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La lista…

In Ironia, personale on 25 ottobre 2012 at 14:44


Avete anche voi una lista simile?
La mia amica Martina http://lavitamarina.wordpress.com/2012/10/20/le-venti-cose ne ha trovata una, in un vecchio libro scovato nel bidone delle immondizie.
Sarebbe bello sapere quel è la nostra lista di cose assolutamente necessarie per poter dire sinceramente, alla fine: “confesso che ho vissuto”.

1 – Fare una vacanza di almeno due settimane assolutamente soli a leggere libri, ascoltare musica e guardare il mare
2 – Arrivare in una limpida notte invernale a New York dal Queensboro Bridge
3 – Avere un incontro ravvicinato del terzo tipo sugli allineamenti di Karnac
4 – Vedere realizzato in un bel film il libro che hai amato tanto
5 – Saper tornare bambini ogni volta che è necessario
6 – Provare sempre stupore di fronte alla bellezza della natura e alla solidarietà umana
7 – Riuscire a dipingere un quadro enorme, anche se soffri della fobia di sporcare i fogli bianchi
8 – Avere una stanza tutta per sè
9 – Poter comperare quel quadro che ti piace tanto senza chiederti se lo potrai mai pagare
10- Regalare un sogno ad un bambino
11- Regalare un sogno ad una persona anziana
12- Avere un appuntamento col destino e non arrivare tardi
13- Avere un amico per compagno di vita
14- Riuscire a rispondere per le rime in alcuni momenti topici della vita
15- Ricevere la risposta giusta ad una domanda importante
16- Non avere paura della morte
17- Non avere paura della vita
18- Avere un luogo tuo dove tornare
19- Fare per tuo figlio quello che avresti voluto che i tuoi genitori avessero fatto per te
20- Andare all’avventura in un coast to coast dell’America a suon di musica anni ’60.

Certo che se continuavo, ne avrei trovati altre cento cose assolutamente da fare, ma mi accontento di queste, tutto sommato per la mia vita non ho, come ben potete vedere, esagerate pretese 🙂

Se la tua punizione sarà la morte…

In amore, Anomalie, Cinema, Donne, uomini on 26 febbraio 2012 at 0:55

 Non so che dire di fronte a certa barbarie rimango davvero senza parole. Savannah è morta solo per la punizione che le è stata inflitta dalla nonna paterna e dalla matrigna a seguito di una banale bugia. Il fatto è questo. Fatto abbastanza orribile e difficilmente giustificabile. Non si può provocare la morte di una bambina solo perchè non confessa di essersi mangiata la cioccolata.
Ci sono tanti modi di insegnare ai figli a non dire bugie, anche perchè le bugie sarebbero inutili se tu come genitore fossi comprensivo e con una mentalità aperta. Se proprio vuoi dare la tua dimostrazione di forza puoi sempre levargli qualche ora di televisione, ammesso che questo serva a non far più mentire tua figlia, ma certamente mai a farla morire di sfinimento.
Il fatto arriva secondo ad un film, piuttosto “forte” che ho visto ieri sera in televisione: “Precious”. Un’altra storia di umana follia o disumana umanità. Forse è proprio per questo che il fatto, di cui vi parlo oggi, mi ha fatto girare ad elica “i cabasisi”, come direbbe elegantemente Montalbano.
I figli dovrebbero andare a chi se li merita non a chi non sa nemmeno di cosa stiamo parlando.
Ovviamente mi chiedo quanto bisogna sapere e anche quanta strada bisogna fare per poter diventare dei genitori adeguati. Non credo proprio che basti avere la maturità fisica per concepire o far concepire un figlio, perchè tutto il resto venga da sè. Ci vuole molto di più e in quel di più io vedrei delle qualità tali che se proprio dovessimo richiederle come qualità “sine qua non”, al mondo di figli ne vedremmo davvero pochi.
Non sto facendo un discorso che preveda, da parte di uno o tutti e due i genitori, il completo sacrificio di sè e della propria vita, anche questo farebbe parte, secondo me, degli “abusi” da evitare, ma almeno ritengo indispensabile sapere cosa significa un figlio o almeno sapere che cosa non è sicuramente.
Genitori che fanno i figli perchè “capitano” o perchè vogliono realizzare le loro aspettative, genitori frustrati che vorrebbero vivere la loro vita attraverso quella dei loro figli o anche genitori che sono ancora figli e che non supereranno mai questo scoglio, genitori egoisti, gretti, ipocriti, vendicativi, ricattatori, rigidi puritani, maneggioni, privi di scrupoli, disinformati, stupidi, violenti, indifferenti… beh secondo me dovrebbero essere “sterilizzati”. Non si può maturare sulla pelle dei propri figli. Non si può usare i propri figli per dimostrare di esistere.
Dopo aver letto la notizia mi sono chiesta qual è stata la punizione più brutta che ho comminato a mio figlio. Ci ho pensato a lungo, ma mi è venuto a mente solo una misera mezza giornata nella quale, dopo una discussione, volutamente non gli ho rivolto la parola. Cosa che ha risolto lui, velocemente, venendo a chiedermi scusa con i suoi grandi occhioni azzurri spalancati e a dirmi che mi voleva tanto bene. Ditemi voi come si fa ad essere rigidi con un bambino così che anche se poi non fosse stato così dolce, nulla sarebbe stato diverso, avrei ricominciato a parlarci come se niente fosse stato o perchè me n’ero dimenticata io per prima oppure perchè la cosa mi faceva star troppo male.
Insomma sia chiaro: l’amore non prevede crudeltà e tanto meno cattiveria e se prevede per caso la privazione come metodo educativo, questo non può essere di certo, una punizione che preveda di perdere la vita.

Bambini di guerra, bambini di pace

In Anomalie, Gaza, Guerra, Informazione, Malattie mentali on 7 ottobre 2011 at 9:34

Disegno di bambino palestinese che raffigura un carro armatoSe c’è una precisazione che mi sento in obbligo di fare è sulla mia personale posizione in alcune vicende compreso il tema che riguarda le iniziative sulla Palestina. Faccio una preventiva premessa: in Facebook e altrove passo tutte le notizie di quell’universo variegato e complesso che è la sinistra italiana, quelle che condivido e anche quelle meno e su cui ho delle perplessità, senza nessun filtro né di opportunità né censorio. Credo di mantenere lo stesso atteggiamento nel caso Palestina. Considerato che nemmeno in Italia esiste alcuno che possa dire di rappresentare tutti gli italiani la cosa è anche più vera nella situazione di quella terra. Chi proponesse una iniziativa che riterrò utile troverà tutta la mia disponibilità e collaborazione. E d’altro canto se esistesse un’iniziativa capace di unire tutti i palestinesi credo che ogni persona saggia l’avrebbe fatta. Purtroppo non ho questa facoltà. Né quella di assumermi l’arroganza di elaborare una qualche secolare strategia.
Io guardo alla Palestina e ai Palestinesi nel completo rispetto del loro diritto all’autodeterminazione. Se da domani mattina la Resistenza davanti ad un paese militarizzato e invasore, ad una vera e propria pulizia etnica, dicevo che se da domani la Resistenza prenderà un’altra qualche forma o altre forme di reazione violenta alla violenza mi vedrà solidarizzare. Non potrò che comprendere come sia pressoché impossibile davanti alla forza opporre solo la sopportazione passiva. Il massimo a cui mi potrò spingere è chiedermi e chiedere se quella risposta aiuta la pace e il futuro della Palestina. Non mi è mai piaciuto mandare a farsi ammazzare gli altri. Però sta ai palestinesi la vera scelta. Da parte mia, nel mio “impegno” aggiungo che il contributo delle associazioni non può essere che in funzione alla loro utilità. Prima di tutto nel sensibilizzare nel proprio paese l’opinione pubblica, le persone ai problemi e alla storia di quella terra martoriata. Poi tutti quelli interventi possibili che possono essere richiesti. Fare da scudi umani costringe ad un necessario attivismo pacifista. E’ chiaro come il contributo di un attivista volontario sia diverso dalla resistenza di un palestinese in loco, anche per la questione delle mie personali possibilità. E non si può disconoscere l’utilità di quegli interventi coraggiosi fatti da tanti giovani.
Premesso ciò noi come gruppo (Restiamo umani, con Vik), sollecitati da Hope Association for Palestine Emergency, abbiamo intenzione di mettere in essere la mostra itinerante “Bambini di guerra” assieme a tutti quelli che si renderanno disponibili ad intraprendere questa avventura con noi. In realtà dovremmo intitolarla “Bambini senza pace” o “Bambini in cerca di pace”. Noi vorremmo infatti parlare di pace. La mostra sarà patrocinata dalla “Delegazione diplomatica palestinese”. Questo ha già mosso delle critiche e dei distinguo, una polemica. Ribadisco che noi la mostra la facciamo per quei bambini e che qualsiasi rappresentate di qualsiasi posizione espressa in Palestina o da palestinesi esuli vedrà domani lo stesso impegno. Ché credo che il non fare sia la cosa meno utile e più sbagliata. Mi sembra assurdo pensare che un’iniziativa come questa possa favorire una parte politica a scapito di un’altra. Nessuno si sente così importante e… fondamentale. Come la politica di Israele viene da lontano anche questa sete di pace e di giustizia, perché non può esistere una pace senza giustizia, viene da altrettanto lontano. E’ uno scontro tra quella barbarie e la civiltà. Tra l’arroganza e il diritto. Tra un invasore e un popolo e la sua terra. Tutto ciò premesso dovremmo parlare della mostra itinerante in sé. Della forma che sta prendendo la nostra inaugurazione di Venezia. Credo di aver usato per oggi fin troppe parole. Ci tornerò più tardi cioè più avanti. Vi lascio con un pensiero che don Nandino Capovilla di PaxChristi ci ha lasciato: “Grazie a tutte/i del nuovo gruppo! Ci sentiamo in piena sintonia con voi e da anni sosteniamo la causa palestinese con sensibilizzazione (film+libri+la newsletter e sito Bocchescucite, ecc.) e soprattutto continue esperienze di peacebuilding nei Territori Occupati (fra pochi giorni saremo ancora a raccogliere le olive a Ramallah, col team di Tutti a raccolta). Soprattutto GRAZIE per quello che farete per DIFFONDERE l’eredità preziosa del nostro Vittorio, con cui per anni abbiamo lavorato”. RESTIAMO UMANI.

Com’era bello il “Che”…

In Anima libera on 25 agosto 2011 at 5:17

Trentesima e ultima parte
S’è fatto tardi ed è già ora di andare. Ogni minuto consuma la vita. Tutto sembra scappare dalle mani. E mi pesa addosso questa frenesia di vivere. E’ nell’aria. E’ nelle cose. Forse è questo essere giovani. Gli uomini mi guardano. Non che mi sia molto sviluppata. Mi sono solo allungata. Cos’hanno da guardare? Non faccio nulla per attirare le loro attenzioni. Per essere carina. Li ignoro. Eppure mi guardano come fossero curiosi. E non mi piace come mi guardano. Mi verrebbe da mandarli sonoramente affanculo. Eppure devono pure leggere il disprezzo nei miei occhi. Sono parte di un mondo agonizzante. A tornare indietro con i ricordi non mi par vero. Sembra ieri. Ero una neonata terribile ed incazzata, che voleva tutto e subito e che era dotata di una certa preveggenza, una qualità che oggi ho perso quasi del tutto. Sì, qualcosa nell’aria lo percepisco ancora, ma oggi non lo chiamerei “saper vedere il futuro”, ma solo e unicamente “avere istinto”.

Se devo essere sincera mi piacevo di più quando ero terribile e sboccata, mi sembrava di essere più vera. Più sincera. Oggi invece mi sento troppo insulsa e troppo facile al compromesso. Come mi piacerebbe che la mia rabbia fosse ancora una livida brace. Ma oggi la mia ragionevolezza e i miei dubbi mi rendono pavida. Non mi piaccio così. Devo tornare quella ragazzina che non aveva paura di niente e che il mondo l’avrebbe cambiato solo con lo schiocco delle dita… Che poi non è vero che ho paura e solo che conosco i limiti di un essere umano ed io non sono dio, sono solo una donna. Che poi le donne di limiti ne hanno anche di più.
Mio padre mi proibisce i jeans ed io lo metto per le scale, appena uscita dalla porta. A volte mi metto e faccio con serietà il bilancio della mia vita e non sono contenta. E’ inutile cercare il mio lato buono, non merito pietà. Ho abbandonato la lotta per le comodità di tutti i giorni. Ho scambiato la Libertà con la elle maiuscola con una piccola libertà personale, ho scambiato l’Amore con la A maiuscola con un amoretto da quattro soldi. Io ero nata per le grandi cose, ma mi sono persa nelle cianfrusaglie. Faccio un esempio: io allora ero una vera comunista, tosta e pura, oggi una botta qui e una lì, mi ritrovo a adeguarmi ai tempi. Nessuna rivoluzione nella vita, solo qualche accordo di comodo. Non va. E pensare che c’è chi mette a repentaglio la propria vita per le proprie idee. Io vorrei essere così, tutta di un pezzo. Vorrei essere là. Una donna che resta nella storia. Un po’ Dolores Ibàrruri e un po’ Frida Kahlo. Che poi queste donne latine o latino americane hanno una marcia in più e sanno essere anche più che femministe. Bella l’idea che “è meglio morire in piedi, che vivere in ginocchio”. Questo si chiama parlar chiaro. Intanto in Vietnam gli americani entrano a piedi pari nel territorio vietcong e pensano di sbaragliare il nemico. Loro sono una potenza e gli altri solo dei piccoli musi gialli. Ma non funziona e si riportano a casa tante bare piene di quei ragazzi buttati in quegli acquitrini senza quasi sapere perché. Che tristezza! Preti, studenti e operai non digeriscono questa guerra dei forti contro i deboli e come a S. Francisco e a New York pure in Italia ci sono manifestazioni al grido “Yankee go home”. Magari serviranno solo a sfogare questa nostra rabbia ma non si può più stare in silenzio. E le Università vengono occupate al grido “lo studio è un diritto di tutti”. Io, che questo diritto non l’ho avuto, che mi è stato tolto, lo so bene cosa vuol dire e quanto importante sia.
Vedo le studentesse per strada. Sono belle e sicure si sé. Loro hanno dalla loro parte il sapere. Loro parlano alla pari con i loro compagni. Leggono libri. Ne discutono. Capiscono tutto ed io stento. Ogni tanto, quando sento una parola difficile di cui non so il senso, la cerco sul vocabolario. E poi passo a quella vicina e poi un’altra ed un’altra ancora… e non le imparerò mai, non le ricorderò tutte quelle parole e farò sempre una brutta figura. Devo trovare un sistema per imparare il senso delle parole e per ricordarlo e per usarle quando è necessario. Non devo spaventarmi, devo solo avere tanta costanza. Devo fare scuola della vita. E prendo i giornali e li leggo fino in fondo. Prima o poi imparerò a capirne il senso. A sapere come funziona la politica. Come funziona il governo del nostro paese… e mi pare tutto così complicato e difficile. Ma i fatti vanno veloci. E immagazzino dati e ascolto discorsi e conosco antefatti e personaggi. Per esempio il “Che”, che è un sudamericano, un rivoluzionario che lo chiamano così, ma in realtà si chiama Ernesto Guevara ed è di un fascino… Perché io ho imparato che negli uomini la bellezza non è niente, ma il fascino… eh, quello è tutto. La bellezza ce l’hai e non ha nessun merito, ma il fascino è composto da un sacco di fattori. Del Che mi piace quel viso segnato dalla vita e anche quel sorriso scanzonato. Solo un rivoluzionario può essere così. Ma i ragazzi che frequento non sono gran che. Anche Sandro, che è carino di suo, non ha quella forte personalità che fa innamorare.
Per la cronaca con lui non ho concluso niente. Mica perché non mi andasse, più che altro perché mi pareva di non poter contraccambiare il suo totale interesse. Non mi va di far star male una persona solo perché io non sono interessata. D’altra parte faccio fatica a rinunciare alla sua amicizia, questa spero non gli faccia male, perché questa è l’unica cosa che gli posso dare. Comunque stavamo parlando del Che che oltre a una persona che mette a repentaglio la sua vita per gli altri è anche un uomo molto affascinante, che non guasta. Sinceramente preferisco gli uomini latini, uomini per modo di dire, insomma di sesso maschile, ma giovani. Mi piacciono in linea di massima gli uomini coi capelli neri e gli occhi scuri, sai, quegli occhi caldi che accarezzano guardandoti?… Ecco quelli. Che poi anche con gli occhi chiari e i capelli lunghi non mi dispiacciono, soprattutto se hanno lo sguardo buono. Insomma un po’ va bene tutto, però ragazzi con una forte personalità e magari non troppo seri, ossia non bacchettoni. Quelli non li posso soffrire.
Dopo la faccenda di Matteo che non se l’è filata neppure se io gli avevo dato picche, Gabri è tornata ad uscire con me. Mi dispiace che la sua amicizia sia condizionata, ma credo che l’importante sia la qualità della mia di amicizia. Io le voglio bene e vorrei che fosse felice, farei qualunque cosa per poterla vedere felice. Se lo merita. Guardate, le lascerei anche il ragazzo che mi dovesse piacere se questo la facesse sentire contenta. Ma lei dice un po’ acida, che io sono fortunata perché posso avere i ragazzi che voglio mentre lei no… e questo è vero e mi fa sentire in colpa. Se fossi ancora la bambina che ero direi “fanculo”, ma invece io alle persone ci tengo davvero. Ci tengo a mia madre, ai miei fratellini, persino a mio padre che credo di aver combattuto solo perché non è stato capace di darmi affetto. Ci tengo alle mie amiche, soprattutto a quelle che hanno bisogno più delle altre di essere aiutate. Sono così umana da farmi schifo. Per esempio non riesco nemmeno a dire di no ad un ragazzo che si dimostra veramente interessato a me. Insomma vorrei dirgli di no per non illuderlo, ma poi addolcisco la pillola e cerco di restargli amica. Qualche volta è un bene, ma altre… Beh! in quel caso il no mi viene facile. Ma chi se li fila i presuntuosi, smargiassi, pieni di sé. Io no di sicuro. Per quelli ho ben poca pietà.
Intanto, in questo mio tempo di “ritiro spirituale”, esco poco e non vado più alle feste. Anche perché so bene che ogni volta trovo un ragazzo che mi fa il filo. Tante volte mi chiedo perché. Sandro mi ha detto che è soprattutto perché sono bella e non mostro di accorgermi di questo, e poi perché sono “accogliente” ed è bello parlare con me. Io non so che dire. Mi guardo allo specchio e noto tutti i difetti del mondo e poi non mi pare di parlare o di trattare la gente in modo particolare. Mi sa che Sandro mi vede così perché è un po’ innamorato di me. Se fosse più obiettivo, vedrebbe anche lui tutti i miei difetti. Insomma dicevo che mi sono fatta più attenta ed esco meno così Gabri ha cominciato a frequentare altri amici e amiche, tra i quali alcuni che non apprezzo particolarmente. Sì, certo, l’amicizia è importante. Bisogna avere molti amici per sentirsi bene. A volte mi immagino di vivere insieme a tanti amici, in una grande casa, condividendo tutto: i pasti, i vestiti, i libri. Sarebbe bello passare il tempo ad ascoltare musica e a parlare di noi. Ho letto che in America lo fanno spesso. Sono i ragazzi della Beat Generation. Li chiamano beatnik e in alcuni casi figli dei fiori. Sono disinteressati al denaro, vivono di poco, e dividono tutto, anche l’amore. Mi affascinano tantissimo.
Però io l’amore non vorrei dividerlo. Se trovo l’Amore lo vorrei tenere per me. Magari non proprio tutto, ma poterci contare, ecco. Insomma un po’ egoista lo sono, non ci posso fare niente. Così capisco anche chi vorrebbe tutto l’amore per sé. Chi sono io per dire che non è giusto? E così ho dovuto dire a Sandro che sarebbe stato meglio non ci vedessimo più. Io volevo restargli amica, ma non potevo essere qualcosa di diverso. Quella sera ha messo nel jukebox del bar in spiaggia una triste canzone di Tenco e mi ha detto che se avessi mai pensato a lui anche lontano nel tempo, di telefonargli o farglielo sapere che lui sarebbe corso da me. Una dichiarazione tremendamente imbarazzante. Mi sono sentita uno schifo. Possibile che io non riesca ad innamorarmi di nessuno? Sono davvero così arida nel cuore?
Gabri, un giorno al mare, mi ha presentato Giovanni, un suo amico, che mi piace e mi diverte molto. E’ sfrontato, sboccato e pieno di energie. Mi fa ridere perché sembra di stare in mezzo ad un terremoto, quando stai con lui, ma poi alla fine ti accorgi che puoi contare sulla sua amicizia. Usciamo spesso con lui e parliamo di fare una compagnia di tanti ragazzi, ma pensiamo di scegliere delle persone speciali, perché di gruppi di squinternati ce ne sono tanti e noi alla fine cerchiamo di evitarli. Primariamente noi non fumiamo spinelli e non approviamo l’uso delle droghe, che mi pare sia già andare controcorrente. Ce n’è di gente che parte per l’India e torna, dopo mesi, con la testa incasinata. Ne conosco qualcuno e mi fa veramente una brutta impressione. Sembrano persone cambiate e con la testa tra le nuvole, non si riconoscono più. Giovanni è un racconta palle che non vi dico, ma dice tutto buttandola in ridere e io rido come una scema. Mi dice che è innamorato alla follia di me e ci ridiamo sopra. Non gli credo. Non sarà mica così stupido, no? E poi mi racconta che ha degli amici fantastici e che me li presenterà così dovrò per forza innamorarmi di uno di loro, magari il suo migliore amico che si chiama Michele e che scrive poesie. Che scemo! Perché dovrei innamorarmi di uno che scrive poesie? Lui sostiene che sono poesie così difficili che nemmeno Michele le capisce. Pensa te con che razza di scemo che vado in giro. Che poi questi amici fantastici mica me li presenta e chissà se esistono davvero. Io ho portato nel gruppo Diana e Raffaella, ma che ci facciamo noi quattro con un ragazzo solo e pure tutto pazzo? Così una sera, in piazza, Giovanni si è intrufolato in un gruppo di ragazzi e ha portato tutto orgoglioso il suo tanto incensato amico Michele. Insomma ho finalmente conosciuto il “poeta” che mi ha fatto una strana impressione. Non so bene come spiegare se non che qualcosa di lui mi faceva venire alla mente qualcuno che avevo già conosciuto e molto tempo prima.
Michele è un ragazzo come tanti, non troppo alto, né troppo bello, con un sorriso scanzonato che forse nasconde un po’ di riservatezza e di timidezza. Ha una voce profonda che mi fa un certo effetto. Certo che le parole di elogio di Giovanni metterebbero in crisi anche uno più esibizionista di lui. Per le poesie poi ha detto che scribacchia senza nessuna pretesa. Giovanni voleva che si mettesse lì a leggermele. Ma chi glielo fa pensare che io sia minimamente interessata ad ascoltarle? Per fortuna che Michele lo ha bloccato dicendo che lui non esce con le poesie in tasca e che la smettesse di fare il cretino. Comunque è rimasto in nostra compagnia e la cosa mi ha fatto piacere. Magari non è davvero un poeta e non scrive belle poesie, ma a parlare con lui è bello. Un po’ è per il tono della sua voce e un altro po’ è per quello che dice e come lo dice. Quando ha smesso quel sorriso da schiaffi ed è diventato serio, quando il ciuffo di capelli biondi gli è ricaduto sugli occhi verdi e lui con la mano sbagliata ha spostato il ciuffo da parte, allora ho capito. Ho avuto quella terribile illuminazione. Io l’avevo già visto, io lo avevo già amato, era solo un ragazzino triste davanti ad un’edicola di giornali in un campo della mia città. Era quel ragazzino che piangeva su un vecchio articolo di giornale.
Ora lo sapevo che stava scritto nel mio destino. Lui non lo sa ma io credo di sapere. Entrerò nella sua vita e malgrado tutto ci resterò per sempre. Per sempre? Che parola definitiva. Mi fa paura, ma non è più il tempo dell’attesa. Io sono nata per cambiare il mondo. Io sono nata per prendermi il mondo e lo farò. Ora lo so: solo l’amore può cambiarlo, il mondo. Improvvisamente mi è tutto chiaro e so cosa vuol dire essere innamorate. Lui ancora non lo sa. Stringo quel segreto tra le ciglia. Cerco di nasconderlo per non farmi scoprire. E senza fare rumore sta arrivando il 1968, ma questo né io né lui ancora lo possiamo sapere; in questa attesa intanto ho finalmente trovato l’Amore. Lo prenderò per mano e lo condurrò, a costo di trascinarlo lo porterò a sfidare tutto l’universo. Improvvisamente perdo ogni paura e mi sento libera. Ho solo domani. Non ho nessun rimorso per questa parte della mia vita che si chiude. Prima o dopo ogni cosa trova la parola FINE.

Da Soldato Blu a Piccolo Grande Uomo passando per Un Uomo chiamato Cavallo

In Amici, Cinema, Cultura, Miti ed eroi on 17 dicembre 2010 at 13:42

Ancora un commento di  Cavaliere errante unito da due film “Soldato Blu” e “Piccolo Grande Uomo”  film di Arthur Penn con Dustin  Offman, che descrive il personaggio trattato in questo commento. Ho aggiunto un altro film sempre del 1970 che resta una pietra miliare e che appartiene alla stessa trilogia:  “Un uomo chiamato cavallo” di Elliot Silverstein con Richard Harris.

Il 25 giugno del 1876, sui pendii del ‘Little Big Horn’, mentre l’allora Colonnello George Armstrong Custer (che era stato circa 10 anni prima, nella Guerra di Secessione, il più giovane e fortunato Generale di Divisione di tutta la Storia Militare USA, essendolo divenuto a soli 25 anni!) scendeva col suo Rgt. del ’7° Cavalleggeri’ deciso all’atto di sterminio finale, su quella polvere orrenda che gli Indiani videro dalle sottostanti rive del fatale fiume, volse gli occhi sbigottiti Tashunka Uitko, e gli si strinse il cuore!!! Ma non si smarrì, afferrò un nugolo di Guerrieri Lakota Oglala e Cheyenne e li strappò alla paura che “Lunghi Capelli”, figlio dagli occhi azzurri di un temporale e della morte, incuteva a tutti loro e gli urlò: “Animo Guerrieri, tutti con me, oggi è un gran giorno per morire!” Poi, quell’Eroe tragico e indomito, mai vinto in una battaglia in campo aperto, con una manovra assurda di aggiramento, possibile solo risalendo un canalone distante chilometri dalla collina da cui scendeva Custer, riuscì portarsi alle spalle, e in posizione dall’ alto, dello stesso Custer! Era una manovra di impensabile audacia, quasi impossibile da attuare, ma Cavallo Pazzo ed il suo cuore ci riuscirono e per Custer ed i suoi Soldati blù fu la fine!
Poco più di un anno dopo, a Fort Robinson dove l’invincibile Tashunka si era arreso con circa novecento tra Donne, Vecchi e Bambini, tutti stremati dalla fame e dagli stenti patiti, fu proditoriamente ucciso con una baionettata che gli squarciò i reni ‘mentre altri soldati’ lo trattenevano vigliaccamente (tra loro, il più infame di tutti: il suo ex Compagno di mille battaglie e di storie di struggente amicizia, Piccolo Grande Uomo, in divisa di caporale ausiliario dell’Esercito USA, che gli teneva ferme le braccia!!!). Morente e dilaniato dal dolore lancinante, Tahunka Uitko, al Padre che lo rincuorava disse le sue ultime parole su questa Terra (ma non le ultime, sulla terra perennemente verde di Wakan Tanka, dove continua a vivere ed a cacciare i bufali): “Padre è finita, dì al mio Popolo che non potrà più contare su di me!” E spirò!
Era la fine del settembre del 1877, e quell’Eroe aveva, si presume, “trentatre anni”!

Fragole e sangue

In Anomalie on 18 novembre 2010 at 11:16

Era il 1968 e si protestava per una guerra lontana, ma non troppo, visto che uccideva i giovani di quella generazione.
Oggi nel 2010 esistono altre guerre anche meno lontane, ci siamo abituati, nessuno protesta più,  nessuno mette qualcosa in discussione.
Give Peace A Chance è solo una vecchia canzone.

Il mio nome è Avreipotutoessere.

In La leggerezza della gioventù on 7 settembre 2010 at 22:09

Un semplice commento di Marisa la mia coautrice mi ha fatto girare in testa un altro post ed ecco cosa ne esce:

Ai miei tempi si usava spesso chiedere ai piccoli: “Cos’è che vuoi fare da grande?”  Ammetto comunque che allora era più facile rispondere. Anche perchè a quel tempo di lavori ce n’erano a sufficienza. Non era così difficile immettersi in quel mondo. Comunque allora non c’erano mica lavori o attività che richiedevano, come succede oggi, la conoscenza (per usare delle metafore) di “lingue” straniere e “fatti” della vita. Allora si poteva rispondere: Avvocato, Ingegnere, Guidatore degli Autobus, Dottore, Maestra, Infermiera, ecc., mica come oggi: cantante, calciatore, attrice di reality show, velina, ministro o escort. Se notate i primi nomi li ho scritti con la maiuscola, mentre i secondi no. La ragione è che i primi erano sogni che costavano fatica, che preludevano ad un vero lavoro, mentre i secondi… beh! lasciamo perdere a volte ci vuole del pelo nello stomaco anche solo a parlarne.
Veramente dai primi nomi si deduce che le differenze sono che alcune erano attività considerate prettamente maschili ed altre femminili. Sì, è vero che alcuni maschietti sforavano nell’area femminile con qualche sogno, un po’ fuori posto, tipo “vorrei fare il ballerino”, ma non erano ancora nati i Bolle a rendere il tutto più accettabile. Ma c’erano anche le bambine che chiedevano cose impossibili. Per esempio quella bambina che con quell’aria testarda e intransigente voleva fare la Cosmonauta. Notate bene la scelta del nome: lei voleva fare la Cosmonauta, mica l’Astronauta. Voi direte: “Beh, che differenza c’è?” C’è… c’è e ora ve lo spiego. Gli Astronauti erano americani mentre i Cosmonauti erano russi. C’è una bella differenza no? Per lei c’era di sicuro, visto che sin dalla tenera età si professava comunista e visto che adorava tutto ciò che aveva odore di Madre Russia.
Insomma, per essere comunista lei aveva le sue ragioni. Innanzi tutto eravamo tra gli anni ’50 e ’60 e in casa sua non giravano molti crocifissi. Poi in Russia le donne potevano studiare ed erano considerate pari agli uomini. Mica come qui che le donne che lavoravano erano delle povere disgraziate. Insomma lei aveva deciso o Cosmonauta o niente. Non avrebbe accettato niente di più niente di meno. Voleva quello e nessuno la schiodava. Faceva lotte epiche con suo fratello che invece vestiva abiti più accettabili. Lui pensava che tutto quello che era americano avesse una marcia in più. Usava consumare un bicchere di latte pasteggiando. Lei tutto quel latte la faceva star male, ma forse era colpa di una fastidosa intolleranza alimentare. E poi lui si beava di conoscere il nome dello scienziato più noto della NASA “Wernher von Braun è il migliore, nessuno è come lui per far volare i razzi!” Avesse saputo che i suoi primi razzi furono i V2, fabbricati da schiavi ebrei di un campo di concentramento in Germania, che, alla fine, venivano uccisi dalle fatiche e dalla cattiveria dei carcerieri. Oh! se l’avesse saputo gli avrebbe fatto ingoiare tutte quelle stupidaggini. Ma poi anche se era così di parte, e di parte sbagliata, lei a questo fratello comunque gli voleva un sacco bene.
Poi che c’entrava, tenesse pure per l’America, chi avrebbe vinto la sfida spaziale sarebbe stata la Russia. Ed in effetti la prima cosmonauta sarebbe stata russa. Ma torniamo a noi. Nascere in Italia e sognare di diventare Cosmonauta, beh, era come nascere nel mezzo del Sahara e sognare di diventare una famosa tuffatrice. Era ovviamente un bel sogno e niente più. Comunque qualcuno, sull’idea, ci ha fatto pure un film e tra l’altro molto, ma molto, piacevole, che vi invito ad andare a vedere.
Per quanto mi riguarda avrei voluto fare il Prete, attenzione, non la suora, ma il Prete, o il Prete o niente. D’altra parte fin da allora non mi piaceva sottostare alle regole. Poi visto che mi guardavano male per questo sogno, ho cambiato rotta. Avrei voluto fare la maestra di scuola elementare. I bambini mi piacciono molto e di carattere sono “pallosamente” didattica. Mio figlio mi redarguisce sempre: “Smettila di fare la maestrina!” ed ha ragione, ma maestra si nasce e non si diventa. A quel tempo, purtroppo, nella mia famiglia, si facevano studiare i maschi ed io avrei dovuto aiutare in casa. Cosa che non sopportavo proprio e rinunciando ad un cappotto per quell’inverno frequentai un corso di steno-dattilo e mi trovai un lavoro. Divenni comunque maestra frequentando una scuola serale. Almeno quello. Teoricamente avevo realizzato il mio sogno. Però, nel frattempo avevo sognato più in grande. Avrei voluto fare la giornalista, anzi dirò di più: avrei volto fare la reporter. Sognavo una vita tipo Oriana Fallaci che a quel tempo non aveva ancora subito quelle trasformazioni che l’avrebbero resa dura e introversa (e anche qui parlo per metafore). Niente da fare nè Prete, nè Maestra, nè Reporter solo una semplice impiegata che per necessità si è trasformata ad un certo punto magicamente in “tuttologa” in uno studio di architettura.
Guardami in faccia; il mio nome è (davvero) Avreipotutoessere. Io mi chiamo anche Nonpiù, Troppotardi, Addio. Ma che importa. Sorrido ancora ai miei sogni. Incredibile, penso ancora di avere un futuro. Guardami in faccia; il mio nome è anche Illusione, ma tanto a sognare non costa niente.

Altri percorsi

In amore, Cinema on 28 luglio 2010 at 11:29

La mia vita è andata come doveva andare. Certo che a pensarci bene avrebbe anche potuto andare diversamente. Bastava poco. Un niente. Eppure come si fa a dirlo, ad esserne sicuri. Forse bastavano delle decisioni diverse qui e là. Forse bastava solo che quel giorno piovesse oppure che avessi ricevuto una telefonata o una lettera. Avrebbe potuto andare bene anche che fossi uscita ed avessi comperato un giornale oppure che fossi entrata in una libreria o che il mio fratellino più piccolo avesse un po’ di tosse. Qualsiasi occasionale “incidente” avrebbe potuto rendere diversa la mia vita. Ed invece la vita era stata quella e non me ne lagnavo. Certo che avrei potuto prendere un’altra strada, se solo fossi stata più attenta, oppure meno disponibile, magari più docile, oppure meno orgogliosa. Chissà quali percorsi avremmo praticato?…
Se ne parlava l’altra sera con il mio compagno. Poi chiamarlo compagno a lui non piace: lo fa sentire provvisorio. Forse ha ragione, di compagni non ce ne sono più. Magari avrei potuto dire fidanzato, ma anche qui il termine è piuttosto anacronistico e poi c’è quel divenire che fra noi è già un divenuto. Beh insomma parlavo l’altra sera con Michele. Si parla sempre molto tra di noi e qualche volta si esce dal seminato. Anzi succede spesso. Qualche volta ci si abbandona a sogni che nascono dall’immaginare diverse opportunità nella propria vita. Il caso. Si diceva: “E se quella volta non fossi partito?… E se fra noi tutto fosse continuato, come era successo ad altri dei nostri amici? E se pur ci fossimo perduti allora. Se a quella festa io ti avessi parlato… oppure io ti avessi confessato o ancora se noi ci fossimo accorti?…” Che esercizio inutile. Ma siamo fatti così, io e Michele. Siamo dei sognatori incalliti. Ci piace inventare delle storie. Le nostre o anche quelle degli altri. Magari reinventarle.
Così abbiamo percorso quell’esile sentiero senza se e senza ma. Due ragazzi giovanissimi che vivevano la loro storia nata proprio alle soglie di quel lontano e tanto agognato o vituperato 68. Che poi fosse il 68 noi non lo sapevamo mica. Queste cose si sanno solo dopo. Quello per noi era un anno come tanti. L’avremmo ricordato come il nostro anno d’amore.
Era una storia tra due ragazzi che avevano molto, anzi troppo in comune. Eravamo ugualmente poveri, sognatori, generosi e disponibili. Coraggiosi, forse irresponsabili. Orgogliosi e testardi. Pronti a tutto. Forse no, questo è esagerato dirlo. Pronti a moltissimo, per una coerenza che ci avrebbe portato velocemente a sbagliare. Ma fino ad allora, gli errori erano stati lievi, marginali. Non era stato ancora il tempo delle “decisioni irrevocabili” quelle che avrebbero cambiato la nostra vita. Mettiamo che quelle decisioni non le avessimo prese. Che il destino ci avesse sorriso un po’ di più di quello che aveva già fatto nel metterci assieme. Mettiamo che io non avessi la paura di una sedicenne e lui l’insicurezza di un diciannovenne. Mettiamoci anche che non fossimo stati oggetto di proibizioni, costrizioni, invidia e quant’altro. Mettiamo che avessimo superato quello scoglio dei caratteri che s’incendiavano per ogni nonnulla. Che fossimo liberi di prendere le nostre decisioni e che fossimo stati supportati di un niente dalle nostre famiglie. Oggi dove saremmo arrivati?
E’ bello sognare un’altra vita se qualche volta la tua è stata avara. Senza aver da recriminare troppo. E’ fantastico proiettarsi un nuovo film. Vedere le trasformazioni che il tempo produce sui nostri corpi e sul nostro modo di pensare. I migliori anni della nostra vita. Una lotta che sarebbe stata comune. Un sentiero percorso mano nella mano. Degli abbandoni di cui solo allora eravamo capaci, ma che non avevamo ancora conoscuto. Un film che neanche a Hollywood se n’è mai sentito parlare. Gli attori principali: solo noi. Interpretazioni da Oscar. Diventare adulti sarebbe stato più facile. Alcune particolari decisioni solo nostre. Molti figli di molti colori. Che film stupendo. Noi ancora gli sceneggiatori e i registi. Avremmo imparato la leggerezza che non sapevamo trovare. La libertà di essere noi stessi. La forza di vivere in due. Il più bel film della nostra vita.

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