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Alba

In Nuove e vecchie Resistenze on 21 febbraio 2011 at 19:26

Fotografia BN di partigiana in armiEcco come Beppe Fenoglio racconta l’entrata in Alba liberata dei partigiani: pag. 90¹
Fu la più selvaggia parata della storia moderna: solamente di divise ce n’era per cento carnevali. Fece un’impressione senza pari quel partigiano semplice che passò rivestito dell’uniforme di gala di colonnello d’artiglieria cogli alamari neri e le bande gialle e intorno alla vita il cinturone rossonero dei pompieri col grosso gancio. Sfilarono i badogliani con sulle spalle il fazzoletto azzurro e i garibaldini col fazzoletto rosso e tutti, o quasi, portavano ricamato sul fazzoletto il nome di battaglia. La gente li leggeva come si leggono i numeri sulla schiena dei corridori ciclisti; lesse nomi romantici e formidabili, che andavano da Rolando a Dinamite. Cogli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare: – Ahi, povera Italia! – perché queste ragazze avevano le facce e un’andatura che i cittadini presero tutti a strizzar l’occhio. I comandati, che su questo punto non si facevano illusioni, alla vigilia della calata avevano dato ordine che le partigiane restassero assolutamente sulle colline, ma quelle li avevano mandati a farsi fottere e s’erano scaraventate in città!!!


1] In I ventitre giorni della città di Alba in Racconti della resistenza a cura di Gabriele Pedullà – Einaudi Editore 2005.
Fin dalle prime righe l’autore precisa il suo “incontro” col ricordo resistenziale. Inizia infatti con “Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944”. Per la mia, e nostra, raccolta di materiale resistente ho scelto questo piccolo frammento del racconto di Fenoglio perché accenna a dei temi che mi stanno particolarmente cari di una rilettura aggiornata di quei giorni. Va oltre all’eroismo e non traspare quell’agiografia che o decanta o condanna la resistenza trasformandola quasi in un gesto puramente simbolico. E’ stata fatta di lotta e rabbia e sacrifici, sudore e fatica e sangue, e anche di grandissima e complessa confusione; come sempre sono quelle pagine estreme della storia. Perché accenna che la liberazione fu opera degli italiani e non di una sola parte, anche se quella parte ha dato il tributo di sangue maggiore, questo per ricordarla come una memoria condivisa. E non di meno per quella chiusura sulle donne della resistenza che mi sembra un tratto non solo “allegro” ma molto significativo anche per i giorni attuali. Potrei aggiungere altro ma saluto con un’ultima domanda: Chi è la donna partigiana della foto?

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