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Verso Supino, ovvero lavorare stanca

In Amici, amore, personale on 2 luglio 2013 at 8:00

assoAndare a Supino, a casa di Luisa (Morgantini), mi piace come in certi casi tornarmene a casa dopo un lungo viaggio faticoso. Supino è un posto ameno, piacevole come bere un buon bicchiere di vino rosso oppure di acqua e menta se hai sete.
Stavolta ci dovevamo vedere in tanti perché l’Assopace Palestina deve muovere i suoi primi passi e c’era bisogno di guardarsi negli occhi. Veramente qualcosa di più, c’era bisogno di partire col passo giusto e cominciare a macinare attività su attività, c’è bisogno di crescere e di diventare adulti.
Luisa è una forza della natura, senza di lei siamo tutti pargoli senza madre, treni senza direzione, e così via, ho provato a sostituirla visto che sarebbe arrivata tardi, quando sono arrivati gli ospiti, ma come fare se non sapevo i nomi della case in cui sistemare chi arrivava?
Basta un po’ di inventiva visto che poi arriva lei e tutto sistema.
Io ho seguito la prima pasta al sugo e poi la seconda, poi il conto si è perso tra arrivi e pacchi da portare in casa. Tutto avrei cercato di fare tranne che tenere le redini di una riunione allargata con tante teste e tanta voglia di dire.
Far da mangiare è più semplice e per fortuna c’era Maurizio che con le padelle ci sa fare meglio di me.
Sia chiaro che non intendo parlare di quello che si è detto in quella riunione fiume, che verso sera, con un po’ di richiamo (della fame soprattutto) è finita ad un’ora decente.
Essere parte di Assopace Palestina è una grande opportunità, almeno così io penso. Sono una donna pratica e mi trovo con chi agisce senza stare a chiedersi quanta fatica costerà. Luisa è così: parte ancora prima di pensare che è buona cosa partire, su questo siamo due gocce d’acqua, ma anche su altro, per esempio davanti un piatto di buona pastasciutta, pensiamo al piacere di mangiare in compagnia e mai che dovremmo stare a dieta almeno per un periodo lungo come un carcere amministrativo in Israele.
Ah! tra l’altro siamo tutte e due dure d’orecchi, sarà l’età o sarà che a volte siamo stanche di ascoltare, ma devo sempre concentrarmi sul labiale per capire quello che tutti dicono. D’altra parte la stanza ha un’acustica pessima. Io vado ad intuito.
Marcello prende nota. E’ bravo a ricavare un senso da quello che diciamo, magari capisce anche di più, legge tra le righe, cosa che io non so fare, almeno non su quello che si dice, ma su come lo si dice. E’ bello guardare le persone parlare e come si muovono, dice molto su di loro. E’ solo che io guardo il lato umano, vedo se c’è generosità nei loro movimenti e nei loro sorrisi. Capisco se c’è disponibilità, capisco il lato pratico e la capacità di essere dentro alle cose e mi piace sentirmi dentro alle cose, mi fa star bene, a mio agio.
La serata è caotica perché siamo in tanti, si potrebbe dire troppi, ma non è mai così. Si mangia e si parla in una confusione di gusti e parole. Alla fine tra l’altro si recita in uno spettacolo creato da Ilaria e Uri, una storia inventata da noi stessi, tra partenze e ritorni, senza mai trovare il luogo dove fermarsi, dove appendere il nostro cappello o la nostra borsa dei ricordi. Io non lo faccio, troppo presa a riprendere la scena, più che le parole le persone, più che le persone le emozioni.
E’ tardi ed io che venivo da una levataccia alle 4 di mattina mi sono messa a letto ascoltando le ultime chiacchere e le risate. Mario e i bolognesi che parlano ancora di sarde, sarà l’argomento della serata. Fiorenzo Fiorito, che ha reso Darwish vivo e anche di più allietandoci della sua interpretazione, parla con una bella voce quasi impostata. Qualche puntata in romanesco di Maurizio, nel bolognese di Roberto, e qualche bacchettata di Luisa e in questo pacifico ciarlare prendo sonno nella mia bella stanza con passaggio verso il bagno diventato comune. Ma nessun problema: io dormo serena.
Alzarsi presto è mia abitudine. Il sole entra nel bagno e illumina tutto e scalda. Scendo a fare il caffè e le case del borgo si svegliano un po’ alla volta. Caffè, marmellata con zenzero, ricotta fresca, latte e dolcetti di casa.
Io sorrido e continuo a guardare: guardo come fai colazione e ti dirò chi sei. C’è chi prepara il caffè; mai moka grande solo, piccola. Chi invece ne fa solo grande per tutti e se ne bevono a fiumi. C’è chi non finisce mai il suo e lascia la tazza mezza piena, chi vuole la tazza grande e chi la piccolina, chi vuole il pane e chi i biscotti, chi il cucchiaio e chi il coltello, chi spalma e chi mangia, chi parla e chi sonnecchia… che bello il mondo che fa colazione. Poi bisogna correre, è tardi, bisogna salire in terrazza per la riunione riassuntiva. Beh! nel come si fa la colazione c’è pure quello che si lascia dietro… tazze, piattini, briciole, marmellate, biscotti e pane in una confusione allegra sul tavolo. Bisogna riordinare.
Io spreparo, qualcuno lava i piatti, altri portano sedie in numero adeguato per stare nel solito circolo democratico, possibilmente all’ombra, ma io arrivo tardi e sto sotto il sole, pazienza vorrà dire che mi abbronzerò. Si raccolgono voci, progetti e indicazioni per il futuro. Sinceramente ricordo poco. So che a Bologna ci vorrei andare per le giornate del Teatro Palestinese. So che incontrerò Luisa a Brescia entro qualche giorno. So che qualcuno resterà dopo questa giornata, ma qualche altro lo perderemo per strada, già è tanto che sia arrivato fino a qui.
C’è pure un ragazzo che è coraggiosamente arrivato gamba ingessata in spalla. Spero che dopo tanta fatica lui possa rimanere.
Intanto Maurizio si cimenta nella vera amatriciana che solo lui sa fare così buona, stavolta non voglio capire la gente da come si muove in cucina o da come ciarla tra un piatto e un altro. Me ne resto nel terrazzo a godere l’arietta che viene dalla valle. Ci arrivano i piatti serviti come fossimo principi… non credo che ce li avrebbero portati se Luisa non si fosse seduta assieme a noi.
Buona la pasta e buona la compagnia. Assopace si occupa di Palestina, ma anche di questa strana compagnia di affamati. Bravi tutti anche la ragazzina tredicenne che alla fine si confida e comincia a raccontare di sé e della scuola.
Ma ormai dobbiamo partire verso casa. Baci e abbracci e promesse di telefonare e scriverci, sì.. sì lo farò, però lasciatemi il tempo di rigovernare le idee, di rimetterle in careggiata. Ma dopo tutto perché dovrei? E’ così bello vivere di emozioni e di benessere. Sarà stato un incontro di lavoro, ma a me pare di non aver lavorato per niente.

Tornare sui propri passi…

In Amici, amore, Anomalie, Giovani, La leggerezza della gioventù, musica, personale on 8 giugno 2012 at 14:50

Un dilemma che mi sono posta in questi ultimi tempi e al quale non sono riuscita a dare risposta è: la vita ti consente la possibilità di tornare sui tuoi passi? Te lo consentono gli altri e te lo consente pure il tuo orgoglio?
La domanda che mi sono posta urge di risposta, ma forse neanche tanto… credo che la natura e il tempo risolva molte cose. Una volta non ci avrei creduto, ma oggi sono possibilista.
La questione è nata seguendo la storia di due ragazzi a cui voglio molto bene e che seguo con attenzione, ma a distanza (per non essere considerata invadente, che non sia mai :-)). La storia è questa, un po’ romanzata, ma stiamo tra il più e il meno, anche se non toppo lontani.
Lui è un ragazzo giovane, un’età che ai miei tempi (e già dire questo la dice lunga) sarebbe stata di un certo peso, ma che oggi è una bazzeccola, praticamente poco al di sotto dei 30 anni. Lei è coetanea, ancora iscritta all’università, per i suoi motivi: non le bastava una sola laurea e aveva voglia di cambiare. Due città diverse a 500 km di distanza, più o meno. Lei molto attaccata alla famiglia di origine e alla sua casa, alle sue abitudini e ai suoi amici, lui invece molto autonomo, cittadino del mondo, anche se predilige la sua città, ritornare, da ogni sua assenza anche lunga, in un luogo, il suo, di nascita e di elezione.
I due ragazzi si frequentano per molti anni. Due gocce d’acqua nel mare delle amicizie e dell’amore, condividendo anche se a distanza molto di più di quello che pensavano. Poi una decisione inconsulta: lasciarsi.
Qui le cose si ingarbugliano perchè non si sa chi ha fatto cosa, ma io il sospetto ce l’ho. Se dovessi appunto scrivere questa storia di invenzione, direi che lui, più libero di movimento e meno attaccato alle sue abitudini, avrebbe desiderato che lei prendesse le distanze dalla famiglia e decidesse che farne della propria vita, con  riferimento a lui, in attesa di questo gli era scappato un intreccio con una ragazza molto meno distante e più bisognosa della sua protezione.
Ovviamente queste sono cose che non si fanno e lui alla fine non sapeva che pesci pigliare e gli era sembrato più sensato chiudere con l’altra goccia del suo mare.
La goccia non l’aveva certo presa bene, ma ad onor del vero sapeva di avere qualche colpa nel non riuscire a decidersi e ad essergli e ad avere un vero punto di riferimento in lui. Per fortuna il rapporto pur prendendo le distanze, non si è deteriorato mai in rivoli di rancore e risentimento.
Sembrava davvero che le loro due vite avessero definitivamente preso la strada della separazione.
Io sapevo che lei era la donna per lui, ma non potevo dirlo. Chi sono io per poterlo dire? Nessuno. Però lo vedevo incassare le cose belle della vita come se non ci trovasse gusto, come se una parte di lui gli fosse stata negata. Lei, aveva tentato pure di rimettersi in strada: un altro ragazzo che trattava come un amoretto da ragazzina, come se la responsabilità di un rapporto duraturo le fosse stata negata.
Beh, di fronte a tanto scempio mi era venuto a mente la mia storia strana, di quell’amore lasciato tanto tempo prima, di tutte le storie che ci stavano in mezzo, del ritrovarsi e capire che era allora che aveva bussato l’amore. Perchè tutto quello che c’era stato in mezzo non era l’amore che c’era ma era quello che mancava, ma forse non è chiaro il concetto. Per troppo tempo ho cercato l’amore negli altri e dentro di me e non sapevo che c’era e che mi mancava. Beh insomma poi l’ho ritrovato ed è tornato tutto a posto.
E mi pareva che per loro, i ragazzi di questa storia, avrebbe potuto essere lo stesso, ma con un finale diverso. E se non si fossero ritrovati più?
Io l’amore l’ho ritrovato e apparteneva a quei 16 anni terribili e meravigliosi, e mi sento una persona con una fortuna sfacciata, ma loro ci sarebbero riusciti? Avrebbero superato i km. di distanza, le differenze di carattere, gli amori intercorsi, e avrebbero capito? Perchè, chiaro, amarsi si amano, io lo so, io lo sento dentro, tra parentesi l’ho sempre saputo, e so anche che se uno dei due avrà il coraggio di farsi perdonare (quel molto che è passato) tutto può ricominciare e diventare la loro vera vita per sempre (insomma sempre è una parola grossa, ma qualche volta va pure detta, dai).
Ora le cose stanno in bilico, suppongo che tutto dipenda da lei, se avrà il coraggio di perdonare e di abbandonarsi a quell’amore naturale che era stato il loro grande impegno di prima, ma innanzi tutto il loro porto sicuro, la loro palestra per diventare forti e crescere e per credere in se stessi.
Qualche volta bisogna lasciarsi per capire. Qualche volta bisogna riincontrarsi per risentire quel tuffo al cuore che si era dimenticato e che era perduto nella memoria. Cosa vincerà? La ragione? Il cuore?
Questa partita mi appassiona, e vorrei parlare e dire, ma taccio perché se io so, come dovrebbe finire il gioco, non è giusto che ne riveli le regole. Quelle sono tutte da scoprire e le difficoltà sono tutte da superare. Non c’è esperienza degli altri che serva, è solo dentro di noi che possiamo trovare la grande capacità di tornare sui nostri passi.

Beh, auguri, ragazzi, che il peso del tempo vi sia lieve 🙂 per quanto mi riguarda 42 anni sono volati e adesso posso dire di non avere più qualcosa che mi manca…

Ross e Michele

In amore, La leggerezza della gioventù on 5 ottobre 2010 at 11:27

Pagine di un diario. La vera storia di Ross e Michele. Di quel nuovo inizio. Come qualcosa di incredibile. Di impossibile. Invece solo improbabile. E dedico questa storia, questo inizio, a chi sta perdendo la speranza; come noi allora. L’amore non dà appuntamenti, ma l’amore non si arrende mai. E ci siamo trovati senza cercarci. Anzi senza cercare niente e nessuno. Semplicemente vivendo le nostre solitudini.

13 marzo 2009 alle ore 21.30: Dal nome potresti essere un “antichissimo” amico di giovinezza, dipende quanti anni hai e se hai un fratello di nome Enrico. Se così fosse, e parlo di quel fratello, potresti essere il Michele che conosco. Non cercare di capire chi sono dal nome perché è evidentemente un nick. Se vuoi rispondimi e se sei tu potremmo riaggiornare la nostra amicizia Ciao Ross
14 marzo alle ore 0.06: Perché cercare di capire. Sono quel Michele. Lo stesso. Con qualche anno in più. O forse in meno. La stessa voglia di vivere e giocare. Non ho bisogno di Nick. ciao Michele
14 marzo alle ore 7.43: Bene, confermato che sei tu. Io sono Rossana, Rossaura perché ho ancora i capelli rossi e anche le idee. Il nick me lo porto dietro dai miei blog L’altra metà del cielo e Lettere al futuro. Facebook è un modo per incontrare virtualmente altri bloggers conosciuti. Per quanto riguarda incontrare vecchi amici attraverso il mio nome e cognome, non ci avevo pensato prima di incontrare il tuo nome, anche perché non credo che di nostri coetanei ce ne siano molti in rete o no? Aggiornami sui tuoi trascorsi, se hai voglia. Un caro saluto Ross (ah è stato giornalettismo che ci ha permesso l’incontro… ciao)
14 marzo alle ore 9.55: Mi ripiomba addosso un passato mai del tutto lasciato. Per altri di allora non so. Enrico si limita a scaricare. Per il resto ho sempre cambiato le mie abitudini, il mio mondo; sempre con gente più giovane. Io sono E’ solo un blog e sempre rosso, ma non di capelli. Di quelli ne son rimasti pochi e quasi tutti bianchi. Faccio e ho fatto altre cose in rete. Sono il modestissimo blogsitter di una amica molto brava: Galatea. Avrò modo di leggere i blog e avrò modo di riprendere il dialogo con calma. Ora devo uscire. Qui votiamo a giugno. un abbraccio Michele

Era notte. Notte quando è arrivata quella prima mail in Facebook. Dormo poco la notte. Cioè dormivo poco la notte. L’ho trovata tornando a casa. A mezzanotte. E ho risposto subito. Ero solo incuriosito. Nemmeno sorpreso. Altro passato era tornato a cercarmi. E’ stano; mi capitano di queste cose. A dire il vero, pensandoci, quella che ricordo di più era un’altra donna. Un’altra ex. Un ritorno che non aveva avuto seguito. Ci avevo pensato. Senza impegno. “Un antico amico”. Ma solo per un attimo. E non certo a Lei. Ci avessi pensato, nonostante il tempo, non avrei potuto che pensare a Lei. Ma io ho pensato spesso a Lei in questi tanti anni. Era rimasta un… gradevole ricordo. Un rifugio. La tranquilla sicurezza che un’amicizia  poteva essere. Che non sarebbe venuta meno mai. E poi ero andato a letto senza alcuna ansia. E’ strano per me. Anzi lo era. Ero un tipo molto ansioso. Soprattutto ero molto sconfitto. Molto rassegnato. Poi è bastato il suo nome. Per chi sa leggere tra le righe non servirebbe aggiungere altro. Leggerlo ed essere sbattuto in un fiume in piena è stata la stessa cosa. Il suo ricordo era sopravvissuto a tutto. Lei mi ha sempre fatto questo effetto. Mi ha sempre dato questa confusione. Bastava incontrarla per strada. Anche solo un “ciao”.  A volte avevo avuto anche solo la speranza di incontrarla. Ho sempre chiesto poco di Lei. Avevo pudore per la sua vita. Non volevo intromettermi. Sapevo che aveva sofferto. Mi sentivo un po’ causa di ciò. Ero convinto che continuasse a soffrire. Ero già certo che era ricominciato. Volevo ascoltare il cuore. Le emozioni. Le emozioni mi dicevano che stavolta non avrei potuto dirle di no. Che non ci sarebbe stato ritorno. Che Lei mi aveva cercato in quel modo in cui sognavo mi cercasse. Per ricominciare quella storia. Brevissima quanto intensa. Sottovalutata quanto importante. Una storia che agli occhi di tutti poteva solo apparire come una semplice storiella di ragazzi. Non ai miei. Non ai suoi. Ne sono stato certo sempre. Cosa mi dava questa certezza non lo so. Non mi sono sbagliato. Così è ricominciata tra noi. Come dicevo all’inizio nel modo più improbabile. Credevo di non avere più l’età per amare. Nemmeno per tornare a vivere. Quanto mi sbagliavo! E’ bastato aspettare il messaggio successivo. E’ bastata quell’ansia. E’ bastato sentire la sua voce. E’ bastato guardarla negli occhi. E’ bastato sfiorarle i capelli. Finalmente tornare a sfiorarle i suoi rossi capelli.

Amarsi

In amore on 1 settembre 2010 at 13:53

Beh! non è che l’argomento fosse proprio nuovo, ma l’avevo relegato sempre tra i consigli da prendere in considerazione. Amarsi è un affare piuttosto complicato ed io, sinceramente, non l’avevo mai preso troppo sul serio. Veramente non mi riusciva nemmeno a consigliarlo, in modo credibile, a qualcuno che ne avesse avuto bisogno. Adesso però lui me l’ha detto chiaro e netto. Una frase precisa, a cui non si può sfuggire. Non  le solite parole buttate lì, come tante volte succede. Un “bisognerebbe amarsi nella vita” oppure “sarebbe meglio amarsi di più” magari intendendo che bisogna prendersi più cura di sè, così in modo generico. Ma quella frase netta, con quel tono quasi di accusa mista ad un pizzico di rabbiosa disapprovazione e di curiosità, mi ha fatto riflettere. “Ma perchè non ti sei amata mai?” Ahi! Porcapupazza! Perchè così dritto al cuore?
A rifletterci poi ti vengono in mente un sacco di cose. Che poi tutte sono riconducibili alla sensazione di non essere mai stata amata. Mica era facile dimenticare di aver vissuto, un grossa parte dell’infanzia, pensando di essere una trovatella adottata. Un po’ era per colpa di un fratello maggiore, dai capelli neri, che era la vanità di mio padre e sotto sotto anche quella di mia madre. Io ero nata femmina e mi ritrovavo, a differenza di tutti gli altri della famiglia, con una chioma di ribelli riccioli rossi. Era stato proprio quello che mi aveva fatto pensare che non appartenevo a quella famiglia. Questo  lungamente mi aveva reso insicura. Chi nasce con i capelli rossi sa che verrà accusato di tutte le marachelle del vicinato o della propria classe a scuola. Forse perchè  troppo visibile per nascondersi agli occhi di tutti. E poi contro i “rossi” c’è sempre un profondo pregiudizio. Succede anche in politica no? Venne il momento che questa cosa si sistemò, perchè, “vendetta tremenda vendetta”, al mio ottavo compleanno iniziò la serie dei fratellini rossi, che furono la mia rivincita. Ora non potevo più pensare di essere la trovatella, ma questo, comunque, non cambiò la sostanza: non mi sentivo amata. Magari non ero adottata, ma, di sicuro, non piacevo ai miei. Avevo, e forse continuo ad avere, un carattere ribelle. Facevo venir voglia di punirmi, questo era sicuro. Mi sporgevo in avanti con una faccia da schiaffi: “Dai provaci!” dicevo “Fallo, dai!” e finivo col prenderle senza mezzi termini e senza che mi spostassi di un centimetro o tentassi in qualche modo di difendermi. Proprio una santa al martirio, una eroina dei nostri tempi. E spero che si capisca che sono ironica; eh!
Insomma a cercare amore nella mia infanzia non c’è verso. A parte il nonno materno, quello socialista che suonava il violino nelle feste paesane. Con lui mi sentivo una dea, anzi diciamo più propiamente un frutto succoso. Mi abbracciava, mi coccolava e mi sorrideva con i suoi occhi luminosi e diceva:  “Sei il mio susino.” e con questo non intendeva propro tutto l’albero, ma solo un frutto vellutato e profumato di sole. A lui credevo, ma dopo non successe più.
Il tempo mi aveva cambiata in una donna ambita. Questo poi non l’ho mai ben capito. Carina dovevo pur esserlo se ricevevo tanti complimenti e se solleticavo l’invidia delle amiche, ma chi conosceva com’ero allora sa quanto questo mi diede solo crucci.
Lui dice che ero fortunata e che non volevo accettare di esserlo. Lui dice anche che ho gettato al vento la mia fortuna. Forse è vero, ma per “amarsi” bisogna essere sicuri dell’amore degli altri. Bisogna crederci ed io, stupidamente, non ci credevo. Non so a chi dare la colpa se non a me stessa. Avrei potuto avere una vita più facile. Avrei potuto farmi trascinare dalla marea e non nuotare sempre a contraria. Avrei potuto “accontentarmi” ed invece non me lo sono concessa mai. Poi ho imparato a segnare, anche, qualche colpo contro di me. Così, tanto perchè non si pensasse che mi pavoneggiavo e che la vita che avevo non era un ballo di carnevale. Perchè non accettavo di essere solo quella ragazza dai lunghi capelli rossi che tutti si giravano a guardare. Così imparai a giocarmi contro e finì con una lotta al massacro.
Lui dice, anche, che gli uomini che sono passati nella mia vita hanno contribuito, alla grande, a rendermi insicura. Questo glielo concedo perchè è una cosa che so, che conosco bene. Ma la responsabilità non è loro, è tutta mia perchè non mi sono ribellata e mi sono amata così poco da rischiare l’estinzione e se non avessi avuto il carattere che mi trovavo, alla fine, mi sarei distrutta totalmente. Per una volta posso dire “Grazie al mio caratteraccio”.
Comunque amarsi è complicato. Per farlo bisogna prestare attenzione più a se stessi che agli altri. Bisogna dedicarsi tempo. Guardarsi allo specchio e piacersi. Donarsi un sorriso e molta comprensione. Giustificarsi credibilmente con se stessi e non pretendere troppo. Ahi! Perchè conosco bene la teoria e non ho percorso mai la pratica?
Bisognava che diventassi “adulta”, eufemismo per non dire “vecchia”, che fossi sufficientemente stanca e disillusa da sentirmi ormai in disarmo e che, imprevedibilmente, ritrovassi sulla mia strada quel ragazzo di 41 anni prima, quello del quale conservavo un ricordo così felice da nominarlo tra i tre più belli della mia vita, per ricominciare a credere? Beh, le premesse c’erano tutte. Però il tempo cambia profondamente le persone e aveva cambiato noi usando tutti, proprio tutti, i suoi sortilegi e le sue arti.
Dalla cenere che pensavamo ormai gelida è rinata l’araba fenice. Il fuoco è tornato ad ardere. Il ricordi sono fluiti come un fiume in piena. La nuova tenerezza ha cancellato l’inverno che precocemente ci aveva avvizziti. Beh! amare ricambiati è un bel modo per cominciare ad amarsi.
Certamente non posso più guardarmi compiaciuta allo specchio, anche se non lo facevo nemmeno quando lo potevo fare. Anzi, a dirla tutta, a casa ho soltato specchi di legno non lucidato. Ma è inutile tergiversare, non è l’aspetto quello che conta, ma la voglia di vivere e il desiderio vicendevole di donare all’altro. Che poi questa cosa “vicendevole” non l’avevo mai conosciuta. Nessuno prima mi aveva mostrato che l’amore è generosità e altruismo, che sull’amore si può contare e che è il tuo porto sicuro. Mica bazzeccole o cose da ragazzini e neanche sentimenti ispirati a qualche santo del paradiso. Il mio paradiso e qui in terra, oggi e fino a che la sorte non ci separi. Sì! dai, lo so che davanti a sorte dovevo metterci una lettera diversa. Sarebbe stato più corretto, realistico. Ma che importa se uso una parola invece di un’altra, un termine invece di quello specifico, l’importante e crederci, fermamente. Ed io, ora, ci credo e comincio a provare l’ebbrezza di amarmi o di amarsi o di amare che saranno anche parole diverse, ma raggiungono tutte lo stesso ottimo obiettivo che è quello di piacersi e volersi bene.

85) L’amico ritrovato

In Un libro al giorno on 31 agosto 2010 at 8:00

Entrò nella mia vita nel febbraio del 1932 per non uscirne più. Da allora è passato più di un quarto di secolo, più di novemila giorni tediosi e senza scopo, che l’assenza della speranza ha reso tutti ugualmente vuoti – giorni e anni, molti dei quali morti come le foglie secche su un albero inaridito.

Soluzione
Titolo: L’AMICO RITROVATO
Autore: FRED UHLMAN

Trama: Stoccarda, anni trenta. Hans Schwarz frequenta il locale liceo Karl Alexander Gymnasium di Stoccarda. Un giorno viene aggregato alla classe Könradin von Hohenfels, di famiglia nobile, dai modi e tratti assai diversi da quelli degli altri compagni di scuola di Hans. Il rango nobiliare di Könradin intimidisce gli altri ragazzi, pur provenienti da famiglie alto-borghesi, ma affascina Hans che desidera diventargli amico. Tuttavia Könradin si dimostra poco attratto anche dal “Caviale”, il gruppo di nobili della classe che non stimolano affatto il suo interesse.
Un giorno, l’attenzione di Könradin viene catturata da Hans che faceva mostra di alcune monete antiche in classe e così scoprirono di avere una passione in comune. Dopo, sulla strada di casa, Könradin rivolge la parola ad Hans ed entrambi iniziano a discutere; da lì inizia un’amicizia basata anche su interessi comuni: Hans invita Könradin a casa sua e gli fa conoscere i suoi genitori (e gli mostra la sua collezione di monete, della quale va molto orgoglioso). Anche Könradin invita Hans a casa propria: la casa di famiglia di Könradin è di gran lunga più grande e lussuosa di quella di Hans, ma la cosa cui questi fa quasi subito caso è che non viene mai presentato ai genitori del suo amico, e ne viene a scoprire la ragione in maniera piuttosto traumatica: una sera, a teatro con la sua famiglia, Könradin fa finta di non conoscere Hans e non lo saluta. L’indomani, richiesta una spiegazione, Könradin dice ad Hans che sua madre odia e teme gli ebrei e suo padre, per amore della moglie, ne sostiene le posizioni: entrambi i genitori, inoltre, non gradiscono che il figlio frequenti ebrei.
Le leggi razziali di Hitler, nel frattempo, modificano lo status degli ebrei e anche Hans non è esente da discriminazioni, sebbene Könradin, per quanto seguace del dittatore tedesco, continui a far di tutto per evitare problemi al suo amico ebreo, con il quale però i rapporti sono ormai irrimediabilmente compromessi a causa dell’ideologia. Le strade dei due ragazzi si separano alfine quando i genitori di Hans decidono di mandare il ragazzo da alcuni zii negli Stati Uniti a New York. Una volta messo in salvo il figlio, i genitori di Hans si suicidano con il gas.
Da quel momento, e per più di trent’anni, Hans non sa più nulla delle vicende di casa propria: studia a Harvard, diventa avvocato sebbene la sua aspirazione fosse diventare un poeta e si costruisce una carriera in America, quando un giorno riceve una lettera dalla Germania: è il suo liceo di Stoccarda, che chiede ai suoi ex alunni ancora viventi un contributo per costruire un monumento in memoria dei loro compagni di scuola che caddero nella Seconda guerra mondiale. Alla lettera è allegata una lista in ordine alfabetico e Hans la scorre, saltando volutamente, tuttavia, la lettera “H”. Quando sta per gettare via la lettera, spinto dalla curiosità, scorre anche la lettera mancante e legge, alla voce von Hohenfels, Könradin: «Implicato nel complotto per uccidere Hitler. Giustiziato». Alla luce di questa scoperta, Hans si rende conto che i costumi del suo amico non erano corrotti come quelli della madre nazista e apprende di aver ritrovato l’amico Konradin postumo di un grandioso atto eroico. (da Wikipedia)

La vita è un battito di ciglia

In Donne, La leggerezza della gioventù on 10 marzo 2010 at 1:24

A dirla così sembra che si è nati e poi ci si accorge in un attimo che siamo alla resa dei conti e che tutto sta per finire. Ma no, dai, non è proprio così. Io per esempio ho vissuto in una vita tante di quelle altre vite che a pensarci mi si confondono le idee. Questo da sempre, non solo da quando ho, come si suol dire, l’uso della ragione. Il mio compagno mi dice ridendo: “Eri bella, peccato che non avevi testa.” Queste cose lui le sa perché quando ero giovane ne pagò il prezzo. Da parte mia la mia vita è andata in molte direzioni e tutte molto diverse fra loro. Ho vissuto tutte le gamme di un’epoca che era la mia, da ragazza con l’eskimo a ragazza con la pelliccia, poi sono tornata all’eskimo senza che sia più una moda e la pelliccia l’ho messa in soffitta a far da nutrimento alle tarme. Non che l’abito faccia il monaco comunque, ma qualcosa vuol pur dire. Insomma confesso che ho vissuto certo, ma saltando un po’ di palo in frasca. Ho vissuto cercando una connotazione politica che fosse vicina al mio modo di pensare, ma a quel tempo era facile, perché erano gli anni della contestazione e divennero gli anni della formazione politica. Allora lavoravo in una fabbrica e portavo l’eskimo. Allora ero giovane e mi si perdonava tutto. Mi mescolavo agli operai assieme agli studenti. Facevo un po’ da lasciapassare, servivo da ponte tra gli uni e gli altri. Ma poi avevo preso un abbaglio. Non si trattava di sbagliare bandiera, ma si trattava di fare copia fissa con uno studente che teorizzava bene, ma professava male. Certamente lui era impegnato nella rivoluzione, ma io, che ero donna, dovevo fare la calza. Non è che a quel tempo la mia vita fosse proprio mia, dovevo fare i conti con gli adulti e con le idee dei miei coetanei. Dovevo sapermi equilibrare tra generi e ruoli. Non ero davvero brava ad adattarmi. Non la pensavo né come le altre ragazze, né come i ragazzi della mia generazione. Ero in continua trasformazione e a disagio con le mie idee. Oggi il mio compagno afferma: “Da te mi sarei aspettato delle reazioni diverse. Una vita diversa.” Ma cosa potevo fare con la testa che mi ritrovavo! Così superai lo scoglio dello studente che mi voleva moglie e madre dei suoi figli. Inutile dire che a camminar da sole a volte è meglio. Ma per star da sola non avevo la stoffa, anche se avevo deciso di diventare più colta ed indipendente. Mi iscrissi ad una scuola serale e andai ad abitare con un’amica. La difficoltà stava nel mantenermi con i proventi del mio lavoro. Da quel momento iniziarono i miei lavori alternativi che furono tre o quattro e di diversa natura. Al mattino impiegata in un ufficio, al pomeriggio battevo a macchina tesi di laurea e articoli, facevo da segretaria ad un comitato di economisti e qualche volta facevo la babysitter. Nel contempo studiavo. Una certa dose di libertà costa cara. Io quel prezzo intendevo pagarlo. Ma sul più bello della corsa all’indipendenza conobbi quello che dopo innumerevoli anni divenne il padre di mio figlio. Da qui iniziò un’altra storia. Perché mi trasformai dalla ragazza con eskimo, per vari stadi intermedi alla donna sofferta ma con la pelliccia. Non che il mio incontro con quell’uomo mi portò ad essere ricca, ma certamente mi fece sviluppare il senso per gli affari e il mio coraggio per gli azzardi. Così comperai casa e misi in cantiere un figlio. Il mio compagno ripete: “Hai avuto più culo che testa.” Perché lui della mia testa diffida e a ragione. Così arrivai a crescere un figlio e ad avere una pelliccia. Sulla storia di quella pelliccia poi c’entra solo il caso. Un senso di colpa dei miei genitori che ne avevano regalata una a mia sorella e così, a pensarci bene, si sentivano meno a disagio di regalarne una anche a me. Non che la cosa mi sembrasse necessaria, ma a loro sembrava che non avrei potuto farne a meno. Li accontentai in questo e anche per il battesimo del mio piccolino. Me la sentivo che dovevo lasciare a lui la scelta. Se era per me me lo sarei risparmiata, ma questo forse è frutto di aver frequentato la materna e le elementari dalle suore. Si sa che dopo certe esperienze si esce atei. Così dopo qualche anno arrivai a più miti rapporti con il matrimonio. Tentai la sorte che avevo 41 anni e mio figlio ne aveva 7. Ovviamente l’uomo era sempre lo stesso, col tempo avevo imparato ad essere più tranquilla e a reggere con più maestria il mio ruolo di donna. Sì, dai che lo sapete, non fate finta di non capire, donna non è mai o ancora uguale all’uomo. Donna ha molti valori. Donna è lavoro, maternità, matrimonio, fedeltà, appoggio, gentilezza, comprensione… insomma è tante cose ma mai proprio libertà. La mia vita ancora cambiò. Questa volta non fu colpa mia, lo fece il destino. Non un destino favorevole, ma ci si aspetta anche questo dalla vita. Rimanemmo soli, io e il mio bambino. Le esigenze erano aumentate, mio figlio doveva studiare ed io non volevo che dovesse fare i conti fin da subito con le difficoltà. Allora mi inventai un nuovo lavoro che non era il mio. E divenni una donna manager, o almeno qualcosa che le assomigliava. Dividevo il mio tempo difficile con un lavoro estenuante e l’interesse per mio figlio. Faticammo tantissimo perché anche lui doveva accettare la nostra nuova dimensione. Il mio compagno dice che: “Le tue storie sono incredibili. Tanto per non cambiare; non ti sei fatta mancare nulla.” Forse ha ragione. Mi sarei risparmiata tutta questa fatica, se allora fossimo rimasti insieme. Passò altro tempo. Io pensavo che mi aspettasse solo lavoro e responsabilità. Poi incontrai il mio marito giovane. Una storia di uomo mai cresciuto e di donna materna e crocerossina. A far da infermiere ci si guadagna molto poco. Appena appena il malato si riprende, dopo cure serrate e notti insonni a tenere la mano, arriva il giorno che esce dall’ospedale bene o male convinto di essere guarito e si cerca una donna diversa che abbia mansioni diverse. E così dopo tanta vita passata a dare, dare e dare, ma con che risultato non saprei, mi ero ritirata a vita privata. Il lavoro e i miei libri, un figlio adulto che vive la sua vita. Quando lo dico al mio compagno che io a stare sola non ci stavo male lui mi guarda e ripete: “Ma scusa, non è meglio stare in due?” Su questo ha ragione. A star sola ci avevo l’abitudine, ma adesso ho ritrovato lui. Cosa dire? So bene che ho vissuto un mucchio di vite. So anche bene che sono stata diversa da quello che avrei potuto essere. La vita cambia. La vita insegna. Ci modella a suo piacimento. Poi succede che ritrovi il tuo ragazzo del 1968 e ti accorgi di aver pensato spesso a lui. Ti trovi anche ad aver parlato di lui con gli amici. Ti senti un po’ stronza, ma anche emozionata. Forse un pizzico gelosa perché credi che la sua vita sia stata unica e molto molto migliore della tua. Credi che sia diventato l’uomo che avrebbe voluto diventare, non come te che hai sempre arrancato in salita. Pensi che un giorno o l’altro troverai un suo libro di poesie in libreria. Sai che le riconosceresti anche se non portassero il suo nome. Tu sai che con lui la vita sarebbe stata diversa. Che tu donna saresti stata diversa. Ma è solo un ragazzo perduto nel tempo. E’ un uomo che oggi ti avrà certamente dimenticato. Non ti chiedi più chi eravate insieme, ti dici solo che il tempo ormai ha fatto la sua corsa. Ora sei serena perché non ti aspetti più nulla dalla vita. E invece no. La vita ti aspetta all’angolo. Non bastano 42 anni a fare la differenza. Non bastano tutte le storie e i percorsi a cambiare gli attori di questa vita. Ora ho ritrovato la storia della mia vita. Ora siamo in due a raccontarla. Certo il mio compagno mi sfotte per tutti i giri che ho fatto per poi finire di nuovo tra le sue braccia. Certo che anche lui si è plasmato una vita che non era quella che voleva. Il destino ci aveva dato delle opportunità, ma noi eravamo troppo sciocchi per saperle cogliere. Ma di tutto questo ora sappiamo solo sorridere, anche se gli faccio sempre una linguaccia quando sostiene che “Eri bella, ma non avevi proprio cervello!”

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