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Dentro alle antiche mura (di Franca Bastianello)

In amore, Viaggi on 26 gennaio 2015 at 17:25

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Un viaggio in Palestina ti fa capire la differenza tra muri e mura. Una differenza abissale che contrappone il cemento armato alle calcinate antiche mura delle città.
La città antica di Gerusalemme, dove le mura, ti raccontano una storia radicata profondamente e il Muro della vergogna che percorre e divide questa terra martoriata, ci conferma che la voglia di possesso uccide l’umanità.
E’ di Nablus che comincio a capire, dopo tre viaggi e tre visite al suo interno, solo ora comincio a sentire il suo “dentro le mura”.
Questa volta ci arrivo, ma è festa e il mercato è chiuso. Le strade sono vuote di rumori, odori e colori. Ma proprio in questo silenzio che i muri ti sanno parlare di più, le parole sussurrate sono più intime, o forse solo io adesso riesco a capire la loro cantilena antica.
Come molte città palestinesi, fu centro di battaglie e intifade, di rivolte e distruzione, continuano sui muri i ricordi dei martiri di ieri e di oggi. Mi guardano i vecchi archi, come occhi svuotati, delle vecchie case e delle fabbriche di sapone. I negozietti sempre così vivaci, le vetrine che ospitavano tutti quei dolcetti così tentatori. Oggi mi raccontano un’altra storia. E quel dolce particolare dal colore ambrato che ti chiama dalla strada a cui io non ho mai ceduto. Oggi non inventa nuove parole per me. Oggi sulla strada è quasi buio, nessun dolce a farci l’occhiolino, solo un palestinese dal nome Giuseppe, sposato con un’italiana, che ci accoglie con il suo italiano un po’ stentato, ma davvero ammirevole. E’ seduto su una sedia a rotelle e ci sorride mettendo in mostra molti buchi e qualche dente resistente.
Mi ricordo che le altre due volte avevo incontrato, proprio su quella piazza, il vecchietto col motorino. Non proprio un motorino classico, ma una sedia da invalido, montata su un motorino. Ricordo quanto ne andasse fiero, e quanto fosse orgoglioso di farsi fotografare. Neanche a dirlo, lo ritrovo duecento metri più avanti, sempre con lo stesso nipotino, ormai cresciuto, stavolta cammina con le sue gambe e un bastone. Si sarà rotto il motorino? Difficile chiedere, difficile farsi capire, ma anche lui sorride con i suoi spazi mancanti tra i denti.
Ma l’immagine si amplia in questa nuova relazione con la città di Nablus: in piazza due vecchietti, oltre i vetri della loro casa, stanno fumando il narghilè in silenzio, intenti a guardare il vuoto della piazza.
Che strano momento per entrare nelle mura di questa città e negli spazi di questi vecchi palestinesi in attesa… ma in attesa di cosa?
Forse il maggior effetto di questo momento di simbiosi con queste vecchie mura è che fino ad un’ora prima stavo al Centro Human Supporters, pieno di giovani attivi e simpatici, con un sacco di voglia di fare. Ragazzi che danno una mano ad altri ragazzi e bambini, per rendere più accettabile la loro vita difficile. Giovani che non avevano esitato a mettere in pericolo la loro vita, per portare cibo e cure alle persone che non potevano uscire durante i coprifuoco. Ragazzi che sognano un’altra vita, in un paese loro, libero da ogni oppressione. Pronti a ridere e scherzare e a fare musica, come i loro amici rapper, giovanissimi, che ci hanno accolto con uno spettacolo estremamente incongruo in quel cortile interno del Centro, sotto un telone distrutto dalla neve dell’anno scorso, e gli allegri passi di danza dei ballerini di dabka palestinese. Con nelle orecchie quella musica e negli occhi quei sorrisi percorrevo ora quel souk spopolato e triste.
Ma è solo una mia percezione. Nablus è una città grande e viva di 135.000 abitanti, ha solo un piccolo centro antico che è stato sventrato non molti anni fa, dall’esercito israeliano, dove i martiri si contano e si leggono ad ogni angolo di strada, dove la vita fa fatica ad emergere dalla morte, dove la vecchiaia sembra sovrastare la gioventù.
Tranne al Centro Human Supporters, lì era scoccata una scintilla che non si è mai sopita nel cuore palestinese, la forza e il coraggio di resistere con la ragione dalla loro parte. Sarà poco, sarà tanto, non so, ma questo basta e non retrocedere mai. A camminare mano nella mano in una staffetta solidale per la libertà.

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Gli eroi son tutti giovani e belli

In amore, Antifascismo, Donne, Giovani, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 5 ottobre 2014 at 15:01

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Sono perplessa. Tanto per spiegare: sono una donna di mezza età, perplessa. Lo so che ne ho ragione, tanto più che ci sono moltissimi motivi che giustificano come mi sento. In realtà poi a nessuno frega niente di vedere una signora di mezza età perplessa. Sono certa che se fossi una giovane ragazza perplessa, un qualche interesse lo desterei. Ma così no, il mio sentire non vale niente, anzi meno di niente.

Io vengo da una generazione che ha cambiato il mondo. Poi se sia stato un cambiamento in bene o in male, ci sarebbe da parlarne a lungo, ma aver prodotto la “rivoluzione di idee e di costumi” avvenuta in quell’epoca, nessuno può dire che sia stato un cambiamento negativo.

La mia generazione è stata la prima che ha visto i giovani come artefici di un cambiamento, forse la prima volta che i giovani potevano diventare eroi, ma anche i destinatari di messaggi non proprio “subliminali” su bisogni ed acquisti. Noi abbiamo ribaltato le cose, ma siamo stati a nostra volta manovrati e utilizzati per un mercato che ha prodotto molti profitti.

Una presa di coscienza così diffusa, una capacità così immediata di reagire e di trovarci coesi davanti ai fatti del mondo non si ripeterà facilmente, forse non si ripeterà mai più. Non è che quelli erano tempi forieri di cambiamenti: il cambiamento non era insito negli accadimenti, certo, alcune cose, si dovevano cambiare per forza, non potevano più restare tali. L’integrazione dei neri d’America, i diritti civili, la battaglia contro il razzismo e l’apartheid, contro l’imperialismo, le ragioni di stato, le guerre: il Vietnam per esempio, le imposizioni dovute al conservatorismo, alle abitudini, alle ipocrisie, al potere in generale… ecco tutto questo noi lo abbiamo combattuto ma mai vinto definitivamente. Noi eravamo giovani e belli ed era facile fare gli eroi.

Non sapevamo certo che il capitalismo o il liberismo, come sistema economico e di potere, che la politica come sua espressione di governo e che l’ignoranza come sindrome di “analfabetismo di ritorno” avrebbero sempre vinto e ci relegavano nei “pamphlet” cartacei o televisivi dei “come eravamo”. Abbiamo trasformato il giornalismo, il cinema, la televisione, i libri, abbiamo dato priorità all’individuo come espressione di massa, abbiamo ridiscusso i rapporti economici tra classi sociali, abbiamo rivendicato i diritti dei lavoratori e degli studenti, e abbiamo portato la condizione della donna come questione primaria nella ridiscussione delle parti… eppure oggi la mia generazione vive un irrimediabile senso di fallimento. Perchè?

Siamo entrati già da un po’ nel terzo millennio. Eppure i diritti umani sono da ridiscutere, il razzismo e il nazionalismo funziona alla grande, i conflitti e le guerre sono ancora manovrati dal potere finanziario (altro nome per quello che allora era solo economico), le idee sono rientrate nei ranghi, la rivolta è quieta disillusione e i muri di divisione proliferano anche all’interno o ai confini di questo mondo globale.

Dove eravamo noi, quelli della mia generazioni, gli artefici del cambiamento, mentre tutto questo ricambiava di nuovo e ritornava sugli alvei di quella che era chiamata allora “decenza” sociale e politica? Una risposta? Noi eravamo impegnati, dopo tante lotte, a rendere compatibile la nostra indole ribelle, con la vita di tutti i giorni, con gli usi e costumi di un paese che comunque, pur se cambiato, manteneva i pregiudizi e le inettitudini di un sistema difficile da scardinare. La risposta, se c’è, assomiglia a: eravamo impegnati a vivere…

C’era chi entrava nel mondo del lavoro come insegnante, giornalista, dirigente, impiegato con velleità per il suo futuro. Chi entrava in banca e chi prendeva sottobraccio il potere, andando a patti. Era stata un’epoca difficile, complicata, senza protezioni e senza certezze. Abbiamo combattuto con il terrorismo di Stato, le bombe, gli attentati e i fascisti malattia endemica del mio paese e contro i “compagni che sbagliano”, quelli che sembravano aver scelto la lotta armata invece di una proposta politica attuabile e quelli che si sono persi in chiacchiere da intellettuali in salotti fumosi. Abbiamo perso le misure tra quello che era vero a quel che veniva costruito ad arte per imbalsamare le nostre menti, e ci sono riusciti, ci hanno imbalsamato.

E gli anni sono passati e sono successe tante cose, disastri tanti e qualche cosa bella, e ci sono stati morti, molti, da ambo le parti, e noi ci siamo girati dall’altra parte per non vedere, per poter crescere i nostri figli in una specie di serenità, per non dover ancora urlare la nostra rabbia, per poter rimanere ancora umani dentro. Ed oggi siamo dei vecchi imbecilli sbiaditi, e perplessi. Non pensavamo dovesse finire così. Non era possibile prevedere che da tanta rabbia e da tanta lotta non si fosse prodotto il cambiamento totale che volevamo. I nostri figli sono un’ombra di noi stessi, sono soli come noi non eravamo, hanno fallito ancora prima di domandare di essere ascoltati.

Oggi sono perplessa e triste, ma non c’è molto da fare, non ho futuro non solo per raggiunti limiti d’età, non ce l’hanno neppure i nuovi govani. Allora gli eroi erano tutti giovani e belli, oggi sono tutti perduti, sono tutti morti.

Sto coltivando un piccolo sogno personale, frutto delle filosofie orientali che imperversavano in quegli anni, e che io non ho seguito mai, perché non era e non è nel mio stile, eppure oggi so che se, dopo la mia morte, in qualche cosa mi trasformerò, sarà di certo una pietra. Passerò di mano in mano, fenderò l’aria greve di lacrimogeni, colpirò ancora una camionetta o un mezzo blindato, mi troverò ancora contro il potere, ancora una volta per una ultima rivincita. Magari non qui, magari in un’altra terra, dove la resistenza chiamerà ancora il popolo alla lotta. Ma ci sarò.

Allora sì che mi sentirò ancora utile, allora sì che sarò tornata viva.

Chi non si accontenta… gode

In Amici, amore, Anomalie, personale on 17 maggio 2014 at 17:47

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“Tu sei sempre stata diversa da noi. Tu non ti sei mai accontentata… hai sempre voluto di più.”

Sembrava una sentenza di morte. Non era un complimento, pareva più un’accusa di tradimento, e al tradimento si risponde sempre con un misto di invidia e rifiuto che lei aveva colto dalla voce dell’amica.
Erano amiche da sempre lei, Diana e Marinella. Magari non si vedevano per lunghissimi anni, ma poi si ritrovavano ed era sempre la stessa cosa, la stessa voglia di raccontarsi, la stessa capacità di ascoltare.
Che lei fosse stata diversa, non le pareva proprio tanto. Aveva fatto solo delle scelte diverse e non era certa che fosse state le migliori. Come si fa a dirlo? A priori? A posteriori? Certamente, dopo tutti gli anni passati, si poteva dire che, a ben guardare, lei aveva avuto una vita particolarmente intensa… ma migliore, forse no.
Diana, era una che pensava che quello che aveva fatto e deciso nella sua vita poteva andare bene per tutti, salvo poi capire che forse in qualche cosa aveva fallito.
Marinella invece pensava che quello che aveva fatto, forse forse avrebbe potuto essere diverso se il destino l’avesse aiutata un po’. Però insomma quello che aveva scelto, sarà stato anche condizionato, ma era il meno peggio.
E lei che pensava? A pensare le cose diventavano complicate. Non si era fatta condizionare nè dalla sua famiglia, nè dall’ambiente che la circondava, o almeno non significativamente. Si era un po’ adattata, ma non troppo. Era uscita da una famiglia asfissiante, aveva avuto amori e tanti, tendenti a imprigionarla, non si era fermata al primo amore il più incredibile e il più improbabile, salvo poi averlo ritrovato (ma questo non c’entrava affatto) insomma non era scesa alla prima fermata dell’autobus. Era una colpa? Era stata la sua fortuna?
Certo non avrebbe cambiato la vita con quella di nessun’altra. Troppa adrenalina, troppi colpi di coda del destino, troppi sentimenti e passioni per dire: “Avrei voluto una vita tranquilla! Avrei voluto una vita come le altre.”
Lei non si era mai annoiata, non aveva avuto tempo per fare le cose di tutti i giorni, aveva lavorato, aveva rischiato e rischiato molto, era stata disponibile a pagare tutti i prezzi dei suoi errori e anche, a volte, quelli degli altri se era necessario. Avera ricominciato un sacco di volte, aveva sofferto, pianto e sorriso, senza chiedersi se ne valesse la pena.
Ora era diventata di scorza dura, ma stranamente era permeabile alle cose, tutte l’attraversavano lasciandogli dentro qualche cosa, facendola sentire viva e umana, malgrado tutto.
Tutto sommato, pensava, non valesse la pena di fare un bilancio, quella era stata la sua vita, e non era ancora finita. C’erano molte cose ancora da fare e tutte che esulavano dall’accudire i nipotini oppure un marito un po’ troppo intransigente, anzi a pensarci bene si chiedeva che gusto c’era scandire la propria giornata sui bisogni degli altri, sulle abitudini e sugli egoismi della vecchiaia.
Le veniva da dire che vecchi si nasce e non si diventa, però sapeva che non era così, era comunque sicura che ogni epoca ha un suo preciso modo di essere giovani, ma anche di contrappunto uno per essere vecchi. E guardando bene lei non era stata giovane nel modo che lo erano i giovani del suo tempo, ma non era vecchia allo stesso modo delle sue amiche.
Incapace di adattarsi alle regole del gioco? Veramente a lei sembrava di aver dettato, nel limite del possibile, le regole della propria vita senza pretendere che fossero le regole di tutti. Aveva cercato di cambiare la propria vita senza aspettare che fosse la vita a cambiare lei. Era questo il non accontentarsi mai di quello che si ha? Forse…Certo che si stupiva ancora del tono di rimprovero e vagamente invidioso di chi le faceva questo appunto, non credeva di meritare nè una cosa nè l’altra, ma poi soprattutto era lei a guardare la vita delle sue amiche e finire con il pensare che avrebbero sicuramente meritato di più: un uomo diverso, un destino più promettente, un carattere più coraggioso, degli stimoli maggiori… beh ecco sì, su questo lei aveva cercato di non adattarsi e di guardare oltre. Aveva fatto danni attorno a sé, sicuramente, ne aveva ricevuti molti, aveva subìto dolori e abbandoni, ma era stata oggetto di tanto interesse e qualche volta tanto amore e anche rifiuto perchè no, non si passa indenni attraverso la vita, se si vive davvero.
Nel contempo a guardar bene chi di loro oggi era più felice? Domanda retorica perchè se è vero che chi si accontenta gode, è anche vero che se lei si fosse accontentata e adattata, sarebbe stata una persona estremamente infelice, forse senza accorgersene, questo è vero, ma se se ne fossi accorta? se in un momento di lucidità avesse compreso di aver gettato via i suoi anni senza sogni e senza piccoli traguardi, senza cambiamenti importanti senza ancora la voglia di investire? Beh, no, non poteva accettarlo, si serebbe sentita fallita, non sarebbe stata come era, sia nel bene che nel male. E allora, era il caso di dirlo: chi non si accontenta… gode! e i “cocci” sono suoi (perché i “cocci” ci sono sempre quando si rischia la vita e bisogna raccoglierseli sempre con un sorriso sulle labbra).

Era la musica, la musica ribelle…

In Amici, amore, Giovani, musica, personale on 24 aprile 2014 at 16:57

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Inutile dire che sulla musica lui mi è sempre stato superiore e ne ha sempre parlato con competenza, come qui http://emmedigi.wordpress.com/2013/06/29/note-sulla-strada/, io amavo la musica ma ero impegnata in altre cose a volte più e a volte meno importanti: a studiare per esempio. Ad ognuno la qualità che gli spetta e il difetto che lo rimette subito in equilibrio.
Ma la musica era sempre stata la nostra compagna di viaggio, sia quando stavamo assieme, sia quando ci eravamo persi di vista. Quella colonna sonora che faceva parte della nostra vita. Quel viaggio intrapreso che ci avrebbe portato distanti e poi sempre più vicini, visto che non c’erano solo gli stessi libri nelle nostre diverse librerie, ma anche in parte  LP o qualche CD di cui solo noi ricordavamo il senso.
Ed io partii molte volte, per quella Londra tanto vagheggiata, cercando ancora le gonne Mary Quant e gli stivali courreges, nei negozietti di Carnaby street, sogni fatti in precedenza, mai potuti realizzare, ma i viaggi sì, quelli non me li sarei persa mai.
E la musica mi accompagnava come sempre mentre andavo a mangiare il quel ristorantino greco in Baker Street

e cercavo la casa dove era vissuto l’indimenticabile Sherlock Holmes.
Perché allora Londra era l’origine di tutti: della moda, della musica e della bella gioventù, quella che avrebbe dovuto passare alla storia per aver cambiato il mondo.Non fu così.
I viaggi furono tanti: Londra, Parigi, New York, l’Irlanda, la Scozia, tutto sul filo della musica, segni sempre più forti e sempre più vivi. E innamorarsi di uomini, di donne e di musica, ubriacandosi di sogni e di birra scura. Ma anche da questo punto di vista io non andavo forte, niente alcool smodato, poco sesso e niente droghe. Io passavo nella vita curiosa ed attiva, senza mai la voglio di lasciarmi andare, forse con la paura di non saper più tornare indietro.
E in un vecchio pub di Doolin in Irlanda, ascoltai una canzone che mi rubò il cuore e che solo lui riusci a ridarmela talmente tanti anni dopo che avrebbero, minimo, dovuto farmela dimenticare.
Così ritrovai

Una storia che non si può raccontare… proviamo con la musica, ma chi non l’ha vissuto quel tempo, non capisce, non sente, non ricorda quel movimento strano dentro allo stomaco, quel frullio nel cuore che aumenta i battiti e il respiro.
Certe notti che non ho condiviso con nessuno, perché già un passo più in la, avevamo perduto i compagni di viaggio. Qualcuno si era perso, qualcuno era corso avanti ed era sparito nella propria vita. Solo la musica a macinare chilometri, a macinarti il cuore e i pensieri.
Nessuno per condividere quel malessere, quel bisogno, quella necessità. Ma chi può capire? Chi può ricordare? Solo la musica ci stuzzicava, ci provocava, ci fa risentire ancora il profumo di quelle notti.
Vero, per noi il viaggio era senza ritorno, era uno stato, un modo di vivere e un po’ di quella libertà me la sono tenuta dentro… anche se arriva il giorno che il viaggio è fatto solo per poi tornare, e c’è un nucleo dal quale non puoi più allontanarti, una casa, un figlio, la tua vita di tutti i giorni. Ma quel viaggio è una droga che ti ha messo l’adrenalina nel sangue, che sotto sotto lavora ancora e ti fibrilla il cuore.
Chi non l’ha vissuto strabuzza gli occhi e chiede: di che si sono fatti questi? E cosa posso rispondere io, che non ho mai nemmeno fumato uno spinello e non mi sono mai ubriacata, nemmeno sono stata brilla? Certo non perché volevo essere diversa e superiore, solo perché non volevo perdere il controllo e volevo vivere lucida quella pazzia fino in fondo.
Se ne riparla spesso, e anche ieri sera ascoltando un concerto dei Who ci siamo resi conto di quante cose abbiamo perduto e di quante altre abbiamo vissuto.

Però questa era la mia/nostra generazione e nessuno, se non quelli come noi ne capiscono il vero significato, però non proprio tutti, almeno quelli che tengono certi LP sullo scaffale della libreria a prendere polvere e che a sfogliarli si fanno prendere da un magone terribile.
Comunque io e lui per quanto ci siamo fatti irretire dalla vita, malgrado il riflusso di ieri e di oggi, non siamo mai entrata a lavorare in banca… sarà un caso? 🙂

Una storia sbagliata

In amore, Donne, uomini on 20 marzo 2014 at 17:09

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Per certe cose non esisteva un deterrente. Certo l’amore per il marito e ovviamente ancor di più quello dei figli, ma che deterrente era se a tutto era sopravvenuta la maledetta abitudine? quella che rende ogni gesto dovuto, ogni fatica non considerata, e quella che fa del proprio corpo uno svago senza entusiasmo.
Lei queste cose non le aveva mai considerate, andava avanti così per dovere: il suo lavoro, i pranzi e le cene pronte, la casa in ordine, lavare, stirare, i figli accuditi anche se a distanza. Ormai le restava solo diventare nonna e mettersi in pensione. In pensione anche dai sensi ovviamente e da se stessa.
Lui, il marito, un buon uomo sì, ma puntiglioso e brontolone, le contava ogni etto che ormai tendeva a lardellare i suoi fianchi e non la guardava più negli occhi, mostrando quella emozione che l’aveva sempre conquistata. Allora sì che i sensi dilagavano. Ricordava le loro pazzie come far l’amore di sera in spiaggia e fare il bagno nudi, con i corpi che ad ogni onda e carezza sussultavano… che bei tempi quelli. Ora non più. Ora solo quel loro letto senza fantasia, senza passato e senza futuro.
Insomma non voleva giustificarsi, ma non se la sentiva ancora di raggiungere la pace dei sensi. Troppo presto e poi perché?
Certo che qualche ragione c’era, ma niente che potesse giustificare quelle telefonate, quella storia iniziata senza che lei volesse e senza che ci fosse un vero senso. Innanzi tutto lei non aveva fatto niente perché tutto questo accadesse; e poi tutto questo cosa? L’aveva visto solo una volta, in una riunione di lavoro, lui giovane, rampante, pronto nella parola, sicuro di sé. Un bel vedere davvero, ma niente di più. Anzi a dire il vero era da molto che in queste situazione lei teneva un profilo basso, ormai neppure il lavoro poteva darle grossi stimoli. E lui era stato gentile, rispettoso, quasi galante. Niente di speciale se si pensa che, avendo davanti una carriera da fare, anche l’appoggio di un’anziana collega poteva andare bene.
In ogni caso, la questione sarebbe finita lì, lui in una sede all’estero e lei la solita routine. Se non fosse che lui aveva preso a chiamarla, un insieme di lavoro e voglia di cazzeggiare, una forma simpatica di galanteria indiretta che l’aveva fatta sorridere.
Chi ci pensava che le parole avrebbero preso una nuova direzione, fossero diventate famigliari, affettuose, quasi intime e che alle risatine di lei lui avrebbe risposto in modo così… così come? Serio? Puntuale? Incredibile?
Va da sé che lui poteva avere quante donne voleva, se non altro aveva una moglie giovane e dei figli: uno o due non lo ricordava. Ma se voleva una storia la poteva cercare in un più comodo territorio di caccia, non a migliaia di chilometri di distanza. Che senso aveva? Anche se, proprio per la distanza, mai nessuno avrebbe saputo o sospettato. Ma sospettato cosa?
Il loro gioco stava solo nelle parole, nei toni di voce, nei significati nascosti. Qualche lunga telefonata che non era giustificata da lavoro o da un profondo rapporto di amicizia, solo da uno strano bisogno di dire, sentirsi dire cose strane senza senso o solo di ascoltare quella voce.
Se lo era detto un sacco di volte: “Non è cosa per te. E’ una storia sbagliata. Forse addirittura mal interpretata. Svegliati. Non farti coinvolgere. L’unica che ne ha da perdere sei tu”.
Ma lui, con quella voce così suadente, quasi di un bambino che implora, le andava ripetendo che era lei che voleva. Era preso dal suo sorriso, dai suoi occhi, dalla sua bocca, dal suo corpo, neanche avesse una foto sottomano. Altro che etti in eccesso, tutto era perfetto per lui. Non c’era verso di farlo desistere, né i dati di fatto incontrovertibile, né il buttarla sul ridere facendogli presente che ormai nell’azienda, visto che stava sulla soglia della pensione, non valeva che come il due di picche quando il gioco che vale è spade.
Non c’era stato verso, né mariti, mogli, figli e responsabilità erano stati sufficienti a sottrarre terreno alle sue avance.
Ma come erano passati dal parlare di vendite, design e nuovi materiali a raccontarsi i sogni più segreti, inconfessabili e irrealizzabili? Perché era chiaro che non si sarebbero realizzati, loro non si sarebbero più rivisti e lei non avrebbe desiderato incontrarlo mai più (a meno che non impazzisse del tutto che già era sulla buona strada). Non avrebbe saputo che fare. Si sarebbe vergognata di quelle parole dette all’ombra di un cellulare. Non avrebbe resistito senza sentirsi morire, se lui le avesse chiesto coerenza.
Glielo aveva domandato un sacco di volte: “Ma perché? Che cerchi da me? Sono molto più grande di te. Non sono particolarmente avvenente. Non ho una posizione importante. Ho marito e figli. Potrei essere tua madre.” E ad ogni punto lui ribatteva che…. oh lasciamo stare era inammissibile.
Ma lei aspettava con ansia le sue telefonate, se non c’erano le mancavano. Una mancanza fisica che nessuno poteva capire, né i colleghi né le sue amiche, che erano o accompagnate da uomini senza sostanza, oppure alla ricerca di un uomo fino allo sfinimento.
Aveva persino pensato di dirlo a suo marito, che chissà che si fosse risvegliato dal letargo degli orsi in cui si trovava. Magari ne avrebbero ricavato una nuova sferzata di giovinezza e anche lui si sarebbe accorto delle doti che lei che, comunque andasse, non credeva di avere.
Strana cosa la vita: ti regala, a volte, delle cose che tu non le hai nemmeno chiesto.
Ma adesso si domandava cosa avrebbe fatto se lui le si fosse presentato alla porta dell’ufficio: avrebbe finto di conoscerlo appena? L’avrebbe trattato con amichevole distanza? L’avrebbe allontanato come la peste? E che ne sarebbe stato di tutte le parole dette con dolcezza e passione, oppure di tutte quelle taciute?
Cercava dentro di sé un normale senso di colpa. Ma la colpa di cosa? Lei non aveva colpe, non aveva fatto del male a nessuno. Lei ci sarebbe stata sempre per la sua famiglia, suo marito sarebbe stato quello di sempre, i suoi figli sicuri del suo affetto e lei sarebbe diventata nonna molto presto, avrebbe scordato tutti quei grilli per la testa, tutti quei pruriti che non sarebbero mai stati grattati. Lei ormai era sorpassata. Era come la bella addormentata nel bosco, da troppo tempo, tutti se n’erano dimenticati e il principe non sarebbe più andato a risvegliarla.
E di una storia sbagliata sarebbe rimasto solo un soffio caldo sul collo. una palpitazione più forte nel cuore, un sogno ad occhi aperti… niente di più. Però doveva fare qualcosa perché lui si dimenticasse del suo numero di telefono, e poi lei avrebbe fatto la sua parte. Perché non era come con la droga, lei avrebbe potuto disintossicarsi benissimo, in ogni momento, perché qualche parola di troppo non dà assuefazione… oppure sì?
Bastava solo che lui non tornasse, bastava non vederlo sulla porta del suo ufficio, che poi si sarebbe anche accorto di aver sbagliato persona, insomma che non era quella che lui credeva, che si ricordava male. Bastava farla finita subito, se solo ci fosse riuscita.
E intanto stava ad occhi fissi, ad aspettare una telefonata che prima o dopo, a rigor di logica, non sarebbe più dovuta arrivare, ma sperava che fosse dopo… molto dopo…

Fumose conversazioni di viandanti senza confini

In Amici, amore, Giovani, Viaggi on 15 febbraio 2014 at 11:57

ulivoGià al primo incontro prometteva bene…. molte facce giovani e sorridenti. Non che la gioventù sia sempre un valore aggiunto, ma in questo caso ci piaceva pensare che avrebbe fatto la differenza.
Noi di età più che matura guardiamo sempre ai giovani con affetto e curiosità, così fin da subito adottiamo Stef, una bambola di porcellana dai riccioloni neri e la bocca a forma di cuore. Affinità elettive si dice. Ma la cosa non finisce qui, man mano che il gruppo si compatta adottiamo due ragazzini molto simpatici e vivaci, un gruppo di sardi dalla parlata irresistibile, un ragazzo piombato come ufo in mezzo a noi e un gruppetto di ragazze, che a parte la bellezza e la giovane età, hanno sorrisi irresistibili e una gran voglia di vivere, e due coppie che figuravano bene nelle foto di famiglia come l’esempio di come si dovrebbe essere da giovani e da un po’ meno giovani.
Sia chiaro che un viaggio è il luogo dove andrai e le motivazioni per cui ci vai, questa è cosa che scegli prima, ma in gran parte dei casi è importante, anzi determinante, con chi ci vai e chiaramente questo non lo puoi scegliere a priori. Stavolta però il caso ha ordito delle sorprese che nessuno si era aspettato, delle condivisioni che travalicavano i confini dell’età e della provenienza, il viaggio era la metafora del nostro desiderio di sapere, informarsi, conoscere. Stavamo tutti alla linea di partenza con il nostro bagaglio di esperienze e di sapere, e con la mente aperta agli stimoli e alle potenzialità degli agenti stimolanti. Fossero come in questo caso le persone.
Ovviamente alcuni partecipanti erano un po’ sulle loro, normale processo prima di affidarsi completamente ad un gruppo. Forse sarebbe durato poco o forse avrebbe percorso tutto il tratto assieme, ma già verso gli ultimi posti del pullman si era formato lo zoccolo duro del gruppo: i giovani, i ragazzini, i sardi e altra varia umanità.
Lo stare alla fine significava avere più libertà di movimento e di chiacchera, trovato il posto, sarebbe stato difficile farci scalzare via.
Ma a prescindere dal valore delle cose viste insieme e dalla qualità del rapporto che si stava instaurando, quello che  non possiamo dimenticare è quello scambio di idee e di emozioni che facevamo a sera tardi, nell’angolo ristretto dedicato al fumo. Un dopocena che era diventato un momento topico senza il quale non si poteva andare a letto.
Ogni notte sempre più tardi, tra una chiacchera e una scappata alla “Tenda” per un hashisha in compagnia. Per me personalmente una sofferenza, perchè sia nell’angolo del fumo, sia al bar, il fumo mi faceva tossire e lacrimare gli occhi, ma sembrava a nessuno importare più di tanto e per questo nemmeno a me.
Vero era che i nostri percorsi mentali, lì, trovavano il momento di quagliare. Confidenze della propria vita, dei progetti per il futuro, dei sogni nel cassetto e delle emozioni della giornata, erano lì che venivano condivisi e in qualche modo elaborati. Ore a parlare, in barba alla stanchezza e al bisogno di stendersi a letto dopo le intense giornate che Luisa ci proponeva quotidianamente.
Luisa ci lasciava dopo le sue sigarette serali, forse con un po’ di invidia perchè noi resistevamo ancora e a volte più di un po’. A lei mancava la possibilità di stare in fondo al pullman con noi e di vivere il cuore caldo di quel viaggio. Che poi magari non era nemmeno il solo cuore caldo. Ma per me era il “mio cuore caldo” e niente e nessuno mi avrebbe fatto rinunciare a vederlo pulsare.
Luisa me l’aveva detto con un po’ di rammarico: “A volte dei viaggi non riesco a godere delle alchimie che si formano tra viaggiatori. Sono troppo presa nell’intrecciare gli eventi della giornata, di mettere insieme le tessere del puzzle. Vi invidio per questo.”
Ero davvero dispiaciuta di non poterla sollevare di qualche problema, di darle una mano seriamente, però conosco il modo di muoversi di alcune persone, abituate a lavorare da sole, ogni aiuto può diventare un intralcio, sia a causa delle velocità di movimento, sempre e comunque diverse, sia per le eventuali difficoltà di comunicazione tra menti organizzatrici. Mi dispiaceva che perdesse quello splendido momento della giornata e ora vorrei poterglielo riconsegnare, ripulito dalla stanchezza e dalla tensione di quei giorni.
Non sempre nel fumoso angolo delle idee bastavano i posti. Molto spesso si aggiungevano sedie qua e là e si intrecciavano voci, si rideva per il pagliaccio di turno, che dall’inizio si era dato il compito di rendere più leggero un percorso che leggero non sarebbe stato. Il lessico stava diventando famigliare, le battute si ripetevano e ormai erano diventate gergo.
Ero curiosa di sapere di quei ragazzi giovani quale fosse stata la spinta per partire e quali erano le loro direzioni, le emozioni, le riflessioni d’oggi. Ciascuno con il bagaglio che gli era stato dato o che aveva raccolto, procedeva a tentoni all’interno di una realtà difficile e piena di trabocchetti.
Perchè viaggiare dentro la Palestina è un percorso di trappole, te ne accorgi giorno dopo giorno, un viaggio per innamorati e per sognatori e anche per razionalizzatori e miscredenti. Difficile applicare le esperienze di prima, perché un prima c’è, quello che non sai è il poi.
E’ un viaggio che cambia, ma nessuno capisce come e quanto e in questo dubbio un po’ ci si perde, un po’ ci si innamora di tutto e di tutti, inutili quasi gli avvisi di Luisa: “I palestinesi si dividono in buoni e cattivi , come in qualsiasi altro posto…” sembra volerci mettere in allerta sulla possibilità di vedere solo il fascino delle vittima, mai quello dei carnefici, anche se vederli come persone mosse da cattive intenzioni, ci sembra davvero difficile: troppo gentili sono i loro gesti, troppo ospitali le loro case e troppo conquistatori i loro sorrisi e i loro grazie.
Comunque innamorati o no, ci siamo presi le nottate per raccontarci, chi più e chi meno, delle nostre vite e dei nostri sogni.
Fumose conversazioni certo, ma che tengo nel cuore.
Certamente viandanti senza confini perchè i nostri pensieri vagavano e valicavano i muri di questo paese senza pace e senza nome.
Abbiamo vissuto un’esperienza comune che ci ha avvicinato più che per una contingenza famigliare. Abbiamo scambiato idee e sorrisi… come potremo mai dimenticare?
Il viaggio è anche questo, amare e crescere insieme, va molto al di là del tempo che dura, va molto più in fondo, si radica in te come una pianta di ulivo, che resiste, fiorisce e dà frutti per anni e anni, contorce il suo fusto per esporre meglio i rami alla luce del sole e resiste, Resiste, malgrado le tempeste e le mani nemiche che la vogliono strappare. Questo è il senso di tutto: un viaggio e delle persone che fanno parte di te, che ti rendono più forte e più certa che la strada è giusta, che non sei sola a percorrerla, che da qualche parte conduce ed altri sono con te.
Sì sono innamorata della Palestina e come un grande poeta scrisse, non riesco più a farne a meno.
Giuro, tesserò per te
un fazzoletto di ciglia
scolpirò poesie per i tuoi occhi
con parole più dolci del miele
scriverò “”sei palestinese e lo rimarrai”
Palestinesi sono i tuoi occhi,
il tuo tatuaggio
Palestinesi sono il tuo nome,
i tuoi sogni
i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.
Palestinesi sono i tuoi piedi,
la tua forma
le tue parole e la tua voce.
Palestinese vivi, palestinese morirai.”
(M. Darwish)

E ho visto anche giovani felici, ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra

In Amici, amore, Giovani, Guerra, musica, personale, poesia, politica on 20 luglio 2013 at 10:28

Vorrei capire come si fa ad andare ad un concerto e finire a piangere come una scema per metà esibizione.
Vorrei capire cosa c’era in quelle parole che mi hanno colpito al cuore e affondato l’anima.
Vorrei sapere se quando non ci saremo più, noi di quella generazione, ci sarà ancora qualcuno che comprenderà la nostra poesia.
Vorrei comprendere se tutto è stato inutile oppure quella lotta un senso ce l’ha avuto.
Vorrei sapere se ci saranno ancora giovani felici, ubricarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Vorrei sapere se vedremo ancora, in una grande piazza, giovani corrersi dietro, fare l’amore e rotolarsi per terra.
E’ vero che siamo solo noi, gli ultimi giovani zingari, che non vogliono pagare la colpa di non avere colpe.
E che preferiamo morire piuttosto che abbassare la faccia di fronte al potere.
E’ vero che abbiamo fatto della politica il nostro personale e del personale la nostra politica confondendo i due fattori come fossero la stessa cosa.
E’ vero che siamo stati i soli, a cercare l’amore, nelle braccia sbagliate e non abbiamo mai avuto la possibilità di salvarci.
E’ vero che non vogliamo cambiare il nostro inverno in estate, che non sapevamo come fare e che non ne abbiamo mai avuto il coraggio.
E’ vero che i poeti ci fanno paura perché i poeti accarezzano troppo le gobbe, amano l’odore delle armi e odiano la fine della giornata.
E noi siamo nati poeti, ma abbiamo gridato troppo forte per essere ascoltati.
Perché i poeti aprono sempre la loro finestra anche se tutti dicono che è una finestra sbagliata.
E’ vero che noi non ci capiamo, che preferiamo stare da soli che parlare in due la stessa lingua.
E abbiamo paura del buio e anche della luce, spaventati guerrieri di una sogno senza pace.
E che abbiamo tanto, troppo da fare e che il tempo non ci basta e non facciamo mai niente.
E’ vero che la nostra aria diventa sempre più sbarazzina e ridicola e ci fa correre dietro, lungo le strade senza uscita.
Eppure io ho visto anche giovani felici, ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Eppure io ho visto anche giovani felici, in una piazza grande, a rincorrersi, fare l’amore e a rotolarsi per terra.

(Mi scuso con Claudio Lolli per aver saccheggiato, mutilato, cambiato il suo meraviglioso testo e per aver provato tanta emozione dalle sue parole.
Mi scuso, ma so che un poeta viene sempre saccheggiato, derubato e invaso. So che noi abbiamo paura dei poeti perchè ci fanno capire le cose da dentro all’anima e nel cuore e non solo nella testa.
Perchè i poeti sanno sempre dire tutto quello che noi non sapremmo dire mai).

I tempi stanno cambiando??? Tu lo sai che io so che non è vero.

In Giovani, La leggerezza della gioventù, musica, personale, poesia, politica on 31 marzo 2013 at 14:06

notwar

The Times They Are A Changin’ (1964) – Bob Dylan

Venite intorno gente
Dovunque voi vagate
Ed ammettete che le acque
Attorno a voi stanno crescendo
Ed accettate che presto
Sarete inzuppati fino all’osso.
E se il tempo per voi
Rappresenta qualcosa
Fareste meglio ad incominciare a nuotare
O affonderete come pietre
Perché i tempi stanno cambiando.

Venite scrittori e critici
Che profetizzate con le vostre penne
E tenete gli occhi ben aperti
L’occasione non tornerà
E non parlate troppo presto
Perché la ruota sta ancora girando
E non c’è nessuno che può dire
Chi sarà scelto.
Perché il perdente adesso
Sarà il vincente di domani
Perché i tempi stanno cambiando.

Venite senatori, membri del congresso
Per favore date importanza alla chiamata
E non rimanete sulla porta
Non bloccate l’atrio
Perché quello che si ferirà
Sarà colui che ha cercato di impedire l’entrata
C’è una battaglia fuori
E sta infuriando.
Presto scuoterà le vostre finestre
E farà tremare i vostri muri
Perché i tempi stanno cambiando.

Venite madri e padri
Da ogni parte del Paese
E non criticate
Quello che non potete capire
I vostri figli e le vostre figlie
Sono al dì la dei vostri comandi
La vostra vecchia strada
Sta rapidamente invecchiando.
Per favore andate via dalla nuova
Se non potete dare una mano
Perché i tempi stanno cambiando.

La linea è tracciata
La maledizione è lanciata
Il più lento adesso
Sarà il più veloce poi
Ed il presente adesso
Sarà il passato poi
L’ordine sta rapidamente
Scomparendo.
Ed il primo ora
Sarà l’ultimo poi
Perché i tempi stanno cambiando.

Una grandissima carota per i “choosy”

In Anomalie, Cultura, Disoccupazione, Giovani, Informazione, La leggerezza della gioventù, Mala tempora currunt on 13 novembre 2012 at 17:50

Per governare un paese oppure per poter giustificare le inadeguatezze di una classe politica e dirigente di un paese, bisogna avere il naso lungo e/o una grande faccia di bronzo.
Parlando, i nostri politici, gustificano l’incapacità loro di uscire dal pantano di una crisi economica che è crisi di sistema, quello liberista per intenderci (sistema che non abbiamo creato noi e al quale ci siamo adattati in tantissimi a malincuore) le nostre pretese e i nostri diritti di lavoratori, che ci siamo guadagnati in tanti anni di lotte. Non si tratta di una nostra gravissima responsabilità: non ce la siamo spassata, non abbiamo voluto un reddito che andava al dilà di quello che ci meritavamo, e se abbiamo comprato un sacco di merci che a seconda di chi ci parla o avrebbero fatto girare l’economia oppure sarebbero stati nostri capricci relizzati. Insomma se alla fine  siamo ridotti così dite che è colpa nostra e per nostra e noi,  intendo la classe dei lavoratori. Una volta si chiamavano proletari, ossia quelli che avevano prole, ma col tempo sono diventati solo consumatori accaniti di tv a colori, auto, telefonini e amennicoli elettronici vari. Per la vostra grande gioia, comunque e per i vostri guadagni. Comprare quelle merci che si poteva semplicemente firmando cambiali ed ottenendo finanziamenti generosi  e mutui dalle banche. Ecco, noi siamo gli ex proletari spreconi, che hanno ridotto al lastrico questo paese e che hanno dato i natali a questa razza di “schizzinosi” che vogliono lavorare senza sporcarsi le mani ed essere valorizzati per quello che hanno studiato. Ecchecazzo no! Bisogna prendere quello che arriva ed è davvero da schizzinosi non raccogliere le cassette da 500 kg. di pomodori al lauto rimborso in nero di 3,00 euro alla cassa per poter arrivare a fine giornata con il guadagno di ben 30,00 giornalieri. Ebbeh, con le vostre manine da studentelli cosa sperate, forse che la cultura vi dia da mangiare?
Vi hanno raccontato che i vostri genitori hanno scialato e adesso aspetta a voi tirare la cinghia. Vi hanno detto che sono stati questi genitori insensati a mangiarsi il vostro futuro eppure voi li avete visti alzarsi presto al mattino, imbucarsi nei loro laboratori, case, fabbriche, negozi, uffici e tornare a casa a volte stravolti di stanchezza, con nemmeno la voglia di consumare se non di preparare la cena. E siete stati voi ad essere consegnati alle mani amorevoli dei nonni, per chi era fortunato, oppure a qualche ragazza alla pari, alla baby sitter oppure al nido (che anche quello pubblico si portava via più della metà dello stipendio di vostra madre). Eppure avete visto che si cercava di risparmiare su tutto: il supermercato più economico, i discount, le luci spente dietro le spalle, le finte-griffe e così via per illudersi che pure noi si poteva… e invece no non si poteva e non si sarebbe dovuto potere.
I soldi per il mutuo della casa, perchè era l’unico modo per poter vivere tranquilli e sicuri in un posto senza esserne cacciti. I soldi per la scuola dei bambini (due al massimo, uno meglio e zero ancora meglio). Già, allora c’era la scuola pubblica, adesso è un po’ diverso, ma non è che costava meno, Ogni anno tra i 500,00 e i 600,00 euro solo di libri, senza contare tutto il materiale didattico necessario, persino la carta igienica e quella delle fotocopie perchè la scuola è un’azienda ed è proprio per questo che non deve sborsare una lira. E la salute, che se ce l’hai è un gran bene, perchè se ti manca sei proprio rovinato in tutti i sensi. Anche l’ospedale è un’azienda privata che funziona meglio se sei tu a pagarla due volte.
Insomma volete un futuro cari schizzinosi di oggi? Chiedetelo a quella massa di festaioli invertebrati dei vostri genitori che se nel tempo non ci hanno pensato, oggi a voi non possono che presentare delle sentite scuse.
Eh no, cari signori dell’economia e del governo globale, gli uomini e le donne che hanno cresciuto i loro figli non ci stanno più. Non hanno sensi di colpa e sono incazzati neri, perchè non solo hanno dovuto sottostare alle vostre leggi di mercato e del lavoro, ma oggi devono svendere se stessi, il loro futuro e puranco quello dei loro figli.
Perchè noi abbiamo lavorato come dei muli. Abbiamo pagato le tasse. Abbiamo costruito uno stato sociale che se era per voi ce lo saremmo sognato. Abbiamo prodotto quel surplus di merci e di profitti che vi hanno ingrassato ben bene. Abbiamo consumato come dei forsennati perchè era solo così che si permetteva alla vostra economia di girare. Abbiamo passato notti insonni a cercare di risolvere i nostri problemi e quelli dei nostri figli. Li abbiamo fatti studiare in una scuola che voi avete reso superficiale ed ignorante. Abbiamo difeso con gli scioperi i nostri diritti altrimenti ci avreste reso schiavi delle vostre macchine. Abbiamo pagato la nostra cultura e quella dei giovani per non dover ancora subire nell’ignoranza e nell’incapacità di tenervi testa. E oggi che fate? Ci sputtanate con i nostri figli e sputtanate i nostri figli ai nostri occhi?
Senta cara ministra “choosy” ci sarà lei e tutti quelli come lei che non hanno mai tirato la carretta. Senta caro presidente non è colpa del costo del lavoro e del sistema pensionistico se l’Italia fa acqua da tutte le parti, ma delle sue aziende preferite che si chiamano banche e anche e non se lo dimentichi che il lavoro ci aspetta di diritto, visto che questa Italia è basata davvero solo sul lavoro e per fortuna noi sappiamo lavorare.
Se avevate bisogno di schiavi potevate nascere all’ombra delle palme prima che venissero costruite le piramidi, che forse era l’unico tempo che avreste gradito, sempre che foste voi e solo voi il faraone di turno.
Ai nostri figli infilate la carota dove va bene e pretendete che la sopportino con il sorriso sulle labbra. Le uniche promesse per i giovani che vengono mantenute sono le nostre, quelle di pensare a loro fino alla fine dei nostri giorni. Finchè un futuro venga dato loro e quel futuro, purtroppo, è fatto dei nostri piccoli risparmi e della nostra inconsulta abitudine a risparmiare per i tempi di carestia, non dalla vostra lungimirante previsione economica e dai vostri sacrifici personali o di classe.
Se qualcuno non è mai stato toccato questi siete voi e i vostri capitali ben nascosti. Se è il bastone e la carota il vostro mezzo di comunicazione, temo proprio che un giorno potreste pentirvene. Non certo per un’ Italia mandata in bancarotta, o perchè il bene per il vostro paese non è nelle vostre note , ma unicamente per il fatto che se mai troveremo il modo di tornare in possesso di quel bastone e di quella carota, magari prima o dopo potremmo farvelo assaggiare solo per il gusto di restituirvi il piacere.
Potreste dover assaggiare una grandissima carota e questa volta destinata solo a voi cari choosy di Stato.

I ladri di sogni

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Giovani, Nuove e vecchie Resistenze, personale, politica, Scissione, Sinistra e dintorni on 16 ottobre 2011 at 14:12

Siamo tornati questa notte da Roma, Delusi ed arrabbiati, molto di più di quando ieri mattina siamo arrivati a Roma.
Ci siamo alzati prestissimo per prendere il treno con le offerte del sabato. Sia chiaro che oggi si fa fatica anche a viaggiare in treno, non è un mezzo per chi fa  i conti per arrivate a fine mese e siamo in tanti a fare questi benedetti conti.
In treno ci sono le mamme, mi chiederete quali mamme e che c’entrano. C’entrano, sono le mamme dei ragazzi e ragazze, studenti medi che sono partiti a notte fonda verso Roma, perché anche di questo è fatta questa manifestazione. Io e Mario avevamo mio figlio con gli studenti che venivano da Firenze e la ragazzina di 17 anni, Shaden, che la mamma, impossibilitata a venire, ci aveva affidato, anche lei era partita da Venezia con quei pullman che sono la tradotta di queste manifestazioni. Autobus che solo i giovani possono affrontare. Io ci lascerei le gambe prima ancora di arrivare.
Si arriva in una Roma assolata e allegra. Arriviamo presto e già la Piazza è colorata e piena di allegro vocio. Noi abbiamo appuntamento alle 13 o 13,30 davanti al cinema Moderno, ma ci arriviamo abbastanza presto dopo aver telefonato e fatto raccolta di amici romani e non. Qualcuno di loro deve andare in testa del corteo perchè sono quelli del Comitato 15 ottobre, c’è tanta allegria, la gente non sembra molta però, ma a noi non importa, chi c’è c’è, e anche gli studenti devono arrivare dopo essersi raccolti davanti alla Sapienza.
Chiamo mio figlio: tutto bene, stanno riunendosi per partire verso Termini. I gruppi della Palestina non si vedono. Noi indossiamo le bandiere per fare richiamo. Arrrivano ragazzi da Milano e alcuni giovani romani e un’altra ragazza da Venezia che è partita più tardi.
Siamo allegri e ottimisti, dietro ai nostri sorrisi però ci sono dei dubbi e delle tensioni (oppure pare solo a me). Non ci possiamo credere. Avevamo visti i mezzi dei carabinieri, in un angolo della piazza, e c’era qualcosa di strano: vicino ad una camionetta c’erano carabinieri con dei personaggi che carabinieri non sembravano proprio. Alcuni seduti dentro, altri che rilassati parlavano all’esterno. Fra di noi non abbiamo esternato quello che ci era venuto in mente. Eppure anche Mario aveva annotato la cosa. Non si può immaginare che, se ci fosse stato qualcosa di dubbio, lo facessero così alla luce del sole. Erano i miei retaggi da sessantottina a parlare, sicuramente. Insomma carabinieri e dimostranti dall’aspetto poco rassicurante, insieme in un guazzabuglio a dir poco sconcertante. Ma tiriamo avanti.
Mi son detta: ma cosa vai a pensare, se fossero infiltrati, perché mostrarsi alla luce del sole, sono troppo pochi, verrebbero isolati, ma che diamine. Forse mi sono sbagliata o forse il pericolo non veniva da lì, non ne sono sicura  e non lo sarò probabilmente mai.
Raccogliamo altri con la bandiera palestinese e con quelle della Flotilla, ma il furgone non arriva, poi mi chiamano al cellulare: venite a Termini che il gruppo parte da lì, il furgone è rimasto imbottigliato. Andiamo raccogliendo un po’ di persone per strada. Fortunatamente il nostro gruppo è riconoscibile per le bandiere e ci si ricompatta a Termini. Ci abbracciamo e riconosciamo i nostri amici di Facebook. E’ bello trovarsi e riconoscersi, è rassicurante. Intanto gli studenti sono arrivati alla stazione e mio figlio riconoscendo le bandiere mi raggiunge. Ci abbracciamo e siamo ottimisti e contenti. Sarà una grande manifestazione.
Quelli del Comitato sono già partiti da un po’. Ci chiamano per sapere di noi della Palestina, dove siamo. Io rispondo che non siamo ancora partiti anche se dovevamo partire in quinta posizione. Quelli ci dicono che sono ad una decina di minuti da Piazza S. Giovanni. Ma allora chi c’è dientro di loro se noi non siamo ancora partiti? Non riusciamo ancora a pensare che il corteo possa essere così lungo e numeroso.
Partiamo e si va lenti, ma è bellissimo, ci sono famiglie con bambini in carrozzina, c’è musica e allegria, qualche slogan, tanti sorrisi.
A metà Via Cavour mi arriva la telefonata di quelli del Comitato e dicono che gli studenti di termini sono bloccati da Black Blocs che stanno provocando disordini. Chiamo mio figlio, che dice: no, qui tutto tranquillo, siamo tantissimi ed aspettiamo di confluire nel corteo. La cosa mi rasserena. Richiamo quelli del Comitato che sono già entrati a S. Giovanni. Si tranquillizzano pure loro. Ma ad un tratto noi cominciamo a vedere le macchine con i vetri sfasciati e una banca con le vetrate sfondate. Ma allora da qui i Black Blocs sono già passati?
Mi telefona la mamma della ragazzina a cui dovevamo dare supporto: oddio le immagini che la televisione ci manda sono terribili, c’è una guerra in atto. Lei grida ed io sono sconvolta. Ma come? qui è tutto tranquillo. Richiamo mio figlio e non sono ancora partiti, anche lui mi conferma che è tutto tranquillo, e mi rasserena il fatto che siano ancora lì. Intanto noi vediamo la prima macchina bruciata e già spenta dai Vigili del fuoco e altre macchine sfasciate, altre vetrine sfondate. Ma che furia è passata di qua? Dai furgoni, partono i primi appelli di calma e di non accettare le provocazioni. Proprio in quel momento una trentina di giovani mascherati ci superano e il corteo si ritrae come fossero appestati. Qualcuno grida: “Siete fascisti!” “Fuori, fuori, fuori!” Ma la gente ha paura, si sente, si capisce. Dietro a questo manipolo ci corrono un po’ di ragazzi a viso scoperto, sembra che abbiamo visto il messia. Ragazzini che forse per la prima volta vedono il male, l’odio puro e ne vengono affascinati. Ho pensato che non potevano avere l’età per conoscere davvero la rabbia e la delusione, che erano solo ragazzini in cerca del gioco e della grande avventura. Dio santo, ma che potevano farci quei ragazzini? Quale pericolo potevano essere per noi, per il movimento che si era messo in cammino oggi?
Mi ritelefona la mamma disperata: non riesco a parlare con mia figlia, per televisione fanno vedere una guerra, hanno bloccato via Labicana e hanno messo a ferro e fuoco una caserma e occupato una chiesa, per favore vai a prendere i ragazzi e portali via. Sono spaventatissima, chiamo in testa al corte, sono già da un po’ in piazza S. Giovanni che è gremita. La polizia lì sta caricando e non si sa bene perché, il corteo è già tagliato in tre tronconi, c’è del fumo nero e alto che vediamo pure noi. C’è un ferito grave. C’è che quelli in piazza S. Giovanni stanno scappando, cercando di allontanarsi dalla polizia e dai violenti. Richiamo mio figlio, ma non riesco ad avere la linea. Parlo con Patrizia che parla col megafono del furgono e che mi conferma che c’è una guerra in corso. Passa un’ambulanza che risale Via Cavour, da dove siamo venuti. Io blocco Mario e gli dico: torno indietro vado dai ragazzi. Lui mi dice di non esagerare, che se stiamo calmi e non ci facciamo provocare tutto andrà bene. Eh no che non va bene, io ho Marco e Shaden in coda al corteo e loro non sanno niente, stanno solo aspettando di partire e magari a Termini questi quattro energumeni stanno facendo il caos e magari la celere carica e ci rovinano i figli.
Forse a tratti sono melodrammatica, ma non riesco più a stare nel corteo, ormai non ho più voglia di manifestare, ho già consegnato la mia bandiera della Flotilla a qualcuno e non ho che il pensiero alla coda del corteo.
Mario sa che non può fermarmi e sa che me ne andrò anche senza di lui, sa che ne sarei straziata, ma che non posso continuare. Intanto chiamo mio figlio e non riesco ad avere la linea. Mi chiedo dove sono le “mamme” che erano partite con noi. Poi al ritorno saprò che come cani da guardia hanno piantonato il corteo degli studenti, ma senza nessun potere. I padri chiamavano spaventatissimi e loro non riuscivano a cavare i loro figli o figlie dalla manifestazione.
Mario si decide: torno indietro con te e assieme a noi viene Mirna, la nostra amica brasiliana. Mio cognato e sua sorella hanno fatto un’altra strada e hanno visto gli scontri, mi chiamano e confermano che è davvero una guerra.
Risaliamo il corteo e solo allora la realtà ci appare in tutta la sua forza e anche la sua innata debolezza: c’è una marea, ma che dico, un oceano di gente, che non sa niente e non ha visto niente. E i ragazzi sono ancora alla stazione Termini. Sono ore che aspettano di partire. Mio figlio mi rassicura: ma dai, non fare la madre in ansia, qui è tutto tranquillo. Io cerco di fargli capire che magari lì sembra  tutto tranquillo, ma non riesco a spiegargli che risalendo la strada io mi incontro con una distruzione che prima non c’era? Come faccio a fargli capire che se arrivano al Colosseo, siamo perduti?
Facciamo una fatica boia a risalire contro corrente, non c’è spazio, e dobbiamo ritagliarci gli spazi con decisione. La gente ci guarda come fossimo dei matti. Più si risale il corteo e più c’è gioia ed allegria, come se fosse la giornata più bella della vita. Non sanno che sotto, alla fine della strada, c’è l’inferno. Ma perchè nessuno ferma il corteo? Ma perchè non li deviano su un altro percorso?
Mi richiama la mia amica e mi dice che persino la polizia sembra non riuscire a fermarli, Almeno da quello che mostrano in tv. Mi viene un sospetto: e se non volessero fermarli? Poi mi do della “complottista” da sola, non è possibile che siano così folli da mettere in pericolo… quanta gente? Un milione, un milione e mezzo di persone? Esagero? Faccio un po’ il conto della strada percorsa dal corteo, e dal tempo che il fronte della manifestazione è arrivata a piazza S. Giovanni che era già parzialmente piena. Sono quasi 2 ore che io vedo gente davanti e gente dietro e dietro ancora e non finisce più. E dietro c’è un mondo intero, con le famiglie e le carozzine e le bandiere di tutti i colori e l’allegria negli occhi: che grande e bella giornata oggi!
Richiamo mio figlio. Gli studenti sono entrati nel corteo. Maledizione e adesso? Mi dice più o meno dove si trovano, sono solo all’inizio mi spiega qual è il camion dietro al quale si trovano. Dice di stare calma. Ma ragiona, come faccio a stare calma se so dove vi state infilando. Sento che la sua pazienza è al limite. Ma i miei nervi sono già saltati e non posso dirgli togliti da lì e cercami Shaden perchè lui è un uomo e prende le sue decisioni e Shaden non so nemmeno dove sia. Nemmeno la mia amica lo sa.
Intanto il mio telefonino dà segni di cedimento, la batteria si sta scaricando. Sfrutto quello di Mario, che nel frattempo ha cercato degli amici che stanno in mezzo. Quello più giovane ci fa promettere di stare lontano dai disordini, ci fa giurare. Ma che cazzo sta succedendo.
Finalmente vedo gli studenti, sono moltissimi e organizzatissimi, forse hanno anche un sistema di sicurezza, forse hanno imparato pure loro ad usare i Katanga, come facevamo noi dopo il ’68. Ma questo servizio d’ordine è fatto da ragazzini. Ma che esperienza hanno? Non ci si butta in mezzo al caos così. I primi sono gli studenti medi, i piccoli, sicuramente Shaden è con loro. Impossibile vederla. A mio figlio non posso più telefonare, non posso tirare la corda della sua pazienza. Mi chiama la mamma di Shaden dice che è sempre peggio, che non sa più cosa fare, ma poi le viene un’idea e mi dice che chiamerà i numeri che avevamo preso su Facebook della Casa dei diritti civili e di Giuristi democratici, vuole sapere dove faranno finire i nostri ragazzi. Mio cognato e sua sorella cercano anche loro di raggiungerci. Faccio chiamare mio figlio dallo zio, ma so bene che non uscirà dal corteo.
Finalmente vediamo il camion del teatro Valle occupato con musica ed allegria a non finire e dientro a duecento metri il furgone dei We camp dove stanno anche gli studenti fiorentini. Ovviamente non vedo mio figlio, come potrei, sono una marea… sono delusa, spaventata, incazzata. Com’è possibile che una bella cosa come questa diventi un incubo? Sono incazzata perchè mi hanno fatto morire di paura, perchè mi hanno cancellato la gioia di partecipare e di portare al mondo anche il mio messaggio. Mi hanno trasformato il sogno in un incubo, hanno trasformato una giornata di sole e di colori e di musica in fumo, grigiore e paura. Sono incazzata, ma contro chi? Chi sono? CHI? E perché? PERCHE’?
Arriviamo finalmente a Termini e incredibilmente la piazza è ancora piena.
E’ quasi buio e ho il telefonino quasi scarico. Lo stress mi ha tagliato le gambe e mi ha svuotato il cervello. Per i ragazzi non posso fare molto né con il telefonino né con la mia buona volontà. Entriamo in stazione e ci mettiamo al bar d’angolo. Mario chiama mio figlio che mi parla e mi rassicura, il loro corteo è stato deviato… era tempo, ho un sospiro di sollievo, limitato, ma sollievo.
Richiamo gli amici in testa al corteo, anche loro si sono ricompattati e stanno andando verso la Piramide e si troveranno lì con gli studenti e i gruppi che si sono trovati tagliati fuori. Da quel che so il furgone della Palestina e della Rete romana per la Palestina si è trovato vicino agli scontri e non so che fine ha fatto. Chiamo Valentina che era rimasta con gli altri. Mi dice che è in piazza Vittorio, che sono venuti via di fronte a quel macello. Richiamo la mamma che è rimasta a casa e dico di restare calma, che i ragazzi sono stati deviati e non dovrebbero incontrare problemi. Ma tutto è stato rovinato, tutto sembra macerie di sogni ed illusioni.
Alla fine, fino a che mio figlio non chiama Mario per dire che se ne stanno tornando ai pullman e che mi manderà un messaggio quando arriverà a Firenze, io non riprendo a respirare. Il mio cellulare è morto, non prima di ricevere questo messaggio da Shaden una ragazzina di 17 anni italopalestinese piena di coraggio:
Ho sentito la mamma, tutto ok. Sto tornando indietro. Non potevo tornare indietro prima, perché dovevo partecipare a questa Italia che amo, perché è questa l’Italia in cui voglio vivere e che spero, scontri estremi a parte. Baci Shaden“.
E a questo punto mi è venuto da piangere.

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