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La questione è: RESTARE UMANI

In amore, Anomalie, Gaza, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 29 gennaio 2012 at 13:19

Quando c’erano i sentimenti

articolo di AMIRA HASS – Giornalista israeliana, vive a Ramallah, in Cisgiordania, scrive per il quotidiano Ha’aretz è ha una rubrica su Internazionale

Nell’oceano di cattive notizie in cui annego ogni giorno, ho ricevuto un’email sorprendente: “Per favore, ci aiuti a trovare un palestinese che vive a Rafah. Lavorava nell’azienda agricola di mio suocero, nel sud di Israele. Era considerato uno della famiglia, ma da quando, circa dieci anni fa, agli abitanti di Gaza è stato vietato di entrare in Israele, ha smesso di venire da noi e abbiamo perso i contatti. Vogliamo fare una sorpresa a mio suocero, ma non siamo sicuri che contattare il nostro amico sia permesso dall’esercito”.

Ho risposto che non esiste alcun divieto di mantenere i contatti con gli amici (almeno per ora) e ho promesso che avrei cercato di aiutarli. E poi mi sono commossa. Nel disprezzo generalizzato per i palestinesi, ci sono ancora israeliani con sentimenti diversi. Ma c’era qualcos’altro, in quella lettera, che mi commuoveva profondamente. Forse era la nostalgia di com’era l’occupazione prima della separazione forzata tra i due popoli, quando tutto sembrava temporaneo, reversibile, e i protagonisti dei due schieramenti conservavano un lato umano. Di recente un amico di Nablus mi ha raccontato di quei tempi: “Da bambini giocavamo a calcio con i soldati, gli stessi a cui tiravamo pietre e che ci davano la caccia”.

Forse rimpiango i tempi in cui i sentimenti umani riuscivano ancora a emergere, anche in una relazione classista come quella di un’azienda agricola, e potevamo ancora illuderci che sarebbero arrivati tempi migliori.

Traduzione di Andrea Sparacino.

Internazionale, numero 933, 27 gennaio 2012

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La bambina dimenticata tra i fratelli

In Anima libera on 9 febbraio 2011 at 16:13

Premessa alla parte tredicesima
Essere nate con una missione, non vuol dire essere nate per stare sole. In effetti mi sentivo un po’ diversa dagli altri. Ma c’erano anche altri diversi, anche se in modo differente. Insomma, magari non è chiaro, ma con questa storia cercherò di spiegarlo. Intanto nemmeno per me è scontato cosa saprò fare della mia diversità. In pratica so di essere nata per cambiare il mondo con un gesto plateale, o magari con una idea geniale, o un’invenzione che non è mai venuta in mente a nessuno. E i tempi stanno diventando maturi. C’è in giro un’aria che non so spiegare. Intanto ho accettato di essere donna e so bene che non è per niente un affare. Dovrò metterci mano. Qualcosa cambierà.

Annabis dice sempre che lei è una proletaria perché ha un sacco di fratelli e sorelle. Non ha capito bene come funziona. E io, per colpa di un sospetto, non ho il cuore di spiegarle che si sbaglia. Proletari si è quando sei povero e hai solo un sacco di figli, mica quando sei ricco e hai un sacco di fratelli.
Ma Annabis è talmente fragile e delicata che, pure se ricca, l’ho presa sotto la mia ala protettrice. Lei è la numero undici. E dopo di lei ce ne sono ancora quattro. In tutto sarebbero quindici, ma per la verità sono rimasti in dodici, perché tre sono morti.
Lei lo racconta come se stesse facendo un compito di matematica. Dice anche che un anno sua madre non ha avuto il solito bambino, ma che l’anno dopo ne sono nati due: i gemelli.
Per fortuna che suo padre è spesso fuori per lavoro. Racconta che ai suoi genitori piace il nome Anna, ma siccome lo porta la sorella numero quattro, a lei è stato dato il nome di Annabis.
Elena, che la sa lunga, sussurra che i suoi si erano dimenticati di avere un’altra Anna in casa, e quando se ne sono accorti hanno pensato di chiamarla così. In effetti è questo anche il dubbio che ho io e a guardarla, così slavata ed eterea, mi è apparso subito chiaro, che la nostra Anna, è una bambina dimenticata in mezzo agli altri fratelli.
Lei di questo non si lagna mai. Se fossi in lei io mi farei riconoscere subito e metterei ben bene le cose in chiaro. Mica si fanno i figli così. Non è giusto dimenticarseli, sennò che senso ha?
Lei è ricca. Suo padre fa l’Ingegnere, che deve essere un lavoro importante. Sua madre va a teatro e ai concerti ed è forse per questo che non si occupa tanto dei figli.
In casa sua c’è una “tata” e una cuoca. Anche il mio fratellino mi chiama Tata, ma io sono sua sorella e anche se gli sto molto attenta, non per questo mi pagano uno stipendio. La loro “tata” invece mi sembra ancora più distratta dei suoi genitori. Così come la cuoca che non sa mai chi mangia e chi no. A casa loro ci sono i turni di pranzi e cene, ma come succede spesso, c’è chi mangia due volte e chi nessuna.
Annabis a casa mangia poco perché è timida. Non ha il coraggio di farsi largo nella confusione. Per fortuna, qui alla mensa, la metto a mangiare al mio fianco, così sto attenta che la madre cuciniera le faccia avere la sua minestra e spesso condivido con lei la mia pietanza, che porto ogni mattina da casa. Da lei non se lo ricordano mai e se lo fanno arriva con una carta di prosciutto o con un pezzo di formaggio francese. Chissà perché il formaggio francese puzza di più di quello italiano. Forse perché costa un sacco di soldi e arriva da così lontano?
Insomma Annabis è davvero una sagoma. Ha vestiti bellissimi, ma sempre scompagnati. Un giorno è arrivata con una gonna scozzese a pieghe, molto più grande della sua misura, e per tenerla su ha usato le bretelle di suo fratello numero otto. Però i suoi genitori hanno inventato un sistema fantastico, per non farli uscire con i calzini spaiati. Li comprano all’ingrosso e sono tutti uguali, a parte le dimensioni, e maschi e femmine si servono da un cestone comune.
A me piacerebbe avere un sacco di fratelli. Purché non assomiglino a Ernesto. Ma di quelli non ce ne può essere che uno. Dei suoi capisco poco, credo che pure lei non ci capisca molto. Elena dice sempre che Anna non ha “autostima” e lo dice con un’aria da grande professoressa. Non so ancora bene a cosa serva l’autostima, comunque io la tengo sempre per mano e la difendo quando le altre, le nostre compagne ricche, la chiamano traditrice.
Io lo so che a loro fa rabbia che si mescoli con noi, le paria della scuola. Nel loro immaginario, la figlia dell’Ingegnere non può fare amicizia con la figlia del ciabattino. Che poi a dirla tutta mio padre potrebbe sembrare un principe, altro che un ciabattino. Ma vallo dire a loro che misurano tutto in base ai soldi e ai vestiti.
Annabis è diversa, lei verrebbe volentieri a vivere in casa mia anche vestita come me, con i cappotti rigirati di mio fratello Ernesto e con le sue scarpe smesse.
Insomma Anna appartiene alla classe dei ricchi, ma ha il cuore in quella dei poveri ed è per questo che si sente in diritto di dire: “Sono anche io una proletaria!”
Annabis ha subito delle pressioni, quasi delle minacce. Le hanno spiegato che lei non può tradire se stessa. Che non può mescolarsi con quelle come noi.
Indosso la mia maschera da dura. Durante la mensa passo dalle parti di Gabriella e le verso dall’alto l’acqua nella zuppa. Gli schizzi le macchiano tutto il grembiule candido. Mi pulisco le mani sul suo fiocco rosa e sussurro con voce chiara: “Se le succede qualcosa dovrai vedertela con noi”.
Prevenire è meglio che curare. E glielo dico convinta. Lei mi guarda e non sa che dire. Che paurosa! Abbassa gli occhi e vede il disastro sulla sua divisa e non riesce che a scoppiare a piangere. Le macchie si lavano; non c’è detersivo per la dignità.
Annabis è tanto ricca che una volta, tutta la classe, è stata invitata nella sua casa di campagna. Abbiamo preso un pullman con la supervisione delle suore e abbiamo passato una giornata in giro per la grande fattoria.
All’ora di pranzo noi abbiamo mangiato dei panini sedute sull’erba, mentre le suore si sono chiuse in casa. Elena, che è la solita, ha scoperto dove stavano mangiando e ci ha portato a spiarle. Sosteneva che le suore mangiano in modo diverso dagli altri ed è per quello che si nascondono. Io le ho risposto che è matta, perché ho anch’io una zia suora e mangia a tavola con noi, anche se il velo le dà un grande fastidio.
Io ho passato un pomeriggio assieme ai suoi cavalli. Per me i cavalli sono gli animali più belli ed intelligenti che esistano. Io credo di essere stata un cavallo, in una vita precedente. Mi fanno pensare alla libertà e alla disobbedienza. Basta non farsi mettere la sella e il morso. Basta non farsi domare. E poi è così bello correre.
Prima di ripartire Annabis ci ha portato a vedere una grande casa, chiamata fienile, piena di balle di fieno e noi eravamo così scatenate che le abbiamo praticamente disfatte tutte e ci buttavamo dall’alto dentro quel mare di fieno sciolto sotto di noi. Anna ha cominciato a piangere e a singhiozzare senza respiro. Ci siamo preoccupate e messe subito calme, ma non era disperata, aveva solo una crisi d’asma dovuta alla polvere. Povera bambina, nemmeno lì in campagna si può divertire.
Mi sarei aspettata di essere presa, con le altre, per un orecchio. Ma le suore hanno pensato ovviamente, un modo diverso di farci espiare, ci hanno fatto recitare una sfilza di AveMarie per tutto il ritorno, minacciandoci tutti i fulmini dell’inferno.
Possibile che sia peccato tutto quello che piace di più? A me sembra una cavolata, Però mi dispiace per Anna.
Il mio affetto per lei mi ha fatto rivedere certe mie idee rivoluzionarie. C’è gente, anche fra chi ha soldi, che ha bisogno di essere aiutata a trovare la propria strada. E che ha umiltà. Pochi, certo. Casi pressoché disperati. Non so se è politicamente corretto, ma… Insomma quando farò la rivoluzione e andrò alle manifestazioni, passerò per casa sua, la prenderò per mano e la farò uscire e crescere senza avere paura.
In fin dei conti non può essere che lotta di popolo. E anche lei è popolo. E poi può sempre servire una serpe un seno al nemico. Sapere come la pensa l’avversario. E’ tutto così più difficile di quello che pensavo all’inizio. Riscattare la gente che non sa che essere servo. Liberare chi non è mai stato libero. Chi ha bisogno di sentirsi dire chi è. Possibile che sia così difficile capire che si nasce tutti senza padroni?

Proletarie in mutande unitevi!

In Anima libera on 31 gennaio 2011 at 0:09

Premessa alla parte dodicesima
E’ assolutamente proibito farmi fuorviare dalle cose che mi succedono attorno. Mi accorgo che la vita è fatta di diversivi e disinnesca le mie ragioni con mille piccoli fatti che mi tengono occupata. Dovrei essere una bambina che gioca con le bambole e a mamma-casetta, invece indosso la tuta spaziale dei Cosmonauti russi, parlo di rivoluzione al mio fratellino appena nato, e contesto il sistema. Tutta colpa di quella maledetta scuola privata di monache pretenziose. Tutta colpa di quelle ragazzine ricche e con la puzza sotto il naso. Non sono una di loro. Io sono contro e forse non sono neppure la sola.

Mi viene quasi rabbia a raccontarla. E’ come se l’avessi già detta. O se qualcuno avesse fatto la spia. Piccoli dubbi in una breve vita. Note a margine. Comunque è proprio vero che il diavolo fa le pentole e anche le padelle… cioè quella cosa lì. Basta avere pazienza e dare al tempo il suo tempo. La frutta cade quando è matura. E io ho imparato ad aspettare. Non molto, mamma mi dice che son curiosa come una scimmia, ma un po’.
A scuola il mio profitto è da sempre molto più alto della media, mica perché studio, no, quella è un’abitudine che nessuno incoraggia né incoraggerà mai, ma proprio perché sono curiosa. Anche i difetti possono essere virtù. Curiosa e percettiva e intuitiva, e apprendo fin troppo in fretta. Questo fa la differenza, anche se dà una noia mortale per tutto il tempo perso tra i banchi di scuola. Andare bene a scuola ha infatti le sue controindicazioni. Ne farei volentieri a meno, ma a volte si nasce così e così si deve morire. Come quella dei tondi e dei quadrati. Forse è questo posto a trasformarmi in una sorta di intellettuale. Ed è una cosa di me che non sopporterei.
Il mio vizio peggiore è che vengo da una famiglia proletaria. Mia madre chissà cosa pensa di ottenere? Fa i salti mortali per mantenermi in quella privata. Solo chi ha frequentato una scuola di suore può dire quanto possano essere piene di pregiudizi, le “madri”. E quanto ti feriscano dentro. Nell’orgoglio. Innanzi tutto odiano la povertà. Cosa per niente secondaria. Credo che negli anni di noviziato, e dopo aver vestito gli abiti da pinguino, si siano un po’ alla volta dimenticate delle loro origini. E di quel povero cristo. Insomma non è facile frequentare da povera una scuola di ricche. E nella mia classe si sente l’odore dei soldi aleggiare tra i banchi. Anche se non tutti i soldi sono come gli altri. E quelli di qualcuno sono solo a chiacchiere.
Non che come me non ce ne siano altre di ragazzine senza possibilità. Sono una parte consistente. Sembra un punto d’orgoglio, per i poveri, mescolare le proprie figlie con le rampolle di un’altra classe sociale. Anche se assieme ci stiamo come i cavoli a merenda. Bastasse quel vago disagio di sentirsi diverse e anche ragionevolmente inferiori, sembra che le suore amino vederci in contrapposizione e prediligano far vincere le meglio vestite. Stavolta ci hanno organizzate in due gruppi a contendersi il primato dei voti e delle lodi e degli attestati, a suon di punti qualità concessi con benevolenza dall’insegnante. E ogni fine settimana scolastica viene tirato il conto. I Carbonari questa settimana hanno raggiunto il punteggio di 18 mentre i Garibaldini ne hanno guadagnati 24. Quindi oltre alla beffa si deve pure concedere l’onore delle armi: un battimano molto sportivo. Ma l’applauso è niente in confronto dall’ingiustizia della disparità. Tra i Carbonari militano le figlie del popolo, che in genere non brillano né in preparazione né in bellezza. Sembrano rassegnate al loro stato di vittime e di donne. Prive di speranza. Di possibilità di riscatto. Dall’altra parte ci sono le belle figlie di Madama Doré. Biondi capelli puliti e grembiulini impeccabili e immacolati. Le suore indiscutibilmente parteggiano per loro, le belle bambine che non si sporcano le mani.
Di mio non ho mai avuto spirito di competizione. Nemmeno con i maschi funziona. Sia chiaro le mani le lavo spesso, ma non c’è niente da fare, sembrano passate nella polvere delle cantine frequentate dai veri Carbonari. Con le mani vivo. Le mani di Gabriella invece sono angeliche, come lo sono i suoi biondi boccoli trattenuti dal nastro rosa. Gabriella è la più smorfiosa tra le figlie di papà, anche se abita nelle case popolari vicino alla scuola. Ma non sono qui per parlare di mani. Che poi ci sono quelle che rubano per mangiare e quelle che ti rubano la vita. Lei dice che suo padre ha una banca e la cosa non mi è chiara per niente. Avesse detto un banco allora avrei potuto anche capire. Pure io a scuola ne ho uno e pure mio papà, che fa il ciabattino anche se ha l’aspetto di un principe, ma una banca… Per la verità non so nemmeno cosa sia una banca. Credo sia dove si fanno i soldi ma mi irrito perché li danno a pochi; se li danno solo tra loro. In fondo devono essere stati loro ad inventare la fame. E i poveri. Se dessero a tutti il necessario finirebbero i poveri.
La guerra tra le due fazioni è naturale e congenita, tra l’altro è anche alimentata dall’atteggiamento e dalle esigenze scolastiche. Il loro atteggiamento sprezzante me le fa proprio girare. Un po’ di orgoglio mi ribolle dentro. I loro libri hanno belle copertine colorate persino a fine anno, i nostri sono pieni di orecchie, di macchie e di ditate di inchiostro. Tutto sommato è una guerra destinata a non fare prigionieri. Ma più ci penso e più preparo il momento della scontro. A quel momento bisogna arrivare organizzate e grintose. Nessuno potrà competere con le “proletarie in grembiule”; unghie sporche e occhi lividi di riscatto. Segno distintivo almeno una macchia d’inchiostro sui polpastrelli delle mani. In fin dei conti cosa sarebbero loro senza di noi? Come farebbero a sembrare belle se non avessero un termine di paragone?
Poi viene il giorno della recita. Come odio quell’esibizione di vanità infantile. Ma ogni scuola di suore che si rispetti questo passaggio non può mancarlo mai. Se ne fa vanto. Si può morir di fame e di stenti tutto l’anno, ma la recita, con le vettovaglie fornite dai genitori, resta un classico. Quest’anno il tema è libero. I due gruppi devono presentare un pezzo di teatro senza la supervisione della suora di musica. E brave le “sorelle”, stavolta l’hanno fatta grossa. Come al solito le suorine non hanno capito il potenziale della cosa, se ci avessero pensato mi avrebbero esonerato subito dall’organizzazione. Non è una gara. E’ lotta di classe.
Improvvisamente mi chiedo: perché le altre guardano sempre me e aspettano? Va bene che sono la più alta, e che anche i ragazzini mi guardano con timore, ma questo fa sentire a disagio. Non amo mettermi in mostra. Ma so di doverlo fare. Quando ci vuole… Un po’ alla volta mi sento a mio agio proprio come il cacio sui maccheroni. Col mio gruppo scalcagnato metto giù un’opera da due soldi, in maschera, cambiando le parole alle canzonette più in voga. E inventando una serie di situazioni comiche e sconclusionate per mettere in risalto il nostro potenziale. Il surreale della povertà contro l’ottusità della ricchezza. Il cuore contro il rimmel.
La cosa è così entusiasmante che le mie proletarie col fiocco rosa, ci mettono il carico. Si danno da fare. Non si risparmiano. Il risultato diventa inventiva allo stato pure, una tempesta di idee, che sconvolge la loro vita silenziosa e marginale. Comincio ad essere fiera di me. Alla fine siamo pronte, abbiamo tutto, tranne un dettaglio non secondario: le maschere. Certo di soldi non ne abbiamo, e i nostri genitori non ne spenderanno per una cavolata simile. Mica hanno idea che ne va del nostro spirito e coscienza di classe. Non ci abbattiamo per così poco. Ovviamente decidiamo di adattarci con la tecnica del riuso di abiti vecchi e colorando mascherine di carta. E’ lo spirito quello che conta. Il messaggio.
Gabriella e le ricche compagne spiano da lontano il nostro faticare. Ci guardano perplesse. Dall’alto. Sicure di sé. Come fossimo misere cose. Poverette, il loro spettacolo è una stucchevole parodia di bambole imbecilli intorno ad una bambola regina. Disegna un mondo che non esiste. Che hanno visto per televisione. O letto in qualche favola per menti limitate. La favola della principessa Sissi senza il finale triste. Quella di Cenerentola senza Cenerentola. E senza il principe. Certo che però i loro di abiti ci fanno strabuzzare gli occhi tra tulle e crinoline. Noi di cose così, non  ne abbiamo viste mai.
Subdolamente elogio il loro lavoro. Imparo l’arte del mentire. E lo faccio anche attraverso Anna. E a parole celebro la bellezza dei loro abiti. E il buon gusto. Insinuo, se mai ce ne fosse ulteriore bisogno, il veleno della vanità. Insomma alla fine le bionde bambole, ci degnano della loro elemosina e ci prestano una serie di vestiti in maschera smessi. Questo gesto le fa sentire più buone e ancora più brave, e ricche. E a me fa venire la pelle d’oca; la bava verde. Non amo per niente essere oggetto di pietà e ricevere una carità ipocrita. La carità è l’autoassoluzione dei ricchi e la condanna per i poveri. Ma per le mie compagne sopporterei anche di peggio. E poi gusto, già, la nostra… vendetta.
E’ così che accettiamo e il giorno dello spettacolo io mi trovo dentro un vestito da arlecchino della stessa Gabriella che è un sogno. Anche altre mie compagne hanno vestiti fatti solo per il carnevale. Le restanti fanno buon viso a cattivo gioco. Sono le popolane. Ma per tutte c’è un ruolo. Una parte. Una speranza. E tutte si sentono finalmente protagoniste. E siamo emozionate. E orgogliose di noi. Aspettando il nostro momento. Sicure. Guardando lo spettacolo delle Bambole che, come prometteva, finisce con una sfilata di abiti dagli effetti speciali. Sul contenuto lasciamo stare, nemmeno i genitori più affezionati possono dire di averci capito qualche cosa. E’ tutto in quel battere di ciglia. Nell’attesa del principe che non arriva. Che non le bacia e le lascia addormentate. E’ tutto in quel profumo intenso che sa di rose, ma di rose appassite. Il loro mondo è falso. E’ moribondo.
Certo non posso essere tranquilla, ma sembra che quello che facciamo invece piaccia. Anzi… scrosciano risate e applausi. Noi, le simpatiche mascherine rabberciate, cantanti e capriolanti sulla pedana del teatrino, abbiamo un successo di pubblico inaspettato. Da non crederci. Non c’è partigianeria. Le proletarie in maschera hanno finalmente il loro momento di gloria. Mia mamma ha occhi da non credere. Tiene mio fratello sulle ginocchia. Ha anche lei uno scatto d’orgoglio. Sembra dire a tutti è mia figlia. E non c’è un genitore che non mostri soddisfazione. Già! i grandi non capiscono. La credono solo una recita. Per me potrebbe anche bastare. Invece come sempre chi ha soldi mal sopporta anzi odia essere superato da chi non li ha e li sostituisce con la testa. Pertanto la dolce Gabriella, con l’aria da ragazzina viziata qual è, mentre siamo ancora sul palco si avvicina e mi sputa addosso il suo disprezzo: “Ridammi il mio vestito da Arlecchino. Te l’ho prestato io, e lo rivoglio indietro perché non vorrei che me lo sporcassi col tuo sudiciume”.
Nessuno può sentirla; la vipera; la scema. Negli occhi ha una furia e un disprezzo che la tradiscono. Che le tolgono anche quella falsa immagine da… carina. Ah… ma allora vuoi guerra! In realtà non è nemmeno bella. E’ come quelle bambole… senza cuore e senza anima. E una bambola non può essere bella. Proprio perché è solo una bambola vuota. Ma anche lei è una vittima. Non è solo Gabriella, è quel mondo falso, vuoto, invidioso. E’ il mondo dell’apparenza. Non ci metto un attimo. In scena, davanti ad una platea esterefatta, mi levo, senza metterci tanta cura, la maschera prestata restando in canottiera, mutande e calzini non proprio puliti. Faccio un bel fagotto dell’abito e lo getto contro la faccia trionfante della Regina delle Cretine. E sono troppo gasata per sentirmi in imbarazzo. E poi chi se ne frega. Meglio in mutande che nuda, anche se non farebbe ormai molta differenza. A questo punto improvviso: “Mi sò arlechin batocio, orbo de ‘na recia e sordo de un ocio, so puaretto e so modesto ma de fondo sò un omo onesto, no gò pan da magnar ma gò voja de lavorar. Anche se vestìo de niente, sò simpatico ala gente. No me serve tanti ori per burlarme dei signori. Ora vado che xe ora anche in barba a ‘sta signora. Vado via saludo i tanti che fa mucio qua davanti. La mutanda la xe mia e nessun me la porta via…”
Dal pubblico divertito sale un’ovazione. Sembra una situazione messa su apposta. Le suore sconvolte non sanno come prenderla. Tanto meno sanno come fermare le altre maschere che prese dalla follia del momento si spogliano in palco lanciando i vestiti sul pubblico. Ah! che gioia la vittoria. Le mie proletarie in mutande marciano verso il futuro incuranti di tutto. E le suore sono sopraffatte dall’entusiasmo del pubblico. Sanno che la cosa non è tollerabile e capiscono che la devono accettare. Sorridono e i loro sorrisi tirati sembrano quasi sinceri. Accettano i complimenti, come se ne avessero un qualche merito. So che comunque mia madre, che intanto s’è fatta piccola, verrà chiamata dalla suora direttrice. Non me ne importa un fico secco.
A volte vale la pena di vivere per certe soddisfazioni. E sono altrettanto entusiasta della soddisfazione delle mie compagne. Che ho dovuto frenare. Fosse stato per loro avrei corso il rischio di vederle togliersi anche quelle mutande. Mi inchino ma mi sento in paradiso. Sì! a volte le piccole cose ti fanno star bene; sperare in un futuro migliore. In un mondo diverso. Certamente non la passerò liscia: la superiora sta già tampinando, come previsto, mia madre che col piccolo in braccio tenta di evitarla. Chissà cosa le vuole dire? Pazienza: Parigi val bene una messa. Da lontano vedo il piccolo che si dimena e che comincia a gridare: “Sorellina, sei un fenomeno. Adesso ti libero io di queste due”. Dopo tutto, come me, gli piace proprio poco il nero. Guarda la suora superiora e non la guarda benevolmente. Poi dice la sua prima frase completa che passerà alla storia nel lessico famigliare dei rossi della mia famiglia: “Va via, tu… butta. E cativa”!

Il nuovo incombe

In Anima libera on 21 gennaio 2011 at 14:27

Premessa alla parte undicesima
Avrei dovuto avvertire di preparare i fazzoletti, ma la vita singhiozza le sue storie a sorpresa, mica avverte. Ricominciamo. Dove siamo arrivati? Io sto lì ad organizzarmi le cose, per rendere il percorso meno accidentato ed invece gli altri mi lasciano all’oscuro dei fatti più normali. Certo che esistono gli altri bambini ad informarti, ma le notizie qualche volta arrivano travisate. Non tutti i bambini sanno di quello che parlano. Insomma essere bambini non garantisce nulla, tanto meno l’informazione. I grandi si son fatti questo mondo su misura per loro. Si tengono quel briciolo di sapere e quel sapere è loro. E’ il potere.

Io credo di essere una bambina cattiva. Cattiva per l’idea che hanno gli altri di una bambina. Questo lo capisco da come mi guardano quegli altri: adulti o bambini che siano. A me, sinceramente non sembra. Certo non sono facile e neppure mi accontento, ma non rompo mai per uno stupido capriccio, non piango mai per ragioni cretine, e davanti agli altri modero pure i termini. Che poi questa è la cosa più difficile da fare. Di fronte a certa gente un fanculo ci sta proprio tutto. E’ l’unica soluzione. Però non dico parolacce a vanvera. C’è sempre un buon motivo per andare giù duro. Insomma dico parolacce del tutto giustificate. Contestualizzate.
Coi bambini miei coetanei, per esempio, cerco se possibile di evitarle per non fare da cattiva maestra. E’ una grossa responsabilità. Magari insegno altre cose che i grandi considerano terribili, ma non le parolacce. Quasi sempre ci resto di sasso quanto smoccolano loro, molto più di me. In classe mia, per esempio, c’è Elena, l’unica amichetta che non mi dà il voltastomaco. Lei ha solo la madre che fa la pittrice. Mica dipinge le pareti delle case ovviamente, lei dipinge i quadri. Proprio per questo motivo mio padre insiste nel dire che è poco seria e che non dovrei frequentare la figlia. Veramente non ho mai visto sua madre ridere come una scema. Mi sembra sempre piuttosto seria; e composta. Anche Elena non ride, ma quando smoccola va fortissima e fa ridere me. Diciamo che proprio per questo a volte mi sento poco seria, ma non mi pare una cosa troppo importante.
Elena è anche una grande fonte di informazioni, sapete quelle informazioni che a casa non ti danno mai; ecco, lei sembra un’enciclopedia. Sarà che fa lunghi viaggi con sua mamma ed un vecchio zio. Girando il mondo s’impara, io lo so, ed è per questo che è la più attendibile degli informatori. A mia madre cresce la pancia, si è decisa di mettere in cantiere uno dei rossi che avevo a suo tempo preannunciato. Io lo so, che sarà rosso, lei ancora no. Sapete com’è, a volte dici le cose così, perché sei arrabbiata, ma non puoi mica essere sicura che tutto vada come pensi tu. Insomma mi sta arrivando fra capo e collo un nuovo fratellino e io incrocio le dita perché sia di quel colore e del tipo che prediligo.
Insomma lo dico a Elena che con l’aria furbetta mi risponde: “Allora tuo papà e tua mamma ci hanno dato dentro? L’hanno fatto?” “In che senso?” faccio io. Lei mi guarda con quell’aria superiore che prende ogni volta che sgancia una bomba e scoppia a ridere: “Vuol dire che si sono dati da fare!” Mi comincia a venire il mal di testa e aspetto la bomba successiva “Non mi dirai che non sai niente di come nascono i bambini? Insomma non sai a cosa serve il coso che entra nella cosa e che serve a fare i bambini? Non sai proprio niente”! Non ne sapevo niente. Il coso? Quale coso? E la cosa? Ma di che cosa si sta parlando? Io pensavo che i bambini fossero una cosa naturale e che crescessero nella pancia della mamma. Aver scoperto così che invece era colpa di un… coso mi dava il capogiro. Ma allora come funzionava la cosa?
Elena non ha mai avuto papà, da quel che so solo un vecchio zio, e probabilmente la sua mamma aveva usato un coso speciale e si era data da fare o ci aveva dato dentro in un altro modo che i miei genitori. L’affare si ingarbuglia. “Ma lo sai come si chiama il coso?” mi fa, quasi con rabbia. E aggiunge: “Pennello! E sai come si chiama la cosa? Patatina. E sai come si usano?” Eh no cazzo, una cosa alla volta per piacere. Lasciami riordinare le co… le informazioni. Tra pennelli e patatine c’è da diventare matti. Ho le idee tutte in subbuglio. E la testa mi scoppia. E’ forse proprio per quello che sua mamma, che era brava con i pennelli, è riuscita a fare un bambino senza bisogno di un papà? Elena mi ha reso curiosa. A lei piace quando sa una cosa che non so, o crede di saperla. Lei mi dice le cose e io le faccio la matematica. Ma non c’è sempre da crederle però.
Prendo tempo e aspetto il momento opportuno. Mica può tutto la scuola. A volte le risposte sono dove meno te le aspetti. Ma le ulteriori informazioni che prendo da mia mamma non servono a chiarire la questione. Lei a sentirmi nominare il pennello si fa rossa in viso. “Ma che stai a dire? I bambini nascono dai semini che hai dentro alla pancia, e crescono quando… quando è il tempo che lo facciano”. A questo punto tanto valeva che mi raccontasse la storia dei bambini che nascono sotto i cavoli. Io ho bisogno di sapere; di vedere. Non sono una che crede alla prima cosa… cioè stupidaggine che viene detta. Non mi è chiaro perché, ma i grandi amano raccontarti delle storie fasulle, delle favole, imbrogliarti. Deve far parte del loro modo di essere grandi. Di tenerti in scacco. Forse li fa sentire furbi. E importanti. Io so e tu non puoi capire. Ma chi l’ha detto che io non posso capire? E poi siete voi a mettermi gli ostacoli davanti, mica io a non capire.
Me ne vado con quella risposta e tutto mi sembra ancora più confuso. Ci gioco con la fantasia; non costa nulla; e rido. Così intanto, a tempo perso, penso ai miei di semini. E provo persino un po’ di apprensione. So che è una cosa stupida. Che l’ha detto tanto per dire. Era distratta e guardava da un’altra parte. Come se non le interessasse nulla. Tanto per farmi star buona. Persino la sua voce suonava estranea. Ma… non faranno mica gli stupidi? Non voglio diventare madre così giovane. Ci sarà pure un modo per evitarlo, no? Insomma non mi fregheranno mica? Ci sarà pure un sistema per non farli maturare? Mica che nascere donna ti frega solo per un cambio di stagione? Insomma… non mi sento ancora pronta.
Penso alle parole del ragazzino in campagna e ho un curioso sospetto.  C’entra qualche cosa? E’ come un’intuizione, ma troppo nebulosa per  poterla afferrare. In ogni caso, e per ogni eventualità decido di tenerli lontani, i maschi. Intanto comincio a farmi rispettare, almeno a scuola, anche se lì c’è solo Leone. Da quando gli ho rotto il naso; naturalmente dietro la porta del bagno, mi sta alla larga. Come al solito non voleva capire, che ho diritto alla mia privacy. Lui è andato a piangere e mi ha chiamato la Madre Superiora. Ma lui non ha avuto coraggio di chiarire davanti alle suore. Ha ritrattato e ha detto che è scivolato. Ma hanno chiamato ugualmente mia mamma. E ti pareva!
Intanto il semino di mio fratello doveva essere grande e grosso perché le cresce una grande pancia e continua a crescere che lei sembra fare fatica persino a camminare e a muoversi. Torno da scuola nel tardo pomeriggio e mia mamma ha sfornato un vitellino di più di quattro chili. Proprio un vitellino, dicono. Non una seppiolina come hanno detto di me. Son proprio strani i grandi. Danno sempre un nome a tutto. E intanto lui nasce con il sorriso stampato in faccia. Mi dicono che quattro chili sono tanti. Le fanno i complimenti come avesse fatto una cosa eccezionale. Magari lo è. Non è che capisco bene perché. A me onestamente sembra piccolo e indifeso.
Ecco il mio nuovo fratellino, che è tutto mio, visto che ha quel colore di capelli e che sembra prediligere il suono della mia voce. Cominciano ad esserci troppi maschi in famiglia ma con questo sarà diverso, ho ben altri progetti per lui. Se non fosse che odio le canzonette stupide, che danno alla radio, in onore suo canterei anche la divina commedia. Credo che questa sia la felicità.
Mamma gli fa i versi più incomprensibili. Gli muove le mani davanti agli occhi. Naturalmente lo tratta come un mentecatto. Non si capiscono e questo è normale. Non gli sa parlare né riesce ad afferrare quello che lui cerca di dirle. Lo guardo e guardo la mamma. Lo guardo e so che dovrò fargli da madre. Non c’è speranza. Lei, con quegli occhi cheti, farebbe solo gli stessi sbagli che ha fatto con me. Non è adatta a fare da madre. Non è combattiva abbastanza. Si sono già visti i risultati con Ernesto. Io ho dovuto arrangiarmi da sola. Se aspettavo lei sarei solo una bambola ridicola che deve solo sorridere e fare le smorfie.
Beh! certo a dirla tra noi la mia è una grossa rivincita. Il vecchio Ernesto è veramente abbacchiato. Un nuovo fratello, maschio, rosso di capelli a cui si è dato anche il mio nome. Al maschile s’intende. Babbo non lo guarda con sospetto, ormai si è rassegnato, o è solo perché si è fatto l’occhio vedendo i miei di capelli. In realtà lo guarda poco. Non è una novità. Non dovrebbe essere orgoglioso? Io lo sono, perché lui no? Anche mia mamma questo bambino proprio non se l’aspettava. Lo so perché, mentre le cresceva la pancia, l’ho vista piangere di nascosto. Probabilmente aveva già abbastanza da fare con noi due e poi quel mio padre che le consegna sempre un carico di tensione che non si leva mai. Io le sussurro: “Non ti preoccupare, me ne occuperò io”.
Presto il piccoletto, già al suo posto nella culla e ben nutrito dalle poppe di mamma, incomincia a parlarmi. Sono davvero meravigliata dalle tette delle donne. Non cresceranno mica anche a me due cose così? Due meloni pieni di latte? Credo proprio che non mi sentirei a mio agio. E non le voglio, almeno per ora. Non saprei che farmene.
Insomma lui, il neonato, mi parla e non fa ancora discorsi troppo impegnati, anche se, tutto sommato, mi sembra abbastanza logico che chieda del suo mondo. Primariamente s’informa di come stanno le cose. Chiede notizie più precise di mamma e papà. Domanda se può contare su una certa disponibilità economica. Poi mi chiede di Ernesto: “Ma è davvero nostro fratello?” Io non posso nasconderglielo e sono costretta a rispondere al povero piccolo: “Sì, va beh, ma non è poi così pericoloso”. Lui mi esorta già consapevole: “Stammi attenta sorellina, perché di lui non mi fido troppo”. Comincio a temere che Ernesto sganci, non visto, qualche pizzicotto sotto le copertine. Sarebbe cosa da lui. Ma se me ne accorgo, se la dovrà vedere con me e brutta, il degenere.
Tutti dovranno vedersela con me, perché è mio, anche se per ora nessuno lo sa. Lo annuso. E’ una curiosità. Con la storia dei cosi, e dei semini, mi sono fatta dei pregiudizi. Odora normalmente, sa di saponetta e di latte e di quello che si fa addosso, perchè su questo non sa ancora controllarsi.  Ma imparerà. Mi tranquillizzo: non odora di prezzemolo né di alcunché d’altro di strano e pericoloso. La storia dei semi deve essere la storia più cretina mai inventata. Mai visto bambini nascere dalle piante.
Certo che le domande del nuovo mi hanno messo un po’ in agitazione. Ma perché chiedere se abbiamo una certa disponibilità economica? Si vuole giocarsi a poker i nostri risparmi? Certo che ha un musetto simpatico, ma si può pensare che quel sorrisino nasconda un’aria da biscazziere e baro? Così, casualmente m’informo: “Sai per caso giocare a carte?” lui risponde ridacchiando: “No, solo a scacchi!” e la cosa mi rilassa. Non me lo sarei aspettata ma… gli scacchi sono un gioco da intellettuali; mica si può barare giocando a scacchi. Oppure mi sbaglio?

Bombe atomiche e viaggi interplanetari

In Anima libera on 9 gennaio 2011 at 23:58

Premessa alla parte nona
Per quanto stia attenta le cose mi sfuggono. Questo è il tempo dei fatti. Cose importanti che sembrano tali e altre che non lo sembrano affatto ed invece lo sono e lo saranno ancora di più. Si producono televisori, lavatrici e frigoriferi e gli operai non bastano, migrano dal sud e si accontentano di un tozzo di pane e di una branda in casa di compaesani. I miei zii dal Veneto si trasferiscono a Milano verso il lavoro, quello vero. Io vorrei studiare, ma vorrei anche lavorare, sono stanca di aspettare, voglio correre, crescere, diventare grande e vivere.

Ho quest’ansia che mi divora dentro. Voglio vivere e vivere per davvero. Non è un insano desiderio. Per quanto tutti cerchino di convincermi che ogni cosa viene a suo tempo. E che bisogna aspettare. E che si deve essere umili. E non pretendere troppo. Ma dove sta il limite? Fino a dove mi è concesso esplorare? Troppo poco e troppo vicino. Non è quello che voglio. Io voglio di più.
Le mie giornate in famiglia sono esangui. Esangue è il rapporto con Ernesto anche se lui lo tiene vivo con le bugie e le delazioni. Mi inguaia sempre. E lo fa solo perché è geloso di me. Solo per soddisfare la sua accidia. He he le suore servono a qualche cosa, soprattutto per imparare parole che in pochi conoscono. Accidia! Suona bene no? Ernesto è accidioso: suona ancora meglio. Comunque i guai me li fa passare e spesso sono punita. Mia madre mi grida: “Tu mi porti via dieci anni di vita!” Io giuro che una frase così non la dirò mai a nessuno. E’ terribile ed ingiusta. I grandi dovrebbero sapere che i bambini si sentono già in colpa per un sacco di cose. Che poi che vita è la sua? Io, per esempio, mi sento in colpa di quasi tutto il male che sta nel mondo. In effetti non è colpa mia se mia madre informa mio padre delle cose che io ed Ernesto combiniamo. Che poi se ci penso bene, non sono cose così terribili. Eppure mio padre reagisce sempre alla stessa maniera, ormai è un classico. Non dovrei più stupirmene. Piglia me o Ernesto e ce le suona di santa ragione. Ernesto grida e si difende: “Non sono stato io, è stata quella scema…” e indica in me la solita vittima. Allora la rabbia di mio padre si raddoppia e molla la presa su quell’infingardo.
Se posso essere sincera mi dispiace meno che se la prenda con me che con lui. Non sopporto vedere gli altri trattati male. Anche se gli altri sono solo un fratello senza spina dorsale e senza dignità. Lo scontro diretto con mio padre mi fa sentire grande. Anche se poi se lui picchia, picchia forte. A volte le sue sculacciate mi fanno rintronare anche la testa, altro che il culo non ha denti. A volte direi che ha pure gli occhi. Ma come dire? preferisco che se la prenda con me, almeno so dove va a parare. Perché finché sono sotto le sue grinfie non sento dolore. Non so perché ma preferisco prenderle facendo finta di non esserci. Uno strano assenteismo che lo fa scabinare. Per lui è un’offesa che io non abbia paura. E in effetti io non lo temo. In realtà io lo sfido, come l’ho sempre sfidato. E’ come dire: “Dai dammele! Intanto a me non me ne frega niente. Sfogati dai. Spadroneggia sui più deboli per sentirti forte.” E lui non sopporta la mia ribellione. Lui non accetta la mia forza. Non ha capito cosa potrebbe fare per farmi veramente male. Non capisce che preferisco fare da parafulmine. Perché io lo ucciderei se toccasse mia madre. E che lo sappia o non lo sappia lui non lo fa mai.
Mia madre piange. A volte lo implora quando esagera e succede spesso. Gli verrà pure in mente che non dovrebbe renderlo partecipe di quello che capita quando lui non c’è. Basterebbe solo un bel silenzio. Almeno non dovrebbe mostrarsi così esasperata. Non ha ancora imparato la lezione che io ho imparato ancora prima di nascere. Non esiste uomo che mi comanderà. Non esiste niente che io non possa affrontare da sola. In fin dei conti si nasce già con gli anticorpi. Esiste un potenziale dentro ad ognuno di noi che dobbiamo salvaguardare. Io ho il potere su me stessa. Non esiste niente e nessuno che me lo esproprierà. Io ho il potere di vita o di morte su me stessa e nessuno me lo toglierà. Nessuno mi toglierà quel coraggio. E mi insegnerà a piegarmi.
E più non riesce a piegarmi, a sentirmi lagnare, più forte picchia. Poi ci penso e mi accorgo che non è proprio tutto così semplice. Se il mondo fosse fatto di esseri umani invece che di uomini che sanno essere solo uomini e donne che fanno solo le donne, allora potrei non avere paura e invece io paura un po’ ce l’ho. Mica per me stessa, che a onor del vero mi sento piuttosto indistruttibile, ma per il mondo che mi circonda. Non è che del mondo ho una grande opinione, questo è vero, ma vederlo finire per stupidità, questo proprio non lo sopporto. Ma chi era il cretino che pensava fosse utile la bomba atomica? E usarla contro chi ne ha dieci? E a che pro tutti quei test nucleari nell’atmosfera e sotto terra? Non gli è bastato Hiroshima?
Con Ernesto anche su questo ci si battaglia. Lui, sostiene, da piccolo imbecille, che quella bomba atomica era dovuta e ha posto fine alla guerra, con minor spargimento di sangue. Certo, non c’erano dubbi, se avessero ammazzati tutti quei musi gialli, avrebbero finito la guerra anche prima, no? Lui è uno stronzo completo e per intero. Lui non può fare a meno di questo amore sviscerato per l’America che è prostrazione verso i potenti, verso il mito di quella democrazia a qualsiasi costo, esportata in punta di fioretto o di cannone, che dir si voglia. Alla bisogna. Ma lui è nato per aiutare i vincitori. Lui è nato servo. Ma io no. Non posso accettare uno stupido luogo comune. Non posso fare a meno di dimostrargli che sbaglia. Che un altro mondo è possibile.
Che poi tutto è iniziato per quella bicicletta nuova regalata a mio fratello e quella bambolona fasulla regalata alla sottoscritta. Ma chi ha mai chiesto una bambola? Il mio sogno era la bicicletta. E adesso come farò? Ernesto fa la ruota attorno alla bici e non me la lascia nemmeno toccare e io guardo quella stupida bambola con gli occhi che si aprono e si chiudono senza logica e i biondi capelli di stoppa. Dio santo! Miagola pure mamma ogni volta che la stendi. Ma cos’è: un supplizio? Avevo annegato l’ultima davanti al ponte delle Guglie. Doveva essere l’ultima e poi basta. Non so come farmi capire. Sto già pensando che la stenderei con un pugno definitivamente. Mamma capisce al volo, mi legge negli occhi e me la strappa di mano mettendola al centro del suo lettone sul copriletto ricamato. Va là che le è andata bene, s’è salvata. Ancora un secondo e faceva la brutta fine che si meritava. Altro che guerra atomica. Se avessi potuto l’avrei nebulizzata, disgregata, smaterializzata.
La bici resta lì tra le mani di quel… lasciamo stare, non ho quasi più aggettivi per definirlo. Io non sono per la violenza ma quanto ci vuole ci vuole. E poi è autodifesa; sopravvivenza. L’istinto è quello di dargli un calcio sulle parti molli ma son certa che palle non ne trovo. Che poi sarebbe servito a poco anche scazzottarlo, la bici non sarebbe, per questo, passata di proprietà. Così m’ingegno e approvo il piano B. Quello che uso sempre per fregare chi non ha un briciolo di cervello e che vive di invidia per le cose degli altri. Insomma, visto che il mio destriero mi ha lasciata appiedata molto tempo fa, decido di cambiare cavalcatura e monto la bellissima Singer della mamma. E’ tanto bella e preziosa che sembra già un pezzo di antiquariato. Invece e nuova nuova, mamma l’ha presa a rate per cucire in casa: sembra che prima di qualsiasi altro elettrodomestico la Singer sia il pezzo più indispensabile. Ne va della sua credibilità. C’è mai stata una brava casalinga senza una bella Singer per casa? Sembra di no! E a me fa comodo. La monto e diventa il mio bellissimo Sputnik. Ernesto strabuzza gli occhi ed è costretto a tacere, perché nella corsa alla spazio i Russi sono sempre davanti. Inutile ogni sua giustificazione: Wernher Von Braun qua e Wernher Von Braun là, che poi a dirla tutta è tedesco e pure nazista, mica americano. Comunque resta il fatto che l’Urss è arrivata prima. La scienza del popolo ha sbaragliato la grande presuntuosa America. Come la mia Singer ha sbaragliato la sua bicicletta.
Lo so bene che Ernesto non ha avuto una vita facile con me, ma per lui, che è maschio fino al midollo, crescere non è imparare. Non si chiede mai il perché delle cose. Non si risponde mai, con un pensiero scomoda e difficile da classificare. Per lui vanno bene solo i cibi predigeriti. Non posso farci niente se non ha fantasia. Se manca di inventiva e di apertura mentale. Se si fa fregare da me come un pischello. Se si rode e ci casca. Così mi prega di lasciarlo manovrare l’astronave: in cambio è disposto a prestarmi la bici. Io gli chiarisco subito le idee: innanzi tutto questa è una cosmonave russa e ci possono entrare solo i cosmonauti russi, gli astronauti americani possono solo pedalare! Qualche volta mi piace vincere facile. E gustarmela la vittoria. Anche se con lui è come rubare le caramelle ad un bambino.
Mi consegna la bici e si mette tutto tirato sopra la macchina da cucire e maneggia il volano come un ossesso. Pensa così di volare più veloce, non pensa affatto di potersi perforare il pollice, con l’ago della Singer. Le sue urla hanno fatto accorrere mia madre, che non sa più che pesci pigliare. “E’ Stata lei. E’ stata lei. E’ tutta colpa sua. Digli che non la deve più toccare la mia bici”. Onestamente mi fa impressione quel dito bucato e tutto quel sangue. Mi allontano pedalando cercando di non sentire. La voce di mia madre sovrasta il baccano che fa Ernesto: “Sei una piccola peste, tu, ogni volta, mi porti via dieci anni di vita!” Non è che nemmeno lei abbia molta fantasia nei rimproveri. E’ furente. So che lo dirà a mio padre. Ma perché non ce la vediamo tra noi, tra donne? Azz… se vado avanti così resto orfana presto. Ma è colpa mia se suo figlio è un completo imbecille?

Riflessioni sull’amore e sull’ideologia

In Anima libera on 3 gennaio 2011 at 16:54

Foto a colori di una casa di campagna con i lampi dentro, non fuori.

Premessa alla parte ottava.
Accidenti se il mondo è complicato! Ti sembra di poterci tener testa ed invece… A parte le imposizioni quotidiane in famiglia. Le regole di casa. Sei una bambina, non lo dimenticare. Non parlare se non interrogata. Non guardare con quegli occhi da ribelle. Non pensare; sei una donna e non puoi pensare. Non correre. Non dire parolacce. Non camminare lungo le rive del canale. Non salire sulle barche. Non giocare a pallone. Obbedisci all’autorità. Rispetta, i grandi hanno sempre ragione… ecc. ecc. ecc. Uffa. Poi c’è il resto del mondo e sinceramente non è piccolo… il resto è tutto.

E’ come se aspettassi qualcosa che non arriva. Non certo diventare grande. Credo non sia quello che voglio. Che sia una ragazzina stressata già in prima elementare, non dovrebbe sembrare strano. Sono sempre stata affetta da apprendimento eccessivamente precoce. Qui si parte dalle aste, sai? quei segni cretini sui quadretti, tanto da imparare a tenere la matita in mano. Ma non sono mica un’incapace. La matita la tengo benissimo e se mi metto so pure scrivere e disegnare con dovizia di particolari. Ecco il cane con la sua cuccia e la mia bella frase: Il cane fa la guardia. Ed ecco anche la nave con i remi che escono dagli oblò: La nave a remi va veloce. E poi la chicca, quel bel disegno colorato di un arlecchino con scritto sotto “Allegria!” Ma da chi avrò preso questa frase?
La dolce suora Assuntina grida al miracolo. Una ragazzina così non l’aveva vista mai: è Natale e questa è già stufa di aspettare gli altri. Ha già finito il libro di lettura e scalpita per averne un altro. Suor Assuntina ci pensa e mi regala “Le Tigri di Mompracem”. Io me lo faccio fuori in un batter d’occhio e mi innamoro di Sandokan. Sia chiaro mica come una Marianna qualunque. Io sono lui, sono Sandokan e combatto contro gli stupidi inglesi. Se non c’è niente di meglio anche un personaggio di carta mi va bene. In fondo è il mio primo ribelle. Non poteva non scoppiare l’amore.
Se me la raccontassero direi che non è vero; che mi stanno prendendo per quel posto. Che non esiste una ragazzina così. Il fatto è che le cose mi arrivano da sé. A mia madre viene offerto di farmi fare direttamente gli esami di seconda, sono troppo avanti per annoiarmi così in classe. E’ più il tempo che passo per conto mio. Mi distraggo e distraggo gli altri. Non serve e può essere un male. Non vorrei farmi vedere ma mi vedono. Naturalmente mia madre rifiuta. Dentro di lei pensa che potrei montarmi la testa. Già di grilli ne ho tanti, manca solo una suora gentile ed ingenua. O pensa quello che pensa. Con quella sua testa da donna e da adulto.
Intanto gli altri continuano a fare le righe. Verticali e orizzontali. Una paginetta di verticali e una di orizzontali. Sono quasi ai cerchietti. Non è solo per questo che sono stressata. A dire il vero sono di già incazzata. A scuola mi rompo e poi c’è anche Leone che gira per la classe e mi fa proposte licenziose. La scuola è solo femminile e non capisco che ci faccia Leo in mezzo alle bambine. Grembiule nero e fiocco azzurro, tanto per sfotterci. Noi bianche come il latte e fiocco rosa; capito l’antifona? Il mio fiocco si scioglie in continuazione, è un po’ ribelle come me, ma a Leo non dispiace. Sinceramente non so se la libertà che gode in classe sia dovuta a qualche raccomandazione dall’alto oppure solo al fatto che è un maschio. In fondo anche le suore sono solo donne. Lui mi si posiziona dietro la sedia e mi sospira: “Dai fatti tentare! Io sono il tuo diavolo custode e ti ordino di farti baciare!” Che schifo.
Un poco me lo ordina, un poco mi implora. Povero scemo. Ma che si crede? Non sono interessata all’uomo. Non in quel modo. Non a quella parte. E poi è solo un moccioso. Ma come faccio a farglielo intendere? Non c’è nulla di più stupido di un uomo che non vuole capire. Questa è una grande lezione di vita. Io che sono abituata a fare a botte con Ernesto, a darle e a prenderle, non faccio neanche una piega e sibilo “Baciati il culo!” E lui scappa ridendo, ma so che tornerà. Sembra convinto che prima o dopo cederò. Cerca di seguirmi quando vado al bagno. Quasi quasi decido di smettere di farla. Povero illuso, non si conquista così una donna. E poi gli spiego che anche lui è una stupida ragazzina. Non basta quel grembiule nero. E quel fiocco azzurro. Questa è una scuola per ragazze? Siamo tutte solo ragazze? “E allora anche tu non sei che una stupida ragazzina”. Mi minaccia di farmi vedere. Con le botte e con i fatti. Il fatto. Ma non ne ha il coraggio. O è il mio sguardo disprezzante, e solo a tratti compassionevole, che glielo toglie. E poi son sicura che a botte lo vinco io.
Comunque a me ‘ste cose mi danno sui nervi. Non vedo l’ora di prendermi qualche giorno di vacanza e come per miracolo arriva la nonna Matilde. Io non prego mai nessuno, non è da me, ma per andare da nonna faccio sempre un’eccezione e mamma lo sa. Mica per la nonna che sembra una principessa tiranna e pure lo è, ma per quel nonno socialista che bestemmia tanto, in modo così allegro e divertente, suonando il violino. Lei mi salva. Nonna mi prende su, con quel distacco da nobile decaduta, e mi porta da loro, in campagna. Il nonno quando mi vede, come suo solito, quasi mi infila lo stecchino in un occhio per abbracciarmi e farmi girare come una trottola. “E’ arrivato il mio susino.” grida con gioia e io rido perché quel “susino” è il complimento più carino che abbia mai ricevuto.
E la campagna è bella ed è verde anche se solo nell’orto di mio nonno dove semina l’insalata e alleva i conigli. E’ un posto ameno non ancora frequentato da boss mafiosi. Beh! certo è una campagna strana, i campi quasi non ci sono più e davanti a casa c’è un canale che si chiama Brenta. L’acqua corre sempre veloce e rabbuiata. Per arrivarci si costeggia con la corriera, tutta la zona industriale. Nonno lavora lì, in fonderia. Poi torna alla sera, accende la luce in cucina e mi fa ascoltare il giornale radio sulle sue ginocchia. Mi spiega che è contro le armi e i carri armati. Che ne ha viste troppe. La nonna scodella la minestra. C’è aria di pace e io sono in pace. In questa cornice bucolica non posso non innamorarmi per davvero. Non so come si chiama ma tutti lo chiamano Pucci.
Forse è veramente il suo nome. Sono le cinque di pomeriggio e arriva pedalando Pucci con il secchio del latte. Si affaccia, sempre bilanciato sulla bici, alla finestra di cucina. La nonna gli passa il tegame. Il latte è buono ed è quello delle sue mucche. Lui è il figlio del fattore e non ha la mamma, e questo non credo sia una fortuna. Porta il latte in bicicletta e quando ci sono io, lascia alla nonna due o tre mestoli in più. A me questa cosa pare gentile. Mi pare una carineria dedicata a me. Non so se sono conquistata più dalla sua aria bonacciona oppure dal fatto che vive davvero in campagna. “Ehi rossa,” mi grida dalla finestra “ci vediamo domani.” Ed io aspetto ansiosa a quella finestra. Un giorno è lungo se quel che aspetti è l’amore. Non mi piace essere sdolcinata, ma siccome nessuno sa di questa mia debolezza mi lascio andare ai sogni. Nonna forse ha capito. Ma vuole bene a Pucci, come fosse suo figlio e magari sogna pure lei. D’altra parte io sono sua nipote, non sono la figlia. Forse potrei anche sposare il figlio di un fattore, cosa che mai avrebbe dovuto fare sua figlia, quella bella, mia madre.
La nonna si crede aristocratica perché sua madre faceva la dama di compagnia di una contessa. Ah, poveri noi! Che idee strane girano per il mondo. Che poi non è vero che abbiamo il sangue blu. Io lo so perché quello che mi esce dalle ginocchia sbucciate è rosso. Il colore che preferisco. Rosso come il sangue dei socialisti, lo dice sempre nonno Carlo. Rosso come la nostra bandiera, Rosso come il sole dell’avvenire. Comincio a pensare che uomini così non ne fanno più. Povera nonna, sposata, incinta, col garzone ferratore dei cavalli di tuo padre. Con quella tua prima figlia troppo bella per le mani di un ciabattino. Quante delusioni hai dovuto sopportare. Non ti bastava il marito socialista, hai avuto anche il figlio maggiore che è scappato in montagna con i partigiani. Proprio a te che avevi regalato la tua fede matrimoniale al duce. Per far costruire i cannoni. E avevi raccontato di averla persa. Ché il nonno sarebbe andato su tutte le furie, perché lui nella prima guerra ci aveva lasciato un occhio. Mica balle; mica un ciondolo d’oro.
Lei, la nonna, mi dice: “non fare come tua madre”. Non credo di capire bene. O forse è solo perché non capisco la stessa cosa. Dice che sono bella. E’ come se l’occhio l’avesse perso lei. Io vedo bello nonno Carlo, che il primo maggio mette il garofano rosso all’occhiello. Bello per come è dentro, perché fuori c’ha un nasone enorme, ma gli occhi verdi di un ragazzino, insomma… proprio bello. Un poco ne sono innamorata. Non come Pucci. In modo diverso. Il nonno non mi dà quell’ansia, quell’attesa. Mi sento serena vicino a lui. Sono il suo susino e sono orgogliosa di esserlo. Vorrei che anche lui fosse fiero di me. Forse sono vanitosa? O un poco volubile? Insomma… l’amore è proprio un gran casino. Credo che non lo capirò mai. Ma torniamo a Pucci.
Nell’attesa di ogni suo ritorno penso ai contadini e cerco di capire. Ed è chiaro che ci si può far ammazzare per la terra. Che la terra dove nasci diventa il tuo pane, non può essere di proprietà di qualcuno che te la può togliere. Che ti sfrutta. La terra è di chi la coltiva e di chi fatica a tenerla viva. E di chi suda. Fino a ieri non sapevo far altro che sporcarmi di quella terra. Ora sento di amare la terra. Amo il suo odore quando è bagnata o quando il sole la spacca in polvere. Amo la campagna e anche il mio bel nonno sorridente. Amo Pucci e il suo latte. Io penso che potrei vivere di solo latte, ma non so se è perché mi piace proprio o per colpa di questo amore campagnolo.
In campagna non riesco ad essere troppo rivoluzionaria. Sto più in pace col mondo e la rabbia non mi brucia più di tanto sul palato. Sarà che sono in mezzo a gente semplice e le notizie dal mondo mi arrivano ovattate, come da un altro pianeta. Voglio dire… non mi manca la televisione. Un po’ carosello, ma solo un po’. Qui vado a letto presto. A casa non lo faccio finché non si chiude quella tenda con la sua musichetta. In fondo quello, carosello voglio dire, l’hanno fatto per noi… i giovani. Segna giusto il confine tra il giorno e la notte. Eppure qui non ho il tempo di annoiarmi. E Venezia mi manca solo un po’. E mi sento meno arrabbiata. Non voglio essere buona. E non voglio chiedermi perché a Venezia non penso a Pucci.
Certo nemmeno in campagna è tutto bello. Per esempio dietro casa di nonna ci sono le latrine, ossia i buchi alla turca. Insomma i soli cessi che possiamo usare. Sono quattro e li usano pure i vicini. Puzzano come cessi dove nessuno si cura di tener pulito. Una vera zozzeria. Mia nonna ci butta la lisciva, quando fa il bucato. Dice che disinfetta, ma la puzza non se ne va. Come al solito sono schizzinosa e ci vado solo se strettamente necessario. I cessi si trovano sul retro dei cortili prima del deposito del fruttivendolo. Per arrivarci devo passare per forza sotto gli occhi dei suoi due figli maschi che hanno qualche anno più di me e giocano a pallone con i figli dei vicini. Niente di grave dico io, ma quando passo mi guardano strano e insistono per portarmi a giocare nel magazzino dove parcheggiano anche il camion della frutta e della verdura. Non è solo facile essere femmina. Qui sotto ci cova qualche cosa, penso. A una bambina, i maschi, non chiedono mai di condividere i loro giochi. Però la curiosità di salire sul camion è più forte di me e dei miei sospetti. E’ un mostro enorme che mi chiama e mi sfida. Alla fine accetto. Tanto lo so che so difendermi. Tengo sempre le zanne aguzze. Ho imparato a trattare con il branco. Niente mi fa paura, tanto meno dei sorcetti di campagna.
Ci andiamo a giocare a nascondino e Madino, il più grande, cerca di rintanarsi proprio dove mi nascondo io. “Ma scusa, non hai un altro posto dove andare?” faccio io sofistica. Anche un po’ seccata. “Finisce che ci scoprono”. Non gliene importa molto: “Mi piace mettermi vicino a te.” La cosa mi puzza e penso “Che ca… cavolo vuole questo?” e lui candido me lo dice: “Posso guardarti sotto le mutande? Vorrei vedere la cosina che hai, e magari toccarla!” Aho! ‘sto scemo, mica vuole giocare al chirurgo come Ernesto. Eh no! lui va al sodo. Caro mio non sono mica una esibizionista, io. Intanto per prendersi avanti tira fuori il suo arnese che a ragion del vero è veramente povera cosa. Ma non ha pudore, né il senso del ridicolo? “Vedi io ti mostro che cos’ho nelle mutande e non mi vergogno mica, non faccio come te!” Bella forza. Ecco di cosa è fatto un uomo. Io mi mostro indignata. E anche un poco delusa. E gli lascio vedere che non riesco a trattenere un sorriso di scherno. E chi si vergogna, cretinetti, credi davvero che mi faccio abbindolare per sfida? “Se me la mostri sai cosa faccio? Ti do tutti questi soldini!” E tira fuori dalla tasca delle monetine, i suoi risparmi. Wow! pensa te, così piccolina e già pagata per mostrare. Si mette bene la mia seconda proposta licenziosa. Potrei farci un business. Farci carriera. Ma va là! Non sono interessata al dio denaro.
Sono solo una ragazza dispettosa. Non so cosa ho di interessante dentro alle mutande. E perché ai maschi crea quella curiosità. Non lo capisco proprio, e forse non lo capirò mai. Ma è il primo che vedo. Se non si parla di quelli, come dire? di famiglia. Ma quelli non contano. Se è per quello Ernesto per spogliarsi si mette dietro alle porte e finisce sempre fotografato sul muro da chi le apre senza sapere. D’altra parte mia mamma ha tolto le chiavi dalle porte, anche quella del bagno e così se è difficile vedere nudo mio fratello, non è difficile trovarsi di fronte ad altre panoramiche. Ma sai com’è: quelli di famiglia te li trovi sotto gli occhi. Fanno parte del paesaggio.
A dire il vero non ci provo più di tanto interesse. Non so che ci trovino, i maschietti a rimirarselo come fosse un tesoro. Certo possono farla in piedi. E questa è una grande comodità. Io ci ho provato una volta, a farla in piedi, ma mi sono bagnata le scarpe. Insomma la considero un’ingiustizia. Comunque io le mutande non me le tolgo per i suoi begli occhi e tanto meno per il suo denaro. Che poi, quegli occhi, guardano ognuno dalla sua parte. Quello di destra a destra e quello di sinistra a sinistra. Non capisco nemmeno se sta parlando veramente con me. Ma chi si crede di essere? So bene che da qui potrebbe aver origine la scomoda fama di fare la santa, o la martire, una Maria Goretti senza aureola. Che poi le aureole sono scomode, troppa luce e poi le vedono tutti e finisci che ti segnano a dito o ti mettono in un quadro. Non è quello che voglio. Preferirei, se fosse possibile, essere nata con una voglia Rossa, magario a forma di Stella. Che poi in me la voglia non si vede, ma c’è.
Magari pensi alle cose grandi e poi ti soffermi a quelle piccole. Chissà cosa direbbe suor Assuntina se sapesse che sono atea e comunista. Una vera figura uscita dall’Inferno. Lei mi guarda con i suoi occhi cerulei spaventati, abituati all’obbedienza. Io la guardo con i miei occhi a punteruolo. Lo so, Dio perdona, ma io no. Dovrò decidere se la mia tendenza è da assecondare. Essere femmina o maschio, oppure essere umano. Sembra che la questione sia proprio così. Se sei femmina non sei maschio e nemmeno essere umano. Se sei maschio non sei femmina, ma sei un essere umano. Se sei un essere umano non hai sesso e se ce l’hai è meglio non usarlo perché finisci col diventare un essere bestiale. Qui l’affare si fa complicato. Devo decidere ed in fretta. Perché intanto cresco. Crescere vuol dire imparare. E ho imparato una cosa nuova. Ho imparato come si dice quella parola e cos’è quel coso. Tante parole per dire la stessa cosa. Mi pare proprio un’esagerazione. Quello dei piccoli lo chiamano anche pisello. Io me ne sentirei offesa. Mi sentirei derisa. Perché sottintende una cosa piccola e inutile.
Ma intanto, solo per sapere, io d’interessante dentro alle mutande cosa c’ho?

Nuovi contenitori per nuovi contenuti.

In Anima libera on 30 dicembre 2010 at 12:29

Barattolo elettrico in Grafica vettoriale (utilizzata nel sito del Forte Sirtori, ora chiuso, per il progetto COMITATO FORTE)Premessa alla parte settima.
C’è aria nuova in Italia. Lo chiamano “Boom economico”, lo chiamano anche il progresso del dopoguerra. Si producono più automobili e la gente le compra pagandole a rate. Si producono televisori, frigoriferi e lavatrici che diventano il sogno segreto delle massaie. Io sono incazzata. Sarà che non sono una massaia e forse non lo sarò mai. Sarà che il tempo ha un valore preciso e che mi pesa addosso. Gli anni durano anni e sono lunghi da passare. I mesi sono dodici e i giorni sono composti da 24 ore, messe in fila una sull’altra. Tutto ha un valore. E io sono ancora una bambina.

Ma chi l’ha detto che l’anno appena lasciato è un anno inutile? Se mai ci sono anni inutili, anni da dimenticare. Come dicevo, di questi tempi, gli anni sono anni e valgono un casino, Addirittura le stagioni durano a lungo e sono precise. D’inverno fa freddo davvero e a poco serve la nostra nuova cucina economica che riesce a scaldare solo una stanza. L’estate è estate. Fa caldo e ci batte pure il solleone. A volte si portano i materassi sui pianerottoli delle scale e si dorme in compagnia degli altri del caseggiato. La primavera è mite e in autunno arrivano le “acque alte”, a novembre, quando tira vento di scirocco. Insomma gli anni hanno il loro valore e lasciano il loro segno. Il 1954 era sembrato uno dei tanti, invece mi è rimasto sulla pelle. E’ un anno particolare, i preti vanno forte e pretendono di decidere delle nostre vite sia spirituali che temporali. Ma, per fortuna, resta nell’aria ancora il turbinio della Resistenza. Ed io sono nata per resistere, e resisto e mi organizzo a resistere ancora di più. Sono dura nel 1955 e di roccia pura nel 1956.
Il nuovo quartiere è tutto nuovo. Tutto una sorpresa. Non tutte belle, anzi quasi nessuna. Che ci faccio qua? Un quartiere pieno di cravatte al collo. Tutti gli uomini hanno la stessa faccia di mio padre. Tutte le donne la stessa rassegnazione di mamma. Tante madonne addolorate. Lo dite a me che già sulla madonna ho i miei dubbi? E nemmeno tanto una buona opinione. Sarà colpa del marito falegname che ci fa la figura del becco, oppure del fatto che per lei di parto non se ne parla proprio. Mi sa che è colpa delle solite dicerie, leggende metropolitane. Meglio che certi ragionamenti li tenga per me, non si sa mai. Tornando al quartiere non credo che mi piacerà. I ragazzini sembrano sempre sotto tiro degli occhi delle madri, che ripetono come un mantra: “attento a non sporcarti”. E tutti così pettinati e frustrati. Rilassatevi accidenti. “Ca… cioè cavolo, sono impettiti come se gli avessero infilato il manico nel culo”. Hanno paura persino a cacarsi sotto. E tutti pieni di “Io” su cose completamente stupide. “Io ho”. “Io sono”. Ma che cavolo hai, chi cavolo sei! No! non sei nulla. Meno di uno sputo. Tutto sommato credo che ci giocherò poco. La vedo brutta in futuro. Più che altro li osservo. Mi sembrano animali da collezione. Altro che averlo più duro, glielo devono aver tagliato proprio.
Ma è difficile resistere quando si è piccoli, nessuno capisce da che parte vuoi stare. Per i miei sono ancora bambina, e per giunta femmina, ultimo stadio del creato, proprio per questo a loro viene la pensata di farmi bucare i lobi per montarci due orecchini d’oro che fanno tanto “provincia”. Come si dice qui fanno tanto “campagna”. Perché tutto è campagna al di là di questo Ponte che congiunge le nostre isole alla terraferma. Il ponte Littorio che per fortuna oggi si chiama della Libertà. Questa è la mia città. Fatta di gente presuntuosa e supponente che si pensa al centro del mondo. Quando viene la nebbia, ed è tosta, la chiamano “caigo” e dicono che la terraferma, ossia il resto dell’Italia, è isolata. Piccoli nobili decaduti e con le pezze al culo. Gente di borgata con la puzza sotto il naso. E’ per questo che qui si dice che se non ci fosse il ponte l’Europa sarebbe un’isola.
Ernesto, la carogna se la ride sotto i baffi e io, con gli orecchini e il cipiglio di una iena, penso che il mondo è proprio tutto un paese. Poveri che si credono ricchi e ricchi che si fingono come gli altri. E ancora: proletari che hanno solo i figli come ricchezza, che si indebitano per acquistare l’auto e gli elettrodomestici, per dimenticare com’è dura la vita da scalare. Mentre i ricchi diventano ancora più ricchi proprio per il sogno di chi non ha niente. Le cose così non funzionano, bisogna metterci un freno. E’ nella testa che si deve cambiare non nelle comodità.
E intanto, come detto, mio padre aveva acquistato la televisione. Uno scatolone grande con un nome americano: Philco. Gli americani sono dappertutto, quasi come i napoletani. Ovviamente il mondo si vede in bianco e nero. Perché il mondo è diviso a metà: Bianco o Nero; veramente c’è pure il Rosso, però si fa finta di non vederlo. Così America e Russia, Buoni e Cattivi, Vincenti e Perdenti. Insomma la solita dicotomia. Intanto la nostra televisore, diventa quella del caseggiato. Dieci famiglie, più gli amici di mio padre: i famosi Gigio Vespa e il Barbiere di Famiglia (ricordate? quello che mi taglia i capelli pettinandoli alla mascagna). Gente sempre del quartiere, ma un po’ diversa, perché nel mio caseggiato ci stanno solo proletari. Distribuiti in tanti in poche stanze e con l’aria un po’ dimessa di chi tira la carretta e fatica. Insomma questi del caseggiato non hanno ancora ingoiato la scopa degli altri residenti. Sai com’è? io esco da un quartiere malfamato e arrivo in questa zona di nuovi ricchi. Con loro non ci voglio avere a che fare, non voglio giocare con i loro bambini con la spocchia nelle mutande e la puzza sotto il naso. Li lascio tranquilli, per ora; fuori dai piedi. C’è tempo per fargli mangiare la polvere. Per fargli sputare rabbia e sudore.
Allora, come dicevo, la gente viene da noi a guardare la televisione, questo miracolo che fa spalancare la bocca ai piccoli fino ai più vecchi. Qualcuno bisbiglia che è opera del diavolo, ma alla prima partita di calcio si ricrede. La televisione è nell’ingresso, di fronte alla porta d’entrata. Chi arriva prima prende posto dentro. Sì! perché a casa mia non ci stanno tutti. Gli altri restano su ballatoio della scala. Arrivano in fila indiana, portandosi le sedie. Non ce ne sono mai abbastanza. Qualcuno porta qualcosa da bere. Qualcuno qualche “cicchetto” fatto in casa. Compaiono semi di zucca salati. Si riempiono i bicchieri di vino rosso; a Venezia si beve solo rosso. Il fumo non è ancora vietato. Col caldo portano anche qualche fetta di anguria e poi sputano i semi nella tromba delle scale.
Va in onda Lascia o raddoppia con un Mike appena arrivato dall’America. Teniamo la porta aperta e il volume alto. La televisione è molto democratica, nessuno è escluso dall’ascolto e fa incontrare tutti. Invita al commento e allo scambio di opinioni. Rende la gente più generosa. Invoglia allo scambio. A me piace la televisione proprio per questa sua capacità, ma più la guardo e più mi rendo conto che è un abbaglio. Ha una potente magia. Se riesce ad entrarti dentro forse ti cambia, forse ti convince. Non è opera del diavolo, al diavolo non credo. Ma non è solo una buona cosa. Direi che assomiglia ad una droga. Si comincia e si pensa di poterne fare a meno come e quando si vuole, ma non è vero. E’ dalla televisione che si impara a vestire in modi diversi e a vivere anche al di là delle proprie possibilità. E’ potente la televisione ed io ne ho un po’ timore. Ma forse mi dovrei fermare; anche solo un minuto. Non ho molto tempo. Eppure dovrei fare il punto. Una sorta di dichiarazione d’intenti. Io non sono per le proiezioni teoretiche, ma mi accorgo che sto per perdere il filo.
Sono nata clandestina. E resistente. E’ autodifesa. E’ bisogno. Di resistenza umana. E in fondo ho un nome multiplo che è anche un atto estremo di sopravvivenza. E’ facile essere clandestina in un mondo che ti crede bambina. Ma il mio corpo cresce e mostra quell’istinto di diventare grande. Io devo continuare a nascondermi, fare la bambina, mimetizzarmi tra gli altri. Lo so. Loro non possono capire. Mi crederebbero pazza, se già non lo fanno. Mi guarderebbero sempre con gli occhi che qualche volta indossa mia madre. Ma io le cose le so. Devo nascondermi dentro di me, in quelle consuetudini e nel corpo che ho. Ma sembra tutta una minaccia. Anche se non faccio proclami. Ma la sovversione non è un grido. E’ un veleno. E’ qualcosa che si insinua lentamente, e in silenzio dentro di me.
Ho trovato cento lire. Insomma non li ho proprio trovati. E’ il primo esproprio della storia. Mi prenderò finalmente quella scatola di colori. E un libro. E un tepee che si dice tipì. Non so perché certe cose si dicano in un altro modo da come si scrivono. E sotto il tipì inviterò gli amici. Perché io ne avrò tanti di amici. E inviterò a mangiare anche l’uomo che vedo sempre sul ponte. Quello senza gambe e che sta là. E aspetta un soldo di ferro. Ho sempre avuto questa passione per i vinti, che ci devo fare? Andrò a Roma, al monumento di Giordano Bruno. Andrò per tutto il mondo. Non ho patria. Non ho religione. Il mio posto è il posto dove sono. La mia lotta è la lotta della gente. C’è una parte di me che appartiene ad un’Italia che non viene narrata. A quell’Italia di Malatesta. E Sante Caserio. Ma anche di Zamboni. Una parte di me forse è anarchica¹. Passerà, forse. Passerà? Non lo so. La rabbia mi fa sentire tanto Anna Kuliscioff. Ma di più mi sento una Dolores Ibárruri. O una Rosa Luxemburg senza leggenda. Ma anche e più semplicemente un Molotov.
Un sacco di grandi nomi, rumorosi e voluminosi, che non trovi nemmeno nell’enciclopedia, ma alla fine, poi,  non posso essere che io. Io con questo destino. Con questa missione che mi aspetta fuori della porta. Io arrabbiata. Io indomita. Io che non mi arrenderò mai. Io che non sopporto nessuna autorità. Forse potrei accettare quella del popolo. Ma anche no. Pure quella mi sta troppo stretta. Sono un’ingenua? Forse, ma un’ “ingenua rivoluzionaria”. E penso agli indiani. Ho sempre avuto simpatia per loro. Sono loro i veri americani. Non ne faccio una questione di cultura o di civiltà. Certo che se gli americani avessero avuto la nostra civiltà non avrebbero avuto bisogno di essere scoperti; si sarebbero scoperti da soli. Ma di loro, dei pellerossa, ormai nessuno più parla. Tranne che nei western. Ma là alla fine arrivano sempre i nostri. Prima dei titoli finali, di quel “The end”.
La folla, la platea applaude e li incita. A me sembrano più dei “loro”. Non mi sembrano tanto dei “nostri”. Mi sembra una favola raccontata male. Mi sento imbrogliata. Sono gli indiani che corrono su un destriero, simile al mio, liberi per praterie, simili alle mie. Loro: gli Arapaho, i Cheyenne, i Sioux, gli Irochesi; e tutti gli altri. Sono il Popolo degli uomini da sempre. Ed io un popolo non ce l’ho. Almeno non ancora. Alla tivù c’è un telefilm per ragazzi: Penna di Falco Capo Cheyenne. E l’unica informazione che ci danno è: anche gli indiani sono esseri umani. Troppo poco, non mi basta! Voglio sapere di più e lo saprò. Non ho bisogno di nessuna autorizzazione. Agli altri sembra solo un gioco, ma io invece ci credo.  Ed è per questo che mi dipingo il viso con i colori di guerra.


1] Dal link: http://www.gennarocarotenuto.it/12493-su-il-sipario-donne-amore-e-anarchia/
p.s. Monica, una delle autrici dei 2 video, invia a tutte e tutti questa magnifica canzone. Vi mando le parole e la musica… di Giorgio Gaber: http://www.youtube.com/watch?v=IVnPotcVkFQ
Non insegnate ai bambini
non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
forse una grave imprudenza
è lasciarli in balia di una falsa coscienza.
Non elogiate il pensiero
che è sempre più raro
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto la magia della vita.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Non insegnate ai bambini
non divulgate illusioni sociali
non gli riempite il futuro
di vecchi ideali
l’unica cosa sicura è tenerli lontano
dalla nostra cultura.
Non esaltate il talento
che è sempre più spento
non li avviate al bel canto, al teatro
alla danza
ma se proprio volete
raccontategli il sogno di
un’antica speranza.
Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all’amore il resto è niente.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Doriana Goracci su http://www.gennarocarotenuto.it

Tra anime sporche, carte geografiche e formicai.

In Anima libera on 24 dicembre 2010 at 10:42

Grafica vettoriale di un biberon che va alle fiamme

Premessa alla parte sesta.
Una casa nuova e un quartiere diverso non cambiano la vita. Nemmeno la televisione e la nuova scuola. Ciò che ti cambia la vita è la trasformazione fisica che subisce un essere umano da quando nasce in poi. Io sto diventando femmina e non lo ho ancora deciso. Niente valgono le mie corse per superare i maschi. Le mie prove di coraggio da “cazzo! io ce l’ho più duro”. Il taglio di capelli con la mascagna che mi fa il “Barbiere di famiglia”. Niente riesce a cancellare quell’aria da sbarazzina puntigliosa con il naso tempestato di lentiggini. Sto diventando una donna contro la mia volontà e mi dispera.

Che fare! Spiegava Lenin. Che fare? Penso io. Mi vengono in mente mille cose. Mi passa per la mente che potrei scegliere la strada di Oskar e del suo tamburo di latta. Basterebbe una caduta da una scala e non crescere più. Ma sinceramente mi pare una cazzata. Che lotta puoi fare con un semplice tamburo di latta? Puoi forse cambiare il mondo? Macché, puoi solo ritardare le tue battaglie e prendere tempo, ma io tempo non ne ho. Ho troppo da fare, troppe cose a cui pensare. E infine so io dove le infilerei quelle bacchette. E a chi scaglierei addosso quel tamburo. Che la vita è lotta e allora se lotta deve essere lotta sia.
Per il momento continuo a frequentare una scuola privata, sempre suore, non le stesse, ma con lo stesso andazzo delle altre. Mani conserte, mani dietro la schiena. Occhi piegati e imploranti e per me esercizi di schiavitù. Grembiulini bianchi perfetti e fiocchi rosa. E ai maschietti fiocchi azzurri. Mi guardo il fiocco. Ma che c’entra? Perché due colori diversi? Comincio a scassare le palle. Voglio anche io il fiocco azzurro, mi fa meno bomboniera. Mi sembra meno imbecille. La suora mi guarda con il sopracciglio inarcato come fossi una puzzola nell’atto di odorare. “Tu mi prendi in giro!” Questo è da sempre uno dei primi problemi: la gente sembra fare fatica a credermi. Sei solo una bambina, pensano.
Mi manda da sorella Modesta che è la portinaia e anche quella che pulisce i cessi. A modo suo è una proletaria e si vede dalle mani, e a me è simpatica. E’ una sensazione del tutto naturale. Diffido ma non riesco a farmela diventare antipatica. Mi guarda burbera nascondendo un sorriso e mi sgancia un pizzicotto sulla guancia che mi resta il segno per due giorni. Questa è tortura bella e buona, chiamerò il telefono azzurro, azzurro come il fiocco che voglio portare, anche se quel numero non esiste ancora. In fin dei conti le grandi conquiste iniziano da piccole vittorie. Non so ancora se il suo gesto è un gesto di simpatia, tutto sommato credo di sì. Non lo fa con tutti, questo l’ho notato. Sceglie le sue “vittime” tra i figli del popolo, è come se fosse una preferenza. La pizzicata fa male , ma per lei è come se mi avesse fatto una carezza speciale. Certo che un calcio sullo stinco… Anch’io vorrei mostrarle la mia preferenza, ma desisto. La guardo incavolata nera e lei non mi bada e mi porta nella stanzetta della portineria. “Stai buona qui che io ho un sacco di cose da sbrigare!” Che noia fare i buoni e quella stanza della portineria che ha la puzza persistente di cavolo.
In quella portineria, che frequento ormai d’abitudine anche se involontaria, faccio le mie prime, altre, opere d’artista. A parte l’anima che disegno sempre meno brillante e sempre più macchiata delle colpe di noi poveri peccatori. Anima che so essere la metafora della  mia prigionia e che col tempo diventa sempre più opaca di tristezza. Continuo col disegnare le mie prime carte geografiche. Carte di un mondo che non c’è. Che nasce nella mia fantasia. Che mi invento. Il mondo lo devo ancora scoprire ma so già che lo scoprirò. E’ lì fuori che mi aspetta. Le coste sono le più frastagliate che si possano creare. La mia nave da “corsa” segue i contorni di terre inospitali. Sono Ulisse e qualche volta il Corsaro Nero, con tanto di banda nera nell’occhio guercio. Qualche volta non disdegno nemmeno la gamba di legno. Ulisse però è più fine, non bestemmia mai come il vecchio Corsaro, nemmeno come nonno Carlo. Quando io racconto le sue storie incanto tutte le sirene del mare e pure i pinguini. Però non ci voglio avere nulla a che fare con quella cozza di Penelope. Fare e disfare non è certo l’immagine dell’avventura. Non m’incontra per niente.
Quando sono Ulisse,  a casa non ci torno mai, vado avanti verso lo stretto di Gibilterra che poi se casco giù mica mi preoccupo. Almeno su questo io i dati ce li ho. La terra mica è piatta. S’è pur scornato Galileo, per anni, a convincere Papa e preti che sarebbe stato meglio lasciassero fare a lui che di comprendonio ne aveva certo di più. Ma tanto ancora mica gli credono. Ma come sempre chi non sa comanda. Nel frattempo le mie carte geografiche prendono sempre più forma. Prediligo più il mare che la terra; è naturale. Che poi si sa che la terra porta guai. Anche qui in Italia, al sud, i braccianti si fanno ammazzare proprio per un pezzo di quella terra. Ancora non capisco bene, ma deve essere importante. So che dovrò capire. Mi dovrò informare. E al governo c’è un altro nano che comanda. Che già con quello prima, con quel mezzo re, le cose mica erano andate bene. Lui se ne è scappato mentre gli altri ci lasciavano la ghirba. Sono proprio tutti uguali questi “grandi” condottieri. E fanno almeno due, di nani; avanti il prossimo. E’ proprio vero che i tempi non cambiano mai. I nani sono una genia resistente, forse troppo. Ma almeno questo qualcosa di politica la sa. Purtroppo. Purtroppo perché sa bene la sua parte, mica quella di tutti. E questo proprio non mi piace. Arte da nani; comunque.
E poi c’è quel canale, di Suez lo chiamano, e si parla di guerra atomica. Non ne avessimo altri di mali. Mica l’ho capito. Gli egiziani hanno un canale nel loro deserto e gli inglesi e i francesi lo vogliono loro, per non parlare poi di tutto quello che succede intorno. Per un pezzo di deserto. Per una distesa di sabbia che sembra un’enorme spiaggia senza mare. Ci dev’essere qualcosa sotto. Mi sa che i guai sono solo all’inizio. Che poi c’è anche l’affare dell’Ungheria. I carri armati che passano davanti alle vetrine dei negozi. Per quelle strade senza colore. Sarà per quello che le foto sono in bianco e nero. Il che rende tutto ancora più drammatico. Il dramma esposto in  televisione. La verità che ci raccontano è un’altra verità. Cominciano presto a prenderci per il naso. Meglio che taccia i commenti di mio padre. Penso che lui sia solo in grado di capire le cose del calcio o del pugilato. Dello sport sì ne parla con competenza. D’altra parte è lo sport che accomuna tutti gli italiani. Su quello ci passano delle ore. Su quello potrebbero fare la rivoluzione. Già penso che questo paese mi sta stretto. Non bazzico ancora la politica. Però sono curiosa, in qualche modo mi affascina. Poi a me piacciono tutte le cose che per assunto sono definite “sporche”. Comunque guardo il mondo dal mare perché sulla terra c’è tanto casino. Cerco di starmene alla larga, ma prima o poi dovrò farci i conti.
E i conti arrivano presto, proprio sotto terra succede la cosa peggiore: un sacco di minatori ci restano sotto a Marcinelle. E io faccio carte geografiche, piccola amanuense dell’avventura. E disegno più mare che terra ed è dal mare che giudico tutti quei piccoli uomini che vogliono diventare importanti e potenti. Tutta quella presunzione. Nessuna corsa al potere spirituale ma una precisa lotta per quello temporale. E per la bistecca. Anche quando hanno la pancia già piena. Egoismo e voracità. Chi più ha più vorrebbe. E i tuoni intronano e i fulmini cadono qua è là. Li maledico. Questo è il mio potere temporale. Il solo e l’unico che voglio avere.
A suon di carte geografiche ho disegnato il mondo intero. Anche di più. Non mi piace ancora il lavoro che ho fatto, troppe discordie e troppe guerre da tutte le parti. So che ci devo tornare. Poi lascio pure la sicurezza del mare. L’Andrea Doria, speronata, affonda. Disperati che arrancano in cerca d’aria. 46 morti annegati e ci è andata ancora bene. Allora torno alla terra e torno a pensare ai minatori di Marcinelle. La cosa mi tocca. Mi sembra di averli sempre davanti agli occhi. Quei poveri cristi. 262 morti di cui 136 italiani, e solo 13 minatori sopravvissuti. E’ un conto che non mi piace. E’ fatto di grida di agonia soffocate da polvere e da gas. Con gli occhi sbarrati e le bocche piene di terra e di sassi. E’ per loro che disegno gallerie infinite, alcove regali e mense comuni, infermerie e nursery sotto terra. Ecco finalmente i miei primi formicai. Regni di democrazia e collaborazione, di sicurezza e organizzazione. Non lascio niente al caso. Precisi e perfetti. Forse non sono politicamente corretti, ma almeno le gallerie non crollano. E non si muore.
Sorella Modesta ogni tanto passa dentro la mia prigione, in portineria, e guarda le mie opere. Scuote la testa e profetizza: “Tu diventerai qualcuno!” Bella forza, che dovrei diventare: nessuno? E poi io… beh! la verità è che sono già qualcuno. Intanto l’America mi parla; arrivano gli americani dispensatori di democrazia. E arrivano da lì un sacco di novità. Da di là del mare. A sentir loro, le mie suorette, le mie guardiane perfide, non sono tutte belle. Per esempio la musica e i balli. Già! perché intanto Elvis the Pelvis si sloga il bacino a suon di rock and roll. E le suore gridano, spaventate: “vade retro Sa(r)tana!” E’ la musica del corpo. Non si ascolta solo con le orecchie. Si sente con la pelle. E’ un urlo. Certo che anche a loro fa muovere le gambe, e pure il loro bacino antropomorfo. Lo so non può essere diverso. Deve essere questo a spaventarle. Quella sorta di grande voglia. Quel calore dentro. Per questo gridano alla possessione. Pensano che non posso capire. Loro mi considerano un po’ figlia del diavolo. Già s’impegnano tanto per la mia sottomissione, povere cocche.  Scoppio a ridere. In realtà la risata mi esplode dentro. Io lo so: Anche voi siete nate donne. E siete passate di lì.

Sentimentale (sacro e profano)

In Anima libera on 18 dicembre 2010 at 8:00

Foto BN con papà, mamma e i due figli
Premessa alla parte quinta
Non è facile tenere il mondo, sospeso, tra le proprie mani. Ciò che sconvolge di più un bambino è l’incapacità degli adulti di dare delle risposte. Pensa che loro sappiano tutto ed invece non è così. Per esempio io so molte più cose, ma nessuno mi chiede come la vedo. Per me il mondo è una gabbia di matti, tutti fanno il contrario di quello che si dovrebbe. A volte penso di mollare e lasciarli nella cacca. E poi mi dico, tu sei nata con una missione. Devi salvarli e devi salvarti. Non c’è scampo.

Volete l’avventura? Beh! con me non manca mai. La mia vita è fatta di spazi, di sfide, di lotte, di praterie e di cavalli. La mia vita è una vita che non ha certezze. E odio il nome che mi hanno dato. E so già che i miti nascono per morire.¹ Nemmeno io, d’altronde, sto bene nei miei panni; che vi credete? E questa non è nemmeno l’america. Che la mia amerika deve ancora venire. Qui ci sono solo topi grandi come gatti e gatti che li osservano guardinghi, senza sapere cosa dovrebbero fare. Colombi che cagano su tutto e tutti e cani che la lasciano in ogni angolo. Che di turisti non se ne vedono e sono certa che si schiferebbero perfino di pisciare contro i nostri muri. Ma c’è sempre il momento in cui le cose bisogna farle e non si può farne a meno. La sacra famiglia se ne va. E sembra andare alla deriva.
Volete del gran sesso? Mio fratello insiste per giocare assieme, al dottore. L’idea non mi piace. Poi ci ripenso. Da una parte o dall’altra devo pur cominciare. Ma lui vuole fare il chirurgo. E io, come in ogni sua fantasia, devo fare la vittima. Secondo lui dovrei rimanermene lì buona immobile a farmi operare. E’ già pronto, bisturi in mano per tagliare e poi cucire. Si conferma che è e resta sempre un cretino. Ma forse sono i maschi ad essere tutti un po’ diciamo… immaturi. Diciamo… tonti. Dovrò tenerlo a mente. Comunque come prima esperienza, devo dire, è stata deludente. Mica mi aspettavo che il sesso fosse così. Se lo fosse, sarebbe da strapparsi i capelli per la frustrazione. Insomma meglio cancellare tutto e ripartire da zero. Ma c’è tempo per tutto, in fondo non ho che quattro anni. Ho ancora tutta una vita davanti. E già ho dovuto scalare anch’io faticosamente le mie vette.² Ci fosse qualcuno ad aiutarmi. Ma i tempi non sono maturi. Ho amaro in bocca. Che palle!
Vorrei solo ripetere che io non scappo. Fosse per me resterei. Fatte le valigie ed è poca cosa, non c’è nessuno che debbano salutare. Stiamo per lasciare il quartiere che chiamano ghetto, dove io ho preso le mie prime misure al mondo. Dove ho mosso i primi passi in mezzo agli altri. E vinto le prime battaglie. E mi sono sbucciata per la prima volta le ginocchia. Le mie prime eroiche cicatrici. Loro invece già liberano un sospiro. Ma io lascio la teppaglia, ma anche il cuore malato di questa città. Cuore malato sì, ma sempre cuore. Certo sono nata bastarda, ma mica senza sentimenti. Io a quei ragazzini voglio bene. Li ricordo tutti per nome. Alfio, Franchino, Roi e Rasmino… Sono tutti belli, fieri e cattivi, a parte Alfio che è, come già detto, diverso. E’ così che stiamo per partire verso questa nuova destinazione. E io fatico a buttare giù una lacrima che mi brucia dentro al naso. Sì che palle! Non devono vedermi piangere. E’ duro da ammetterlo, per una come me.
Partire è lasciarsi indietro anche la tristezza delle file grigie degli orfanelli. Con loro non sono mai riuscita a giocare. Passano mesti per la strada e vengono rinchiusi nell’Istituto. Loro sì che sono soli. Quando passano una nebbia scura offusca il sole. Mi fanno pensare a tanti Peter Pan senza favola. A tante finestre e porte chiuse davanti ai loro occhi. Alla felicità che non possono avere. Prima di andarmene voglio fare qualcosa per loro. Voglio aprire quel cancello che resta sempre chiuso. Voglio una bomba per farlo saltare. E bomba su bomba arriverò a Roma, malgrado voi… Così prima di andarcene prendo i colori dall’astuccio di Ernesto e mi cimento nella mia prima prova d’artista. L’idea è quella di disegnare l’anima, inconsistente ed eterea, sospesa dietro alle sbarre. La sua luce è opaca, perché non è libera. Il messaggio è chiaro: l’anima è inconsistente, leggera, evanescente. Le sbarre sono larghe, ma non abbastanza. Fatela uscire e fatela brillare. Liberatevi. Una madre e un padre non sono necessari per esistere, o forse sì, ma è solo un fatto secondario. Lascio il disegno tra le inferiate del cancello, è il mio ultimo addio, il lasciapassare per la vita.
Ripeto: bando alle ciance, nessun rimpianto. Chiamarla in modo ironico King’s bay le da un’ aria misteriosa che non ha. Ti aspetti tutto, pensi ai gialli americani, ai noir e ai polizieschi, pensi all’oceano rabbioso. Ti aspetti di incontrare Sam Spade o Philip Marlowe con le mani affondate nelle tasche del suo trench. Niente di tutto questo. Una sorta di isola del degrado, dove la guerra non può mai finire. Ti senti sporco tu stesso, come quei muri che non fanno altro che squamarsi e singhiozzare polvere. Vige la legge del taglione. Solitamente l’altra legge non entra qui, si limita ad alzare le barricate ai confini, ad isolare quelli che stanno dentro. E quando deve entrare, allora passa rapida senza alzare gli occhi, sotto sguardi di odio. E’ come un esercito di invasione, e loro, gli abitanti lo sanno. Le donne gridano tutte le parole rabbiose che conoscono, e se la prendono anche con le loro antiche genitrici. Siamo prigionieri, figli di madri nate qui ignare della loro colpa. Il nostro destino è nella nostra pelle. Ma la mia di pelle è troppo bianca per confondersi con la loro. E la barca è già pronta sulla riva.
Quando saliamo per me il mondo è ancora solo la “Baia del Re” ovvero la Sacca San Girolamo,³ come la chiamavano i vecchi. I vecchi hanno sempre un altro nome per le cose. Finisce alla Fondamenta Colletti, ai piedi del Ponte Moro. Un ponticello che ci separa dalla civiltà. E qui il freddo è freddo veramente. Proprio come quello nelle Isole Svalbard al Polo nord. Ci andrò un giorno. Non so quando e chi me ne ha parlato. O forse è la fantasia che non mi manca. Il vento passa attraverso i vestiti. Non mi spaventa quello che c’è dopo. Guardo diritto davanti come ho sempre fatto, oltre il mio naso. Lascio certo quel po’ di me: qualche amico, ma alla fine poche cose. Dovrebbe esserci apprensione quando si parte. Ma c’è pure curiosità e voglia di scrollarsi la pena da addosso. Ho molte speranze.
C’è un ultimo gesto da fare: annego la mia bambola spelacchiata nel canale, la prima bambola che sarà anche l’ultima. E’ l’immagine di una stupida donna che sa solo piangere. La affogo senza rimpianti in quel mare tanto basso che posso vederci il fondo. Mentre affonda già la dimentico. Mi affascina la scia del remo che accarezza delicatamente la superficie dell’acqua come fosse una sposa. L’ho già detto che voglio diventare marinaio? Credo di sì. Molte sono le storie che s’imparano andando per mare. Le voglio conoscere tutte. E poi mi piacciono i riflessi sulle onde. Mi piace quell’odore che sale. Mi piace tutto dell’acqua. Debbo essere un po’ pesce. L’aveva detto mio padre quando sono nata. Ma non voglio essere quel pesce lì. Vorrei essere una sirena, ma non sono abbastanza bella per esserlo. E poi ho questi capelli, che sotto il mare si vedono troppo. Sembrano rivoli di sangue, riflessi di rame. Devo lasciarmi portare dall’acqua, devo fidarmi dell’istinto. Il mare mi salverà.
Sia chiaro una volta di più: non mi piacciono i rimpianti e nemmeno i sentimentalismi, le sdolcinature e i romanticismi. Sempre tempo perso. Ma a volte ci sono cose di cui non puoi fare a meno. Freni e ostacoli sul corso della vita. Voglio un mondo esente da ricatti. Però lasciare le teppe e gli orfanelli mi fa male dentro. Mi arrabbio per questo. Non ci si può far fregare così. Nella casa nuova abbiamo più spazio e più luce. E una stanza tutta per noi, per me ed Ernesto. E nessuno che passa per andare al bagno. Mio padre compera anche la televisione per guardarsi lo sport. Ogni occasione è buona perché vengano i suoi amici a vedersi qualcosa. Tra loro c’è un omone che mi fa ridere perché è rimasto bambino. Non è che ridere sia cosa che faccio spesso. Però mi scoccia avere quell’aria da incazzata. Poi ci ripenso: si chiama Gigio e questo è un bene, ma di cognome fa Vespa e questo proprio non glielo perdono.
La tv cambia la vita. Non la mia s’intende. Io conosco il mondo fuori, non ho bisogno di farmi lustrare gli occhi e giocarmi il cervello, lì seduta davanti. Ernesto sembra un cretino, se non fosse che lo è in ogni caso, a bocca aperta davanti agli spettacoli che di spettacolare non hanno niente. Scappa solo quando arrivano le ballerine in calzamaglia nera. Povero cocco, le donne gli fanno paura. L’avevo detto io che era tutto scemo, e che con le donne non ci sa proprio fare. Magari mi ripeto, ma si sa che i grandi mi fanno questo brutto effetto. La cosa difficile da gestire è che mia madre comincia a star male. Non posso fare a meno di vederla. Devo preoccuparmi per lei. Mio padre non capisce una cippa e mio fratello guarda lo schermo anche quando c’è solo nebbia e le trasmissioni sono finite. I maschi quando c’è da fare sono sempre indisposti. Le donne soffrono in silenzio. Porca puttana non sarà mica che sono nata donna pure io?
Esaurimento nervoso. C’è ben poco da pensare. Qui non si usano strizzacervelli per risolvere i problemi, qui bisogna trovare una soluzione pratica e subito. Allora faccio uscire dal cappello la signora Lina. E’ una vicina impicciona e sguaiata, ma piena di cuore. Con la sua facciona lentigginosa, il seno prosperoso e i suoi monili d’oro tintinnanti, riempie la nostra casa di voci e allegria. Ci porta piatti pieni della sua cucina abbondantemente condita e risana mia madre in un battibaleno. Le guarisce il corpo e l’anima. Anche questa volta me la sono scampata. Come potevo reggere una madre malata? Non si può nascere già orfani in questo mondo, e quelli che lo sono non riescono ad essere felici.
Io voglio essere felice senza per questo ammazzare nessuno dei miei. Almeno ci provo. E poi voglio essere la nipote di mio nonno che di nome fa Sante, ma lo chiamano Carlo. Lui non mi fa vergognare di essere nata in questa famiglia. Io, da questo nonno, mi faccio affascinare. Bella forza, è operaio in fonderia, e in aggiunta l’artista di famiglia; un matto socialista della prim’ora. Mi parla di Nenni e di Lenin come se fossero la stessa persona. Di Stalin no, quello è uno stronzo e io concordo con lui.
E’ un gran giocatore di carte. E scappa sempre all’osteria per giocare e bersi il vino in santa pace. Gli piace la compagnia e piace alla compagnia. Bestemmia e fuma come due turchi messi insieme. Mi accorgo subito che a volte lo provocano apposta. I compagni di partite lo imbrogliano e si fanno scoprire. Si divertono bonariamente alle sue spalle. Lui ride e bestemmia. Ha una gran fantasia e sa inventare le bestemmie più assurde e più improbabili. Le più colorite. Bestemmiatore in grande con il copyright. Le più forti mica si possono riferire. Posso dire che ieri ce l’aveva con un “Gesùbono discolo di padre incerto!” e con “quella santa donna che l’ha raccontata proprio bella a tutti i falegnami!” e ancora con “quel mato fritoin de Betlemme che el slonga el vin!”.4 Me ne sto in disparte a guardarlo senza farmi vedere. E senza farlo sapere a mamma. Lei che è tutta casa, chiesa e obbedienza. A volte lui mi suona il violino e lo fa tenendo lo stuzzicadenti in bocca, che non lascia nemmeno quando mi bacia. Devo starci attenta perché rischia di cavarmi gli occhi. Però certi uomini ci sanno fare con le donne. E non gli so dire di no. Anche se io… beh! non ho ancora deciso se sarò una donna.

Gianfranco Manfredi: Dagli Appennini alle bande [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/G. Manfredi – 01. Dagli Appennini alle bande.mp3”]


1] E’ l’anno in cui muore Jeans Dean.
2] Non si parla d’altro che della conquista del K2.
3] Viene denominata così dagli operai che lavorano alla costruzione del Ponte Littorio, oggi della Libertà, proprio perché c’era un freddo che li faceva pensare alle Isole Svalbard al Polo nord dove si trova una baia omonima.
4] Il “Fritoin” è una tipica figura veneziana che vende pesce fritto.

Dalla prateria all’oppio dei popoli

In Anima libera, La leggerezza della gioventù, Religione on 13 dicembre 2010 at 2:30

Immagine di un grazioso diavoletto rosa

Premessa alla parte quarta.
Tutto sommato è duro vivere in questo isolamento. La cosa difficile non è solo stare chiusa nel terrazzino, ma vedere la vita che scorre fuori, lontano dalle mie mani. Non che sulla strada ho speranza di trovare miei simili, ma certamente in casa mi sento come un pesce fuori dall’acqua. E poi quel problema del cesso. La casa è piccola e si divide con altri, ma il cesso sta nella nostra camera. Mai un po’ di privacy. Via vai di zii e pitali. Non che sia schizzinosa, però… anche per questo i miei pensano di scappare, fosse solo questo, hanno pure noi figli a dormire nella stessa stanza. Dormire… sognare… forse.

I grandi non capiscono una cippa delle esigenze di una scimmietta come me. Tenermi in casa non fa che stimolare la mia fantasia. Non abbiamo ancora la tv, è roba da americani capitalisti, anche se Ernesto pensa di diventare americano pure lui. Che scemenza pure questa. A me gli americani non piacciono, sono troppo presuntuosi, troppo pompati dalle vitamine. Se devo essere sincera preferisco i russi. Mi fanno pensare alla campagna, al lavoro della terra e poi i russi hanno fatto la rivoluzione. Hanno messo il popolo a governare. Beh… insomma… va beh, l’idea almeno era quella. Non ho giochi, quei pochi li nasconde Ernesto sotto il suo letto. A parte il fatto che a me di quei giochi non importa un fico secco, però considero offensivo quel suo modo di agire. Devo pure insegnargli a stare al mondo, altrimenti mi vergogno a portarlo in giro. Allora? Decido una spedizione punitiva nel suo nascondiglio. Che poi di fantasia ne ha poca. Che se ne fa dei giochi che tiene nascosti? Un bel niente. E poi si scorda che io sotto ai letti ci vivo. Pensa te se non li ho già adocchiati. Bene! al successivo esilio sul terrazzino, faccio beneficienza. Volano tra le sbarre verso le mani tese dei compagnucci di strada. Che gioia dà rubare agli avari per donare ai poveri! Mi sento una nuova Robin Hood del Meccano. D’altra parte lui non ha ancora imparato il mio linguaggio e io non ho ancora nessuna intenzione di parlare con lui. Così mi sospetta di aver rubato i suoi beni, ma non ha prove per accusarmi. Anch’io so fare l’angioletto se voglio e d’altra parte niente del bottino è stato ritrovato tra le mie povere cose. Così dopo tante lacrime e senza giocattoli, cerca di rovinare i miei giochi fantastici.
Io invento un cavallo. Un bel cavallo sauro. Quando me lo vede, muore subito d’invidia. Ne vuole uno pure lui, ma non sa come farlo, anzi vorrebbe il mio. Non lo avrà e il suo non gli riesce bene. La sua sedia non è veloce come la mia. Non sarebbe degna nemmeno di essere cavalcata. Ci prova sempre a superarmi quando scorazzo nella prateria. Tenta sempre di farmi degli infidi agguati, ma per quanto mi riempia di piombo che erutta interrottamente dalle sue pistole sputafuoco, non riesce ad ammazzarmi mai. “Fermati, ti ho colpita, sei morta!” Ma che cavolo sta a dire questo? Ma proprio non gli entra che io sono in un film diverso dal suo. Corro inebriata dalla velocità. Perché sia chiaro che anche le bambine speciali sanno essere molto felici. Io corro solo per il gusto di sentirmi il vento tra i capelli e per annusare l’odore dell’erba e della polvere. Faccio cosa unica con il mio animale, mi fiondo con lui fino a prenderne l’identità. Sono uno stallone selvaggio che sfida i lazos dei vaccari. Nessuno mi prenderà mai. Intanto la sedia della camera dei miei, che pure è molto resistente, dopo tante avventure, tante corse sulla prateria e fughe dai pellerossa che vogliono il mio scalpo e dai cowboys che pretendono di fare di me il loro destriero, decide di lasciami appiedata. Questa volta dovrò mettere fine alle sue sofferenze. E’ assurdo far soffrire così un povero animale. E’ una cosa che detesto. Ammazzare una bestia che sta già a pezzi? ‘Sta roba non l’ho mai capita, uno prende una storta e trova subito qualcuno che estrae la pistola e senza chiedergli nemmeno “come stai?” gli spara alla tempia. E’ questa l’umanità?
Io potrei amare i ragazzini del quartiere e anche gli altri, ma mi vogliono insegnare solo rancore. Io non ho fretta. So che prima o poi li salverò. Loro non lo sanno. E io non ho solo rabbia da dare. Quella in fondo mi serve a difendermi. Il mondo non è ancora pronto. Questo mondo che crede che una motocicletta sia la libertà. E’ solo l’inizio. E la libertà è il sogno. Non ho mai avuto bisogno di una moto per essere ribelle. Del mio cavallo sì, e di una prateria, e del mio saper immaginare. Di saper gridare a pieni polmoni. E poi non sono adatta ad essere stupida. Ad essere mielosa. Quando i ragazzini vogliono fare i grandi mi fanno pena. Da allora però debbo farmela a gambe, che poi, come gambe non sono così male a parte le botte e le croste sulle ginocchia. Corri oggi e corri domani hanno preso un’aria atletica da calciatore. Non che il calcio mi piaccia, ma preferisco di gran lunga stare in porta che giocare con le bimbette smorfiose del vicinato.
E’ ora di finirla con le gonne che a giocare sono anche scomode.  Mi metto in porta non perché sono una pippa, lui è una pippa, ci vado perché sono ancora troppo bassa. E poi anche perché, come detto, non mi prende proprio rincorrere una palla. Mi sembra stupido. Ma quando “la guardiana” non vede mi spingo alla riva che dà sulla laguna. Mi piace quella sensazione di spazio, quasi di immenso. So che farò il marinaio. Io sono nata per essere Ulisse, non Elena. Non ho ancora deciso se mi lascerò crescere la barba. E se mi farò tatuare un’ancora sul braccio. Mi piace quell’odore di salsedine che esala dall’acqua. O forse sceglierò di fare la sirena, e andarmene a incantare i naviganti. In fondo gli uomini non cercano che di farsi incantare. Fossi bella sarei già sirena. Negli occhi di mio padre vedo che sarà dura. Posso credergli? non è mai stato tenero con me. Forse dovrei cominciare a prendere delle decisioni, ma perché decidere una cosa quando le puoi fare tutte? Un giorno lo guarderò fisso negli occhi e cancellerò quella sua arroganza. Li vedi questi capelli? Non sei tu un padre. Non abbiamo bisogno di padri.
Mio padre si lagna con mia madre: “Tua figlia è un maschiaccio, dalle qualche sculaccione e rimettila a posto!” Ma perché devo essere figlia di mia madre quando, come succede spesso, faccio cilecca per loro, e mai per nessuna ragione figlia sua? E intanto mi segno ogni sua dimenticanza, ogni parola sbagliata, già pianto il muso se si rivolge bruscamente a mia madre che a sculacciarmi non ci pensa nemmeno. Lo sa che sono una bomba ad orologeria. Mi evita. Ormai ha accettato il suo destino che l’ha voluta madre di una figlia così. Già giuro vendetta. Poi il discorso del maschiaccio, non mi fa né caldo né freddo. Gli sculaccioni non mi preoccupano, se è il prezzo per essere nata libera, lo pago. E poi, come dicono loro, i grandi: il culo non ha denti. Una cosa sola non sopporto ed è quel decidere per me il posto che devo per forza occupare nel mondo. Non si rendono conto che io sto al centro del mondo e non accetterò mai di frequentarne solo i confini. Ah! avessi già potuto partire per i miei viaggi. Avessi potuto attraversare tutti i confini. Avrebbero avuto da correre per prendermi e per domarmi. Avrebbero avuto pane per i loro denti. Praticamente una pietra.
La mia crescita prevede che oltre a portare i pantaloni devo andare presto a scuola per cavarmela velocemente. Non ho tempo da perdere per imparare le cose. In pratica già so quasi tutto, non nei minimi particolari s’intende, ma un quasi tutto in embrione. M’annoio da morire a casa e trascino mia madre recalcitrante alla porta dell’asilo che essendo una scuola privata, mi accetta molto prima del tempo. E voglio ben vedere visto la retta che pagano. Basta che non mi bagni le mutandine. Cose da bambini! ormai è da un pezzo che domino i miei bisogni fisiologici che secondo me sono, mi si consenta il termine, una vera cagata. Purtroppo la scuola è gestita da suore e questo comincia ad essere un problema. Innanzi tutto io sono atea, non come dopo che sono diventata agnostica, ossia una a cui non gliene frega niente. In questo preciso momento invece ne faccio proprio una questione di principio. Questa storia di Dio, della Trinità, di Gesù (che mi è obiettivamente anche simpatico), della Madonna e dei Santi del Paradiso, mi sta prendendo male.
La questione appunto verte su che senso ha essere creati imperfetti da un Dio che è l’emblema della perfezione. Ma se è tanto perfetto che cavolo gli serviamo noi omuncoli deboli e senza virtù? Ha forse bisogno di un mondo di sudditi scemi per giustificare la sua bella esistenza? Inoltre si suppone che nessuno è perfetto se non porta dentro di sé anche il germe dell’imperfezione, pertanto… E poi: i premi e i castighi. Ma come si fa? Mi fai nascere deficiente e speri che mi comporti bene e mi castighi se non lo faccio. Mi fai figlio figo dei genitori del Mulino Bianco e mi premi perché dico “Buongiorno e buonasera.” e non mi scappa mai un “cazzo!”? Non scandalizzatevi, nella crescita è pure previsto il turpiloquio , e una parolaccia ogni tanto dà soddisfazione. Che poi invece Gesù mi pare un idealista. Lo fanno passare per il figlio di Dio, e per lui sono guai grossi, mica come succederà poi che fanno passare le minorenni per nipoti di Mubarak solo per togliercele da ‘sti guai.
Insomma questo povero cristo ne ha passate di cotte e di crude per una semplice diceria. Se fossimo stati contemporanei avremmo anche fatto amicizia, ne sono certa. Mi sa che pure lui sapeva già quale sarebbe stato il suo destino e tutto sommato non ne era proprio così contento. Certo che essere trattato come Superman doveva essere una figata. E poi tutto il contorno delle sue gesta. Mica male no? Mi sa che gli hanno messo su, dopo la crocefissione, un ottimo ufficio marketing, con un curatore d’immagine mica da poco. Un bel 10 e lode per l’inventiva. Mica ci si poteva immaginare che quella storia avrebbe fatto presa per più di 2000 anni.
Intanto andare dalle suore mi ha fatto desiderare di diventare prete. Sì, ammetto è un periodo mistico questo. Che poi non posso sperare di diventare Gesù, che la cosa mi pare complicata, e forse anche rischiosa, allora mi butto sullo scalino più basso della gerarchia ecclesiastica. Veramente ci sarebbe anche il chierichetto, ma mi pare figura di gran lunga secondaria e senza potere. Il prete invece mi pare tosto. Cambierò la Chiesa dalle sue radici. Insomma un prete operaio, marxista-leninista. Neanche il tempo di farci le labbra e già mi tocca rinunciare. Ci sono troppe cose che non mi piacciono nel fare la gavetta. Troppo tempo a spendere per realizzare l’idea. E poi si sa: la religione è l’oppio dei popoli, questo l’ha scritto su un manifesto un mio amico. L’ho incontrato dopo molti anni a Berlino. Mi sa che pure lui era un idealista.
Però certi argomenti non li digerisco proprio. Per esempio la favola di Adamo ed Eva. A parte il fatto che, al solito maschietto scemo di turno, dopo averlo messo al mondo, gli regalano un paradiso terrestre con il verme dentro. Ma poi povero cocco ci sta largo e allora Dio, che di sudditi ne ha pochini, anzi niente perché se si usura e stressa quello, perde la sua giustificazione di esistere. Allora, che ti pensa? Perché non gli diamo la solita bambolona cretina? Quella che nasce da una costola, si fa sollazzo del proprietario (della costola), procrea e partorisce con pianto e stridore di denti? Per l’appunto una scema che si lascia comperare con una mela, e pure bacata. Ma guarda te se mi devo digerire anche questa.
In effetti il mio rapporto con le suore è un disastro. Tentano di mettermi sotto con le punizioni. Giù nel sottoscala al buio. Che poi la cosa che mi da più fastidio è l’odore degli stracci mal lavati e umidi. Il buio, da sempre, mi fa compagnia. Al buio penso meglio. Che poi a scuola dalle suore ci sto fino alla fine delle elementari. E di cose su di loro ne avrei da raccontare in quantità industriale. Mica serve aspettare le soffiate di Wikileaks.  A me Assange mi fa una sega. No, per carità che non lo leghino anche per pedofilia embrionale, che ne avrà già tante da pensare. Comunque le suore sono le paria della Chiesa. La loro servile deferenza verso i potenti e in compenso la loro cattiveria di rivalsa verso i deboli e gli sfortunati, classe a cui appartengono in piena regola, sono una loro specialità. Povere cocche! Figlie e spose di Dio. Doppia fregatura.

Giorgio Gaber: Io se fossi Dio [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/IoSeFossiDio.mp3”%5D

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