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La bambina dimenticata tra i fratelli

In Anima libera on 9 febbraio 2011 at 16:13

Premessa alla parte tredicesima
Essere nate con una missione, non vuol dire essere nate per stare sole. In effetti mi sentivo un po’ diversa dagli altri. Ma c’erano anche altri diversi, anche se in modo differente. Insomma, magari non è chiaro, ma con questa storia cercherò di spiegarlo. Intanto nemmeno per me è scontato cosa saprò fare della mia diversità. In pratica so di essere nata per cambiare il mondo con un gesto plateale, o magari con una idea geniale, o un’invenzione che non è mai venuta in mente a nessuno. E i tempi stanno diventando maturi. C’è in giro un’aria che non so spiegare. Intanto ho accettato di essere donna e so bene che non è per niente un affare. Dovrò metterci mano. Qualcosa cambierà.

Annabis dice sempre che lei è una proletaria perché ha un sacco di fratelli e sorelle. Non ha capito bene come funziona. E io, per colpa di un sospetto, non ho il cuore di spiegarle che si sbaglia. Proletari si è quando sei povero e hai solo un sacco di figli, mica quando sei ricco e hai un sacco di fratelli.
Ma Annabis è talmente fragile e delicata che, pure se ricca, l’ho presa sotto la mia ala protettrice. Lei è la numero undici. E dopo di lei ce ne sono ancora quattro. In tutto sarebbero quindici, ma per la verità sono rimasti in dodici, perché tre sono morti.
Lei lo racconta come se stesse facendo un compito di matematica. Dice anche che un anno sua madre non ha avuto il solito bambino, ma che l’anno dopo ne sono nati due: i gemelli.
Per fortuna che suo padre è spesso fuori per lavoro. Racconta che ai suoi genitori piace il nome Anna, ma siccome lo porta la sorella numero quattro, a lei è stato dato il nome di Annabis.
Elena, che la sa lunga, sussurra che i suoi si erano dimenticati di avere un’altra Anna in casa, e quando se ne sono accorti hanno pensato di chiamarla così. In effetti è questo anche il dubbio che ho io e a guardarla, così slavata ed eterea, mi è apparso subito chiaro, che la nostra Anna, è una bambina dimenticata in mezzo agli altri fratelli.
Lei di questo non si lagna mai. Se fossi in lei io mi farei riconoscere subito e metterei ben bene le cose in chiaro. Mica si fanno i figli così. Non è giusto dimenticarseli, sennò che senso ha?
Lei è ricca. Suo padre fa l’Ingegnere, che deve essere un lavoro importante. Sua madre va a teatro e ai concerti ed è forse per questo che non si occupa tanto dei figli.
In casa sua c’è una “tata” e una cuoca. Anche il mio fratellino mi chiama Tata, ma io sono sua sorella e anche se gli sto molto attenta, non per questo mi pagano uno stipendio. La loro “tata” invece mi sembra ancora più distratta dei suoi genitori. Così come la cuoca che non sa mai chi mangia e chi no. A casa loro ci sono i turni di pranzi e cene, ma come succede spesso, c’è chi mangia due volte e chi nessuna.
Annabis a casa mangia poco perché è timida. Non ha il coraggio di farsi largo nella confusione. Per fortuna, qui alla mensa, la metto a mangiare al mio fianco, così sto attenta che la madre cuciniera le faccia avere la sua minestra e spesso condivido con lei la mia pietanza, che porto ogni mattina da casa. Da lei non se lo ricordano mai e se lo fanno arriva con una carta di prosciutto o con un pezzo di formaggio francese. Chissà perché il formaggio francese puzza di più di quello italiano. Forse perché costa un sacco di soldi e arriva da così lontano?
Insomma Annabis è davvero una sagoma. Ha vestiti bellissimi, ma sempre scompagnati. Un giorno è arrivata con una gonna scozzese a pieghe, molto più grande della sua misura, e per tenerla su ha usato le bretelle di suo fratello numero otto. Però i suoi genitori hanno inventato un sistema fantastico, per non farli uscire con i calzini spaiati. Li comprano all’ingrosso e sono tutti uguali, a parte le dimensioni, e maschi e femmine si servono da un cestone comune.
A me piacerebbe avere un sacco di fratelli. Purché non assomiglino a Ernesto. Ma di quelli non ce ne può essere che uno. Dei suoi capisco poco, credo che pure lei non ci capisca molto. Elena dice sempre che Anna non ha “autostima” e lo dice con un’aria da grande professoressa. Non so ancora bene a cosa serva l’autostima, comunque io la tengo sempre per mano e la difendo quando le altre, le nostre compagne ricche, la chiamano traditrice.
Io lo so che a loro fa rabbia che si mescoli con noi, le paria della scuola. Nel loro immaginario, la figlia dell’Ingegnere non può fare amicizia con la figlia del ciabattino. Che poi a dirla tutta mio padre potrebbe sembrare un principe, altro che un ciabattino. Ma vallo dire a loro che misurano tutto in base ai soldi e ai vestiti.
Annabis è diversa, lei verrebbe volentieri a vivere in casa mia anche vestita come me, con i cappotti rigirati di mio fratello Ernesto e con le sue scarpe smesse.
Insomma Anna appartiene alla classe dei ricchi, ma ha il cuore in quella dei poveri ed è per questo che si sente in diritto di dire: “Sono anche io una proletaria!”
Annabis ha subito delle pressioni, quasi delle minacce. Le hanno spiegato che lei non può tradire se stessa. Che non può mescolarsi con quelle come noi.
Indosso la mia maschera da dura. Durante la mensa passo dalle parti di Gabriella e le verso dall’alto l’acqua nella zuppa. Gli schizzi le macchiano tutto il grembiule candido. Mi pulisco le mani sul suo fiocco rosa e sussurro con voce chiara: “Se le succede qualcosa dovrai vedertela con noi”.
Prevenire è meglio che curare. E glielo dico convinta. Lei mi guarda e non sa che dire. Che paurosa! Abbassa gli occhi e vede il disastro sulla sua divisa e non riesce che a scoppiare a piangere. Le macchie si lavano; non c’è detersivo per la dignità.
Annabis è tanto ricca che una volta, tutta la classe, è stata invitata nella sua casa di campagna. Abbiamo preso un pullman con la supervisione delle suore e abbiamo passato una giornata in giro per la grande fattoria.
All’ora di pranzo noi abbiamo mangiato dei panini sedute sull’erba, mentre le suore si sono chiuse in casa. Elena, che è la solita, ha scoperto dove stavano mangiando e ci ha portato a spiarle. Sosteneva che le suore mangiano in modo diverso dagli altri ed è per quello che si nascondono. Io le ho risposto che è matta, perché ho anch’io una zia suora e mangia a tavola con noi, anche se il velo le dà un grande fastidio.
Io ho passato un pomeriggio assieme ai suoi cavalli. Per me i cavalli sono gli animali più belli ed intelligenti che esistano. Io credo di essere stata un cavallo, in una vita precedente. Mi fanno pensare alla libertà e alla disobbedienza. Basta non farsi mettere la sella e il morso. Basta non farsi domare. E poi è così bello correre.
Prima di ripartire Annabis ci ha portato a vedere una grande casa, chiamata fienile, piena di balle di fieno e noi eravamo così scatenate che le abbiamo praticamente disfatte tutte e ci buttavamo dall’alto dentro quel mare di fieno sciolto sotto di noi. Anna ha cominciato a piangere e a singhiozzare senza respiro. Ci siamo preoccupate e messe subito calme, ma non era disperata, aveva solo una crisi d’asma dovuta alla polvere. Povera bambina, nemmeno lì in campagna si può divertire.
Mi sarei aspettata di essere presa, con le altre, per un orecchio. Ma le suore hanno pensato ovviamente, un modo diverso di farci espiare, ci hanno fatto recitare una sfilza di AveMarie per tutto il ritorno, minacciandoci tutti i fulmini dell’inferno.
Possibile che sia peccato tutto quello che piace di più? A me sembra una cavolata, Però mi dispiace per Anna.
Il mio affetto per lei mi ha fatto rivedere certe mie idee rivoluzionarie. C’è gente, anche fra chi ha soldi, che ha bisogno di essere aiutata a trovare la propria strada. E che ha umiltà. Pochi, certo. Casi pressoché disperati. Non so se è politicamente corretto, ma… Insomma quando farò la rivoluzione e andrò alle manifestazioni, passerò per casa sua, la prenderò per mano e la farò uscire e crescere senza avere paura.
In fin dei conti non può essere che lotta di popolo. E anche lei è popolo. E poi può sempre servire una serpe un seno al nemico. Sapere come la pensa l’avversario. E’ tutto così più difficile di quello che pensavo all’inizio. Riscattare la gente che non sa che essere servo. Liberare chi non è mai stato libero. Chi ha bisogno di sentirsi dire chi è. Possibile che sia così difficile capire che si nasce tutti senza padroni?

Proletarie in mutande unitevi!

In Anima libera on 31 gennaio 2011 at 0:09

Premessa alla parte dodicesima
E’ assolutamente proibito farmi fuorviare dalle cose che mi succedono attorno. Mi accorgo che la vita è fatta di diversivi e disinnesca le mie ragioni con mille piccoli fatti che mi tengono occupata. Dovrei essere una bambina che gioca con le bambole e a mamma-casetta, invece indosso la tuta spaziale dei Cosmonauti russi, parlo di rivoluzione al mio fratellino appena nato, e contesto il sistema. Tutta colpa di quella maledetta scuola privata di monache pretenziose. Tutta colpa di quelle ragazzine ricche e con la puzza sotto il naso. Non sono una di loro. Io sono contro e forse non sono neppure la sola.

Mi viene quasi rabbia a raccontarla. E’ come se l’avessi già detta. O se qualcuno avesse fatto la spia. Piccoli dubbi in una breve vita. Note a margine. Comunque è proprio vero che il diavolo fa le pentole e anche le padelle… cioè quella cosa lì. Basta avere pazienza e dare al tempo il suo tempo. La frutta cade quando è matura. E io ho imparato ad aspettare. Non molto, mamma mi dice che son curiosa come una scimmia, ma un po’.
A scuola il mio profitto è da sempre molto più alto della media, mica perché studio, no, quella è un’abitudine che nessuno incoraggia né incoraggerà mai, ma proprio perché sono curiosa. Anche i difetti possono essere virtù. Curiosa e percettiva e intuitiva, e apprendo fin troppo in fretta. Questo fa la differenza, anche se dà una noia mortale per tutto il tempo perso tra i banchi di scuola. Andare bene a scuola ha infatti le sue controindicazioni. Ne farei volentieri a meno, ma a volte si nasce così e così si deve morire. Come quella dei tondi e dei quadrati. Forse è questo posto a trasformarmi in una sorta di intellettuale. Ed è una cosa di me che non sopporterei.
Il mio vizio peggiore è che vengo da una famiglia proletaria. Mia madre chissà cosa pensa di ottenere? Fa i salti mortali per mantenermi in quella privata. Solo chi ha frequentato una scuola di suore può dire quanto possano essere piene di pregiudizi, le “madri”. E quanto ti feriscano dentro. Nell’orgoglio. Innanzi tutto odiano la povertà. Cosa per niente secondaria. Credo che negli anni di noviziato, e dopo aver vestito gli abiti da pinguino, si siano un po’ alla volta dimenticate delle loro origini. E di quel povero cristo. Insomma non è facile frequentare da povera una scuola di ricche. E nella mia classe si sente l’odore dei soldi aleggiare tra i banchi. Anche se non tutti i soldi sono come gli altri. E quelli di qualcuno sono solo a chiacchiere.
Non che come me non ce ne siano altre di ragazzine senza possibilità. Sono una parte consistente. Sembra un punto d’orgoglio, per i poveri, mescolare le proprie figlie con le rampolle di un’altra classe sociale. Anche se assieme ci stiamo come i cavoli a merenda. Bastasse quel vago disagio di sentirsi diverse e anche ragionevolmente inferiori, sembra che le suore amino vederci in contrapposizione e prediligano far vincere le meglio vestite. Stavolta ci hanno organizzate in due gruppi a contendersi il primato dei voti e delle lodi e degli attestati, a suon di punti qualità concessi con benevolenza dall’insegnante. E ogni fine settimana scolastica viene tirato il conto. I Carbonari questa settimana hanno raggiunto il punteggio di 18 mentre i Garibaldini ne hanno guadagnati 24. Quindi oltre alla beffa si deve pure concedere l’onore delle armi: un battimano molto sportivo. Ma l’applauso è niente in confronto dall’ingiustizia della disparità. Tra i Carbonari militano le figlie del popolo, che in genere non brillano né in preparazione né in bellezza. Sembrano rassegnate al loro stato di vittime e di donne. Prive di speranza. Di possibilità di riscatto. Dall’altra parte ci sono le belle figlie di Madama Doré. Biondi capelli puliti e grembiulini impeccabili e immacolati. Le suore indiscutibilmente parteggiano per loro, le belle bambine che non si sporcano le mani.
Di mio non ho mai avuto spirito di competizione. Nemmeno con i maschi funziona. Sia chiaro le mani le lavo spesso, ma non c’è niente da fare, sembrano passate nella polvere delle cantine frequentate dai veri Carbonari. Con le mani vivo. Le mani di Gabriella invece sono angeliche, come lo sono i suoi biondi boccoli trattenuti dal nastro rosa. Gabriella è la più smorfiosa tra le figlie di papà, anche se abita nelle case popolari vicino alla scuola. Ma non sono qui per parlare di mani. Che poi ci sono quelle che rubano per mangiare e quelle che ti rubano la vita. Lei dice che suo padre ha una banca e la cosa non mi è chiara per niente. Avesse detto un banco allora avrei potuto anche capire. Pure io a scuola ne ho uno e pure mio papà, che fa il ciabattino anche se ha l’aspetto di un principe, ma una banca… Per la verità non so nemmeno cosa sia una banca. Credo sia dove si fanno i soldi ma mi irrito perché li danno a pochi; se li danno solo tra loro. In fondo devono essere stati loro ad inventare la fame. E i poveri. Se dessero a tutti il necessario finirebbero i poveri.
La guerra tra le due fazioni è naturale e congenita, tra l’altro è anche alimentata dall’atteggiamento e dalle esigenze scolastiche. Il loro atteggiamento sprezzante me le fa proprio girare. Un po’ di orgoglio mi ribolle dentro. I loro libri hanno belle copertine colorate persino a fine anno, i nostri sono pieni di orecchie, di macchie e di ditate di inchiostro. Tutto sommato è una guerra destinata a non fare prigionieri. Ma più ci penso e più preparo il momento della scontro. A quel momento bisogna arrivare organizzate e grintose. Nessuno potrà competere con le “proletarie in grembiule”; unghie sporche e occhi lividi di riscatto. Segno distintivo almeno una macchia d’inchiostro sui polpastrelli delle mani. In fin dei conti cosa sarebbero loro senza di noi? Come farebbero a sembrare belle se non avessero un termine di paragone?
Poi viene il giorno della recita. Come odio quell’esibizione di vanità infantile. Ma ogni scuola di suore che si rispetti questo passaggio non può mancarlo mai. Se ne fa vanto. Si può morir di fame e di stenti tutto l’anno, ma la recita, con le vettovaglie fornite dai genitori, resta un classico. Quest’anno il tema è libero. I due gruppi devono presentare un pezzo di teatro senza la supervisione della suora di musica. E brave le “sorelle”, stavolta l’hanno fatta grossa. Come al solito le suorine non hanno capito il potenziale della cosa, se ci avessero pensato mi avrebbero esonerato subito dall’organizzazione. Non è una gara. E’ lotta di classe.
Improvvisamente mi chiedo: perché le altre guardano sempre me e aspettano? Va bene che sono la più alta, e che anche i ragazzini mi guardano con timore, ma questo fa sentire a disagio. Non amo mettermi in mostra. Ma so di doverlo fare. Quando ci vuole… Un po’ alla volta mi sento a mio agio proprio come il cacio sui maccheroni. Col mio gruppo scalcagnato metto giù un’opera da due soldi, in maschera, cambiando le parole alle canzonette più in voga. E inventando una serie di situazioni comiche e sconclusionate per mettere in risalto il nostro potenziale. Il surreale della povertà contro l’ottusità della ricchezza. Il cuore contro il rimmel.
La cosa è così entusiasmante che le mie proletarie col fiocco rosa, ci mettono il carico. Si danno da fare. Non si risparmiano. Il risultato diventa inventiva allo stato pure, una tempesta di idee, che sconvolge la loro vita silenziosa e marginale. Comincio ad essere fiera di me. Alla fine siamo pronte, abbiamo tutto, tranne un dettaglio non secondario: le maschere. Certo di soldi non ne abbiamo, e i nostri genitori non ne spenderanno per una cavolata simile. Mica hanno idea che ne va del nostro spirito e coscienza di classe. Non ci abbattiamo per così poco. Ovviamente decidiamo di adattarci con la tecnica del riuso di abiti vecchi e colorando mascherine di carta. E’ lo spirito quello che conta. Il messaggio.
Gabriella e le ricche compagne spiano da lontano il nostro faticare. Ci guardano perplesse. Dall’alto. Sicure di sé. Come fossimo misere cose. Poverette, il loro spettacolo è una stucchevole parodia di bambole imbecilli intorno ad una bambola regina. Disegna un mondo che non esiste. Che hanno visto per televisione. O letto in qualche favola per menti limitate. La favola della principessa Sissi senza il finale triste. Quella di Cenerentola senza Cenerentola. E senza il principe. Certo che però i loro di abiti ci fanno strabuzzare gli occhi tra tulle e crinoline. Noi di cose così, non  ne abbiamo viste mai.
Subdolamente elogio il loro lavoro. Imparo l’arte del mentire. E lo faccio anche attraverso Anna. E a parole celebro la bellezza dei loro abiti. E il buon gusto. Insinuo, se mai ce ne fosse ulteriore bisogno, il veleno della vanità. Insomma alla fine le bionde bambole, ci degnano della loro elemosina e ci prestano una serie di vestiti in maschera smessi. Questo gesto le fa sentire più buone e ancora più brave, e ricche. E a me fa venire la pelle d’oca; la bava verde. Non amo per niente essere oggetto di pietà e ricevere una carità ipocrita. La carità è l’autoassoluzione dei ricchi e la condanna per i poveri. Ma per le mie compagne sopporterei anche di peggio. E poi gusto, già, la nostra… vendetta.
E’ così che accettiamo e il giorno dello spettacolo io mi trovo dentro un vestito da arlecchino della stessa Gabriella che è un sogno. Anche altre mie compagne hanno vestiti fatti solo per il carnevale. Le restanti fanno buon viso a cattivo gioco. Sono le popolane. Ma per tutte c’è un ruolo. Una parte. Una speranza. E tutte si sentono finalmente protagoniste. E siamo emozionate. E orgogliose di noi. Aspettando il nostro momento. Sicure. Guardando lo spettacolo delle Bambole che, come prometteva, finisce con una sfilata di abiti dagli effetti speciali. Sul contenuto lasciamo stare, nemmeno i genitori più affezionati possono dire di averci capito qualche cosa. E’ tutto in quel battere di ciglia. Nell’attesa del principe che non arriva. Che non le bacia e le lascia addormentate. E’ tutto in quel profumo intenso che sa di rose, ma di rose appassite. Il loro mondo è falso. E’ moribondo.
Certo non posso essere tranquilla, ma sembra che quello che facciamo invece piaccia. Anzi… scrosciano risate e applausi. Noi, le simpatiche mascherine rabberciate, cantanti e capriolanti sulla pedana del teatrino, abbiamo un successo di pubblico inaspettato. Da non crederci. Non c’è partigianeria. Le proletarie in maschera hanno finalmente il loro momento di gloria. Mia mamma ha occhi da non credere. Tiene mio fratello sulle ginocchia. Ha anche lei uno scatto d’orgoglio. Sembra dire a tutti è mia figlia. E non c’è un genitore che non mostri soddisfazione. Già! i grandi non capiscono. La credono solo una recita. Per me potrebbe anche bastare. Invece come sempre chi ha soldi mal sopporta anzi odia essere superato da chi non li ha e li sostituisce con la testa. Pertanto la dolce Gabriella, con l’aria da ragazzina viziata qual è, mentre siamo ancora sul palco si avvicina e mi sputa addosso il suo disprezzo: “Ridammi il mio vestito da Arlecchino. Te l’ho prestato io, e lo rivoglio indietro perché non vorrei che me lo sporcassi col tuo sudiciume”.
Nessuno può sentirla; la vipera; la scema. Negli occhi ha una furia e un disprezzo che la tradiscono. Che le tolgono anche quella falsa immagine da… carina. Ah… ma allora vuoi guerra! In realtà non è nemmeno bella. E’ come quelle bambole… senza cuore e senza anima. E una bambola non può essere bella. Proprio perché è solo una bambola vuota. Ma anche lei è una vittima. Non è solo Gabriella, è quel mondo falso, vuoto, invidioso. E’ il mondo dell’apparenza. Non ci metto un attimo. In scena, davanti ad una platea esterefatta, mi levo, senza metterci tanta cura, la maschera prestata restando in canottiera, mutande e calzini non proprio puliti. Faccio un bel fagotto dell’abito e lo getto contro la faccia trionfante della Regina delle Cretine. E sono troppo gasata per sentirmi in imbarazzo. E poi chi se ne frega. Meglio in mutande che nuda, anche se non farebbe ormai molta differenza. A questo punto improvviso: “Mi sò arlechin batocio, orbo de ‘na recia e sordo de un ocio, so puaretto e so modesto ma de fondo sò un omo onesto, no gò pan da magnar ma gò voja de lavorar. Anche se vestìo de niente, sò simpatico ala gente. No me serve tanti ori per burlarme dei signori. Ora vado che xe ora anche in barba a ‘sta signora. Vado via saludo i tanti che fa mucio qua davanti. La mutanda la xe mia e nessun me la porta via…”
Dal pubblico divertito sale un’ovazione. Sembra una situazione messa su apposta. Le suore sconvolte non sanno come prenderla. Tanto meno sanno come fermare le altre maschere che prese dalla follia del momento si spogliano in palco lanciando i vestiti sul pubblico. Ah! che gioia la vittoria. Le mie proletarie in mutande marciano verso il futuro incuranti di tutto. E le suore sono sopraffatte dall’entusiasmo del pubblico. Sanno che la cosa non è tollerabile e capiscono che la devono accettare. Sorridono e i loro sorrisi tirati sembrano quasi sinceri. Accettano i complimenti, come se ne avessero un qualche merito. So che comunque mia madre, che intanto s’è fatta piccola, verrà chiamata dalla suora direttrice. Non me ne importa un fico secco.
A volte vale la pena di vivere per certe soddisfazioni. E sono altrettanto entusiasta della soddisfazione delle mie compagne. Che ho dovuto frenare. Fosse stato per loro avrei corso il rischio di vederle togliersi anche quelle mutande. Mi inchino ma mi sento in paradiso. Sì! a volte le piccole cose ti fanno star bene; sperare in un futuro migliore. In un mondo diverso. Certamente non la passerò liscia: la superiora sta già tampinando, come previsto, mia madre che col piccolo in braccio tenta di evitarla. Chissà cosa le vuole dire? Pazienza: Parigi val bene una messa. Da lontano vedo il piccolo che si dimena e che comincia a gridare: “Sorellina, sei un fenomeno. Adesso ti libero io di queste due”. Dopo tutto, come me, gli piace proprio poco il nero. Guarda la suora superiora e non la guarda benevolmente. Poi dice la sua prima frase completa che passerà alla storia nel lessico famigliare dei rossi della mia famiglia: “Va via, tu… butta. E cativa”!

Il nuovo incombe

In Anima libera on 21 gennaio 2011 at 14:27

Premessa alla parte undicesima
Avrei dovuto avvertire di preparare i fazzoletti, ma la vita singhiozza le sue storie a sorpresa, mica avverte. Ricominciamo. Dove siamo arrivati? Io sto lì ad organizzarmi le cose, per rendere il percorso meno accidentato ed invece gli altri mi lasciano all’oscuro dei fatti più normali. Certo che esistono gli altri bambini ad informarti, ma le notizie qualche volta arrivano travisate. Non tutti i bambini sanno di quello che parlano. Insomma essere bambini non garantisce nulla, tanto meno l’informazione. I grandi si son fatti questo mondo su misura per loro. Si tengono quel briciolo di sapere e quel sapere è loro. E’ il potere.

Io credo di essere una bambina cattiva. Cattiva per l’idea che hanno gli altri di una bambina. Questo lo capisco da come mi guardano quegli altri: adulti o bambini che siano. A me, sinceramente non sembra. Certo non sono facile e neppure mi accontento, ma non rompo mai per uno stupido capriccio, non piango mai per ragioni cretine, e davanti agli altri modero pure i termini. Che poi questa è la cosa più difficile da fare. Di fronte a certa gente un fanculo ci sta proprio tutto. E’ l’unica soluzione. Però non dico parolacce a vanvera. C’è sempre un buon motivo per andare giù duro. Insomma dico parolacce del tutto giustificate. Contestualizzate.
Coi bambini miei coetanei, per esempio, cerco se possibile di evitarle per non fare da cattiva maestra. E’ una grossa responsabilità. Magari insegno altre cose che i grandi considerano terribili, ma non le parolacce. Quasi sempre ci resto di sasso quanto smoccolano loro, molto più di me. In classe mia, per esempio, c’è Elena, l’unica amichetta che non mi dà il voltastomaco. Lei ha solo la madre che fa la pittrice. Mica dipinge le pareti delle case ovviamente, lei dipinge i quadri. Proprio per questo motivo mio padre insiste nel dire che è poco seria e che non dovrei frequentare la figlia. Veramente non ho mai visto sua madre ridere come una scema. Mi sembra sempre piuttosto seria; e composta. Anche Elena non ride, ma quando smoccola va fortissima e fa ridere me. Diciamo che proprio per questo a volte mi sento poco seria, ma non mi pare una cosa troppo importante.
Elena è anche una grande fonte di informazioni, sapete quelle informazioni che a casa non ti danno mai; ecco, lei sembra un’enciclopedia. Sarà che fa lunghi viaggi con sua mamma ed un vecchio zio. Girando il mondo s’impara, io lo so, ed è per questo che è la più attendibile degli informatori. A mia madre cresce la pancia, si è decisa di mettere in cantiere uno dei rossi che avevo a suo tempo preannunciato. Io lo so, che sarà rosso, lei ancora no. Sapete com’è, a volte dici le cose così, perché sei arrabbiata, ma non puoi mica essere sicura che tutto vada come pensi tu. Insomma mi sta arrivando fra capo e collo un nuovo fratellino e io incrocio le dita perché sia di quel colore e del tipo che prediligo.
Insomma lo dico a Elena che con l’aria furbetta mi risponde: “Allora tuo papà e tua mamma ci hanno dato dentro? L’hanno fatto?” “In che senso?” faccio io. Lei mi guarda con quell’aria superiore che prende ogni volta che sgancia una bomba e scoppia a ridere: “Vuol dire che si sono dati da fare!” Mi comincia a venire il mal di testa e aspetto la bomba successiva “Non mi dirai che non sai niente di come nascono i bambini? Insomma non sai a cosa serve il coso che entra nella cosa e che serve a fare i bambini? Non sai proprio niente”! Non ne sapevo niente. Il coso? Quale coso? E la cosa? Ma di che cosa si sta parlando? Io pensavo che i bambini fossero una cosa naturale e che crescessero nella pancia della mamma. Aver scoperto così che invece era colpa di un… coso mi dava il capogiro. Ma allora come funzionava la cosa?
Elena non ha mai avuto papà, da quel che so solo un vecchio zio, e probabilmente la sua mamma aveva usato un coso speciale e si era data da fare o ci aveva dato dentro in un altro modo che i miei genitori. L’affare si ingarbuglia. “Ma lo sai come si chiama il coso?” mi fa, quasi con rabbia. E aggiunge: “Pennello! E sai come si chiama la cosa? Patatina. E sai come si usano?” Eh no cazzo, una cosa alla volta per piacere. Lasciami riordinare le co… le informazioni. Tra pennelli e patatine c’è da diventare matti. Ho le idee tutte in subbuglio. E la testa mi scoppia. E’ forse proprio per quello che sua mamma, che era brava con i pennelli, è riuscita a fare un bambino senza bisogno di un papà? Elena mi ha reso curiosa. A lei piace quando sa una cosa che non so, o crede di saperla. Lei mi dice le cose e io le faccio la matematica. Ma non c’è sempre da crederle però.
Prendo tempo e aspetto il momento opportuno. Mica può tutto la scuola. A volte le risposte sono dove meno te le aspetti. Ma le ulteriori informazioni che prendo da mia mamma non servono a chiarire la questione. Lei a sentirmi nominare il pennello si fa rossa in viso. “Ma che stai a dire? I bambini nascono dai semini che hai dentro alla pancia, e crescono quando… quando è il tempo che lo facciano”. A questo punto tanto valeva che mi raccontasse la storia dei bambini che nascono sotto i cavoli. Io ho bisogno di sapere; di vedere. Non sono una che crede alla prima cosa… cioè stupidaggine che viene detta. Non mi è chiaro perché, ma i grandi amano raccontarti delle storie fasulle, delle favole, imbrogliarti. Deve far parte del loro modo di essere grandi. Di tenerti in scacco. Forse li fa sentire furbi. E importanti. Io so e tu non puoi capire. Ma chi l’ha detto che io non posso capire? E poi siete voi a mettermi gli ostacoli davanti, mica io a non capire.
Me ne vado con quella risposta e tutto mi sembra ancora più confuso. Ci gioco con la fantasia; non costa nulla; e rido. Così intanto, a tempo perso, penso ai miei di semini. E provo persino un po’ di apprensione. So che è una cosa stupida. Che l’ha detto tanto per dire. Era distratta e guardava da un’altra parte. Come se non le interessasse nulla. Tanto per farmi star buona. Persino la sua voce suonava estranea. Ma… non faranno mica gli stupidi? Non voglio diventare madre così giovane. Ci sarà pure un modo per evitarlo, no? Insomma non mi fregheranno mica? Ci sarà pure un sistema per non farli maturare? Mica che nascere donna ti frega solo per un cambio di stagione? Insomma… non mi sento ancora pronta.
Penso alle parole del ragazzino in campagna e ho un curioso sospetto.  C’entra qualche cosa? E’ come un’intuizione, ma troppo nebulosa per  poterla afferrare. In ogni caso, e per ogni eventualità decido di tenerli lontani, i maschi. Intanto comincio a farmi rispettare, almeno a scuola, anche se lì c’è solo Leone. Da quando gli ho rotto il naso; naturalmente dietro la porta del bagno, mi sta alla larga. Come al solito non voleva capire, che ho diritto alla mia privacy. Lui è andato a piangere e mi ha chiamato la Madre Superiora. Ma lui non ha avuto coraggio di chiarire davanti alle suore. Ha ritrattato e ha detto che è scivolato. Ma hanno chiamato ugualmente mia mamma. E ti pareva!
Intanto il semino di mio fratello doveva essere grande e grosso perché le cresce una grande pancia e continua a crescere che lei sembra fare fatica persino a camminare e a muoversi. Torno da scuola nel tardo pomeriggio e mia mamma ha sfornato un vitellino di più di quattro chili. Proprio un vitellino, dicono. Non una seppiolina come hanno detto di me. Son proprio strani i grandi. Danno sempre un nome a tutto. E intanto lui nasce con il sorriso stampato in faccia. Mi dicono che quattro chili sono tanti. Le fanno i complimenti come avesse fatto una cosa eccezionale. Magari lo è. Non è che capisco bene perché. A me onestamente sembra piccolo e indifeso.
Ecco il mio nuovo fratellino, che è tutto mio, visto che ha quel colore di capelli e che sembra prediligere il suono della mia voce. Cominciano ad esserci troppi maschi in famiglia ma con questo sarà diverso, ho ben altri progetti per lui. Se non fosse che odio le canzonette stupide, che danno alla radio, in onore suo canterei anche la divina commedia. Credo che questa sia la felicità.
Mamma gli fa i versi più incomprensibili. Gli muove le mani davanti agli occhi. Naturalmente lo tratta come un mentecatto. Non si capiscono e questo è normale. Non gli sa parlare né riesce ad afferrare quello che lui cerca di dirle. Lo guardo e guardo la mamma. Lo guardo e so che dovrò fargli da madre. Non c’è speranza. Lei, con quegli occhi cheti, farebbe solo gli stessi sbagli che ha fatto con me. Non è adatta a fare da madre. Non è combattiva abbastanza. Si sono già visti i risultati con Ernesto. Io ho dovuto arrangiarmi da sola. Se aspettavo lei sarei solo una bambola ridicola che deve solo sorridere e fare le smorfie.
Beh! certo a dirla tra noi la mia è una grossa rivincita. Il vecchio Ernesto è veramente abbacchiato. Un nuovo fratello, maschio, rosso di capelli a cui si è dato anche il mio nome. Al maschile s’intende. Babbo non lo guarda con sospetto, ormai si è rassegnato, o è solo perché si è fatto l’occhio vedendo i miei di capelli. In realtà lo guarda poco. Non è una novità. Non dovrebbe essere orgoglioso? Io lo sono, perché lui no? Anche mia mamma questo bambino proprio non se l’aspettava. Lo so perché, mentre le cresceva la pancia, l’ho vista piangere di nascosto. Probabilmente aveva già abbastanza da fare con noi due e poi quel mio padre che le consegna sempre un carico di tensione che non si leva mai. Io le sussurro: “Non ti preoccupare, me ne occuperò io”.
Presto il piccoletto, già al suo posto nella culla e ben nutrito dalle poppe di mamma, incomincia a parlarmi. Sono davvero meravigliata dalle tette delle donne. Non cresceranno mica anche a me due cose così? Due meloni pieni di latte? Credo proprio che non mi sentirei a mio agio. E non le voglio, almeno per ora. Non saprei che farmene.
Insomma lui, il neonato, mi parla e non fa ancora discorsi troppo impegnati, anche se, tutto sommato, mi sembra abbastanza logico che chieda del suo mondo. Primariamente s’informa di come stanno le cose. Chiede notizie più precise di mamma e papà. Domanda se può contare su una certa disponibilità economica. Poi mi chiede di Ernesto: “Ma è davvero nostro fratello?” Io non posso nasconderglielo e sono costretta a rispondere al povero piccolo: “Sì, va beh, ma non è poi così pericoloso”. Lui mi esorta già consapevole: “Stammi attenta sorellina, perché di lui non mi fido troppo”. Comincio a temere che Ernesto sganci, non visto, qualche pizzicotto sotto le copertine. Sarebbe cosa da lui. Ma se me ne accorgo, se la dovrà vedere con me e brutta, il degenere.
Tutti dovranno vedersela con me, perché è mio, anche se per ora nessuno lo sa. Lo annuso. E’ una curiosità. Con la storia dei cosi, e dei semini, mi sono fatta dei pregiudizi. Odora normalmente, sa di saponetta e di latte e di quello che si fa addosso, perchè su questo non sa ancora controllarsi.  Ma imparerà. Mi tranquillizzo: non odora di prezzemolo né di alcunché d’altro di strano e pericoloso. La storia dei semi deve essere la storia più cretina mai inventata. Mai visto bambini nascere dalle piante.
Certo che le domande del nuovo mi hanno messo un po’ in agitazione. Ma perché chiedere se abbiamo una certa disponibilità economica? Si vuole giocarsi a poker i nostri risparmi? Certo che ha un musetto simpatico, ma si può pensare che quel sorrisino nasconda un’aria da biscazziere e baro? Così, casualmente m’informo: “Sai per caso giocare a carte?” lui risponde ridacchiando: “No, solo a scacchi!” e la cosa mi rilassa. Non me lo sarei aspettata ma… gli scacchi sono un gioco da intellettuali; mica si può barare giocando a scacchi. Oppure mi sbaglio?

130) Sotto i venti di Nettuno

In Un libro al giorno on 14 ottobre 2010 at 8:00

Addossato al muro della cantina, Jean-Baptiste Adambsberg fissava l’enorme caldaia che due giorni prima aveva interrotto ogni forma di attività. Era successo un sabato, il 4 ottobre, con la temperatura esterna scesa intorno a un grado e un vento che veniva dritto dall’Artico. Il commissario, inesperto, esaminava la calandra e i tubi silenziosi nella speranza che il suo sguardo benevolo ravvivasse l’energia del marchingegno o facesse apparire il tecnico che doveva venire e non veniva.

Soluzione
Titolo: SOTTO I VENTI DI NETTUNO
Autore: FRED VARGAS

trama: Il commissario Jean-Baptiste Adamsberg sente ogni giorno di più l’ostilità dei suoi colleghi del commissariato del XIII arrondisment a partire dal suo vice, Adrien Danglard, sino agli ispettori Retancourt e Favre. In questo clima viene preparata la trasferta di otto elementi della squadra in Québec, dove sono stati invitati dalla GRC, Gendarmerie Royale du Canada, la polizia a cavallo canadese, per un corso di aggiornamento sulle rilevazioni scientifiche.
Pochi giorni prima di partire, il commissario si imbatte per caso in un omicidio che gli suona familiare: una giovane donna uccisa con tre coltellate al petto. Proprio come le altre vittime di un serial killer che Adamsberg (e solo lui) insegue da una vita. Le ferite mortali infatti corrispondono a quelle inferte da un tridente e il commissario sospetta da sempre di un giudice, Fulgence, tanto rispettato quanto temuto in tutta la Francia: un vero e proprio fantasma, un vecchio giudice assassino seriale dai connotati quasi fumettistici, sembra essere tornato con il suo spaventoso tridente da un lontano passato a infierire sullo svagato commissario Adamsberg.
L’esperienza in Canada è scandita da nuove esperienze investigative, buffe espressioni quebecchesi e lunghe passeggiate nei paesaggi innevati della zona. Qualche giorno dopo il suo ritorno a Parigi, Adamsberg viene informato che è di nuovo richiesta la sua presenza in Québec, e il suo capo lo manda, scortato dall’imponente ispettore Retancourt. In Québec una giovane donna è stata uccisa lungo un sentiero, lungo il fiume Outaouais, spesso battuto dal commissario durante le sue lunghe e frequenti passeggiate. E il sovrintendente della GRC, Laliberté, sospetta di Adamsberg, che grazie a uno stratagemma di Retancourt riesce a fuggire e tornare in Francia dove è ufficialmente latitante.
Qui comincia la sua personalissima indagine per incastrare una volta per tutte il giudice e il suo tridente e in questo è coadiuvato da un’anziana hacker, Josette e la chiave dell’indagine risulterà essere un famoso gioco da tavolo di origine cinese, il mahjong. (DA WIKIPEDIA)