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E’ generosa la vita

In La leggerezza della gioventù on 13 marzo 2011 at 9:00

Oggi, proprio oggi non poteva fare a meno di pensarci.
La data era assurdamente quella del giorno più brutto e anche di quello più bello della sua vita.
Insomma, sia chiaro, lei spesso con la vita aveva fatto a botte, ma le piaceva. Insomma aveva combinato un sacco di casini, senza contare che la vita le aveva risposto con innumerosi sberleffi. Con dure lezioni di umiltà. Perché lei umile non lo era forse stata mai. Lei pretendeva di esistere. Non vivere, come una persona qualsiasi, ma di esistere e di lasciare il segno. Non si era mai accontentata delle cose, così fatte solo perché ci si trova a farle. Non aveva pensato a piccoli sogni e a soluzioni facili. Lei era per le cose in “grande”, quelle senza mezzi termini. E la vita era uscita un po’ barcamenante. Insomma aveva fatto grandi cose, ma solo a momenti. Poi tornava sui suoi passi e ricominciava da zero. Saliva con fatica lungo la strada e poi scivolava in basso facendosi sempre piuttosto male. Eppure ricominciava. E la vita l’aspettava al varco, sempre generosa, ma anche pronta allo sgambetto, al colpo di coda che la respingeva giù.
Ci pensava a quanta gente aveva conosciuto, a quante persone aveva amato e con le quali aveva condiviso il cammino, amiche e amici che non c’erano più, altri che avevano preso altri percorsi. Eppure lei era sempre pronta a sorridere ad una nuova amicizia, pronta a lottare per un nuovo sogno e a faticare per un nuovo risultato. Tutto sommato la vita le aveva riservato il massimo. Sia nel bene che nel male. La vita era sempre stata generosa e lei non avrebbe avuto mai parole sufficienti per ringraziarla di ciò.
Ecco è proprio il 13 marzo la giornata più strana e inconsueta della sua vita. Molti anni prima, in quell’ora di sera nella quale si accendono le luci e si pensa alla cena, lei era accorsa a quel richiamo. Il suo nome detto una sola volta, ma in quel modo strano che sembrava dire: “E’ urgente. Corri!” Lei era corsa e aveva capito che non ci sarebbe più stato domani. Aveva chiamato il 118. L’idroambulanza, la corsa in ospedale. Tutto inutile, tutto finito. E l’ultima parola era stato il suo nome. La vita si era portata via tutto quello che aveva concesso in anni di fatiche e sofferenze. Lei allora non avrebbe pensato più di ritentare. E invece no. Ci si riprende e si sogna ancora, altrimenti è giusto lasciare la presa subito e morire d’inedia. Lei aveva percorso altre strade, aveva sognato e fatto progetti. Non certo con lo stesso entusiasmo di quando era giovane. “Ecchè è, non siamo mica infaticabili” si diceva. E la vita le aveva concesso ancora una possibilità. Piccola e stortignaccola, ma sempre una possibilità. Ma era finita in niente. A volte succede. La vita dà e sei tu a non saper far rendere il suo tesoro. Se quel tesoro era finito era più colpa sua che di quell’uomo che di qualità ne aveva davvero poche. O almeno non erano le qualità che lei apprezzava di più. Eppure si era data lo stesso. Tanto a far bene le cose conta lo stesso che farle male. E allora?
Allora il 13 marzo, sempre quel benedetto giorno complicato, verso la stessa sera in cui si accendono le luci e si pensa alla cena, lei aveva riavuto il suo colpo di fortuna. La vita si era fatta trovare ancora e, tra le due, era lei ad essere del tutto impreparata. Un nome e cognome su un social net. A lei annoiava a morte quel social net, non ci trovava gusto. Eppure quel nome le aveva fatto tornare a mente che molti e molti anni prima lei era una ragazzina piena di sogni e che c’era un ragazzo, dagli occhi verdi, che li condivideva con lei. Che buffa storia, così ingenua e così romantica. “Roba vecchia!” si disse e mandò quel messaggio curiosa e combattuta. Era il 13 marzo di due anni fa. Lui rispose e fu un uragano. Non era roba vecchia, era oro lucente. Era calore umano e dolcezza. Era la Storia che aspetti una vita e che ti rimane dentro perché sai di averla incontrata e non ti ricordi più quando.
La vita è un fiume e non si ferma mai. Lei aveva imparato a nuotare anche controcorrente. La vita ti sbatte e ti stritola, ma a volte, nelle anse tranquille, ti culla e ti accarezza. Lei voleva la vita ed era proprio quella vita lì che voleva. Era la mano di quell’uomo che aspettava, quella che ti accoglie anche alla notte nel sonno. Era il suo amore, quel regalo generoso che aveva perduto. E adesso che la vita glielo aveva ritornato, se lo sarebbe tenuto, difendendolo con le unghie e con i denti.
E’ generosa la vita se si incontra di nuovo l’amore…

55) Una notte in Italia

In Una canzone al giorno on 2 agosto 2010 at 12:00

E’ una notte in Italia che vedi
questo taglio di luna
freddo come una lama qualunque
e grande come la nostra fortuna
la fortuna di vivere adesso
questo tempo sbandato
questa notte che corre
e il futuro che arriva
chissa’ se ha fiato
E’ una notte in Italia che vedi
questo darsi da fare
questa musica leggera
cosi’ leggera che ci fa sognare
questo vento che sa di lontano
e che ci prende la testa
il vino bevuto e pagato da soli
alla nostra festa
E’ una notte in Italia
anche questa in un parcheggio
in cima al mondo io che cerco
di copiare l’amore ma mi confondo
e mi confondono piu’ i suoi seni
puntati dritti sul mio cuore
o saranno le mie mani
che sanno cosi’ poco dell’amore
Ma tutto questo e’ gia’ piu’
di tanto piu’ delle
terre sognate
piu’ dei biglietti senza ritorno
dati sempre alle persone sbagliate
piu’ delle idee che vanno a morire
senza farti un saluto
di una canzone popolare
che in una notte come questa
ti lascia muto
E’ una notte in Italia
se la vedi da cosi’ lontano
fra quella gente cosi’ diversa
in quelle notti che non girano
mai piano io qui ho un pallone
da toccare col piede
nel vento che tocca il mare
e’ tutta musica leggera
ma come vedi la dobbiamo cantare
e’ tutta musica leggera
ma la dobbiamo imparare
E’ una notte in Italia che vedi
questo taglio di luna
freddo come una lama qualunque
e grande come la nostra fortuna
che e’ poi la fortuna
di chi vive adesso questo tempo
sbandato
questa notte che corre
e il futuro
che viene a darci fiato

Soluzione
Titolo: UNA NOTTE IN ITALIA
Autore: IVANO FOSSATI

Una povera fortuna

In Anomalie, Donne, uomini on 29 giugno 2010 at 15:40

Qualche volta ci pensava. Mica che rimpiangesse davvero qualche cosa. In effetti lo ammetteva che, almeno fino ad un certo punto, era stata semplicemente fortunata. Ma era un’idea assurda, visto quello che era successo dopo, lei lo ricordava bene che spesso allora le veniva rinfacciato di essere troppo bella. Non che lei fosse una vanitosa, però quello che la natura le aveva dato le sembrava davvero un dono straordinario. I ragazzi, magari, non glielo dicevano mai apertamente. D’altra parte qualche mese prima era più o meno come un sacco di patate, una cosa informe, o almeno non sembrava per niente la stessa di quella che era diventata dopo. Insomma tutti quelli che la vedevano per la prima volta restavano immagati. Qualcuno, tra i più coraggiosi, tentava di mettersi assieme: “Vuoi uscire con me?” “Vuoi diventare la mia ragazza?”. Aveva imparato a rispondere “No!” con tanta leggerezza, però di solito non aveva un’aria che invitava alla confidenza.
Invece quelli che erano meno sfrontati si mettevano in fila, facevano gli amici, che poi era l’unico modo per stare con lei. A volte l’amicizia è più importante dell’amore. Insomma era chiaro che la vedevano bella, molto bella. Era chiaro che quello era la cosa che saltava all’occhio, ma dopo, quando la conoscevano meglio e capivano che era timidezza quel modo tutto particolare di mantenere le distanze, trovavano che oltre a bella era anche una ragazza molto desiderabile. Di per sé questo non faceva danni, essere bella era una qualità apprezzabile, lei la riteneva qualità utile, ma non necessaria. Anzi odiava di essere facilitata solo per questo. In particolar modo odiava che le amiche, capito come funzionava con i maschi, finissero o col tenerla distante o con lo starci assieme, almeno fino a che non si accoppiavano. Ma era inutile criticarle, lei aveva la fortuna che niente mai le mancava, sia che si trattasse di complimenti che di compagnia.
Poi, finalmente, aveva incontrato pure lei quel ragazzo che le altre le avevano invidiato subito. Non perché fosse il più bello, quello no, ma era ricco e con quell’aria da “grande” che faceva loro girare la testa. Glielo avevano detto che aveva una fortuna sfacciata e che si era preso il meglio della piazza. Lui aveva quel modo volitivo e allo stesso tempo carismatico di trattare gli altri. Lui aveva mosso la gelosia dei maschi che s’ erano accorti di averla persa, allo stesso modo le sue amiche avevano tirato un sospiro di sollievo. A dirla tutta sembravano la coppia ideale, anzi probabilmente sembravano la coppia esemplare, quella che niente e nessuno avrebbe potuto dividere. Erano troppo belli per essere veri.
Piano piano lui si era fatto troppo attento, non aveva occhi che per lei, si era fatto prendere dal timore di perderla e non sopportava che gli altri le girassero intorno. Le permetteva di uscire solo se accompagnata, le controllava il modo di vestire, le proibiva di truccarsi e di trovarsi con gli amici di prima. Lei non si capacitava, ma come? cos’era cambiato da quando si erano conosciuti?
Lui era diventato aggressivo ed esigente, voleva tutte le attenzioni su di sé. La sgridava per un nonnulla e la incolpava se qualcuno la guardava con insistenza. Ad un certo punto la convinse di non lasciare sciolti i suoi bei capelli biondi perché la rendevano troppo appariscente e allontanò anche quelle poche amiche che le erano rimaste. La sua gelosia era ad un tale parossismo che la convinse a lasciare gli studi, in modo da poterla controllare meglio. Era giunto a manovrare e manipolare la sua vita e a controllarne ogni momento senza lasciarle mai un varco per respirare.
Lei non era una donna di grandi pretese, ma quell’amore le stava stretto e la faceva sentire continuamente inadeguata e in colpa. Così un giorno, dopo una lite furibonda, in cui lui le aveva intimato di non uscire da sola per andare al mare, lei per ripicca c’era andata e aveva pure flirtato con un ragazzo che aveva conosciuto sul spiaggia. Era stata una giornata eccitante, il sole, il mare, la libertà e un ragazzo che le diceva tutte quelle cose che era da una vita che non si sentiva dire. Si era proprio lasciata andare, tanto che alla sera aveva fatto persino tardi abbandonandosi alle carezze dello sconosciuto.
Era davvero una fortuna essere così bella tanto che nessun ragazzo le poteva resistere. Forse davvero avevano ragione le sue amiche quando le dicevano che lei non riusciva a capire quante prerogative le concedesse il suo bel viso e quel suo corpo perfetto.
Tornando a casa però si sentiva anche molto agitata, inutile negarlo, temeva le reazioni di lui. D’altra parte lui non era il suo padrone e lei non era la sua schiava. Ma ogni passo le diventava più difficile credere che lui avrebbe accettato quello che lei aveva fatto durante il giorno, salvo che non gli avesse raccontato una balla. Ma la cosa che temeva di più era quella insostenibilità del rapporto, lei lo sapeva di volerlo lasciare, ma come avrebbe fatto? Era certa che le avrebbe sicuramente fatto pagare se lei lo avesse lasciato. L’aveva già minacciata e lei non lo aveva scordato.
Quando arrivò all’angolo di strada che portava verso casa sua, lui era lì, appoggiato al muro che l’aspettava. Per un momento lei sperò che fosse lì per chiederle scusa del litigio che avevano avuto la sera precedente, ma era solo un’illusione, una mera storia che si raccontava per non affrontare la dura realtà. Lui appena l’ebbe davanti la colpì con un manrovescio che le fece sanguinare la bocca, poi la trascinò prendendola per i capelli e facendole sbattere la testa sul muro. La sua rabbia era cieca e muta, solo una volta o due le uscì quasi incomprensibile la parola “puttana!”.
Forse anche lei gridò le solite inutili cose: “Lasciami, mi fai male… vigliacco!” ma forse erano solo parole che pensava nella sua testa. In fondo si stava dando la colpa lei per tanta violenza. Lui continuava a picchiarla in silenzio ringhiando come un cane alla catena. Lei si difendeva sempre meno, intontita dai colpi terribile che lui le sferrava. Poi lui la prese con la sinistra per il collo cominciando a stringere fino a farle mancare il respiro, le avvicinò le labbra all’orecchio e le ringhiò la sua sentenza: “O solo mia o di nessuno…” non aveva quasi più coscienza quando la lama le attraversò in un guizzo, in un folle zig zag, il viso e il collo.
L’ultimo pensiero prima di cadere a terra fu che lei di quella fortuna non voleva saperne più. Quando riaprì gli occhi sul letto d’ospedale senza chiedere niente, aveva già visto sui visi dei suoi parenti che la bellezza, quella fortuna che le aveva invaso la vita, quella no, non sarebbe più stato un suo problema. E si sentì leggera come non lo era stata più da tanto tempo.

L’appuntamento mancato.

In Amici, amore, Donne on 16 aprile 2010 at 12:34

Anna era una ragazza bellissima. Capelli biondi e occhi scuri che ti levavano la parola. Un corpo ben fatto e generoso nei punti giusti. Anche le sue amiche la vedevano così, mica serve essere uomini. Quando una è bella è bella e non c’è niente da dire. Si era sposata con Giulio che era il suo fidanzatino delle medie. Avevano cominciato presto e si erano sposati con il benestare delle loro famiglie che li adoravano come se fossero i loro cuccioli. A dirla tutta, le amiche di Anna la consideravano una donna molto fortunata, perché, oltre ad essere indiscutibilmente bella, sposando Giulio era diventata anche ricca e soprattutto la consideravano una donna amata, molto amata. Sia chiaro che loro non la invidiavano, probabilmente non avevano personalmente nulla da invidiarle, ossia non erano gelose del suo successo, anzi, erano felici per lei, perché era una donna straordinariamente generosa e le sue qualità gliele riconoscevano tutte. In effetti anche loro tre avevano le loro fortune, chi più e chi meno. Laura non era bella, ma era di una simpatia straordinaria, suo marito era spiritoso quasi quanto lei e nella loro vita non c’era quasi mai malumore o litigi. Claudia era fisicamente un “tipino pepato” pur non essendo proprio una bellezza ed era anche l’unica ad aver continuato gli studi, aveva poi sposato un ingegnere, che le consentiva una vita da signora, lui viaggiava per l’Italia in continuazione a costruire strade e ponti e lei, molto spesso, si sentiva sola e organizzava al figlio, Nicola, attività sportive sane ed esclusive. Matty era l’unica che si contendesse lo scettro della reginetta di bellezza con Anna, ma aveva un’aria più spigliata e meno timida e poi, di sicuro, non aveva la stessa fortuna, a lei piaceva l’avventura e non amava sentirsi legata e in quanto a sposarsi, solo a sentirne parlare, torceva il naso.
Ognuna aveva scelto la propria strada che le aveva portate a non vedersi per lunghi periodi, poi con il passare degli anni avevano deciso di darsi un appuntamento preciso, in un luogo preciso, in un giorno preciso e nessuna di loro poteva sgarrare. Neanche le nascite dei figli e nemmeno altre meno piacevoli incombenze avrebbero potuto tener lontane le quattro “moschettiere” dal loro incontro annuale.
La data era l’8 di marzo e il ristorante era il locale storico “La Veranda”, così almeno non rischiavano di trovarsi a mangiare da nuovi gestori “cinesi” come succedeva per altri locali in città. Il proprietario, Biagio anzi era un loro vecchio amico che aveva fatto l’Università con Claudia, pertanto, teneva un tavolo per quattro ogni 8 marzo di ogni santo anno del calendario.
Quel marzo al loro tavolo invece di essere in quattro si trovarono solo Laura e Claudia. In un primo momento passarono il tempo a parlare delle loro novità di quell’anno passato, ma poi, sempre più a disagio, si cominciarono a chiedere dove fossero finite le altre due. Laura aveva tentato di trovare Anna al cellulare, ma il telefonino risultava spento e non raggiungibile. Il cellulare di Matty invece suonava a vuoto, nessuno rispondeva. Biagio che era andato a prendere le ordinazioni coinvolto dalle domande delle due amiche, pur cercando di mantenersi sul vago, si era lasciato sfuggire qualche frase che faceva pensare che sapesse molto di più di quello che pareva. Le due non lo intendevano lasciar tornare al lavoro fino a che non avesse detto tutto o almeno avesse fatto capire qualche cosa pure a loro.
Biagio parla, cosa sta succedendo?” Chiese decisa Claudia che era quella che aveva più familiarità con lui. “Ragazze non dovrei essere io a raccontare queste cose ma, visto che sembrate cadere dalle nuvole, mi sembra giusto raccontarvi almeno quello che io so. Negli ultimi tempi, qui al ristorante, da conoscenti comuni, mi sono pervenute voci che Anna è stata veramente male, sembra sia stata presa da una profonda depressione, le ragioni non le so, sapete come sono le donne, a volte capita senza un vero motivo. Così Giulio che era preoccupato per lei e per Tobia sembra abbia chiesto a Matty, visto che non non è impegnata con una famiglia sua, di dedicarsi un poco a loro, sapete, tanto per far compagnia all’amica e anche per guardare quel ragazzino che, con quella madre fuori fase, sembrava soffrire molto. La cosa è andata avanti per qualche mese e so che alla fine sono persino partiti per una vacanza in Tahilandia insieme. Poi quando sono tornati Anna è peggiorata. E’ stata vista in giro per i negozi a fare spese folli con la carta di credito, fino a che Giulio non deve aver deciso di ritirargliela. Sembra anche che l’abbiano vista girare in macchina in sottoveste o almeno non molto vestita. Sembra che sia ingrassata e imbruttita e che beva come una spugna. Ma forse sono sole chiacchiere senza fondamento. Comunque alla fine, mi hanno detto, che si sono decisi a ricoverarla in una casa di cura prestigiosa e specializzata.” “Ma Matty, cosa c’entra con questo, come mai non c’è?” fu la domanda che fecero le due amiche quasi contemporaneamente. “Beh, sembra che Matty abbia preso un po’ troppo sul serio l’incarico di seguire costantemente e affettuosamente sia Giulio che Tobia… ed è forse proprio per questo che non ha avuto il… ehm… tempo per venire se capite quello che voglio dire…” Biagio era molto imbarazzato e cercava di nascondere il viso fingendo attenzione alla porta di ingresso. Ovviamente le due donne incredule gli puntarono quattro occhi strabuzzati addosso e Claudia chiese: “Ma Biagio, sei fuori di testa?… vuoi dire che… Matty… e… Giulio… insomma… l’hanno deciso insieme?… Insomma, voglio dire… se ho capito bene… hanno avuto un motivo “comune” per ricoverarla?” Biagio sembrava sulle braci, ma un po’ piccato sbottò: “Io sono sanissimo Claudia, tutt’al più chi è fuori di testa… ma dai lasciamo perdere… io le cause non le so… però… insomma voglio dire che se io fossi Matty alla cena dell’8 marzo, con voi due, non mi ci farei vedere mai più!” Quelle parole calarono su di loro come un maglio. Laura scappò in bagno per non vomitare mentre Claudia non riusciva più a spiaccicare parola. Comunque una sola cosa era certa, quella sera come probabilmente ogni altro 8 marzo futuro Matty avrebbe mancato sicuramente a quell’appuntamento.

Il ricordo più bello

In amore, Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 19 gennaio 2010 at 18:14

Tanto per essere chiari la sua vita non era un enorme schedario. Non era facile ricordare tutto, benché avesse comunque conservato molti ricordi. C’erano stati periodi che aveva totalmente dimenticato o forse solo comodamente rimosso. Ora che ci pensava non riusciva a capire quegli anni della sua gioventù dei quali non aveva quasi più nessuna memoria. Si era detta che, forse, c’era poco da ricordare, eppure era stato un tempo di così grande fermento e di lotte, anche personali, che l’avevano portata ad autonomie impensabili a percorsi veramente intricati. Insomma aveva lavorato duro, questo lo sapeva. Aveva cercato di uscire dalla vischiosità del destino che l’avrebbe voluta più succube dei lacciuoli che la legavano a quel suo mondo. Avrebbe dovuto scegliere una strada più comoda e non l’aveva fatto. Questa era la cosa buona, ma sul prezzo pagato poco ricordava. Per quanto cercasse di capire quanto quelle scelte e quel tempo l’avesse ferita, non ne aveva memoria.
Per questo quando Stefano, mentre lei lo assisteva in ospedale, tanto per parlare delle loro vite passate e per impegnare il tempo, le aveva chiesto quale sarebbe stato il ricordo che avrebbe salvato della sua vita, dopo il primo pensiero vuoto e che le mostrava apparentemente la sua mente come una tabula rasa, ebbe un’immagine: una potente luce solare negli occhi… In genere lei non si raccontava storie. La luce del sole faceva parte della sua vita. Adorava stare al sole porgendo il viso alla luce e al calore con un trasporto sincero. Eppure quel ricordo era qualcosa di più, molto di più. Attorno a lei si materializzava una giornata d’inverno. Era stesa in un mare di neve inviolata. Il sole era violento ed il cielo di un azzurro profondo. Non era sola. Loro stavano lì, distesi forse sopra la giacca a vento, ma erano così giovani che il freddo non li spaventava. Lui le teneva la testa appoggiata sul suo petto e le sfiorava con le labbra i capelli. Giornata strana quella. Strano che i suoi l’avessero lasciata andare in montagna con gli amici quella domenica. Non era scontato, ogni permesso era estorto sfoderando le unghie e i denti, lei lo sapeva. Andare in montagna con lui era la cosa in assoluto più straordinaria che a quel tempo potesse sperare. Lui aveva la febbre. Neanche questo lo aveva scoraggiato. Non avrebbe mai rinunciato ad uscire con lei. Aveva risicato un po’ di materiale in giro. I mutandoni di lana del nonno e i pantaloni di velluto di suo padre, il maglione a righe glielo aveva fatto sua mamma, lei era brava a ferri come tutte le brave donne di una volta. Rossana portava invece quel maglione azzurro di lana grossa, con la cerniera davanti. Non è che le piacesse molto, ma non aveva niente di meglio da usare contro il freddo, e poi i pantaloni glieli aveva prestati Diana che in montagna ci andava spesso. Com’erano arrivati dentro quel mare di neve lei se lo ricordava, era stata una faticata immane, sprofondando fino al ginocchio nella neve fresca, avevano abbandonato la pista e raggiunto uno spuntone da cui vedevano tutta la valle.
Michele era silenzioso e neanche Rossana aveva voglia di parlare. Era troppo bello ed importante quello che stava iniziando tra di loro. Avevano così tanto calore dentro agli occhi, così tanti sogni dentro al cuore. Lei ricordava che ad occhi semichiusi per ripararsi da tutta quella luce aveva pensato al suo futuro, a tutto quello che la vita le prometteva, a tutto quello che avrebbe sognato e realizzato, aveva toccato quel cielo con un dito, aveva avuto la totale coscienza di esistere e di avere diritto di vivere e di amare. Aveva il cuore e la mente aperti verso spazi che non aveva mai conosciuto e che le si palesavano in tutta la loro magia e unicità. Non era mai stata così cosciente e felice e non lo sarebbe stata mai più, almeno non più così. Stefano le aveva chiesto scherzando “Ehi, ma chi era quel “coso” lì? Qualcuno di cui dovrei preoccuparmi ed essere geloso?” la sua era uno domanda senza senso, la loro era solo amicizia, ma talmente tanto antica che non richiedeva ormai più alcuna espressione sentimentale di inutile gelosia. Rossana l’aveva guardato anche lei sorridendo e rispose imbarazzata. “Era il mio ragazzo. Una storia dolcissima di tantissimi anni fa. E’ durata un po’ e poi ci siamo persi e mentre lo diceva sentiva dentro di sé una nostalgia così potente che la lasciò scombussolata. Era facile scambiare tutto per rimpianto verso la sua gioventù perduta. Era facile cancellare le implicazioni di quel ricordo anche se quel ricordo era accompagnato dalla colonna sonora che non poteva esistere nella realtà, ma che apparteneva a quel loro tempo, quella canzone che l’aveva tormentata ben oltre ogni logica e ogni pensiero razionale. Quella che lei credeva la sua canzone-tormentone e che non poteva essere di nessun altro.
Rossana non sapeva che di lì a qualche giorno avrebbe riascoltato commossa quella canzone ballando teneramente tra le braccia di quell’uomo che ormai pensava di aver perduto per sempre.

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