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Ho incontrato una donna

In Amici, amore, Donne, personale on 28 marzo 2013 at 18:15

Egidia-Beretta-Arrigoni
Era il destino che ci aveva fatto incontrare. Succede, ma in questo caso non lo ritengo un colpo di fortuna. Lei è una donna che avrei preferito incontrare in casa di amici, o per lavoro, oppure per una casualità diversa, mai per la morte di un figlio.
Avevo seguito il terribile destino che le aveva tolto quel figlio a cui volevo bene pure io e mi sono sentita una ladra a condividere con lei e con i suoi altri famigliari quel terribile dolore anche se a distanza. Io non ne avevo diritto, ma anche senza diritti si può condividere un dolore. In fin dei conti è un sentimento personale che si vive dentro e del quale nessuno ti può privare.
La guardavo a distanza con ammirazione domandandomi se io, al suo posto, sarei mai riuscita a vivere, e dovevo convenire che forse per un marito sofferente e una figlia da accompagnare, almeno, ancora per un po’; avrei dovuto fare come lei: sopravvivere.
La osservavo, non vista, come una guardona piena di sensi di colpa. Ma d’altra parte cosa avrei potuto fare io, prima, per quell’esuberante ragazzo che era stato suo figlio e per lei, ora, colpita da quella terribile perdita? Ben poco e lo sapevo.
Certo avevo cercato di aiutare, di continuare nel mio piccolo quel lavoro difficile che avrei dovuto cominciare già prima: diffondere, informare, moltiplicare il dissenso che non era mai troppo contro un paese prevaricatore verso un popolo senza nome. E così, passo dopo passo, eravamo approdati a quella terra contesa e a quella questione che non dava pace: la terra e lo stato di Palestina.
Lei l’avevo vista in alcuni momenti, ovviamente difficili, in ricordo di quel figlio. Sempre gentile, cordiale e mesta, ma sebbene capissi profondamente il suo male, non riuscivo ad avere idea di quello che era ed è lei come donna.
Poi è successo. Un incontro più personale, un caso, ma non proprio per caso. E’ stata ospite a casa mia, seduta al tavolo di cucina, con il caminetto acceso e il calore della voglia di conoscerci e parlare. No, non solo per curiosità e nemmeno per quella voglia di protagonismo che spesso muove le persone, ma per dare una risposta a quella domanda che mi rodeva dentro: Come si fa per non morire? Come si lotta per ricordare un figlio? E lei era la risposta e l’avevo davanti tra un piatto di risotto e un secondo, che per la verità non ricordo più.
E la guardavo in ogni suo gesto, riconoscendone prima la normale riservatezza, quella difficoltà naturale di affidarsi ad una persona che non si conosce e di cui non si conoscono se non i pregi, nemmeno i difetti. La osservavo riconoscendo quella calma imposta di una donna forte, che costringe il suo corpo nella corazza di un coraggio che si potrebbe sfaldare al sole di un sorriso, quel sorriso, di una parola, quella parola. E dietro ogni gesto quel nervosismo, quella iper attività che forse era il segno distintivo del suo carattere e che oggi riusciva a trasparire, malgrado tutto.
Avrei voluto seguire i suoi pensieri, ma questa volta sì che sarei stata davvero troppo invadente.
Col mio compagno c’eravamo detti: Non parliamo di Vittorio, lasciamo che lei si prenda lo spazio che le è necessario, che si senta come a casa sua, libera di piangere o di ridere se vuole, in qualche modo come in famiglia. Ma poi bene o male si cadeva lì, a parlare di lui, mai di lei, a pensare a quanto ci mancava senza dircelo direttamente. E il caminetto bruciava la sua legna, e noi provavamo un gran freddo dentro, appena mitigato da un sorriso che tardava a venire.
La donna che ho incontrato era ferrea, ma indifesa. Donna, ma anche madre. Sofferta, ma in lei c’era anche voglia di ridere e di librarsi ancora nei cieli della vita. Una grande donna, capace di empatia, generosa come sa esserlo solo una madre, capace come può esserlo solo una grande persona, a prescindere dal suo ruolo e anche dal suo “in-carico” che non può lasciare indietro.
Non è solo la madre di quel figlio, come A. non è solo la sorella di quel fratello, sono esseri umani feriti da una tragedia, ma sono donne a tutto tondo, con sogni e speranze, con il loro spazio e la loro dimensione, non seconde a niente e a nessuno.
Grandi perchè sono nate così.
Il mio pensiero andava alla capacità di adattarsi dell’essere umano e mi chiedevo senza sapere se ne avessi diritto, se per caso, dentro al suo cuore, fossero ancora ospitati i suoi sogni di ragazza. La leggerezza della non responsabilità. Un piccolo spazio di luce e di sole per i giorni bui.
Non era possibile avere risposta, troppo presto e forse non mai.
Ricordo con un senso forte di nostalgia, la sua presenza e il saluto commosso che ci siamo scambiate sul treno alla sua partenza: un po’ la corazza l’avevamo persa, un po’ ci sentivamo più vicine, un po’ ci dispiaceva lasciarci e un altro po’ ci faceva paura il mondo che ci aspettava, cose di sempre, si sa, ma qualche volta fanno paura, di più…
Ho conosciuto una donna, una donna intensa e dolorosamente presente, che nasconde il desiderio di una normalità che non sarà più sua, ma cosa importa ormai il destino ha deciso per lei. Sopporterà il peso di un simbolo, ma per lei sarà solo il suo bambino, grande o piccolo che sia, sempre la sua creatura. Porterà la testimonianza della sua vita e si nasconderà negli angoli bui e protetti del suo personale, solo quando la vita glielo consentirà.
L’ho lasciata andare con un abbraccio che spero l’accompagnerà nei giorni futuri, poca cosa per i suoi momenti difficili, ma pur sempre vicinanza, pur sempre affetto, pur sempre amore.
Questa è Egidia per me.

Il viaggio di Vittorio

In Amici, amore, Donne, Gaza, Giovani, personale on 26 novembre 2012 at 8:07

Ho cominciato a leggere il libro “Il Viaggio di Vittorio” di Egidia Beretta, la mamma di Vittorio Arrigoni, in punta di piedi perchè è così che mi muovo se sto per entrare nell’intimità delle persone.
Egidia è una donna straordinaria e contemporaneamente è una madre tenera e totale, lo dico perchè non è squilibrata questa sinergia in lei, non vedo solo una madre annientata dal dolore, e questo sarebbe comprensibile, ma vedo in lei una persona viva, attenta, dolce ed empatica, insomma anche una donna impegnata ed immersa nelle cose della vita, cose di semplice e quotidiana umanità.
Comunque entrare nel mondo del rapporto tra Egidia e Vittorio mi fa sentire come una “guardona” e mi sento in colpa… è strano sentirsi in colpa perché condividiamo un affetto e un dolore. Lei ne parla per consegnare anche a noi quelle parti di umanità di Vittorio, che non conoscevamo, di questo amico già fin troppo umano. Un modo per farci stare ancora in sua compagnia e per permetterci ancora una volta di parlare di lui.
Molto spesso quando parlo con le persone che lo conoscevano sento ripetere la frase: “Quanto mi manca Vittorio!” E questa assenza fisica e spirituale è la testimonianza che Vittorio ha lasciato un profondo segno nei nostri cuori. Forse il segno che desiderava lasciare al mondo.
La sua fisicità era una testimonianza complessa di essere umano sia carnale che pensante, spirito libero e figura mediatica e poi soprattutto figura di figlio, con tutto quello che significa per una madre.
Egidia racconta Vittorio, come una mamma racconta il suo bambino, con amore ed ammirazione, tutte le mamme lo sanno fare e sono brave in questo, ma non tutte hanno questa delicatezza e questa modestia, non tutte sanno sorridere anche nella stanchezza e nella sventura, non tutte sanno gestire una vita così complessa ed impegnata anche se vorresti… Cosa vorresti? Cosa vorrebbe una madre quando perde un figlio? Come si compone il dolore per una giovane vita spezzata? La vita del tuo bambino? Non ho risposte…
E sono molto vicina a Egidia, forse un po’ per l’età che ci accomuna o forse perché quel ragazzo, conosciuto solo virtuamente in un social net nel 2007, l’avevo adottato pure io e anche perchè come sua madre io l’ho sempre ammirato e forse come lei mi sento corresponsabile del suo ultimo viaggio. Tutti lo siamo un poco e per le stesse maledette ragioni. Chi perchè credeva come lui nella ricerca dell’Utopia o chi invece non sapeva e non voleva sapere. Gran brutta responsabilità, ma davvero come poteva essere diverso se condividi le stesse passioni? Può la madre sopravvalere alla donna? E’ giusto tentare di fermare il destino di un figlio, ammesso che si conosca il destino che avrà? E’ giusto trattenerlo nel proprio abbraccio? No. La mia risposta è dolorosamente no.
Il viaggio… ecco il tema. Il percorso che ogni persona intraprende per diventare uomo (o donna). Tutte le grandi strade, i sentieri e i vicoli ciechi di una vita, il percorso verso se stessi: ecco che cos’è un viaggio. Vittorio amava viaggiare e la sua vita è stata piena di percorsi, un po’ come il delta di un fiume che anela a tuffarsi finalmente nel mare. Questa è la bellezza del messaggio di questo libro questa è la sua poesia.
Ogni persona ha il proprio viaggio da fare e la propria mèta da raggiungere e neanche una madre può cambiare, anche se lo vorrebbe, il destino del proprio figlio. Anche se è parte di te, anche se è uscito dalla tua carne, il solo fatto che è stato reciso alla nascita il cordone ombelicale, ha fatto ‘sì che da quel giorno sarà lui a determinare la propria vita, malgrado la ragione, l’istinto, l’amore, l’irrazionalità e la saggezza … arriva per forza alla fine la muta condivisione.

I comandamenti dei rapporti speciali

In amore, Donne, personale, uomini on 27 febbraio 2012 at 16:29

Dopo tanto tempo che mancavo sono rientrata nello splendido blog dell’altrettanto splendido Quarantenne 🙂  dove scopro subito una lettura alquanto particolare ed evocativa. Il testo lo riporto qui nel mio blog e la ragione che mi spinge a farlo è che, da qualche giorno, mio figlio è rientrato brevemente a casa, prima dell’ultima tirata che precede la discussione della tesi di laurea. Averlo a casa per me è una gioia, anche se non è che richieda molte attenzioni per sè, e nemmeno che mi metta ai fornelli più del solito, certo che un po’ di più faccio attenzione a quello che metto in tavola, almeno per quell’unica volta al giorno che mangiamo insieme. Sia chiaro che non ci tengo che lui “sfrugugli” l’anima della sua ragazza, su quanto buoni sono e quanto gli mancano i manicaretti speciali della mamma, ma mi auguro, e spero, che le nostre cene, a prescindere dalla qualità intrinseca del cibo, per lui rimangano nella memoria come un tempo speso bene, tra vivacità, risate, calore umano e cibi preparati con affetto… Sarà niente, ma a me personalmente, se lo avessi avuto,  sarebbe stato un ricordo che mi sarei portata appresso per tutta la vita.

Settimo: non abbuffarti.

Ho passato ventidue anni con mia madre e ventidue senza.

Assenza incolmabile, come un suono in una stanza vuota che rimbalza all’infinito nell’eco della mancanza, sporcato dal rimbombo dei muri disadorni.

Millecentoquarantaquattro pranzi domenicali materni mi sono perso, e anche se altri deschi adottivi, alcuni dei quali principeschi, vi hanno sopperito, mi mancano le pietanze materne, quelle preparate col tempo lento della festa, il pan grattato sulle cime di rapa, le imperfezioni callose della pasta fatta a mano, il fegato un po’ duro ma squisito, l’intento malcelato di assecondare i miei gusti, osando tra le vette della sperimentazione con ciò che aveva in frigo.

Una madre che cucina per il figlio suona musica propria. Solo cover per gli altri.

Nato con un destino

In Amici, amore, Gaza, Guerra, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas, uomini on 16 agosto 2011 at 10:46

15 agosto 2011

E’ da un po’ che ci penso. Guardo le foto ed i video che raccontano di te. Sei, o dovrei dire eri, un bel ragazzo dall’aria sana e dagli occhi tristi. Certo sorridevi, parlavi, ti incazzavi come ogni uomo di fronte alle ingiustizie, ma i tuoi occhi dicevano di più. Quante volte ho osservato i tuoi occhi e considerato le tue parole. Ci voleva poco per capire che eri nato con un destino. Ricordo la tua risposta al mio messaggio quando eri in carcere in Israele: “Shukran Ross, dobbiamo resistere, non possiamo dimenticare che di fronte a questi soprusi non ci resta che restare umani. Un abbraccio.” Tu ci credevi davvero ed io non riuscivo a capire come facevi a non avere paura a mettere in gioco la tua vita, la tua gioventù, la tua esuberanza maschile per un’idea. Lo sapevo bene che avevi paura pure tu e che malgrado tutto eri tu nel giusto. La mia era solo la paura che una madre ha nei confronti di quella che potrebbe essere la sorte del proprio figlio. E ti guardavo nei video con ammirazione e soffrivo sulle pagine del tuo blog  rivivendo nelle tue parole l’orrore di “Piombo Fuso“. E mi dicevo che eri pazzo… ma non sapevo dare un nome alla tua pazzia. Oggi lo so quel nome. So come si chiamava la tua pazzia perchè è un male che affligge pure me. Soffriamo per le stesse cose: sopruso e ingiustizia e per questo tu hai dato la vita. Nel tuo viso, nel tuo sorriso a volte triste, nella tua voce che a parlare di morte diventava confusa, come se le parole faticassero e fossero intralciate da quelle tue erre sempre troppo difficili da venire… ecco proprio in quel corpo concreto e umano e in quegli occhi sfuggenti di dolore io lessi il tuo destino. E non c’è lacrima da piangere o parola da dire che non sia già stata versata o detta. Si nasce con un segno nel cuore e si segue quella strada, non si può fuggire. Ancora una volta c’è chi si fa agnello sacrificale e chi uccide senza curarsi di seguire il proprio segno. Shukran Vittorio, ho un unico sogno oggi per te: riposa finalmente in pace e che il peso dei tuoi sogni ti sia leggero come il volo di una farfalla.

Estate che mai dimenticheremo

In Nuove e vecchie Resistenze on 1 marzo 2011 at 7:10

Foto seppia di manifestazione con striscione "La resistenza continua"
Si soffocava in quell’estate del ’44. Il sole e i guastatori tedeschi ci toglievano il respiro. Gli alberi prendevano fuoco. I nostri abeti. E gli uomini e le donne scendevano a valle, saltando come pecore. Soltanto che non erano pecore, ma uomini e donne; con la sua casa, ciascuno, dentro un fagotto appeso a un bastone.
Il tedesco accese una sigaretta. «Anch’io, – disse, – avere signora. Molto bella, mia signora. Ma tu, più bella», disse.
La donna teneva il volto dietro la testina del suo ragazzo, per non farsi vedere le lacrime. Il cuore le batteva forte, per la paura. Un nodo le stringeva la gola.
«E il pane?» disse il tedesco rivolto al contadino.
Il contadino si mosse, lentamente si recò alla madia; aperse la madia e ne tirò fuori un pane. Un coltello, prese. E posò pane e coltello sul tavolo, davanti al tedesco.
Il contadino tornò ad appoggiarsi alla parete, le mani in tasca; guardò davanti a sé con occhi vuoti. La sua donna era ancora alle scale, che si asciugava le lacrime alla testina del bambino.
Il tedesco si tagliò una fetta del nostro pane. «Tu avere detto fichi, – disse. – Io volere fichi».
«Là», disse il contadino, indicando col braccio fuori della porta.
«Tu portare fichi», disse il tedesco.
Ma il contadino rimaneva appoggiato alla parete. Fu la donna che si allontanò dalla scale e fece alcuni passi nella stanza, per andare a cogliere i fichi.
«Vado io», disse.
Il tedesco si alzò dalla sedia e la fermò.
«Lui», disse, indicando il marito.
Il contadino si mosse, guardò dalla porta l’estate, la camera d’aria sotto il fico, poi si voltò per guardare la moglie. Questa lo vide, da dietro la testa del bambino. E lo vide uscire nel sole dell’aia bianca. Il cuore le batteva dentro la gola.
«Caldo», disse il tedesco alla donna. Andò alla porta a passi lenti, la chiuse.
«Che nome?», chiese alla donna.
La donna non capì. Sentì soltanto che la mano le era entrata fra il petto e il suo bambino.
«Apri, – gridò di dietro la porta il contadino. – Apri, tedesco. Non uscirai vivo».
La donna vide il tedesco tirar fuori la pistola automatica e asciugarsi la fronte. Lo vide che si avanzava verso la porta, l’arma in pugno. Chiuse gli occhi.
E fu l’estate del ’44. Era quell’estate. E quel contadino ero io, eri tu, in pugno un fucile tirato fuori dal fienile. Fu l’estate che non potremo mai dimenticare. Non la dimenticheremo. E’ stato allora che abbiamo imparato anche noi a sparare.¹


1] Frammento del racconto Estate che mai dimenticheremo di Marcello Venturi in Racconti della resistenza a cura di Gabriele Pedullà – Einaudi Editore 2005. Originariamente in Gli anni e gli inganni, Feltrinelli, Milano 1965.

Riflessioni su mia figlia e il suo bambino appena nato

In amore, La leggerezza della gioventù on 10 ottobre 2010 at 9:28

E’ bella come sempre. Una madonna plebea con un bimbo in braccio. Ma non ha un sorriso virgineo, mantiene un sorriso ironico, come sempre, in modo da nascondere quanto è orgogliosa del bambino. Lo sa che la osservo e cerco di studiare ogni mossa. Mi chiedo se ama e quanto ama. Non sono gelosa di lei, non lo sono mai stata. Se fosse così non avrei potuto sopportare come amava suo padre. Certo era bello vederli parlottare sempre pronti al complotto, allo scherzo e alla risata. Io sono esclusa, io sono sempre un’altra cosa.
Guarda il bambino. E’ così piccolo. Lo guardo pure io e cerco nel suo visino i tratti di lei neonata. E’ paffuto, carino, ridicolo, ma non assomiglia a lei. Infatti lei era un cosino biondo con la pelle di pesca e la luce negli occhi, lui invece ha dei tratti decisi, una bocca disegnata col pennello, ma è scuro e con un’aria pacifica.
Lo guardo e mi sento in colpa, non lo amo come amavo lei. E’ una colpa terribile che lei non mi perdonerebbe mai. Ma non lo dirò, non lo saprà, mi difendo e se posso la difendo dai miei umori.
Però è strano vedere la sua faccia così arrossata dall’emozione. Finge una certa indifferenza. Lo so che è la distanza della principessa superiore anche alla nascita del proprio figlio. Ma il rossore delle sue guance e lo scintillio degli occhi svelano la sua nuova passione. Quanto amore ed orgoglio rivela in tutto questo.
“E’ proprio carino!” mi sbilancio io. “A me pare una scimmietta, non trovi?” Mi sta mettendo alla prova. “Ma sei matta? E’ un angioletto nero, chissà a chi assomiglia?” Lo dico in modo ironico e le rilancio la palla. “Amore… è vero che sei, tutto, quello scimmione del tuo papà?” Io penso: se lo dice lei! Ma non posso lasciar capire quello che penso davvero. In effetti quel ragazzo, padre del mo nipotino, non è un Adone, ma se piace a lei… E poi non devo cadere nel tranello. Lei continua a mettermi alla prova, una prova che suo padre non ha dovuto sostenere. Lui è entrato nella stanza, l’ha baciata con dolcezza e si è preso il frugolo in braccio come se fosse suo figlio. Non l’ha più mollato nemmeno alle braccia del neopadre e mia figlia ne era estasiata. Io le dico: “Beh! se assomiglia ad una scimmietta lui, allora vuol dire che io ho sposato il re degli orango”. Lei ride. Si sa, suo padre per lei è bellissimo.
Forse sono davvero gelosa. Gelosa non so nemmeno di chi. Una madre proprio snaturata. Ma è difficile, tutti sanno fare le cose giuste. Io ai suoi occhi faccio sempre la cosa sbagliata. Sono la sua mamma imperfetta.
Mi guarda e al volo capisce che sono spaesata. “Mamma, pensi che avrò latte a sufficienza”? Finalmente mi fa rientrare in modalità donna-madre-nonna. “Certo che sì, di che ti preoccupi? E poi se non fosse, si trova una soluzione”. Lei non mi ascolta più. Guarda il bambino e le sue guance si arrossano di più. “Lo sai che ti dico? Sei il più bello! Il più bello in assoluto. Molto più bello del tuo papà, anche più bello del più bello dell’universo. Sei il mio bambino per sempre”!
La principessa annoiata si è trasformata in una bambina con il suo giocattolo preferito. “Guarda mamma, che orecchie piccoline… che nasino impertinente, guarda… guarda mi ha sorriso”… Lo dice con un gridolino infantile. Lo guardo. E’ vero, sembra un sorriso quella smorfietta che fa. Che dolce il mio nipotino. Qualcosa mi si scioglie dentro. “Posso tenerlo un pochino anch’io”? Lei me lo porge come fosse un dono. “Piccolino mio, vieni qui dalla tua nonna, che tesoro che sei. Ti ho aspettato per tanto tempo e adesso che sei qui posso solo cominciare a coccolarti e a viziarti”. Lei sorride. Finalmente ho detto la cosa giusta. Lei finalmente mi sorride serena. E’ bellissima. I pensieri volano via. Ma cosa sto a pensare. Che sciocca donna che sono. Guarda quanto bene voglio a queste mie due creature stupende.

56) Piccola storia ignobile

In Una canzone al giorno on 3 agosto 2010 at 12:00

Ma che piccola storia ignobile mi tocca raccontare, così solita e banale come tante,
che non merita nemmeno due colonne su un giornale o una musica o parole un po’ rimate,
che non merita nemmeno l’ attenzione della gente, quante cose più importanti hanno da fare,
se tu te la sei voluta, a loro non importa niente,
te l’ avevan detto che finivi male…

Ma se tuo padre sapesse qual’ è stata la tua colpa rimarrebbe sopraffatto dal dolore,
uno che poteva dire “guardo tutti a testa alta”, immaginasse appena il disonore,
lui che quando tu sei nata mise via quella bottiglia per aprirla il giorno del tuo matrimonio,
ti sognava laureata, era fiero di sua figlia,
se solo immaginasse la vergogna,
se solo immaginasse la vergogna,
se solo immaginasse la vergogna…

E pensare a quel che ha fatto per la tua educazione, buone scuole e poca e giusta compagnia,
allevata nei valori di famiglia e religione, di ubbidienza, castità e di cortesia,
dimmi allora quel che hai fatto chi te l’ ha mai messo in testa o dimmi dove e quando l’hai imparato
che non hai mai visto in casa una cosa men che onesta
e di certe cose non si è mai parlato
e di certe cose non si è mai parlato
e di certe cose non si è mai parlato…

E tua madre, che da madre qualche cosa l’ ha intuita e sa leggere da madre ogni tuo sguardo:
devi chiederle perdono, dire che ti sei pentita, che hai capito, che disprezzi quel tuo sbaglio.
Però come farai a dirle che nessuno ti ha costretta o dirle che provavi anche piacere,
questo non potrà capirlo, perchè lei, da donna onesta,
l’ ha fatto quasi sempre per dovere,
l’ ha fatto quasi sempre per dovere,
l’ ha fatto quasi sempre per dovere…

E di lui non dire male, sei anche stata fortunata: in questi casi, sai, lo fanno in molti.
Sì, lo so, quando lo hai detto, come si usa, ti ha lasciata, ma ti ha trovato l’ indirizzo e i soldi,
poi ha ragione, non potevi dimostrare che era suo e poi non sei neanche minorenne
ed allora questo sbaglio è stato proprio tutto tuo:
noi non siamo perseguibili per legge,
noi non siamo perseguibili per legge,
noi non siamo perseguibili per legge…

E così ti sei trovata come a un tavolo di marmo desiderando quasi di morire,
presa come un animale macellato stavi urlando, ma quasi l’ urlo non sapeva uscire
e così ti sei trovata fra paure e fra rimorsi davvero sola fra le mani altrui,
che pensavi nel sentire nella carne tua quei morsi
di tuo padre, di tua madre e anche di lui,
di tuo padre, di tua madre e anche di lui,
di tuo padre, di tua madre e anche di lui?

Ma che piccola storia ignobile sei venuta a raccontarmi, non vedo proprio cosa posso fare.
Dirti qualche frase usata per provare a consolarti o dirti: “è fatta ormai, non ci pensare”.
E’ una cosa che non serve a una canzone di successo, non vale due colonne su un giornale,
se tu te la sei voluta cosa vuoi mai farci adesso
e i politici han ben altro a cui pensare
e i politici han ben altro a cui pensare
e i politici han ben altro a cui pensare…

Soluzione:
Titolo : PICCOLA STORIA IGNOBILE
Cantautore: FRANCESCO GUCCINI

Buon compleanno

In amore, personale on 5 luglio 2010 at 19:35

Sono passati 26 anni. Pochi? Molti? Non saprei. Bisognerebbe chiederlo a te. Era una giornata calda come oggi, ma era la prima giornata di vero caldo della stagione. Tu come al solito eri in ritardo. La tua pigrizia la dovevo accettare fin da allora. Era tutto programmato o nascevi o il giorno dopo ci avrebbero pensato i medici. Tu ci hai pensato su ed hai aspettato fino all’ultimo. Era giovedì, ed il giorno prima ero andata a letto con delle contrazioni a cui non badai perché non mi facevano male. La notte dormii profondamente. Stavo bene ed era estate.
Improvvisamente tutto cambiò. Mi ero alzata per fare pipì e mentre facevo il bidet tu hai deciso di darmi la sveglia. Un liquido di color verde scuro macchiò la porcellana bianca. Verde scuro? Ma cosa stava succedendo? Ti ascoltai con un po’ di trepidazione, ma quello che era successo mi aveva spezzato il respiro. Non ti muovevi più. Oddio, avevo fatto la frittata! Chissà perché avevo pensato ad una frittata, quando mi era venuto il sospetto di aver aspettato troppo prima di chiamare l’ospedale.
Chiamai l’ambulanza e non sapevo come fermare quel fiume in piena, così scuro, così definitivo. Presi degli asciugamani, ma ero spaesata. Non mi capacitavo, mi avevano detto che se stavo in piedi tu avresti tappato la falla e io avrei potuto camminare almeno quel po’ fino all’idroambulanza. Anna, che mi faceva compagnia, si era messa al telefono e mi aveva detto che sarebbe arrivata a piedi fino al reparto.
Arrivò il paramedico con una sedia che mi fece scappare da ridere, una sedia gestatoria e mai nome fu più appropriato. Quel paramedico era un mio vecchio amico che non vedevo da almeno 16 anni. Ci siamo guardati stupiti: –Tu!– disse –Eh sì, io!– risposi tirata, e forse proprio per la sua presenza non volli sedermi sulla sedia e partii con una certa determinazione verso l’ambulanza. Mi vergognavo. Non era bello, camminare con un asciugamano malamente mimetizzato nelle mutande. Ma non mi piaceva farmi vedere preoccupata e in balia degli eventi.
Quella volta la tua pigrizia ci salvò. Non ti stavi impegnando nel parto, non volevi metterti in posizione, non volevi mettermi in allarme, non volevi farmi male, sembravi percepire che il parto normale ti avrebbe ucciso. Non importa il dolore che ho provato durante quelle lunghe otto ore che rimasi in travaglio, non importa quante mamme partorivano mentre io ero lì a pensare a te, col terrore di perderti senza immaginare che avrei potuto perdere anche me stessa.
Non importa il dolore, ma era importante il battito del tuo cuoricino, che mi rassicurava che tu c’eri e che potevo sentire passo passo quando lo stress per te diventava troppo forte. Nel pomeriggio, sudata e disfatta, mi accorgevo che la forza mi cominciava a venir meno, e dopo una delle tante visite, tu ti staccasti dal contatto e non udii più il tuo battito. Il medico accorse e mi disse sovrappensiero: –Non capisco, torna sempre più su.– Allora mi impuntai, no! basta, è assurdo aspettare, voglio un intervento cesareo. Chiamatemi il mio ginecologo. E così ti fecero uscire. Un bestiolino di 3 kili e 350 con un bel fiocco annodato di cordone ombelicale intorno al collo.
Il tuo disimpegno e la mia decisione ci salvarono e il medico me lo disse chiaro e netto. –Per fortuna siamo intervenuti altrimenti si strozzava.– Ebbravi che siete intervenuti (pensai io).
Mi tennero a lungo in sala operatoria per risistemare un “problemino” non meglio identificato che era intervenuto durante l’intervento. Ne venni a conoscenza 2 giorni dopo quando andai a sbirciare sulla cartella clinica. A tagliare erano andati giù duro e mi avevano decollato la viscica, cosa che può accadere, dicevano i medici, cosa vergognosa dicevano le ostetriche, ma quello era e mi dovevo sorbire i miei bei 12 giorni di post operatorio.
Ti vidi un attimo, dal vetro della nursery, non ti riconobbi, tra parentesi eri nato maschio e senza capelli ed io mi ero fatta che eri femmina e coi capelli rossi. Nessuno, credo, riconosca il proprio figlio, quando lo vede fare le boccacce, nei vestitini nuovi nuovi portati per l’occasione. Poi non so se era stata l’anestesia, io stavo morendo dal freddo e sulla pancia mi avevano messo una borsa di ghiaccio che non contribuiva a farmi sentire a mio agio e oltre a tutto provavo per me stessa e per quel piccolo una certa indifferenza. Ma sentivo che nella pancia si muoveva ancora qualche cosa ed era inutile, per quanto sapessi che tu eri oltre quel vetro, io non sapevo accettare che tu fossi staccato da me, non ci credevo.
La notte fu una notte atroce, non mi lagnavo mentre aspettavo di vedere le prime luci dell’alba, come se la luce del mattino avesse potuto quietarmi. Una ostetrica venne a visitarmi e dopo essersi messa le mani sui capelli mi disse: –Ma che aspettava a chiamarmi, non sente che è in un lago di sangue?– Eh no, che non lo sapevo, nessuno sa, la prima volta che ha un figlio, quanto dolore e quanto sangue deve perdere. Svegliò tutto il personale in servizio e tra punture e cambi di lenzuola, passarono le ore che mi restavano prima dell’alba.
Ed in effetti con l’alba incominciai a sentirmi meglio. Il sangue usciva in modo corretto, finalmente, e oltre tutto avevo anche un ottimo ricambio e non dovettero farmi una trasfusione. Non mi serviva niente di più che essere lasciata in pace. E il mio pensiero ti cercava tra le stanze dell’ospedale. Dov’eri piccolino mio? Perché non ti portavano dalla tua mamma? Volevo vederti, vedere quanti ditini avevi nelle mani e nei piedi, volevo guardarti bene in faccia per prendere le tue misure e per non scordarti più. Ero distesa ed impossibilitata a muovermi. Ghiaccio sulla pancia, catetere e flebo ed una spossatezza infinita. Finalmente un’infermiera entrò con quel fagottino tanto atteso, me lo posò sullo stomaco e mi disse di darti il seno.
Era comico, se non fosse stato così complicato, perché si sa che, una donna distesa, non riesce ad allattare un bambino neonato, soprattutto se ha una flebo su di una mano e il corpo inservibile. Eppure lo feci tentando una posizione che poteva scambiarsi con un tuffo carpiato. Tu mangiasti pigramente, tanto per affermare che questo sarebbe stato il tuo modo di essere. Le fatiche non erano fatte per te, ma me le dovevo sobbarcare io. Nel frattempo controllavo le tue manine perfette, il tuo naso schiacciato, la tua espressione seria e sussiegosa. Ma chi sei? Mi chiedevo intenerita. Già mi facevi sorridere, non avrei messo troppo tempo ad abituarmi a te.
Fu complicato con una mano sola levarti le due scarpine di lana per vedere se pure lì andava tutto bene, il numero tornava, e poi fartele indossare. Sì lo so che era sfiducia nei confronti di tutti quelli che alle mie domande mi avevano risposto: –E’ un bambino perfetto, di che si preoccupa.– ma dopo tutto perché avrei dovuto fidarmi?
Ti portarono via per pesarti e per cambiarti e mi annunciarono che la pediatra voleva parlarmi. –Signora mi spiace, ma il bambino lo dobbiamo ricoverare in pediatria, ittero precoce e poi il fegato, sa è un po’ troppo grosso, ma lei per caso non è che… scusi se glielo chiedo, ma… non è che beveva alcolici oppure si drogava?– Mi vene da pensare che se fossi stata in condizioni migliori le sarei saltata al collo, mica per baciarla, no, le avrei fatto solo un collarino stretto delle mie mani. –No, non bevo, non fumo e non mi drogo e non l’ho mai fatto in vita mia!– Lo devo aver detto con un tono incazzato perché si ritirò velocemente scusandosi ancora.
E ora mi portavano via il mio bambino. Adesso sì che cominciavo ad odiare il mondo. Vai a fidarti dei medici, tu ti ci metti in mano e loro ti riducono ad una bistecca sanguinolenta. Non mi persi d’animo, mi sarei alzata a qualsiasi costo e quel bambino l’avrei accudito io, e quando dicevo a qualsiasi costo era a qualsiasi costo davvero. Nel pomeriggio mi sedetti e misi le gambe fuori dal letto, la testa girava come una trottola, ma se qualcuno avesse vinto la guerra quella ero io.
Tentai qualche passo, ma il catetere mi teneva legata al letto. Ci riprovai alla sera e quando venne il ginecologo mi chiese come stavo, io risposi che stavo bene ma che avevo il seno che mi faceva un male del diavolo, lui fece portare la macchina per tirare il latte. Certo mi sentivo una mucca da latte, ma di latte ne avevo in quantità industriale, e cominciai a mandarne al mio piccolino biberon pieni. Chiedevo notizie del bambino e le infermiere cominciavano a capire che non mi bastavano notizie tranquillizzanti, quindi una mi disse. –Guardi, se domani se la sente, può, attraversando la sala parto, raggiungere un corridoio che sta tra l’ostetricia e la pediatria. Così non serve uscire e attraversare l’ospedale.– Non lo disse ad una sorda. La mattina dopo, all’ora della poppata, con in mano la sacca della pipì, passo dopo passo raggiunsi,sotto gli occhi esterrefatti delle infermiere, della sala parto la pediatria.
Non serviva che leggessi il tuo nome sul braccialetto, ti tirai su e ti cambiai per la prima volta, dopo ti pesai, ti diedi la poppata e ti ripesai, prima di andarmene ti ricambiai con una maestria che stupì le infermiere del reparto, –Ma quanti figli ha?– –Questo è il primo ed il solo!– Non sapevano che avevo cresciuto i miei fratelli e che dai sette anni in poi avevo fatto bagnetti, pappette, cambi di pannolini e distribuzione di succhiotti.
Non è difficile capire subito la natura del proprio figlio e neppure cosa gli piace e cosa no. Tu eri troppo serio, guardavi il mondo con un occhio attento, ma sembravi preoccupato. Di che? Della mamma che ti era toccata in sorte? Vai a saperlo. Ti piaceva farti cambiare e accarezzare, ma non amavi stare in braccio e non riuscivi a dormire a pancia in su. Ti mettevo a pancia sotto e ti addormentavi come un ghiretto. L’infermiera mi diceva –me ne sono accorta pure io, non si preoccupi, lo lasci così, succede ai bambini che subiscono un parto complicato.
Non sapeva che tu non avresti mai dormito se non a pancia in giù, mai amato stare in braccio alle persone che non conoscevi per paura di cadere, che non avresti mai fatto una capriola e che avresti sofferto di vertigini. Non parliamo poi dei viaggi in aereo. Un giorno, già grandino, ti apristi la cintura di sicurezza e senza tanti preamboli mi dicesti: –Io scendo!
Eri un bambino che non piangeva mai, e così crescevi. Sapevi controllare i tuoi istinti e le tue paure, bastava che ti rassicurassi, che mostrassi fiducia in te, che sminuissi gli incidenti. Era facile crescerti perché non cercavi mai lo scontro per capriccio. Eri ragionevole e mai ti lanciavi in avventure pericolose. Ti lasciavi spronare e io lo facevo sempre, rassicurante. Io credevo in te e tu in me. Questo era il nostro segreto. Non temevi l’acqua di mare perché io non la temevo. Sapevi nuotare fin da subito. Partisti a camminare a dieci mesi dopo una caduta madornale. Avevi capito che non era poi così difficile, al massimo si cade. Cominciasti a parlare con una proprietà di linguaggio che oggi potresti invidiare ed eri affettuoso ma senza troppe smancerie. Eri il mio bambino imperfetto, ma per me eri il bambino ideale, non avrei voluto nessun altro figlio che non fossi tu.
Ecco! oggi è il tuo compleanno. Ne sono passati 26 di anni insieme. Abbiamo vissuto, senza che lo volessimo, tempi difficili, ma non ci siamo mai pesati addosso. Io ti ho lasciato andare molto presto e ho seguito i tuoi passi da lontano. Ti ho amato prima di tutto e mi sono innamorata anche delle tue fidanzatine, dei tuoi amici, delle tue passioni, ma sono sempre rimasta a margine, so bene che tu sai che quando vuoi vieni e c’è sempre un abbraccio per te.
Inutile spiegare perché tra genitori e figli a volte si instaurino dei rapporti speciali. Ma io mi fido di te e tu ti fidi di me e questo è tutto.
Buon compleanno amore. io sarò sempre qui.
Mamma

27) La ragazza delle arance

In Un libro al giorno on 4 luglio 2010 at 8:28

Mio padre morì undici anni fa. Quando se ne andò, io avevo solo quattro anni. Non credevo che avrei più avuto sue notizie, ma adesso stiamo scrivendo un libro insieme.
Queste sono le primissime righe di quel libro, e le sto scrivendo io, ma a poco a poco sarà lui a parlare. È lui che ha una storia da raccontare.
Non sono sicuro di ricordarmelo bene. Probabilmente mi sembra soltanto di ricordarlo perché ho guardato tante volte le sue foto.
Solo una cosa sono convinto di ricordare veramente, ed è ciò che accadde una sera mentre guardavamo insieme le stelle dal terrazzo.
Su una delle foto ci siamo mio padre e io seduti sul divano di pelle giallo in soggiorno. Sembra che mi stia raccontando una bella storia. Il divano l’abbiamo ancora, ma lui non è più seduto lì.
In un’altra foto siamo sulla sedia a dondolo verde nella veranda. Quella foto è appesa alla parete fin da quando mio padre morì. Anche ora sono seduto su quella sedia, ma non mi dondolo perché sto scrivendo su un grosso quaderno. Più tardi inserirò tutto nel vecchio computer di mio padre.
Ci sono cose da raccontare anche sul computer, ma ci ritornerò in seguito.

soluzione

Titolo: La ragazza delle arance

Autore: Jostein Gaarder

ed. Longanesi, 2004

“Avrei scelto di vivere una vita sulla terra ben sapendo che all’improvviso mi sarebbe stata strappata via, forse proprio nel bel mezzo dell’ebbrezza della felicità? Oppure già in punto di partenza avrei rifiutato tutto questo gioco azzardato del ‘dai e togli’”?

Come sempre nei romanzi di Jostein Gaarder, il lettore si trova di fronte a un gioco di scatole cinesi oppure, per attualizzare la metafora, alle finestre di un gioco elettronico che procede per livelli successivi. La prima storia è quella del quindicenne Georg, che trova una lettera di suo padre Jan Olaf, defunto dodici anni prima, scritta prima di morire perché il figlio la leggesse in età adulta e potesse conoscere meglio chi gli aveva dato la vita. Si apre così la seconda storia, che è quella dell’amore di Jan Olaf per “la ragazza delle arance”, incontrata casualmente e diventata oggetto di una ricerca che si snoda come una rivisitazione degli antichi romanzi cavallereschi. Ogni successivo incontro aggiunge una tessera al puzzle, ma soltanto quando sarà completato si vedrà che il giuoco dei ruoli era diverso da quanto appariva. Ma il padre non si limita a raccontare a Georg la propria storia d’amore, vuole costruire un dialogo con lui, e fargli condividere la sua passione per il mistero dell’universo: alla fine gli porrà una domanda che può dare un significato non solo alla vita del figlio, ma retrospettivamente anche a quella del padre. Pensa che valga la pena di essere nato, pur sapendo di poter restare al mondo per un periodo che comunque sarà molto limitato? Per facilitargli la risposta, vorrebbe offrirgli la certezza di una sopravvivenza nell’al di là, ma su questo argomento ha soltanto delle ipotesi: “Se c’è il mondo, allora le frontiere dell’improbabile sono già state scavalcate. Sono già così pieno di stupore per il fatto che esista un mondo, che non avrei spazio per altro stupore se dovesse rivelarsi che esiste anche un altro mondo dopo questo.”
La risposta di Georg coinvolge anche il lettore che ha partecipato al gioco: “La vita è una lotteria gigante dove si vedono solo i biglietti vincenti. Tu che stai leggendo sei uno di questi biglietti. Lucky you!”

Cit. da cafeletterario.it

 

Un atto d’egoismo

In Donne, uomini on 28 dicembre 2009 at 15:17

In risposta ad  Un piccolo te del blog di Ifigenia.

Il problema non stava in un rapporto tra lei e la sua coscienza, bensì tra il suo desiderio, di stringere in un abbraccio quel piccolo esserino che le avrebbe scaldato la vita, e il terrore di perdere il suo compagno che quel figlio non lo voleva proprio e non lo aveva mai voluto.
Inutile dimenarsi nel dilemma. Lei aveva due sole possibilità: tenersi il bambino o tenersi il padre di quel bambino, ma le due cose insieme no. Inutile recriminare, inutile piangere o disperarsi, lei era la sola colpevole. Aveva finto di non sapere che sarebbe giunta a quel punto. Aveva rinviato le domande e le risposte. Ora la palla era sua, solo sua. Ogni donna o quasi ogni donna si trova di fronte a quel dilemma: voglio un figlio oppure no? Molto spesso è una prassi normale e il figlio arriva senza che nessuno se ne accorga più di tanto, senza produrre grandi cambiamenti. In lei il cambiamento sarebbe stato epocale, oltre ogni logica. Lui glielo aveva detto fin dall’inizio: “Non voglio bambini, lo devi sapere da subito. Se pensi di voler avere un figlio, non possiamo pensare ad una vita insieme.” e lei, in quel momento, aveva condiviso tutto, anche questo. Mai avrebbe pensato che sarebbe stato un accordo contro natura, ora lo sapeva…
Fosse stato l’orologio biologico che ogni donna ha dentro di sé oppure la sensazione che lui l’avesse in qualche modo costretta o l’avesse imbrogliata, la rendeva riottosa a decidere. Comunque ora fra di loro c’era un bambino. Ora lei aveva il potere di avere tutto a discapito di tutto. Ora il coraggio era troppo o troppo poco. La coperta era troppo corta per coprire la sua realtà. L’amore non era poesia. La speranza e l’illusione erano vane. Avere un figlio senza padre o un padre senza figlio? Chi era l’egoista? Lei? Lui? Chi aveva sbagliato? Chi avrebbe sbagliato di più?
Lui cortesemente, ma con fare distaccato le aveva chiesto: “Hai già deciso quando andare all’ospedale?” Lei, silenziosamente aveva iniziato a piangere, adesso lo sapeva che l’avrebbe odiato per tutta la vita.

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