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Giudecca nostra, abbandonada…

In Amici, amore, musica, personale on 16 settembre 2013 at 17:36


(La scelta della canzone Beo sol, per chi conosce la musica del Canzoniere Popolare Veneto, è dovuta alla sintesi dei temi tratti dai loro testi)

Non c’era modo che alla parola “Giudecca…” non si incominciasse subito a cantare. Eravamo girati con la molla e non si finiva mai di parlare e di cantare. Se poi si tirava mattina seduti sul ponte, stavamo appena attenti di scegliere il luogo meno abitato della città per non subire le ire del vicinato.
La pizzeria chiudeva attorno a mezzanotte e ci portavano le pagnotte lievitate passate al forno e qualche bottiglia di birra. Quel pizzaiolo sì che ci apprezzava. A lui e ai suoi clienti non davamo fastidio, anzi apprezzavano che trovassimo sempre qualche canzone nuova da rilanciare. Gli stranieri poi mica capivano il veneziano, a loro anche le nostre canzoni sembravano folclore.  E poi Sandro aveva una bellissima voce e suonava pure bene.
La notte comunque non era solo musica, si parlava di politica, di letteratura e d’amore e mai una volta che fossimo d’accordo. Poi si finiva sul personale, ma non si allontanava molto dalla passione per il politico.
Eravamo diversi, molto diversi, ma un gruppo compatto.
Roberta ci snobbava un po’ perché aveva la percezione che fossimo sfigati e non capiva come mai invece io avessi una percezione completamente diversa, che poi a dirla tutta un pochino ci invidiava che fossimo così attaccati al gruppo da non starcene mai da soli.
Certo avevamo tutti i nostri bei problemi, ma a stare insieme ci faceva sentire migliori, stemperava un po’ i difetti e le spigolosità dei caratteri.
Vincenzo, era un tranquillo, uno buono di natura, lui era sempre disponibile salvo quando si era messo a fare il filo ad Angela che gliela faceva penare se poi mai gliel’ha data.
Sandra che chiamavamo “contessina” era nata in Venezuela, ma era vissuta tra Milano e Roma ed era campionessa di gergo imbarazzante. Lei conosceva solo le parolacce e le frasi imbarazzanti, era sempre un po’ troppo diretta, e non sapeva gestire il suo parlato con arte. Aveva un padre che sarebbe stato nobile di origini, ma per il suo mondo decisamente squattrinato, un padre che era meglio evitare e noi andavamo in casa sua solo quando eravamo sicuri che fosse lontano chilometri.
Stefano era il suo ragazzo, lui elegantemente glissava sugli scivoloni linguistici di Sandra, d’altra parte a noi faceva ridere, quella mescolanza tra nobiltà e tamarraggine e lui invece sapeva destreggiarsi bene quando lei lo metteva in imbarazzo, usava dire: “E’ straniera non capisce la lingua…” sapendo benissimo che non era così.
Maurizio era il fratello di Stefano. Era leggermente balbuziente e ci faceva ridere raccontandoci qualsiasi cosa. Ci raccontava di personaggi inverosimili che incontrava al bar. Chissà perché io non ne trovavo mai di così, scandalosamente comici. Lui sosteneva che bisogna ascoltare gli altri e aveva pure una buona memoria per modi di parlare e tic nervosi. Ci faceva morir dal ridere perché aveva una faccia di “tolla” in aggiunta ci metteva del suo con quel leggero balbettare.
Gabriella era la sua ragazza. Un botolino, piccola e in carne. Con la testa campata in aria e smemorata come nessuna, facile e generosa nel riso e sempre di buon appetito. Si portava nelle forme del corpo i suoi amori smodati. Anche lei portava la chitarra e cantava con una voce bassa, una voce del popolo come si usava allora.
C’era Marina, la sorella di Roberta, ma lei era sposata ad un artista americano e quindi aveva poco tempo per scappare e stare con noi,
C’era Sandro ovviamente, lui non poteva mancare, altrimenti chi è che avrebbe portato la chitarra? e ogni tanto con lui c’era qualche ragazza che veniva al seguito, guardandolo con occhi innamorati, elemosinando attenzioni come un cane. Non che lui si credessi chissà chi… qualche carezza la dava pure, ma aveva poco tempo per le moine con le ragazze e molto invece per la musica e gli amici.
Poi c’ero io, l’unica che veleggiava nel gruppo senza nessun filarino. Non che fossi sola intendiamoci, solo che tenevo l’amore fuori dai miei amici, le due cose non potevano andare insieme e questo lo sapevo bene.
Così ogni volta che qualche nuovo amico passava oppure qualche vecchio amico restava da solo ero io a fare da infermiera e a mettere i cerotti sulle ferite dell’anima.
Ovviamente Sandro non me le risparmiava, poi col tempo avevo capito che era un po’ geloso e che non riusciva a farsi una ragione del perché io non volessi o non potessi essere disponibile a stare in coppia o che non volessi prendere decisioni drastiche come osava fare lui. I suoi amori erano eterni e duravano poco, il mio era impossibile, ma durava oltre ogni ragionevole dubbio. Ma alla fine bene o male eravamo quelli che assieme a Vincenzo ci prendevamo cura degli altri, non avendo chi dovevamo curare personalmente o almeno, se l’avevamo, finiva presto oppure lo tenevamo nascosto a tutti.
Intorno a noi girava un gruppo di fratelli e amici che venivano saltuari, ai compleanni e ai capodanni, quando proprio non avevano altro da fare, ma ugualmente ne uscivano delle serate epiche.
Ma era un tempo dove l’amicizia la faceva da padrona e qualche volta era più importante dell’amore stesso, almeno per noi.
E Giudecca era solo un’isola e pure abitata da malandrini e da poveracci. Per noi era un simbolo della classe operaia, dei proletari e diseredati, dove la povertà, l’emarginazione e persino l’acqua alta creavano più problemi di qualsiasi altra parte della città. Perché lì c’era più miseria e confrontata poi con le dimore dei ricchi, si capiva perfettamente cosa volesse dire la differenza di classe.
Le nobili signore o almeno una, detta la “contessa” in particolare, facevano “opere di bene” per il popolino che si arrampicava come le zecche nelle casette umide e diroccate della zona interna dell’isola. “Opere di bene” che facevano rabbia a tutti, perché non tenevano conto della dignità delle persone. Qualche mensa per i bambini poveri per mostrare una generosità pelosa e per lavarsi la coscienza di una industrializzazione di Porto Marghera che non teneva conto dello sfruttamento dei lavoratori.  Qualche piatto di zuppa e tozzo di pane ai bambini cenciosi che non avevano futuro.
Allora si cantava di povertà e di voglia di riscatto. Voglia che pure noi che stavamo al di qua del “canale” sentivamo come nostra. Ma allora la “classe” non era acqua… eravamo uniti, pensavamo davvero di cambiare il mondo.
Ma il mondo non è cambiato, siamo cambiati noi.
Sandro e Marina non ci sono più, ci hanno lasciato con un gran senso di perdita e nemmeno Giuseppe, altri si sono accoppiati, come lo erano a quel tempo e si sono perduti nei meandri delle abitudini e degli impegni famigliari. Io e Roberta siamo rimaste sole, quasi il seguito delle nostre scelte di allora. La cosa terribile è che allora sembravamo eterni ed invece non era così, oggi lo sappiamo, ne abbiamo la prova concreta. Ogni giorno uno se ne va e a noi che restiamo rimane il vuoto nel cuore e nell’anima.
L’altra sera sono stata ad un concerto di Alberto D’Amico, un concerto tra amici sfruttando il suo passaggio a Venezia, piccola evasione dalla sua vita a Cuba. Canzoni nuove e vecchie a ritmo cubano. Semplicemente calde, come lo erano allora. Storia di emigrazione dal meridione, di povertà, di fabbrica e di galera. Tutti conoscevano il Vittorio delle sue canzoni, ladro per necessità e per natura. E noi cantavamo la sua miseria e la sua rabbia in carcere. Una rabbia che era quella di tutti per le sue catene e per l’impossibilità di cambiare vita.
Un concerto retrò, che se ci guardavamo in faccia ci riconoscevano, figli della stessa madre e dello stesso tempo. E alla fine tutti in piedi a cantare “Giudecca, nostra, abbandonada, 20 anni de lotte e sfruttamento…”
E li ho ricordato tutti i miei amici, un per uno, soprattutto quelli che non c’erano più, regalando loro un sorriso e una lacrima, per il tempo che è passato e che non tornerà più.
E la Giudecca continua ad essere un’isola, ma i bambini d’estate non si tuffano più nel canale dall’imbarcadero della Palanca e Luisa non canta più quelle canzoni che ci spezzavano il cuore anche se il sole è rimasto sempre quello e nell’aria c’è sempre il solito odore forte di mare. Sul canale nel frattempo passano quelle mostruosità obese delle grandi navi. Perché Venezia non è più dei veneziani, Porto Marghera non è più una zona industriale e gli operai non vedono più nello Stuky un grande mulino bensì quell’Hilton pieno di luci per ospiti danarosi.
E allora perché no, mi viene da cantare ancora una volta, ma sottovoce: “Turisti va in piazza, al Casinò, Cipriani fa i schei e mi no ghe no. Comprè cartoline che schei no ghe n’è turisti da culo che schifo che fè…”

Magica è la notte

In Amici, amore, Gruppo di scrittura, personale, Venezia on 12 giugno 2009 at 18:40

bobo

Era la loro città. Il tempo era passato lasciando la sua bava argentea sopra i loro corpi. Ma la città resisteva. Sopratutto la notte.
Andare a incontrare amici è l’impegno di questi tempi. Certo anche cento altre cose. La politica, le manifestazioni, la cultura, l’arte, ma gli amici, quelli prima di tutto.
Questi Michele non li conosceva. Appartenevano al mondo di lei. Non ne avevano parlato prima, Lui sapeva che Rossana ci teneva, ma non sapeva quanto né perché.
L’isola riceveva l’ultima luce del tramonto. Dorata e soffice, la luce rendeva omaggio al luogo che sapevano non averlo mai visto insieme. Allora avevano fatto tante cose, ma mai nessuna lì. Non c’erano ricordi ad attenderli.
Con Alberto si erano visti sul battello e avevano già preso a parlare. Un vecchio ragazzo dagli occhi buoni, sul viso i segni distinti di una bellezza che neanche il tempo ha saputo intaccare. Alto, un corpo avvezzo ad essere ammirato. Un’eleganza trasandata da vecchio gentleman. Uomo ormai solo. Ormai pago.
La casa stava proprio sulla riva del canale. Davanti, ma distante, l’altra riva. La loro città sgranata in segni fluidi lungo la sponda opposta. Città orgogliosa e magnifica. Nessun dubbio, solo certezza.
Tra loro le parole fluiscono gentili da un dialetto che sembra di altri tempi, elegante, quasi lingua cantata. La musica giusta per entrare nell’atmosfera intima di quella casa che conserva intenso l’odore del legno di sandalo.
Rossana attraversa l’aria sapendo dove andare, cosa toccare. Michele rimane quasi sulla soglia, quasi stupito, forse interdetto. Nessuno lo aveva preparato. Non era una casa come le altre. Non si nutriva di quotidianità, Quella era una casa in divenire. Dove il colore trovava il coraggio di essere in tutte le sfumature della luce. Dove le stoffe sulle pareti, prendevano vita in movimenti di onde. Dove i quadri sembravano usciti da una giornata di vento. Dove i colori sono luce e movimento allo stesso tempo.
Lì, gli amici. Hèléne  e Bobo. Pittori della loro realtà. Artisti senza regno, senza voglia di gloria. Pietre preziose nascoste dentro uno scrigno. Sorrisi accoglienti. Versi di lingue lontane. Parole. Contenitori fantastici di cose mai dette.
Michele resta in silenzio mentre lei lo conduce per mano in un luogo che conosce e che ama.
Attorno ad un tavolo si sciolgono le parole. Si disegnano ricordi, cose vedute, immagini dipinte e film immaginari. Tutto reale. Realtà rarefatta. Come fosse lo stesso discorso, ma espresso in lingue diverse ed esotiche. Incomprensibili, ma melodiose.
Una sera con il cuore che si apre e la mente che dispiega le sue ali. Immagini di luci ed ombre. Calore che si annida nel cuore. Alberto racconta gli aneddoti di una vita. Hèléne e Bobo si guardano da lontano come se fosse la prima volta. Ma in tutto questo c’è la poesia di anni e anni trascorsi insieme. Di pensieri conosciuti. Di atti condivisi.
Susanna e Pietro si sorridono. Solo in quel luogo ritrovano la poesia dei loro primi incontri. Giocano a rimpiattino con le parole. Vogliono essere concreti, ma rincorrono le prose degli altri. Incoerenti. Metafisici.
Il tempo passa con un ritmo sincopato. Nessuno si accorge se è lungo o breve. Tutti sono lì per riconvertire le sensazioni in emozioni da portarsi dietro per tutto il tempo che serve. Rossana sorride e abbraccia Hèléne. Michele osserva e tace. Tutto questo non gli è estraneo. Lui sa che in qualche luogo della loro vita anche questo li attendeva.
Ora si torna sulla riva. E’ notte. Il buio ha ingoiato tutta l’acqua del canale, ma si sente il rumore delle onde agitate. Il vento spazza l’aria e le case come nei quadri di Bobo. Sembra che il vento abbia un colore preciso, un profumo di sale, un sapore di cocomero che ricorda l’antica infanzia perduta.
Tutto questo è Venezia. Questa è semplicemente la sua magia. Questa è la sua strada silenziosa nella notte. Quando il vento teso spazza la luce delle stelle. Quando si è dissipato il calore delle pietre. Inutile attesa del domani. Solo ora, solo oggi vale la pena di vivere.

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