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La Palestina a casa mia – Noi chiacchieroni delle opportunità perdute

In La Palestina a casa mia on 28 settembre 2015 at 12:10

vittorio

Io sono del segno del Toro.
Buono a sapersi direte: ma che c’entra? E invece c’entra anche se me ne accorgo solo ora, che sto a spiegare come mai io sia approdata alla Palestina.
Chiaramente non “approdata” in senso stretto, perché alla Palestina, tra tante cose è stato rubato pure il mare, e se un mare c’è, è totalmente vietato sia all’approdo che alle partenze.
Comunque la questione del segno zodiacale, credetemi è determinante.
Per prima cosa i nati sotto questo segno hanno il senso della giustizia molto spiccato, quindi con la questione palestinese ci vanno a “nozze”, mai visto un luogo dove l’ingiustizia è così palese e che arrivi a vette così alte. Ma ancora prima c’è che come Toro io ho assolutamente bisogno di una casa.
La casa per me è il centro di tutto: affetti, attenzioni, incontri, condivisioni, insomma per me è una patria, un porto sicuro, aperto a tutto e tutti.
Aggiungo che sono una giovane che nel ‘68 avevo cominciato ad assaggiare la puzza dei lacrimogeni e il gusto delle barricate, amavo la ribellione e l’impegno, parlare di politica e di giustizia sociale e ovviamente ammiravo i fedayin e le loro kefije, la resistenza come diritto dei popoli oppressi, ma col tempo e alcune estreme posizioni della resistenza violenta, mi avevano via via allontana dalla Palestina.
Però non mi ero assentata dalla scena dei diritti civili: integrazione razziale in America, e in Sudafrica. Non mi ero assentata nemmeno dalle manifestazioni pacifiste per la guerra del Vietnam e per quelle successive, e a pensarci bene di guerre da allora ce ne sono state e ce ne sono troppe.
Comunque io una casa non ce l’avevo, ossia l’avevo, ma non era come intendevo io. La prima fu quella di famiglia, piccola e sovraffollata: un tripudio di bambini e di adulti che si contendevano gli spazi vitali. La seconda una casa condivisa con altri e pertanto a libertà limitata, dove la mia stanza era diventato tutto il mio mondo. Poi ebbi una casetta in cui diedi l’avvio al primo luogo di ritrovo, ma era microscopica e durò pochissimo, da questa migrai con il pancione della mia prima e unica gravidanza ad un appartamentino che condivisi presto con il padre di mio figlio. Inutile dire non ero mai riuscita a fare della mia casa quel luogo tanto agognato e che faceva parte dei mie sogni. E poi avevo un bambino che richiedeva tutta la mia attenzione e quel po’ di tempo libero che il lavoro mi lasciava.
Inutile dire che un sogno notturno ricorrente era quello che trovavo una casa grande e luminosissima e che diventava mia, non per la gioia della proprietà, ma per il sano desiderio di abitarla come pensavo io.
Nei sogni le case oniriche ritornavano a trovarmi, dandomi la strana sensazione di essere una possidente che si dimenticava di avere delle proprietà.
Comunque allora trovai una casa bellissima, su più piani, faticosa ma sempre e comunque un bel sogno.
Fu il tempo in cui i miei orizzonti avevano avuto una piccola contrazione, colpa dei problemi che incontra una donna quando ha un figlio e un compagno da accudire. Un misto tra il tentativo di diventare una chioccia o l’estensione di una caverna per proteggere gli affetti.
Allora, oltre ad avere un lavoro e una famiglia, comunque esigente, m’innamorai della causa irlandese, amore che trasmisi assieme al gusto di leggere e di ascoltar musica a mio figlio. L’Irlanda era vicina allora e la Palestina lontana, più lontana ancora di quello che realmente era fisicamente. Il Mediterraneo ci divideva invece che unirci come fa ora.
E la causa irlandese mi prendeva il cuore, come i suoi eroi romantici e l’amore che avevano per la loro terra. Ascoltavo la loro musica, sognavo di viaggiare e di vivere in un cottage a strapiombo sul mare, con la vista più bella del mondo.
Iniziava così una casa grande con delle stanze grandi e delle belle finestre che si affacciavano su di un giardino. Insomma, alla casa per sempre, però ancora una volta in condivisione. Non che il padre di mio figlio non amasse ospitare ed avere la casa piena di gente, ma erano i suoi amici, le sue modalità, non le mie.
Già ero riuscita a far trasformare una grande camera da letto al piano superiore, in una grande cucina, con grandi litigi con il mio compagno, dove io lavoravo volentieri sempre con la possibilità di parlare con gli ospiti e di far annusare il profumo dei cibi, e condividere così anche quel tempo che mi avrebbe tenuto lontano dagli altri. A lui non entrava che si potesse ricevere in cucina, mi faceva fare su è giù per le scale coi piatti che finivano col diventare freddi e per fortuna poi gli amici, dopo essere saliti in cucina si sistemavano lì e non li schiodavi più. Quindi la cucina diventò il centro della casa, a tutti gli effetti, ma quel mondo che ci girava intorno era un piccolo mondo di amicizie e convenzioni che mi annoiavano un po’. Ma questa era la vita che avevo scelto e mi ci adattavo anche se non completamente.
Nella soffitta poi avevo creato un appartamentino per gli ospiti che successivamente divenne dopo la morte di suo padre il regno di mio figlio e che poi, quando mio figlio cominciò a vivere la sua vita in altre città, divenne parte del mio regno.
Era passato così tanto tempo e così tanta acqua sotto i ponti che avrei dovuto dimenticarmi di quel luogo dell’anima che io chiamavo volgarmente casa, ma il destino tramava ancora. Ovviamente io sono del sogno del Toro: caparbia e testarda che nemmeno il tempo, che può tutto, era riuscito a piegare. Avevo ri-iniziato da zero tante vite, e per questo avrei dovuto immaginare che alla vigilia dei mie 60 anni, avrei rimesso in gioco me stessa in un nuovo amore e in una nuova passione.
Per quanto riguarda il nuovo amore si tratta solo di un eufemismo, in effetti l’amore era vecchio in tutti i sensi, sia per età e sia perché quella persona era il mio fidanzatino del ’68.
Una storia platonica (a quei tempi si usava) ma mai completamente dimenticata. La casualità ci aveva fatto ritrovare e ci aveva rimesso insieme con le stesse modalità di quando eravamo giovanissimi. Sempre pronti alle avventure, sempre curiosi, sempre generosi, totalmente incapaci di essere due persone che invecchiano insieme tra le loro piccolo cose nel loro piccolo mondo, i vecchietti più litigiosi e con le stesse idee che avessi mai potuto vedere.
Non sono mai stata una persona scontata, a quasi 60 anni scrivevo e gestivo due blog, usavo internet, facevo amicizie e mi si confondeva, nell’anonimato della rete, con chi era più giovane e ne capiva molto di più di me.
Così, in rete, “conobbi” Vittorio e diventai una sua “amica” di blog. Mi affascinava la sua serietà nei confronti dell’attivismo e della partecipazione alle lotte per i diritti umani.
Fu il primo a ripropormi la questione palestinese in termini non più scontornati, ma puntuali e precisi. Mi riavvicinavo a piccoli passi a quella che sarebbe diventata poi la mia principale occupazione e passione se così vogliamo dire.
Quando ritrovai il mio nuovo compagno, la miccia era già accesa. Con lui si litigava, come facevamo quando eravamo ragazzi, e io parlavo di Palestina e tuonavo contro Berlusconi e le due cose avevano molto in comune, e lui non voleva sentire. Per lui erano tutti e due “dei problemi” marginali e non era corretto che io mi fissassi solo su questi due problemi.
Ma questa volta non mi sono lasciata mettere agli angoli, ero diventata troppo vecchia per aspettare ancora il mio momento, non c’era davvero più spazio per attendere che ci fosse una capitolazione, quindi insistevo e insistevo con la solita caparbietà.
Poi arrivò la tragedia: Vittorio era stato ucciso e noi “chiacchieroni delle opportunità perdute” nel frattempo che lui era lì, lo avevamo lasciato solo.
Così col mio senso di colpa in cuore costrinsi il mio compagno a leggere: Restiamo Umani Gaza, il libro di Vittorio scritto sotto le bombe di Piombo fuso e Mario capitolò totalmente.
La Palestina non era “un problema”, come diceva lui all’inizio, ma era “il problema” come sostenevo io da sempre. E dalla sua capitolazione si aprì la nostra casa alla Palestina.

Brothers in Peace (di Franca Bastianello)

In Amici, amore, Anomalie, uomini, Viaggi on 14 gennaio 2015 at 19:36

Bassam Aramin and Rami Elhanan

Di tutti gli incontri che si fanno durante i viaggi in Palestina, con Luisa, quello a cui tengo di più è sicuramente con Rami Elhanan e Bassam Aramin: i “combattenti per la Pace”.
Se mi chiedete perchè, non mi è difficile rispondere: incontrare un israeliano ed un palestinese che combattono insieme per la Pace, non è cosa facile e soprattutto, sarà che sono un po’ cinica e smaliziata, non a tutti io riesco a credere.
A loro credo fermamente e una ragione importante c’è.
Non è solo perché la loro storia è così terribile, pur se riescono a parlarne con tanta semplicità, da sembrare assurda, ma è soprattutto perchè si percepisce, nel loro racconto, quanto dirompende dolore hanno vissuto e quanto “oltre” hanno dovuto andare per poter dialogare e affidarsi l’un l’altro, come se fossero affezionati fratelli.
E non c’è retorica, loro sono autentici: fratelli diversi accomunati dalla stessa perdita.
Rami, israeliano da generazioni, alto biondo, ormai tendente al bianco e un po’ su di peso, ha fatto il servizio militare nei caccia-bombardieri. Un “non cosciente” della situazione, come molti altri israeliani, almeno fino al momento in cui, un giorno, il terrorismo palestinese uccide la figlia Smadar di 14 anni. Un dolore atroce che, prima o dopo, fa chiedere se un senso in tutto questo ci sia.
Bassam, palestinese, alto, magro e scuro di pelle, una decina d’anni dopo, perde la figlia Abir, di 10 anni, per una pallottola sparata da un soldato israeliano. Un’ingiustizia che viene da lontano, che è impossibile perdonare.
Due dolori molto simili, due situazioni umanamente inaccettabili, due condizioni distanti che si avvicinano fino a toccarsi.
Perdere un figlio e l’atto più terribile che un essere umano possa affrontare.
Da questo può nascere un odio senza fine, una incomprensione infinita che non dà adito a requie.
Eppure due uomini così diversi, ambedue consci di provare la stessa forma di dolore e di essere totalmente incolpevoli, almeno personalmente, mettono insieme le loro risorse affettive e mentali e creano un sodalizio che li rende dei combattenti, molto singolari, tra altre persone colpite da simile disgrazia, i “Combattenti per la Pace” e appartengono anche ad un gruppo di sostegno “The Parents’ Circle” di palestinesi ed israeliani uniti assieme per la stessa ragione: ricomporre la Pace.
Ogni volta che sento la storia della ragione che li ha messi assieme e dei loro sentimenti di fronte al lutto e dei pensieri funesti che ognuno di loro ha percepito per lungo tempo, mi commuovo e mi emoziono come se quella perdita fosse anche mia. Mi emoziona anche l’amicizia che c’è fra di loro. Rami più affettivo di Bassam e se vogliamo più estroverso specifica che lui risponde solo alle domande semplici e che suo fratello Bassam risponde a quelle più difficili e complicate. Bassam che è più riservato ed introverso, mostra un piccolo guizzo sulla guancia, un sorriso nascosto e fugace. Si abbracciano e abbracciano Luisa come fossero figli della stessa terra, come io avrei voluto immaginare la convivenza tra queste due popolazioni. Dice Rami: “dovremo imparare a vivere separatamente gli uni accanto agli altri” e questo si può fare solo con rispetto ed amore.
Ma alla fine è ancora Rami, l’israeliano delle risposte facili, che lancia la “bomba” più esplosiva, come se sorvolasse sulle nostre teste, col suo caccia-bombardiere, e volesse imprimerci nella nostra mente il fragore di una verità, che a me personalmente ha fatto tremare il cuore e davvero mi fa dire che sono esseri umani che ammiro profondamente:

“messaggio da Ebreo, con tutto rispetto per le mie tradizioni:

occupare

umiliare

milioni di persone calpestandone tutti di diritti,

non ha nulla a che vedere con l’essere Ebreo.

Ed essere contro l’occupazione militare

Non

È essere antisemita”

Una lezione che non dimenticherò mai.

Deep words

In Anomalie on 10 settembre 2013 at 7:59

Solitudine

Come si poteva sapere se era lei ad essere diventata tenera oppure una qualche parte visibile od invisibile di lei stessa? Ed era importante capire cosa si intendesse con quel “tenera”. Se avesse un’accezione neutra oppure negativa come a volte le sembrava. E poi ancora chi era davvero lei stessa? La parte visibile, quella che caracollava nella vita, oppure la sua parte più nascosta o meglio più spirituale che ci andava assieme? Che poi le due parti andavano assieme, ma mica sempre si sopportavano.
La vita chiede sempre chiarimenti e approfondimenti, o almeno a lei era sempre successo. Mai che si potesse usare le parole in modo leggero senza la responsabilità di cui si sentiva da sempre gravata.
Non le era sufficiente mai, adeguarsi, alla comoda idea che esistesse per tutto un significato letterale che veniva accettato per lo più da tutti. Per lei c’erano le sfumature e i significati che arricchivano le parole e che le rendevano più responsabili e importanti.
Per esempio educare un figlio voleva dire molto di più di quello che la gente pensava. Non era solo insegnargli a salutare, a stare seduto a tavola e a non mettersi le mani sul naso davanti a tutti. C’era davvero molto di più e anche molto di diverso, ma era difficile spiegare, che poi mica tutti avevano figli e mica tutti li sapevano educare. Magari quelli le mani sul naso davanti a tutti non se le mettevano, ma poi di fronte alla vita erano dei pezzi di legno fatti e torniti anche se molto ben educati… magari apparentemente.
Ma lei per le regole aveva sempre sofferto. Non le erano mai andate giù e le trovava sempre molto ipocrite e ingiuste. Per lei educare era un lavoro lungo che non finiva mai: cercava di insegnare ad essere responsabili ed empatici, la “buona educazione” da monsignor Della Casa era proprio l’ultimo dei suoi problemi. Se deveva essere sincera il catalogo delle buone maniere non le interessava, se non altro proprio perché parlava di maniere e non di sostanza.
Ce n’è di gente che vive di atteggiamenti e che non sa vivere di quello che è. A parte il fatto che è davvero difficile conoscersi bene dentro, ma basterebbe un po’ di sano senso critico per andarci vicino, senza dover per forza arrivare al centro di ogni problema.
Era l’impegno a fare la differenza: il non accontentarsi mai. Che poi anche questo metodo aveva i pro e i contro, c’era il rischio di portarsi dietro quell’aria da “tumistufi” che lei tanto odiava negli altri. Possibile che si odi incontrare negli altri i propri difetti??? Ma lei amava la vita, era talmente bella, talmente sorprendente e generosa, non si sarebbe potuta mai mostrare scontenta di vivere. Aveva visto troppe vite distrutte, tante volte per noncuranza e qualche altra… ma lasciamo stare.
Ma una cosa era certa a lei sembrava di essere diventata di un’altra sostanza. Non era solo la questione che piangeva guardando film commoventi o di fronte alle storie che la prendevano, questo lo aveva sempre fatto, ma che si trovava disarmata davanti alla cattiveria, e non solo, si scioglieva davanti alla bellezza, alla poesia, all’arte. Piangeva come dopo una perdita… come dopo un abbandono. Non un pianto di gioia, ma uno che assomigliava di più ad un addio.
Ci aveva pensato a lungo e le uniche parola che le venissero alla mente erano: nostalgia, malinconia, rimpianto e perdita. Parole difficili da accettare. Parole a senso unico, senza ritorno a cui non riusciva a guardarci dentro. Non riusciva o non voleva e forse non poteva.
Avrebbe dovuto usare le parole in modo leggero, noncurante e invece a volte erano profonde e misteriore come il mare.
Lei conosceva solo quel verso della vita, quel sapore e oggi, senza rimedio e per la prima volta, si sentiva sola. Nessuna condivisione. Gli occhi degli altri non erano i suoi. La sua anima era diventata un tenero puntaspilli e le parole, per quanto attente, non le bastavano più.

Verso Supino, ovvero lavorare stanca

In Amici, amore, personale on 2 luglio 2013 at 8:00

assoAndare a Supino, a casa di Luisa (Morgantini), mi piace come in certi casi tornarmene a casa dopo un lungo viaggio faticoso. Supino è un posto ameno, piacevole come bere un buon bicchiere di vino rosso oppure di acqua e menta se hai sete.
Stavolta ci dovevamo vedere in tanti perché l’Assopace Palestina deve muovere i suoi primi passi e c’era bisogno di guardarsi negli occhi. Veramente qualcosa di più, c’era bisogno di partire col passo giusto e cominciare a macinare attività su attività, c’è bisogno di crescere e di diventare adulti.
Luisa è una forza della natura, senza di lei siamo tutti pargoli senza madre, treni senza direzione, e così via, ho provato a sostituirla visto che sarebbe arrivata tardi, quando sono arrivati gli ospiti, ma come fare se non sapevo i nomi della case in cui sistemare chi arrivava?
Basta un po’ di inventiva visto che poi arriva lei e tutto sistema.
Io ho seguito la prima pasta al sugo e poi la seconda, poi il conto si è perso tra arrivi e pacchi da portare in casa. Tutto avrei cercato di fare tranne che tenere le redini di una riunione allargata con tante teste e tanta voglia di dire.
Far da mangiare è più semplice e per fortuna c’era Maurizio che con le padelle ci sa fare meglio di me.
Sia chiaro che non intendo parlare di quello che si è detto in quella riunione fiume, che verso sera, con un po’ di richiamo (della fame soprattutto) è finita ad un’ora decente.
Essere parte di Assopace Palestina è una grande opportunità, almeno così io penso. Sono una donna pratica e mi trovo con chi agisce senza stare a chiedersi quanta fatica costerà. Luisa è così: parte ancora prima di pensare che è buona cosa partire, su questo siamo due gocce d’acqua, ma anche su altro, per esempio davanti un piatto di buona pastasciutta, pensiamo al piacere di mangiare in compagnia e mai che dovremmo stare a dieta almeno per un periodo lungo come un carcere amministrativo in Israele.
Ah! tra l’altro siamo tutte e due dure d’orecchi, sarà l’età o sarà che a volte siamo stanche di ascoltare, ma devo sempre concentrarmi sul labiale per capire quello che tutti dicono. D’altra parte la stanza ha un’acustica pessima. Io vado ad intuito.
Marcello prende nota. E’ bravo a ricavare un senso da quello che diciamo, magari capisce anche di più, legge tra le righe, cosa che io non so fare, almeno non su quello che si dice, ma su come lo si dice. E’ bello guardare le persone parlare e come si muovono, dice molto su di loro. E’ solo che io guardo il lato umano, vedo se c’è generosità nei loro movimenti e nei loro sorrisi. Capisco se c’è disponibilità, capisco il lato pratico e la capacità di essere dentro alle cose e mi piace sentirmi dentro alle cose, mi fa star bene, a mio agio.
La serata è caotica perché siamo in tanti, si potrebbe dire troppi, ma non è mai così. Si mangia e si parla in una confusione di gusti e parole. Alla fine tra l’altro si recita in uno spettacolo creato da Ilaria e Uri, una storia inventata da noi stessi, tra partenze e ritorni, senza mai trovare il luogo dove fermarsi, dove appendere il nostro cappello o la nostra borsa dei ricordi. Io non lo faccio, troppo presa a riprendere la scena, più che le parole le persone, più che le persone le emozioni.
E’ tardi ed io che venivo da una levataccia alle 4 di mattina mi sono messa a letto ascoltando le ultime chiacchere e le risate. Mario e i bolognesi che parlano ancora di sarde, sarà l’argomento della serata. Fiorenzo Fiorito, che ha reso Darwish vivo e anche di più allietandoci della sua interpretazione, parla con una bella voce quasi impostata. Qualche puntata in romanesco di Maurizio, nel bolognese di Roberto, e qualche bacchettata di Luisa e in questo pacifico ciarlare prendo sonno nella mia bella stanza con passaggio verso il bagno diventato comune. Ma nessun problema: io dormo serena.
Alzarsi presto è mia abitudine. Il sole entra nel bagno e illumina tutto e scalda. Scendo a fare il caffè e le case del borgo si svegliano un po’ alla volta. Caffè, marmellata con zenzero, ricotta fresca, latte e dolcetti di casa.
Io sorrido e continuo a guardare: guardo come fai colazione e ti dirò chi sei. C’è chi prepara il caffè; mai moka grande solo, piccola. Chi invece ne fa solo grande per tutti e se ne bevono a fiumi. C’è chi non finisce mai il suo e lascia la tazza mezza piena, chi vuole la tazza grande e chi la piccolina, chi vuole il pane e chi i biscotti, chi il cucchiaio e chi il coltello, chi spalma e chi mangia, chi parla e chi sonnecchia… che bello il mondo che fa colazione. Poi bisogna correre, è tardi, bisogna salire in terrazza per la riunione riassuntiva. Beh! nel come si fa la colazione c’è pure quello che si lascia dietro… tazze, piattini, briciole, marmellate, biscotti e pane in una confusione allegra sul tavolo. Bisogna riordinare.
Io spreparo, qualcuno lava i piatti, altri portano sedie in numero adeguato per stare nel solito circolo democratico, possibilmente all’ombra, ma io arrivo tardi e sto sotto il sole, pazienza vorrà dire che mi abbronzerò. Si raccolgono voci, progetti e indicazioni per il futuro. Sinceramente ricordo poco. So che a Bologna ci vorrei andare per le giornate del Teatro Palestinese. So che incontrerò Luisa a Brescia entro qualche giorno. So che qualcuno resterà dopo questa giornata, ma qualche altro lo perderemo per strada, già è tanto che sia arrivato fino a qui.
C’è pure un ragazzo che è coraggiosamente arrivato gamba ingessata in spalla. Spero che dopo tanta fatica lui possa rimanere.
Intanto Maurizio si cimenta nella vera amatriciana che solo lui sa fare così buona, stavolta non voglio capire la gente da come si muove in cucina o da come ciarla tra un piatto e un altro. Me ne resto nel terrazzo a godere l’arietta che viene dalla valle. Ci arrivano i piatti serviti come fossimo principi… non credo che ce li avrebbero portati se Luisa non si fosse seduta assieme a noi.
Buona la pasta e buona la compagnia. Assopace si occupa di Palestina, ma anche di questa strana compagnia di affamati. Bravi tutti anche la ragazzina tredicenne che alla fine si confida e comincia a raccontare di sé e della scuola.
Ma ormai dobbiamo partire verso casa. Baci e abbracci e promesse di telefonare e scriverci, sì.. sì lo farò, però lasciatemi il tempo di rigovernare le idee, di rimetterle in careggiata. Ma dopo tutto perché dovrei? E’ così bello vivere di emozioni e di benessere. Sarà stato un incontro di lavoro, ma a me pare di non aver lavorato per niente.

Le assenze insostenibili

In Amici, amore, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale, politica on 29 maggio 2012 at 16:53


Caro A…….
amico di una vita, assenza che pesava anche allora e che pesa ancora di più adesso. Allora però eravamo ragazzi e tutto per noi era un gioco e il tempo ci pareva infinito, oggi no, lo sappiamo che può finire e l’assenza può diventare definitiva.
Allora il tempo sembrava una storia continua di giorni di sole e di notti insonni passate a cantare e a discutere e a litigare come gatti pettegoli. Quanti errori abbiamo fatto e quanti ne abbiamo lasciati fare. Nessuno ora lo sa, nessuno può capire, solo io sono rimasta di quel triunvirato che eravamo io, te e Marina. Non c’era nessuno che ci avrebbe mai potuto dividere. Il tempo forse un po’. Salvo poi a ritrovarsi e stringerci in un abbraccio. La prima fu Marina ad andare ed io e te con il nostro dolore, ai due angoli opposti della chiesa, non avevamo nulla da dire, incapaci di stringerci in un unico dolore. Ma ancora prima i tuoi amori definitivi che duravano troppo poco, le tue promesse per sempre, che tramontavano in una stagione, le tue decisioni drastiche che minavano la tua ricerca della felicità. Difficile sopportare il dolore del ricordo.
Quando tu riprendesti ancora la strada, con un nuovo amore e un nuovo per sempre, mi ero ritrovata a ragionare del perchè non capivi che non era quello il modo per riempire il vuoto della tua infanzia tradita. Ma in fin dei conti chi ero io per conoscerti meglio di chi viveva la vita con te? E gli anni son passati e pure quell’amore è sparito nelle brume della tua memoria, tanto che serviva dire che lo sapevo, mi pareva solo il cattivo augurio per la tua vita futura.
E io ti volevo bene a distanza e tu mi volevi bene da lontano, nessuno dei due capace ad intervenire nella vita dell’altro, troppo riservati e troppo guardinghi. Ma ricordavamo, lo so, quei giorni passati a studiare al bar delle “Manche” discutendo se “Dante era un uomo libero, un fallito o un servo di partito”.
Io tenevo in mano quel libro, forse “La conquista della felicità”, non ricordo più, e tu sembravi sapere che non ce l’avresti mai potuta fare. La felicità per te era un attimo troppo sfuggente, ed io ero lì a ricordartelo. Compagno di scuola e compagno di percorso, io da una parte e tu dall’altra dentro alla stessa ricerca, protesi verso la felicità che ci scappava ad ogni passo e ad ogni sorriso.
Una vita passata al telefono senza fili delle amicizie comuni e poi all’uso cretino dei messaggini al cellulare. “Come stai? Ma dove sei finito?” “Troppi casini! Il sindacato, la politica non ho tempo per vivere.” “Non fare lo scemo, vieni a cena da me, invito tutti i vecchi amici… per te.” Ma già Marina se n’era andata per sempre e non era più la stessa cosa, e gli amici non erano più gli stessi, eravamo rimasti solo io e te.
E gli ultimi anni, sparito dalla tua città, rintanato nel tuo “antro in culo al mondo”, certo ancora totalmente dedicato alla politica, e dimentico dell’amore o forse no, dell’amore non sapevo o non volevo sapere, non era importante o almeno così speravo.
Sei stato il solo politico che ho conosciuto che alla fine del suo percorso di politica attiva è rientrato nel suo antico lavoro di travet, malpagato e senza onore, dove persino i colleghi perplessi non erano più gli stessi e certamente non lo eri più tu.
Bestia rara caro amico: con le tue rate della macchina da pagare, i lunghi viaggi quotidiani per e dal lavoro, l’isolamento voluto e difeso fino allo spasmo. E io che ti avevo ancora una volta scovato ti dicevo “Ma dai scemo, vivi! Ritorna nella mischia. Ci manchi… mi manchi… Sei uno spreco tremendo!!!” E tu ridevi e scherzavi sul fascino del rospo che aspettava ancora il bacio della principessa e sui libri che dovevi ancora leggere e sulla musica che dovevi ancora ascoltare. Bestia che non sei altro, hai voluto morire da solo ed io per questo non ti perdonerò! Non posso accettare quella tua tanta solitudine, non posso pensare che sono rimasta sola a cercare quella inutile, giovane felicità. Ho avuto altro, lo hai avuto tu? Ho composto la mia sinfonia, ci sei riuscito tu? E la vita, dov’è andata la tua vita??? Rispondi, non lasciarmi ancora una volta a chiedere se saprò vernire a capo anche di questo abbandono, che a tutti gli effetti non mi appartiene?
Ma che inutile spreco è la vita… ti avessi almeno mandato un ultimo stupido messaggino: “Vecchio orso, lo sai che ti voglio bene?” e lo so che tu avresti capito.

Vittorio, un anno dopo

In Amici, amore, Blog, Gaza, Giovani, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, musica, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas, uomini on 9 aprile 2012 at 12:34

E’ trascorso un anno o quasi: Vittorio non c’è più. Eppure non c’è mai stato così tanto, e non gli siamo mai stati così vicino. Effetto del sentimento di rimorso per non averlo supportato come meritava? Può essere, anzi è sicuro. Quando è stato ucciso, per giorni, non sono riuscita a organizzare le idee e i sentimenti contrastanti. In qualche modo sapevo dentro di me, che era in profondo pericolo, sapevo che poteva accadere e mi ribellavo alla cosa, sapevo che era nella “lista nera” e che stava nel mirino di quelli, ed erano in molti, che lo vedevano come un nemico da eliminare. Eppure che cosa ho fatto? Parlo di me, personalmente. Se sapevo, perchè non ho fatto qualche cosa? Perchè non ho insistito, con lui e con gli amici, per cercare di dargli maggior copertura? E’ triste, ma mi sento responsabile, anzi sono responsabile e questa sensazione non me la leverò più.

Parlare di lui, non dovrebbe essere un mio diritto, me ne vergogno un po’. Mi sento un’intrusa, o mi par di essere come quei molti che di Vittorio, prima,  non sapevano nulla e poi erano diventati i suoi amici più cari: quelli che sapevano tutto su come la pensava e come avrebbe agito in qualsiasi situazione. E’ triste, ma è lo scotto che si paga a diventare famosi mediaticamente, soprattutto quando non si può più gestire la propria immagine e quando hai a che fare con un  mondo che vede solo chi appare e non chi è davvero.

Ma non sto a bacchettare nessuno. Certo, l’importante è divulgare il messaggio di Vittorio, che non è un eroe romantico che ha perduto la vita per idealismo, ma è un bel ragazzo, intelligente e fin troppo coerente che è stato ucciso per quello che era: una persona scomoda e senza mezzi termini, che non si faceva condizionare dagli incastri di una vita normale (attrazioni, comodità, convenienza) per una scelta scomoda e rischiosa, ma doverosa. Ecco perchè Vittorio non è né mio nè di altri, giusto è delle persone care che gli sono state vicine e che ne hanno diritto e titolo. Per noi è solo un amico da non dimenticare e del quale divulgare il più possibile la denuncia e la sua lotta per far rispettare i diritti umani.

A Vittorio ho destinato molti dei miei grazie. Forse un po’ poco per chi lo ama, ma per me sono dei ringraziamenti fondamentali. Di Palestina me ne occupavo solo per luce riflessa, ritenevo doveroso appoggiare la lotta per i propri diritti dei palestinesi, ma avevo anche paura di toccare il tabu’ che dava diritto agli “ebrei” ad una terra per loro. Un tabu’ complicato e pieno di ricatti. La domanda è lecita: Perchè proprio la Palestina e di quanta terra hanno ancora bisogno, gli israeliani, per fondare quel grande stato “ebraico” che in molti sognano? Ovviamente il sogno non finisce lì ed altrettanto ovviamente non prevede il rispetto per chi era proprietario o viveva lì prima della fondazione dello stato di Israele. Colonizzare un territorio già abitato e di proprietà di altri non è un diritto, è un’azione di guerra e anche delle più terribili, soprattutto se poi, per queste ragioni, vengono perpetrati ingiustizie, massacri e negazione di tutti i diritti umani. Questa è una guerra vergognosa ed è inaccettabile che passi, sotto gli occhi di tutti, come un diritto, che sta tra un’autorizzazione divina e un placet politico, solo per una mera questione di alta finanza, e passi attraverso la cattiva coscienza dell’Europa: grande assertrice dei diritti uguali per tutti, ma col peso nel cuore di aver permesso e voluto l’olocausto degli ebrei. E come si ripaga questa ingiustizia? Semplicemente chiudendo gli occhi sull’olocausto palestinese. Ecco in poche parole cosa contiene quel tabù e perchè persone preparate, attente e dentro ai meccanismi dell’informazione, diventano improvvisamente malati di cecità e di incapacità di analisi.

La mia speranza è che questo sia provocato solo da incapacità psicologica più che da cattiva coscienza, e da paura di essere esclusi, di diventare il soggetto di campagne propagandistiche atte ad isolare e diffamare chi prende coscienza e si ribella. Personalmente ho molti amici ebrei che non si sentono cittadini d’Israele, ma cittadini del paese in cui abitano, anzi che di Israele se ne vergognano, ho molti amici israeliani che se ne sono usciti da Israele con le gambe proprie o con la “scomunica” di quel paese. Perchè rifiutare la politica di quello stato, non essere d’accordo con l’occupazione, denunciare lo stato delle cose, crea molti più problemi di quello che si pensi. Vittorio lo ha saputo anche se non era ebreo. Ma molti altri ebrei italiani lo hanno sperimentato sulla loro pelle. Chiedeteglielo. Vi diranno cosa vuol dire essere ebreo contro l’occupazione. Capirete allora che ci sono mille forme di coraggio e di coerenza.

Ma non è di questo che volevo parlare. A Vittorio debbo un grazie enorme per avermi consentito di aprire gli occhi su questa parte di mondo. Lo so, il costo che abbiamo pagato è stato troppo alto, ma è andata così. Oggi non temo più quel tabù, ho deciso di impegnarmi a suo nome con le poche armi che possiedo e che non sono assolutamente armi che uccidono, per fortuna. Ho incontrato in questa strada persone straordinarie che mi hanno supportato e che si impegnano con la stessa decisione e lo stezzo zelo che ci metto io. Vedo ragazzi giovani prendere in mano la loro vita e non perdersi in facili estremismi o in quiescenze televisive come molti altri. Ho conosciuto persone sincere e disponibili che aprono la loro casa e il loro cuore per una causa giusta. Ho incontrato persone da tutte le parti pronte a collaborare per giungere ad una pace, difficile, ma non impossibile. E anche a loro che si sono riunite sotto il nome di Vittorio dico: grazie!

Ringrazio il mio compagno Mario, Giuseppina, Luca, Sara, Valeria, le due Francesche, le due Anne, Le due Roberte, Giovanna, Lorella, Shaden e Amnerita, Antonia, Patrizia, Yousef, Giovanni Andrea, Daniela e Loris, i due Franceschi, Valentina, Miryam, Maria Antonietta, Marco, le due Alessandre, Marele, Awni, Nandino, Laura, Betta, Emma, Giulia, Enrica, Naser e un’infinità di altre persone che in questo momento dimentico, ma che non sono da dimenticare e che stanno nel mio cuore, per il grande aiuto che mi danno e che ci diamo. Tutto questo lo dobbiamo a Vittorio e da lui abbiamo imparato a Restare Umani, malgrado tutto e contro tutte le ingiustizie del mondo.

Sì, è passato solo un anno e sembra una vita, ma per me è stato l’anno più intenso che abbia mai vissuto nella mia, credo, stupida esistenza. Impegnarsi è un dovere necessario e l’averlo fatto ha dato vero significato alla  mia vita.

Grazie Vik, resterai sempre nei nostri cuori.

Di quella rabbia, resta ancora la traccia

In Amici, amore, Donne on 12 novembre 2011 at 19:04

Forse è perché non era più giovane che il suo pensiero tornava spesso ai ricordi. Che poi per lei, quei ricordi, non erano solo immagini un po’ sbiadite dal tempo, ma vere e proprie emozioni ritrovate. Cercava di spiegarselo, ma era difficile farlo quando nemmeno lei capiva completamente.
Aveva una buona memoria, tutti glielo dicevano, anche se in realtà era una memoria selettiva e molto particolare. Ritrovando un ricordo, ritrovava anche l’odore e l’umore di quel momento. Ogni ricordo era un segno dentro che le aveva lasciato una traccia indelebile. Almeno così era per lei.
Spesso chi la conosceva si stupiva che lei, a sentir nell’aria un profumo appena percepibile, riuscisse velocemente  a ricollegare la sua memoria ad altri momenti, legati a quell’odore o a quella canzone o ancora di più a quelle emozioni.
Per esempio quella canzone, che seppur piuttosto nuova, per le sue parole e nella sua ripetitività musicale le faceva venire in mente la rabbia della sua gioventù. Quella rabbia non era più sua, ma se la ricordava fin troppo bene. Oggi si era trasformata in qualche cosa di più maneggevole e più pratico. Prima riusciva ad odiare oggi invece accettava anche se rimaneva ancora incapace di perdonare completamente, però non odiava più.
Quello della rabbia era il tempo dell’anarchia e della voglia di andare via da ogni posto che non fosse straordinario. Era la voglia di non mettere radici da nessuna parte e di vedere tutto il mondo e viverci dentro senza lasciarsi cambiare dagli altri. Grande illusione quella, ma era proprio questo quello che voleva. E quel sentimento era una traccia bruciante e dolorosa, che non aveva superato facilmente. Impossibile farlo quando si è inermi. No, un’arma lei l’aveva ed erano i suoi sogni. Sognava un mondo migliore, più sincero e senza conformismi, più serio ed impegnato e contemporaneamente più leggero, amichevole e puro.
Chissà perché non aveva mai giocato a mamma-casetta. Non aveva mai avuto bambole e non aveva mai sognato il suo abito da sposa, o forse sì, una sola volta, ma era troppo giovane e troppo ridicola e poi era solo un sogno che l’aveva fatta sentire stupida.
Ma il livello di rabbia era elevatissimo. Avrebbe voluto spaccare tutto, anzi polverizzare tutto per poi poter nuovamente costruire e farlo meglio.
La sua generazione era quella che apriva il mondo alla fantasia, all’anarchia, ma anche all’impegno, alla puntualizzazione, alla cultura libera e autonoma, alla libertà, agli sconfinamenti e alle contaminazioni, al coraggio e alla disperazione, non si accontentava di quello che le veniva dato, voleva molto, ma molto di più.
Le amiche di quei tempi continuavano a dirle ancora. “Tu hai fatto un’altra vita, perché tu eri diversa, non ti accontentavi e volevi di più…” cosa fosse quel di più non se lo spiegava ancora. Aveva fatto tante vite in una e continuava ancora a viverne altre e quelle vite non le bastavano  mai e le si offrivano sempre, si moltiplicavano e si perpetuavano e la ragione non la sapeva, nemmeno ora riusciva a capire quel miracolo.
Aveva amato, tante volte e molto spesso per sempre, aveva ricordato e dimenticato. Aveva conservato le cose importanti e lasciato andare quelle di nessun valore. Aveva tenuto vicino gli amici e i ricordi e li teneva vivi con attenzioni e facendo rivivere le emozioni che li avevano legati. Oggi sapeva dire ti voglio bene ad un’amica a cui, per pudore, non l’aveva mai detto e sapeva che pure a lei faceva piacere. Riparlava ad un vecchio amico come facevamo da ragazzi e non se ne vergognavano e non avevano più nessun orgoglio da soffrire.
Non aveva avuto una vita comune e in fin dei conti non aveva neanche mai invidiato chi invece ce l’aveva avuta. Le andava bene così, perché ai margini di una gabbia, che era certa l’avrebbe soffocata, aveva potuto dare il meglio di sé. Aveva annusato e ascoltato la vita. Aveva vissuto profondamente e sofferto perché si era lasciata segnare dalle cose, dai pensieri e dagli sguardi altrui. Era stata indifesa ed irraggiungibile. A portata di mano e sfuggente. Nessuno aveva la chiave giusta e sebbene fosse triste per quello, non aveva mai voluto aprire la sua porta. Questa era la sua rabbia, questa era l’incapacità che aveva di conformarsi, di adattarsi, di entrare nel gioco. Certo si era data, ma nessuno l’aveva mai avuta completamente e questo era stata la sua gioia e la sua malattia. Era una donna ed era una donna complicata, esigente e difficile.
Poi un giorno decise di avere un figlio e quello l’aveva addomesticata. Questo era quello che aveva voluto ed è era stata una scelta consapevole, perché era quello che voleva per lui. Era una donna che diventava madre. Ed era il suo primo atto di appartenenza e le piaceva. L’unico amore che percepisse senza catene. Strano no? E’ quello l’amore vero e per sempre. Era un amore libero perché naturale e definitivo. Certo, la rabbia viene ammansita dall’amore, era evidente. Quello lo capì allora e lo visse con uno stupore infantile e pieno di calore. Aveva finalmente la sua àncora, il suo porto, il posto dove stare, il suo impegno quotidiano e bellissimo, il suo progetto per quel futuro che aveva sempre evitato di fare.
La rabbia non tornò più. Era suo figlio che l’aveva disinnescata, con i suoi occhi splendenti e la voce con quella erre che appena appena faticava, con il sorriso spettinato e la sua intelligenza veloce e rasserenante. Non avevo più bisogno di distruggere avevo solo voglia di fermarsi, di dargli una casa, delle sicurezze…
Ne parlava qualche giorno prima con il suo compagno, che non era il padre di suo figlio, e parlando non se ne rendeva conto di quanto significasse per lei, come donna, la nascita di un figlio. Era certa che le donne quando diventano madri cambiano e cambiano molto
Insomma aveva dovuto trovare l’amore per disinnescare la rabbia, anche se quella rabbia le aveva raschiato l’anima per tanto, troppo tempo. Proprio l’amore di e per suo figlio, le aveva aperto la porta anche ad altre forme di amore, aveva capito che ne dovevano esistere anche altre forme, anche se allora non le aveva desiderate e forse nemmeno incontrate. E così la rabbia si era trasformata in curiosità, in calore e partecipazione, forse anche un po’ in trepidazione, ma anche in certezza, sicurezza ed in mille altre sfumature di luce.
Oggi poteva dire di essere una donna arrivata e di questo non aveva alcuna paura. Anzi si sentiva migliore proprio perché aveva saputo fermarsi e accogliere il brutto e il bello che la circondava. Aveva trovato un altro amore che le riempiva la vita oltre a quello di suo figlio. Aveva tante persone che la circondavano e che la facevano sentire viva e partecipe. Della sua rabbia restava solo una traccia lontana anche se indelebile. Le faceva ripetere sottovoce: “Mai e poi mai mi lascerò ingoiare da una vita che non voglio e che non vorrò mai.” Ma almeno ora poteva invecchiare serenamente.

Certe donne…

In Donne on 12 ottobre 2011 at 21:48


Stamattina ho passato un po’ di tempo a leggere in rete notizie e post di blogger amiche. Tutto attorno al tema “donne…” Che poi le donne non sono tutte uguali, come non lo sono gli uomini, ci mancherebbe! Il mondo sarebbe una noia fatto di tanti manichini tutti uguali. Per fortuna o per disdetta il mondo è variegato e le donne pure. Se poi viaggi in rete, ne senti di tutti i colori, ma basta anche parlare con le amiche o assistere a qualche convegno per avere una idea più precisa.
Faccio un esempio: alcuni giorni fa ironizzavo su di una tale Terry che avrebbe potuto vendere la madre per frequentare gli ambienti giusti, quelli che ti consentono di fare la “bella vita”, tanto per capirla e che ha messo e mette il suo corpo a disposizione degli altri a scopo di lucro. Contemporaneamente sono andata a vedere il film di Simone Betton “Rachel” che parla della giovane attivista americana Rachel Corrie morta sotto un bulldozer mentre tentava di fermare la demolizione di case palestinesi nel territorio di Gaza. Ragazza, carina e fragile, che metteva il suo corpo quale barriera tra l’ingiustizia e i perseguitati, senza nessun tornaconto se non quello di sentirsi almeno utile in un mondo che se ne frega degli altri.
Sembra difficile avvicinare queste due tipi di donne ed in effetti lo è, sinceramente non lo tento nemmeno. Sempre di donne parliamo, ma di donne con valori completamente diversi, cresciute in modo diverso. Persone che hanno nutrito i loro corpi per scopi diversi, che hanno saputo dare di loro la parte migliore che avevano.
Ora non ci resta che capire quale sia la parte migliore di una donna e, sebbene comprenda che qualcuno, senza farsi sentire, ha pensato che parlassi della patonza, confesserò che invece intendevo: il cuore, la generosità e l’impegno.
Cuore contro patonza = 3 a 0
Inevitabilmente io sto dalla parte dell’impegno, dalla parte delle donne che sbagliano, ma che lo fanno con il cuore. Con quelle che crescono i figli nelle difficoltà, in cattività e senza sostegno. Quelle che lottano per la loro vita e la loro libertà e quelle che si dannano per i figli e a volte per i compagni meritevoli, oppure per niente, come succede spesso nella vita.
Molte volte sono stata giudicata dalle donne: sprezzante o altezzosa e dagli uomini, in qualche modo, poco femminile. Con quelle donne io non ho molto da condividere e non riesco a provare quell’empatia che in genere mi contraddistingue e così anche con quegli uomini non sono me stessa, rilassata e disponibile com’è nella mia natura. Certe donne sanno dare il meglio di sé solo in certe condizioni.
Ci sono donne schive che diventano leonesse per difendere i loro bambini e donne intelligenti che rinuncerebbero alla loro dignità per un adeguato tornaconto. Come si fa a parlare di un genere unico, come se fosse un’unica persona o come se avesse un’unica personalità? Le donne sono tante ed è impossibile etichettarle in un unico contenitore. Altrimenti dovremo farci entrare dentro alcune donne con certe qualità e altre con qualità diametralmente opposte. Come ad esempio le donne madri e quelle che sopportano solo da lontano i figli degli altri, ma anche chi non considera minimamente la maternità e chi pure odia i bambini. Suppongo che quando si parla di Donne io penso che si stia parlando di certe donne ma è un errore, un immaginario tutto mio che cancella le tipologie di donne che per me risultano inaccettabili.
Ricordo un giorno che stavo al mercato della mia città distribuendo, con delle amiche, un opuscoletto sulle richieste in ambito locale e nazionale, per veder riconosciuti di più i diritti di genere e anche per richiedere di migliorare dei servizi necessari al quotidiano, come assistenza all’infanzia, alla vecchiaia e alla parte debole della società. Una vecchia segaligna e acida si è fermata e ci ha riempito di parolacce: “Ma cosa volete? Più Libertà? Ma non vedete che ne avete anche troppa. Tornatevene a casa, come si è sempre fatto. A voi non basta, volete andare a lavorare per fare le puttane e lasciare i vostri bambini abbandonati da soli. Hanno ragione i vostri mariti a darvele, e a chiudervi in casa. (E tanto per cacciarcelo bene in testa) Siete tutte puttane!” Sia chiaro che a volantinare erano tre donne per la cui età, la fertilità era un ricordo ormai lontano. Comunque questo dimostra che le donne si dividono in “certe” e in “certe altre” e molto spesso le une sono le nemiche acerrime delle altre. Per quale motivo? Non saprei, ma ho il sospetto che c’entri molto spesso l’invidia e su questo devo dare ragione alla Terry nazionale che di patonze e di invidie lei se ne intende un sacco.

Dalla parte di Vittorio

In Amici, amore, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas on 29 settembre 2011 at 20:36


Cara Silvana De Mari,

leggiamo e rileggiamo quanto ha scritto nella sua “Lettera della Domenica” pubblicata da Informazione Corretta il 25 Settembre (che potete leggere qui).
Rileggiamo (più volte, lo confessiamo) per essere certi che quanto scorre sotto i nostri occhi sia realtà e non un brutto scherzo delle nostre menti. Rileggiamo, nonostante il “taglio editoriale” di Informazione Corretta ci sia ben noto e non dovremmo, quindi, affatto stupirci.
Cara Silvana,
come Vittorio, anche noi crediamo fermamente che la libertà di espressione sia una delle grandi conquiste di questo tempo, almeno per qualche fortunato angolo del pianeta, e che ognuno di noi abbia quindi il sacrosanto diritto di esprimere le sue opinioni. Voltaire, come certamente ben saprà, saggiamente diceva: “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere”. E noi con lui.
Ma, cara Silvana, di fronte a gravissime affermazioni così palesemente false, totalmente soggettive, ma esposte alla stregua di verità assoluta, non basate su alcuna prova o dimostrazione, espresse pubblicamente con il preciso intento di diffamare una persona che non ha più la possibilità di replicare e di spiegarle, punto per punto, tutte le ragioni per le quali, scrivendo quanto ha scritto, non solo rischia di coprirsi di ridicolo, ma anche di compiere un gesto di assoluta volgarità, cara Silvana, di fronte a tutto ciò ci sentiamo in dovere di prendere eccezionalmente il testimone che  Vittorio ci sta porgendo e risponderle.
Ci sentiamo in dovere di dare voce a chi voce non ha più.
Come lui avrebbe fatto.
Come lui faceva ogni giorno.
Silvana,
su una cosa siamo d’accordo: Vittorio è certamente morto con onore, ma altrettanto certamente non per le ragioni a cui lei allude. Vittorio è morto con onore, perché Vittorio ha vissuto con onore ogni singolo istante della sua vita.
Ha conosciuto Vittorio, Silvana?
Ha conosciuto il suo maniacale amore per la verità, la stessa che lei cita nella sempre bella frase di Orwell?
Può trovare le idee di Vittorio discutibili, è assolutamente lecito e comprensibile, ma non può assolutamente permettersi di affermare che abbia commesso in vita azioni riprovevoli e ripugnanti. Non può affermarlo, cara Silvana, perché sa bene di non poterne citare nemmeno una. Non può affermarlo, perché la calunnia e la diffamazione sono intollerabili, specialmente se rivolte a un uomo che non c’è più, ucciso a 36 anni poco più di cinque mesi fa.
Non può affermare che Vittorio vivesse nell’odio.
Vittorio era un uomo pacifico, un giovane uomo che aveva scelto di dedicare la sua vita a quel milione e mezzo di palestinesi segregati nella Striscia di Gaza, innocenti, che non chiedono altro se non di vivere una vita libera, nel rispetto dei propri diritti di esseri umani.
Era un uomo che non aveva bandiere di fronte a cui inginocchiarsi, né quella di Hamas, né quella di Fatah, né quella di Israele; e nemmeno quella italiana. Era un uomo libero, che sapeva riconoscere l’ingiustizia e l’orrore, ovunque si manifestassero. E dovunque le individuasse, ce le raccontava, costasse quel che costasse.
Vittorio soffriva profondamente per qualunque morte, non poteva sopportare la sofferenza altrui, che si trattasse di quella di un bimbo israeliano o di un anziano palestinese.
Non si arroghi il diritto di trasformare la sua opinione in verità, Silvana.
Vittorio non si è mai schierato con il terrorismo. Ha condannato ogni sopruso, ogni violenza, chiunque ne fosse responsabile. E l’ha sempre fatto pubblicamente, scrivendone, parlandone, senza filtri, senza reticenze, ma sempre con una precisione e un’attenzione infinita al rispetto della verità dei fatti che raccontava, attenzione che, purtroppo, non riscontriamo in buona parte del giornalismo italiano.
Vittorio non si è mai schierato con il terrorismo.
Fare da scudo umano per difendere i contadini che, tentando di lavorare i loro campi, vengono quotidianamente cecchinati dai soldati israeliani, equivale a schierarsi con il terrorismo?
Fare da scudo umano per proteggere i pescatori che, tentando di procurarsi in mare quanto necessario per sopravvivere, vengono puntualmente attaccati da navi da guerra israeliane, equivale a schierarsi con il terrorismo?
Vittorio stava dalla parte dei deboli. Dovunque  fossero.
Silvana, non confonda i tasselli di un mosaico già abbastanza complicato di per sè. E soprattutto non lo faccia cercando di strumentalizzare a beneficio della sua propaganda la memoria di un uomo certamente imperfetto, come tutti noi, ma straordinario per il suo equilibrio di giudizio e la sua coerenza.
Non si spinga, poi, oltre a quella delicata linea che separa la decenza e il pudore dalla terra di nessuno in cui tutto è permesso, facendo addirittura allusioni al corpo e all’autopsia di Vittorio. Fingeremo di non aver nemmeno letto. Non si avventuri su un terreno di cui non conosce nemmeno un millimetro e ricordi che in certi casi tacere è sempre la scelta migliore.
Vittorio ci ha insegnato che le parole contano, che le parole hanno un peso, che le parole sono sacre, che le parole possono essere un’arma che, come tale, va usata con intelligenza e onestà. Lo ricordi, Silvana, prima di fare nuovamente affermazioni la cui veridicità non potrebbe mai sostenere seriamente.
Vittorio ha sempre detto la verità e, forse, è morto per questo.
Ma nessuno deve e può permettersi di usare la sua vita, la sua memoria, la sua morte come strumento che aiuti a dare risalto alle proprie opinioni. Perciò, Silvana, le esprima, liberamente, ma lasci in pace Vittorio.
Che la pace, ora, speriamo davvero sia riuscito a trovarla.

I familiari e gli amici di Vittorio.
ed io sottoscrivo questa lettera, parola per parola, e mando un abbraccio immenso alla sua famiglia e alla cara Marele
.

Lettera pubblicata su Facebook

Dalla parte della verità

In Blog, Gaza, Gruppo di discussione politica., Guerra, Informazione, Nuove e vecchie Resistenze on 28 agosto 2011 at 16:45

Sinceramente mi dispiace sentirmi al di là di una barricata e trovarmi in netto contrasto con una persona che ritengo intelligente, appassionata e pure eticamente corretta, come Ifigenia.
Le nostre discussioni sono storiche, e spesso travalicano i post sull’argomento anche perchè io, quasi sempre,  non posso commentare i suoi perchè in genere li chiude ai commenti e lei fatica a non commentare i miei e ci casca in argomenti che non c’entrano niente con la nostra ragione del contendere.
Sia chiaro lei ha le sue ragioni. E’ ebrea, anche se questo vuol dire poco. Io non ho nessun problema nei confronti degli ebrei, anzi. Comunque  nemmeno io sono araba o meglio palestinese e spero che questo non mi debba escludere dal poter parlare della situazione nel Medio Oriente.
Certo che, se fra noi, che non viviamo quella realtà, non è possibile trovare mediazione, posso capire che per i diretti interessati sia da escludere assolutamente. Eppure la voglia di pace dovrebbe essere uguale da tutte e due le parti. Certo che un altro discorso è pensare che lo stesso desiderio sia di chi governa uno o l’altro paese (perchè, malgrado quello che racconta il video, con probabile non integra buonafede, se la Palestina non è uno Stato, questo lo dobbiamo a chi preferisce “contendere” i territori, ma che a tutti gli effetti li “occupa militarmente”).
Non cerco di approfondire, anche se lo potrei, le ragioni e le colpe di questa carneficina, non pubblico mappe che mostrano l’escalation territoriale di Israele dal 1948 ad oggi, non parlo dell’enorme potere economico di questo paese che tiene in pugno buona parte del mondo finanziario mondiale, uno per tutti gli Stati Uniti d’America. Obama può prendere il suo premio Nobel per la Pace, purchè non si intrometta, anzi, non prenda l’altra parte nel conflitto tra le due parti.
Non faccio liste della spesa. I morti e gli attacchi di una parte confrontandoli con quelli dell’altra, perchè a dir la verità, se mettiamo in bilancia la conta dei morti allora non c’è storia. Se si parlano di armi in quantità, volume e modernità… beh allora è come parlare di un fucile a tappi contro uno stormo di F16 o droni, scelta a piacere. Ma cosa cambia? Abbiamo forse meno morti o almeno persone più ragionevoli? Abbiamo una realtà più accettabile? No, non credo. E la domanda successiva è cosa dovrebbero fare i palestinesi per non essere massacrati? E gli israeliani per rendere meno impossibile la vita dei nativi autoctoni di questo paese? Purtroppo malgrado la protervia di una parte, quel paese può essere la loro terra promessa da Dio, ma mai la loro terra di origine. Checchè ne dicano i sostenitori di una verità, quella terra si chiamava Canaan ed era abitata dai popoli cananei, lontani progenitori dei palestinesi. La prima definizione di terra promessa (Genesi 15:13-21) parla di “questa terra”. In Genesi 15, questa terra viene promessa ai “discendenti” di Abramo, attraverso suo figlio Isacco, mentre in Deuteronomio 1:8 viene promessa esplicitamente agli Israeliti, discendenti di Abramo attraverso Giacobbe. Già, Mosè regolò con dettami la vita di questo popolo e diede precise indicazioni per la conquista di Cannaan la loro “terra promessa” piena di pericoli ed insidie.
Oggi la conquista continua. Dal 1948 quella terra sta diventando la loro terra a scapito di un popolo che lì viveva, possedendo case e terre,  ma che da più di 60 anni non ha e non avrà più una patria.
Dove sta il margine di discussione? Fino a che punto gli invasori debbono spingersi per garantire la loro “sicurezza” e contemporanemante che diritto ha l’espropriato a resistere e lottare per riottenere le proprie case, le proprie terre ed l’inalienabile diritto di esistere?
Sì, vorrei la pace per quella terra. Il mio è lo stesso sogno utopico di Vittorio. Dovrà questo sogno finire nello stesso modo, solo perché, non c’è sdegno che riesca a fermare questo abominio? Perché la “verità” non può trionfare? Perché nemmeno noi (io e te) che non viviamo quelle contraddizioni non poassiamo operare per una più corretta distribuzione di territorio e per la possibilità di un popolo di convivere con l’altro con la stessa spettativa di riconoscimento e di dignità? Perché Ifigenia? Su questo chiedo risposta, non sulla guerra dei video o dei media, l’attendibilità dei quali, purtroppo, viene sempre meno, dovendosi allineare per esistere, alle indicazioni del più forte.  Questa è lo scontro di Davide contro Golia e su chi è l’uno o l’altro lascio a te l’interpretazione.

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