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Gli eroi son tutti giovani e belli

In amore, Antifascismo, Donne, Giovani, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 5 ottobre 2014 at 15:01

sessantotto68

Sono perplessa. Tanto per spiegare: sono una donna di mezza età, perplessa. Lo so che ne ho ragione, tanto più che ci sono moltissimi motivi che giustificano come mi sento. In realtà poi a nessuno frega niente di vedere una signora di mezza età perplessa. Sono certa che se fossi una giovane ragazza perplessa, un qualche interesse lo desterei. Ma così no, il mio sentire non vale niente, anzi meno di niente.

Io vengo da una generazione che ha cambiato il mondo. Poi se sia stato un cambiamento in bene o in male, ci sarebbe da parlarne a lungo, ma aver prodotto la “rivoluzione di idee e di costumi” avvenuta in quell’epoca, nessuno può dire che sia stato un cambiamento negativo.

La mia generazione è stata la prima che ha visto i giovani come artefici di un cambiamento, forse la prima volta che i giovani potevano diventare eroi, ma anche i destinatari di messaggi non proprio “subliminali” su bisogni ed acquisti. Noi abbiamo ribaltato le cose, ma siamo stati a nostra volta manovrati e utilizzati per un mercato che ha prodotto molti profitti.

Una presa di coscienza così diffusa, una capacità così immediata di reagire e di trovarci coesi davanti ai fatti del mondo non si ripeterà facilmente, forse non si ripeterà mai più. Non è che quelli erano tempi forieri di cambiamenti: il cambiamento non era insito negli accadimenti, certo, alcune cose, si dovevano cambiare per forza, non potevano più restare tali. L’integrazione dei neri d’America, i diritti civili, la battaglia contro il razzismo e l’apartheid, contro l’imperialismo, le ragioni di stato, le guerre: il Vietnam per esempio, le imposizioni dovute al conservatorismo, alle abitudini, alle ipocrisie, al potere in generale… ecco tutto questo noi lo abbiamo combattuto ma mai vinto definitivamente. Noi eravamo giovani e belli ed era facile fare gli eroi.

Non sapevamo certo che il capitalismo o il liberismo, come sistema economico e di potere, che la politica come sua espressione di governo e che l’ignoranza come sindrome di “analfabetismo di ritorno” avrebbero sempre vinto e ci relegavano nei “pamphlet” cartacei o televisivi dei “come eravamo”. Abbiamo trasformato il giornalismo, il cinema, la televisione, i libri, abbiamo dato priorità all’individuo come espressione di massa, abbiamo ridiscusso i rapporti economici tra classi sociali, abbiamo rivendicato i diritti dei lavoratori e degli studenti, e abbiamo portato la condizione della donna come questione primaria nella ridiscussione delle parti… eppure oggi la mia generazione vive un irrimediabile senso di fallimento. Perchè?

Siamo entrati già da un po’ nel terzo millennio. Eppure i diritti umani sono da ridiscutere, il razzismo e il nazionalismo funziona alla grande, i conflitti e le guerre sono ancora manovrati dal potere finanziario (altro nome per quello che allora era solo economico), le idee sono rientrate nei ranghi, la rivolta è quieta disillusione e i muri di divisione proliferano anche all’interno o ai confini di questo mondo globale.

Dove eravamo noi, quelli della mia generazioni, gli artefici del cambiamento, mentre tutto questo ricambiava di nuovo e ritornava sugli alvei di quella che era chiamata allora “decenza” sociale e politica? Una risposta? Noi eravamo impegnati, dopo tante lotte, a rendere compatibile la nostra indole ribelle, con la vita di tutti i giorni, con gli usi e costumi di un paese che comunque, pur se cambiato, manteneva i pregiudizi e le inettitudini di un sistema difficile da scardinare. La risposta, se c’è, assomiglia a: eravamo impegnati a vivere…

C’era chi entrava nel mondo del lavoro come insegnante, giornalista, dirigente, impiegato con velleità per il suo futuro. Chi entrava in banca e chi prendeva sottobraccio il potere, andando a patti. Era stata un’epoca difficile, complicata, senza protezioni e senza certezze. Abbiamo combattuto con il terrorismo di Stato, le bombe, gli attentati e i fascisti malattia endemica del mio paese e contro i “compagni che sbagliano”, quelli che sembravano aver scelto la lotta armata invece di una proposta politica attuabile e quelli che si sono persi in chiacchiere da intellettuali in salotti fumosi. Abbiamo perso le misure tra quello che era vero a quel che veniva costruito ad arte per imbalsamare le nostre menti, e ci sono riusciti, ci hanno imbalsamato.

E gli anni sono passati e sono successe tante cose, disastri tanti e qualche cosa bella, e ci sono stati morti, molti, da ambo le parti, e noi ci siamo girati dall’altra parte per non vedere, per poter crescere i nostri figli in una specie di serenità, per non dover ancora urlare la nostra rabbia, per poter rimanere ancora umani dentro. Ed oggi siamo dei vecchi imbecilli sbiaditi, e perplessi. Non pensavamo dovesse finire così. Non era possibile prevedere che da tanta rabbia e da tanta lotta non si fosse prodotto il cambiamento totale che volevamo. I nostri figli sono un’ombra di noi stessi, sono soli come noi non eravamo, hanno fallito ancora prima di domandare di essere ascoltati.

Oggi sono perplessa e triste, ma non c’è molto da fare, non ho futuro non solo per raggiunti limiti d’età, non ce l’hanno neppure i nuovi govani. Allora gli eroi erano tutti giovani e belli, oggi sono tutti perduti, sono tutti morti.

Sto coltivando un piccolo sogno personale, frutto delle filosofie orientali che imperversavano in quegli anni, e che io non ho seguito mai, perché non era e non è nel mio stile, eppure oggi so che se, dopo la mia morte, in qualche cosa mi trasformerò, sarà di certo una pietra. Passerò di mano in mano, fenderò l’aria greve di lacrimogeni, colpirò ancora una camionetta o un mezzo blindato, mi troverò ancora contro il potere, ancora una volta per una ultima rivincita. Magari non qui, magari in un’altra terra, dove la resistenza chiamerà ancora il popolo alla lotta. Ma ci sarò.

Allora sì che mi sentirò ancora utile, allora sì che sarò tornata viva.

E ho visto anche giovani felici, ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra

In Amici, amore, Giovani, Guerra, musica, personale, poesia, politica on 20 luglio 2013 at 10:28

Vorrei capire come si fa ad andare ad un concerto e finire a piangere come una scema per metà esibizione.
Vorrei capire cosa c’era in quelle parole che mi hanno colpito al cuore e affondato l’anima.
Vorrei sapere se quando non ci saremo più, noi di quella generazione, ci sarà ancora qualcuno che comprenderà la nostra poesia.
Vorrei comprendere se tutto è stato inutile oppure quella lotta un senso ce l’ha avuto.
Vorrei sapere se ci saranno ancora giovani felici, ubricarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Vorrei sapere se vedremo ancora, in una grande piazza, giovani corrersi dietro, fare l’amore e rotolarsi per terra.
E’ vero che siamo solo noi, gli ultimi giovani zingari, che non vogliono pagare la colpa di non avere colpe.
E che preferiamo morire piuttosto che abbassare la faccia di fronte al potere.
E’ vero che abbiamo fatto della politica il nostro personale e del personale la nostra politica confondendo i due fattori come fossero la stessa cosa.
E’ vero che siamo stati i soli, a cercare l’amore, nelle braccia sbagliate e non abbiamo mai avuto la possibilità di salvarci.
E’ vero che non vogliamo cambiare il nostro inverno in estate, che non sapevamo come fare e che non ne abbiamo mai avuto il coraggio.
E’ vero che i poeti ci fanno paura perché i poeti accarezzano troppo le gobbe, amano l’odore delle armi e odiano la fine della giornata.
E noi siamo nati poeti, ma abbiamo gridato troppo forte per essere ascoltati.
Perché i poeti aprono sempre la loro finestra anche se tutti dicono che è una finestra sbagliata.
E’ vero che noi non ci capiamo, che preferiamo stare da soli che parlare in due la stessa lingua.
E abbiamo paura del buio e anche della luce, spaventati guerrieri di una sogno senza pace.
E che abbiamo tanto, troppo da fare e che il tempo non ci basta e non facciamo mai niente.
E’ vero che la nostra aria diventa sempre più sbarazzina e ridicola e ci fa correre dietro, lungo le strade senza uscita.
Eppure io ho visto anche giovani felici, ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Eppure io ho visto anche giovani felici, in una piazza grande, a rincorrersi, fare l’amore e a rotolarsi per terra.

(Mi scuso con Claudio Lolli per aver saccheggiato, mutilato, cambiato il suo meraviglioso testo e per aver provato tanta emozione dalle sue parole.
Mi scuso, ma so che un poeta viene sempre saccheggiato, derubato e invaso. So che noi abbiamo paura dei poeti perchè ci fanno capire le cose da dentro all’anima e nel cuore e non solo nella testa.
Perchè i poeti sanno sempre dire tutto quello che noi non sapremmo dire mai).

115) La casa degli spiriti

In Un libro al giorno on 29 settembre 2010 at 8:00

Barrabás arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola Clara con la sua delicata calligrafia. Già allora aveva l’abitudine di scrivere le cose importanti e più tardi, quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza sospettare che, cinquant’anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per riscattare la memoria del passato, e per sopravvivere al mio stesso terrore.

Soluzione
Titolo: LA CASA DEGLI SPIRITI
Autrice: ISABEL ALLENDE

trama: Esteban Trueba si innamora della bella ed eterea Rosa del Valle: egli decide dunque di lavorare duramente allo scopo di accumulare la ricchezza necessaria per prenderla in sposa, ma la ragazza muore prematuramente. L’uomo si trasferisce nella sua tenuta di campagna, che riporta in auge dopo anni di decadenza. Lì, però, sente la mancanza dell’amore. Chiede la mano di Clara del Valle, la quale accettando la proposta rompe il silenzio di diversi anni di mutismo volontario. Con loro va a vivere Férula Trueba, sorella di Esteban, la quale instaura una solida amicizia con Clara. Dall’unione coniugale nascono tre figli: Blanca, Jamie e Nicolás. Blanca sfida l’autorità del padre innamorandosi del ribelle Pedro Terzo García. Jamie diventa medico. Nicolás se ne va in Nord America dove apre un luogo di ritiro spirituale orientaleggiante. Esteban Trueba, con la sua mentalità all’antica, è quindi deluso dal comportamento dei suoi figli. La sua delusione, però, si risolleva quando Blanca dà alla luce Alba, alla quale Esteban dedicherà molto affetto, specie dopo la morte di Clara. Anche Alba, da ragazza, si innamora di un ribelle: Miguel. Questi sono però gli anni del colpo di stato. A causa di questa relazione Alba viene arrestata e maltrattata, poiché i militari vogliono sapere dove si nasconda il suo amante. Esteban Trueba riesce a liberarla, grazie alla sua amicizia con Tránsito Soto. Blanca e Pedro Terzo García vengono spediti, seppur in tempi diversi, al sicuro in Canada. Alba, infine, scopre i vecchi quaderni dove sua nonna Clara annotava minuziosamente la sua vita. Esteban Trueba, sul punto di morte, verrà salutato dal fantasma di Clara. (da wikipedia)

62) La casa degli spiriti

In Un libro al giorno on 9 agosto 2010 at 8:00

Barrabás arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola Clara con la sua delicata calligrafia. Già allora aveva l’abitudine di scrivere le cose importanti e più tardi, quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza sospettare che, cinquant’anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per riscattare la memoria del passato, e per sopravvivere al mio stesso terrore.

Soluzione
Titolo: La casa degli spiriti (1982)
Autore: Isabel Allede

Trama: È la storia di due famiglie cilene del Novecento vista attraverso quattro generazioni: dalla bisnonna Nivea, alla nonna Clara, alla madre Blanca e alla figlia Alba che subirà sulla sua pelle la violenza del golpe militare. Il protagonista della storia e narratore interno del romanzo (in alcuni passi) è Esteban Trueba, erede di una nobile famiglia decaduta che dopo essere riuscito a scoprire una vena d’ oro in una miniera nel nord del Cile, restaura la sua tenuta di campagna “Le Tre Marie”, nella quale andrà a vivere e da cui trarrà ingenti risorse economiche che gli consentiranno in vecchiaia una brillante carriera come senatore del Partito Conservatore cileno. Nonostante le sue capacità organizzative, l’ambizione e i sentimenti profondi Esteban non è un personaggio amabile nè amato: ottuso reazionario e uomo iroso, prepotente, tremendamente lussurioso e in genere di cattivo carattere il Trueba perderà nel corso della vita tutti gli affetti. La sua prima fidanzata Rosa del Valle morirà per errore bevendo una dose eccessiva di grappa avvelenata destinata al padre della ragazza, Severo, per un complotto politico. Il Trueba rimarrà a lungo sconvolto e frustrato dall’ accaduto e per dieci anni lavorerà a “Le Tre Marie”, faticando come i suoi stessi mezzadri dimostrando una straordinaria forza di volontà e un amore per il lavoro lodevole; tuttavia il “padrone” adopererà spesso violenza sulle sue contadine nel disperato tentativo di supperire alla mancanza di Rosa. Dalla prima di queste violente relazioni nascerà Esteban Garcìa, il cui figlio svolgerà un ruolo tremendo nella vicenda. Quando sua madre sembra essere sul punto di morte, Esteban ritorna ala capitale salutandola per l’ultima volta con la promessa che si sarebbe sposato e che si sarebbe preso cura della sorella maggiore, Fetulà, che aveva a sua volta cresciuto Esteban quando questi era ancora un bambino e aveva accudito la madre quando quest’ ultima si ammalò di artrite. Esteban lascia sua madre col dolore di aver odiato quella povera donna sofferente, poichè essa consentì al marito di sperperare le sue ricchezze e aver perciò condannato il picolo Trueba ad un’infanzia ed una adolescenza di stenti e privazioni. Trueba chiede a Severo del Valle la mano di un’ altra sua figlia e l’ uomo le presenta la più giovane delle sorelle di Rosa, Clara, una ragazza dotata di poteri paranormali sin dall’ infanzia tra cui spiccano la telecinesi e la chiaroveggenza; Clara ha interotto recentemente un silenzio di nove anni per aver presagito il suo imminente matrimonio col fidanzato della sorella. Era stata Clara a prevedere la morte di Rosa due giorni prima che essa avvenisse e dalla notte in cui aveva visto l’ autopsia della sorella, eguita dal suo medico, Cuevas, nella cucina di casa sua, Clara, sconvolta, aveva deciso di non parlare più; a nulla sarebbero valsi i tentativi della Nana, la domestica dei del Valle, di spaventare Clara,ricorrendo anche a maschere mostruose, per guarire la ragazza dal silenzio in cui si era rinchiusa con l’ unico risultato di immunizzare la bambina dalla paura delle creature mostruose e di subire le urla di rabia di Clara e i rimproveri di Nivea la quale nel frattempo è diventata un’ esponente del movimento femminista. Durante la cerimonia di fidanzamento vine accoltellato Barrabàs il grosso molosso di Clara, cosa che viene interpretata come presaggio infausto. Clara stringe una profonda amicizia con Ferula offrendole di andare a vivere con lei ed Esteban. Presto tra i due fratelli nasce un acceso conflitto per aggiudicarsi l’ amore di Clara la quale sembra essere un elemento etereo, estraneo e assente alle inquietudini della casa. Clara incrementa i suoi poteri arrivando a parlare con gli spiriti dei morti e annotando tutta la sua vita su varie pagine di diarii. Clara si mostra insensibile allo sfarzo e ai regali del marito e si rivela non di grande compagnia nè una donna di casa, essendo tutte le faccende svolte da Ferula; ella dimostra però un’ anima angelica cosa che fa innamorare Esteban di lei. Clara riesce perfino a parlare con la figlia che tiene in grembo, Blanca. La nascita di Blanca avviene un pò di tempo dopo la morte dei coniugi del Valle (avvenuta a causa dell’ investimento dell’ auto dei del Valle con un treno). Blanca ancora piccolissima incontrerà a “Le Tre Marie” Pedro Terzo Garcìa, figlio del più importante mezzadro della tenuta, Pedro Secondo Garcìa. Clara sarà insegnante in una piccola scuola per i bambini della tenuta. Blanca consoliderà la sua amicizia profonda con Pedro Terzo, che durante l’ adolescenza dei due si trasformerà in amore. Pedro tuttavia viene cacciato da Esteban poiché ha difffuso alle “Tre Marie” idee comuniste. Grazie alle sue canzoni Pedro comincia ad ottenere anche una discreta fama tra i contadini di altre tenute. La relazione segreta tra Pedro e Blanca cntinua seppur tra difficoltà e sotterfuggi finchè il conte Juean de Satigny, nuovo conoscente di Trueba e interessato corteggiatore di Blanca non scopre una notte, seguendo la ragazza, con la quale ha stretto anche amicizia, il motivo del suo strano comportamento vedendola insieme a un frate barbuto (Pedro mascheratosi per partecipare ai funerali del nonno Pedro Garcìa Primo). In quella notte terribile Trueba da prova della sua incredibie ira picchiando ferocemente la figlia e dando uno schiaffo sorprendentemente violento alla moglie a causa delle sue contestazioni in favore di Blanca. Esteban farà di tutto per vendicarsi del contadino cheha sedotto la figlia del suo padrone ma i suoi sforzi saranno resi vani dalla popolazione che protegge il ragazzo, finchè un giorno uno strano ragazzino denuncia al padrone il luogo in cui si rifuggia Pedro Terzo per ottenere una ricompensa. Nella lotta che si scatena tra i due Pedro perde alcune dita della mano mentre Esteban si scopre incapace di uccidere quell’ uomo che gli ha porato via la figlia, la moglie, il suo migliore mezzadro e la sua stessa dignità. Frusrtato lascerà anche la piccola spia senza ricompensa.

Le vicende dei protagonisti delle varie generazioni si intrecciano con gli avvenimenti della storia moderna del Cile (il terremoto del 1960, l’elezione di Salvador Allende alla presidenza della Nazione del 1970, il colpo di stato di Augusto Pinochet del 1973, i funerali di Pablo Neruda). da Wikipedia

Differenze e virtù

In Anomalie, Giovani on 6 agosto 2010 at 14:08

E’ una brutta bestia l’età. Certo per me sono passati gli anni e molta acqua sotto i ponti. Anche se continuo a pensare che una donna è sempre una donna, come un uomo è sempre un uomo. Allo stesso modo in tutti i tempi. E il tempo non fa mai troppa differenza. Penso, anche, che i sentimenti, salvo qualche piccola modifica, rimangano sempre gli stessi. E invece, a volte, sembra di no. Appare sbagliato. I giovani di ieri non sono come i giovani di oggi. Non sappiamo essere ragazzi allo stesso modo, come non è possibile che loro sappiano come ci si sente ad essere vecchi.
Chiaramente i miei ricordi sono un inutile Amarcord. Neanche buono per fare un film. Anche se qualcuno ci ha provato e pure in modo egregio. Eppure mi accorgo che negli ultimi tempi, quando parlo con i ragazzi, non vedo più quelle occhiate di compatimento che c’erano una volta e che mi facevano sentire così sorpassata. Sembra quasi che si sia riempito un divario che non ci permetteva dialogo. Sarà perché è migliorata la mia capacità di comunicazione? O sarà, forse, che agli stessi ragazzi la mia vita, oggi più di ieri, sembra come una favola piena di colpi di scena. Solo questione di paragoni, temo, tra la mia vita e la loro che sembra scorrere in modo noioso e limitante. Oggi mi dicono: “Ma tu hai davvero conosciuto quel musicista?” “Hai visto quello spettacolo?” “Ma allora c’eri anche tu?. Ma certo in sessant’anni vuoi che non abbia avuto le mie buone occasioni? Cosa c’è di strano se mi do del tu con i “grossi nomi” della contestazione del ’68? Ovvio che ricordo ancora e canto le vecchie canzoni di protesta e politiche e mi fermo a chiacchierare con quelli che le hanno scritte e portate in giro per il paese. In tutto questo tempo ho conosciuto anche qualche “mito”, ma per loro certi nomi non dicono niente, o troppo poco, e non sanno darne il giusto valore.
Quelli erano miti solo per noi che vagolavamo tra la beat generation e la cultura hippie. Impegno e disimpegno nello stesso momento. Non che fossimo migliori, almeno se lo fossimo stati non era certo per questa ragione. Soprattutto tra noi se ne sono persi tanti di giovani. Ricordo qualcuno che partito per l’India alla fine se n’era “partito anche per la tangente”. Alcuni non tornarono più o tornarono tanto cambiati che non si riuscivano più a riconoscere. Certo che la droga l’abbiamo “sdoganata” ben bene noi, su questo non c’è dubbio, e non è stata una buona mossa. Non sono mai stata antiproibizionista, anche se metterei dei distinguo e se vedrei di buon occhio una politica seria non verso i semplici galoppini, ma verso i grandi corrieri e le “organizzazioni”. Certo che il veto sulle nostre menti giovani aveva un fascino arcano. Eravamo attratti come mosche sul miele. E il dolce ben presto si è trasformato in merda. Ma le mosche anche per quella provano attrazione no? Personalmente, non ne ho mai fatto uso, neanche provato mai uno spinello. Ma quella era una mia battaglia personale che forse nascondeva anche il timore di non sapermi fermare. Se in questo poi vogliamo vederci una virtù…beh, fate voi, io non ci giurerei.
Come dicevo si vagolava qua e là. Ma il destino ci preparava anche un ineluttabile appuntamento, a cui non sapemmo resistere. Arrivò il ’68, e troppo presto quelli che vennero poi chiamati gli anni di piombo. Certo che la mia generazione si è nutrita di rabbia e voglia di combattere, ma era una necessità quasi fisica per quegli anni. Che bisognasse cambiare il mondo non l’abbiamo pensato solo noi, ma almeno i giovani di allora sono stati i primi e forse i soli ad averci provato. Poi, ovviamente, a differenza della matematica, se abbiamo vinto o perso è solo questione di opinione. Lo so bene che sono i nostri compagni, quelli delle manifestazioni, delle serrate e dei circoli culturali che alla fine sono passati al nemico. Non hanno affossato il “Sistema”, anzi ci si sono seduti comodamente sopra e si sono fatti portare a zonzo. Qualcuno disse, a giustificazione, che aveva esaurito la sua funzione storica e politica… bella scusa, non bastava per diventare i nuovi agguerriti colletti bianchi o i nuovi intellettuali di riferimento. Qualsiasi cosa pur di raggiungere il successo e i soldi facili. Tutte cose disprezzate e combattute. Il sistema ci aveva vinto, quello lo avevamo capito presto.
Penso che sia proprio per questo che i nostri figli ci guardano, e qualche volta con commiserazione. Anche se poi tutto sommato ci invidiano, perché noi c’eravamo e loro no, noi abbiamo agito e loro invece sono legati dalle solite pastoie. Che poi in effetti hanno ragione. Se è pur vero che abbiamo contribuito a sancire l’importanza dei diritti umani in un sistema inumano è altrettanto vero che dopo esserci trasformati in tigri di carta abbiamo occupato i posti chiave, quelli del potere, e ci siamo attrezzati per salvaguardare il tanto disprezzato “sistema capitalistico”. Cosa che ci è riuscita particolarmente bene, visto che abbiamo “frequentato” la scuola della “politica” più di qualsiasi altra generazione. Così abbiamo potuto confrontarci con quella che venne chiamata la generazione x. Che loro fossero apatici, cinici e senza valori, l’abbiamo fatto notare noi. Certo erano diversi. Certo non erano rabbiosi e tirati come corde di violino. D’altra parte sembravano nati con delle conoscenze che noi non avevamo. Ricettivi a quel mondo globale che noi guardiamo con sospetto e, ritengo, a tutta ragione.
Ma per restare in ambiti più ristretti e se vogliamo sbilanciati nel personale, l’età diventa una brutta bestia quando si pensa al “come eravamo”. Innanzi tutto giovani. Che brutti o belli, ad esser giovani ci si guadagna sempre. Poi magari se hai la fortuna di avere avuto un po’ di “sano karisma fighiano”, allora… tutto è veramente più facile. Passammo attraverso la notevole prova dell’amore libero che, usualmente, si accettava per sé, ma non si concedeva facilmente agli altri. Il che vuol dire che tutti desideravamo quella libertà, ma non amavamo incontrarla nei nostri simili. In fin dei conti la nostra mentalità risentiva alla grande dell’influsso limitante della Chiesa cattolica. Se dovessimo considerare la morigeratezza come virtù, direi che a quel tempo eravamo quasi tutti molto più virtuosi di quello che sembrava. La nostra era più una libertà a parole che di comportamento. Costumi sessuali che cambiavano, certo, ma più lentamente di quello che appariva. Tanto per dire i miei genitori non mi permettevano di mettere il naso fuori della porta, soprattutto di sera. Di notte poi non se ne parlava proprio. Si sa che il peccato è pratica notturna e loro lo sapevano bene.
La famosa “prima volta” era davvero una pericolosa acrobazia, e le volte successive forse anche peggio. Ci voleva davvero buon senso, e noi non sempre l’avevamo. A quel tempo finire nei guai voleva dire non sapere come uscirne. Oggi è diverso. I nostri ragazzi, vivono un sesso maneggevole e comodo. Le camerette dell’infanzia si trasformano precocemente in piccole alcove: “bussare per comunicare, ma praticamente meglio non entrare”. Molto spesso sono le mamme che preparano la colazione per l’ospite. Meglio dell’hotel a cinque stelle. E pensare che i miei mi promettevano più libertà il giorno in cui mi fossi trovata un fidanzato. Restava oscura la questione di come me lo sarei procurata se non potevo uscire mai.
Poi, invece, ho fatto lo stesso. Mica ti chiudono a chiave per sempre. Magari un giorno ti mandano a prendere il latte. e lì ti combini. Era così che incontravi quel ragazzo carino che, senza essere un vero capellone, almeno sfoggiava un ciuffo abbastanza ribelle da essere inviso agli adulti, ma adorato da te. Oggi, invece, io mi innamoro delle ragazze di mio figlio, e poi soffro quando lui le lascia, o viene lasciato lui, perché so che non le rivedrò più, almeno non più in modo continuativo. Bella differenza dalle “suocere” della mia generazione. Erano dipinte come delle vere arpie e qualche volta lo erano veramente. Ma non facciamoci portare dai discorsi. Stavamo chiedendoci se i giovani di una volta furono molto diversi da quelli di oggi.
Michele mi accusa benevolmente che so parlare ai giovani ma non sono capace di parlare di loro, che equivale a dire che io non mi sento una di loro o almeno non mi sento ancora così giovane da capirli totalmente. Se mi sentissi giovane forse riuscirei a descriverli meglio, più da vicino. Ma io sono stata giovane allora ed oggi non lo sono più. Quelli non erano certo i tempi del precariato ad oltranza, della difficoltà di trovare un posto di lavoro e dell’impossibilità di vivere la propria indipendenza. Loro si adattano, bene o male a fare i “bamboccioni”. Quelli erano i tempi che il lavoro non mancava, magari malpagato, ma c’era e non ti dovevi sbattere per trovarlo. Ti sentivi sicura della tua voglia di fare. Quella faceva la differenza. Insomma allora sembravamo ragazzi pieni di qualità, tutti presi dalla voglia di cambiare le cose, a fare del mondo il nostro mondo. E ci abbiamo tentato. Poi ci siamo seduti dalla parte del torto e da quelle sedie nessuno ci schioda più. Eppure lasceremo il mondo anche a loro, se non altro per raggiunti limiti di età. Spazio ai giovani che oggi sono anche troppo buoni e pazienti e su questo non sono come noi. Però è vero, a pensarci bene, noi non ci saremmo adattati facilmente a farci mantenere dai nostri genitori, che proletari o capitalisti non avrebbero mai potuto minare il nostro orgoglio di essere magari affamati ma autonomi. Ma poi a pensarci ancora meglio, anche allora, molti erano chiamati “figli di papà” il che a tutti gli effetti equivarrebbe ai “bamboccioni” d’oggi, con un lato negativo in più, che per quel tempo era un comportamento obbrobrioso.
Forse ha ragione Michele, non esistono differenze e tanto meno si possono trovare, da una parte o dall’altra, maggiori virtù essere giovani è stato sempre difficile e la fortuna è stata che in alcuni momenti avere dei sogni e cercare di realizzarli, ha fatto la differenza.

Quelle cose che so di lui

In amore, Giovani, uomini on 7 giugno 2010 at 13:03

Giulia è proprio incavolata con quella che chiama “mia madre” senza usare nessuna concessione. Matteo lo sa per esperienza che Giulia è sempre troppo radicale nei suoi malumori e che sua madre gliene procura parecchi. “Beh, però tuo padre è uno che mi sta un sacco simpatico, magari non mi farei adottare, ma a giocare a poker con lui è uno spasso…” Giulia non è gelosa del suo vecchio, non lo è nemmeno di suo fratello Lor che è come di prassi (almeno lui) l’occhio dritto di sua madre. Per fortuna suo padre lo chiama molto familiarmente papà. Effettivamente è anche lui simpatico a tutti gli amici e le amiche di Giulia. Ma lei sa bene Perché. Malgrado sia sempre stato angariato da sua madre (quella rompipalle), lui non si fa mai togliere il sorriso da nessuno. Sarà che ha sempre quell’aria indifesa e gioviale fino a confondersi con le persone comuni, ma lei sa che è un uomo attento e apprensivo. Si ricorda da sempre di averlo trovato alzato a qualsiasi ora tornasse a casa di notte. Lui dice di soffrire d’insonnia, sta seduto nello studio con la luce del tavolino accesa e un libro aperto davanti. Lei entra e passa davanti a quella porta: “Papà che fai ancora sveglio?” “Perché? E’ tardi?” sembra cadere dalle nuvole, ma lei giura di averlo visto poco prima alla finestra , mentre buttava un occhio alla strada e uno all’orologio. “Come hai passato la serata “topolina”?” E’ l’unico al mondo a dire cose sdolcinate senza essere ridicolo.
Giulia non avrebbe permesso a nessun altro di chiamarla così. Di lui le vengono in mente tutte le volte che lo aveva chiamato in aiuto suo e di qualche suo amico, smetteva sempre di fare il suo lavoro per ascoltarla e farsi disponibile. Ecco Perché non le è facile capire che ci facesse assieme a sua madre. Quello era un lato oscuro della sua personalità. Certo che non aiuta aver avuto una famiglia pazzescamente disgregata. Lei, suo nonno non l’aveva mai conosciuto, ma aveva come l’impressione che anche suo padre non ne sapesse un gran che. Nonna invece era ed è un cingolato d’assalto, ma solo per le cose sue, per quello che desidera fare, soprattutto può passare sopra la testa di suo figlio. Spesso papà parla degli anni della sua infanzia passati in campagna dentro ad una “comune” praticamente di sole donne e per giunta schifosamente femministe, donne che si trovavano facilmente in quegli anni. Era stato educato approssimativamente e in modo prevenuto. Poche concessioni all’amore familiare e molte alla libertà e all’autonomia, quando queste ultime non erano priorità.
Giulia pensa che il rapporto di sottomissione che ha con la moglie, ossia sua madre, dipenda o sia conseguenza di quel periodo confuso. Tutti abbiamo bisogno di amore incondizionato, suo papà più di tutti, ma soprattutto aveva bisogno di affetti sicuri e immutabili, di certezze. Giulia ricorda quando lui la metteva a letto e si inventava fantastiche storie solo per lei. Le aveva insegnato il suo credo morale e quello politico, parlando di “principi (poco azzurri)” che venivano spodestati dai contadini, che erano i proletari desiderosi di coltivare le loro terre e di non dover essere schiavi di un “padrone vanesio ed autoritario”. A pensarci bene le viene da ridere per la sua semplice ed evidente dabbenaggine. E’ stato bellissimo crescere con lui.
Quando mio papà si mescola ai miei amici non si riesce a capire chi sia il più giovane. Le sue rughe si stendono ed il sorriso prende vita. Tira fuori i suoi dischi che sono mitici e nella maggior parte introvabili. Si lascia saccheggiare la libreria e sembra godere che anche oggi i giovani siano così… così “attenti e preparati”. Mia madre allora si incazza. Ovviamente per lei così conformista quegli assalti a casa mia sono quelli di orde fameliche. Lei non si piega, lei giudica e detta legge. Certo che contro il nostro “muro”, comprendendo anche l’alleanza di mio fratello Lor, la sua denigrazione non può niente e finisce con il chiudersi sussiegosamente in camera sua o con l’uscire per andare a “trovare i suoi genitori” che, in quanto ad essere prevedibili e noiosi, non sono secondi a nessuno.
Quando mia madre esce, papà si mette ai fornelli e avvia le spaghettate epiche che resteranno nella memoria di una generazione (la mia), stappa il vino rosso che è di per sé “proletario” e alla fine della serata non disdegna qualche passaggio di “spino”. Parla di tutto con modestia e preparazione ed è una fonte inestinguibile di fatti e di aneddoti che ai miei amici piacciono un sacco. Ha conosciuto un sacco di personaggi che non ci si immagina. Ha fatto manifestazioni e avventure che sono passate alla storia. Ma non è mai palloso come chi vuole intromettersi in discorsi che non lo riguardano. Questo rende la sua presenza entusiasticamente accettata se non necessaria.
Se non avessi mio papà in quella casa non ci tornerei mai. Ottima è la scusa dell’Università, ma troverei qualche altra scusa, fossi matta a mettermi tra i piedi di mia madre, mi spulcerebbe tra le amicizie, tra i vestiti, tra i miei amori. Cazzo gliene frega a lei. Eppure si sente sempre in diritto di dire la sua e di voler intervenire nella mia vita.
Matteo guarda Giulia e sorride. “C’è nessuno in casa?…” dandole un buffetto in testa. “Non dirai mica che ora sono io il distratto?” “Sai Mat stavo pensando a mio papà, a quanto è bello trovarlo ad attendermi quando torno, ad essere sempre certa della sua presenza e della sua disponibilità. A volte penso che non riuscirò mai a trovare un ragazzo che mi possa dare la stessa tranquillità…” “Difatti non lo devi trovare. Ne hai già uno di padre e non ti basta?” “Sì hai ragione. L’amore filiale e l’amore paterno è diverso dall’amore verso il “principe azzurro, vanesio e comunque prevaricatore”.” Giulia ride di un ricordo lontano e Matteo non può che non capire cosa intendesse la sua ironia.
La sua più cara amica è fatta così e non la cambierebbe per tutto l’oro del mondo.

Quelle cose che so di lei

In Amici, Donne, Giovani, Ironia, La leggerezza della gioventù on 4 giugno 2010 at 13:35

Con Giulia non c’è mai fine alle discussioni. Oggi è incazzata nera: “La smettesse di rompermi le palle… ” Ce l’ha con sua madre che per gli esami non la lascia respirare.  “Ma ti sembra normale che si intrometta nella mia vita come se fossi una bambina dell’asilo? Non capisco mio padre come fa a resistere…” Era sempre la solita storia, Delia sua madre non può fare a meno di rompere, però è anche vero che Giulia è iscritta all’università in un’altra città e a sua madre potrebbe raccontare quello che vuole e glielo dico. “Smettila Matteo, non la giustificare, lo fai proprio tu che hai la madre che ti ritrovi.” “Beh poverina, non vedo perchè la devi proprio criticare, in fin dei conti e l’unica madre che ho!” Sapevo che scherzando l’avrei portata lontana dalle sue paturnie. “Ma di che cavolo stai parlando? Se potessi mi farei addottare da tua madre, altro che critiche! Tu non sai la fortuna che hai con una madre come la tua. Guarda secondo me neanche te la meriti!” Intanto stava già sorridendo. So che Giulia ha per mia madre una vera venerazione e a volte mi chiedo perché. Non che io non pensi che sia una brava madre, anzi, ma io a lei ci sono abituato e non mi accorgo quasi delle differenze. Deve avere delle qualità se tutti i miei amici le danno così facilmente del “tu” e le raccontano della loro vita neanche fosse una coetanea. Pensandoci bene è la più vecchia di tutti gli altri genitori eppure… Deve essere che lei il ’68 l’ha fatto davvero e a quelle cose lì ci ha anche creduto. Guai a dirle ex sessantottina, va subito su di giri, lei non è mai ex di niente, tanto meno del ’68. Fosse servito a cambiare il mondo. Lei si scusa sempre di non avermi consegnato un mondo migliore. Fosse colpa sua. Comunque io sono stato fortunato, lei non si lagna mai, non è mai stanca, non si fa commiserare, lavora come un mulo e oltre tutto cucina che è una meraviglia. Da chiederlo a quegli “scrocconi” dei miei amici! Le porte di casa sono sempre aperte, il frigorifero sempre pieno, i posti letto si moltiplicano, per forza che poi tutti si innamorano di lei. La cosa peggiore è che pure le mie ragazze le fanno il filo. Bella forza se è lei la prima a fare combutta. Al secondo pasto, a casa mia, tira fuori sempre gli episodi più ridicoli della mia infanzia… è un classico, tutti si divertono al di fuori di me. Però non scherza pesante, lei ridicolizza tutto, soprattutto sè stessa ed è per quello che le si perdona facile. Su lei comunque puoi sempre contare, sa fare le cose impossibili, su questo è geniale, ma sulle cose di tutti i giorni è una vera frana, non sta per niente alle regole, lascia andare.
Su molte cose le assomiglio o forse ho solo imparato da lei. Anch’io come lei riesco a leggere tre o quattro libri contemporaneamente, poi li abbandoniamo in giro e ce li rubiamo a vicenda. Se non la conosci bene pensi che sia una mamma come le altre, ma diffida perchè lei ti frega. Sa un casino di cose e sebbene non abbia potuto studiare più di tanto a volte ci batte tutti nei giochi di cultura generale, ma anche sull’informazione. Non sa niente di “gossip” e guarda poca televisione ma sta molto su internet e scrive anche su dei blog. Non parliamo poi di cinema che è la nostra passione. Lei è specializzata nei film fino a metà degli anni ’90 io per il resto. Pochi secondi e zac ti dice il titolo, gli attori, il regista, se è tratto da un libro e magari anche il numero di scarpe del cineoperatore. Per fortuna io la batto sul cinema attuale, ma a lei non dà fastidio, anzi mi sta ad ascoltare tutta ammirata e orgogliosa. Tra parentesi va a vedere il film che le consiglio..
Non interviene mai nella mia vita, ma è sempre molto attenta, una cosa tipo il “Falchetto Joe”. Insomma non mi scassa le palle, ma sembra sempre sapere tutto di me, chissà chi spiffera della mia cerchia di amici?!? Dice sempre che, se faccio qualcosa di sbagliato anche se sposato e con figli, se mi deve mollare un “memini” (così lei chiama gli schiaffoni, credo spolverando il suo latino antico, dove “memini” sta per “da ricordare”) lo fa senza esitare. Per lei tutto è uno strumento per insegnare e per imparare. E’ una maestrina nell’anima.
Con lei puoi parlare di tutto, non spara mai giudizi affrettati, ti ascolta e vuole capire, molto spesso dà consigli azzeccati e di buon senso, ma del tutto imprevedibili. Insomma non è una mamma classica, no, anzi potrebbe essere catalogata tra le “pazze scatenate” e forse per questo che i miei amici la rispettano e la considerano.
L’unica cosa che la fa uscire dai gangheri sono gli “spinelli” perchè lei figlia dei fiori e fautrice dell’amore libero non se n’è mai fatto uno. Qualche volta scherzando glielo chiediamo “Ma come? mai uno spinello? Ma che sei un’aliena? Lei imbarazzata borbotta: “No, è che gli spinelli rovinano gli stivali nuovi!” Ridacchia senza spiegare perchè, ma credo che dietro quest’affermazione ci sia una storia che varrebbe la pena ascoltare.
Giulia intanto mi ha schioccato le dita davanti al naso: “Ahò Matteo, dove sei finito con la testa. Anche se con te, parlare di testa, mi sembra azzardato! Insomma, mi ascolti? Ma lo sai che ha fatto ieri?” “Chi?” “Ma mia mamma… uffa… con te non c’è gusto, non puoi capire queste cose, che ne sai tu, finisce davvero che vado da tua mamma e chiedo asilo politico”.

All’ombra del Big Ben

In amore, Cultura, Giovani, personale, Viaggi on 16 marzo 2010 at 18:48

Certo che quei due ne fanno di cose quest’anno. Inutile dire che, a mio modesto avviso, era giunto il loro momento e sarebbe stato stupido non farle. La vita riserva sorprese, ma anche consente priorità diverse in momenti diversi. Michele ne ha già parlato con entusiasmo. Ora tocca a me raccontare questa storia che non sarebbe diversa, ma solo vista da altri occhi, quelli di Rossana. E’ già stato detto che la partenza prometteva male: bufera di neve. All’aeroporto arrivano sconvolti, ma per fortuna si parte. Londra è sempre Londra si sa, ma a periodi è qualcosa di meno e altre volte è qualcosa di più. Rossana c’era stata tante volte, là aveva anche amici, che ormai si sono trasferiti in California. Là aveva studiato all’Università per un certo periodo anche suo figlio. Certo, comunque, Michele, che ci arrivava per la prima volta, glielo aveva fatto ricordare: Londra era un mito della loro epoca. Non solo perché era stata il luogo d’origine della colonna sonora di quei ragazzi, ma anche perché da lì venivano generati gli usi e i comportamenti di un’intera generazione, coinvolgendo anche quelli delle future.
Le gonne sono tornate corte, ma in modo esagerato, mica come ai tempi di chi le aveva inventate, quella Mary Quant che aveva reso famosa Carnaby Street. Oggi folleggiano anche dei mini pants che si indossano anche sotto giacche da donne in carriera o anche camicette da figlie dei fiori. La moda è sempre moda e i tempi sembrano ricorrersi in un giro vizioso. La musica poi se non è la stessa, poco ci manca. Rossana e Michele si sono svenati nei negozi di CD a ripescare tutto il loro passato, a vivere emozioni nel Tube di Londra, ad ascoltare musiche che non hanno dimenticato mai. E’ lì che un ragazzo suona quella vecchia canzone, con quella voce, quasi la stessa voce, scavando nella loro nostalgia. Rossana si ferma e sorride, il ragazzo la guarda e sorride. Un dialogo fatto di sguardi e sorrisi e di uguali parole cantate. A sentir lei si sono detti tacitamente molte cose, soprattutto che non c’era nessuna differenza d’età fra loro. Una bella canzone cancella tutto, spiana i ricordi e riesce ad accomunare l’universo mondo in un’unica esperienza: quella della musica universale. Lei, se non fosse stata così felice, avrebbe pianto per quella canzone e il ragazzo lo sapeva. Michele aspettava con la sua mano tesa di riprendere la strada, dopo che le monete erano cadute sulla custodia della chitarra. “Ciao ragazzo, gli assomigli pure a Jeff Buckley, spero solo che avrai più fortuna.”
I nostri due hanno corso verso altri luoghi, ma con in testa sempre una qualche musica, un qualche altro ricordo. Per Rossana girare Londra non è complicato, sarà per quel suo naturale senso di orientamento o per la sua memoria per i luoghi, ma niente era impossibile per loro. L’unico limite erano i loro piedi, che ad una certa età, perdono le ali. Un museo dietro l’altro, tutti troppo stupefacenti per non perdersi nelle sale, tutti tanto civili da non pretendere un biglietto d’ingresso. Rossana pensa che la civiltà si possa misurare proporzionalmente alla disponibilità di consentire a tutti l’accesso alla cultura. E la Gran Bretagna è un paese civile, almeno in questo. Classi di bimbi seduti per terra davanti ai quadri della National Gallery a discutere con l’insegnante dei minimi particolari di quella pittura. Cosa c’è di più civile? Rossana non aveva mai visto una familiarità così evidente verso la cultura. Non esiste questo approccio nel nostro paese. Da noi, davanti all’arte si parla a bassa voce come in chiesa. Si passa in silenzio come di fronte ad una sepoltura. Ma non è questo il rispetto. Rispetto è capire e amare, comprendere fino in fondo il messaggio universale della “bellezza”.
Poi la sera ad annusare l’aria a Leicester Square o lì attorno a China Town. Scovare un ristorantino, ma anche solo a vedere questa marea policroma di giovani che sciamano di pub in pub e che si incontrano con ragazze che sfidano con i loro corti abitini sbracciati, scollati e succinti, le gelide nottate londinesi. Rossana aveva pensato che se avesse avuto una figlia e fosse stata lì, vestita così, il giorno dopo l’avrebbe fatta visitare prima da uno psichiatra e poi da un pneumologo. Ma si sa che lei si comporta sempre come una mamma italiana che si frena solo per il senso del ridicolo. Per fortuna suo figlio è maschio e già adulto da un po’ e queste cose non le deve sopportare. Anche lui casualmente è a Londra e si incontrano, assieme ai suoi amici, a Portobello Road. Giusto il tempo per guardare le bancarelle e per mangiare, in piedi, delle vaschette di cibo ghanese, tra l’altro anche piuttosto buono. Poi di corsa alla Tate Modern. Rossana sa che Michele ci perderà gli occhi. Perché loro amano davvero tutta l’arte e tutto lo scibile umano però la loro preferenza va all’arte moderna e contemporanea. Lì c’è tutto, magari non il meglio, ma c’è una sintesi stupenda del 900 e anche di arte contemporanea. Lei c’era stata qualche anno prima, ma ora le acquisizioni erano molte ma molte di più. Lei resta comunque e sempre col naso all’insù ad analizzare i risultati del progetto di ristrutturazione dell’antica fornace. Come sono arditi gli anglosassoni, da noi sarebbe impensabile. Così analizza tutti i contenitori della sua città che potrebbero trasformarsi in una simile Galleria e forse anche in molto di più. Ci sono, lo sa, ma non esistono i mecenati lungimiranti di quel paese. Non esiste un governo che faciliti finanziamenti ed opere per favorire la cultura. Ecco perché esce con un po’ di rabbia nel cuore che si rinfocola subito davanti al Millennium Bridge. Lei e Michele mica sono d’accordo sulle opere che si possono e non possono fare nella loro città. Lei è più possibilista, lui invece è più conservatore. Il ponte di Calatrava diventa oggetto di discussione, anima la serata finché alla fine non terminano con il ridere di loro e delle inutili scaramucce, attorno a niente, che li ha sempre contraddistinti fin da quando erano ragazzi. Amore e guerra per poi capitolare in una resa senza condizioni. Sotto l’ombra del Big Ben, come sotto il campanile di S. Marco, perdono e spendono il loro tempo, senza avere più l’ansia di una volta. Col desiderio di assaporare tutto senza limiti e senza remore.
Avevano due festeggiamenti da fare, tutti e due molto importanti, almeno per loro, almeno per la loro storia. La festa si è mescolata ai festeggiamenti del giorno di S. Patrick tra le birre e i colori dell’Irlanda “irredentista”. Tutti sotto l’occhio discreto di chi ha subito la loro voglia di libertà, ma anche calpestato a lungo i loro diritti. Rossana ovviamente ama l’Irlanda che considera la sua seconda patria, forse anche per il colore dei capelli che ha portato, con orgoglio, in testa fin da neonata. Anche questa è l’Inghilterra civile. Una puntatina ad Hyde Park Corner. Michele guarda stupito gli oratori montati su qualsiasi oggetto li possa elevare, arringare un popolo divertito. A volte tutto si trasforma in battibecco. A volte in animata discussione. C’è anche un Imam che parla del Corano con poco lontano la moglie in burqa che gentilmente tiene a bada tre adorabili bambini e contemporaneamente parla con un giovane inglese che la ascolta rapito. Che mondo strano questo mondo. Inevitabile è il paragone con il nostro povero provinciale paese. Arriva velocemente l’ultima sera, decidono per una cenetta nella zona di Liverpool Station, proprio in mezzo a Bangla Town, insomma lì dove di giorno c’è il mercato di Brick Lane. Il figlio di Rossana c’era stato spesso ai tempi dell’Università. Effettivamente si mangiava bene, a poco prezzo e inoltre il posto era pulito. Tutto classicamente indiano, evidentemente. Ecco l’ultima notte di luci londinesi. Loro lo sanno che vorrebbero non partire, sanno quante altre cose vorrebbero ancora vedere, c’è per esempio quella galleria d’arte dove Michele ha visto le opere di pittura di Bob Dylan. A dir la verità sicuramente è più bravo a comporre canzoni che a dipingere. Oppure c’è quella splendida mostra di Van Gogh che hanno lasciato per ultima e che non sono riusciti a vedere. Si dicono: “Va bene dai, ritorneremo.” E non sanno se lo dicono per consolarsi oppure per darsi coraggio, che poi alla fine sarebbe la stessa cosa.
La valigia ora è molto più pesante, tra i maglioni che non erano serviti nel clima stranamente mite di una primavera che anche da loro stenta, sono infilati i libri d’arte e i cd da collezione. Rossana e Michele ripassano nella mente i ricordi delle loro giornate e intanto il volo attraversa nuvole cotonose e sorvola montagne innevate. Forse anche qui avrebbero trovato primavera. Forse anche qui avrebbero avuto ancora molto da ricordare.

Volevo volare

In Donne, Giovani, La leggerezza della gioventù on 26 febbraio 2010 at 12:36

Non si può spiegare. Quando ero ragazzina avevo il mio bel da fare per riuscire ad armonizzare le mie gambe lunghe e formate, come quelle di un adulto, con i calzini di cotone corti che dovevo indossare. Oggi è facile, i genitori vestono i figli con le cose giuste. Insomma mica sempre, ma generalmente i ragazzini superano l’età del disagio con degli abiti adeguati addosso. Ai miei tempi invece essere alta 1,70 e avere un fisico da donna, pur se acerbo, non aveva fatto pensare ai miei che i calzini corti di cotone, non erano proprio la soluzione per farmi sentire a mio agio. Pazienza quello, anche se per me era già troppo. C’era dell’altro, dovevo anche subire il taglio dei capelli. Per la mia famiglia era un rito che mio padre imponeva. Servizio a domicilio. Ogni mese si presentava a casa il signor Nube. Tagliava i capelli a mio padre, a mio fratello e anche a me e che fossi donna non faceva nessuna differenza. Era un taglio netto, maschile, quasi militare, addolcito solo da una specie di vezzo che mio padre chiamava la “mascagna”. Ecco come si fa ad odiare di nascere donna in un mondo maschile. Successivamente, quando avevo trovato la forza della ribellione, sottraevo i miei fratellini minori al taglio di famiglia. Ogni volta quando arrivava Nube, io e i miei fratellini uscivamo alla chetichella con qualche falsa scusa o giustificazione per non subire la tosatura. Ero diventata brava, avevo trovato il modo per far crescere tutti i capelli rossi di casa. Sì, perché da me in poi il colore dei capelli si era manifestato anche nei miei fratelli in tutti gli ori del rosso ed era proprio una pena vederli tagliati. Così incominciarono le mie battaglie per contrastare mio padre e per difendere i miei fratellini dalla sua irragionevolezza.
Insomma nell’età dei brufoli, che io non avevo, non era di quelli che mi vergognavo, ma era di come andavo vestita. Insomma proprio il modo di andare per strada coperta, senza la minima idea di poter apparire graziosa o piacere. Forse era da lì che mi portavo dietro l’imbarazzo del mio corpo e anche un’idea di disagio nei confronti di quella che alcuni definivano bellezza. Qualcuno sosteneva che lo fossi, ma io non mi vedevo bella. Non dico che non fossi carina, per piacere piacevo, ma non mi sentivo affatto bella e sentirmelo dire mi imbarazzava oltremisura. Mi sembrava falso e ruffiano. Non riuscivo ad accettare di avere un aspetto che mi distingueva dagli altri. Non sopportavo di essere agevolata dal mio aspetto fisico. Di questo provavo imbarazzo, incredulità, senso di colpa. Non è giusto che le persone vengano valutate per il loro aspetto fisico e che questo determini anche differenze di trattamento e di qualità della loro vita. Testardamente quando mi accorgevo di conquistare il ragazzo che piaceva anche alla mia amica più bruttina, oppure che mi si perdonavano più cose che ad altre, mi sentivo umiliata ed in colpa. Provavo la sensazione di essere chiusa in una gabbia che non volevo. Avrei barattato questa qualità con mille altre nelle quali credevo di più.
Ecco perché quando superai l’età dei brufoli e raggiunsi lo stato di ragazza il mio desiderio più forte, il mio sogno più intimo era quello di “volare via”. Desideravo staccarmi da una famiglia troppo ingombrante, desideravo una libertà che i tempi e le condizioni sociali non mi permettevano. Sognavo di trasformarmi in una donna diversa in una società diversa. Volevo essere uomo e con questo non sottostare alle regole che venivano applicate alle donne. Voler volare significava uscire dal quotidiano, uscire da me stessa e dal mio involucro indesiderato, significava liberarmi dell’educazione e delle imposizioni che mi imprigionavano. Sinceramente un giorno io presi il volo. Mi accorsi subito che non stava solo in quello il mio atto liberatorio. Volare non bastava. E se io incominciai a volare era un volare basso, radente il suolo. Uno svolazzare senza grazia e senza fortuna. Ormai non avevo più i calzini a rendermi la vita difficile. Avevo un ruolo di cui non riuscivo a liberarmi. Vivevo a contatto con uomini che sapevano solo camminare. I miei sogni non appartenevano agli altri e in troppi mi hanno obbligato ad accettare la gabbia che la vita imponeva. A volte penso di aver sbagliato generazione. Ma non mi sembra proprio che i giovani d’oggi abbiano potuto volare più alto. Forse non è ancora venuto il mio tempo. Forse sto ancora aspettando di trovarlo. Certamente oggi ho trovato una dimensione tutta mia e non sogno più un volo libero. Mi sarebbe difficile se non altro per la stazza. Ma ho imparato che i sogni non si devono svendere mai. Spesso di notte mi libro ancora a qualche metro sotto il settimo cielo.

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