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Pensa agli altri (di Fiorenza Borghese)

In amore, Viaggi on 26 gennaio 2015 at 9:04

beduina

PENSA AGLI ALTRI
Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri.
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.
Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti , pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio.

Mahmoud Darwish (trad. di Asma Gherib)

Il viaggio dell’anima
La valigia è quasi vuota, dentro ci sono ancora pezzetti del viaggio: pesciolini di vetro, presepi di legno, saponi di Nablus, ricordi di Al Kamandjati. Al ritorno non si è veramente tornati, molte cose si agitano dentro e mi tengono legata a paesaggi, colori, profumi di spezie, alle mura di Gerusalemme, ai bambini che sorridono. “…si sa come si parte ma non si conosce il cambiamento che si farà, e in qualche modo cambierete statene certi.”, aveva scritto Franca nella sua prima mail. In Palestina bisogna andarci accompagnati dalla voce appassionata di Luisa che arriva dovunque e che tutti conoscono, per raggiungere villaggi beduini e campi profughi ed ascoltare il racconto di chi resiste all’occupazione. E bisogna andare anche a Hebron, città-fantasma.

Brandelli di Hebron-Al-Khalil
Il groviglio di muri, divisioni, chiusure, check-point, gabbie, reti, blocchi che feriscono la Palestina si fa ancora più intricato a Hebron, H1-H2, dove gli insediamenti israeliani sono nel cuore della città, e coloni integralisti, protetti da soldati e loro stessi armati, tengono sotto scacco la popolazione palestinese con violenze ed angherie d’ogni sorta. Shuhada Street, la strada del commerci e del mercato, è chiusa da anni ai palestinesi, presidiata dall’esercito d’Israele, vi hanno accesso solo gli israeliani ed i turisti : ciò, paradossalmente, per la sicurezza dei coloni dopo l’eccidio alla moschea compiuto dal colono Goldstein nel ’94. I palestinesi sono perciò costretti a compiere tortuosi percorsi di chilometri per arrivare in posti altrimenti raggiungibili in pochi minuti a piedi.
Arriviamo a Hebron in una giornata livida che pare in sintonia con il luogo. Arranco con gli altri dietro a Mike, cercando di seguire il suo racconto sempre prezioso, su per un viottolo attraverso un campo di antichi olivi, in gran parte bruciati dai coloni: in cima ad un’ altura da cui si domina la città c’è la sede di Youth Against Settlements, un gruppo di attivisti impegnati a contrastare la costruzione e l’espansione di insediamenti israeliani attraverso la resistenza non violenta. Dietro di noi, a distanza di pochi metri, una casa requisita e presidiata da soldati israeliani.
Issa Amro, coordinatore di YAS, ci illustra le numerose attività del centro e racconta i soprusi, le violenze, gli arresti ingiustificati subìti, il lavoro fondamentale che YAS svolge per documentare l’ illegalità con foto e videocamere. Intanto vanno su e giù dalla minuscola cucina, donne, uomini e ragazzini con piatti e vassoi ricolmi: siamo oltre 50 e più tardi troveremo le tavole generosamente apparecchiate sul retro, fuori e dentro la casa, per un pranzo sotto gli occhi del soldato israeliano chiuso nella sua garitta .
Dalla sede di YAS per una discesa sgarrupata di sassi e terra arriviamo poi a Shuhada Street dove incrociamo subito dei coloni all’uscita della sinagoga dopo i riti del sabato (tra loro una donna con un sorriso raggelante proclama: “Israel is our land, all Israel is our land!”). Shuhada Street è deserta, le imposte verdi dei negozi sbarrate e scolorite, i portoni delle case sigillati. La percorriamo sotto la pioggia, Luisa in testa al piccolo corteo con il cartello Open Shuhada street. Ma Issa e gli altri attivisti non possono camminare con noi, passeranno attraverso i campi e il cimitero per ritrovarci al checkpoint d’ingresso al suq. Ci soffermiamo sotto l’abitazione di Zleikha che, rispondendo al richiamo di Luisa, compare sul balcone chiuso da una griglia di metallo che la protegge dai lanci di pietre dei coloni. Zleikha sorride, ci saluta; lei, palestinese, è da anni prigioniera in casa sua, non può mettere piede in Shuhada street, non può passare dal portone, deve attraversare passaggi aperti nelle case dei vicini per uscire sul retro. Come raccontare questo sistema diabolico di apartheid? Ci passano accanto saltellando due ragazzine bionde: ci guardano e sorridono di sfida o è il disagio di chi ha paura perché si è rinchiuso in un isolamento malato, in un luogo violato nella sua antica bellezza. Anche queste adolescenti aizzano i cani contro inermi palestinesi e lanciano spazzatura e liquami dalle finestre? Con senso di spaesamento e d’ inquietudine, mi trovo dentro un paesaggio surreale come quello dei sogni o dei rebus, dove le figure sono accostate in modo incongruo.
Emozioni contrastanti, ma anche tanta energia positiva che arriva dalla tenacia con cui in Palestina si resiste all’ingiustizia e all’illegalità dell’occupazione. Le persone che abbiamo avuto il privilegio di incontrare difendono palmo a palmo la loro terra, piantano olivi, portano avanti progetti di salvaguardia delle loro radici, delle tradizioni artigianali, di educazione e cura dei bambini, di emancipazione delle donne. L’uomo delle mandorle accovacciato accanto al fuoco resiste nella sua casa, l’inarrestabile Yasmeen scalerà anche il K2, i musicisti di Al Kamandjati sfidano i controlli suonando alla Porta di Damasco e ai check-point, il professore israeliano da dodici anni dedica lo shabbat alla protezione del villaggio di At-Twani E Rami e Bassam ci toccano il cuore perché in fratellanza cercano giustizia e non vendetta. In tutti loro è riposta la nostra speranza che l’ostinata formica di Daniela sul muro di Betlemme prima o poi ce la farà.

Ridere, vivere, lottare (di Maria Francesca Gulotta)

In amore, Viaggi on 23 gennaio 2015 at 7:54

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No, niente è normale in Palestina: nascere, crescere, studiare, ridere, amare, insomma vivere.
No, non è normale dovere affermare ogni giorno che tu ci sei, esisti, e hai voglia di ridere e di divertirti perché ogni cosa ti ricorda che no, tu non sei normale e che qui vivere è una battaglia quotidiana.
C’è il Muro e c’è l’esercito, ci sono i coloni, con la loro prepotenza, e ci sono i soldati coi mitra spianati a ricordartelo. C’è il filo spinato, la rete, la strada interrotta improvvisamente, c’è il ceckpoint dove si può essere rispediti indietro o dove si può morire soffocati dalla calca, come è successo proprio durante il nostro viaggio, o dove si può offrire un po’ di musica e qualcosa da mangiare e ricevere in cambio l’elmetto di un soldato che ti fracassa la testa.
No, non è normale vivere nella West Bank e non potere più entrare a Gerusalemme non appena compi 15 anni, perché diventi adulto e adulto, per gli occupanti, significa potenziale terrorista, nemico, pericolo. “E’ come se da voi in Italia – ci dice il direttore del Centro culturale Al-Quds di Gerusalemme- i vostri ragazzi non potessero più visitare Roma, la capitale del loro paese. Ecco perché cerchiamo di organizzare visite continue di gruppi di studenti prima che gli sia impedito di conoscere la loro capitale. Perché Gerusalemme è la nostra capitale”.
No, non è normale andare a scuola accompgnati dai cooperanti internazionali che ti difendono dagli assalti dei coloni che ti vogliono cacciare perché la terra la vogliono tutta, come afferma il loro libro sacro e non è normale sederti tra quei banchi un po’ sgangherati, ma che per te sono bellissimi, e sapere che c’è un ordine di demolizione e che una ruspa può ridurla in macerie in pochi minuti.
No, non è normale svegliarsi una mattina a Betlemme nella tua bella casa a tre piani e vedere i soldati che alzano il Muro, proprio lì davanti alla terrazza che guarda il grande uliveto e soffoca il negozio di souvenirs cristiani di tua madre “Mamma, ma ti rendi conto che ci stanno seppellendo vivi?”
E invece sì, è tutto normale perché qui è Palestina.

 

Il viaggio dell’anima

In amore, Le Giornate della Memoria, personale, Religione, Viaggi on 7 gennaio 2014 at 21:41

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Ci sono viaggi e viaggi. Io ne ho fatti molti, a volte erano partenze tanto attese e tanto desiderate, a volte solo obbligate. Ho toccato terre che mi hanno richiamato una seconda volta, a volte anche di più, ma sono certa che nella vita c’è un solo viaggio dell’anima e per me è quello in Palestina.
Ma perché la Palestina invece che un altro luogo? La mia risposta non è certa. Sì! lo so che ci sono mille ragioni, lo so che potrei scriverne per giorni e malgrado tutto non mi basterebbe ancora per spiegare tutto. Certo è che andare lì e desiderare di tornare e tornare ancora, oltre al semplice fatto che mi si perpetua il desiderio di esserci fisicamente, oltre che mentalmente, come mi succede da tempo, esiste anche il fatto che realizzo così l’illusione di difendere con la mia presenza quei luoghi così martoriati, anche se è chiaro che così non è e non può essere.
Ormai in Palestina ho amici a cui sono legata affettivamente, conosco i luoghi, mi sto impossessando dei nomi negati dei villaggi palestinesi. Spio gli allargamenti delle colonie, gli avamposti, che fra qualche mese si trasformeranno in case che si sviluppano come funghi velenosi e che fagocitano gli ulivi e le sorgenti d’acqua, con un’assurda voglia di possedere che nessuno mai potrebbe confondere con amore.
E si prendono la terra di altri, a causa di un dio vendicativo, che distribuisce “pani e pesci” senza nessuna giustizia cristiana, eppure il figlio si è fatto uomo, si chiamava Jesus ed era ovviamente un palestinese e sembra che fosse pure un “giusto”. Forse per questo ritengo che non approvasse la legge di quel padre crudele, forse per questo si è preso l’arbitrio di diventare, diversamente dal padre, un dio misericordioso che si è costruito un altro regno, quello dei cieli o quello degli uomini, ma di tipo più umano, di tipo più inclusivo.
Da parte mia, da grande agnostica, passata attraverso le forche caudine dell’ateismo, questi affari di fede e religione mi annoiano da morire. Ecco perchè, quando entro a Gerusalemme, dopo l’inutile gioco delle parti all’aereoporto di Tel Aviv, dove si mente sapendo di mentire, dove sospettosi ti chiedono se i tuoi soldi andranno a Israele oppure no, dove non possono accettare che tu abbia la libertà e la capacità di dire di no alle perpetue vittime di una shoah che non fa parte delle mie colpe, lì in quella città che mi ha conquistato fin dal primo momento, ecco proprio lì, io divento profondamente spirituale.
Sia chiaro che, non parlo di fede e di spiritualità spicciola, quella partecipazione parziale ad una religione o ad un’altra, io non credo e guardo curiosa i campanili di mille forme che si contendono lo spazio con i minareti, le chiese russe e quelle armene, le ortodosse e le copte, insomma un po’ come in un gran bazar, tutti che espongono la loro merce, tutti che chiamano a comperare alla loro bancarella, tutti che recitano la loro preghiera. Ma io percepisco la spiritualità in quei vicoli stretti e lerci della città vecchia, nella densità degli odori delle spezie e di urina. Guardo quella mescolanza di espressioni e di colori, di abiti e di maschere che rendono quella città unica e riconoscibile al tatto e all’olfatto, o forse è solo a me pare unica, pare amica, sembra casa.
Certo la mia Gerusalemme è la città araba, quella del souk, non quella delle piazze lastricate di ordine e dei vicoli fortezza, delle case che somigliano al deposito dei soldi di zio Paperone. Poche finestre diffidenti, molte grate, poca speranza, molta paura, ma di chi?
Questi sono figli cresciuti nella paura, cresciuti nel credo di un dio che li ha eletti per poi punirli, per non dargli una casa, per non farli mai mischiare agli altri, ignobili furbescamente chiamati “gentili”.
Non amo quel quartiere non sopporto le celebrazioni del potere e quelle bandiere che sventolano con tanta arroganza, mi dicono: io ci sono e tu non sei nessuno, mi avvisano di lasciare ogni speranza, perché non avrò la possibilità di esistere, vicino o intorno a loro, anche se non sono palestinese, io sto dalla parte sbagliata.
Ma il viaggio continua e l’anima si strizza dentro ad una corazza di difesa.

Un momento di pace…

In amore, Anomalie, Religione, Viaggi on 16 gennaio 2013 at 10:49

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Strano, eh! trovare un vero e rasserenante momento di pace in un luogo fuori del tempo, immerso in una religiosità che non è mia, in quella  fede religiosa di cui io sono malamente dotata?
E’ mattina presto, c’è il sole dorato di Gerusalemme, il ruolino di marcia è: andare a visitare “la spianata delle moschee“, ma bisogna far presto: c’è una coda lunga da superare e anche i controlli. A quelli ormai ci stiamo facendo l’abitudine.
Ritorno a dire che la giornate è bellissima e calda e la coda è lunga. Le entrate sono due una per il Muro del Pianto che si trova sotto e l’altra per “la spianata”. Un’entrata vuota e l’altra piena, una vede solo qualche pastrano nero e un solo sesso: maschio. Ma le donne possono andare a pregare al Muro del Pianto? Suppongo di sì, ma non ne vedo. Però ricordo che il primo giorno avevo colto con la macchina fotografica donne soldato, col mitra in mano, che passeggiavano ridendo sullo spiazzo antistante. Va beh! forse le donne oggi non hanno tempo per queste fesserie e perdite di tempo.
Intanto la coda si allunga e dal controllo tornano indietro alcune persone. Un prete italiano ci spiega che lì non si può entrare con simboli, testi e esibizioni di altre religioni. In effetti tornano alcune suore e altri che non hanno un’aria particolare, mah! chissà perchè non li hanno fatti entrare. Ma io entro, non porto il segno della mia agnosticità, ma sicuramente il marchio della mia curiosità. Diffido dei luoghi di culto, mi sembrano falsi e posticci, come alla Chiesa del Santo Sepolcro, dove le pie donne e i bambini ungono di olio profumato una pietra. Espressioni che trovo imbarazzanti, ma lecite. Luoghi che trovo troppo grondanti di simboli. E invece qui ci troviamo immersi in una luce fantasticamente d’oro puro, nel silenzio e nella vera pace di un luogo di pace.
Lo spazio è grandissimo architettonicamente diviso su due livelli, nel primo, il più basso, ci sono alberi sotto i quali sostare per pensare e pregare.
La vera spianata, quella più alta è enorme, in centro troneggia la moschea bellissima dalla cupola d’ora e dalle decorazioni azzurre, Al Aqsa, la rocca, che davvero regala agli occhi un senso di abbagliamento e all’animo una sensazione di serenità e sicurezza.
Io non sono sensibili alla spiritualità della religione, io sono agnostica e amo la natura e le cose belle e l’unica fede che porto e quella dell’uguaglianza degli uomini in questa terra, in cui viviamo questa vita terrena, ogni altra cosa che riguarda l’aldilà, non riguarda me… io sono per il qui, ora. Ma a camminare sulla spianata, lontano da tutto e tutti… beh! lì qualcosa c’era anche se non sapevo se c’entrasse la spiritualità religiosa oppure l’amore per il bello e il trascendente.
Ora capivo cosa fosse accaduto nell’animo dei palestinesi, quando Sharon con il suo fare sprezzante e provocatorio era entrato nella spianata con le armi (e 700 soldati), facendo sparare tra gli occhi alle persone e passeggiando con fare da padrone, dove la pace non c’era più.
Si levarono i sassi contro i mitra e i cannoni e si levarono i pugni contro i carriarmati e i bulldozer: la seconda intifada… una nuova Nakba.
In quella luce e nell’aria tersa e silenziosa dove neppure il vento ha voce, si alzano dai minareti intorno, le voci dei muezzin, non sono suoni fastidiosi, si sposano bene con l’umore della splendida mattinata. Resti lì sospesa a mezz’aria, con un sorriso beato sulle labbra, che posto fantastico, che momento indimenticabile…
Ma una musichetta tipo marcia militare sale da sotto le antiche mura. Non posso credere alle mie orecchie, c’è chi disturba quel momento di perfezione assoluta con una stupida canzoncina da soldatini di stagno. Forse capisco male, forse è solo una parola in quella lingua inventata che assomiglia a “fidelis” in latino, ma se fosse così? Se usassero una lingua più universale dell’inglese per dire che è la loro di fede che vincerà? Non so, non capisco, per me è solo invidia, per me è che si rendono conto che Gerusalemme è più araba e romana che israelitica, di Israele ci stanno solo i segni del potere: edifici imponenti in quello stile tardo fascista, in quelle bandiere da gioco del RisiKo che sventolano sopra le case palestinesi e sopra quelle fortezze inespugnabili senza bellezza nè leggerezza, ornate solo dal merletto dei campanili e dei minareti slanciati nel sole dell’oriente a certificare che malgrado le crociate sanguinarie, oggi lì la fede, convive senza bisogno di armi in pugno e di canzoni da parate.
Ora è tempo di partire… il viaggio continua verso i territori della zona A, dove i palestinesi costruiscono e gli israeliani demoliscono in un gioco assurdo delle parti.
Questo viaggio mi sta prendendo nell’anima.

Viaggio, con biglietto di sola andata…

In amore, Anomalie, Viaggi on 8 gennaio 2013 at 23:29

SONY DSCSono tornata, ma si fa così per dire.
Con la mente non ci sono, non sono tornata affatto e mi accorgo che nemmeno il tempo è passato, si è bloccato lì… senza contare che le mie emozioni si sono cristallizzate e dovrei metabolizzare. Inutile ogni tentativo, perché per metabolizzare bisogna fare almeno un tentativo di accettare o almeno tentare di comprendere. Comprendere nel senso si contenere e io non riesco più a farlo, mi sento un contenitore troppo pieno che è traboccato. Ogni movimento o pensiero e qualche cosa di più, di troppo.
Era semplicemente un viaggio di conoscenza, di persone che pensavano di conoscere quasi tutto e invece non era così. Io non conoscevo… non a sufficienza comunque.
Siamo arrivati di notte fonda e non abbiamo trovato nessuna difficoltà, nessuno avrebbe pensato fosse così facile. Vuoi vedere che forse mi hanno raccontato delle storie… non può essere così facile entrare senza sapere che invece poi era così complicato uscire… ma poi eravamo davvero usciti? Ma andiamo per gradi:
Jerusalem con le sue mura così rassicuranti. Vecchia città di storia e di convivenza, perchè non puoi essere di tutti o in particolare solo di te stessa? Nelle stradine lontano dal mercato ci sono i poliziotti e gli uomini del Municipio che cercano le case da demolire ovviamente in Jerusalem est dove non si può ottenere mai un’autorizzazione per costruire. Proprio oggi ne hanno demolita una e chissà se si sono fermati lì oppure hanno coinvolto anche i vicini, così potevano chiedere di essere ripagati per la loro buona volontà. Ma non vale per gli altri. Quelli, gli altri costruiscono un brutto muro grigio che separa una strada a metà, dividendo in due i palestinesi che abitano a sinistra da quelli che abitano a destra e che a Jerusalem non potranno più entrare. Erano gerosolimitani, ma adesso non più, la loro carta d’identita cambia colore, cambia la scuola che non si può più raggiungere, la sorella o la madre che vedevi attraversando la strada, adesso parevano distanti come in un altro mondo.
Ma Jerusalem rimane immutata e bellissima, con i suoi tanti campanili e minareti, con quelli che pregano sotto e che vorrebbero sterminare quelli che pregano sopra e quando i muezzin chiamano alla preghiera, quelli sotto invidiosi mandano a tutto volume le loro canzonette di guerra da soldatini di dio. Dio strettamente immobiliarista che promette casa a destra e a manca, anche quella casa che non è di suo diritto, ma non è il regno dei cieli la sola casa di dio?
Questa terra me l’ha promessa dio e io ci faccio quello che voglio… che dio sciocco ed imprevidente se gli alberi vengono tagliati sulle colline e al loro posto nascono bianchi condomini, testimoni della stupidità umana. Case nuove da riempire di gente senza scrupoli, pronta a ripetere quella storia infinita che tanto male aveva fatto e che tanto crudele continua ad essere pure oggi.
Muri, recinzioni e difese… pronte a chiudere dentro o chiudere fuori, nessuno sa chi è prigionieri di chi o forse sì, qualcuno diventa prigioniero di altri, qualcun altro si fa prigioniero di se stesso.
Eppure Jerusalem rimane lì immutata mentre la luna piena illumina le cupole delle moschee e le mura rimangono immote. E io guardo attonita l’anno nuovo che arriva, già pregno di cattivi presagi…

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