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Posts Tagged ‘Il viaggio di Vittorio’

Ho incontrato una donna

In Amici, amore, Donne, personale on 28 marzo 2013 at 18:15

Egidia-Beretta-Arrigoni
Era il destino che ci aveva fatto incontrare. Succede, ma in questo caso non lo ritengo un colpo di fortuna. Lei è una donna che avrei preferito incontrare in casa di amici, o per lavoro, oppure per una casualità diversa, mai per la morte di un figlio.
Avevo seguito il terribile destino che le aveva tolto quel figlio a cui volevo bene pure io e mi sono sentita una ladra a condividere con lei e con i suoi altri famigliari quel terribile dolore anche se a distanza. Io non ne avevo diritto, ma anche senza diritti si può condividere un dolore. In fin dei conti è un sentimento personale che si vive dentro e del quale nessuno ti può privare.
La guardavo a distanza con ammirazione domandandomi se io, al suo posto, sarei mai riuscita a vivere, e dovevo convenire che forse per un marito sofferente e una figlia da accompagnare, almeno, ancora per un po’; avrei dovuto fare come lei: sopravvivere.
La osservavo, non vista, come una guardona piena di sensi di colpa. Ma d’altra parte cosa avrei potuto fare io, prima, per quell’esuberante ragazzo che era stato suo figlio e per lei, ora, colpita da quella terribile perdita? Ben poco e lo sapevo.
Certo avevo cercato di aiutare, di continuare nel mio piccolo quel lavoro difficile che avrei dovuto cominciare già prima: diffondere, informare, moltiplicare il dissenso che non era mai troppo contro un paese prevaricatore verso un popolo senza nome. E così, passo dopo passo, eravamo approdati a quella terra contesa e a quella questione che non dava pace: la terra e lo stato di Palestina.
Lei l’avevo vista in alcuni momenti, ovviamente difficili, in ricordo di quel figlio. Sempre gentile, cordiale e mesta, ma sebbene capissi profondamente il suo male, non riuscivo ad avere idea di quello che era ed è lei come donna.
Poi è successo. Un incontro più personale, un caso, ma non proprio per caso. E’ stata ospite a casa mia, seduta al tavolo di cucina, con il caminetto acceso e il calore della voglia di conoscerci e parlare. No, non solo per curiosità e nemmeno per quella voglia di protagonismo che spesso muove le persone, ma per dare una risposta a quella domanda che mi rodeva dentro: Come si fa per non morire? Come si lotta per ricordare un figlio? E lei era la risposta e l’avevo davanti tra un piatto di risotto e un secondo, che per la verità non ricordo più.
E la guardavo in ogni suo gesto, riconoscendone prima la normale riservatezza, quella difficoltà naturale di affidarsi ad una persona che non si conosce e di cui non si conoscono se non i pregi, nemmeno i difetti. La osservavo riconoscendo quella calma imposta di una donna forte, che costringe il suo corpo nella corazza di un coraggio che si potrebbe sfaldare al sole di un sorriso, quel sorriso, di una parola, quella parola. E dietro ogni gesto quel nervosismo, quella iper attività che forse era il segno distintivo del suo carattere e che oggi riusciva a trasparire, malgrado tutto.
Avrei voluto seguire i suoi pensieri, ma questa volta sì che sarei stata davvero troppo invadente.
Col mio compagno c’eravamo detti: Non parliamo di Vittorio, lasciamo che lei si prenda lo spazio che le è necessario, che si senta come a casa sua, libera di piangere o di ridere se vuole, in qualche modo come in famiglia. Ma poi bene o male si cadeva lì, a parlare di lui, mai di lei, a pensare a quanto ci mancava senza dircelo direttamente. E il caminetto bruciava la sua legna, e noi provavamo un gran freddo dentro, appena mitigato da un sorriso che tardava a venire.
La donna che ho incontrato era ferrea, ma indifesa. Donna, ma anche madre. Sofferta, ma in lei c’era anche voglia di ridere e di librarsi ancora nei cieli della vita. Una grande donna, capace di empatia, generosa come sa esserlo solo una madre, capace come può esserlo solo una grande persona, a prescindere dal suo ruolo e anche dal suo “in-carico” che non può lasciare indietro.
Non è solo la madre di quel figlio, come A. non è solo la sorella di quel fratello, sono esseri umani feriti da una tragedia, ma sono donne a tutto tondo, con sogni e speranze, con il loro spazio e la loro dimensione, non seconde a niente e a nessuno.
Grandi perchè sono nate così.
Il mio pensiero andava alla capacità di adattarsi dell’essere umano e mi chiedevo senza sapere se ne avessi diritto, se per caso, dentro al suo cuore, fossero ancora ospitati i suoi sogni di ragazza. La leggerezza della non responsabilità. Un piccolo spazio di luce e di sole per i giorni bui.
Non era possibile avere risposta, troppo presto e forse non mai.
Ricordo con un senso forte di nostalgia, la sua presenza e il saluto commosso che ci siamo scambiate sul treno alla sua partenza: un po’ la corazza l’avevamo persa, un po’ ci sentivamo più vicine, un po’ ci dispiaceva lasciarci e un altro po’ ci faceva paura il mondo che ci aspettava, cose di sempre, si sa, ma qualche volta fanno paura, di più…
Ho conosciuto una donna, una donna intensa e dolorosamente presente, che nasconde il desiderio di una normalità che non sarà più sua, ma cosa importa ormai il destino ha deciso per lei. Sopporterà il peso di un simbolo, ma per lei sarà solo il suo bambino, grande o piccolo che sia, sempre la sua creatura. Porterà la testimonianza della sua vita e si nasconderà negli angoli bui e protetti del suo personale, solo quando la vita glielo consentirà.
L’ho lasciata andare con un abbraccio che spero l’accompagnerà nei giorni futuri, poca cosa per i suoi momenti difficili, ma pur sempre vicinanza, pur sempre affetto, pur sempre amore.
Questa è Egidia per me.

Il viaggio di Vittorio

In Amici, amore, Donne, Gaza, Giovani, personale on 26 novembre 2012 at 8:07

Ho cominciato a leggere il libro “Il Viaggio di Vittorio” di Egidia Beretta, la mamma di Vittorio Arrigoni, in punta di piedi perchè è così che mi muovo se sto per entrare nell’intimità delle persone.
Egidia è una donna straordinaria e contemporaneamente è una madre tenera e totale, lo dico perchè non è squilibrata questa sinergia in lei, non vedo solo una madre annientata dal dolore, e questo sarebbe comprensibile, ma vedo in lei una persona viva, attenta, dolce ed empatica, insomma anche una donna impegnata ed immersa nelle cose della vita, cose di semplice e quotidiana umanità.
Comunque entrare nel mondo del rapporto tra Egidia e Vittorio mi fa sentire come una “guardona” e mi sento in colpa… è strano sentirsi in colpa perché condividiamo un affetto e un dolore. Lei ne parla per consegnare anche a noi quelle parti di umanità di Vittorio, che non conoscevamo, di questo amico già fin troppo umano. Un modo per farci stare ancora in sua compagnia e per permetterci ancora una volta di parlare di lui.
Molto spesso quando parlo con le persone che lo conoscevano sento ripetere la frase: “Quanto mi manca Vittorio!” E questa assenza fisica e spirituale è la testimonianza che Vittorio ha lasciato un profondo segno nei nostri cuori. Forse il segno che desiderava lasciare al mondo.
La sua fisicità era una testimonianza complessa di essere umano sia carnale che pensante, spirito libero e figura mediatica e poi soprattutto figura di figlio, con tutto quello che significa per una madre.
Egidia racconta Vittorio, come una mamma racconta il suo bambino, con amore ed ammirazione, tutte le mamme lo sanno fare e sono brave in questo, ma non tutte hanno questa delicatezza e questa modestia, non tutte sanno sorridere anche nella stanchezza e nella sventura, non tutte sanno gestire una vita così complessa ed impegnata anche se vorresti… Cosa vorresti? Cosa vorrebbe una madre quando perde un figlio? Come si compone il dolore per una giovane vita spezzata? La vita del tuo bambino? Non ho risposte…
E sono molto vicina a Egidia, forse un po’ per l’età che ci accomuna o forse perché quel ragazzo, conosciuto solo virtuamente in un social net nel 2007, l’avevo adottato pure io e anche perchè come sua madre io l’ho sempre ammirato e forse come lei mi sento corresponsabile del suo ultimo viaggio. Tutti lo siamo un poco e per le stesse maledette ragioni. Chi perchè credeva come lui nella ricerca dell’Utopia o chi invece non sapeva e non voleva sapere. Gran brutta responsabilità, ma davvero come poteva essere diverso se condividi le stesse passioni? Può la madre sopravvalere alla donna? E’ giusto tentare di fermare il destino di un figlio, ammesso che si conosca il destino che avrà? E’ giusto trattenerlo nel proprio abbraccio? No. La mia risposta è dolorosamente no.
Il viaggio… ecco il tema. Il percorso che ogni persona intraprende per diventare uomo (o donna). Tutte le grandi strade, i sentieri e i vicoli ciechi di una vita, il percorso verso se stessi: ecco che cos’è un viaggio. Vittorio amava viaggiare e la sua vita è stata piena di percorsi, un po’ come il delta di un fiume che anela a tuffarsi finalmente nel mare. Questa è la bellezza del messaggio di questo libro questa è la sua poesia.
Ogni persona ha il proprio viaggio da fare e la propria mèta da raggiungere e neanche una madre può cambiare, anche se lo vorrebbe, il destino del proprio figlio. Anche se è parte di te, anche se è uscito dalla tua carne, il solo fatto che è stato reciso alla nascita il cordone ombelicale, ha fatto ‘sì che da quel giorno sarà lui a determinare la propria vita, malgrado la ragione, l’istinto, l’amore, l’irrazionalità e la saggezza … arriva per forza alla fine la muta condivisione.

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