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Il primo lavoro e il primo bacio si scordano quasi subito

In Anima libera on 15 giugno 2011 at 10:19

Piazza San Marco di seraPremessa alla parte ventisettesima
E’ dura la vita scandita tra fratellini, negozio e faccende di casa. Io non ci resisto. Voglio uscirne e l’unica idea che mi viene in mente è di trovarmi un lavoro. Ma cosa? Con quel che so fare posso solo trovarmi un lavoro come commessa in un negozio. Sinceramente non è che mi piace molto. Ho chiamato l’ospedale per fare l’infermiera, mi hanno detto che dovrei studiare, che non posso improvvisarmi. Giusto, ma come fare se a scuola io non ci posso andare? Per tutti gli altri sogni non c’è alcuna possibilità. Sono sogni troppo grandi e troppo belli. Nel mio caso, ossia perché sono una donna e ai miei non passa nemmeno per l’anticamera del cervello di investire su di me e sulla mia intelligenza, mi è preclusa ogni strada. Ho il sospetto che non sia un gran vantaggio essere donna. Ma sia chiaro che non finisce qui, ho rinunciato al cappotto, per l’inverno, per potermi iscrivere ad un circolo culturale che organizza corsi di stenodattilo ed inglese. Non si sa mai. Meglio essere pronti per ogni evenienza.
Finalmente mamma mi sostiene. E questa è una grande novità. Deve aver capito che farmi fare la sua vita è proprio da delinquenti. Dovrebbe volermi male e così non è, almeno credo. Poi sa che diventerebbe il destino anche della Pargoletta e questo adesso non lo può proprio accettare. A volte i fratelli servono. Soprattutto i preferiti. Sto battendomi per il Piccoletto, per farlo mandare alla scuola pubblica. Basta con i preti e la loro limitatezza, al confronto quello delle suore è un mondo senza barriere. Basta con i pregiudizi. Mi devo tenere i fratelli? allora li educo io, costi quel che costi. Almeno questa libertà. Nessuno si accorge che sto crescendo dei piccoli mostri. Addormento Ultimo cantando “Bandiera rossa”, e il Piccoletto ogni tanto mostra il pugno sinistro, per dire che ha vinto. La Pargoletta parla poco e piange molto, a lei do il compito di protestare contro la guerra. Le viene bene ed è pure credibile. Questo è il prezzo che i miei dovranno pagare. Questo mi sembra il minimo della pena.

Lavoro, che parola spaventosa. Qualcosa mi dice che quando inizierò a lavorare ne avrò per tutto il resto della vita. La pensione è così lontana. Come farò ad arrivarci? Che poi è stupido parlare di pensione quando non hai ancora iniziato a lavorare. Ha un prezzo alto la libertà. L’indipendenza. Ma è libertà. Ho fatto delle telefonate e avrei trovato da fare la banconiera in un panificio. Insomma la venditrice di pagnotte, che mi pare sia considerata meno di una commessa. Mi danno una miseria, perché sono troppo giovane, e l’orario è impossibile. Libera solo di domenica. Libera per tenere i tre piccoli… e oltre tutto l’orario non mi permette di seguire i corsi a cui mi sono iscritta.
Il circolo è frequentato da gente colta e preparata. Anche da un mio cugino ricco che studia da ragioniere, ma non ha voglia di fare un tubo. E’ per quello che mamma mi ci lascia andare. Magari spera che trovi da maritarmi. In altro modo è difficile perché mio padre afferma: “Avrai un po’ di libertà quando ti trovi un fidanzato e ti sposi.” La cosa equivarrebbe a mai. A parte la faccia con cui mi ritrovo. E questo corpo lungo e secco. A parte il fatto che con la mia attuale libertà non potrei di certo trovarmi un fidanzato. E dove lo trovo? Dovrei trovarlo tra la camera e il tinello? Che poi non ho ancora deciso se lo voglio trovare. Certo che… piuttosto che questa prigione è meglio piuttosto. Ma esiste anche il problema che io non mi sposerò proprio. Pertanto la mia priorità è trovare un altro modo per essere libera senza finire in gabbia con un marito padrone e dei mocciosi da accudire. Ché di mocciosi ne ho anche troppi e nemmeno sono miei.
Ho iniziato da poco i corsi e mi sono trovata già un lavoro da impiegata. Va a capire com’è stato. Il direttore del circolo mi ha mandato a chiamare e mi ha offerto il lavoro. Perché proprio a me? Lui ha detto che mi presento bene. Cosa vuol dire? Non ho indagato. Mi guardo, decisamente sono cresciuta; ancora. E sono cresciuti i capelli. Lo stipendio è da fame, ma va bene lo stesso. Io ho detto sì. Ai miei ci penserò dopo. Ormai ho la mamma dalla mia parte. O quasi. E poi il lavoro rende liberi. Circa. Insomma, come si dice, debbo fare di necessità virtù.
La questione è rendere compatibile il lavoro, gli impegni famigliari, i corsi del circolo e almeno un po’ di libertà. Ho promesso ai miei che avrei cercato di dar loro anche una mano, ma chissà come farò… Il lavoro consiste nel fare da segretaria ad un avvocato e ad un commercialista, ma in realtà non faccio la segretaria, ma l’infermiera. L’avvocato è proprio fuori di testa. Un ossessivo da strabuzzare gli occhi. Per farmi scrivere un indirizzo ci mette mezz’ora e devo pure stare attenta a rispondere in sequenza le parole che lui ritiene opportune per essere rassicurato. Mi hanno detto che è stata la guerra a renderlo così. Ragione in più per odiare la guerra e per sperare che nessuno debba provare quello che prova lui e di conseguenza quello che provo io… Mi scopro una pazienza assurda, sarà che ormai sono diventata bravissima con i bambini che pure con gli adulti in difficoltà me la cavo bene.
Ho il sospetto che il lavoro sia un mondo nel quale entri e non esci più. Il commercialista mi paga lo stipendio: 25.000 lire al mese e oltre a rispondere al telefono, scrivere la sua corrispondenza, archiviare le pratiche, dovrei pure passare la lucidatrice sui pavimenti. Alla sera, quando esco, mi viene a prendere Gabri. L’ho conosciuta perché è la sorella di una ragazza che piace a Ernesto. Che poi sono due sorelle ma non ho mai visto niente di più diverso. Una tutta nera e l’altra tutta bionda. Ovviamente Ernesto cerca di uscire con la bionda che è anche più carina, ma piuttosto piena di sé. Invece Gabri è bruttina e in quanto ad autostima siamo a sottozero, ma a lei Ernesto schifa ed è per questo che mi sta simpatica. Abita a Palazzo Reale perché il padre ci fa il custode.
Strano andarla a trovare a palazzo, che poi si sale per una buia scala secondaria che porta alle soffitte. Lì c’è la loro abitazione che non è niente di speciale, ma hanno una stanza dove la mamma lavora da sarta che ha un piccolo oblò dal quale si vede la Piazza. Ed è lì, in Piazza, che andiamo di sera a fare una mezz’oretta di struscio. Siamo ragazze normali ecchediamine! Comincio a crederlo. E ci piace guardare i ragazzi e commentare sul modo di fare di questo o di quello, sognando di farli girare quando passiamo. Siamo un po’ stupide, è vero, ma ci piace a volte comportarci come tutte le altre ragazze sperando di avere inviti a feste e di essere al centro dell’attenzione. Devo dire che a volte si girano al nostro passaggio, e subito mi controllo se ho qualche macchia sul vestito oppure una calza smagliata. A volte penso che dobbiamo sembrare due ridicole comparse nel teatro della vita… E’ un’immagine che mi viene alla mente soprattutto quando penso che vorremmo essere protagoniste e invece non lo siamo mai state.
A volte mi guardo alla specchio e vedo una faccia puntigliosa da regina d’Egitto che nasconde una grande rabbia dentro. Tutto quello che mi circonda non l’ho voluto io. Vorrei correre libera per i prati sotto un sole dolce e caldo, ma da non farmi sudare. Odio sudare ed essere sudata sotto le braccia. E poi, a Venezia, non ci sono molti prati. Vorrei disporre del mio tempo. Vorrei non dipendere dagli altri. Vorrei non sentirmi più dire Fin che stai sotto il mio tetto, farai quello che dico io. Vorrei non dover volere e avere. Vorrei una vita normale. Sotto questo tetto io ci starò ancora poco. Sarò autonoma presto e allora sì che prenderò il volo… che poi è lunga ancora per diventare maggiorenne.
Come farò a sopportare ancora anni di famiglia sulle spalle? Com’è brutto non avere un padre che ti sostenga, ma è ancora più brutto avere un padre padrone contro. Non posso uscire alla sera, ma se ne ha bisogno mi fa andare da sola o con il controllo di Ernesto, il sabato, a portare le matrici delle schedine all’ufficio addetto alla raccolta. Non riesco mai a tornare prima delle 11 o 11,30 di notte, ma non mi lagno, queste uscite prima o dopo mi serviranno. Non sto a guardare in bocca alla libertà che mi viene elargita, se non altro posso ricattarli quando mi dicono che non posso uscire alla sera dopo Carosello. Maledetta musichetta, segna l’ora limite di quelle poche uscite che posso avere.
Mi trattano da bimbetta quando fa comodo a loro e da grande quando debbo fare il mio dovere. Sono dei falsi ipocriti. Un po’ come le suore. Che poi se ci penso a quella mia zia suora allora mi prende il magone. Va tutto bene se mantieni l’apparenza di brava ragazza. Puoi essere meschina, egoista, approfittatrice, ma basta che lo nascondi bene. Come faccio io a nascondere la mia natura se mi si legge tutto dagli occhi? E poi chi se ne frega. Io non sono ipocrita come loro. Io sono sincera e dovranno accettare la mia natura. Dovranno fare conto con il mio desiderio di essere protagonista della vita. Dovrò mostrare il vero volto e la vera forza della mia volontà. E cambierà questo cazzo di mondo, certo che cambierà.
Ho cominciato a leggere libri di tutti i formati e su tanti argomenti diversi. In negozio da mio padre trovo Gli Oscar Mondadori che sono tascabili e comodi da “rubarglieli”. Poi mi porto a casa pure Linus che è un mensile di strisce a fumetti. E leggo con interesse pure “Ciao Amici” che è una rivista musicale per i giovani come me. Ci si parla di musica e dei nostri problemi. Comincio a sentirmi parte di un mondo.
Lo sapete cosa ho capito? Che non sono sola. Che intorno a me esiste un universo di ragazzi isolati che anelano a contattarsi, a parlare, a scambiare idee, ad imparare un nuovo modo di essere e di agire. Eppure è così facile da rompere questo silenzio. Ho il forte sospetto di non essere nata da sola con quell’impronta strana di cui parlavo. Ero il prototipo di una nuova generazione di persone che intendono cambiare il mondo e intendono farlo in modi pacifici e gentili. Beh! forse non tutti. Finalmente dopo le generazioni delle guerre è nata una nuova generazione della pace e della responsabilità. Leggo Pavese, Freud, Schulz e i poeti maledetti. Insomma leggo tutto quello che mi viene a tiro. Sono anche cambiata. I ragazzi mi guardano. E la mia testa è piena di idee e di progetti. Leggo dall’America che i giovani fanno manifestazioni oceaniche per protestare contro la guerra in Vietnam e per contestare le vecchie abitudini dei loro genitori, vogliono un nuovo mondo basato non sul denaro, ma sulla natura e sull’amore. Amore libero, amore totale. Un concetto piuttosto nuovo… eppure a me pare di averlo sempre saputo. Voglio amare tanto fino a sfinirmi.
Cosa c’è di più bello e puro dell’amore libero da ogni pregiudizio e calcolo? Io sono fatta per l’amore libero, sia chiaro. A meno che per questo non si tratti di farsi sbaciucchiare a destra e a manca. Libero sì, ma con le dovute cautele. Io devo scegliere e non essere scelta. I ragazzi si sa cercano sempre di infrattarsi e danno poca importanza all’amore. Per loro è qualcosa di superficiale da usare. Io credo sia una cosa importantissima, da difendere e da conservare. Per esempio l’amicizia, non è il miglior tipo di amore che si possa conoscere? So che direte che parlo così perché io un ragazzo non l’ho mai avuto. Sbagliato. Ho già baciato e sono uscita con un ragazzo qualche giorno… Non molti per la verità, ma che ci devo fare se i miei non mi lasciano uscire mai? Comunque mi è bastato per capire come funziona. Lui cerca di baciarti e se tu ti lasci baciare vuol dire che ci esci assieme. Fin qui tutto facile. Le cose difficili sono quando ti chiede di uscire alla sera o di andare a fare un giro in spiaggia insieme. Uscire alla sera non si può, e andare alla spiaggia io e lui, da soli, non ci penso proprio. Magari con Gabri e qualche altra persona, insomma in compagnia, ci andrei pure, ma io e lui da soli… a fare che poi?
Insomma è stata un’esperienza interessante, ma niente di più. Mi sembra sia stata interessante. Ero curiosa ed ora mi son tolta la curiosità. Non so se lo rifarò ma so che lo rifarei. Ragazzi e ragazze sono fatti per stare assieme. Lui si chiama Paolo ed è carino, insomma un tipo che veste bene e che fa l’annoiato, il superiore. Neanche fosse un grande attore o intellettuale. Non ha mai letto un libro in vita sua e nemmeno legge i quotidiani, l’unico suo hobby è il Karatè, se poi si scrive così. Il tipo che potrebbe piacere anche ai miei, magari tra qualche anno. Per loro sono sempre una bambina. Dio me ne scampi. Per la verità io sono più alta di lui e questo non piaceva a nessuno dei due. Insomma è durato un niente il mio primo amore.
Il primo bacio poi non era un gran che, mi sa che le ragazze sopravvalutano la prima volta. Non è che mi piaccia tanto scambiare saliva con un ragazzo che poi si spera sempre che si sia lavato i denti. Ma sarà che con Paolo non avevo niente da dire, insomma credo che lui si aspettasse delle cose da me e io non sono riuscita a capire bene cosa… o forse ho preferito non capire. E per la verità anch’io mi aspettavo qualcosa da lui. Mi aspettavo qualcosa come uno stordimento, una emozione. Mi sentivo come ad un esame. Una cosa estranea. Ero lì rigida. Semplicemente ad ascoltare e a cercare di capire. Mi son detta: “Tutto qui”? Avevo solo fretta che finisse. Paura che qualcuno ci vedesse. Non ero certa che fosse una cosa giusta. Tanto è tutto passato come una meteora, però adesso nessuno mi può dire: Parli così perché non sai”. Io so, ma continuo a cercare lo stesso. Non può essere che la vita sia così insulsa. Un bacio è solo un bacio e io penso invece che l’amore sia molto, ma molto di più. E magari anche il bacio non è solo un bacio.

E venne chiamato Ultimo

In Anima libera on 7 giugno 2011 at 11:11

Foto BN di Rossaura nel 1965Premessa alla parte ventiseiesima
Avrei preferito nascere figlia unica. Sinceramente avere fratelli e sorelle è un affare che sfianca. Ernesto è sempre più tonto. Si comporta da astioso e non capisco perché. E’ geloso di me e dei piccoli. Perché siamo rossi e solidali? La Pargoletta poi galvanizza tutte le attenzioni di mamma, il Piccoletto invece è una sagoma, e riesce a far ridere anche mio padre. Mi sa che lo sto trasformando nel suo nuovo erede. D’altra parte Ernesto è davvero una delusione pure per lui. Mia madre è stanca. La vedo invecchiare. I suoi abiti non sono più impeccabili. La sua figura snella si sta sformando e i denti le creano dei problemi. E adesso torna a piangere e si giustifica perché dice di avere forti mal di testa. Fossi scema a crederle. Appena mi accorgo che corre in bagno a vomitare ho la certezza: sta arrivando un altro bambino. Stavolta sono triste pure io. Che faremo? Un altro fratellino o sorellina… come farò? Sarà una nuova riduzione di libertà. Certo li deve fare mia madre i bambini, ma io glieli devo tenere. Così non va. E’ ingiusto. Mio padre è solo un po’ arrabbiato. Mi sa che sta pensando che arriva una bocca in più e non era il momento. Ma perché se la prende con mamma? Allora non ce la faccio più e sbotto: “Non sarà mica colpa sua se aspetta un bambino no? Non vedi che sta male. Non ti accorgi che fa fatica a stare in piedi? Ma non hai un po’ di sensibilità?” E lui mi prende per un braccio e alza la mano per darmele. Io lo sfido: “Dai dammele… che poi stai bene e ti senti contento… pensi di farmi tacere eh? Ma quello che fai non basta. Non starò zitta fino a che non imparerai a rispettare gli altri.” E me le dà di santa ragione. E i piccoli mi si attaccano spaventati alle gambe, vogliono difendermi e lui ha perso la testa e spinge e fa cadere la Pargoletta e mi strappa il Piccoletto in cattivo modo e io ringhio: “Non toccarli, perché se lo fai io ti ammazzo! Ricordalo: ti ammazzo.” Non ho paura di lui, ma temo per loro, per tutti loro. Tranne Ernesto che fuori dalla mischia si gode la scena con un sorrisino. Te lo faro rimangiare, stronzo, vedrai.

Questo mondo non è delle donne. Mamma ormai non reagisce più. Ma è spaventata perché Pargoletta è diventata muta. Non parla più, non dice più che silenzi, nemmeno la più piccola parola e guarda con i suoi grandi occhi chiari e lucidi il mondo attorno. Mamma la porta dal medico. Sembra impazzita. Nessuno le spiega come mai una bambina che parlava normalmente oggi non parla più. Certo io non sono un medico, dovrei capire poco i meccanismi psicologici dei bambini, ma ricordo com’ero testona quando ero dell’età della mia sorellina. “Mamma, non temere, è una cosa passeggera, quando nascerà il bambino le passerà. E’ scioccata e un po’ gelosa. Ha paura di perdere la tua attenzione, ma capirà, vedrai…” Mi sembra incredibile ma mamma mi ascolta e annuisce. Mi crede. Si appoggia a me come se fossi una sorella maggiore. Mi sento davvero responsabile anche per lei. Cerco di aiutarla. Di sollevarla dalle fatiche. Ma sono stanca. Vorrei non essere finita in questa trappola. I sentimenti e gli affetti mi condannano e io vorrei essere libera e orfana e figlia unica, non voglio un marito, ma neanche un fidanzato, voglio vivere da sola e libera, senza nessuno che mi dice cosa fare e dove andare. Non posso vivere senza libertà.
La mia vita è sempre più legata agli umori e alle situazioni famigliari. Appena fuori la guerra in Vietnam imperversa, e sulle spiagge si presentano i primi topless, poliziotti in divisa arrestano belle straniere con un costume ridicolo con al posto del reggiseno un paio di bretelle scomode. Ridicoli loro ma anche quelle bretelle. Levatele che è meglio. A volte penso che mi piacerebbe avere il coraggio di andare sulla spiaggia con le tette al vento. Potrebbe essere un’idea. Forse non mi arresterebbero, forse nessuno se ne accorgerebbe, ma io mi vergognerei come una ladra. Che poi è da scemi, se sei libera, anche mostrare le tette non è un problema. Ma perché invece io mi vergogno? Forse perché ne ho troppo poche? E’ solo che io non so che farmene del mio corpo. Le mie braccia sono lunghe e non sanno mai dove stare. Veramente niente di me sa dove stare. Mi sento sempre fuori posto e non c’è nessun posto veramente mio. Sto bene solo insieme ai miei fratellini e con qualche amica.
Marinella e Diana, loro sono amiche di sempre, ma mi trovo bene anche con quella scabinata di Renè. E’ una pazza nata da una famiglia di pazzi da legare. Qualche volta andiamo a casa sua e restiamo sempre stupite per il numero di stanze che ha, per la enorme libreria del salotto e per la libertà delle nostre invasioni nella stanza del fratello che studia da avvocato. Solo quando non c’è. Se c’è la sua stanza e proibita, ma esce sempre un po’ a parlare con noi. Qualche volta scherza con me e mi dice che sono carina e che vorrebbe invitarmi a cena fuori e magari a ballare. Accidenti se è pazzo e penso anche che mi voglia prendere in giro. Comunque è un vecchio e secondo me ancora più scabinato di sua sorella. Pensate che ogni estate lei si dispera perché sua mamma la manda in collegio per un mese o in Francia o in Inghilterra o in Germania. Dice che deve studiare le lingue e lei preferirebbe restare in città, ma lo dice per non farsi invidiare credo. Ed io la invidio, mi cambierei subito con lei. Quest’anno andrà in Francia, in un collegio misto dove c’è persino la piscina anche se è a due passi dal mare. Lei brontola. E’ tutta pazza, non capisce proprio niente! Ci siamo promesse di scriverci e di restare amiche anche dopo che lasceremo la scuola. Sì, perché ormai siamo agli sgoccioli. La scuola sta finendo e io so che per me sarà finita davvero.
Mia mamma è andata a parlare con l’insegnante di italiano. Solita storia: la prof ha insistito perché mi facessero continuare a studiare. Dice che ho molte qualità, e che riuscirei bene in qualsiasi scelta, ma senza il latino però. Consigliava il classico, oppure meglio l’artistico che è senza il latino. Mia mamma l’ha detto a mio padre e lui le ha chiuso la bocca: “L’artistico è la scuola dove vanno le ragazze poco serie.” e ha chiuso ogni discorso. Sia chiaro che ragazze poco serie nel linguaggio di mio padre vuol dire puttane. Quindi discorso chiuso. Sinceramente mi piacerebbe avere la possibilità di trasformarmi in una donna perduta e poco seria. Vorrei vivere e imparare a conoscere la vita. Non piango più. Non sono rassegnata, ma non piango più. Qualcosa farò, qualcosa succederà, non mi lascerò vincere. Troverò il modo di andare avanti in barba a tutti.
Non me ne accorgo ma mentre ero distratta forse i giorni sono passati, forse stiamo diventando tutti più grandi. Intanto Ernesto sta facendo il cascamorto con Marinella e il giorno del mio compleanno dice che si potrebbe fare una festa e che lui porterebbe i suoi compagni di scuola. Insomma una vera festa, con il giradischi, i dischi e i ragazzi. La cosa strana è che mio fratello è al di fuori di ogni tentazione, invece i suoi compagni di classe sono veramente simpatici e carini. Peccato che nessuno ha il ciuffo. E poi nessuno sa ballare. Né noi ragazze né loro, maschietti. Bella festa! Ragazze da una parte e ragazzi dall’altra. Se non fosse stato che ad un certo punto mi ci sono buttata in mezzo e mi sono messa a ballare un shake nessuno si sarebbe mosso. Dove ho imparato a ballare? E che ne so! E’ solo che con la musica non riesco a stare ferma. Mi entra nel sangue. Mi sono buttata e ho abbozzato qualche mossa ed ecco la festa si è avviata.
Vorrei vedergliele, a Marinella. Le mie sono come quelle di un ragazzo. E io vorrei capire cosa prova un ragazzo a guardarle e magari a toccarle. Certo che a me vedono poco e toccano niente. Forse io sono poco femminile e a volte penso che c’è una parte di me che si rifiuta di essere donna. Quella parte di me non è proprio stupida. Ho fame e sete di capire; di sapere. La vita è come un romanzo ma con più fantasia. E’ solo curiosità la mia. Lei è più donna. Io ho un corpo tagliato con l’accetta, beh insomma non sono proprio così lignea. Ho le gambe lunghe e un corpo flessuoso, ma sono troppo pallida. Ho un viso insignificante e se potessi mettermi un po’ di trucco forse riuscirei anche ad essere carina. Mi chiedo se mai piacerò a qualcuno. E sarei curiosa di sapere cosa cercano i ragazzi. Eppure qualcuno è gentile con me. A volte vedo che mi guardano con un’aria strana, come se mi studiassero. Spesso cercano di starmi vicino e di parlare con me. Poi dopo un po’mi trattano come una di loro. Se mi piace o no non lo so ancora. Mi guardo ancora allo specchio e ho questo naso che mi invade il viso. E questi occhi che mandano a quel paese e che faticano a sorridere. Ma non mi mancano certo le parole. Ho imparato a difendermi. In fondo la festa è stata bella. Ne porto un buon ricordo. E sono troppo alta per quelli della mia età. Mi scappa sempre la voglia di correre e saltare. Non è proprio un comportamente femminile. E poi i miei capelli cresceranno una buona volta. Vorrei che diventassero la mia bandiera. Voglio farli crescere perché una ragazza è più donna con i capelli lunghi.
Marinella andrà a fare la commessa. Diana continuerà a studiare anche se non è che le piaccia moltissimo. Renè andrà al liceo linguistico e poi all’Università, altrimenti sua madre la disconosce. Letizia andrà al liceo, non è una cima, ma ci mette sempre una gran buona volontà. Paola invece è spaventata. L’esame può essere decisivo. Lei in italiano è bloccata. Di fronte ad un foglio bianco le scappano le idee dalla testa e le parole dalla penna. All’esame si mette di fianco a me. Mi guarda con gli occhi da cane bastonato e mi sussurra: “Aiutami!” Il primo tema che faccio è il suo, il secondo è il mio. L’insegnante di italiano all’interrogazione mi dice guardandomi fissa che si è stupita perché lei ha fatto un bel tema mentre io ero al di sotto delle aspettative. Probabilmente o mi ha visto passarle il compito oppure se ne è accortoa da quello che ho scritto. Chi se ne frega. Tanto a me non cambia niente, mentre Paola non sarebbe passata e non avrebbe potuto continuare a studiare. A volte bisogna fare una scelta ed io l’ho fatta. Non che la cosa mi passi vicino senza toccarmi. Mi sento sola e ho tanta rabbia dentro.
Finita la scuola mi sono sentita persa. Devo inventarmi qualche cosa, un’ idea geniale, che ne so, devo trovare il mondo di cambiare questa situazione. Attenzione però, per scappare da una prigione non devo assolutamente cadere dentro ad un’altra. Quindi mai pensare che un ragazzo, un fidanzato, un marito può risolvere il tuo problema. E’ rischioso, troppo rischioso e io devo stare attenta. Ho troppo bisogno d’amore e potrei sbagliare, prendere lucciole per lanterne ed invece non devo sposarmi mai costi quel che costi. Non voglio essere incastrata.
Il giorno dopo la fine della scuola sono dovuta andare da Marinella che le è morto il papà. Cominciamo bene. Povera amica mia, la strada è sempre più in salita per lei. Devo aiutarla, ma che fare? Ci si vede quando è libera dal lavoro, che tra l’altro non le piace niente… che tristezza! Dove sono finiti i nostri sogni? Ad agosto in piena calura la mamma partorisce un maschietto. Bello, sano e pure lui rosso. La Pargoletta lo guarda con odio represso mentre il Piccoletto ride e dice che assomiglia a Mussolini. Sono pazza a dare lezioni di storia a quella “testina” matta, perché poi finisce che offende pure l’Ultimo che io chiamo così per scaramanzia, che non ne ha nessuna colpa.
Mamma questa volta ha partorito in ospedale e il ginecologo ha detto che deve assolutamente smetterla di fare bambini, quasi fosse una decisione che spetta a lei. So bene, anche troppo, come nascono i bambini. Suppongo che se fosse stato per lei sarebbe nata solo la Pargoletta, gli altri li avrebbe dati tutti al macero. Comunque devo aggiungere il terzo fratellino ai miei doveri di sorella a tempo pieno. Pannolini, saponette, cremine e tanta, tanta pazienza. Ultimo è un ribelle. Odia i vestiti, ma soprattutto le scarpe e i cappellini a cui mamma lo obbliga. Credo che tutto il movimento che fa sia direzionato a sfilarsi scarpette e tirarsi via cappellini. Quando lo tengo io lo libero e lui si calma subito, ma ci vuole tanto a capire un bambino? Ma sono solo io a ricordarmi quello che odiavo quando ero una neonata? Intanto sto perfezionando un sistema educativo casalingo. Io tengo Ultimo e preparo il pranzo, Pargoletta prepara la tavola e Piccoletto lava i piatti. Questa è da vedere! Lui in ginocchio su di una sedia con il grembiule della mamma che insapona e sciacqua. Lo so che poi devo rifare tutto e risistemare, ma aiutarci è una questione di principio.
Come previsto Pargoletta ha ripreso a parlare. L’ha dovuto fare perché fingevo di non capire quello che chiedeva indicandomi con il dito. “Non capisco, devi spiegarmi perché così non capisco… e finalmente si è decisa: “…Acqua…” “Cosa … acqua… non capisco?” “Un bicchiere d’acqua.” Avrà pensato che sono scema, ma alla fine adesso parla, continua a piangere senza sapere perché, o piange così a lungo da dimenticarsi la ragione, ma parla. Ultimo invece mi darà del filo da torcere, non so perché, ma ho come l’impressione che non sarà una passeggiata crescerlo. D’altra parte c’è chi dice che gli ultimi saranno i primi… ovviamente i primi a rompere. Com’è lontano il mondo. Io che avrei voluto lasciarci il segno sto vivendo una vita insulsa. La vita scorre sempre più lontana. Mi sento come inconsistente ed inutile. Devo trovare una soluzione altrimenti… ma basta con i pensieri tristi, qualcosa cambierà o farò saltare tutto e non lo dico così per dire!

Cultura e Urania

In Anima libera on 30 Mag 2011 at 8:22

Copertina dell'Urania "Ai confini della realtà"Premessa alla parte venticinquesima
Le cose passano ma il dolore resta. Da sempre ho bisogno di informazioni. Ho sete di cultura e fame di parole, o forse no, meglio: di sentimenti. Ora che mio padre non porta più a casa i giornali per le balle di cartapesta, ho la materia prima in tabaccheria, che per fortuna è anche rivendita di giornali e libri. Mio padre non è molto generoso, soprattutto per favorire la mia cultura, quella che lui chiama “grilli in testa”. Ma io sono diventata furba, mi offro di dargli una mano e intanto allungo le mani e leggo gratis i quotidiani. Bisogna ingegnarsi.
Così oltre che ai lavori di casa mi dedico anche a qualche ora di negozio. L’insegnante d’italiano dice che ho ottime abilità, buona testa, ma che sembra che la scuola non sia la mia prima priorità. Ma vah? I miei stanno già preparando il terreno: “Tu non sei portata per lo studio. Meglio così, faremo studiare Ernesto”. Eh certo, l’erede! Che coraggio. Lui sì che ha una cultura. Se l’è fatta leggendo gli “Urania” che nasconde e non mi vuole prestare. Dice che non sono in grado di capire la fantascienza. Che verme! Io vivo di fantascienza, di fantasia, di fantamondo. Saprei scriverci un’enciclopedia. Ho sete, ho fame e grido al vento, ma nessuno mi vuole ascoltare.

Non sono stata bocciata ma come al solito rimandata in latino. Adesso non lo odio più tanto, ma continuo a fare delle bellissime traduzioni libere, troppo libere. L’insegnante ormai lo sa, deve prendermi per come sono. Io non vedo l’ora che venga il giorno del compito d’italiano e lei non vede l’ora di leggere i miei temi, errori a parte. Dice che sono divertente e mai scontata. Dice che sono capace di inventare termini nuovi e nuovi modi di scrivere, e che non sono abilità normali per una tredicenne. Da un po’ di tempo tutti mi danno più anni di quelli che ho. Sembro più grande? Più matura? Forse è per i capelli che ormai sono lunghi e sempre rossi, irrimediabilmente rossi e poi anche per quel po’ di tette che annuncia il mio definitivo ingresso nella femminilità.
Lorenzo è andato alle superiori e non facciamo più la strada assieme, beh ovviamente a dieci metri di distanza e senza che lui lo sappia, ma l’insegnante di religione, a cui, senza ragione, sto molto simpatica, mi ha presentato Sebastiano, il fratello maggiore e lui invece mi guarda e cerca di starmi vicino. Un po’ mi va e un po’ no. Non so. Non ho deciso. Ho deciso però che queste mi bastano e di tette non ne voglio più. Non voglio che me le guardino.
Dell’insegnante di religione devo però parlare. E’ un prete e questo mi aveva reso diffidente. Per fortuna non un prete vecchio, e visto che insegna religione, è sempre in mezzo ai ragazzi e alle ragazze anche più grandi di me. La cosa strana è che anche per la religione c’è un libro di testo. A me sembra un’assurdità e una spesa inutile. In effetti non l’ho aperto mai. Il libro comunque non è nuovo e l’ho preso come tutti gli altri al mercatino dell’usato. A casa mia i libri si prendono di seconda o terza mano. Almeno i miei. A volte sono così usurati e scarabocchiati che non riesco nemmeno a leggere le parole. Come si fa a studiare sottolineando tutto il libro a penna biro? E’ una cosa che mi fa saltare la mosca al naso. Idioti! I libri bisogna rispettarli, magari non aprirli, ma rispettarli sempre. Tralasciamo. Insomma Don Ferruccio è un prete un po’ diverso dagli altri e tenta di avere un buon rapporto con i suoi studenti. Un giorno ci ha dato un tema: “Convinci un tuo amico che non crede all’esistenza di Dio. Quali sono gli argomenti che useresti? Quali i punti di forza”? A me lo chiedi? Ero allibita. Cosa avrei potuto scrivere se ero io che mi sentivo l’amico miscredente? Bene. Consegnai il compito compilato con una domanda: “Perché dovrei essere io a convincere quell’amico e non lui a farmi diventare non credente? Perché, padre, non mi convince lei con degli argomenti e dei punti di forza”?
Pare che in giro girino anche dei preti diversi. Don Ferruccio non ha fatto una piega. Mi ha detto: “Vuoi parlarne”?. “!” ho risposto. E così ci siamo trovati fuori scuola e lui non ha insistito per parlare, ma mi ha presentato i suoi amici e tra questi: Sebastiano. Posso dire? Un prete così mi piace proprio. Non è prolisso, non fa le prediche, non pretende di sapere più di te e tutto sommato ha l’aria di volersi sollevare le gonne per correre su un campo di calcio più che salire su di un pulpito. Non abbasso certo la guardia ma se questa è l’ora di religione, allora la faccio volentieri e non pianto casini. Punto.
Ho parlato di Sebastiano perché è meno bello del fratello, ma ha l’aria molto più matura ed intelligente. Lui mi parla come se fossi una sua coetanea e a me questo pare strano. Poi sorride e sembro piacergli. Ma credo di sbagliare, penso sia solo molto gentile e beneducato. Amo le persone gentili e beneducate, e poi la bellezza non è tutto. Da quando ha saputo che abito vicino a casa sua spesso appare nel terrazzo e mi saluta agitando la mano. Io rispondo è scappo dentro. Non vorrei che pensasse che sto alla finestra per vederlo uscire. Non vorrei che mi vedesse arrossire. Sia chiaro i ragazzi non fanno parte dei miei interessi. Che poi se sono come Ernesto è meglio evitarli.
A scuola le mie compagne non fanno altro che parlarne, di ragazzi e di feste per i loro compleanni. Molto spesso mi invitano, ma io ci vado di rado e con la pelle sollevata perché non ho mai i soldi per fare un regalino decente. Allora mi sento una pezzente e come non bastasse poi c’è pure il vestito. Mia mamma pensa che siccome cresco velocemente allora non vale la pena prendermi qualcosa che mi vada bene ora. Quando mi compera mi compera solo cose molto più grandi che così se a me non vanno bene se le porta lei. Ma non posso crescere in eterno, quella roba non la potrò mettere mai. Poi le calze non me le vuole prendere e giro ancora in calzini corti come una disperata. Ma pensate che vestita così ridicola mi piaccia andare alle feste di compleanno delle mie compagne? Vorrei solo andarmi a nascondere.
E’ che a casa mia ciò che non è necessario risulta assolutamente inutile. Forse sono io a casa mia ad essere inutile. Non trovo le scarpe perché ho il piede grande. Allora è necessario che usi le scarpe smesse di Ernesto. Ho bisogno del cappotto? Mamma mi rivolta la stoffa di quello del debosciato. Sono orribile. Nessuno si accorge di me o forse fanno solo finta. Sarei orribile comunque ma è uno spreco inveire ulteriormente. Non voglio che gli altri mi guardino ma nemmeno che si schifino di me. Sembro Calimero. Ma parliamo d’altro che è meglio e parliamo di crisi. L’Italia sta attraversando un momento difficile. Anche io sto attraversando un momento di crisi. Siamo entrambi persino senza spiccioli. Io e l’Italia, due disperate. Prima non si faceva che comperare le cose che servivano, poi anche quelle che ti dicevano che ti servivano. Se c’erano i soldi bene, altrimenti si emettevano le cambiali, che sono pezzi di carta che valgono molto anche se a te non pare.
I miei si sono fatti un debito per prendere il negozio, così stanno lavorando da mattina a sera senza chiudere nemmeno alla domenica in modo da superare il momento difficile. Il momento difficile è una montagna di cambiali che sembra il Monviso. E le cambiali sembrano soldi ma prima o poi, anzi prima che poi, le devi far diventare soldi veri. E’ anche per quello che non mi danno mai soldi e non mi comprano mai niente di nuovo, anche i piccoli devono accontentarsi dei vestiti confezionati dalla nonna e di quelli sferruzzati da mamma davanti alla televisione. La guardo e la vedo sfiorire. Mamma è molto stanca. Ha troppe cose da seguire, troppe poche ore di sonno. Questa vita non è fatta per lei. La sua voce è diventata ancora più roca e rassegnata. E’ un filo sottile bagnato di pianto. Io seguo i bambini che per fortuna non sono difficili. Qualche volta mi scappa da pensare che tutto sommato non sono figli miei, ma gli voglio bene e mi dispiace creare loro dei problemi. Nemmeno alla domenica posso uscire. Quando mamma va ad aiutare mio padre in negozio io ho i piccoli, quando non ci va ci debbo andare io. Marinella ogni tanto viene a casa mia a farmi compagnia. Dice che non le interessa uscire, ma mi sa lo fa per me, per amicizia. Ogni tanto viene anche Diana. Lei è sempre vestita bene, ma è figlia unica e i suoi le danno tutto quello che possono che è molto di più di quello che abbiamo io e Marinella.
Casco sempre a parlare delle mie difficoltà, quando invece dovrei parlare di quel sistema sbagliato che fa diventare la gente ancora più povera di quello che era prima. Il frigo ce l’abbiamo ma mi fanno pena le ragnatela che intirizziscono al freddo tristi nella loro solitudine. Non so spiegare, ma mi sembra che oggi per vivere abbiamo molti più bisogni di ieri. Io, per esempio, avrei bisogno di un paio di scarpe e di un vestito decente, ma se devo firmare delle cambiali per questo preferisco andare in giro nuda.
Ma basta! non voglio parlare più dei miei bisogni. Ci sono cose nel mondo che si muovono e che montano. L’America è in guerra con un piccolo paese che si chiama Vietnam. Ma che c’entra l’America con un paese di contadini e di coltivatori di riso. Che scontro è? Davide contro Golia? Sono stanca, stanca di guerra. Sono stanca di morti, di attentati, di bugie e di gente che non gliene frega niente. Io sono per la pace. Io amo la pace, ma sarei anche disposta a fare una guerra per arrivare ad una vera pace. E questo mi sembra contraddittorio… anche se a pensarci bene non lo è. Faccio un esempio: se tu vuoi essere libero e qualcuno ti limita la libertà cosa puoi fare per diventare libero? Glielo chiedi con gentilezza? Gli fai un sorriso e gli fai capire che sta sbagliando? E lui che risponde? Minimo ti ride in faccia. Chiedilo a Gandhi… anche se, in qualche strano modo il suo sistema ha funzionato. L’hanno ammazzato, ma alla fine ha funzionato. Mi sa però che andava bene in India dove c’è tutta un’altra filosofia, ma qui da noi, a casa dei miei? Mah, ci credo poco. Loro vogliono per me un certo tipo di destino. E io non ci penso nemmeno ad assecondarli. Per me famiglia e bambini piccoli e stanchezza e rinunce… sono tutte cose che rifiuto di avere, io vorrei essere orfana e senza famiglia, sai quanto sarebbe meglio.
Poi penso alle bambine dell’orfanotrofio, quelle ombre grigie che passavano per strada, quelle che si mangiavano anche la mia parte in colonia… poverine… sono una scema egoista, io le cose ce le ho e le butterei via, ma la libertà di decidere del mio destino mi è necessaria come l’acqua e come il sole. Nessun albero cresce bene infilato sotto un armadio. Voglio vivere, voglio uscire, voglio essere come tutti gli altri, voglio, voglio, voglio… e nessuno si accorge che mi sembra di morire. Ma cambierà lo so, lo sento: domani cambierà.

L’onda che tutto travolge

In Anima libera on 23 Mag 2011 at 9:03

Premessa alla parte ventiquattresima
Forse non ho una voce da rock. E chi se ne importa. E’ quasi la fine del 1963, che anno orribile. Sono stata rimandata a settembre in latino. E pensare che è considerata una lingua morta, figuriamoci fosse viva e vegeta. I miei hanno detto di studiare ché non potevano mandarmi a ripetizione perché non ero in una di “quelle famiglie lì” intendendo quelle con i soldi. Come se non me ne fossi accorta. Però mia mamma, mentre eravamo in vacanza in montagna per merito dei due piccoli che avevano bisogno di cambiare aria, mi ha mandato a ripetizione da un professore in vacanza, che aveva voglia di farmi lezione quanto ne avevo io di subirla. Per fortuna a settembre sono passata lo stesso. Ma mi sa che la mia insegnante lo deve aver fatto molto a malavoglia. Che poi questo è niente, non è stato solo questo che ha reso l’anno orribile. Insomma tu vivi la vita e non pensi che da un momento all’altro può succedere di tutto. Credi di poter vivere per sempre e magari non è così. Eppure sono convinta che se ti svegli e fosse per caso il tuo ultimo giorno di vita, sicuramente lo dovresti sentire, capire dall’aria che ti circonda. In effetti a volte sono sulle scale di casa e ho paura di bussare alla porta, lo sento dentro che qualcosa è successo. Ormai ho imparato a temere queste sensazioni. Lo so che sembra stupido e che dovrei pensare che si tratta solo di una coincidenza, ma ogni volta che mi sento così a casa mi aspetta una cattiva notizia. La cosa che temo di più è per la vita dei miei e per quella dei piccoletti. Preferirei, se fosse possibile, morire prima io, piuttosto di sopportare la loro di morte. Eppure in quel momento no, non ho sentito nulla. Mi sono svegliata quella mattina e non ho presagito nulla. Quella mattina sembrava una mattina come le altre, invece no, era proprio diversa e io non ho capito niente e poi ho saputo.

Sto proprio diventando grande. E le tette poi mi stanno crescendo; non tanto però. Due cose che nemmeno si vedono. Probabilmente non sarò mai come Marinella. Lei è molto femminile ed io invece non sono né carne né pesce. Però sono alta, e i capelli rossi mi si stanno allungando e le lentiggini sul naso mi stanno aumentando. Non che questo possa cambiare la sostanza delle cose. Ho un’aria molto impertinente e gli occhi… beh! gli occhi… insomma ti mandano affanculo o ti amano senza una via di mezzo. Dicono che sembro sentirmi superiore, forse è per questi occhi. Ma perché cavolo non riesco a nascondere i miei sentimenti? Ho gli occhi che parlano e a volte parlano troppo.
Che poi lo so che non importa l’aspetto fisico. Quello che è importante è stare bene con se stessi ed io con me sto bene come un cane che convive con un gatto astioso. Vorrei essere in un modo e finisco con l’essere in un altro. Convivono in me due persone, una è ragionevole, matura e comprensiva, l’altra è ribelle, insofferente e a volte un po’ cinica. E queste due parti sono eternamente in lotta. Come fare? Come riuscire ad essere una persona sola malgrado le contraddizioni? Una parte accusa l’altra di essere di volta in volta troppo accondiscendente oppure troppo aggressiva e, in verità, non so nemmeno qual è la mia vera anima.
Sinceramente è difficile crescere e diventare adulti. E’ soprattutto difficile essere se stessi se nemmeno tu sai qual è la tua parte più vera. Inoltre non ho deciso io che voglio crescere. E non aiutano i fatti della vita. Non aiuta non essere mai incoraggiata a diventare migliore. Non aiutano nemmeno le delusioni, le paure e le casualità. I continui rimproveri anzi mi portano a reagire. A mostrare le unghie. Ce ne sono fin troppi che vogliono insegnarmi a vivere.
Faccio un esempio, magari non c’entra molto, saranno state le lezioni di canto, fatte dalle suore, ma l’insegnante di musica mi ha proposto di entrare nel coro della Basilica di San Marco. Forse perché ho una bella voce da soprano, mica da cantante rock. Avrei dovuto essere felice perché oltre che a scrivere, disegnare e ballare, mi piace pure cantare. Vero che avrei preferito diventare una cantante rock, ma anche entrare nel coro della Basilica mi pare una bella possibilità. A quella notizia mia madre, invece di essere contenta, mi ha detto che non ci potevo andare perché non avevo tempo da perdere. Così ci sono andata solo una volta sapendo che non avrei potuto continuare e le coriste sono state molto gentili con me, ma io ero imbarazzata perché sapevo che non le avrei più riviste. Per fortuna che erano tutte intorno ai 150 anni e con loro non avrei potuto competere, una ragazzina in mezzo a tante donne con l’aria da beghine… ma con la voce da angeli. No! non potevo tornarci e gli ho detto che mi dispiaceva, ma dovevo studiare. Non ce l’ho proprio fatta a dire loro che avevo la scuola al mattino e due fratellini da crescere il pomeriggio. Non mi avrebbero creduto.
La mia libertà dura il tempo di carosello. Ho paura che dietro ogni cosa che sembra bella si possa nascondere il pericolo, il brutto, la minaccia. Carosello insegna a comprare, ma di soldi non ce ne sono. E’ come guardare da una vetrina i dolci. Ti viene l’acquolina in bocca ma non puoi fare che sbavare sul vetro. Non voglio diventarne schiava; della televisione. In fondo è solo una scatola. La mia libertà comincia con quella musichetta quando si apre il teatrino. La mia libertà finisce con la stessa musichetta, quando si chiudono le tende del teatrino. Poi diritta a letto. Per il resto la mia vita è degli altri. E’ una crudeltà avere dodici anni. Quindi via i sogni. Non diventerò corista di musica sacra come non diventerò mai una cantante rock. La vita è un guardiano senza cuore. E senza pietà. Non lascia respiro. Cerchiamo di essere realisti. Alcune cose mi sono precluse. Le posso solo sognare, questo non costa niente, tranne qualche nota a scuola quando mi trovano con la testa nei miei film. Ma è veramente un peccato mortale lasciarsi sognare?
Io vorrei essere là; vorrei essere in piazza. Ho imparato a non fidarmi. Ma non c’è nemmeno il tempo di prendersela. Alla rabbia si sostituisce il dolore. La vita va di fretta. Va in diretta. Come dicevo è difficile crescere. Ed è difficile affrontare la realtà nuda e cruda. Insomma questa mattina in classe, senza nessun preavviso, è arrivata la notizia che c’è stato un enorme disastro lì, sulla diga del Vajont. Sono l’unica a sapere che cos’è il Vajont perché ne ho letto sugli articoli della giornalista combattiva dell’Unità. Però non è crollata la diga come pensavo, ma un’onda enorme ha scavalcato la diga ed è caduta sopra Longarone e si è portata via tutto il paese. Anche quel paese io lo conosco perché per andare in montagna sono passata di là col treno. Ma guardando le scene per televisione di quello che è rimasto non sono riuscita più a riconoscerlo, non è più la stessa cosa. Quel paese si è trasformato in un paesaggio lunare. Come si può restare indifferenti? Come si può non piangere su tanto disastro? Ma come cavolo hanno fatto a raccogliere un grande lago sotto una montagna che da sempre si chiama Toc e che “a toc”, ossia a pezzi, cade nell’acqua?
E Tina l’aveva detto e nessuno l’aveva ascoltata… idioti! E la gente muore: donne, uomini e bambini. E perché muore? Perché a qualcuno non interessa la loro sorte, ma fare denaro. Se fossi i miei genitori non pagherei più le bollette della corrente elettrica. Così imparano. A proposito di questo, scusate la mia ignoranza, ma non mi so proprio immaginare come da una bomba si può dare energia alla nostra lucidatrice. Comunque se fossi… ma non sono. E’ dura superare questa rabbia e questa delusione. Vorrei essere più forte e non farmi prendere dallo sconforto. Vorrei… vorrei un sacco di cose, e non so nemmeno io cosa. Le lacrime non consolano le cose. Ma non basta questo. Un altro giorno resto con il naso incollato alle immagini della televisione: hanno ucciso il Presidente degli Stati Uniti, quello giovane, carino e con il ciuffo, quello che ha aiutato i neri ad emanciparsi, quello che ha schierato i soldati davanti alle scuole per i neri, per farli entrare, quello che forse era troppo democratico. Questi americani proprio non li capisco. Credo che non riuscirò più a farmeli piacere. Per tutta la vita.
E’ uno strano paese questa America. Ma si può sopportare tutto questo? Io non ce la faccio. Capitemi. Io sono donna, non sono libera, non so come fare per venirne fuori, il mondo intorno a me va a rotoli e mi sento travolta da un’onda di fango che non mi lascia possibilità di respirare. Devo trovare qualcosa a cui aggrapparmi. Devo uscire di qui. Nessuno mi ama e a nessuno interessa che io un po’ alla volta stia morendo. Vorrei diventare adulta finché c’è ancora questo mondo. Dare una mano a chi dà una mano. Cercare di renderlo migliore. Piango nella mia prigione. Lasciatemi uscire! Lasciatemi respirare! Lasciatemi vivere!
Qualcosa succederà. Ed io qualcosa farò… non mi lascerò soffocare così. Non sono nata per questo.

Musica e altri disastri

In Anima libera on 17 Mag 2011 at 7:13

Immagine BN dei Beatles agli iniziPremessa alla parte ventitreesima
Se Zorro rifila a Dio tre pappine questo mica mi cambia la vita. Penso sempre più spesso all’amore. Mi guardo allo specchio e mi domando se sono una persona che si può amare. Quali sono le qualità che si devono avere per essere amata? La bellezza? La docilità? La simpatia? Chissà perché credo di non avere certe qualità. Per esempio non c’è mai nessuno che si offra di difendermi, di farmi da paladino. I maschietti sono davvero un mistero. Sbavano per la squadra di calcio e per l’ochetta della classe che ha lo stesso fascino di una carruba. Si chiama Rita e smorfie e lagna sono le sue armi. Nel caso mio funzionano come il DDT e mi tengono distante sia dai ragazzi che da lei. Eppure sembra l’emblema della ragazzina amata veramente. Insomma… ho sempre detto che non mi voglio innamorare più… cioè mai. Non ho mai detto che non mi piacerebbe essere amata. Sono curiosa. Mi piacerebbe vedere l’effetto che fa.
A volte con Marinella ci si confida. Lei ha già le tette e anche le sue cose, ma non si sente più amata di me. Chissà cosa affascina i maschietti? Ma perché me ne preoccupo? Mica ci devo stare insieme con quelli. In effetti in seconda c’è Lorenzo. Carino, biondo e soprattutto abita a due passi da casa mia. Tento di farci la strada assieme, ma lui neanche mi bada. Credo di vederlo bello e importante perché suo padre è un poeta. Sapete: un vero poeta! Insomma uno che vive della sua poesia e dà da mangiare anche ai suoi due figli e che ha una casa bellissima, con una grande terrazza. Dalle finestre di casa guardo la sua terrazza e non so se preferirei vedere Lorenzo oppure sognare ad occhi aperti di coltivarci i miei fiori preferiti e magari anche i miei formicai che non ho ancora del tutto dimenticato.

Io e Marinella siamo diventate amiche. Ma proprio amiche. Di quelle per la vita. Mica c’è problema se lei è ripetente. Vive con una madre piccolissima che è un carabiniere e un fratellino piccolo che è un amore. Il padre è sempre lontano, credo sia malato o giù di lì. Lei è mite. Siamo molto diverse, ma ci capiamo molto bene. Sarà che lei è povera e vive in un piano terra dove arriva spesso l’acqua alta. Anch’io sono povera, ma di una povertà diversa. Già è terribile andare a scuola con gli stivali di gomma, ma svegliarsi e mettere giù i piedi nudi dentro all’acqua è molto peggio. Lei non si lagna mai. E’ straordinaria. Io provo molta più rabbia di lei per le condizioni in cui vive. Io vorrei dividere con lei il mio letto asciutto, ma già lo divido con quell’antipatico di Ernesto e starci in tre non mi sembra proprio il caso. Che poi Ernesto, l’ho capito, caccerebbe me dal letto e si prenderebbe cento volte più volentieri la mia amichetta. Sta diventando strano pure lui. E’ diventato uno spilungone e ha cambiato pure la voce, che adesso raschia come un mestolo nella pentola. Inoltre, cosa ancora più strana, adocchia le mie amiche.
Confesso che pure io ho avuto le mie cose e mi sono pure presa un coccolone. Non l’ho detto a nessuno, a nessuno tranne che a Marinella, ma lei sa. Possibile che nessuno potesse avvisarmi di come funzionava? Dovevo pensare di essere affetta da una grave malattia prima di capire che quella malattia mi sarebbe venuta ogni mese per il resto della mia vita. Mamma invece non sa. Che poi mia mamma si è spaventata più di me e non sapeva come spiegarmi. E’ corsa in camera sua e mi ha confezionato un panno di spugna e tela ripiegato un sacco di volte e fissato da due spille su un elastico che dovrei tenere attorno alla vita. Ma non c’è un sistema più comodo?
Inutile chiedere. Si fa così e così devo fare. Io sono perplessa. Non mi sembra logico dovermi regolare così, anche perché in quei giorni non mi sento mai a mio agio e mi si proibisce persino di fare il bagno. In realtà non mi sembra logico dovermele tenere tutti i mesi di tutta la mia vita. Dovrò inventarmi qualcosa, non le voglio. Uffa! che scocciatura; ma a che serve tutto questo? Devo abituarmici e accettare anche questo limite? Si vedrà. Non sono sicura che mi adatterò. Marinella mi dice che lei sta sempre male quando “le vengono”. Eh no, anche il dolore ci si mette. Non è giusto… non è giusto perché solo le ragazzine hanno le loro cose e i maschi no. Se ci fosse un Dio sono certa che sarebbe maschio. E’ una ingiustizia bella e buona verso tutte le femmine. Lei, Marinella, dice anche che così sono diventata donna. Non posso vivere col sangue tra le gambe. Provo vergogna. E imbarazzo. Se me lo chiede come lo spiego a Ernesto, che già del tutto a posto non è, e che me lo devo tenere dentro il letto lungo com’è. Cosa vuol dire che sono diventata donna? Ho solo un difetto in più. Mi stava giusto per scappare una parolaccia. Sono solo un po’ più piaga. Voglio essere maschio.
A parte queste stupidaggini, stanno succedendo cose entusiasmanti nel mondo. Ci sono quattro ragazzi in Inghilterra che suonano e cantano da Dio. Io li ascolto sulla radiolina, quella di papà che gli serve per ascoltare le partite. Cerco una stazione americana che credo sia trasmessa da una base militare americana, non capisco una parola di quello che dicono ma…. che musica ragazzi! Questo complesso ha un nome significativo: Beatles, che deriva da Beat che vuol dire battere e Beattle che vuol dire scarafaggio. Non sono scarafaggi, sono deliziosi. Sia chiaro che tutti quattro hanno il ciuffo! Ossia lo stesso ciuffo sugli occhi, come il ragazzo che ho incontrato all’edicola. Beh! non proprio lo stesso. Il suo era diverso. Lo faceva più… carino. Sempre ciuffo è. E’ una cosa moderna e ho deciso che pure io mi farò crescere il ciuffo e imparerò a cantare in inglese. Voglio essere rock e moderna e cercherò di farmi spiegare da Marinella come si fanno a ballare questi balli moderni, ammesso che lei lo sappia. Certo è più grande di me, ma con quella sua piccola madre carabiniere… mi sa che non ne sa più di me.
La musica rock mi mette le farfalle allo stomaco, prima che con le gambe la sento dentro alla pancia e mi si irradia alle braccia e alle gambe come una scossa elettrica. E non so stare ferma. E non riesco più a dominare i miei piedi… La musica è vita. La musica è amore. Io amo ascoltando musica e il mondo mi ama trasformandosi in musica. Il Piccoletto crede che io sia un Juke Box. Mi chiede che gli canti Sanremo e mi accenna i motivetti che io non capisco. Devo educarlo a qualcosa di meglio, non può andare avanti così, quella che vuole non è musica.
La Pargoletta diventa sempre più carina, ma vive in simbiosi con la mamma. Se mamma ha mal di pancia ne soffre anche la piccola e se la bambina ha fame, mia mamma si mette a mangiare. Che fenomeno strano. Io ho fatto di tutto per separarmi dagli adulti mentre la mia sorellina sembra vivere solo in rapporto esclusivo con mia mamma. Sono due corpi come un corpo solo. Mi fa strano. Avrei giurato che il mondo stava andando avanti e che non avrebbe mai potuto tornare indietro . Invece non è così. Mi sento molto sola perché non trovo nessuno che tenti come me di cambiarlo questo mondo. Chiedo a Marinella come le piacerebbe vivere e cosa le piacerebbe fare nella sua vita. Lei mi guarda stupita, sembra che non si sia mai posta la domanda, ma non è vero, lei se l’è posta, ma le manca la speranza che qualcosa possa cambiare. Lei mi dice che deve tenere i piedi per terra e che il suo destino è di finire le medie e di andare a lavorare.
Per quello ho anche io lo stesso destino, solo che lungo la strada sto facendo il diavolo a quattro. E se potessi studiare? Io lo so cosa vorrei fare e purtroppo non è una cosa sola. Per esempio vorrei scrivere. Mi piace scrivere. Adesso anche l’insegnante ha capito che non la sto prendendo in giro. Si è abituata al mio modo di scrivere sgangherato e debordante. Dice che ho talento, a parte gli errori di grammatica e anche quelli di distrazione. Legge i miei temi in classe però mi dà quattro per gli errori di ortografia. Valla a capire. A me interessa poco. Leggere e scrivere sono un piacere a cui non rinuncerò facilmente. Ecco visto che amo scrivere sono sicura di non poter diventare una scrittrice, però potrei per esempio diventare una giornalista. Sapete una di quelle famose che gira per il mondo e che guadagna quanto basta per potersi permettere questo lavoro. Ma non esistono donne reporter, almeno io non ne conosco. No veramente una la conosco ed è una veneta. Però scrive sull’Unità che è il giornale dei comunisti.
Come si sa solo i russi e i comunisti consentono certi lavori alle donne, come fare la cosmonauta oppure la giornalista. Questa giornalista che conosco è battagliera e mi piace il suo stile. Denuncia alcune irregolarità per la costruzione di una grande diga per la produzione dell’energia elettrica. Certo è giusto produrre la corrente elettrica in un modo così naturale, ma se quella diga si rompe? Beh non è proprio questo il problema, comunque anche lei fa il diavolo a quattro e capisco che bisogna sempre lottare per le proprie idee anche contro tutti. E Tina Merlin, così si chiama quella donna che ammiro e invidio, ha proprio contro tutti.
Un’altra cosa che vorrei fare è la pittrice. Magari vorrei specializzarmi in qualcosa di diverso dai formicai e dalle carte geografiche, qualcosa di più creativo. Ma a casa mia stentano sia i colori che i fogli bianchi. E poi se il Piccoletto ne vede uno lo riempie subito con la zeta di Zorro e addio capolavoro. Che poi a me andrebbe bene qualsiasi lavoro, io sono volonterosa e pratica, ma per arrivarci vorrei studiare e mica improvvisarmi. Prima bisogna curare il cervello e poi fare un qualsiasi lavoro. E’ anche per una mia soddisfazione. E perché non so liberarmi delle mie curiosità. Curiosa sono nata. E curiosa di tutto. Allora sì che si lavora bene e con voglia. Allora sì che si può amare qualsiasi lavoro.
Ma non ho voglia di pensare a cose serie. A volte si ha bisogno di pensare a cose stupide perché a sbattere la testa contro i muri si finisce per rompersela. E allora perché non esagerare coi sogni?… E se decidessi di diventare una cantante rock?

Zorro batte Dio tre a zero

In Anima libera on 9 Mag 2011 at 14:03

Premessa alla parte ventiduesima
Vi accorgete pure voi che la vita scorre e non sa dove va? E’ come un fiume che non ha inizio e né sa dov’è la sua fine, e tutto scorre e tutto passa sotto il ponte dove io sto a guardare. E’ la vita che passa e tu la guardi stupita e ti chiedi: “Quando mi immergerò nelle sue acque?” Ma lo sapete che a scuola dalle suore una mia compagna pensava che i fiumi fossero formati da secchiate d’acqua buttate lì apposta? Questa cosa mi ha fatto sorridere, e lei s’è vergognata un sacco. A me è dispiaciuto, di quella vergogna, che colpa c’è se nessuno le ha spiegato che i fiumi nascono vicino alle montagne o dalle sorgenti o per opera del disgelo della neve? Eh già! mica tutti sono curiosi come me. Ma lasciamo perdere.
Intanto molti dicono che non devo bruciare le tappe. Che è sbagliato perché se si comincia presto a fare esperienza poi non si ha più curiosità e alla fine ci si annoia. Sinceramente non ci credo proprio. Credo che troverei sempre cose da fare e curiosità da soddisfare, non sarei mai sicura di aver visto tutto e di sapere tutto. Che assurdità! Annoiarmi? La vita offre troppo per annoiarsi e poi promette un sacco di cose e io voglio averle tutte.

La Pargoletta è bella, con la faccina cicciottella. I capelli rossi uguali ai miei. E uno splendido sorriso sdentato, quando non frigna. Ha gl’occhi grandi e azzurro-verdi. E ha tutte le sue piccole dita nelle manine. Passata la paura, tiro un sospiro di sollievo. Nessuna malformazione. Mi viene da piangere dalla gioia. Però… ho chiuso definitivamente con dio. Non che avessi qualche dubbio, ora ho la prova. La sorella di Silvia era poco più grande della Pargoletta che gli è venuta la poliomelite. Non era stata ancora vaccinata, ma ciò non toglie che quel che le è successo è una cosa terribile. Me l’ha raccontato lei. Silvia abita una porta accanto alla nostra. La sua sorellina ora ha una gambina più corta dell’altra. Se succede una cosa del genere ad un bambino non può esserci un dio. Ho deciso di smettere con lui e con tutti i preti e le suore e anche con il papa; con qualsiasi papa. E per fortuna vado alla scuola pubblica.
Mi sento grande nella nuova scuola, anche se la mia divisa è cambiata da bianca a nera e la cosa non mi entusiasma. Solito collettino bianco e fiocco rosa. Ma ci vanno tutti a nozze con i fiocchi? Speravo almeno quello di risparmiarmelo. Solita fortuna: i maschi non usano niente. Beati loro. Ma non è giusto però. Che differenza c’è tra noi e loro? Fossimo carine, con quei grembiuli neri sembriamo delle civette spaventate. Ecco! appunto, io sono diventata proprio alta. Per trovare un grembiule nero che mi andasse bene, mia mamma ha preso una vestaglia nera che in genere viene usata dalle operaie e dalle impiegate delle poste. Una tristezza… Proprio perché troppo alta per la mia età, mi fanno finire in fondo alla classe, ma non me ne preoccupo perché sono vicino alla finestra e ogni tanto sbircio fuori e mi metto a sognare. Ecco questo sta diventando un problema: sogno ad occhi aperti e tutti se ne accorgono, dicono che ho la faccia di chi ha la testa tra le nuvole. Sbagliato, io non guardo dentro alle nuvole, guardo i miei film personali e spesso mi beccano che non seguo quello che i professori spiegano.
E’ stupido, lo so, dovrei fare più attenzione, ma la mia fantasia non mi dà tregua e, a volte, le voci degli insegnanti sono soporifere. Un giorno ho sbadigliato che mi sono venute persino le lacrime agli occhi. L’insegnate di italiano mi ha cacciato fuori della porta. Ma è una colpa così grave avere un colpo di sonno? Mi sa che quest’anno sarà dura. Le materie sono tante e tra queste non c’è la sognologia in cui sono preparatissima.
La scuola è un palazzo enorme e vecchio. Gli scaloni sono ripidi e le aule sono grandi e ghiacciate; soprattutto la mia che ha un sacco di finestre che danno sui tetti. Il mio balcone, quello da cui guardo ogni tanto, dà invece verso un canale e vedo le barche che scivolano sull’acqua come la vita che mi scorre lontano e che io non riesco mai a toccare. Le compagne sono tutte nuove, meno una: Letizia. Lei era con me alle elementari, ma anche lì era facile dimenticarsela, non si faceva mai notare. Brava nella media, silenziosa e ossequiosa quanto basta a far sì che nessuno la prenda in urto. Si è messa vicino al mio banco, ma siccome e bassa e cicciottella l’hanno spostata davanti e mi hanno messo vicino Marinella che non è più alta e meno cicciottella, ma è ripetente. Intanto tutto continua a scorrere come quelle barche.
Sembra che ripetere sia una grande colpa e lei pare vergognarsi di tutto. Mi va subito, a genio. Mi prende quel prurito, io che sono curiosa come una scimmia. E’ come la scoperta di un mondo nuovo. Come venisse da lì, da oltre quella porta. Che tornasse da un futuro. Voglio sapere cosa si prova a tornare. Ad essere stata grande. Beh! proprio grande non è. Sta silenziosa nel suo angolo e non cerca di fare amicizia. Con me ce l’avrà dura perché già la tempesto di chiacchiere. Le chiedo di tutto e sono curiosa di sapere cosa si prova ad essere ripetente. Ha un musetto simpatico. Le sue smorfie possono raccontare mille storie senza bisogno di parole. Anche se resta in silenzio. Credo di amarla. Non di quell’amore. Cioè credo di amare le persone. Le persone come lei. E’ proprio bella quando sorride. Cioè per me è bella. Lei non mi sa rispondere. Al che capisco che non è una gran esperienza, ma solo una perdita di tempo. E glielo dico.
Più ci penso e meno mi piaccio. Lei ha quel piccolo seno. Io sono diritta come un palo. Il mio corpo non ha ancora deciso cosa diventare. Non sono né donna né maschio. Solo una cosa lunga e diritta con una gran testa sopra. Nessuno si potrebbe innamorare di una cosa così. Non so perché gli altri mi guardino e si aspettino sempre qualcosa da me. Forse per la mia altezza. Marinella torna a sorridere, è veramente molto carina, ha una frangetta che le copre quasi gli occhi e un caschetto che le nasconde le guanciotte. Io ho i capelli corti perché “il signor Nube”, scotennatore di famiglia, oltre ad aver scotennato il Piccoletto, è riuscito a incastrare pure me. Ma dei capelli mi importa poco, è che così nuda sulla testa il mio collo sembra molto più lungo di quello che è. Insomma sembro proprio sproporzionata. Una giraffona.
Ogni tanto mi guardo allo specchio e mi sento sconsolata. Ho il naso tempestato di lentiggini e una fossetta sulla guancia sinistra, ho la pelle bianchissima e i capelli rossi sembrano… sembrano fare luce. Non mi piace niente di me. Preferirei essere come Marinella: carina, anche se ripetente. E poi lei ha il seno. Non so bene se è una cosa bella, non ho ancora deciso, ma a lei dona molto. Sembro uno stecco senza forma e ho pure i piedi grandi e ho problemi a trovare scarpe del mio numero. Mio padre ha deciso di farmele su misura, solo che la misura l’ha presa otto mesi fa e adesso che sono pronte non le posso indossare perché non ci entro più. Spero di non crescere più perché per crescere son cresciuta anche troppo. Voglio dire che parlo per l’altezza.
Per fortuna che a casa mia le cose vanno meglio. Con questo intendo che non sembra più che dobbiamo stare troppo attenti ai soldi. Anche se per avere la lucidatrice la mamma ha dovuto vincere un premio alla latteria. Sì proprio latteria, non lotteria. Alla sera noi ceniamo a caffè e latte. Tutte le sere di ogni santo giorno. Non c’è altra cena. Così noi beviamo molto latte e lei raccoglie molti punti che le servono per ricevere dei regali, ma anche per partecipare ad un concorso e così siamo diventati proprietari di una lucidatrice nuovo modello. Era meglio la lavatrice, con la famiglia che cresce, ma quella non era in palio.
Vi farà ridere, ma la nostra fortuna è stata incrementata dalla moda. Sapete i tacchi a spillo? Beh! qui in città si bloccano dentro alle fessure della pavimentazione e mio padre non ha mani che gli bastano per ripararli al volo. Lo guardo fare ed è bravissimo. I tacchi sono metallici e quando perdono il tacchetto si svuotano. Mio padre li riempie di chiodi di legno, poi li passa con la carta vetrata e ci attacca il tacco di gomma coi chiodini. Un gioco da ragazzi. Noi intanto guadagniamo, anche se a cinquanta lire al paio devi farne una quantità enorme per sentirti ricco. Ma cosa volete, le donne sono testarde e pur di seguire la moda, si svenano economicamente. E’ divertente vederle lasciare la scarpa infilzata dentro alla fessura e zoppicare a piede nudo nel tentativo di recuperarla senza perdere il tacco, ma è una pia illusione, il tacco è già perso, andato, e mio padre è il principe del tacco. In due minuti risolve il problema.
Io intanto ho difficoltà di comunicare. E’ una cosa nuova per me. Al primo compito d’italiano non becco un voto, ma un giudizio perplesso. “Ma mi stai prendendo in giro?” Ho il sospetto che non sia stata apprezzata la mia vena poetica. Ma secondo voi cosa dovrebbero dire la spiaggia e il mare in autunno? Ohhh… come ci sentiamo soli! Ma, no, dai! La spiaggia si scrolla di dosso tutto il sudiciume e il mare si stende e si rilassa in onde grigie e monotone. Finalmente liberi! Insomma non mi si può rimproverare di aver dato un’anima a delle cose che poi proprio inanimate non sono. La spiaggia si muove in dunette mutevoli ed il mare schiuma sul bagnasciuga. Questa è la dimostrazione che hanno un’anima; ma non c’entra niente dio. Forse la prossima volta posso spiegarmi meglio. Il fatto è che non li ho mai sentiti parlare. Sebbene il mare un borbottio lo fa.
Con il latino invece proprio non va, non c’è niente da fare. Ed è dura pensare che è l’ultimo anno di latino obbligatorio. L’insegnante è molto seccata di questa cosa e ce lo fa fare neanche fosse un addestramento militare. Si vede che si rivale su noi povere ragazzine indifese e ci mette sotto come se fosse una faccenda da cui dipendesse la nostra e la sua vita. Ogni tanto si prende gioco di me e mi dice “Hai fatto una bellissima traduzione…” e quando io comincio a avere una qualche speranza lei spara: “peccato che non c’entri niente con quello che la frase voleva dire!” Lei se la gode ed io mi porto a casa il brutto voto da far firmare. Ma a quanto ne so non era morto e da un pezzo; il latino? Perché non lasciarlo riposare in pace? Lui e con lui noi? A casa comunque non mi danno bada. Mio padre ha deciso di cambiare lavoro e mamma, oltre ad avere quattro figli, si deve ingegnare a dargli una mano.
Insomma mio padre decide di prendere una tabaccheria-cartoleria che sta sulla strada della mia scuola. Almeno avrò gratuitamente i fogli protocollo per i compiti in classe e quelli per il disegno. Però ci sono anche i lati negativi perché quando torno da scuola mia mamma esce e va in negozio e torna a casa all’ora di cena ed io ho in custodia Piccoletto e Pargoletta, e quel debosciato di Ernesto che si diverte a rendere la vita difficile. E poi ci devo passare davanti. Mi sento più controllata. E qualche volta a sera sono io che preparo anche la cena. Così di studiare, è inutile, mi manca il tempo. Tra l’altro il Piccoletto segue le impronte di un nuovo eroe che gli stimola molto la sua avventurosa fantasia: Zorro. Così che, con la penna biro, mi segna tutte le pagine dei miei libri di scuola e dei quaderni e a causa di ciò, le “note scolastiche” si moltiplicano, ma non i bei voti purtroppo. Già non erano proprio trionfali i miei esiti. Non è che proprio ci vado più con grande entusiasmo, ma questo non mi ha tolto la curiosità. Ho già finito di bruciare le mie tappe? La voglia di imparare c’è, è ancora lì, ma piena di zeta. Non so. Che ne so? Ho il sospetto che dovrò provare anch’io l’emozione di diventare ripetente.

Non hai fatto che il tuo dovere

In Anima libera on 2 Mag 2011 at 17:45

Foto BN di mani intente a scrivere su un quaderno con grafia infantilePremessa alla parte ventunesima
Dicono sempre che ho sempre quella faccia da arrabbiata. C’è un solo motivo per cui non dovrei esserlo? Siete mai corsi a casa con la pagella più bella della scuola, tutti orgogliosi e soprattutto felici di aver finito l’incubo dell’infanzia? Io l’ho fatto e mi sono dovuta rimangiare tanto entusiasmo. Vai a dire poi che ti senti incompresa! Vai a ragionare poi con certi adulti che hanno la sensibilità di un elefante. Mio padre non mi parla mai e allora perché questa volta ha voluto dire la sua? Non se la poteva risparmiare? Non poteva fare come sempre e fingere di non vedermi? Invece no. L’ha detto. Non me l’ha risparmiata, nemmeno per distrazione. “La tua pagella? Non hai fatto che il tuo dovere. Ora dovrai darti da fare. Mamma ha bisogno che la aiuti con i bambini piccoli. Dovrai pensare alla famiglia. Sei una femmina. Questo è il tuo dovere!”

Non ditemi niente per piacere. Io sono una stupida e mi sono sentita morire. Ma non vede che a scuola vado bene, senza fare nessuna fatica, non come quel gnoccolone di Ernesto? Ma lo sa che sono io a fargli i disegni? E ancora io a dirgli cosa scrivere nei temi? E lui passerà al Ginnasio mentre io finirò a cambiare pannolini? Non è possibile, mi rifiuto di accettarlo. Io voglio continuare a studiare. Voglio sapere. Voglio conoscere. Non voglio diventare la serva dei maschi di famiglia e non voglio neppure subire le ingiustizie di sempre. Piuttosto mi ammazzo!
Ma poi le cose si chiariscono ed è lui ad avere la peggio. Per fortuna il Governo ha appena varato una legge per rendere obbligatoria la scuola media. Almeno quella. Pfiiiiuuu! l’ho scampata bella! Certo avrei lottato. Avevo pensato di fare lo sciopero della fame per mostrare che quella cosa che mi veniva imposta era un’ingiustizia. Magari sarei morta di stenti, ma non l’avrei accettato; no! mai.
Io non voglio sposarmi, non voglio avere figli, non voglio avere padroni, non voglio ricatti, obblighi e ostacoli. Essere femmina è una fregatura. Ora lo so con chiarezza. Ti fregano negandoti l’amore. Ti costringono ad essere subordinata. Non hai diritti, non puoi avere desideri. Ma perché ho accettato di rimanere in questo genere? Ma poi avrei mai potuto essere di un altro sesso? Avrei fatto la mia bella figura tra i maschietti. In confronto a loro sono bella, slanciata e furba.
Il Governo mi ha salvato in corner e mi garantisce altri tre anni di studio. Se potessi, andrei a Roma e li bacerei tutti. In realtà se potessi andrei in giro per tutto il mondo. Mio padre c’è rimasto di stucco quando l’ha sentito alla televisione. Lui queste modernità non le capisce proprio. A che serve una donna che studia? Mica deve lavorare. Deve solo aiutare in casa e poi, se è il caso, trovare un marito che la sposi e la mantenga. Che a educarle le donne diventano presuntuose e ribelli. Guarda ‘sta figlia qua, che gli dà tutto questo filo da torcere. Dovrebbe essere più umile e disponibile. Dovrebbe fare il suo dovere. Dovrebbe…
Chi è quel ragazzo col ciuffo e soprattutto dov’è? Non so perché mi sono ritrovata a passare di là anche se non è proprio lungo la mia strada, anzi lo so bene il perché e nemmeno è la prima volta. Lo so che è stupido ma senza dirmelo ho sperato di trovarlo davanti a quell’edicola. In fondo è stata solo una piccola delusione e lo sto già scordando. Ho capito che non mi innamorerò mai, non di un ragazzo; ho troppo da fare. Ho troppo da fare per le frivolezze. O è forse paura?
Sia chiaro, io non mi sposerò e non avrò figli. Andrò a lavorare appena finita la scuola e nessuno mai mi manterrà. Io voglio avere i miei soldi, non chiedere mai agli altri qualcosa che posso procurarmi da sola. Non posso chiedere a nessuno le quattro lire per comperarmi un paio di mutande o un paio di calzini, piuttosto vado a piedi nudi e col culo fuori.
Adesso che sono più tranquilla mi accorgo che al di fuori nel mondo soffiano, invece, venti di guerra. L’America ce l’ha con la Russia, ma se la prende con un’ isoletta come uno sputo che si chiama Cuba. Non capisco che senso ha. Se si devono scornare che lo facciano direttamente. Sono o non sono delle Grandi Potenze? Ma che paura può fare quell’isoletta agli Stati Uniti d’America? Già dal nome si può capire chi è più forte, non vi pare? A me i più forti fanno un baffo. Mi sa che questi potenti sono spaventati ogni volta che si parla di rivoluzione. Sentite come suona bene: la Rivoluzione Cubana, sembra il verso di una canzone.
Però fa paura la questione della guerra atomica. Per quanto cerchi di ragionare che nessuno è così stupido da distruggere l’umanità per il desiderio di essere il più forte, non riesco a farmene una ragione. Ma non si potrebbero parlare invece di ingaggiare tante gare? Io c’ho i muscoli più grossi, io c’ho i missili, e invece io c’ho più bombe atomiche e forse anche più bombe H (che poi esistono davvero?). Io c’ho e io c’ho… sembrano bambini litigiosi. Parlare no, eh? Mettersi d’accordo e migliorare la vita delle persone invece di spendere i soldi per gli armamenti e per la gara dello spazio e troppo per voi?
Bambini al potere. Che poi se ci mettevano i bambini giusti, sarebbe potuta andare molto meglio. Ma lo sapete che il Papa, quello che ha risposto alla mia lettera, ha scomunicato il capo della Rivoluzione Cubana? Si chiama Fidel Castro e ha un barbone nero che però non fa per niente paura. Sembra uno serio, ma non troppo. Mi pare simpatico. Ma che senso ha scomunicare chi magari non si è mai comunicato? Dicono che è perché è comunista. Allora ho pure io qualche speranza. Magari prima o poi mi dicono che mi devono scomunicare e così non vado più a messa la domenica. Sai che liberazione!
Che poi andare a messa sarebbe niente, è andare a catechismo che detesto. Lo sapete com’è. Ti fanno un sacco di domande a cui devi rispondere a memoria. Mica sai cosa stai dicendo. Io a questo gioco sono un fenomeno. Le suore mi hanno fatto una testa così… e a catechismo sono una scheggia. Mica sapevo che c’è pure un concorso per diventare la migliore risponditrice di catechismo. Io l’ho vinto e loro mi hanno detto che adesso ero una “Beniamina” (mai saputo che cavolo significasse) e che mi avrebbero chiamato per la gara regionale. Le olimpiadi del catechismo? Non ci posso credere! Stavolta non mi presento e dico ai miei che ho perso, tanto le suore non ci sono più nel mio orizzonte. A settembre sarò alla scuola pubblica e finalmente mi libererò dalle pinguine.
Ma lo sapete che alla scuola pubblica si fanno anche le ore di religione? Magari sarò anche ossessionata dalla faccenda, ma se fossi di un’altra religione o atea come penso di essere perché dovrei studiare e farmi dare il voto su questa materia? Credo che l’insegnante dovrà sputare sangue. Non avrà compito facile con me.
Per prepararmi alla scuola media ho cominciato a leggere le antologie di Ernesto. Molti racconti sono tratti da libri. E’ un mondo bellissimo. Sto sognando di avere una libreria piena di libri e non limitarmi ad un pezzetto di questi. Ma a casa di libri ce ne sono solo due che ci sono stati regalati da qualcuno che ci doveva odiare: Guerra e pace e i Fratelli Karamazov. Ho tentato di leggerli… ma… beh! non ce l’ho proprio fatta. Probabilmente devo migliorare la mia cultura. Ci sono troppe cose che non so. Troppe che non capisco. Devo diventare migliore altrimenti mi sento esclusa dal mondo. Studiare, leggere e informarmi. E’ solo l’inizio, il resto arriverà.

Ancora su mia madre

In Anima libera on 24 aprile 2011 at 22:30

Foto BN di bambina in braccio alla mamma in battelloPremessa alla parte ventesima
Fuori dalla finestra l’Italia è solo un paesaggio bianco, infarinato come una torta candida. Il mondo è un mondo irreale, parrebbe da favola. La gente che passa cercando di resistere all’aria gelida lascia il segno del suo passaggio. Anche quello verrà cancellato presto. Io guardo quella vecchia foto e mi sembra già la foto di un mondo che sta scomparendo. Non vi siete mai accorti quanto importanti sono le casualità nella vita? Faccio un esempio: nascere con i capelli rossi. Mica sei come gli altri. Anzi, lo sei, ma sono gli altri a vederti diversa. Ancora: il caso mi ha portato in una scuola privata a stretto contatto con delle suore che hanno un quoziente di umanità pari a zero. Metti che fossi andata alla scuola pubblica; magari, avrei notato lo stesso difetto nella solita insegnate zitella. E mi sarei risparmiata di diventare atea così giovane. Poi c’è stata la nascita del Piccoletto. E’ stato forse un caso che quando ha visto sulle scale di casa un prete gli abbia gridato dietro un “Macaco!” senza appello? Che posso dire: “Noi rossi siamo fatti così… improvvisiamo! E lo facciamo bene“.

Ci sono cose che mi sembra si ripetano, come se fossi destinata a viverle due volte. Come se i giorni e gli anni ritornassero a presentarsi. Tutto almeno due volte. Di questo passo non diventerò mai grande. A me mia mamma mi sembra bella. So bene che non ve lo avevo mai detto che mia madre è nata lo stesso giorno e lo stesso anno di Marylin Monroe. Non che questo voglia dire un granché, ma in casa di un ciabattino anche questi particolari fanno sensazione. Che poi tra le due donne c’è ben poco in comune. Mia madre è insicura e spaventata, mentre Marylin si prende tutto quello che vuole. Anche nel modo di vestire non ci sono paragoni, mia madre si fa i vestiti da sé, mentre l’altra… beh! sono proprio diverse. Che poi mia mamma la rivedo piangere cercando di non farsi vedere. Qui qualcosa non torna, e finisco che capisco tutto quando la vedo vomitare e star male. Le influenze non durano settimane. E lei piange e vomita. Se continua così bisogna ricoverarla in ospedale.
Mio padre invece mi sembra vecchio. Sembra il padre di mia madre. Viene il dottore di famiglia che le consiglia di sciogliere un ghiacciolo in bocca, ma appena la sente vomitare le prescrive tre farmaci diversi, uno al mattino, uno al mezzogiorno e uno alla sera. Lei li prende come da copione, ma continua a vomitare più di prima. Ritorna il medico e le prescrive altri medicinali e rendendosi conto che si sta disidratando le attacca una flebo al giorno, ma lei continua imperterrita a vomitare e piangere. Viene chiamato un professore, che le cambia tutti i medicinali, ancora, ma senza risultati. Per fortuna che la natura ci pensa da sola e dopo quattro lunghi mesi, mia madre si riprende e ricomincia a mangiare, ma non smette di piangere.
Il Piccoletto è molto spaventato e mi si attacca alla gonna e non fa un passo senza di me. La mamma sembra sospesa sopra una nuvola e lui è convinto che prima o poi sparirà in cielo. Che schizzerà via come un missile. Inutile tergiversare. Ormai sono grande e l’enciclopedia mi ha spiegato tutto su come nascono i bambini, o almeno così spero. Allora sostituisco la mamma nelle cose di casa e mi prendo cura del Cosino, salvandolo spesso dagli artigli di Ernesto. Guardo quella vecchia foto e mi sembra già la foto di un mondo che sta scomparendo. Chissà se mi assomiglierà la mia nuova sorellina? E se fosse maschio? No! ho deciso sarà femmina. Sarà femmina come me, anche per una questione di giustizia.
Quando imparerà mia madre che ormai sono una donna? Io l’ho anche proposto, a Ernesto, di prendermi la sua età e di dargli la mia, tanto è fin troppo la mia per la sua testa, ma lui ha paura che sotto ci sia un imbroglio. Insomma il pusillanime se la prende sempre con chi è più piccolo e debole, ma se la deve vedere con me. L’altro giorno ho tirato fuori il coltellaccio per tagliare la carne e gli ho detto: “Dai, vieni a prendere il Piccolo se hai coraggio!” e ho sventolato il coltello che neanche Tremalnaik. Ovviamente si è rifugiato dalla mamma a dire che lo stuzzicavo. Ma la mamma che non stava bene non gli ha badato più di tanto e ci ha gridato di smetterla.
Invece io sono preoccupata oltre che per la mamma anche per il mio fratellino perché diventa sempre più dipendente da me. Ogni sera devo accompagnarlo a letto e farlo addormentare cantandogli le canzonette di Sanremo. Adesso che sa parlare quasi decentemente, me lo dice chiaro e tondo: “Tata, non andare via, portami sempre con te.” E adesso come farò a fargli capire che sta arrivando un altro fratellino o sorellina e la nostra mamma non è felice per niente?
Adesso è successo un patatrac, oltre al fatto che Marylin si è suicidata, si dice per amore del presidente degli Stati Uniti, quello che chiamano JFK, o del fratello, non ho ben capito, è scoppiato anche lo scandalo Talidomide. No, Talidomide non è un personaggio importante, o un eroe dei fumetti, ma semplicemente un medicinale antivomito che fa nascere i bambini focomelici. In America lo hanno ritirato dal commercio, ma dopo che sono nati molti bambini malformati. E in Italia? Qui tutto arriva in ritardo. Sia le informazioni che i divieti. Mia madre è impazzita. Non si ricorda più quali medicinali le hanno prescritto e tutti li ha buttati quando non le facevano nessun effetto. E adesso che succederà? Io mi stendo sul lettone vicino a lei e le parlo e subito il Piccoletto si stende vicino a me e mi ascolta. Mi fa sorridere vedere che si muove come mi muovo io. Accavalla i piedini, si gratta la testa, e si arrotola i riccioli come faccio io. La mamma non ci vede, lei ha davvero troppo su cui pensare. “Dai mamma alzati che ti ho preparato un po’ di minestra e poi, se vuoi, ti aiuto con i ferri a fare le scarpine di lana”. Lei scoppia a piangere. Ma che ho detto di male? Oh… porcaccia… le scarpine da fare sono per due piedini e se il nuovo fratellino i piedi non ce li ha? Ma tutte a noi devono capitare?
Non pensate che mia madre sia una che piange sempre, non è del tutto vero, qualche volta l’ho vista sorridere, anche se per la verità non ha dei grandi motivi per ridere. Mio padre, il conte, non è mai presente e anche se lo fosse non ci aiuterebbe ad essere allegri, sembra sempre che abbia inghiottito un manico di scopa. Però ho notato che quando io e il Piccoletto parliamo nel nostro modo assurdo un po’ imitando gli adulti e un po’ in bambinesco lei si rasserena. Certo che siamo bravi a fare il teatrino. Ernesto ci guarda come fossimo due mentecatti e non capisce niente di quello che diciamo. Ma si sa: lui non eccelle in intelligenza. Il farfugliese è il nostro pezzo forte e mamma ad ascoltare e a guardarci a volte si addormenta serena. Piccoletto sostiene che dovremmo perfezionarci nel teatro dell’assurdo, lui lo chiama così. Io gli rispondo che basta che mamma dorma un po’ e che è tutto quello che voglio almeno fino alla nascita del nuovo mocciosetto.
Sono stati mesi da incubo. E da quell’incubo è nata una pargoletta rossa con due stupendi occhi azzurri. La prima cosa che la levatrice ha fatto è stata quella di contare tutte le dita di mani e piedi e di rassicurare mia madre. Perfetta sì, ma anche una perfetta rompipalle. Mai visto una bambina piangere tanto senza nessun motivo. Pargoletta farà degli occhi bellissimi se continua così. Piccoletto che invece è tendente al ridere, le si avvicina e le fa le boccacce, le facce buffe, insomma quelle cose che ai bambini piacciono sempre. Lei lo guarda con gli occhi a pallettone e poi finisce a piangere più forte. Ma riusciranno mai a comunicare quei due?
Se con Piccoletto ho cominciato a parlare subito, con Pargoletta l’unica a parlare è mamma. Si capiscono al volo quelle due. Sarà che son pratiche di lacrime. La reazione di delusione di mio padre era prevedibile: “E’ nata un’altra seppiolina!” ed è finita lì. Possibile che le femmine a lui facciano sempre lo stesso effetto. Le vede, le cataloga e le dimentica. Non lo sa ancora, ma non avrà vita facile. Adesso in casa siamo pari, tre femmine e tre maschi e non intendo lasciare loro troppo spazio. Intanto il piccolo sfugge al barbiere di famiglia. Sono riuscita a fargli crescere i capelli in riccioli nobili e morbidi sulle spalle. Ogni volta che mio padre avvisa che arriva il barbitonsore, io prendo il bambino e corro ai giardini a fargli prendere aria. Così i capelli si allungano e lui assomiglia sempre di più ad una bella bambina. Arriverà il giorno che dovrò farlo rientrare nei ranghi, ma per ora corriamo ai giardinetti gridando: “Signor Nube non avrai il nostro scalpo!”

La signorina Bombarda

In Anima libera on 19 aprile 2011 at 21:10

Foto di Ross con padre, madre e fratello in montagnaPremessa alla parte diciannovesima
Mi sembra impossibile che ci siano grandi che non sanno scrivere. Lo so fare pure io che ho appena dieci anni. Però… imparare dalla televisione mi sembra molto più divertente. Lo farei pure io se non fosse che per farlo dovrei ricominciare dalla prima e questo proprio non mi va. Che strana impressione che fanno quei nonnini, con la testa china sopra i quaderni. Quanta volontà ci deve volere per mettersi a fare le aste e le vocali e le consonanti con le loro mani tremanti. Io con la televisione non ho un grande rapporto di fiducia, ma in questo caso mi sembra faccia una gran bella cosa. Ma lo sapete che ci sono molte persone che firmano mettendo una x al posto del loro nome? E poi il maestro Manzi deve essere una gran brava persona. La televisione, in questo caso, mostra la sua faccia più utile, perché a volte, almeno per me è una scatola piuttosto noiosa. Spesso il Piccoletto se ne sta con gli occhi sbarrati appiccicati là e nemmeno sente quando lo chiamo. Sembra ipnotizzato. Non so da chi ho preso ma non faccio che pormi tante domande su ogni cosa. So di essere un po’ diffidente ma la fiducia è una cosa seria ed io la do con molta cautela. Non sopporto le cose che puzzano di bruciato e che invece io dovrei accettare sulla parola. Il mondo appartiene agli adulti. Se lo sono fatti per loro, a loro misura, come piace a loro. Con tutte quelle regole e le cose tutte in quel preciso ordine. Ogni cosa in un dato momento del giorno. Si mangia alla tal ora e poco importa se la fame ti viene in un’altra, si aspetta buoni che torni a casa il papà e alla talaltra ora si deve andare a letto o a scuola, si deve fare silenzio quando lui riposa, ma non ci pensa mai a noi quando guarda per televisione lo sport. Si devono sempre fare i compiti ma anche no, perché quando c’è da badare al Piccoletto, e c’è sempre da badare al Piccoletto, allora quelli possono anche aspettare e tutti se ne dimenticano. Potevi farli prima. Ma prima di che? Per fortuna sono veloce e mi piace studiare quasi quanto mi piace badare al Piccoletto.

Dicono sempre che ho una faccia da arrabbiata. E forse è pure vero. Ma cosa posso farci? C’è un solo motivo per cui non dovrei esserlo?
Se esistono gli anni stupidi ecco! Il sessantuno è uno di quelli. A settembre inizio l’ultimo anno di questa benedetta scuola, ma mi sto annoiando: ho come la sensazione di non aver più nulla da imparare. Ho voglia di cambiare aria. Me ne devo stare lì ad aspettare le tartarughe; gli altri. Non è che io mi senta diversa, migliore, solo penso che potrebbero lasciarmi utilizzare meglio il mio tempo. Ci deve essere un altro modo. Se qualcuno non ha ancora imparato bene a leggere e scrivere mica posso cancellare tutto e tornare, come si dice? analfabeta, per ricominciare. Aiuto le altre ma dopo un po’ mi stufo, non mi piace fare la prima della classe. Le suore mi mandano a lezione di canto col vecchio maestro del coro. Mi fanno fare i disegni e li mandano ai corcorsi e spesso li vinco. Mi fanno scrivere temi liberi, per tenermi impegnata E io anche mi ci diverto, ma è tutto uguale e anche i giorni mi sembrano tutti uguali. Non c’è niente che mi fa stare bene.
Il Piccoletto cresce ma cresce troppo lentamente, prima aveva una testa grande e adesso sembra rimpicciolita. Lo misuro tutti i giorni e ogni volta me ne resto delusa con un palmo di naso. Anch’io cresco lentamente, almeno così mi pare anche se i vestiti da lunghi mi diventano cortissimi in poco tempo. Alta sono alta, mi infilano sempre tra gli ultimi banchi. Ho una grande fretta ma chi non l’avrebbe nei miei panni? Vorrei non dipendere da nessuno. Vorrei fare un sacco di cose. E intanto continuano a ripetermi fino allo sfinimento che sono un’anima ribelle. A me non sembra. Mi sento più prigioniera che ribelle. Se fossi più libera mi sentirei meno ribelle.
C’è poi sempre questo problema dell’anima. Ma che sarà mai? Io l’ho disegnata come una nuvola, una specie di soffio tiepido che senti dentro come un solletico o un organo della digestione. Perché o è una cosa concreta oppure potrebbe non esistere. Io so che il cuore è un muscolo e non quella cosa vaga che dovresti avere dentro. Insomma quel luogo dove nascono i sentimenti. Ormai le cose le so e non è facile farmi fessa.
E l’anima? Dicono che qualcuno non ce l’ha e pure il cuore non è cosa da tutti. Per esempio il cuore come muscolo, mio padre ce l’ha di sicuro, credo che ce l’abbiano tutti, altrimenti una persona non vive. Il cuore come sede dei sentimenti, ecco quello magari gli manca, credo che non sappia nemmeno dove sta di casa. Per l’anima poi… magari non ci crede nemmeno lui. Sinceramente faccio fatica a capire cosa pensa. Sicuramente che i comunisti sono cattivi. E come la mettiamo col fatto che voglio fare la comunista?
A lui interessa che io ubbidisca e dell’anima credo non gli interessi niente. Ne fa una storia per fregare me e inculcarmi in testa che il dovere e l’ubbidienza è un mio obbligo e lo impone come una cosa che non si può contestare. Una fregatura comoda per loro. Facile da imporre se tu non hai la testa per saperci riflettere. Vogliono renderti come un burattino. In certi momenti credo di odiarlo. A volte per mia madre, per come la tratta, cioè per come nemmeno la tratta. In certi altri non ho bisogno di aiuti e lo faccio per come tratta me. Mai una parola gentile, mai un’attenzione, e sempre quell’aria severa e di superiorità. Spero non pensi di poter allungare le mani anche sul Piccoletto perché dovrà vedersela con me. Di lui non ho paura. Lo so affrontare a muso duro. E questo lo fa imbestialire ancora di più. E’ forte mio padre e non sopporta che io lo sfidi, comunque le botte nemmeno le sento. Quando si combatte per una giusta causa anche il più grande dei sacrifici pesa meno. E non mi costa nessuna fatica nemmeno quelle sere che devo andare a letto senza cena, che per noi la cena è sempre una scodella di caffelatte col pane. Che poi a me il caffelatte non piace. Preferisco il latte, e freddo per giunta. Anche il latte freddo è proibito. Bisogna bollirlo e a me bollito fa schifo. Uffa non c’è verso di fare qualcosa liberamente. Comunque io so sognare e nel mio letto e nel buio non gliele risparmio né gliele mando a dire.
Nei sogni vorrei essere come Jurij Gagarin. Certo è emozionante pensare che è lassù. Che ci guarda in testa e ci vede piccoli, come formiche, e vede il mondo piccolo come un’arancia. Bello pensare che un uomo è in mezzo alle nuvole, anzi sopra. Alzo gli occhi e scruto sempre il cielo, anche se so che non lo posso vedere. La distanza è tanta, troppa, e mi acceca il sole, oppure il buio è profondo. Ma a volte tra le stelle vedo una lucina piccolissima che lentamente si sposta nel cielo. Che sia lui? Però ha proprio la faccia da eroe. E’ anche bello. Hai visto i russi? Gliel’avevo detto io a Ernesto, ma quello, si sa, non ha occhi che per Cape Canaveral. Ma perché le cose interessanti le fanno fare sempre agli uomini. Manderanno mai in cielo una donna? Io credo di sì. I russi ne sono capaci. Personalmente penso che sia il viaggio dei viaggi. Certo che vorrei essere io quella donna. Gli americani stanno morendo di invidia e affermano che loro vanno sulla luna. Che piccole battaglie da bambini. Dovrebbero essere contenti come faccio io. E poi andare sulla luna? Certo che le sparano grosse. Eppure le cose cambiano veloci, più di quanto riusciamo a pensarle.
Forse è solo un fuoco di paglia. Forse sembra che tutto cambi per restare tutto sempre uguale. Pare diventare più grande o sempre più piccolo.¹ Si preoccupano dei poveri a parole ma poi non fanno nulla per loro. Si preoccupano di chi soffre.² Hanno bisogno di liberarsi la coscienza. A me mica la fanno. Vorrei fare, naturalmente, pure io la cosmonauta. Girare per lo spazio. Ormai non mi basta più la mia macchina da cucire.
L’uomo arriva in cielo e qui sulla terra, da noi, in Italia, fanno ancora la guerra. La guerra della notte.³ Ed è una guerra strana e stupida, se mai la inventeranno una guerra intelligente. Ma quelli che muoiono sono italiani. Quasi tutti finanzieri. E per le strade del mondo girano i carri armati. Costruiscono in Germania muri lunghi come quello della Cina. Credo che ogni uomo libero, e naturalmente ogni donna, non possano che aver orrore e vergogna per i lager. Sarà perché, come dicono loro, sono piccola, ma non riesco a capire. E credo che per quanto possa crescere non ci capirò mai nulla. Ma almeno sembra che per i neri americani potrà andare meglio. Qualcosa farà pure questo nuovo Presidente. E spero che certi criminali imparino che la giustizia vera ha la memoria lunga e non dimenticheremo mai.
Insomma se nell’anno non mi sono successe cose entusiasmanti da trascrivere, almeno durante l’estate ho avuto il mio momento di gloria. Ci siete mai stati in colonia? No vero? Allora non potete capire. Per me è stata la prima volta, ma spero anche l’ultima. E’ stato un orrore e per fortuna mia madre ha pensato che è stato anche un errore. Come prima cosa mi è mancato da morire il Piccoletto. Mai nessun scarabocchio sul quaderno, e nessuno da far addormentare alla sera. Io sto sveglia per ore nella camerata enorme. Mi sono messa vicino alla porta di uscita, mi fosse mai venuta la voglia di scappare.
In colonia ho ritrovato gli orfanelli dell’Istituto a cui avevo lasciato il disegno dell’anima prigioniera. Qui sono meno grigi, non sembrano nemmeno ombre come mi ricordavo. Loro qui si trovano bene. Dicono che si mangia bene ed io passo sempre i miei piatti a chi mi sta vicino. E alla notte ho fame. Ho persino iniziato a mangiare il dentifricio, almeno il gusto assomiglia a quello delle caramelle alla menta. Ma potrò durare un mese così senza mangiare? In effetti non ci riesco e finisco in infermeria. Ma è una buona cosa perché lì conosco la signorina Bombarda. Anche lei è un’anima ribelle, e non è vista bene dalle altre signorine. E’ lunga lunga e magra, e sinceramente pure bruttina. Ma ha l’aria che non gliene importi niente. Lei mi guarda, io la guardo e ci capiamo subito. Si avvicina al letto e mi dice: “Vedi di uscire che dobbiamo fare cose speciali. Se stai in infermeria, ti viene la malinconia e poi ti perdi il bello”.
Non chiedetemi perché ci ho creduto, ma mi sono fatta passare la febbre e mi sono incollata alla spilungona. Sembrava che me lo sentissi. Ogni giorno si inventa qualche cosa. Un picnic sull’erba con pane e cioccolato o una grigliata di wurstel stile boy scout. Almeno di notte non resto più sveglia per la fame. E poi alla sera, all’ora dell’ammaina bandiera, quando è il suo turno mi chiama sotto il pennone e lo fa fare a me. Che grande emozione, neanche fosse una premiazione alle Olimpiadi, ed io la premiata. La signorina Bombarda si è rifiutata di mandarmi a fare l’insopportabile pisolino dopo pranzo. Mi mette dietro un banco e mi incoraggia a scrivere delle storie su un quaderno. Quale migliore occasione per raccontare le mie avventure coloniche e per fare il verso della nevrotica Direttrice. Me ne sono accorta che le mie memorie vengono lette dalle signorine di nascosto e che ci fanno sopra delle sane risate. Bombarda va orgogliosa della sua pupilla e le altre, quando mi passano vicino, non si scordano mai di farmi un buffetto affettuoso sulla guancia. Sarà veramente triste quando ci separeremo. Non ci voglio pensare. E non voglio nemmeno ricordare che riperderò le orfanelle un’altra volta. Pensate cosa sarebbe successo se i miei invece di adottare me avessero casualmente adottato una di loro. Non farebbero le schizzinose come me, loro sì che sarebbero felici.


1] Il 31 maggio – Leonard Kleinrock, ricercatore del MIT, pubblica il primo articolo sulla commutazione di pacchetto, la tecnologia che sarà alla base di internet.
2] Il 28 maggio – Londra: con un articolo pubblicato sulla rivista britannica The Observer, l’avvocato Peter Benenson lancia un appello a favore dell’amnistia per due giovani arrestati a Lisbona durante la dittatura di Antonio Salazar. Inizialmente la campagna di sensibilizzazione sarebbe dovuta durare un anno, invece l’appello attrae migliaia di sostenitori e sfocia nella costituzione di un movimento per i diritti umani: Amnesty International.
3] l’11 giugno – Alto Adige: 37 attentati esplosivi nella notte dei fuochi segnano la nascita del terrorismo sudtirolese.
Il 15 agosto – Nell’ambito della guerra fredda, l’esercito della Repubblica Democratica tedesca inizia la costruzione del muro di Berlino.
Il 30 ottobre – Unione Sovietica: test nucleare della potenza di 58 megatoni, è la più potente esplosione nucleare di tutti i tempi.
Il 15 dicembre – Gerusalemme: Viene emessa la sentenza di condanna a morte per il criminale nazista Adolf Eichmann.

Guerra nucleare ed altre amenità

In Anima libera on 12 aprile 2011 at 13:00

 Il mattino del 6 agosto 1945 alle 8.16, l’Aeronautica militare statunitense lanciò la bomba atomica “Little Boy” sulla città giapponese di Hiroshima, seguita tre giorni dopo dal lancio dell’ordigno “Fat Man” su Nagasaki.

Premessa alla parte diciottesima
Mica lo avrei creduto di trovarmi a questo punto. Ancora qui a raccontare. A spiegare. E qualche volta a giustificare. Avevo cominciato in modo distratto. Come si racconta per una ricorrenza. E avevo messo il giorno e il mese e poi il secolo, ma non l’anno. Già una piccola e semplice vanità femminile che avevo subito denunciato. Allora m’era sembrato tutto già chiaro. E guardavo il mondo diritto negli occhi. Con la sfida di questa mia nuova generazione che è nata con una consapevolezza già nella pelle. Non ero io ad essere diversa, erano loro, i grandi, a renderci diversi. E nel tempo ho capito quanto sarebbe stato difficile. Che tutto il lavoro era da fare. E se ho voluto tenerne traccia è stato per non perdermi anch’io. E per crescere consapevole che avevo già una strada da percorrere, quella della conoscenza. Per fortuna ho proprio una memoria diligente. Pensavo che è dal disordine che nasce il nuovo ordine. Non ne sono poi tanto sicura. Forse è quel disordine l’unico nuovo ordine? Gli anni passano. L’Italia vuole crescere¹. Scordare la guerra. Nel frattempo è finito anche il ‘59 ed è passato in volo radente anche il ’60. Messi insieme sembravano non voler finire mai. E mai avrei pensato di trovarmi ancora qui sempre più convinta che bisogna avere coraggio e non subire.

Vorrei non dover parlare di un altro amore, o di un amore altro. Sinceramente nemmeno di violenza. Ma non ci si può scegliere il mondo in cui si vive. Fino ad un certo punto nemmeno il modo di vivere. E io scopro di giorno in giorno chi sono. E cosa mi sta intorno. E in fondo quella di mio padre, le sue botte, è solo piccola violenza. E non mi può piegare. Non è nemmeno violenza a pensarci bene. Vorrei che almeno si accorgesse di me, non solo per alzare le sue mani. Non mi sembra una parola poi tanto strana il rispetto. Ho paura. Non di lui. Di me perché forse io non so amare. Non penso più a Pucci. Non ci ho mai pensato tranne nel vederlo. Sospetto che non sia quello il vero amore. E quelle di casa sono solo schermaglie. Fuori la gente muore per davvero. Ma poi c’è quel ragazzo. E’ stato solo un incontro fugace. Lo ricordo appena. Non sa nulla di me. Per un attimo m’è battuto il cuore. Una cosa stranissima. M’è sembrato di capire quello che veramente volevo.
Più cresco e più capisco quanto è difficile crescere. Intanto, come dicevo, è finito l’anno delle indipendenze, l’anno delle libertà.² Cosa mi aspetta? In America è diventato presidente uno giovane e anche carino. Ha una strana faccia da ragazzino. Con un gran ciuffo. Mi piacciono i ragazzi col ciuffo. Questo non c’entra. Non mi sono mai fidata dell’America, già da quando giocavo con Ernesto. Quel Presidente si chiama John e abbreviano il suo nome in JFK. Dicono che sia democratico e che tenga per i neri. Non so proprio bene cosa vuole dire quell’ essere democratico ma, ovviamente, pure io tengo per i neri. Non capisco certe puntualizzazioni. Nero o bianco che differenza fa? Che a dirla tutta mica hanno scelto loro di essere americani. E nemmeno gli americano sono i veri americani. Prima c’erano gli indiani, cioè i pellerossa. Insomma se continuo di questo passo finisco solo per fare confusione. Intanto lo terrò d’occhio, magari è capace che fa qualcosa di buono.
Mica dev’essere semplice la vita di quei neri in America, per esempio non si possono chiamare negri perché si offendono. E i bianchi li chiamano negri di continuo e anche li picchiano, e gli bruciano le case, e li impiccano agli alberi, e lo fanno vestiti come dei fantasmi. Che ridicolo modo di nascondersi. La cosa sarebbe buffa se non fosse tragica, se non fosse che giocano a sentirsi superiori, ‘sti cretini. Ma superiori perché? Dicono che i neri non sono come noi, che non hanno i nostri diritti perché non sono intelligenti e istruiti. Bella forza, non li lasciano frequentare le scuole. E poi meno intelligenti di quei quattro ominidi mascherati da fantasmi col cappuccio a punta? Anche questi vengono abbreviati così KKK. Sembra che l’America sia il paese delle abbreviazioni. Si vede che c’hanno fretta. Gli Stati Uniti si chiamano anche USA e chiamano la Russia: URSS. Basta farci il callo. Tanto in fondo io ho deciso e sono per gli indiani, Non per quelli dell’India, per quelli dell’America, per i pellerossa. E un poco per i russi.
Mi sembra che abbiano due braccia e due gambe anche loro, gli americani di colore. E una testa per pensare. Forse non hanno l’anima. Ma per me di quella si può fare senza. Ma ce l’hanno l’anima, poi, gli altri,pssia quelli senza colore? Intanto quelli colorati corrono come il vento. E hanno anche la musica nel sangue e a me piace la loro musica. La musica mi fa sentire viva. E dice le cose che vorrei dire. E mi racconta cose del tutto nuove. Comunque per i neri è dura. Vengono presi a botte se entrano nelle scuole dei bianchi e non possono nemmeno mangiare nelle mense, e ancora non possono prendere gli autobus frequentati dai bianchi. Ma dico io che senso ha? Che poi sapete una cosa? A me dà fastidio che li dipingano così incapaci. Faccio un esempio: Via col vento. Nel film la Mamy, che sarebbe poi la domestica nera, lavora come un mulo e parla come una mentecatta, sgranando due occhioni grandi e neri. Dico io: dovessimo fidarci di questi personaggi, staremmo freschi. Mi sa che mica ce la raccontano giusta.
Sia chiaro che i nordisti hanno fatto benissimo a dare una sistemata al Sud, mica si può sopportare che altri esseri umani diventino schiavi. La guerra è sempre una cosa brutta ma forse quando ci vuole ci vuole. E poi non è quasi guerra quando serve a liberare un popolo, a dare la libertà. Se c’ero io, sai che casino avrei fatto! Anche se una nera con i capelli rossi non l’ho ancora mai vista. Secondo me, avere degli schiavi è una dimostrazione di grande inciviltà. Solo in America succedono certe cose, o almeno credo. Non è che poi l’America mi piaccia proprio troppo. Ma forse s’era capito. E non servirebbe continuare a dirlo.
Come affermavo, io odio la guerra. Almeno odio quella guerra fatta con le bombe, i cannoni e i fucili. Quella che fa un sacco di morti e di prigionieri. Per non parlare poi dei campi di sterminio, che per fortuna li hanno chiusi. E pensare che gli ebrei non avevano nemmeno la pelle nera. Vai a capire gli uomini. Sono molto più stupidi di quello che sembrano. Insomma odio la guerra, e sinceramente sono molto spaventata di quella che tutti chiamano la guerra fredda. Non che quella calda mi sembri meglio.
Ho cercato di capire. Non è una guerra che si fa d’inverno, ma è un braccio di ferro tra USA e URSS. Tutti le chiamano Grandi Potenze e purtroppo sono anche quelle che hanno le bombe atomiche. Dicono che ci sia un bottone rosso in qualche posto in America, e uno in un altro posto nascosto in Russia. Che potrebbero far scoppiare il mondo. A volte è proprio difficile dire chi ha ragione. Metti che uno si sbagli e prema il bottone e che l’altro spaventato prema anche il suo, sai che polpette? Metti che la donna delle pulizie lo schiacci distrattamente spolverando. O che qualcuno ci appoggi il gomito sopra per sostenere il peso delle idee pensanti. Meglio buttarla in ridereperché vorrei evitare qualsiasi volgarità.
Tempo fa ho visto un film che forse voleva solo essere comico, dove un uomo che si era trovato, casualmente, nella zona dove avevano fatto scoppiare una bomba atomica, andava in giro di notte e faceva luce. Era luminoso e caldo come un tizzone acceso. Come si fa a scherzare su una cosa simile? Io non voglio finire così. E neanche voglio che diventi rosso e bollente il mio fratellino; ha diritto di crescere e farsi un’idea del mondo che lo circonda, pure lui. Non se lo meriterebbe nemmeno Ernesto anche se crede nella scienza e nel progresso americano come se non sapesse usare di suo il cervello. Anche se lui è un caso irrecuperabile. Io vado cauta. Adesso alla notte non sogno solo gli aerei che sganciano le bombe, ma vedo anche che quelle che scoppiano fanno un grande fumo a forma di fungo velenoso. Bastasse questo sogno invece vedo anche uomini vestiti in bianco come i fantasmi e con il cappuccio a punta che spargono dei semi che scoppiano e diffondono le radiazioni e con esse le peggiori malattie. Non mi ricordo di altri sogni prima. E questi non sono sogni da bambina, ne sono sicura. Non sono sogni, sono incubi.
Mi chiedo perché nessuno ferma questa follia. Ma a chi giova sporcare così il mondo? C’è un fine all’idiozia umana? Temo di no e mi sembra strano di essere la sola che ci pensa. Ma non arrivano mai questi benedetti ventuno anni? Se crescessi come le pagine di questo diario ne dovrei aspettare ancora solo tre. Ma sono comunque lunghi tre anni. Sono comunque 153 settimane, 1.095 giorni, 26.280 ore; senza contare i minuti. Sono un’ eternità. E tutto questo conto per niente perché invece sono solo dieci e ci manca ancora un bel po’.
Il giornale dice, ma è il giornale che non si dovrebbe leggere e per questo lo leggo con più attenzione, ma lo leggo di nascosto, all’edicola, dicevo che il giornale dice che in un posto lontano che si chiama Congo hanno ucciso un uomo Patrice Lumumba. C’è un sacco di mondo che ancora non so che c’è. Ovvero che non so dove sta. Penso a cosa sarebbe se non avessero ancora inventato gli atlanti. Appena divento grande voglio girarlo tutto e conoscerlo tutto. Anche Lumumba è un uomo di colore, ha la faccia intelligente e di un uomo giusto. Sembra una brava persona e i pochi che lo sonoscono ne parlano così. Ne parlano in pochi forse proprio perché anche lui è di colore. E’ un mondo che decisamente sta cambiando e ho i miei dubbi che stia cambiando in meglio. Mi scrivo queste cose a futura memoria perché se devo diventare stupida come questi grandi almeno potrò ricordare. Sembra che a crescere non faccia per niente bene. Ma io non mi piegherò. Non mi piegherò mai. Non diventerò come loro. E non sarò mai servo; cioè serva.
E’ un tempo strano. Persino il sole nasconde la faccia. Sembra farlo per la vergogna. E’ la mia prima eclissi solare. E la vedo per la strada mentre vado a scuola. Che stupidi, nessuno mi ha detto che aprivano, proprio per questo, la scuola più tardi. E mi sono trovata in strada. Spaventata e a disagio. La luce che si cambiava in un verde vomito. Sembrava un brutto sogno. Sembrava che la vita stesse scappando. La strada era vuota e mi sentivo sola, molto sola. Chissà se ne vedrò altre. E’ proprio una cosa insolita. In tutta la mia vita, giuro, è proprio la prima. Vedere il giorno trasformarsi in notte, cioè vedere farsi buio di mattina, dà davvero una strana sensazione. E’ come se nel petto mi fosse precipitato il cuore. Una leggera vertigine con senso di soffocamento. Tutto questo dovrebbe ricordarci quanto siamo piccoli e soli al mondo. Io piccola, un po’ di più di altri ma solo per la mia età. Fossi un maschio gliela farei vedere. Poi penso a mio fratello: è più grande, e maschio; avrebbe bisogno di occhi per vedere e anche di coraggio che non ha. Ma si sa che la stupidità non ha sesso né età.


1] Il 15 novembre 1960 la televisione italiana inizia a trasmettere Non è mai troppo tardi, corso di alfabetizzazione per adulti.
2] Nel 1960 molti paesi africani ottengono l’indipendenza. Il colonialismo si avvia verso la sua fine. Farà posto al neocolonialismo.

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