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Ambarabacicicocò… quattro gatti sul comò

In amore, Donne on 29 ottobre 2014 at 19:56

quattro_gatti

Viene buio presto alla sera.
La strada è fredda e i passi risuonano strani sul selciato.
Passi stanchi… i suoi.
Devo passare a prendere qualcosa da mangiare.
Ma non sta pensando a lei.
Fa freddo e tira vento da nord.
Notte da lupi, notte da streghe.
Da quando lui se n’è andato, i suoi passi sono diventati più stanchi.
Inutile dire che si invecchia, inutile dire che una volta tornava a casa con più allegria.
Adesso pensa alla voglia di caldarroste. Almeno allora quando passava di lì, ne sentiva l’odore, e il sapore sulla lingua. Pareva ancora di scottarsi.
Un cartoccio prego…
Ora i cartocci sono proibiti dalle norme d’igiene. Tutto deve stare dentro ad igienici sacchetti di plastica.
Plastica inodore. Cibo insapore.
Allora si andava al cinema. Adesso anche quelli sono chiusi.
Anche i film sono chiusi in sacchetti di plastica.
Inodori ed insapori.
Fa freddo ed io torno a casa.
La casa vuota.
Il rumore della chiavi sulla toppa.
Il cigolio pietoso sui cardini.
Vago odore di ammoniaca.
Devo cambiare la lettiera. Puzza.
La caldaia che sbuffa in cucina.
La luce che illumina senza pietà la stanza.
Che orride queste luci al rispamio.
Vuoto intorno.
Le ciabatte per favore.
Ha voglia di mettersi sotto la coperta sul divano.
Ma manca qualcosa…
Ma dove sono?
Entra nella stanza da letto a piedi scalzi.
Aspetta ad accendere la luce, li vuole sorprendere.
Sente ovattato un tonfo e uno scricchiolio.
Amba rabà cici cocò quattro gatti sul comò…
Due sull’attenti, uno steso a pigrire, il quarto sospeso in uno sbadiglio.
Pure loro stanchi di aspettare.

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Londra per dimenticare

In Amici, amore, La leggerezza della gioventù, musica, personale on 3 giugno 2012 at 0:27

Avevamo deciso di partire per dimenticare. Le nostre ragioni erano diverse, ma tutto sommato anche piuttosto simili: eccesso di amore.
Vincenzo si era lasciato con Angela, Sandro aveva dovuto lasciar partire la sua piccola per un paese lontano e io…. beh io volevo lasciare un uomo troppo… troppo e basta. Quindi Londra con quel suo bagaglio di musica e moda che ormai non ha più. Glocester Road, ricordo pure il numero… una vecchia pensione con poche stanze e giovani di tutte le nazionalità, noi in più avevamo la chitarra… quella che non avevamo permesso che fosse imbarcata con i bagagli. Sandro si era opposto sgranando i suoi occhioni più fascinosi e quel sorriso disarmante: “No, non posso farne senza…” e l’hostess capitolò. Lui sapeva come fare a convincere, per lui non era mai stato un problema. Soldi pochi… anche meno, ricordi tanti, sempre più faticosi.
Vincenzo parlava di Angela, era finita da troppo poco, non riusciva ancora a non parlarne… e ci raccontava cosa avevano fatto e cosa avevano detto e come le cose erano cambiate… io e Sandro già più sfiancati stavamo zitti… Londra per dimenticare e quindi facciamolo.
La stanza era per tre, come stare separati? Un letto doppio e uno singolo da giocarsi con una conta e alla fine democraticamente suddiviso in parti uguali sia il doppio che il singolo, tre notti con Vincenzo, tre notti con Sandro e tre notti da sola, ci era sembrata la soluzione migliore e forse lo era. Un sandwich a mezzogiorno e una scappata al ristorantino greco alla sera, economico, ma la migliore tarama che avrei mai mangiato nel mio futuro. Nel tempo libero a suonare la chitarra per le scale della pensione, tutti i ragazzi seduti sui gradini, nessuna necessità di parlare una lingua comune, bastava la musica.
Ed era la sua voce a dominare tutto, le sue canzoni, quell’inglese di assoluta invenzione, si andava ad orecchio, si bluffava in buona fede, nessuno aveva da ridire, era bello così, era assolutamente perfetto.
Già lo sapevamo che nessuno ci avrebbe allontanato, lo facevamo anche a casa, seduti sui gradini di un ponte a suonare lungo tutta la notte, nemmeno chi doveva dormire si lagnava e poi il padrone della pizzeria che cucinava tutto le palle della pasta di pizza avanzate e ce le offriva assieme ad una birra fresca. Poi a chiaccherare fino alle prime luci dell’alba: “ti accompagno” e adesso “ti accompagno io” avanti e indietro come ubriachi che non vogliono rincasare. A quel tempo ce la facevo, tornavo per farmi una doccia e per cambiarmi e poi andavo a lavorare, come se niente fosse… quando si è giovani anche dormire è una perdita di tempo.
E Londra ci sembrava un buon posto per dimenticare, con i suoi pubs e tutti quei giovani alla ricerca di sé stessi e di un luogo dove appoggiarsi e parlare. La voce di Rod Stewart su tutto, e quella di Sandro, l’ultimo colpo basso anche al suo funerale. Troppo… troppo da sopportare.
Probabilmente neanche allora eravamo facili a dimenticare, come non lo siamo nemmeno oggi. Ricordo come avevi ringraziato l’hostess che ti aveva versato addosso il caffè bollente, forse era più carina delle altre o forse era solo che ti veniva meglio fare il flemmatico uomo inglese. Ma quel viaggio erano stato un viaggio strano pieno di fughe improvvise e di passeggiate solitarie nei parchi cittadini, dovevamo fare i conti con le nostre storie, mentre in un freddo ferragosto cercavamo di ricomporre le nostre vite.
“Sandro… dormi?” “Sì” rispondevi e io mi giravo dall’altra parte. Vincenzo dal suo letto rispondeva: “Non credergli, racconta balle…” ed eravamo certi… sicuri di non essere soli al mondo nel buoio della notte londinese. La mattina Sandro mi diceva che io di notte piangevo come un gattino abbandonato, ma io non gli ho mai creduto e se era vero io non lo saprò mai. Vincenzo invece ronfava un po’, ma delicatamente, lui sì sembrava un gatto in procinto di fare le fusa. Osservazioni delicate e tenere per gente in convalescenza.
No non abbiamo dimenticato nulla, nemmeno i nostri problemi, nemmeno la musica o le parole, o i giardini stranamente coronati di fiori e le vecchie signore a passeggio e le ragazzine con le minigonne, i nomi dei pubs e delle strade e il termosifone acceso e tutti i vestiti a cipolla per ripararci dal clima inclemente e Baker Street e Rigent’s Park e il Pink Pork… e il Silver Jubilee e le foto della regina su tutte le tazze e sui biscottini… inutile, malgrado tutti gli sforzi che avevamo fatto, la prima volta a Londra non si poteva e non si può dimenticare.
Me l’hai ripetuto pure qualche anno fa cosa aveva significato per te quel viaggio, ma io non ti credevo allora e non ti ho creduto nemmeno ora, tanto tra amici si può fare ed è più semplice così, solo in questo modo si può sopportare la distanza e l’abbandono ed io intanto ho imparato a piangere come un gattino, ma in silenzio.

La vecchia Pisetta

In Gruppo di scrittura on 17 luglio 2011 at 12:41

La vecchia Pisetta? E’ la vecchia che abita al margine del bosco. Favolistico no? Ma così è. Lei è vecchia ed incartapecorita, e nessuno sa da dove viene. E’ una vedova, di quelle del mio paese, tutta vestita di nero e col fazzoletto in testa. Aveva già millemila anni quando io ero alta poco più d’un metro ed una pannocchia. Oggi millemila di più.
Vive in una casa vecchia e diroccata, in condizioni igieniche non esattamente raccomandabili, in compagnia di un numero imprecisato di cani e di gatti. Insomma la vecchia “gattara” del paese, ma anche “cagnara”, se così si può dire. Così che tutti quelli che vogliono disfarsi del cane o del gatto diventato un ingombro li gettano nel di lei giardino.
Lei non ci fa caso. Parla soltanto con i suoi animali non cagando il resto dell’universo manco di striscio.
Odia cordialmente i ragazzini (che, a onor del vero, gliene combinano di cotte e di crude, considerandola alla stregua di una “strega malvagia”) tuttavia tollerava me, una bimbetta tutta ossa e lentiggini.
Oh, si limitava a salutarmi eh, niente di che. Ma almeno non mi inseguiva brandendo la scopa e berciando insulti come faceva con gli altri.
Doveva essere stata una splendida donna da giovane, dietro le pieghe della vita che le solcano la faccia, se la osservi bene, trovi ancora le tracce di un’antica magnificenza.
Lavora l’argilla, creando piatti, vasi, anfore con le sue mani vecchie, callose ed ossute.
Ne sono sempre stata affascinata, in fondo. Anch’io amo gli animali e soprattutto il mio cane Bernardo e i miei gatti che ho raccolto qua e là, nelle miei scorribande avventurose. A casa spesso qualcuno me lo dice: “Non diventerai mica come la vecchia Pisetta, eh?” E tutto questo solo perchè ai bambini fastidiosi preferisco i miei animali? Non sono forse migliori i miei gatti che quei rompiscatole che buttano la spazzatura dentro al cortile della vecchia? E qualche volta ci buttano pure gli animali torturati o morti… ‘sti lazzaroni, crudeli ed incoscenti. Tanto questi sono discorsi oziosi. Magari assomiglio davvero alla vecchia Pisetta, ma la cosa alla fine non mi dispiace.
Ho sempre avuto l’impressione che fosse molto di più di quello che sembra. Magari un giorno lo mostrerà. Magari un giorno davvero si trasformerà in una fata bellissima. Che poi, quei ragazzini, strega o fata, sono sicura che, resteranno sempre dei delinquentelli e non troveranno mai nessuno che li cambierà.

(un grande grazie alla cara MadDog per averla ispirata e scritta… 🙂 )

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