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Le regole del villaggio in festa

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Informazione, Le Giornate della Memoria, personale, uomini on 24 febbraio 2014 at 18:55

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Facciamo uno strappo alla scaletta del viaggio. Un po’ ci dispiace di non andare a gironzolare per Gerusalemme, ma Manal, la nostra amica, del comitato popolare di resistenza di Nabi Saleh, qualche giorno prima è rimasta ferita da un candelotto lacrimogeno e noi vogliamo vederla assolutamente.
Luisa organizza un taxi, deve andare a Ramallah e poi si passa per Nabi Saleh, ma la cosa è un po’ complessa, uscire da Gerusalemme con la macchina di un palestinese che ha la carta di identità, ci permette sia l’uscita che il rientro, ma diventa impossibile con un taxi che parte da Ramallah, non può entrare a Gerusalemme.
Quindi andiamo a Ramallah. Luisa va per le sue cose, noi giriamo ancora una volta la città. Vorrei dire che Ramallah è Palestina, ma non ci riesco. E’ un luogo schizzato, senza una vera identità: soldi che vengono dai palestinesi d’America, sogno di palestinesi senza libertà. Boutique con abiti da sera da “Mille e una notte”, kebab e negozi di dolci, incontro persino una renna luminosa che canta e balla Jingle Bell. Nessuna fantasia in una Palestina come questa, soltanto uno strappo lontano verso un orizzonte che non esiste, ma porto troppo rispetto per questa gente che da 65 anni spera di tornare a esistere.
Entro in un negozio di dolci e prendo scatole di biscotti, specialità della casa. Dolci di Natale. Ma che Natale è in Palestina?
Stasera è l’ultimo dell’anno. Mi sembra una cosa poco importante, non penso a nessuna festa a niente che valga la pena festeggiare.
Cala la sera, ci si ritrova con Luisa e fermiamo un taxi locale per fare una corsa veloce a Nabi Saleh. L’autista ci guarda stranito: che senso ha per degli internazionali, come noi, andare a Nabi Saleh? Difficile spiegarlo. Abbiamo fretta, per tornare in tempo in albergo da tutti gli altri viaggiatori.
Nabi Saleh non è vicinissimo, si corre nel buio della sera e non riconosco niente di quello che ricordavo della precedente visita a quel villaggio. L’altra volta ero arrivata al calar del sole e ragazzini si stagliavano nitidi sulla collina, rincorsi dai candelotti lacrimogeni dei soldati. Veramente una bella accoglienza. Era giovedì sera e si preparava il venerdì della solita protesta. Normale routine.
Oggi a Nabi Saleh ci attende solo il buio, sembra un luogo abbandonato dai suoi abitanti, il che ci sembra davvero strano.
Arriviamo alla casa di Manal, ma è vuota, buia, nessuno che ci dia un’indicazione. Poi passano dei bambini, pure loro stupiti nel vederci. Chiediamo in inglese dove possiamo trovare Manal Tamimi e la sua famiglia, non so se capiscono, ma ci indicano l’altra parte del paese. Il taxi ci accompagna ad una casa piena di rumori e luci. Entra Luisa, io al seguito, Mario arriva vicino alla porta ma i bambini lo fermano, poi capiamo: è un gineceo di donne e bambine, i maschietti sono fuori a giocare. Vedo passare Manal senza velo e capisco che Mario è stato fermato perchè, per lui, è vietato entrare.
E’ veramente strano entrare in un mondo di sole donne, tutte vestite da festa, che ti guardano come se tu fossi un oggetto fuori dal mondo, Manal viene ad abbracciarmi e mi racconta che da poco era uscito dal carcere suo cugino Saeed Tamimi e che stanno festeggiando l’avvenimento.
Mi presenta a tutte le donne più anziane che sono sedute nei posti d’onore, non so chi siano e non so nemmeno cosa fare, come salutare, sorrido… un sorriso è gentilezza e buona educazione, stringo mani, ma non so se faccio bene, forse capiscono che sono un’extraterrestre e mi perdonano se faccio qualcosa che non va bene. Mi vergogno di essere vestita così e di non avere i capelli coperti. Strana cosa sentirsi un pesce fuor d’acqua. Ma mi rincuora vedere Manal piena di vita, le chiedo se sta bene, lei risponde che è tutto passato, solo un colpo sul ginocchio, ci è abituata. Difficile abituarsi a qualcuno che ti vuole ferire e magari uccidere. Lei ci riesce o almeno a me sembra così.
Mi guardo intorno, donne che vanno e vengono, entrano salutano, stringono mani, parlano con le altre, un contegno molto austero, ma negli occhi tanta dolcezza, seduta in mezzo a loro mi sento davvero fuori luogo, come se partecipassi ad una cosa non mia.
Entra una bambina bionda, bellissima, la conosco, è sempre in prima fila alle manifestazioni del venerdì. Bella e impavida. Conosco il padre e la madre, gente di coraggio, veri resistenti. Lei mi sorride. L’anno scorso l’avevo ripresa mentre ci recitava una poesia in inglese. Boccoli biondi che uscivano dal berretto di lana. Il suo nome è uno schiaffo all’occupazione, un proclama di libertà: Filistin (Palestina).
Donne che pregano rivolte alla parete, forse ringraziano Allah per la volontà di aver liberato Saeed, che è come ho capito il parente di tutti. Che mondo strano, questo villaggio è una grande famiglia allargata, tutti o quasi con lo stesso cognome: Tamimi. Ma a vederla qui è solo un mondo di donne senza uomini, e dove stanno gli uomini? Me lo chiedo in apprensione per Mario che sta fuori al buio.
Mi alzo ed esco, abbraccio Manal e le dico che l’aspettiamo ancora a Venezia. Lei mi promette che tornerà.
Mario è alle prese con un gruppo di bambini che lo tormentano, qualcuno gli tira pure dei sassi. Quando esco però si fermano, ah! il potere della donna in Palestina. Per loro sono una madre, una nonna ed è meglio che si comportino bene. Sanno che non siamo dei loro, sanno che potremmo essere anche gli “altri”, ma il fatto che io esca indenne dalla casa delle madri, li mette tranquilli. Luisa ci raggiunge: ora si va alla festa degli uomini.
Il tassista è spaesato, siamo per lui un oggetto davvero strano. Ci porta dall’altra parte del villaggio, nella piazza tutta inghirlandata di bandierine, luci e grandi foto del prigioniero liberato.
Il tassista ci fa scendere e resta basito che Luisa bacia e viene ribaciata dalle persone che contano di Nabi Saleh, pure io abbraccio Bassam, l’ha fatto pure Luisa, male non farà.
Con i palestinesi bisogna sapere con chi si può essere affettuosi e con chi no. C’è chi si irrigidisce in un abbraccio perchè non sa e non capisce che è una nostra abitudine baciare ed abbracciare, abitudine alquanto bizzarra per loro, difficile da digerire.
Saeed viene a riceverci alla porta come fossimo degli invitati di riguardo. Io e Luisa, uniche donne presenti e pure senza velo, ma Luisa è un lasciapassare per ogni dove, lei è amata, importante, riconosciuta, lei è la Palestina e non solo qui in Italia.
Ci continuano a portare da bere e da mangiare. Luisa siede con Saeed e tutti gli uomini che contano di Nabi Saleh, compresi quelli della politica locale.
Il nostro tassista è intimidito e ci guarda con gli occhi che brillano. Penserà: ma chi sto portando a spasso in taxi? L’atteggiamento era cambiato, da: “chi sono queste pazze?” a “ma allora, sono solo io che non le conosco…” direi che ci guarda con venerazione.
In effetti pure io potrei montarmi la testa.
Sinceramente non so se mi sento più a mio agio nel gineceo oppure tra gli uomini della tribù. Forse forse a dirla tutta, a parte l’affetto per Manal, donna di grande spessore e a volte più uomo di qualsiasi uomo, quelle donne così convenzionali per la cultura del villaggio, sono riuscite a mettermi più a disagio degli uomini. In fin dei conti sono una sessantottina e ho lottato lungamente e forse inutilmente per l’emancipazione della donna nel mio paese. Digerisco poco l’allinearsi alle abitudini e alle limitazioni… sarei una pessima donna palestinese, me ne rendo conto e per fortuna non lo sono, sarei una testadura, ma forse meno resistente di loro. Inutile dire che passa anche attraverso la conservazione degli usi e costumi, l’affermazione identitaria della Palestina. Però tra il rafforzamento dell’identità e un profilo subordinato a quello maschile, sinceramente opterei per liberarmi del secondo.
Dice Abir Kopty, attivista palestinese per i diritti umani: “Ogni lotta contro l’oppressione è anche la mia lotta”, inutile dire che ritengo in Palestina la donna doppiamente oppressa in un modo di uomini non liberi.
A parte le riflessioni sulla situazione femminile, so che nel viaggio mi accorgerò delle manifestazioni dei Comitati popolari di resistenza non violenta senza la presenza diretta delle donne. Nabi Saleh proprio per la presenza di un gruppo di donne singolari e notevoli ne è un po’ l’eccezione. Manal docet.
Riprendiamo velocemente il taxi. Il guidatore ci guarda ancora con aria di venerazione soprattutto dopo aver visto come siamo stati ricevuti alla festa per la liberazione di Saeed anche dai rappresentanti dell’A.P., che si siedono sempre vicini a Luisa come se ne avessero più diritto degli altri.
Sorrido pensando allo sbuffo che lei fa da dentro, senza darlo a vedere. Anche lei come me preferisce alle maniere di facciata i rapporti diretti e meno formali, ma siamo in Palestina e dobbiamo salvare l’apparenza.
Il taxi ci riporta a Ramallah con una piccola deviazione a trovare e salutare degli amici carissimi di Luisa. Anche questa una splendida storia di amore e resistenza, ma non è qui che troverà lo spazio dovuto. Strano davvero che il tempo qui si dilati e che ogni pietra abbia una storia e ogni storia sembri non finire mai.
Usciti dagli amici di Luisa, troviamo ad attenderci un altro taxi che è arrivato da Gerusalemme, unico modo per poter tornare all’albergo.
Anche questo è il viaggiare in Palestina e se devo dirla tutta, questa limitazione della libertà, mi sembra una delle più grosse ingiustizie perpetrate contro i miei amici palestinesi. Pesa tanto anche a me che sono solo di passaggio.
All’albergo ci aspetta la fine del 2013 e le nuove promesse per il 2014. Sarà una festa?
Non la vedo bene e oltre tutto ho la sensazione che poco cambierà. Ma tant’è… visto che ci siamo cerchiamo almeno di finirla in allegria.
Buon anno a tutti…

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Datemi un sogno da sognare insieme

In amore, Anomalie, Donne, Economia, Giovani, politica, Religione on 6 luglio 2013 at 9:05

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Sarà che il mondo è diventato piccolo, sarà che ci sentiamo cittadini del mondo e che pensiamo di assomigliarci tutti, soprattutto se apparteniamo allo stesso genere, sarà per quello e altro, che non ci rendiamo conto della diversità, delle differenze che ci contraddistinguono e soprattutto ci è difficile pensare a quanto possano essere differenti le istanze del genere femminile a seconda del paese di cui parliamo. Le donne e gli uomini sono sempre figli della società in cui vivono.
Ieri sera ero ad un incontro che coinvolgeva giovani donne italiane e giovani donne tunisine. Il tema era l’informazione e le associazioni di donne in aiuto alle donne nella Tunisia di oggi. Qualche giorno prima ero presente ad un incontro con una donna che era stata esponente politica palestinese e una donna italiana che lo era stata anche lei a suo tempo, ma in Italia però. Che cosa hanno queste donne in comune? Quali i sogni da fare insieme? Esiste ancora una lotta che le renda sorelle e che permetta loro si sostenersi a vicenda? Analizzando con un occhio un po’ critico direi proprio di no.
I racconti delle ragazze tunisine non stupivano le giovani italiane, però stupivano me. Qual era la donna che usciva dalla rivolta dei gelsomini? Una donna migliore, più libera, con maggiori possibilità per la propria vita? Direi di no. C’è stata una “rivoluzione” in Tunisia che avrebbe dovuto cambiare il volto a quel paese, come avrebbero dovuto cambiarlo in tutti i paesi affacciati sul mediterraneo, ma per la donna non è cambiato niente, punto. Sempre la solita storia: esistono varie Tunisie, come esistono vari Egitti e logicamente di seguito esistono varie Palestine.
E’ evidente che la Tunisia delle “spiagge” non è la Tunisia “interna”. La differenza sta proprio nella capacità della donna a muoversi nella realtà del suo paese con maggior autonomia. Intervistate le donne delle “spiagge”, ossia del nord del paese, mostrano subito di essere diverse: non portano il velo, hanno i capelli tinti, sono truccate e non hanno peli sulla lingua. Chiedono a gran voce libertà, lavoro e parità di diritti. Al sud, profondo, invece lavorano in modo duro, nell’agricoltura, sono le uniche occupate nel settore perchè sono pagate di meno, circa un dollaro al giorno e senza nessun contratto che le tuteli e nessuna norma di sicurezza. E soprattutto a causa dei pesticidi che vengono maneggiati e sparsi senza nessun accorgimento particolare, si ammalano facilmente di tumore ed è così che muoiono senza aver modo di andare da un medico o in un ospedale, perchè quel guadagno è l’unica risorsa di famiglie numerose, e questo decreta il destino delle femmine di casa.
Le due ragazze, con il loro hijab, ci parlavano di aver studiato all’università e di aver preso strade diverse. Una dopo aver cercato lavoro al nord è tornata al suo villaggio e si occupa di associazioni di donne che aiutano le donne, l’altra è uscita dal suo paese e lavorava nell’ambito di attività turistiche, cosa assolutamente vietata dalle tradizioni del suo popolo e in una radio “La voce di Eva”. Sia la prima che la seconda non hanno visto la rivoluzione dei gelsomini come un’opportunità per affrancarsi dai pregiudizi e dai condizionamenti della mentalità della vecchia Tunisia. Tutte e due ci tengono a dire che a loro non interessa la politica e che cercano di fare il meglio per loro stesse, con una minima coscienza di fare il bene comune, quindi non un passo verso un vero cambiamento di mentalità, una richiesta di riconoscimento delle loro capacità e del loro valore a prescindere dal genere di appartenenza.
Dall’altra parte ragazze italiane che ascoltano e che dimostrano di non conoscere l’ABC che ha mosso la generazione mia per la liberazione della donna. Forse perchè si considerano giovani e libere, in un paese democratico (?) dove non c’è bisogno di lotta per mantenere i propri diritti e non c’è richiesta di maggior spazio e di un sognare comune? Io, invece, che conosco il prezzo che quei diritti ci sono costati, non considero scontato il fatto di mantenerli, anzi sento il continuo sgretolarsi delle fondamenta della costruzione che pensavamo solida: quella della libertà della donna.
Si sono accorte le italiane, per esempio, dell’attacco alla legge 194 e hanno mai provato a cercare un consultorio famigliare? Hanno già provato a mettersi in concorrenza con un coetaneo, maschio, per un posto di lavoro qualsiasi? Sanno cosa deve rinunciare una donna per avere una famiglia e dei figli e contemporaneamente mantenere un posto di lavoro, se non tentare di fare carriera? Inutile chiederlo visto che lavoro non ce n’è per nessuno. Visto che i generi di prima necessita li provvedono i genitori stressati o i nonni, con i loro risparmi di una vita, e visto che di famiglia, a queste condizioni, non è il caso di parlarne, figuriamoci di figli.
Ben diverso era stato l’incontro con le due donne “politiche” che appartenevano sicuramente alla mia generazione e che avevano fatto della lotta per la libertà e i diritti di genere, ma non solo, il loro credo. Le loro storie di lotta ed emancipazione mi erano note, perchè c’era un sogno comune da sognare, c’era una comunità di intenti e una voglia di emancipazione che aveva fatto prendere la via della resistenza armata e poi quella della politica istituzionale alla palestinese e quella del sindacato e della politica attiva all’italiana. Strade difficili per un uomo, figurarsi per una donna.
Per me loro sono un esempio di volontà e di forza. La loro presenza nel mondo ha fatto storia. Sono figure di riferimento, che seppur volessimo mettere in discussione per la loro appartenenza attuale alle istituzioni, certamente non si possono mettere in discussione sulla capacità di affrancare la donna dai condizionamente del mondo da cui provengono.
E allora, alla mia domanda alle ragazze tunisine: “Ma vuoi avete dei sogni? Ma cosa volete dalla vita: sposarvi ed avere figli oppure affermarvi in un lavoro e trovare il vostro posto nel mondo?” (notare la tipica scissione pregiudiziale, quasi sempre presente tra quelle della mia generazione: l’impossibilità di riuscire ad avere tutte e due le cose). La risposta è stata: “Certamente noi sogniamo e vogliamo sposarci ed avere figli.” Ma perchè mi sentivo così delusa? Solo perchè in un momento di grande mutamento di un paese le donne non si rendono conto dell’importanza di cambiare anche il loro ruolo e i loro sogni? Oppure perchè mi pesava nel cuore le più di cento donne violentate nei tumulti di piazza Tahrir in Egitto? L’incapacità della donna di trovare uno spazio nuovo nel mondo e una possibile coesione di intenti e di sogni?
Mi sono trovata orfana di un sogno. Per favore, datemi un sogno da sognare insieme per unire ogni donna nell’emancipazione e nel cambiamento. Demolite tutte le religioni e le società maschiliste che rendono le donne succubi nei bisogni e nelle idee. Donne, liberate la fantasia e chiedete. Abbiate coraggio di buttare i vostri condizionamenti e le vostre priorità precostituite. Siamo tutti uguali sotto questo cielo e nemmeno il genere dovrebbe fare differenza.
Ecco che esce il mio femminismo da sessantottina, ma davvero sono datata e fuori tempo? A me pare di no. Io un sogno ce l’avevo e volevo sognarlo assieme agli altri. Ma è un sogno che vale la pena di sognare ancora?

Anima Libera

In Anima libera on 2 dicembre 2012 at 13:57

Storia di un’anima libera in un corpo ribelle. Libro a quattro mani e molti ricordi. Una bambina, baciata dalla conoscenza e illuminata dalla percezione, che, crescendo, perde le sue migliori qualità e diventa normale o quasi… è in quel “o quasi” c’è tutto.

animalibera
1 – 18 Maggio 19……
2 – Nessuno mette una bambina in un angolo
3 – Baia del Re
4 – Dalla prateria all’oppio dei popoli
5 – Sentimentale (sacro e profano)
6 – Tra anime sporche, carte geografiche e formicai
7 – Nuovi contenitori per nuovi contenuti
8 – Riflessioni sull’amore e sull’ideologia
9 – Bombe atomiche e viaggi interplanetari
10 – Fanculo
11 – Il nuovo incombe
12 – Proletari in mutande unitevi…
13 – La bambina dimenticata tra i fratelli
14 – Passare al nemico
15 – Le balle dell’informazione
16 – Per esempio
17 – Il ragazzo col ciuffo
18 – Guerra nucleare ed altre amenità
19 – La signorina Bombarda
20 – Ancora su mia madre
21 – Non hai fatto che il tuo dovere
22 – Zorro batte dio tre a zero
23 – Musica ed altri disastri
24 – L’onda che tutto travolge
25 – Cultura e Urania
26 – E venne chiamato Ultimo
27 – Il primo lavoro e il primo bacio si scodano quasi subito
28 – L’amore come le ciliegie
29 – Un passo avanti e scoppia il mondo beat
30 – Com’era bello il “Che”

Se non posso ballare non è la mia rivoluzione

In Donne, Giovani, Nuove e vecchie Resistenze, Parola di donne on 5 novembre 2012 at 1:11

L’hanno chiamata la rivolta dei gelsomini. Bel nome vero? Fa pensare al profumo dei fiori e a giovani donne sorridenti che vogliono cambiare il mondo. Ma non è così. La rivoluzione non è cosa da donne, non qui, non nella mia terra.
Perchè ribellarsi se poi non cambia niente? Io sono donna in un paese che vuole rinascere, ma un paese per soli uomini, per me non c’è cambiamento. Non c’è modo di cambiare la mia realtà.
A casa mia siamo due sorelle. Mia sorella ha 25 anni, due figli un altro in arrivo. Non lavora se non in casa. E’ cambiata, non è più lei. Non ha più tempo per le nostre chiacchere, per i sogni. Mia madre è un’ombra sul muro di casa.
Io ho studiato, faccio l’avvocato e lavoro in uno studio del centro. Il mio ragazzo fa la guida turistica e a febbraio ci sposeremo. Ma io ho paura. Lui mi dice che a febbraio io smetterò di lavorare, ci penserà lui a me. Mi dice che allora metterò il velo perchè diventerò una donna come sua madre: dignitosa. Ma io non posso pensarci. A che serve ribellarsi e andare in piazza, rischiare la vita e respirare i lacrimogeni se poi io non posso nemmeno andare a ballare. Sarà stupido, ma io voglio poter andare a ballare, voglio solo avere la libertà di andare a ballare senza nascondermi dietro ad un velo. Se non ho nemmeno questa libertà allora… avrà anche il profumo dei gelsomi, ma questa rivolta non è mia e mai lo sarà. Se per noi donne non cambia nulla, nessun cambiamento ci sarà nella società, non cambieranno i nostri mariti e i nostri figli rimarranno sempre uguali ai loro padri e ai loro nonni. Non fate la rivoluzione, non fatela in nostro nome, perchè niente cambierà, soprattutto il nostro destino.

Globalizzazione e la Guerra dei Generi

In Cultura, Donne, Economia, Gruppo di discussione politica., Guerra, Informazione, Istruzione, Parola di donne, politica on 21 maggio 2012 at 8:16

Punto G: Genere e Globalizzazione

“E’ il femminismo il vero umanismo, e il pensiero politico che unifica tutte le grandi utopie: quella socialista, quella pacifista, quella nonviolenta, quella anticapitalista. Il vero obiettivo comune da raggiungere è la solidarietà tra le donne, una solidarietà politica nella quale si esaltino le cose che ci uniscono e si continui a lavorare su ciò che ci divide.” (Nawal El Saadawi, simbolo dela lotta delle donne per la laicità, la democrazia e la secolarizzazione nei Paesi del Medio Oriente).
La globalizzazione che stiamo subendo sta modificando antropologicamente il nostro agire, pensare e sentire. Non è globalizzazione dei diritti, delle risorse, delle competenze, del benessere. Non è la globalizzazione dei saperi, ma quella dove le disparità e in primo luogo quella di genere, trionfano e imperano.
“La globalizzazione non è solo l’interazione culturale tra le diverse società, ma l’imposizione di una specifica cultura su tutte le altre” racconta Shiva Vandana nel suo Biopirateria (Cuen). “La globalizzazione non ricerca affatto l’equilibrio ecologico su scala planetaria. E’ la rapina messa in opera da una classe, e spesso da un solo genere, nonchè da una singola specie su tutte le altre.”
Dice l’economista Christa Wictherich: “E’ evidente che la globalizzazione neoliberista non è ne un processo neutro rispetto al genere, né una giocata vincente per chiunque, come si usa proclamare. Ha tendenze fortemente non egualitarie, tra e entro le nazioni, fra i generi e fra le donne. Ciò dà come risultato una polarizzazione del mercato del lavoro e del tessuto sociale”.
Fa eco in Italia una storica del movimento femminista italiano, Lidia Menapace: “Rivolgo agli uomini un caldo appello perchè finalmente vadano oltre il loro triste monotono insopportabile simbolico di guerra, che trasforma tutto in militare: l’amore diventa conquista, la scuola caserma, l’ospedale guardia e reparti, la politica tattica, strategia e schieramento. In questo modo non si va oltre lo scontro fisico in uniforme e i poteri forti si rafforzano sulla nostra stupidità”.
Shiva Vandana completa: “Dovunque la globalizzazione porta alla distruzione delle economie locali e delle organizzazioni sociali. Con sensibilità e responsabilità spetta a noi – chiunque siamo e dovunque ci troviamo – riconciliarci con la diversità. Dobbiamo imparare che la diversità non è una ricetta per il conflitto e il caos, ma la nostra sola possibilità per un futuro più giusto e più sostenibile in termini ambientali, economici, politici e sociali. E’ la nostra unica strada per sopravvivere”.

(tratto da “Cassandra. Le idee del 2001 e i fatti del decennio” Progetto Comunicazione – estrapolato dall’articolo di Monica Lanfranco (www.monicalanfranco.it; http://www.mareaonline.it; http://www.radiodelledonne.org)

Spiegare il femminismo agli uomini

In Donne, uomini on 19 luglio 2010 at 14:53

Eh sì lo so, non è facile. Qualcuno sostiene che è una questione di DNA, io sostengo invece che è difficile spiegare quello che non si vuol capire, ma è indiscutibilmente complicato superare tutti i millenni di pregiudizi e di falsa informazione.
Un amico, tempo fa, mi ha chiesto a quale testo o linea di femminismo mi rifacessi. Chissà perché mi sono sentita in colpa e davvero imbarazzata nell’affermare che non avevo mai letto niente e che nessun gruppo “anni 70” mi stava ispirando. Anzi no, un libro lo avevo letto e ne avevo fatto oggetto di tesina all’esame di maturità. “Dalla parte delle bambine” di Elena Gianini Belotti che proprio femminista, in senso stretto, non è. Lei come me sosteneva che non esistono alla nascita doti che determinino la “superiorità maschile” e di contraltare la “inferiorità femminile”, ma solo doti umane che vengono sviluppate in modo condizionato e condizionante al ruolo sociale che si vuol consegnare a quel particolare genere.
La cosa che mi colpì di più erano i diversi tempi di allattamento al seno, se una madre allatta un maschio lo tiene al seno molto di più che una femmina. Ovviamente la prima cosa che viene da pensare, dopo questa scoperta, è che o le femmine sono meno voraci, oppure lo sono di più e ci mettono meno tempo nella poppata. Non è così, purtroppo, la causa è semplicemente l’insieme dei pregiudizi sessuali di un sesso (quello della madre) con lo stesso sesso (quello della figlia) mentre tutto diventa più “naturale” se a succhiare il seno è un maschietto. Sembra che alle madri piaccia di più. Suppongo che sarebbe l’inverso se ad allattare fosse il padre, ma il caso purtroppo vuole che l’allattamento al seno sia di sola pertinenza femminile.
Fin dalla nascita si instaura un regime educativo che sfavorisce le femmine e favorisce i maschi. Sia che si tratti di opportunità educative, sia che si tratti di opportunità di vita, le donne devono guadagnarsi tutto con un maggior dispendio di energie. Sarà che le femmine sono più stupide di “natura”? Statisticamente non sono certamente meno dotate di intelligenza, intuizione, arguzia, volontà e coraggio, anzi, a dirla tutta e passando alla pratica, mio figlio, durante il suo percorso scolastico, ha visto solo femmine a contendersi il primo posto nella classifica della preparazione e nella capacità di esprimersi. Non sto nemmeno a dire come le donne nel lavoro siano più capaci di adattamento e di mobilità degli uomini. Non solo si adattano meglio ad ogni tipo di attività, ma hanno sicuramente più “amor proprio” per il loro lavoro che contende il primato al maschio più ambizioso.
Una mia amica giovane, dopo aver letto il libro della Belotti mi ha confidato: “Lo sai, leggere questo libro mi ha fatto pensare che l’unico modo che abbiamo per rivalerci è far nascere solo figli maschi”. Il che fa pensare che non ha torto, salvo poi inorridire: ma tutti questi figlioletti maschi, nel momento che rimangono senza madri, chi li salverà? E’ indiscutibile che chi, alla fine, perpetua l’errore iniziale, quello che inserisce la femmina in un certo ruolo ed il maschio in un altro ben delimitato, è sempre quella “benedetta donna della loro madre”.
Eppure io vizio mio figlio maschio come vizierei la mia figlia femmina. Continuo a reagire alla semplice frase: “Dai usciamo che ti porto al cinema” con la frase acidetta “E che è non c’ho due gambe pure io?” Certamente che mi stupisco sempre della poca autonomia che hanno gli uomini messi nella situazione di pensare da soli a se stessi, mentre invece mi sento orgogliosa delle capacità decisionali delle donne. Mi sconvolgono i pregiudizi dei maschi contro le donne veramente indipendenti e libere, per dire non quelle che “la danno” ogni qualvolta garba loro per avere in cambio delle migliori opportunità, ma solo quelle che fra le tante cose amano liberamente come ogni uomo fa di abitudine, anche confortato dal mondo intero. Che differenza passa tra un “furbacchione” e una “ragazza leggera”? E ancora di più tra un uomo dalla forte carica erotica e una donna veramente “porca”?
Queste sfumature mi sfuggono. Ma si sa io sono femminista e questo la dice lunga sul mio modo di intendere i rapporti tra uomini e donne. Eppure io penso che gli uomini siano una parte essenziale del mio mondo, che abbiano lo stesso diritto delle donne di esistere e che vengano educati allo stesso modo dell’altra parte del cielo per far sì che sviluppino le stesse qualità che sembrano di unico appannaggio della femminilità. Magari col tempo invece di ridurre le donne a partorire figli maschi, geneticamente modificati, far sì che pure gli uomini vivano direttamente la loro paternità, magari affidando loro in età prepuberale esigenti bambole che chiamano papà in continuazione e che chiedono di essere cambiate perché dopo la poppata si sono bagnate il pannolino. Ho detto bamboline mica creature di gomma piene di orefizi senza fine, perché già intravvedevo maliziosità negli occhi di tutti voi maschietti e tenevo a precisare che se aspettate da me un trattamento che vi sia più favorevole, mi sa che dovrete aspettare ancora un pezzo. 🙂

Le difficoltà delle donne

In amore, Donne on 22 aprile 2010 at 11:09

Mi racconta Maria che c’erano stati momenti nella sua vita che aveva dovuto affrontare tutte le difficoltà delle donne in una volta sola. Certamente erano tempi difficili e su questo non c’era niente da dire, ma per quanto riguarda l’uguaglianza dei diritti e l’assistenza medica, forse oggi, almeno a mio parere, le cose erano cambiate. Maria è una donna troppo diretta per non far capire quello che pensa e mi guarda un po’ come si guarda un’illusa.
Sì, certo a quei tempi gli uomini pensavano che essere uomo era una storia diversa che essere donna. Ci avevano pensato bene le loro mamme a fargli vedere il mondo a senso unico. Poi ci mettevano del loro, ovviamente, e mai e poi mai si occupavano delle “cose da donne”. Così, visto che le femministe le loro lotte le avevano fatte, a noi donne di tutti i giorni capitava di dover affrontare tutti i problemi e di non poterne discutere perché non potevamo aver voce in capitolo. Così mi sono trovata incinta per la terza volta e lui ovviamente non ne voleva sapere. Quando glielo dissi anzi mi guardò stupito e finì col dire che no, non si poteva fare e che io dovevo pensare a qualche cosa. Fosse stata colpa mia! Ma era inutile. A qualcosa dovevo pure pensare perché un altro figlio mi avrebbe messa in ginocchio, avrei dovuto lasciare il lavoro proprio quando ne avevamo più bisogno. Lui era in cassa integrazione e i bambini me li teneva mia cognata, che era casalinga, ma ne teneva altri due di suoi. Quel terzo figlio non doveva esistere e hai un bel da pensare che era lui a dover fare attenzione perché era il periodo che avevi interrotto la pillola anticoncezionale. Ma per lui andava tutto bene lo stesso, come sempre, il problema me lo dovevo gestire io. Erano notti che non ci dormivo perché, pur non avendo la certezza, l’esperienza mi diceva che aspettavo senza ombra di dubbio. Poi quella certezza la ebbi. Quella mattina chiesi permesso e me ne andai al Consultorio Famigliare. Ci avevo pensato molto in tutta quella veglia e avevo messo tutte le barriere possibili perché il cuore non si avvicinasse a quel cosino che mi cresceva in pancia. Quando arrivai mi venne un po’ di coraggio perché era una ginecologa che mi avrebbe visitato e sottoscritto la mia richiesta per l’IGV. Era una donna molto giovane, bella, sorridente, con i capelli color d’oro raccolti in una molle crocchia. Io la guardavo immagata e vedevo nel suo viso l’immagine della distinzione, ma anche quella della fortuna. Quando le spiegai quello che avevo deciso i suoi modi cambiarono. Mi chiese l’età e il lavoro che facevo, mi disse che non era così che si doveva fare. Mi disse che al mondo c’erano molte donne che avrebbero fatto carte false per essere nella mia condizione e che avrei dovuto convincere mio marito a tenerlo. Non mi chiese quali erano le mie difficoltà e quali erano le ragioni di una simile decisione. Stranamente dopo essermi sentita una meschina egoista, da quell’avvilimento mi montò una rabbia inspiegabile. Nemmeno lei, una donna, capiva che un figlio doveva essere voluto, che non si trattava solo della fatica di generarlo, ma anche delle possibilità di crescerlo in un mondo accogliente e affettuoso. Io faticavo a crescerne due. Arrivavo a fine giornata stanca e incapace di reagire. Facevo la cena in uno stato di trance e la mia attenzione per loro era ridotta al minimo. Anche questo era “roba da donne”, mica nessun altro ci pensava. E adesso quell’intralcio… ma io amavo i bambini eppure la mia vita non mi permetteva di essere madre, nemmeno lui mi permetteva di essere una donna perché, in quel momento di transizione storica, io non potevo più affidarmi a lui. Ovviamente dopo essermi sentita una nullità, passai all’attacco e chiesi alla dottoressa se fosse sposata e se avesse figli, così non era e io le ribattei che si vedeva lontano un miglio. La cosa degenerò perché lei voleva farmi la morale ed io pensavo di essere nel mio diritto, e poi pensavo anche a tutte le donne meno motivate di me che le passavano tra le mani. Le dissi che non era adatta a fare quel lavoro e che imparasse un minimo di empatia prima di mettersi a giudicare dall’alto della sua povera esperienza. Ricordo che lei, con rabbia, mi firmò la carta ed io uscii come meglio potevo, ma piangendo come una fontana. Poi presi un altro permesso e andai in ospedale. Era mattina presto e faceva ancora buio. Mi fecero una puntura e mi misero a letto. Io tremavo come una foglia, ma non volevo cominciare a piangere. Era assurdo che mi lasciassi andare, se la decisione era mia e nessun altro ci aveva preso parte. Mi fecero l’intervento e mi sembrò cosa da poco, ma la sensazione potente che provavo era di essere reduce da una violenza carnale. Era come se qualcuno mi avesse privato di una parte di me. Mi sentivo svuotata. Violata. Senza nessuna consolazione. Uscita dall’ospedale me ne tornai a casa da sola. Avrei voluto chiudermi in camera e non vedere nessuno, ma i miei figli non avevano nessuna colpa e non potevo trascurarli. Alla sera lui tornò tardi con delle scuse vaghe per il ritardo. Tanto sapevo che non aveva nessuna attenuante. Certo che se in quel momento io odiavo qualcuno quello era lui.”
Poi mi guarda e mi sorride. “Pensi davvero che oggi le cose siano cambiate?” Personalmente, dall’alto della mia povera esperienza, non potevo dire di esserne certa. Dopo le ultime levate di scudo contro la legge 194 e contro la distribuzione della RU486, e con tutti i medici obiettori che c’erano negli ospedali, di questa cosa non potevo proprio esserne certa. Ma ormai avevo scelto la specializzazione e ancora non riuscivo a rendermi conto se anche all’università si ripetevano i pregiudizi e le pressioni di sempre. Certo io ero un medico e mi avevano allevata per avere potere assoluto sulla vita umana, per essere una specie di dio, ma ero anche donna e questo cambiava la mia visione del mondo. E poi sapevo che la mia carriera di medico dipendeva da quanto ero in grado di rinunciare alla mia specificità di genere, e anche da quanto ero capace di restare a galla in mezzo alle idee comuni e alle inevitabili costrizioni. A pensarci poi la vita era difficile comunque. Per me non era facile vivere una vita affettiva normale, questione di tempo da dedicare al rapporto di coppia e a futuri eventuali figli. Così le mie storie finivano sempre in un mare i rimproveri di chi aveva trascurato l’altro, ma anche per la certezza che una donna in carriera non si sposa mai. Anche queste sono le difficoltà delle donne e i tempi in cui si vive, incidono relativamente sulla loro qualità. Povera me e povera Maria sempre alle prese con la “roba da donne”.

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