capisco la bocca aperta ma nemmeno la sua vergogna. Strano mondo quello che mi circonda. Comunque io racconto senza problemi della mia vita, delle prodezze del piccoletto e anche di mio padre tiranno e anche manesco. Lei tace e mi guarda stranita, dice che anche suo padre è manesco, ma che comunque le vuole molto bene. E c’è sempre quel pudore nella sua voce.
La cosa l’ho capita il giorno dopo della consegna delle pagelle. Quella di Angela era piuttosto bruttina, ma non era la prima volta. Così il giorno seguente è venuta a scuola con un occhio nero e un livido rosso sotto l’altra guancia. Nemmeno questo capitava per la prima volta. Alle suore ha raccontato che era caduta. Mica ci voleva un genio per capire che era caduta sulle mani di suo padre. Io, se fossi stata l’insegnante, avrei preteso che venisse accompagnata a scuola, da quel bel padre affettuoso. E glielo avrei fatto capire con le buone e, se non ci riuscivo, anche con le cattive che ad Angela non doveva toccarla nemmeno con un dito. La cosa più strana era che lei sembrava contenta di portare sul suo corpo quei segni, che poi non si fermavano certo a quelli sulla faccia, come fossero medaglie. Accettare supinamente tutto questo mi pare una barbarie. E uno stupidario. Ma mi rendo sempre più conto che per cambiare il mondo devo trovare altra gente che la pensa come me .E devo anche cercare di aprire gli occhi di chi non vede. Ma è proprio un lavoraccio cambiare il mondo.
Però non capisco proprio chi ama far del male, come non mi piace per niente chi ama farsi fare del male. Chi non si ribella. Chi non reagisce. E’ un rapporto sbagliato, proprio malato. In tutto questo c’è qualcosa che non torna e che non comprendo fino in fondo. Marella, con la sua voce da rospo, mi ha detto che Angela ha una famiglia proprio disgraziata. Lei abita nella casa di fronte e queste cose le sa e le vede dalla finestra. Dice che il padre grida sempre ed è svelto con le mani. Ma che pretende anche che Angela stia seduta a mangiare sulle sue ginocchia. Intanto la strizza tra abbracci e manate. La cosa ci pare brutta anche perché Angela è grande, anche se non ha ancora un corpo di donna. Forse è così, un po’ più sviluppata, perché meridionale e mangia sempre tanta pasta?
Le cose si vedono quando si vogliono vedere. Che ne so? Non so se si può morire anche di troppo amore. Una cosa però la so: solo a pensarci mi sembra assurdo e ridicolo. Perché mangiare scomodi in due? Se fosse per mio padre mi manderebbe a dormire quando si mette a tavola. Non ama molto vedere il mio sguardo di sfida ogni volta che tratta mia madre come una serva. Sa che finiamo per discutere e preferirebbe starsene in pace. Se non fosse che per darmele mio padre non mi toccherebbe mai. E se devo essere sincera preferisco così. Se devo dirla tutta preferisco che il potere resti potere. E’ più facile combattere il tiranno quand’è solo tiranno. Non ho mai potuto riconoscere in lui un gesto di affetto e allora, se proprio deve essere, che sia solo guerra.

La favola di Biancosconi e dello specchio magico

In politica on 20 gennaio 2011 at 12:36

Chi l’avrebbe mai detto che un piccolo parrocco di campagna Don Scarmoncin di Mandriola – Albignasego riuscisse a scrivere una favola di oggi. Non c’è lieto fine o forse sì. Basta crederci fermamente.
C’era una volta… una regina cattiva e gelosa e ogni mattina appena sveglia si metteva davanti al suo grande specchio e chiedeva:
– “Specchio, specchio delle mie brame chi è la più bella del reame”?
Lo specchio rispondeva sempre:
– “Sei tu, mia regina. Non c’è al mondo alcuna più bella di te”.
La regina si tranquillizzava contenta e tutto continuava senza troppe scosse in un silenzio irreale e mortifero.
La regina non aveva a cuore il suo Regno e ancor meno i sudditi… l’unico suo interesse era lei stessa.

Poniamo il caso che un uomo possieda tutto, o quasi: salute, denaro, successo, una bella famiglia invidiata, amicizie con “gente che conta”,
– controlla l’informazione,
– controlla la pubblicità, e la fa per le sue industrie e attività,
– favorisce la carriera di personaggi che possono favorirlo,
– elargisce regali da capogiro a giornalisti, imprenditori, personaggi dubbi ma potenti, banchieri, giudici,
– possiede case editrici, Banche e Società di Assicurazione,
– sono sue ville e palazzi in tutte le città e zone più belle del mondo,
– controlla direttamente, o tramite interposta persona, una molteplicità di Società finanziarie,
– fa schioccare le dita, e qualcuno gli porta, oltre la colazione o l’aperitivo, anche uno stuolo di donne e ragazzette, pronte e prone a compiacerlo; ecc…
Quest’uomo per tenere il ritmo degli impegni e del lavoro avrebbe poco tempo per riposare, ma il poco che riesce a dormire tra una fatica e l’altra, ogni mattino guardandosi allo specchio (i sondaggi) chiede:
– “Chi è il personaggio più importante, bello, forte, bravo, buono, simpatico, amato, sexy… del mondo”?
E il sondaggio (lo specchio magico) ogni giorno gli risponde:
Sei tu: l’unico, l’assoluto, l’infallibile, l’immortale…
Sei tu che crei la morale, la giustizia, la verità…
– Sei tu che decidi ciò che è giusto e sbagliato, ciò che è bene e male… sei tu la misura delle cose e delle persone.
– Sei tu che puoi costruirti case, ville, mausolei, parchi, piscine… mentre tutti gli altri “incapaci” trovano solo vincoli paesaggistici, storici e urbanistici;
– Sei tu che puoi spostare fondi o crearli dal nulla…
Sei tu che puoi regalare lo Stelvio e un Parco nazionale per avere il voto di un voltagabbana
– Sei tu che puoi avere mogli, amanti, prostitute e ragazzine... e anche l’approvazione del confessore e del Papa…

Lo specchio continua ogni giorno, ogni mattina a rassicurarlo:
– Il più bravo sei tu.
– Tu sei l’unico.
– Tu sei il necessario.
– Tu sei l’assoluto.
– Tu sei l’Unto di Dio.
A nessuno è venuto in mente che lo specchio potesse essere truccato o falso?
Anche alla regina, che non è sciocca, viene questo dubbio:
– Lo specchio è un “vero specchio” o è uno specchio che riflette l’immagine che si vuole vedere?
Potrebbe essere che lo specchio (il sondaggio obbediente e pagato dall’interessato) rifletta non l’immagine vera, ma quella che si desidera.
E’ uno specchio intelligente, furbo e obbediente come tutti a corte… o quasi tutti…
A chi conviene vedere la verità?
Tutti ci guadagnano continuando a vedere ciò che “conviene vedere”.
E la regina, pur intelligente e capace, è troppo piena di sé e della sua bellezza, nessuno osa contrariarla; lei vive nel suo mondo dorato.

Un mattino però, la regina davanti allo specchio, rivolge la solita domanda:
– Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
Lo specchio, che si è sempre adattato ai desideri della sua padrona, e che aveva sempre preferito riflettere l’immagine desiderata piuttosto che quella reale, ha un sussulto di dignità e di orgoglio; potrebbe venire buttato via… ma non può continuare a mentire tutta una vita:
– Da qualche parte è nata una bella e fresca ragazzina, Biancaneve, che potrebbe insidiare la tua bellezza.
Ma lo specchio, quella mattina, non si ferma qui, e continua:
– tu fingi di essere più alto di quello che sei realmente, perchè tutti davanti a te chinano la testa e incurvano la schiena,
– tu fingi di muoverti e camminare come fossi un atleta, ma non sapresti fare una corsa e nemmeno arrampicarti su una pertica,
– tu fingi di sorridere, ma i tuoi denti sono tutti impostati su una dentiera,
– tu fingi che tutto vada bene, ma non hai la percezione della realtà che stanno vivendo milioni di famiglie del tuo regno,
– tu fingi di rispettare i valori della famiglia, ma tu ne hai distrutto almeno due o tre,
– tu fingi sicurezza, ma tutto si regge come un castello di carte,
– tu fingi di essere democratico, in realtà sei una piccolo despota,
– tu fingi di fare il bene di quanti hanno fiducia in te, in realtà tu fai solo i tuoi interessi,
– tu fingi di essere un uomo attivo e pratico, mentre sei solamente un imbonitore, malato di onnipotenza, con il culto della personalità, venditore di fumo;
– tu fingi di aiutare i lavoratori, mentre favorisci solo i ricchi;
tu fingi alleanze e amicizie con i grandi della terra, in realtà ti guardano come un mentecatto presuntuoso,
tu fingi le tue doti di grande amatore: novello Rodolfo Valentino latin-lover, made in Italy, in realtà ti ingozzi di viagra,
tu fingi di amare le donne, in realtà le paghi, le usi e le getti…
– tu ti illudi che le folle ti amino perchè ti acclamano… lo hanno sempre fatto con tutti i dittatori.

Quel mattino la regina ha un capogiro… quasi sviene…. poi lentamente si riprende e allora succede il finimondo:
Spacca lo specchio in mille pezzi.
Biancaneve viene immediatamente allontanata.
Il castello alza le sue mura, le torri e i ponti… diventa imprendibile.
La regina terrorizzata si aggrappa al potere, al suo denaro, ai suoi cortigiani, ai suoi amanti, alle istituzioni, a quanti ha beneficato, a quanti ha corrotto… non vuole cedere…
La morte piuttosto che cedere il potere.
“Se deve morire Sansone, devono morire anche tutti i Filistei”.
Ciò che servirebbe ora è:
– una nuova Biancaneve o un Principe azzurro… ma non se ne vedono in giro…
– uno specchio che dica la verità
– sette nani che si diano da fare, nani se ne vedono un’infinità, ma sono degli incapaci…
– un principe che scopra Biancaneve e la riporti a corte…
che i sudditi comincino a sentirsi cittadini…
E’ un sogno?
Ma perchè non provare almeno a sognare, in questi tempi bui?

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