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La poesia dell’amore che fa rima con dolore

In amore, La leggerezza della gioventù, personale, poesia on 15 marzo 2014 at 19:01

poesia
Il punto era che lui non scriveva più poesie.
Era chiaro che non era più lo stesso ragazzo di allora, ma non era colpa dell’età.
Una cosa era certa, che la questione delle sue poesie, era sempre stata la cartina di tornasole del loro rapporto. Tanto più lui scriveva, tanto più loro si allontanavano anche se non era quella la causa o l’effetto, o viceversa.
Certamente all’inizio lui scriveva poesie, le scriveva su ogni cosa, ma non erano poesie normali, bisognava affrontarle con il vocabolario e l’enciclopedia, insomma era passione, ma soprattutto un esercizio della mente. Di quelle poesie lei era gelosa, anche se evidentemente non parlavano di lei, anche se a rigor di logica non parlavano di nessuna altra donna reale.
Lei sognava, comunque, di avere una poesia che parlasse del loro amore. Ma era un sogno che non avrebbe confessato mai. Almeno non quella volta.
Allora, lui scriveva fiumi di parole e loro avevano tutta la vita davanti. Una vita che prometteva parole e amore in misura complementare.
Che il loro fosse amore però non si sapeva ancora e non lo avrebbero mai capito. Troppo giovani tutti e due, troppo sognatori, troppo pronti a credere alle promesse della vita. Poi la vita promette, ma mica sempre ti dà e l’amore diventa una cosa complicata, qualche volta bisogna spezzarlo come una catena, per non farsi fermare. Qualche volta bisogna passare ad altro, lo esige la giovinezza e la stupidità.
E così era finita, tra libri letti e poesie interrotte, con la vita che prosegue la sua corsa e solo qualche rimpianto subito deriso, con qualche ridicolo vago senso di colpa di una presunzione mai del tutto concessa.
Una storia interrotta che non aveva permesso a nessuno dei due di sapere se il fiume di parole fluisse ancora nella vita dell’altro. Non solo, avevano perduto anche quel sottile filo che li univa, una telefonata, un incontro casuale, la voglia di sapere se la vita era vita.
Se lui allora era stato il suo di poeta, poi se continuava ad esserlo lo sarebbe stato solo per un’altra donna.
Il rimpianto era che a lei, e al loro amore non avesse dedicato mai una sola parola. Un bruciore che le era rimasto in gola. Che serve essere poeti se mai una volta parli d’amore? Sciocca domanda se poi, proprio lei, a quell’amore non aveva mai dato credito.
Il desiderio era stato così forte allora che non aveva potuto dimenticare. Che sebbene fosse stata una sua responsabilità quella frattura era costata tanto dolore, uno strappo profondo e senza cura, proprio perchè era troppo giovane ed era troppo sognatrice, proprio perchè era arrivato tutto troppo presto, prima ancora di aver assaggiato il vino della vita.
Ora sapeva che l’ebbrezza è effimera, che la poesia è la più alta espressione del dolore, e proprio per questo lei era diventata poeta senza scrivere, che l’amore era parte del gioco, ma che quel gioco lei non lo aveva mai saputo giocare.
Lui era sparito dalla sua vita e non le aveva lasciato che quell’ultimo desiderio inespresso: una unica poesia per loro due, un semplice gioco di parole dedicato per sempre.
Ma le cose non erano andate così, lui era partito e lei si era stancata di aspettare.
E così venne la vita e il caso e le coincidenze. Da qui in poi la poesia non era più importante, valevano i fatti, le parole dette adesso e subito, le conseguenze, il desiderio di essere felice, l’incapacità di esserlo fino in fondo.
E anni e anni ad accumulare la polvere sui ricordi. A lenire le curiosità. A insegnare che alcune cose non sono più un diritto, soprattutto quando si è stanchi e si invecchia da soli.
Poi all’improvviso era capitato: un incontro casuale ed inusuale, tanto che non si erano nemmeno riconosciuti e forse anche non erano proprio vogliosi di riconoscersi, troppe implicazioni e troppo poca preparazione. Si erano guardati e dietro alle rughe, all’eccesso di magrezza o di peso, dietro al trucco e ai capelli bianchi, avevano rintracciato quel luccichio che era la loro giovinezza. Pochi convenevoli per sapere delle proprie vite passate, qualche accenno alle ferite che ormai non sanguinavano più. Il sorriso di fronte alle idee che si erano fatti l’uno dell’altra: bizzarre e ridicole. Il tempo li aveva segnati. Ma c’era anche la voglia di superare quel lieve imbarazzo, di darsi un abbraccio per cancellare quel velo di soggezione e di paura che ti dà il ritorno di un sentimento lontanissimo e mai del tutto dimenticato.
Ed era quell’amore ad essere poesia, una poesia lunga quasi 50 anni, mai scritta, mai veramente vissuta, sofferta, rimpianta, rincorsa negli altri, trasformata in dolore continuo senza una vera memoria.
Lei gli chiese un poco intimidita: “Scrivi ancora poesie?” lui l’aveva guardata stupido che lei ricordasse: “No, non più… è passato troppo tempo… da quando te ne sei andata via, non c’era più nessuno a cui dedicarle, nessuno che le leggesse, non ne valeva la pena“.
Ecco cosa succede alla fine di un amore, avanza il dolore e muore la poesia. Ma lei ora che aveva ritrovato il poeta le rivoleva tutte quelle parole mai scritte, le aspettavano di diritto e le chiese senza troppo pudore. Lui, con un sorriso scovato chissà dove, aveva piegato la testa e aveva detto di sì.

Proiezioni di vita

In Anomalie, Ironia, personale on 26 settembre 2013 at 16:10

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Sia chiaro che non sto parlando di un cineforum, che a nessuno interessa di vedere e neppure di qualche “flash back” che usiamo fare per evadere da una vita un po’ grama, ma sto proponendo un vero e proprio esercizio, che ognuno di noi dovrebbe fare, per capire cosa ancora si aspetta dalla vita e cosa questa vita gli può ancora promettere e concedere.
Guardo la mia mamma anziana e so che periodicamente mi propone da oltre 20 anni la solita tiritera: “Chissà se ci sarò l’anno prossimo…” intendendo la prossima estate, il prossimo natale oppure il prossimo compleanno. Una frase storica che ha sempre fatto incazzare mia sorella e che a me faceva un poco ridere, un po’ perché pensavo che certe fibre seppelliscono spesso quelle ben meno tessute e un po’ perché mi chiedevo quando mai avrebbe cominciato a non dirlo proprio più.
Ed è arrivato il momento e non poteva essere che così. Malgrado i suoi anni, gli acciacchi e la depressione, qui ci sta e qui vuole continuare ad esserci. Ora si azzarda solo a dire che ha dolori che le sembra di morire, ma mai che preferirebbe essere morta piuttosto che dolorante.
E’ evidentemente normale che le sue proiezioni di vita siano limitate, ma seppur in termini ridotti le sue aspettative vanno ben al di là del ragionevole.
Ovviamente nei bambini e nei giovani le proiezioni e le aspettative di vita sono infinite. Corredate da improvvise paure e magari da occasionali cadute nella dura realtà, provocate da fatti che succedono: la morte di un famigliare oppure di amici, coetanei e conoscenti. Allora non ti senti più né invincibile né eterno, ti scontri con quello che io chiamo “illuminazione fulminante” che niente è di diverso che non la presa di coscienza della caducità delle cose e soprattutto delle persone.
Poi sarebbe da capire quando mai una persona accetta di passare dallo stato di giovane a quello di persona matura (per non dire grande o più appropriatamente vecchia) e quale diventi la sua percezione del futuro.
Essere profondamente razionali e realisti non aiuta affatto: se pensi che ogni giorno è regalato e che potresti non svegliarti domani o che potrebbe finire la tua vita tra qualche secondo, in un count down che ha finito di ticchettare i suoi secondo, capisci che ogni proiezione è solo un sogno nebuloso che se non si realizzerà almeno ha la funzione di aiutarti a vivere.
Conosco persone che non hanno mai pensato che la loro vita potesse essere minacciata dal destino comune e che rifuggivano qualsiasi pensiero che li spingesse ad un “carpe diem” appropriato. La fortuna di queste persone è incredibile, mai li senti parlare di morte, mai di mancanza di tempo e ancora meno si interessano alle sofferenze altrui. Vivono in una boccia di vetro opaline che non consente loro di vedere oltre, ma di sentirsi comunque sicuri e separati dalle brutture del mondo.
Posso dire di provare per loro un’invidia che spesso è supportata dalla certezza che hanno sempre vissuto bene e che vivranno in futuro ancora meglio. Che si prendono la libertà di bere e fumare senza la preoccupazione di farsi del male, ma anche che sono dotati di quella speculazione mentale che consente loro di “dare” con la velata speranza di poter ottenere, un giorno, un piccolo ritorno. Per quanto anche quelli che danno con generosità non è detto che in futuro potranno ricevere qualcosa in cambio.
E così nella proiezione della vita, una che diventa vecchia, come la natura prevede, a che cosa penserà quando lo sarà in modo definitivo e inappellabile e quando si accorgerà che non può più sostenere e provvedere a se stessa? Resterà legata alla vita pensando di esserne ancora il fulcro oppure anelerà a togliere il disturbo?
Sinceramente personalmente preferirei alla badante prezzolata, ma pur umana, alla stanchezza e noia dei famigliari che hanno comunque i loro problemi e ai sensi di colpa dei figli che hanno la loro vita e che non dovrebbero mai essere chiamati a restituire l’assistenza di cui sono stati oggetti quando erano piccoli, a tutto questo comunque prediligerei una veloce morte onorevole e dignitosa.
La mia proiezione di vita è riassunta in: autonomia e dignità fino all’ultimo respiro ed incrocio le dita per poter raggiungere questo scopo, senza dover pesare su nessuno se non su me stessa. Chi se ne frega di restare qui in confini ristretti, in smemoratezze profonde e soprattutto sorda (ai richiami dello spirito) e incontinente (a causa dell’aver troppo vissuto)?
Potessi comperarmi la certezza di finire i miei giorni al momento opportuno lo farei, anche se il prezzo fosse altissimo, ma so che non ci sarebbe prezzo per un tempismo così apprezzabile. Mi piacerebbe poter lasciare una parola gentile e affettuosa alle persone a cui ho voluto bene e che devo lasciare. Vorrei completare le piccole cose lasciate sospese e tutto sommato non reitererei un fanculo a chi si è comportato male con me o con le persone a me care. Vorrei lasciare la vita vedendo tramontare il sole sul mare in un tripudio di colori e pregustando l’inchiostro della sera, vorrei chiudere gli occhi annusando per un’ultima volta il profumo dolce della mia vita passata e poi il silenzio e il buio per sempre.
Ah già, tra le mie proiezioni di vita ovviamente c’è la morte, ma non c’è nessun Dio e nessun aldilà, e malgrado tutto quello che ci viene detto, a destra e a manca, la mia predisposizione a lasciare questo mondo e del tutto serena e pacifica, anche senza le certezze della fede, ma sono fatta così, che ci posso fare, sarò fatta strana, ma tant’è… 🙂

Deep words

In Anomalie on 10 settembre 2013 at 7:59

Solitudine

Come si poteva sapere se era lei ad essere diventata tenera oppure una qualche parte visibile od invisibile di lei stessa? Ed era importante capire cosa si intendesse con quel “tenera”. Se avesse un’accezione neutra oppure negativa come a volte le sembrava. E poi ancora chi era davvero lei stessa? La parte visibile, quella che caracollava nella vita, oppure la sua parte più nascosta o meglio più spirituale che ci andava assieme? Che poi le due parti andavano assieme, ma mica sempre si sopportavano.
La vita chiede sempre chiarimenti e approfondimenti, o almeno a lei era sempre successo. Mai che si potesse usare le parole in modo leggero senza la responsabilità di cui si sentiva da sempre gravata.
Non le era sufficiente mai, adeguarsi, alla comoda idea che esistesse per tutto un significato letterale che veniva accettato per lo più da tutti. Per lei c’erano le sfumature e i significati che arricchivano le parole e che le rendevano più responsabili e importanti.
Per esempio educare un figlio voleva dire molto di più di quello che la gente pensava. Non era solo insegnargli a salutare, a stare seduto a tavola e a non mettersi le mani sul naso davanti a tutti. C’era davvero molto di più e anche molto di diverso, ma era difficile spiegare, che poi mica tutti avevano figli e mica tutti li sapevano educare. Magari quelli le mani sul naso davanti a tutti non se le mettevano, ma poi di fronte alla vita erano dei pezzi di legno fatti e torniti anche se molto ben educati… magari apparentemente.
Ma lei per le regole aveva sempre sofferto. Non le erano mai andate giù e le trovava sempre molto ipocrite e ingiuste. Per lei educare era un lavoro lungo che non finiva mai: cercava di insegnare ad essere responsabili ed empatici, la “buona educazione” da monsignor Della Casa era proprio l’ultimo dei suoi problemi. Se deveva essere sincera il catalogo delle buone maniere non le interessava, se non altro proprio perché parlava di maniere e non di sostanza.
Ce n’è di gente che vive di atteggiamenti e che non sa vivere di quello che è. A parte il fatto che è davvero difficile conoscersi bene dentro, ma basterebbe un po’ di sano senso critico per andarci vicino, senza dover per forza arrivare al centro di ogni problema.
Era l’impegno a fare la differenza: il non accontentarsi mai. Che poi anche questo metodo aveva i pro e i contro, c’era il rischio di portarsi dietro quell’aria da “tumistufi” che lei tanto odiava negli altri. Possibile che si odi incontrare negli altri i propri difetti??? Ma lei amava la vita, era talmente bella, talmente sorprendente e generosa, non si sarebbe potuta mai mostrare scontenta di vivere. Aveva visto troppe vite distrutte, tante volte per noncuranza e qualche altra… ma lasciamo stare.
Ma una cosa era certa a lei sembrava di essere diventata di un’altra sostanza. Non era solo la questione che piangeva guardando film commoventi o di fronte alle storie che la prendevano, questo lo aveva sempre fatto, ma che si trovava disarmata davanti alla cattiveria, e non solo, si scioglieva davanti alla bellezza, alla poesia, all’arte. Piangeva come dopo una perdita… come dopo un abbandono. Non un pianto di gioia, ma uno che assomigliava di più ad un addio.
Ci aveva pensato a lungo e le uniche parola che le venissero alla mente erano: nostalgia, malinconia, rimpianto e perdita. Parole difficili da accettare. Parole a senso unico, senza ritorno a cui non riusciva a guardarci dentro. Non riusciva o non voleva e forse non poteva.
Avrebbe dovuto usare le parole in modo leggero, noncurante e invece a volte erano profonde e misteriore come il mare.
Lei conosceva solo quel verso della vita, quel sapore e oggi, senza rimedio e per la prima volta, si sentiva sola. Nessuna condivisione. Gli occhi degli altri non erano i suoi. La sua anima era diventata un tenero puntaspilli e le parole, per quanto attente, non le bastavano più.

Un anno dopo

In Amici, amore, personale on 6 giugno 2013 at 8:14

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E’ passato un anno e qualche giorno da quando te ne sei andato. In silenzio lo hai fatto anche se non era la qualità che io ti riconoscevo nei nostri tempi, quelli della gioventù che crede di sapere tutto invece niente sa.
Quello che non sa e che la vita spesso finisce a lascia dietro a sé il buio e il silenzio. Forse per qualcuno rimangono le parole, tante, troppe parole per altri una coperta che tutto uniforma e che nasconde anche il dolore.
Mi piacerebbe poterti dire che siamo in molti a ricordarti, ma io so solo di me. Mi vieni in mente spesso come spesso mi viene in mente la mia giovinezza, lasciandomi in bocca il gusto dolce-amaro delle cose belle perdute, seppur senza rimpianto.
La giovinezza è bella comunque anche se a volte non è completamente felice.
Penso ai tuoi ultimi anni, non eri più lo stesso, amavi la tua musica, i tuoi libri, la solitudine e un piccolo vezzo che non ti conoscevo, quello di metterti in disparte e di non farti notare. Proprio tu che di parole e della tua fisicità riempivi il mondo.
Ma eri tu… comunque: Alessandro, il mio amico per sempre.

Le assenze insostenibili

In Amici, amore, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale, politica on 29 maggio 2012 at 16:53


Caro A…….
amico di una vita, assenza che pesava anche allora e che pesa ancora di più adesso. Allora però eravamo ragazzi e tutto per noi era un gioco e il tempo ci pareva infinito, oggi no, lo sappiamo che può finire e l’assenza può diventare definitiva.
Allora il tempo sembrava una storia continua di giorni di sole e di notti insonni passate a cantare e a discutere e a litigare come gatti pettegoli. Quanti errori abbiamo fatto e quanti ne abbiamo lasciati fare. Nessuno ora lo sa, nessuno può capire, solo io sono rimasta di quel triunvirato che eravamo io, te e Marina. Non c’era nessuno che ci avrebbe mai potuto dividere. Il tempo forse un po’. Salvo poi a ritrovarsi e stringerci in un abbraccio. La prima fu Marina ad andare ed io e te con il nostro dolore, ai due angoli opposti della chiesa, non avevamo nulla da dire, incapaci di stringerci in un unico dolore. Ma ancora prima i tuoi amori definitivi che duravano troppo poco, le tue promesse per sempre, che tramontavano in una stagione, le tue decisioni drastiche che minavano la tua ricerca della felicità. Difficile sopportare il dolore del ricordo.
Quando tu riprendesti ancora la strada, con un nuovo amore e un nuovo per sempre, mi ero ritrovata a ragionare del perchè non capivi che non era quello il modo per riempire il vuoto della tua infanzia tradita. Ma in fin dei conti chi ero io per conoscerti meglio di chi viveva la vita con te? E gli anni son passati e pure quell’amore è sparito nelle brume della tua memoria, tanto che serviva dire che lo sapevo, mi pareva solo il cattivo augurio per la tua vita futura.
E io ti volevo bene a distanza e tu mi volevi bene da lontano, nessuno dei due capace ad intervenire nella vita dell’altro, troppo riservati e troppo guardinghi. Ma ricordavamo, lo so, quei giorni passati a studiare al bar delle “Manche” discutendo se “Dante era un uomo libero, un fallito o un servo di partito”.
Io tenevo in mano quel libro, forse “La conquista della felicità”, non ricordo più, e tu sembravi sapere che non ce l’avresti mai potuta fare. La felicità per te era un attimo troppo sfuggente, ed io ero lì a ricordartelo. Compagno di scuola e compagno di percorso, io da una parte e tu dall’altra dentro alla stessa ricerca, protesi verso la felicità che ci scappava ad ogni passo e ad ogni sorriso.
Una vita passata al telefono senza fili delle amicizie comuni e poi all’uso cretino dei messaggini al cellulare. “Come stai? Ma dove sei finito?” “Troppi casini! Il sindacato, la politica non ho tempo per vivere.” “Non fare lo scemo, vieni a cena da me, invito tutti i vecchi amici… per te.” Ma già Marina se n’era andata per sempre e non era più la stessa cosa, e gli amici non erano più gli stessi, eravamo rimasti solo io e te.
E gli ultimi anni, sparito dalla tua città, rintanato nel tuo “antro in culo al mondo”, certo ancora totalmente dedicato alla politica, e dimentico dell’amore o forse no, dell’amore non sapevo o non volevo sapere, non era importante o almeno così speravo.
Sei stato il solo politico che ho conosciuto che alla fine del suo percorso di politica attiva è rientrato nel suo antico lavoro di travet, malpagato e senza onore, dove persino i colleghi perplessi non erano più gli stessi e certamente non lo eri più tu.
Bestia rara caro amico: con le tue rate della macchina da pagare, i lunghi viaggi quotidiani per e dal lavoro, l’isolamento voluto e difeso fino allo spasmo. E io che ti avevo ancora una volta scovato ti dicevo “Ma dai scemo, vivi! Ritorna nella mischia. Ci manchi… mi manchi… Sei uno spreco tremendo!!!” E tu ridevi e scherzavi sul fascino del rospo che aspettava ancora il bacio della principessa e sui libri che dovevi ancora leggere e sulla musica che dovevi ancora ascoltare. Bestia che non sei altro, hai voluto morire da solo ed io per questo non ti perdonerò! Non posso accettare quella tua tanta solitudine, non posso pensare che sono rimasta sola a cercare quella inutile, giovane felicità. Ho avuto altro, lo hai avuto tu? Ho composto la mia sinfonia, ci sei riuscito tu? E la vita, dov’è andata la tua vita??? Rispondi, non lasciarmi ancora una volta a chiedere se saprò vernire a capo anche di questo abbandono, che a tutti gli effetti non mi appartiene?
Ma che inutile spreco è la vita… ti avessi almeno mandato un ultimo stupido messaggino: “Vecchio orso, lo sai che ti voglio bene?” e lo so che tu avresti capito.

Di quella rabbia, resta ancora la traccia

In Amici, amore, Donne on 12 novembre 2011 at 19:04

Forse è perché non era più giovane che il suo pensiero tornava spesso ai ricordi. Che poi per lei, quei ricordi, non erano solo immagini un po’ sbiadite dal tempo, ma vere e proprie emozioni ritrovate. Cercava di spiegarselo, ma era difficile farlo quando nemmeno lei capiva completamente.
Aveva una buona memoria, tutti glielo dicevano, anche se in realtà era una memoria selettiva e molto particolare. Ritrovando un ricordo, ritrovava anche l’odore e l’umore di quel momento. Ogni ricordo era un segno dentro che le aveva lasciato una traccia indelebile. Almeno così era per lei.
Spesso chi la conosceva si stupiva che lei, a sentir nell’aria un profumo appena percepibile, riuscisse velocemente  a ricollegare la sua memoria ad altri momenti, legati a quell’odore o a quella canzone o ancora di più a quelle emozioni.
Per esempio quella canzone, che seppur piuttosto nuova, per le sue parole e nella sua ripetitività musicale le faceva venire in mente la rabbia della sua gioventù. Quella rabbia non era più sua, ma se la ricordava fin troppo bene. Oggi si era trasformata in qualche cosa di più maneggevole e più pratico. Prima riusciva ad odiare oggi invece accettava anche se rimaneva ancora incapace di perdonare completamente, però non odiava più.
Quello della rabbia era il tempo dell’anarchia e della voglia di andare via da ogni posto che non fosse straordinario. Era la voglia di non mettere radici da nessuna parte e di vedere tutto il mondo e viverci dentro senza lasciarsi cambiare dagli altri. Grande illusione quella, ma era proprio questo quello che voleva. E quel sentimento era una traccia bruciante e dolorosa, che non aveva superato facilmente. Impossibile farlo quando si è inermi. No, un’arma lei l’aveva ed erano i suoi sogni. Sognava un mondo migliore, più sincero e senza conformismi, più serio ed impegnato e contemporaneamente più leggero, amichevole e puro.
Chissà perché non aveva mai giocato a mamma-casetta. Non aveva mai avuto bambole e non aveva mai sognato il suo abito da sposa, o forse sì, una sola volta, ma era troppo giovane e troppo ridicola e poi era solo un sogno che l’aveva fatta sentire stupida.
Ma il livello di rabbia era elevatissimo. Avrebbe voluto spaccare tutto, anzi polverizzare tutto per poi poter nuovamente costruire e farlo meglio.
La sua generazione era quella che apriva il mondo alla fantasia, all’anarchia, ma anche all’impegno, alla puntualizzazione, alla cultura libera e autonoma, alla libertà, agli sconfinamenti e alle contaminazioni, al coraggio e alla disperazione, non si accontentava di quello che le veniva dato, voleva molto, ma molto di più.
Le amiche di quei tempi continuavano a dirle ancora. “Tu hai fatto un’altra vita, perché tu eri diversa, non ti accontentavi e volevi di più…” cosa fosse quel di più non se lo spiegava ancora. Aveva fatto tante vite in una e continuava ancora a viverne altre e quelle vite non le bastavano  mai e le si offrivano sempre, si moltiplicavano e si perpetuavano e la ragione non la sapeva, nemmeno ora riusciva a capire quel miracolo.
Aveva amato, tante volte e molto spesso per sempre, aveva ricordato e dimenticato. Aveva conservato le cose importanti e lasciato andare quelle di nessun valore. Aveva tenuto vicino gli amici e i ricordi e li teneva vivi con attenzioni e facendo rivivere le emozioni che li avevano legati. Oggi sapeva dire ti voglio bene ad un’amica a cui, per pudore, non l’aveva mai detto e sapeva che pure a lei faceva piacere. Riparlava ad un vecchio amico come facevamo da ragazzi e non se ne vergognavano e non avevano più nessun orgoglio da soffrire.
Non aveva avuto una vita comune e in fin dei conti non aveva neanche mai invidiato chi invece ce l’aveva avuta. Le andava bene così, perché ai margini di una gabbia, che era certa l’avrebbe soffocata, aveva potuto dare il meglio di sé. Aveva annusato e ascoltato la vita. Aveva vissuto profondamente e sofferto perché si era lasciata segnare dalle cose, dai pensieri e dagli sguardi altrui. Era stata indifesa ed irraggiungibile. A portata di mano e sfuggente. Nessuno aveva la chiave giusta e sebbene fosse triste per quello, non aveva mai voluto aprire la sua porta. Questa era la sua rabbia, questa era l’incapacità che aveva di conformarsi, di adattarsi, di entrare nel gioco. Certo si era data, ma nessuno l’aveva mai avuta completamente e questo era stata la sua gioia e la sua malattia. Era una donna ed era una donna complicata, esigente e difficile.
Poi un giorno decise di avere un figlio e quello l’aveva addomesticata. Questo era quello che aveva voluto ed è era stata una scelta consapevole, perché era quello che voleva per lui. Era una donna che diventava madre. Ed era il suo primo atto di appartenenza e le piaceva. L’unico amore che percepisse senza catene. Strano no? E’ quello l’amore vero e per sempre. Era un amore libero perché naturale e definitivo. Certo, la rabbia viene ammansita dall’amore, era evidente. Quello lo capì allora e lo visse con uno stupore infantile e pieno di calore. Aveva finalmente la sua àncora, il suo porto, il posto dove stare, il suo impegno quotidiano e bellissimo, il suo progetto per quel futuro che aveva sempre evitato di fare.
La rabbia non tornò più. Era suo figlio che l’aveva disinnescata, con i suoi occhi splendenti e la voce con quella erre che appena appena faticava, con il sorriso spettinato e la sua intelligenza veloce e rasserenante. Non avevo più bisogno di distruggere avevo solo voglia di fermarsi, di dargli una casa, delle sicurezze…
Ne parlava qualche giorno prima con il suo compagno, che non era il padre di suo figlio, e parlando non se ne rendeva conto di quanto significasse per lei, come donna, la nascita di un figlio. Era certa che le donne quando diventano madri cambiano e cambiano molto
Insomma aveva dovuto trovare l’amore per disinnescare la rabbia, anche se quella rabbia le aveva raschiato l’anima per tanto, troppo tempo. Proprio l’amore di e per suo figlio, le aveva aperto la porta anche ad altre forme di amore, aveva capito che ne dovevano esistere anche altre forme, anche se allora non le aveva desiderate e forse nemmeno incontrate. E così la rabbia si era trasformata in curiosità, in calore e partecipazione, forse anche un po’ in trepidazione, ma anche in certezza, sicurezza ed in mille altre sfumature di luce.
Oggi poteva dire di essere una donna arrivata e di questo non aveva alcuna paura. Anzi si sentiva migliore proprio perché aveva saputo fermarsi e accogliere il brutto e il bello che la circondava. Aveva trovato un altro amore che le riempiva la vita oltre a quello di suo figlio. Aveva tante persone che la circondavano e che la facevano sentire viva e partecipe. Della sua rabbia restava solo una traccia lontana anche se indelebile. Le faceva ripetere sottovoce: “Mai e poi mai mi lascerò ingoiare da una vita che non voglio e che non vorrò mai.” Ma almeno ora poteva invecchiare serenamente.

124) Una donna

In Un libro al giorno on 8 ottobre 2010 at 8:00

La mia fanciullezza fu libera e gagliarda. Risuscitarla nel ricordo, farla riscintillare dinanzi alla mia coscienza, è un vano sforzo. Rivedo la bambina ch’io ero a sei, a dieci anni, ma come se l’avessi sognata. Un sogno bello, che il menomo richiamo della realtà presente può far dileguare. Una musica, fors’anche: un’armonia delicata e vibrante, e una luce che l’avvolge, e la gioia ancora grande nel ricordo.

Soluzione
Titolo: UNA DONNA
Autrice: SIBILLA ALERAMO

Tama : Nelle prime pagine emerge la figura paterna e l’autrice rievoca il suo rapporto con il padre che ha per lei una grande preferenza e che le trasmette gli ideali di forza e indipendenza nei quali egli crede.
Il contatto con la madre appare invece più sbiadito perché con lei la fanciulla non riesce ad entrare pienamente in contatto e ne giudica il carattere debole e sottomesso.
Quando Sibilla ha circa otto anni, il padre, che è ingegnere, decide di lasciare Milano per andare a dirigere una fabbrica di bottiglie nelle Marche, sulla costa adriatica, a Portocivitanova – ora Civitanova Marche – e così tutta la famiglia si trasferisce.
Sibilla è felice e con tutto l’entusiasmo e la curiosità dei suoi dodici anni collabora in modo attivo alla fabbrica come segretaria suscitando nella gente del paese meraviglia e critiche per il suo atteggiamento anticonvenzionale e sprezzante tra gli operai.
Tra il padre e la madre della protagonista intanto si accumulano le tensioni già esistenti nel periodo milanese che sfociano in un tentato suicidio della madre, la quale sopravvive, ma rimane vittima di una demenza progressiva che la porterà ad essere ricoverata nel manicomio di Macerata, dove vivrà fino alla morte, abbandonata da tutta la sua famiglia.
La ragazza scopre poi che il padre ha una relazione extraconiugale e da quel momento prende verso di lui una posizione aperta e giudicante che causerà la rottura del rapporto affettivo con lui.
Questa brusca realtà e l’inizio di una storia amorosa con un giovane impiegato della fabbrica e la violenza sessuale della quale è vittima, fanno entrare con durezza la protagonista nel mondo adulto.
Costretta al matrimonio, che accetta senza gioia, vive l’esperienza come un’ulteriore perdita di libertà anche perché il marito si dimostra ben presto una persona meschina e molto lontana dai suoi interessi.
Nascerà un bambino che non servirà a modificare la situazione tra i coniugi.
Per aver risposto alle attenzioni di un uomo, il marito la maltratta brutalmente e la chiude in casa per un certo periodo durante il quale lei si rende conto che il suo vero ed unico affetto è il bambino, ma la depressione aumenta e, in un momento di sconforto, tenta il suicidio.
A causa di un dissapore con il suocero, il marito decide di lasciare la fabbrica e di trasferirsi a Roma con la moglie e il figlioletto.
L’avvio di una collaborazione giornalistica con una rivista femminile rende maggiormente cosciente la protagonista che una donna deve poter esprimere anche al di fuori della famiglia la sua identità e conquistarsi una vita indipendente.
Il pensiero della madre, che ha sacrificato ai figli e ad un uomo-padrone la sua esistenza infelice, l’aiuta a ripercorrere un cammino difficile ma necessario di rigenerazione.
Conosce un uomo che ha intrapreso un cammino di ricerca spirituale e trova conforto nella conversazione con lui, ma il marito, sospettoso di quella relazione, la maltratta nuovamente e l’unico motivo che la trattiene dal lasciare il tetto coniugale è il timore di non riuscire a portare con sé il bambino.
Ma quando scopre che il marito è affetto da una malattia venerea, contratta evidentemente da altre donne, e oppressa dalle sue continue scenate di gelosia, prende la decisione di andarsene per non ripetere una via di secolare soggezione e per dignità verso sé stessa. Dopo un doloroso percorso interiore, decide quindi di abbandonare la casa e il bambino al quale è dedicato il libro nella speranza che possa comprendere la tormentata strada che l’autrice-protagonista ha sentito di dover percorrere.
Il romanzo rappresenta molto fedelmente la vita dell’autrice, che si firma per la prima volta con il nome di Sibilla Aleramo, ma pur essendo una autobiografia è strutturato con un impianto letterario tale da poter essere considerato, come dice Maria Corti, un vero romanzo. (da wikipedia)

Amarsi

In amore on 1 settembre 2010 at 13:53

Beh! non è che l’argomento fosse proprio nuovo, ma l’avevo relegato sempre tra i consigli da prendere in considerazione. Amarsi è un affare piuttosto complicato ed io, sinceramente, non l’avevo mai preso troppo sul serio. Veramente non mi riusciva nemmeno a consigliarlo, in modo credibile, a qualcuno che ne avesse avuto bisogno. Adesso però lui me l’ha detto chiaro e netto. Una frase precisa, a cui non si può sfuggire. Non  le solite parole buttate lì, come tante volte succede. Un “bisognerebbe amarsi nella vita” oppure “sarebbe meglio amarsi di più” magari intendendo che bisogna prendersi più cura di sè, così in modo generico. Ma quella frase netta, con quel tono quasi di accusa mista ad un pizzico di rabbiosa disapprovazione e di curiosità, mi ha fatto riflettere. “Ma perchè non ti sei amata mai?” Ahi! Porcapupazza! Perchè così dritto al cuore?
A rifletterci poi ti vengono in mente un sacco di cose. Che poi tutte sono riconducibili alla sensazione di non essere mai stata amata. Mica era facile dimenticare di aver vissuto, un grossa parte dell’infanzia, pensando di essere una trovatella adottata. Un po’ era per colpa di un fratello maggiore, dai capelli neri, che era la vanità di mio padre e sotto sotto anche quella di mia madre. Io ero nata femmina e mi ritrovavo, a differenza di tutti gli altri della famiglia, con una chioma di ribelli riccioli rossi. Era stato proprio quello che mi aveva fatto pensare che non appartenevo a quella famiglia. Questo  lungamente mi aveva reso insicura. Chi nasce con i capelli rossi sa che verrà accusato di tutte le marachelle del vicinato o della propria classe a scuola. Forse perchè  troppo visibile per nascondersi agli occhi di tutti. E poi contro i “rossi” c’è sempre un profondo pregiudizio. Succede anche in politica no? Venne il momento che questa cosa si sistemò, perchè, “vendetta tremenda vendetta”, al mio ottavo compleanno iniziò la serie dei fratellini rossi, che furono la mia rivincita. Ora non potevo più pensare di essere la trovatella, ma questo, comunque, non cambiò la sostanza: non mi sentivo amata. Magari non ero adottata, ma, di sicuro, non piacevo ai miei. Avevo, e forse continuo ad avere, un carattere ribelle. Facevo venir voglia di punirmi, questo era sicuro. Mi sporgevo in avanti con una faccia da schiaffi: “Dai provaci!” dicevo “Fallo, dai!” e finivo col prenderle senza mezzi termini e senza che mi spostassi di un centimetro o tentassi in qualche modo di difendermi. Proprio una santa al martirio, una eroina dei nostri tempi. E spero che si capisca che sono ironica; eh!
Insomma a cercare amore nella mia infanzia non c’è verso. A parte il nonno materno, quello socialista che suonava il violino nelle feste paesane. Con lui mi sentivo una dea, anzi diciamo più propiamente un frutto succoso. Mi abbracciava, mi coccolava e mi sorrideva con i suoi occhi luminosi e diceva:  “Sei il mio susino.” e con questo non intendeva propro tutto l’albero, ma solo un frutto vellutato e profumato di sole. A lui credevo, ma dopo non successe più.
Il tempo mi aveva cambiata in una donna ambita. Questo poi non l’ho mai ben capito. Carina dovevo pur esserlo se ricevevo tanti complimenti e se solleticavo l’invidia delle amiche, ma chi conosceva com’ero allora sa quanto questo mi diede solo crucci.
Lui dice che ero fortunata e che non volevo accettare di esserlo. Lui dice anche che ho gettato al vento la mia fortuna. Forse è vero, ma per “amarsi” bisogna essere sicuri dell’amore degli altri. Bisogna crederci ed io, stupidamente, non ci credevo. Non so a chi dare la colpa se non a me stessa. Avrei potuto avere una vita più facile. Avrei potuto farmi trascinare dalla marea e non nuotare sempre a contraria. Avrei potuto “accontentarmi” ed invece non me lo sono concessa mai. Poi ho imparato a segnare, anche, qualche colpo contro di me. Così, tanto perchè non si pensasse che mi pavoneggiavo e che la vita che avevo non era un ballo di carnevale. Perchè non accettavo di essere solo quella ragazza dai lunghi capelli rossi che tutti si giravano a guardare. Così imparai a giocarmi contro e finì con una lotta al massacro.
Lui dice, anche, che gli uomini che sono passati nella mia vita hanno contribuito, alla grande, a rendermi insicura. Questo glielo concedo perchè è una cosa che so, che conosco bene. Ma la responsabilità non è loro, è tutta mia perchè non mi sono ribellata e mi sono amata così poco da rischiare l’estinzione e se non avessi avuto il carattere che mi trovavo, alla fine, mi sarei distrutta totalmente. Per una volta posso dire “Grazie al mio caratteraccio”.
Comunque amarsi è complicato. Per farlo bisogna prestare attenzione più a se stessi che agli altri. Bisogna dedicarsi tempo. Guardarsi allo specchio e piacersi. Donarsi un sorriso e molta comprensione. Giustificarsi credibilmente con se stessi e non pretendere troppo. Ahi! Perchè conosco bene la teoria e non ho percorso mai la pratica?
Bisognava che diventassi “adulta”, eufemismo per non dire “vecchia”, che fossi sufficientemente stanca e disillusa da sentirmi ormai in disarmo e che, imprevedibilmente, ritrovassi sulla mia strada quel ragazzo di 41 anni prima, quello del quale conservavo un ricordo così felice da nominarlo tra i tre più belli della mia vita, per ricominciare a credere? Beh, le premesse c’erano tutte. Però il tempo cambia profondamente le persone e aveva cambiato noi usando tutti, proprio tutti, i suoi sortilegi e le sue arti.
Dalla cenere che pensavamo ormai gelida è rinata l’araba fenice. Il fuoco è tornato ad ardere. Il ricordi sono fluiti come un fiume in piena. La nuova tenerezza ha cancellato l’inverno che precocemente ci aveva avvizziti. Beh! amare ricambiati è un bel modo per cominciare ad amarsi.
Certamente non posso più guardarmi compiaciuta allo specchio, anche se non lo facevo nemmeno quando lo potevo fare. Anzi, a dirla tutta, a casa ho soltato specchi di legno non lucidato. Ma è inutile tergiversare, non è l’aspetto quello che conta, ma la voglia di vivere e il desiderio vicendevole di donare all’altro. Che poi questa cosa “vicendevole” non l’avevo mai conosciuta. Nessuno prima mi aveva mostrato che l’amore è generosità e altruismo, che sull’amore si può contare e che è il tuo porto sicuro. Mica bazzeccole o cose da ragazzini e neanche sentimenti ispirati a qualche santo del paradiso. Il mio paradiso e qui in terra, oggi e fino a che la sorte non ci separi. Sì! dai, lo so che davanti a sorte dovevo metterci una lettera diversa. Sarebbe stato più corretto, realistico. Ma che importa se uso una parola invece di un’altra, un termine invece di quello specifico, l’importante e crederci, fermamente. Ed io, ora, ci credo e comincio a provare l’ebbrezza di amarmi o di amarsi o di amare che saranno anche parole diverse, ma raggiungono tutte lo stesso ottimo obiettivo che è quello di piacersi e volersi bene.

La bambola di pezza

In Anomalie, Donne, uomini on 17 febbraio 2010 at 18:42

Racconto ispirato al post “Il significato di no” tratto da “è solo un blog“.

Non era questo che volevo. Maledetto vigliacco. Non erano quelle stronze mani di maiale che mi aspettavo. E adesso che farò? Non posso chiedere aiuto a nessuno. Nessuno mi potrebbe credere. Ma come puoi pensare di essere creduta e di essere aiutata? Mamma se lo viene a sapere, mi accoppa. Mio padre poi, se glielo dico, ce le dà di santa ragione a me e anche a lei, anche prima di andare al bar e farsi i suoi soliti cicchetti con quei puzzoni dei suoi amici. Ma non c’ho colpa io. Ero solo uscita con l’Enio. L’ho fatto perché Manolo me l’ha data buca. Certo che c’eravamo detti tutte quelle cazzate. Cose che se continuava avrei mosso anch’io le mani. Ma lui è uno stronzo ed è stato più veloce. Mica sono stata lì a prenderle, che credeva? Possibile che finisca sempre così? Ci deve essere un motivo perché tutti gli uomini ci prendano tanto gusto. Prima fanno i carini che a te sembra di essere una principessa e poi ti mettono le mani addosso, mica solo nel senso che… Anche mio padre, anche se non ha bevuto. Basta che gli giri storta. Ma di Manolo io lo pensavo diverso. Pensavo di piacergli davvero ed invece alla fine se l’è fatta con la Dori. Quella baldracca. Lei mostra tanta di quella merce e poi la fa provare a tutti. Io con Manolo ci sarei anche stata. Non che proprio ci avessi voglia. Un po’ mi faceva paura, ma per amore ci avevo pensato. Lo so che con lui c’ero vicina, mica abbiamo fatto i santarellini, ci siamo toccati e baciati e poi ho anche provato a…. ma questo non vuol dire che l’Enio doveva passarmi sopra come un treno. Stupida scema, che ci sei andata a fare al cinema con lui? Pensavi che Manolo lo avrebbe saputo e ci sarebbe rimasto di merda, ci godevi. Non potevo pensare che sarebbe finita così. Ma d’altra parte cosa ti aspettavi? Che ti servisse il the con i pasticcini? Non hai visto che gli era girata così. Lui ti aveva guardata come se a pagarti il cinema, fosse diventato il tuo padrone e tu come pensavi di tenerlo sotto controllo? Già era difficile lì nel buio, avresti dovuto capire che ti forzava in modo esagerato. Non dovevi farlo. Già ma ti pareva di fare la donna vissuta, tanto tu gli uomini li giri con un dito eh? Non ti accorgevi che più ti davi da fare e più lui… Certo che me ne sono accorta, cosa credi? Avevo sperato che capisse che non l’avevo mai fatto e che, malgrado tutto, era Manolo il mio ragazzo e che l’avevo fatto solo per fargli dispetto. Quel disgraziato, non avesse usato le mani, non mi avesse chiamata puttana, Adesso non sarei qui. Perché gli uomini sono tutti stronzi uguali. Non sanno aspettare. Non hanno da offrirti che parolacce e schiaffoni, mai un bacio, mai un po’ di tenerezza, mai una carezza. E l’Enio peggio degli altri. Lui voleva toccarmi, voleva prendermi senza chiedere, senza neanche sapere se a me faceva schifo. Perché a me quel maiale faceva schifo e adesso mi schifa ancora di più. Voleva che lo pregassi in ginocchio e intanto mi metteva le mani dappertutto. Si sentiva nel suo diritto e per quanto gridassi di no… sembrava fargli ancora più piacere. Mi ha tappato la bocca e mi ha detto: “Ti piace puttana, eh?” ma io non volevo, non sapevo, non era così che pensavo finisse. Certo che dietro allo stadio non ci dovevo proprio andare. Era buio e faceva un freddo cane. Io gliel’ho detto che non volevo, che doveva ascoltarmi perché non l’avevo mai fatto, ma era impazzito. Mi ha gridato che ero una troia e che non facessi tanto la difficile. Mi ha bloccato le mani e mi si è buttato sopra di peso e l’Enio è un maiale non solo come peso. Mi ha fatto male e mi ha morso le tette che credevo… Mi ha strappato le mutandine, quelle di pizzo che avevo preso per Manolo. Già! Manolo che se la spassa con quella vacca della Dori. Lei mica si fa mettere in questa situazione. Lei prende quello che vuole. E ora Manolo cosa dirà? Non glielo posso dire. Mi ammazza se lo sa. E poi l’Enio se parlo è capace di venirmi a trovare e di… No, ancora; non lo sopporto… è già troppo così. Ma a chi posso chiedere aiuto? Devo tornare a casa e non riesco quasi a stare in piedi. Mi fa male in ogni parte… mi viene da vomitare e se poi io dovessi… oddio non posso pensare. Mi sento sporca, imbrattata. Che schifo. Devo pulirmi almeno un po’. Devo rimettere i vestiti in ordine. Magari un bar. E quel porco mi ha fregato anche il cellulare e l’ha buttato lontano in mezzo ai rovi. Racconterò che me l’hanno rubato, no, meglio che l’ho perduto, così almeno non faranno domande. Quella bestia mi diceva. “Io sono un uomo vero. Te ne accorgerai.” e non si è accorto che mi faceva sanguinare, non si è accorto che era la prima volta e che mi faceva troppo male. Ma tanto cosa capiscono gli uomini? E io adesso cosa farò? Non dovevo uscire con quel farabutto. Dovevo immaginarmelo. Dovevo mandare tutti a farsi fottere. Manolo e la Dori e quello schifoso dell’Enio. Devo riuscire a trovare un passaggio. Qui fa troppo freddo e potrei fare qualche brutto incontro. Brutta cretina, che incontro hai fatto questa sera? Peggio di così. Ti sei messa anche la gonna nuova che magari adesso è tutta macchiata. Ti sei messa anche la maglietta scollata almeno così non aveva dubbi. Mica si va a passeggio conciata come una battona. Me l’aveva detto mia mamma di levarmi il trucco che parevo una di quelle. Me l’aveva detto anche la Sonia che prima o dopo l’avrei dovuta dare e che ci avrei trovato gusto. Ma quale gusto… che schifo. Però è vero, stasera, non ho saputo neanche difendermi. Inutile fingere di essere una bambola di pezza. E’ la mia carne che voleva, ci godeva del fatto che non volevo. Ci godeva a farmi male. Forse aveva ragione però l’ Enio quando mi ha detto che l’avevo fatto apposta. Forse mi piaceva farmi prendere di brutto. Tanto a tenerla per Manolo non ne valeva la pena. Ma da stasera so che non c’è gusto a pensare ad un uomo. Sono tutti uguali gli uomini. Vale la pena prendersi quello che si può. Tanto loro lo fanno senza chiederti come e se lo vuoi. Forse ho detto no e volevo dire di sì. Forse tutte le donne sono puttane ed io sono la più puttana di tutte. Forse è solo perché le donne non sanno davvero mai cosa vogliono.

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