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Nessun sollievo, nessuna liberazione… ma restiamo umani

In Amici, Gaza, Giovani, Le Giornate della Memoria on 18 settembre 2012 at 7:05

Ieri è arrivata la notizia che il Tribunale Militare di Gaza ha emesso la sentenza contro i rapitori o fiancheggiatori, che dir si voglia, dell’assassinio di un caro amico.
In genere, di fronte alla fine di un incubo, si dovrebbe provare sollievo, non certo gioia, ma almeno quel po’ di senso di liberazione che la conclusione in genere promette.
Eh no, non so perché, o forse lo so troppo bene, questa notizia mi ha lasciato, oltre il senso di perdita, anche un gusto amaro in bocca che non so definire. Una sensazione che tutto ottenebra e che non mi lascia scampo.
Perché sapere che “giustizia” è fatta, non mi dà la sensazione che verità sia raggiunta? Forse proprio perchè l’atto contro il mio giovane amico era talmente inconsulto, talmente scellerato e forse dietro a questo atto ci sono tali verità nascoste che non sapremo mai, da trovare quasi offensivo pensare che “giutizia sia fatta” e che tutti i tasselli siano rimessi a posto?
La mia serenità sulla sua morte non ritornerà mai più. Si può accettare una morte inevitabile, ma non una mancanza ingiusta e un atto vergognoso, quello rimane dentro di te come una ferita non rimarginabile e qualsiasi legge, pure quella divina (se ci credessi e così non è) non saprebbe rimettere le cose a posto, ridarmi fiducia e capacità di accettare.
Ma questo mio sentire lo tengo per me, non lo dico a nessuno, se qualcuno è uscito dall’incubo e trova pace in questa sentenza, che ben venga, le mie paturnie sono solo l’espressione di un bisogno di verità, che travalica in genere la realtà.

51) Certe notti

In Una canzone al giorno on 29 luglio 2010 at 12:00

Certe Notti la macchina è calda e dove ti porta lo decide lei.
Certe notti la strada non conta e quello che conta è sentire che vai.
Certe notti la radio che passa Neil Young sembra avere capito chi sei.
Certe notti somigliano a un vizio che tu non vuoi smettere, smettere mai.
Certe notti fai un po’ di cagnara che sentano che non cambierai più.
Quelle notti fra cosce e zanzare e nebbia e locali a cui dai del tu.
Certe notti c’hai qualche ferita che qualche tua amica disinfetterà.
Certe notti coi bar che son chiusi al primo autogrill c’è chi festeggerà.

E si può restare soli, certe notti qui, che chi s’accontenta gode, così così.
Certe notti o sei sveglio, o non sarai sveglio mai, ci vediamo da Mario prima o poi.

Certe notti ti senti padrone di un posto che tanto di giorno non c’è.
Certe notti se sei fortunato bussi alla porta di chi è come te.
C’è la notte che ti tiene tra le sue tette un po’ mamma un po’ porca com’è.
Quelle notti da farci l’amore fin quando fa male fin quando ce n’è.

Non si può restare soli, certe notti qui, che se ti accontenti godi, così così.
Certe notti son notti o le regaliamo a voi, tanto Mario riapre, prima o poi.

Certe notti qui, certe notti qui, certe notti qui, certe notti….
Certe notti sei solo più allegro, più ingordo, più ingenuo e coglione che puoi
quelle notti son proprio quel vizio che non voglio smettere, smettere, mai.

Non si può restare soli, certe notti qui, che chi s’accontenta gode, così, così.
Certe notti sei sveglio o non sarai sveglio mai, ci vediamo da Mario prima o poi.

Certe notti qui, certe notti qui, certe notti qui

soluzione
Titolo: CERTE NOTTI
autore: LUCIANO LIGABUE


Una povera fortuna

In Anomalie, Donne, uomini on 29 giugno 2010 at 15:40

Qualche volta ci pensava. Mica che rimpiangesse davvero qualche cosa. In effetti lo ammetteva che, almeno fino ad un certo punto, era stata semplicemente fortunata. Ma era un’idea assurda, visto quello che era successo dopo, lei lo ricordava bene che spesso allora le veniva rinfacciato di essere troppo bella. Non che lei fosse una vanitosa, però quello che la natura le aveva dato le sembrava davvero un dono straordinario. I ragazzi, magari, non glielo dicevano mai apertamente. D’altra parte qualche mese prima era più o meno come un sacco di patate, una cosa informe, o almeno non sembrava per niente la stessa di quella che era diventata dopo. Insomma tutti quelli che la vedevano per la prima volta restavano immagati. Qualcuno, tra i più coraggiosi, tentava di mettersi assieme: “Vuoi uscire con me?” “Vuoi diventare la mia ragazza?”. Aveva imparato a rispondere “No!” con tanta leggerezza, però di solito non aveva un’aria che invitava alla confidenza.
Invece quelli che erano meno sfrontati si mettevano in fila, facevano gli amici, che poi era l’unico modo per stare con lei. A volte l’amicizia è più importante dell’amore. Insomma era chiaro che la vedevano bella, molto bella. Era chiaro che quello era la cosa che saltava all’occhio, ma dopo, quando la conoscevano meglio e capivano che era timidezza quel modo tutto particolare di mantenere le distanze, trovavano che oltre a bella era anche una ragazza molto desiderabile. Di per sé questo non faceva danni, essere bella era una qualità apprezzabile, lei la riteneva qualità utile, ma non necessaria. Anzi odiava di essere facilitata solo per questo. In particolar modo odiava che le amiche, capito come funzionava con i maschi, finissero o col tenerla distante o con lo starci assieme, almeno fino a che non si accoppiavano. Ma era inutile criticarle, lei aveva la fortuna che niente mai le mancava, sia che si trattasse di complimenti che di compagnia.
Poi, finalmente, aveva incontrato pure lei quel ragazzo che le altre le avevano invidiato subito. Non perché fosse il più bello, quello no, ma era ricco e con quell’aria da “grande” che faceva loro girare la testa. Glielo avevano detto che aveva una fortuna sfacciata e che si era preso il meglio della piazza. Lui aveva quel modo volitivo e allo stesso tempo carismatico di trattare gli altri. Lui aveva mosso la gelosia dei maschi che s’ erano accorti di averla persa, allo stesso modo le sue amiche avevano tirato un sospiro di sollievo. A dirla tutta sembravano la coppia ideale, anzi probabilmente sembravano la coppia esemplare, quella che niente e nessuno avrebbe potuto dividere. Erano troppo belli per essere veri.
Piano piano lui si era fatto troppo attento, non aveva occhi che per lei, si era fatto prendere dal timore di perderla e non sopportava che gli altri le girassero intorno. Le permetteva di uscire solo se accompagnata, le controllava il modo di vestire, le proibiva di truccarsi e di trovarsi con gli amici di prima. Lei non si capacitava, ma come? cos’era cambiato da quando si erano conosciuti?
Lui era diventato aggressivo ed esigente, voleva tutte le attenzioni su di sé. La sgridava per un nonnulla e la incolpava se qualcuno la guardava con insistenza. Ad un certo punto la convinse di non lasciare sciolti i suoi bei capelli biondi perché la rendevano troppo appariscente e allontanò anche quelle poche amiche che le erano rimaste. La sua gelosia era ad un tale parossismo che la convinse a lasciare gli studi, in modo da poterla controllare meglio. Era giunto a manovrare e manipolare la sua vita e a controllarne ogni momento senza lasciarle mai un varco per respirare.
Lei non era una donna di grandi pretese, ma quell’amore le stava stretto e la faceva sentire continuamente inadeguata e in colpa. Così un giorno, dopo una lite furibonda, in cui lui le aveva intimato di non uscire da sola per andare al mare, lei per ripicca c’era andata e aveva pure flirtato con un ragazzo che aveva conosciuto sul spiaggia. Era stata una giornata eccitante, il sole, il mare, la libertà e un ragazzo che le diceva tutte quelle cose che era da una vita che non si sentiva dire. Si era proprio lasciata andare, tanto che alla sera aveva fatto persino tardi abbandonandosi alle carezze dello sconosciuto.
Era davvero una fortuna essere così bella tanto che nessun ragazzo le poteva resistere. Forse davvero avevano ragione le sue amiche quando le dicevano che lei non riusciva a capire quante prerogative le concedesse il suo bel viso e quel suo corpo perfetto.
Tornando a casa però si sentiva anche molto agitata, inutile negarlo, temeva le reazioni di lui. D’altra parte lui non era il suo padrone e lei non era la sua schiava. Ma ogni passo le diventava più difficile credere che lui avrebbe accettato quello che lei aveva fatto durante il giorno, salvo che non gli avesse raccontato una balla. Ma la cosa che temeva di più era quella insostenibilità del rapporto, lei lo sapeva di volerlo lasciare, ma come avrebbe fatto? Era certa che le avrebbe sicuramente fatto pagare se lei lo avesse lasciato. L’aveva già minacciata e lei non lo aveva scordato.
Quando arrivò all’angolo di strada che portava verso casa sua, lui era lì, appoggiato al muro che l’aspettava. Per un momento lei sperò che fosse lì per chiederle scusa del litigio che avevano avuto la sera precedente, ma era solo un’illusione, una mera storia che si raccontava per non affrontare la dura realtà. Lui appena l’ebbe davanti la colpì con un manrovescio che le fece sanguinare la bocca, poi la trascinò prendendola per i capelli e facendole sbattere la testa sul muro. La sua rabbia era cieca e muta, solo una volta o due le uscì quasi incomprensibile la parola “puttana!”.
Forse anche lei gridò le solite inutili cose: “Lasciami, mi fai male… vigliacco!” ma forse erano solo parole che pensava nella sua testa. In fondo si stava dando la colpa lei per tanta violenza. Lui continuava a picchiarla in silenzio ringhiando come un cane alla catena. Lei si difendeva sempre meno, intontita dai colpi terribile che lui le sferrava. Poi lui la prese con la sinistra per il collo cominciando a stringere fino a farle mancare il respiro, le avvicinò le labbra all’orecchio e le ringhiò la sua sentenza: “O solo mia o di nessuno…” non aveva quasi più coscienza quando la lama le attraversò in un guizzo, in un folle zig zag, il viso e il collo.
L’ultimo pensiero prima di cadere a terra fu che lei di quella fortuna non voleva saperne più. Quando riaprì gli occhi sul letto d’ospedale senza chiedere niente, aveva già visto sui visi dei suoi parenti che la bellezza, quella fortuna che le aveva invaso la vita, quella no, non sarebbe più stato un suo problema. E si sentì leggera come non lo era stata più da tanto tempo.

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