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Chi non si accontenta… gode

In Amici, amore, Anomalie, personale on 17 Mag 2014 at 17:47

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“Tu sei sempre stata diversa da noi. Tu non ti sei mai accontentata… hai sempre voluto di più.”

Sembrava una sentenza di morte. Non era un complimento, pareva più un’accusa di tradimento, e al tradimento si risponde sempre con un misto di invidia e rifiuto che lei aveva colto dalla voce dell’amica.
Erano amiche da sempre lei, Diana e Marinella. Magari non si vedevano per lunghissimi anni, ma poi si ritrovavano ed era sempre la stessa cosa, la stessa voglia di raccontarsi, la stessa capacità di ascoltare.
Che lei fosse stata diversa, non le pareva proprio tanto. Aveva fatto solo delle scelte diverse e non era certa che fosse state le migliori. Come si fa a dirlo? A priori? A posteriori? Certamente, dopo tutti gli anni passati, si poteva dire che, a ben guardare, lei aveva avuto una vita particolarmente intensa… ma migliore, forse no.
Diana, era una che pensava che quello che aveva fatto e deciso nella sua vita poteva andare bene per tutti, salvo poi capire che forse in qualche cosa aveva fallito.
Marinella invece pensava che quello che aveva fatto, forse forse avrebbe potuto essere diverso se il destino l’avesse aiutata un po’. Però insomma quello che aveva scelto, sarà stato anche condizionato, ma era il meno peggio.
E lei che pensava? A pensare le cose diventavano complicate. Non si era fatta condizionare nè dalla sua famiglia, nè dall’ambiente che la circondava, o almeno non significativamente. Si era un po’ adattata, ma non troppo. Era uscita da una famiglia asfissiante, aveva avuto amori e tanti, tendenti a imprigionarla, non si era fermata al primo amore il più incredibile e il più improbabile, salvo poi averlo ritrovato (ma questo non c’entrava affatto) insomma non era scesa alla prima fermata dell’autobus. Era una colpa? Era stata la sua fortuna?
Certo non avrebbe cambiato la vita con quella di nessun’altra. Troppa adrenalina, troppi colpi di coda del destino, troppi sentimenti e passioni per dire: “Avrei voluto una vita tranquilla! Avrei voluto una vita come le altre.”
Lei non si era mai annoiata, non aveva avuto tempo per fare le cose di tutti i giorni, aveva lavorato, aveva rischiato e rischiato molto, era stata disponibile a pagare tutti i prezzi dei suoi errori e anche, a volte, quelli degli altri se era necessario. Avera ricominciato un sacco di volte, aveva sofferto, pianto e sorriso, senza chiedersi se ne valesse la pena.
Ora era diventata di scorza dura, ma stranamente era permeabile alle cose, tutte l’attraversavano lasciandogli dentro qualche cosa, facendola sentire viva e umana, malgrado tutto.
Tutto sommato, pensava, non valesse la pena di fare un bilancio, quella era stata la sua vita, e non era ancora finita. C’erano molte cose ancora da fare e tutte che esulavano dall’accudire i nipotini oppure un marito un po’ troppo intransigente, anzi a pensarci bene si chiedeva che gusto c’era scandire la propria giornata sui bisogni degli altri, sulle abitudini e sugli egoismi della vecchiaia.
Le veniva da dire che vecchi si nasce e non si diventa, però sapeva che non era così, era comunque sicura che ogni epoca ha un suo preciso modo di essere giovani, ma anche di contrappunto uno per essere vecchi. E guardando bene lei non era stata giovane nel modo che lo erano i giovani del suo tempo, ma non era vecchia allo stesso modo delle sue amiche.
Incapace di adattarsi alle regole del gioco? Veramente a lei sembrava di aver dettato, nel limite del possibile, le regole della propria vita senza pretendere che fossero le regole di tutti. Aveva cercato di cambiare la propria vita senza aspettare che fosse la vita a cambiare lei. Era questo il non accontentarsi mai di quello che si ha? Forse…Certo che si stupiva ancora del tono di rimprovero e vagamente invidioso di chi le faceva questo appunto, non credeva di meritare nè una cosa nè l’altra, ma poi soprattutto era lei a guardare la vita delle sue amiche e finire con il pensare che avrebbero sicuramente meritato di più: un uomo diverso, un destino più promettente, un carattere più coraggioso, degli stimoli maggiori… beh ecco sì, su questo lei aveva cercato di non adattarsi e di guardare oltre. Aveva fatto danni attorno a sé, sicuramente, ne aveva ricevuti molti, aveva subìto dolori e abbandoni, ma era stata oggetto di tanto interesse e qualche volta tanto amore e anche rifiuto perchè no, non si passa indenni attraverso la vita, se si vive davvero.
Nel contempo a guardar bene chi di loro oggi era più felice? Domanda retorica perchè se è vero che chi si accontenta gode, è anche vero che se lei si fosse accontentata e adattata, sarebbe stata una persona estremamente infelice, forse senza accorgersene, questo è vero, ma se se ne fossi accorta? se in un momento di lucidità avesse compreso di aver gettato via i suoi anni senza sogni e senza piccoli traguardi, senza cambiamenti importanti senza ancora la voglia di investire? Beh, no, non poteva accettarlo, si serebbe sentita fallita, non sarebbe stata come era, sia nel bene che nel male. E allora, era il caso di dirlo: chi non si accontenta… gode! e i “cocci” sono suoi (perché i “cocci” ci sono sempre quando si rischia la vita e bisogna raccoglierseli sempre con un sorriso sulle labbra).

Ho 12 anni e sono nessuno

In amore, Giovani, personale on 26 marzo 2013 at 9:35

pensieri

A 12 anni si pensa che il mondo ti gira intorno. Qualche sospetto ce l’hai che qualcosa non quadra. Troppo spreco per tutte quelle comparse che girano nella tua vita; chi potrebbe pagarle poi? E ancora che spessore ha la realtà? E’ come uno sfondo di Cinecittà, oppure va un poco più in là, almeno quel tanto che basta a non farti finire dietro le quinte e scoprire l’imbroglio?
Ma che cavolo andavo pensando. Nessuno si sarebbe sprecato a fare per me la benchè minima recita, neanche a farsi passare per babbo natale che tanto a 12 anni nessuno più crede a babbo natale.
Se era per quello non si crede nemmeno più che i bambini nascono sotto i cavoli oppure che li porta la cicogna. Basta poco per capire: mamma con la pancia, nasce un bambino, mamma senza pancia e che ci vuole? Non serve tanta fantasia… ma come entrava nella pancia? E come faceva ad uscire? Beh, quello era un altro problema, potevo affrontare solo un problema alla volta.
E poi l’amore… quale amore? Quello che provo per la mia mamma o quello per i miei fratellini più piccoli? Che poi a pensarci bene è quasi la stessa cosa. Mai che mi venga in mente, quando parlo d’amore, mio padre oppure mio fratello maggiore, nell’amore non c’entrano affatto.
Penso che l’amore salverà il mondo, che è da lì che partono tutti i pensieri più belli, le cose migliori. D’altra parte l’amore contempla anche i sacrifici , si può ben fare quasiasi cosa perchè il mondo sia in armonia. L’amore fermerà la guerra e le discordie, darà la felicità ad ogni essere umano, farà nascere i bambini accolti con tenerezza, farà muovere assieme gli essere umani. Tutti o quasi, centamente mio fratello grande non ispira grande amore, e poi nemmeno io me la sento di sacrificarmi per lui, lui non lo meritava: è bugiardo, codardo e approfittatore.
Qualche volta penso di essere gelosa oppure di essere colpevole d’invidia, non è che non mi accorgo che c’è chi è più fortunato di me, ovvio, solo che vorrei essere io fortunata quanto loro, ma non trasformarmi in loro, non so se mi spiego.
Ma l’amore, sono certa avrebbe vinto il buio della notte.
A 12 anni il buio fa ancora tanta paura. Non sai mai quello che contiene, non ne conosci lo spessore, non sai mai con certezza se tornerà la luce. Se io fossi nata cieca? Vivrei nel buio, ma non saprei cos’è la luce. E se fossi diventata cieca poi? Sarebbe forse peggio? Io, visto che preferisco sempre conoscere anche le cose spiacevoli, preferisco sapere cos’è la luce anche se poi la perdo. Almeno potrei passare il tempo a ricordare quant’era bella.
E’ come con l’amore è lo stesso, è meglio sapere cos’è pur rischiando di doverne far senza, piuttosto di rinunciare ad amare e basta.
E’ come con l’infanzia, che so che ormai è passata, ma non c’è proprio niente che me la faccia rimpiangere. Il motivo che credo di a ver capito è che non si può fermare il tempo; quando ero piccola mi trattavano da piccola e non lo sopportavo, adesso che sono grande mi trattano come una cosa fastidiosa e inutile, ma almeno io so quello che sono o almeno credo di saperlo. Sono una valigia di domande senza risposta. Una raccolta di cartoline senza indirizzo e senza firma, un senso tutto questo lo avrà pure?
Un’altra questione complicata è il mio corpo. Sono lunga: lunghe le braccia, le gambe, il busto e il collo. Non so mai come mettermi, dove mettermi, sorridere o stare seria. Ho la testa arrampicata sul corpo e il naso grosso, la pelle diafana…e non sono sicura di essere destinata all’amore, ma non è solo una questione di forme, almeno così spero.
Vorrei essere bella, ricca, fortunata e amata da tutti … bella fatica e chi non lo vorrebbe. Vorrei avere tutto quello che non ho e sarei felice. Felice? Ecco alla felicità ci devo ancora pensare, non ne ho un’idea troppo chiara e forse forse è un sentimento destinato solo ai grandi.
Poi tutto sommato mi basterebbe andare meglio a scuola e forse sarei felice pure io. D’altra parte basta poco per una che ha solo 12 anni.

Un amore difficile: una corazza impenetrabile

In amore, Anomalie, Donne, uomini on 14 settembre 2012 at 16:49

L’aveva detto sempre che essere belle era una disgrazia, ma le amiche la guardavano incredule e gli amici maschi, per questo suo modo di pensare, un po’ la prendevano in giro. Per fortuna, per lei era un discorso generico, perchè bella non si credeva, ma sapeva di piacere, lo riscontrava tutti i giorni, purtroppo anche troppo e la cosa non andava bene.
Proprio per quello le amiche le dicevano che vaneggiava: essere belle non dà fastidio a nessuno, è l’anticamera per essere di successo, in tutti i campi, pure in quelli del lavoro e della vita affettiva.
Lei non la pensava così, ma era proprio difficile spiegare perchè. In effetti, piacere agli uomini, le creava sempre grossi problemi. Lei era fatta per amarne uno solo, alla volta e anche a lungo e non sopportava tutto quell’assedio, quegli stimoli e quei trabocchetti. Tra l’altro non aveva trovato nessun uomo che non fosse geloso e possessivo di lei, fino alla sfinimento. Si sentiva controllata in qualsiasi espressione corporea e mentale e pure  si sentiva analizzata anche oltre le parole. Quindi aveva imparato a tacere e a nascondere i suoi pensieri, anche se non c’era niente di malizioso in quello che faceva e pensava, provava sempre ansia quando parlava delle cose e delle persone che la circondavano, era sempre fraintesa e poi messa sotto torchio. “Ma chi è quello?” “Cosa vuole da te?” “Fai di tutto per piacergli eh?” “Sei sempre la solita… con quel falso sorriso da brava ragazza!” e lei non ne poteva più, la tiravano pazza tutti questi assurdi discorsi sulla malizia e il desiderio di piacere, se fosse stato per lei si sarebbe cambiata con quella sua amica più bruttina che poteva stare in mezzo ai ragazzi, confondendosi con loro, senza essere criticata o ripresa e soprattutto senza quei continui litigi e quelle parole che la ferivano profondamente.
Che a dirla tutta essere messa sotto pressione non era proprio il termine giusto per spiegare… meglio sarebbe dire che si innescavano delle vere e proprie indagini a tappeto e dei processi sommari. Se lei piaceva agli uomini era perchè era troppo amiccante e disponibile, era colpa sua insomma e non c’era difesa che contasse. Essere colpevole di piacere era una scoperta che non le faceva per niente piacere, le costava fatica sostenere gli interrogatori e trovava impossibile giustificarsi per quello che non aveva fatto volutamente. Vallo a dire poi alle amiche che non avevano lo stesso problema che era veramente scoraggiante vivere in quel modo. Sfuriate senza senso, improvvise ed imprevedibili solo per un’occhiata di cui non si era nemmeno accorta.
Il suo era un amore difficile, vivere con un uomo geloso fino allo spasmo, che era pronto a qualsiasi sospetto di tradimento o di tentativo di tradimento, ma anche di semplice superficialità, la metteva in difficoltà, sia nel lavoro che nei rapporti con gli amici. Non poteva fermarsi a fare lo straordinario o a parlare con un collega che subito veniva aggredita e nessun amico reggeva al controllo di quel pazzo furioso.
Lei non pensava che la gelosia fosse una dimostrazione d’amore, ma pensava piuttosto che fosse una malattia dell’anima che rovinava i rapporti tra le persone e quell’uomo ne era ammalato di una strana forma che coninvolgeva solamente lei, mentre lui ne era totalmente sprovvisto. Lui le amiche le aveva con cui ridere e scherzare e fare pure il galletto, per fortuna che a lei non dava più di tanto fastidio, lei non era gelosa, non era malata e forse proprio per questo non capiva.
E fu così che lei cambiò, un po’ per tristezza e un po’ per solitudine. Aveva capito che se voleva vivere in pace, avrebbe dovuto cambiare oppure mentire, che poi, forse a conti fatti, era la stessa cosa. Ma c’era anche un’altra possibilità che forse l’avrebbe liberata dalla sua prigione.
Il cambiamento di carattere era un processo talmente lungo e invasivo che non l’aveva nemmeno preso in considerazione, ma c’era un cambiamento che poteva salvarla ed era quello fisico. Cambiare fisicamente voleva dire assicurarsi una perfetta mimetizzazione con la maggioranza delle persone e se qualcuno avesse visto in lei una bella persona, oltre la sua fisicità poco attrente, sarebbe stato il massimo, solo rapporti sinceri e motivati e quel suo uomo malato, non sarebbe più stato geloso. o almeno così sperava.
Così cambiò aspetto. Giorno dopo giorno indossò una corazza impenetrabile di grasso e menefreghismo. La sua pelle diventava sempre più opaca e triste e i suoi occhi si infossavano in un aspetto scialbo e infelice. La sua corazza le pesava addosso oltre misura, ma lei continuava a farsi del male, d’altra parte almeno lui sarebbe stato più sereno e meno preoccupato.
Ma si sbagliava, in realtà lui aveva preso a criticarla per il suo aspetto poco curato e meno piacevole. La tormentava in continuazione con le sue parole antipatiche e piene di derisione, ma la gelosia, quella no, non passava. In effetti lei non aveva più gli stessi tormenti di prima dagli uomini, ma come per una strana magia si portava appresso, assieme alla sua corazza, un alcunchè che la rendeva piacevole agli altri e che, malgrado il suo aspetto, la rendevano ancora corteggiata e ricercata. Ironia della sorte, lei ora piaceva agli uomini più maturi, quelli che dalla vita avevano avuto più successo e che avevano capito, maturando che l’aspetto valeva ben poco, in confronto ad altre doti.
Questo nuovo stato mandava in bestia lui che la incolpava ancora di più di questo cambio di regime. Se prima lui doveva vedersela con i suoi coetanei, giovani e poco concorrenziali, adesso doveva vedersela con persone ben più attrezzate e di altro spessore e questo lo tirava pazzo.
La storia si interrompe qui perchè tutto quello che succede dopo lo potete anche immaginare. Ci sono due o tre soluzioni possibili, i finali possono essere diversi, ma nessuna di queste è una vera soluzione, nessun finale può cambiare i danni che sono stati fatti da questo amore malato.
In alcuni casi le corazze sono davvero inutili e pure dannose, di fronte ad una malattia come la gelosia non hanno effetto, non sono nè una medicina, nè un placebo.
Le persone che ne sono ammalate rendono la vita impossibile a se stessi e agli altri e non c’è cura per loro e con questo non voglio trovare parole per giustificarle, perchè giustificazione non c’è e non è perdonabile il male che fanno.
Forse un giorno lui non sarebbe più rientrato a casa, forse se la sarebbe svignata con una ragazzina molto più giovane e di bella presenza, e forse avrebbe trasferito su di un’altra storia la sua malattia. Lei magari si è trovata un uomo normale, che le vuole bene per quello che è e che la spinge a percorrere la sua strada, magari insieme a lui. Magari lei ha trovato la felicità o se non altro la serenità e non si massacra più per una brutta copia dell’amore. Tutto questo per dire che non si può cambiare, si è quel che si è ed è difficile trovare un giusto equilibrio sulle cose, ma i rapporti umani dovrebbero essere più belli, liberi e rilassati forse il mondo girerebbe meglio e l’amore sarebbe più facile e privo di brutti imprevisti.
Chissà che fine ha fatto lei?.. e chissà quale lui? anche se di quest’ultimo ho davvero poca curiosità. Ma preferisco non indagare, non approfondire… se una cosa nasce storta difficilmente diventa dritta e “vittime e carnefici” si confondo in un balletto assurdo in una danza in cui, io, personalmente, non voglio partecipare.

Le assenze insostenibili

In Amici, amore, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale, politica on 29 Mag 2012 at 16:53


Caro A…….
amico di una vita, assenza che pesava anche allora e che pesa ancora di più adesso. Allora però eravamo ragazzi e tutto per noi era un gioco e il tempo ci pareva infinito, oggi no, lo sappiamo che può finire e l’assenza può diventare definitiva.
Allora il tempo sembrava una storia continua di giorni di sole e di notti insonni passate a cantare e a discutere e a litigare come gatti pettegoli. Quanti errori abbiamo fatto e quanti ne abbiamo lasciati fare. Nessuno ora lo sa, nessuno può capire, solo io sono rimasta di quel triunvirato che eravamo io, te e Marina. Non c’era nessuno che ci avrebbe mai potuto dividere. Il tempo forse un po’. Salvo poi a ritrovarsi e stringerci in un abbraccio. La prima fu Marina ad andare ed io e te con il nostro dolore, ai due angoli opposti della chiesa, non avevamo nulla da dire, incapaci di stringerci in un unico dolore. Ma ancora prima i tuoi amori definitivi che duravano troppo poco, le tue promesse per sempre, che tramontavano in una stagione, le tue decisioni drastiche che minavano la tua ricerca della felicità. Difficile sopportare il dolore del ricordo.
Quando tu riprendesti ancora la strada, con un nuovo amore e un nuovo per sempre, mi ero ritrovata a ragionare del perchè non capivi che non era quello il modo per riempire il vuoto della tua infanzia tradita. Ma in fin dei conti chi ero io per conoscerti meglio di chi viveva la vita con te? E gli anni son passati e pure quell’amore è sparito nelle brume della tua memoria, tanto che serviva dire che lo sapevo, mi pareva solo il cattivo augurio per la tua vita futura.
E io ti volevo bene a distanza e tu mi volevi bene da lontano, nessuno dei due capace ad intervenire nella vita dell’altro, troppo riservati e troppo guardinghi. Ma ricordavamo, lo so, quei giorni passati a studiare al bar delle “Manche” discutendo se “Dante era un uomo libero, un fallito o un servo di partito”.
Io tenevo in mano quel libro, forse “La conquista della felicità”, non ricordo più, e tu sembravi sapere che non ce l’avresti mai potuta fare. La felicità per te era un attimo troppo sfuggente, ed io ero lì a ricordartelo. Compagno di scuola e compagno di percorso, io da una parte e tu dall’altra dentro alla stessa ricerca, protesi verso la felicità che ci scappava ad ogni passo e ad ogni sorriso.
Una vita passata al telefono senza fili delle amicizie comuni e poi all’uso cretino dei messaggini al cellulare. “Come stai? Ma dove sei finito?” “Troppi casini! Il sindacato, la politica non ho tempo per vivere.” “Non fare lo scemo, vieni a cena da me, invito tutti i vecchi amici… per te.” Ma già Marina se n’era andata per sempre e non era più la stessa cosa, e gli amici non erano più gli stessi, eravamo rimasti solo io e te.
E gli ultimi anni, sparito dalla tua città, rintanato nel tuo “antro in culo al mondo”, certo ancora totalmente dedicato alla politica, e dimentico dell’amore o forse no, dell’amore non sapevo o non volevo sapere, non era importante o almeno così speravo.
Sei stato il solo politico che ho conosciuto che alla fine del suo percorso di politica attiva è rientrato nel suo antico lavoro di travet, malpagato e senza onore, dove persino i colleghi perplessi non erano più gli stessi e certamente non lo eri più tu.
Bestia rara caro amico: con le tue rate della macchina da pagare, i lunghi viaggi quotidiani per e dal lavoro, l’isolamento voluto e difeso fino allo spasmo. E io che ti avevo ancora una volta scovato ti dicevo “Ma dai scemo, vivi! Ritorna nella mischia. Ci manchi… mi manchi… Sei uno spreco tremendo!!!” E tu ridevi e scherzavi sul fascino del rospo che aspettava ancora il bacio della principessa e sui libri che dovevi ancora leggere e sulla musica che dovevi ancora ascoltare. Bestia che non sei altro, hai voluto morire da solo ed io per questo non ti perdonerò! Non posso accettare quella tua tanta solitudine, non posso pensare che sono rimasta sola a cercare quella inutile, giovane felicità. Ho avuto altro, lo hai avuto tu? Ho composto la mia sinfonia, ci sei riuscito tu? E la vita, dov’è andata la tua vita??? Rispondi, non lasciarmi ancora una volta a chiedere se saprò vernire a capo anche di questo abbandono, che a tutti gli effetti non mi appartiene?
Ma che inutile spreco è la vita… ti avessi almeno mandato un ultimo stupido messaggino: “Vecchio orso, lo sai che ti voglio bene?” e lo so che tu avresti capito.

Profumo di una notte di fine estate

In Amici, amore, Disimpegno, musica, personale, Venezia on 29 agosto 2011 at 23:03

Succede raramente, ma succede. Sarà che il mese di agosto è stato lungo, forse solo perché non sono in vacanza. Ma la cosa non mi dà fastidio, anzi mi piace. Sarà pure perché mio figlio è tornato per lavorare alla Mostra del Cinema e quindi è a casa e mi sento serena. Insomma ieri mi sono alzata presto, ormai ho ripreso i ritmi e anche la domenica mi piace andare in cucina a prendermi il caffè senza dimenticare la pillolina per tenere bassa la pressione. I malanni dell’età, che accetto ormai senza alcun fastidio. Lui si è alzato, i cappelli arruffati e l’abbronzatura dorata sul torso nudo. Fa caldo, ma l’aria è diversa, come la luce lo è. E’ semplicemente una splendida mattina di fine estate. Agosto sta per finire e ormai le giornate si accorciano, la luce diventa di oro fulvo, e io … io mi sento felice. Lo guardo e sorrido, non gliel’ho mai detto ma a guardarlo mi scappa sempre un po’ da ridere. E mi fa tenerezza e trattengo la voglia di prendergli la faccia tra le mani e di scoccargli un bacio sui capelli o su quello che ne resta. Se devo essere sincera non lo faccio nemmeno con mio figlio, che bambinone lo è sempre stato, e che a farsi sbaciucchiare ci sta sempre neanche che i baci gli fossero mancati. E’ bellissimo quando un uomo ti fa tenerezza, lo dico perché altri uomini mi hanno ispirato altri sentimenti, ma tenerezza mai.
Lui si siede vicino a me e mi racconta tutto trafelato il sogno che ha appena lasciato tra le coperte. Ormai lo so che buona parte dei suoi sogni gli trasmettono ansia: o lui mi ha perso in qualche luogo affollato oppure io me ne sono andata lontano e lui è certo di avermi perduta per sempre. Lo guardo con quella tenerezza e gli vorrei dire che sono solo bubbole. Possibile che non si renda conto che non siamo più due ragazzini scapestrati? Gli metto in mano una tazza di caffè e cominciamo a parlare. Di cosa? Un po’ di tutto come sempre. Le nostre colazioni domenicali non finiscono mai. Parliamo saltando di palo in frasca e il tempo vola e lui torna al sogno: “Ma lo sai che sono proprio arrabbiato con te?” “Perché non te l’ho detto, che mi allontanavo?” “Non fare la furbetta, tu non me lo volevi dire e te ne sei andata, come al solito mi hai lasciato solo!”. Rido. Ancora questo gioco. “Ma dai ti ho lasciato solo una volta e tu fai così il difficile!” “Sì, è vero, ma mi hai lasciato solo per 40 anni, credimi non ne posso aspettare altri 40, non ho più l’età!” “Beh, ma comunque sono tornata”… Se badassimo a noi, il discorso non finirebbe mai. Allora cerco di distogliergli l’attenzione. “Sai ho visto per televisione una puntata della “Grande Storia” su Monsignor Romero.” “Chi? quello che faceva i film horror?” “No, quello che li ha vissuti.” E lo scambio di battute prosegue, fino a che lui si fa conquistare dall’argomento. “Lo hanno ammazzato!” Già, come tanti altri. Io parlo mentre preparo il pranzo. Lui precisa ogni mio discorso. Non gliene scappa una. Ogni tanto conto sul fatto che la memoria gli fa cilecca e io ne so una in più di lui o almeno tento. Ridacchia. Ridacchio. Squilla il telefono. E’ una coppia di amici, più giovani di noi, che abbiamo ospitato questa estate al mare. Ci piacciono e noi piacciamo a loro. In questo caso la differenza di età non vale. Vogliono passare con noi il pomeriggio e la sera. Ok, a tutti fa piacere. Ci prepariamo di corsa e usciamo. Lui dice: “Mai visto una donna più veloce di te a prepararsi per uscire.” “Beh, che dovrei fare? Il restauro della Capella Sistina? A me non serve, fortunatamente sono nata bella!” Ridiamo. E’ bello avere sempre un motivo per ridere. Ci scorazziamo gli amici in giro per la città, loro vengono da fuori e a guardarla è sempre un bel guardare. Ormai sono pratica. Ne conosco di storie e aneddoti. Conosco anche cose che non so più dove le ho lette e pure io mi stupisco di conoscerle. Lui completa la lezione. E parla anche troppo bene della città perché la ama quasi di più che si trattasse della più bella donna che abbia mai incontrato. Non sono gelosa, almeno non lo sono di Venezia. I ragazzi rimangono incantati. Gli faccio provare l’ebbrezza del tentativo di superare la colonna della piazza, un po’ troppo panciuta, che sbilancia fino a farti cadere. Ovviamente non ce la fanno, ma si divertono come bambini. “Che facciamo stasera?” “Ho un’idea, stasera è la serata finale dell’Estate Village, ve la sentite di mangiare alla “Sagra della salamella” e ad ascoltare o ballare un po’ di “liscio?” Mi guardano con gli occhi sgranati, non ci credono, e fanno bene, nel “liscio” non ci riconoscono. Ci godiamo il tramonto dorato dal Canal Grande e partiamo per l’avventura… notte e musica alla “sagra della salamella”. Ovviamente non era una vera sagra e di salamella nemmeno l’ombra. Abbiamo mangiato paella e cous-cous e delle coke belle fresche. Abbiamo incontrato gente che conoscevamo, scambiando baci e abbracci. Anche i musicisti sono amici nostri e la musica, soprattutto la musica è il massimo. De Andrè, Battiato, Paoli, De Gregori, Guccini, e un ricordo infinito di Rino Gaetano (già trenta anni che è mancato, però sembrava meno!). Una serata dove il profumo delle spezie esotiche si confonde con quello dello zafferano, dove la menta s’incontra con l’aranciata e le nostre voci si fondono in un karaoke allegro, stonato e senza impegno.
Io lo guardo il mio vecchio compagno, non sa star fermo né con le mani né con i piedi. Ha gli occhi socchiusi come se gustasse un cibo sopraffino. Certo la nostra musica, certo le nostre dita che si intrecciano, e ancora qualche parola gridata nell’orecchio più che per parlare, per sfiorarci con le labbra. Lui dice: “E’ una serata magnifica. E’ perfetta!” Anch’io sono d’accordo e pure la nostra coppia di amici. E’ davvero una splendida serata, ma tutto è perfetto se si è capaci davvero di amare la vita. O forse basta solo capire che quel che succede oggi è il massimo che possiamo sognare, quello che sarà domani è ovviamente un’altra storia.

Siamo disposti a rinunciare alla tristezza?

In Anomalie, personale on 4 Mag 2011 at 15:49

Spesso me lo chiedo e mi rispondo che sono fortunata perchè posso scegliere tra felicità e tristezza, ed evidentemente tra le due scelgo la prima. La mia fortuna sta ovviamente sulla possibilità di scelta. Non tutti ce l’hanno, anzi molto spesso stanno nella seconda non sapendo nemmeno se esista una condizione differente. Ricordo bene che per decenni ho vissuto, con ben poca discontinuità, una malinconia e tristezza che ormai credevo endemica. Rapporti affettivi deludenti. Situazioni di lavoro stressanti. Poche speranze per il futuro. Tutto questo però mi rendeva più empatica. Riuscivo ad essere nella mente e a comprendere le emozioni di molta parte del mondo che mi circondava. Riuscivo ad avere un animo più poetico anche senza scrivere delle vere poesie. Mi sentivo vera e credibile. Possibile che la felicità ottunda i miei sensori? Che mi renda più egoista o che mi faccia apparire più superficiale? Eppure non mi sento come gli altri e provo imbarazzo ad essere felice. A volte, persino, ho nostalgia della tristezza, ma solo per un attimo, un terribile momento di stupido masochismo.  Poi tutto passa  e continuo a sentirmi in colpa perchè sono, in un terribile momento di stupida felicità.  In fin dei conti non si può sempre avere tutto.

108) Baol

In Un libro al giorno on 22 settembre 2010 at 8:00

E’ una tranquilla notte di Regime. Le guerre sono tutte lontane. Oggi ci sono stati soltanto sette omicidi, tre per sbaglio di persona.
L’inquinamento atmosferico è nei limiti della norma. C’è biossido per tutti. Invece non c’è felicità per tutti. Ognuno la porta via all’altro. Così dice un predicatore all’angolo della strada, uno dall’aria mite di quelli che poi si ammazzano insieme a duecento discepoli. Ce n’è parecchi in città. Dai difensori dei diritti dei piccioni alla Liga artica. Siamo una democrazia. Ogni tanto, sul marciapiede, si inciampa in qualcuno con le mani legate dietro la schiena. Forse la polizia lo ha dimenticato la notte prima. Ho guardato in alto, oltre le insegne illuminate e, obliqua su un grattacielo, c’era la luna.
Le ho detto: Cosa ci fa una ragazza come te in un posto come questo?

Soluzione
Titolo: BAOL
Autore :  STEFANO BENNI

trama: La voce narrante del libro (nonché alter ego dell’autore) è Bedrosian Melchiade Baol, un mago buono dell’antica arte magica baol, che all’inizio della storia se ne sta in disparte a bere fernet al bar Apocalypso. Non vorrebbe mettersi nuovamente in gioco, ma viene esortato a salvare l’onore di Grapatax, ex principe dei comici ritiratosi dall’attività e creduto morto, con una missione segreta: il Gran Gerarca del Regime vorrebbe ridurre Grapatax alla stregua di buffone diffondendo un filmato falso, quindi Baol è pregato di penetrare nell’Archivio Zero e trovare in fretta il nastro originale. Il mago non sembra molto propenso all’azione, ma si convince dopo avere saputo che il viaggio potrebbe significare la conoscenza del suo segreto e il ritrovamento dell’amata e perduta Alice. Perché ogni mago baol ha un proprio segreto, che potrà conoscere solo da vecchio. Contemporaneamente Atharva, compositore di realtà per il Regime viene a contatto con un filmato che lo sconvolge, e decide di indagare per capirne il motivo, il che lo condurrà ad incrociare la strada del protagonista.

L’autunno della nostra contentezza

In amore, La leggerezza della gioventù on 16 settembre 2010 at 10:16

Non è cosa da tutti. Essere felici intendo. A parte quello che si spera, mica sempre si è capaci ad essere felici. Sì, perché ad essere contenti o al limite felici, bisogna avere una certa propensione.  Lo dico io che, pur se innamorata della vita, ne ho vissuta una gran parte spersa in difficoltà e disillusioni.
Come prima cosa bisogna capire quali sono le priorità. La mèta successiva è il cercare di realizzarle. Certo che le priorità cambiano, se non fosse altro perché alcune vengono superate, o realizzate o solo dimenticate. A volte capita che la priorità di ieri non è più quella di oggi, oppure, ci inventiamo delle priorità a livelli sempre più alti o più bassi a seconda del punto di vista.
Una priorità che confusamente avevo in testa, ma che ogni tanto relegavo in fondo, per mancanza di materia prima, era l’amore. Strano no? Si pensa di aver bisogno di questo o di quello, ma di amore si pensa anche di poterne fare a meno. Io dell’amore avevo un’idea particolarmente precisa, sapevo, ad onta della mia esperienza alquanto inadeguata, come e quanto doveva essere il vero amore.
Poi capita che solo per il fatto che vieni da una generazione di iconoclasti, tutte queste “smancerie” vengono relegate tra gli orpelli di una mai abbastanza vituperata educazione borghese.
Quindi l’amore aveva perso connotati. Appariva e spariva con le facce degli uomini della mia vita. Poi a chiamarli così, alcuni, sembrano più importanti di quello che sono stati. Mai spazio per quel sentimento di cui avevo così tante coordinate. Mai l’accenno della sua vera esistenza.
Veramente un momento c’era stato ed ero una giovanissima ed ingenua ragazza spaventata. Dell’amore avevo percepito il profumo e anche l’ardore, ma come succede a volte, non ero ancora preparata, non avrei potuto prendere il volo e librarmi nel suo cielo. Ingenua com’ero pensavo che l’avrei potuto ritrovare ad ogni passo e non fu così. Poi ci si abitua a farne senza, diventa normale. Si vive lo stesso. Si fa un po’ come in quel detto popolare della mia città di mare: “in mancanza del granchio sono buone anche le zampe”.
Così ci si dimentica di cosa pretendere dall’amore. Così si diventa avari di sé. Così si entra nel gioco al ribasso dello scambio amoroso. Sai quante cose perdi e quante ne fai perdere a chi ti sta vicino? Sai che tristezza?
Poi succede che lo ritrovi. Mica in generale. No, proprio quello di quella prima volta. Certo è una botta di culo che non succede a tutti. Anzi che io sappia non succede proprio a nessuno. Nella vita si cambia e il tempo non modifica solo il nostro aspetto, ma stropiccia anche le nostre anime e molto spesso in malo modo. Facile che ti trovi per strada e non ti riconosci. Se succede è solo per dirsi, dentro di noi: “Ammazza… come è invecchiato… ma quanto tempo è passato? E’ irriconoscibile!”
Invece a me è successo, però, in un altro modo. Sono fortunata, io. E’ l’autunno della mia vita e vi assicuro che tutte le mie foglie le ritenevo ormai cadute. Non pensavo più possibile ritrovare quel sogno effimero della mia gioventù. Che poi effimero non era se, comunque, i miei amori li avevo sempre comparati con quello. Ma ormai mi ritenevo indenne e non più contaminabile dall’amore. Invece no. Ho avuto un’ultima insperata fortuna. Non l’ho trovato per strada perché evidentemente non ci saremmo riconosciuti. Non l’ho nemmeno casualmente incontrato rimescolato ai nostri comuni amici. Difficile perché, pure loro, lo avevano perduto. Non avevo più sue notizie da decenni. L’avevo proprio perso e lo ritenevo perso “per sempre”.
Così una sera triste, di una giornata ancora più triste, ricorrenza annuale della perdita di una persona cara, mentre mi tenevo a galla dalla marea dei cattivi pensieri Lui è apparso. Un nome conosciuto tra tanti nomi sconosciuti. Sarà lui? Non posso spiegare quanta emozione e quanta ansia quel nome mi suggerisse. Non tenterò di farlo, non ci riuscirei. Lo vidi e cercando di non pensare gli scrissi un messaggio, quel tanto che svelasse anche a lui il mio nome. Di quei messaggi brevi o lunghi ne fiorirono, in quei giorni, a centinaia, come se sgorgassero da una fonte generosa rimasta per troppo tempo secca. Lui rispose: “Il tuo nome mi fa ripiombare addosso un passato mai del tutto lasciato…” E questo fu il nostro secondo inizio. Straordinario e questa volta sì, senza riserve. L’amore era tornato e questa volta sì, come lo avevo sempre immaginato.
Non so quale sia la ricetta. Non la posso raccontare. Magari c’entra davvero la fortuna. Difficile trovare l’amore una volta, impossibile ritrovarlo una seconda volta. Eppure è così. La vita mi è stata generosa e così la sorte. Noi finiremo col diventare una leggenda. Un racconto per le notti di inverno al fuoco di un camino. La storia per tenere docili i bambini prima di andare a letto e per far sognare gli adolescenti. Un racconto per i nostri nipoti. Quando verranno se verranno. Magari siamo dei ridicoli vecchietti troppo romantici, ma che importa, quell’amore non lo nascondiamo più. Siamo stati già troppo stupidi o solo terribilmente troppo giovani.
Questa è la nostra nuova possibilità. Siamo fuori tempo massimo, ma stiamo tornando quegli antichi giovani nel lussureggiante autunno della nostra contentezza.

Solo qualche inutile ora…

In La leggerezza della gioventù on 6 settembre 2010 at 10:46

Certo che la magia non è cosa. Soprattutto poi possedere la macchina del tempo. Ci si pensa qualche volta: e se avessi la possibilità di tornare indietro? Non dico tornare indietro per poi ricominciare, ma solo un intervento una tantum. Insomma, una qualche divinità maligna e dispettosa ci mette a disposizione, diciamo, tre ore di tempo per intervenire in un qualche luogo e in un qualche tempo della nostra vita.
Bella questa vero? Scommetto che a pensarci all’inizio ci avete fatto tutti un sorrisino eh? Avete avuto una sensazione di onnipotenza. Insomma vi siete detti: “Beh, adesso ci penso io!”. Solito esempio di stupidità umana. Questo me lo sono detta poi quando ho cominciato a pensarci davvero. Beh adesso pensateci anche voi davvero. Scommetto, ancora una volta, che il sorrisino vi si è congelato sulla bocca. Qui non si tratta di sentirsi onnipotenti, qui c’è davvero da diventare matti.
Sia chiaro, non che avrei paura di predere il toro per le corna. Su questo, personalmente, il coraggio non mi manca, solo che a pensarci bene non saprei proprio da dove cominciare. Non è così facile approfittare di tre ore di sana saggezza postuma. Poterne far uso prima che le cose accadano. Bella possibilità, ma come e dove metterci mano?
La vita è un pacchetto confezionato con quello che abbiamo potuto trovare. Qualche volta sembra raffazzonato e senza stile, ma potrebbe essere anche migliore di quello che appare. Magari invece quel pacchetto ordinato ed infiocchettato nasconde tanta inadeguatezza. Proprio per curiosità e anche perché amo le sfide io ci ho pensato e l’ho fatto pure seriamente. Vi assicuro che non c’era spazio per quel sorrisino iniziale. La cosa si è fatta subito seria. Ho proceduto a ritroso a grandi salti. Con meticolosità ho inserito quelle tre ore un po’ qui, un po’ lì. Prima dei momenti topici della vita. Ci ho pensato: magari poteva cambiare tutto. Bastava cercare con cura il momento preciso in cui la vita prendeva un certo corso. Tre ore solo per cambiarla. Troppo poco? Troppo tanto? Troppo stupido?
Devo dire che nell’imbarazzo della scelta o solo perchè sono così di carattere, dopo un po’ di tentativi ad intervenire nella mia vita, quelle tre ore mi sono pesate così tanto che ho dovuto cambiare idea. Non era giusto che le utilizzassi per me. Quelle tre ore avrebbero potuto salvare molte vite umane, non rendere solo migliore la mia vita. Ecco, qui mi sentivo molto più a mio agio. Avrei potuto lanciare l’allarme ai paesi al di sotto della diga del Vajont. Oppure avrei potuto avvisare quelli delle zone interessate dai vari terremoti che hanno scosso il nostro paese. E poi perchè solo qui? Perchè non scegliere il dramma di un altro paese? La caduta delle Torri Gemelle che si sono trasformate in guerre in altri zone? Perchè quelle tre ore non avrei potuto spenderle per gli altri?
Certo che nessuno mi avrebbe creduto. Certo che avrei fatto meglio ad intervenire suggerendo “possibilità” all’interno del mio cerchio famigliare e forse sarei riuscita a qualche cosa. Eppure mi resta sempre il sapore amaro di non sapere come le avrei usate per la mia vita. Forse le avrei usate per salvare una persona cara, o forse per far sì che la sua vita non venisse ingarbugliata dalla mia e pertanto legata da comune destino. E perchè allora non prima, evitando che il destino ci mettesse insieme. Ma allora sarebbe nato mio figlio? Forse no. O forse sarebbe solo stato un figlio diverso e io non avrei saputo cosa perdevo. Eppure se dipende da me non avrei voluto nessun figlio diverso da lui. Ah che responsabilita! Perchè non tentare una cosa più piccina, dove tre ore possono fare la differenza? Piccina sì, ma altrettanto importante. Allora forse me ne tornerei a quando ero ragazzina, a quel giorno di sole, in montagna, distesa su quel mare di neve. Proprio quel giorno che mi sembrava di poter tutto. Quando la vita tutto ti promette e tu sei felice per il futuro che avrai. Un semplice sogno che ti dava felicità. Allora sapere quello che la vita poi avrebbe mantenuto. Il grande peso di male e di bene che mi sarei portata sulle spalle. Forse allora avrei saputo che farmene di quelle tre ore di “conoscenza postuma”. Forse avrei potuto decidere un’altra vita o forse solo una possibilità alternativa. Proprio perchè in quel momento sapere era potere. Forse allora avrei cambiato tutto. Forse… ma, dico solo forse…

Lettera al futuro

In amore, Donne, Giovani on 18 marzo 2010 at 15:02

“Sei tanto giovane. Sei troppo giovane!” Queste sono state le stupide parole che ho pronunciato quando con aria casuale mi hai detto: “Mamma volevo dirti che aspetto un bambino.” All’inizio mi è mancato il fiato e poi sono uscita con quella stupida frase che per te non ha alcun senso. Ci ho messo una vita a creare quel rapporto speciale che mi ha reso tua amica, anche se non proprio confidente. Ora mi gioco tutto in due secondi. Mi sento spaventata e scema. E’ sempre stato così. Ti ho seguita nei tuoi primi passi con un’apprensione immotivata. Tu nel mondo ci sapevi andare, tu non tremavi a vivere quanto tremavo io nel vedertelo fare. Ma sei così piccola, amore mio. Non bastano i tuoi venti anni a fare di te una donna.  Ti guardo e vedo  il tuo corpo da bambina, i tuoi sottili capelli che imbiondiscono al sole, la mascherina di lentiggini che sottolineano quel tuo sguardo luminoso color verde mare. Guardo l’espressione imbronciata della tua bocca infantile e le tue gote arrossate dall’emozione del momento. Ecco il segno che avevi solo una calma forzata e che non eri così serena come mi avevi dato a vedere. Piccola mia. Cuore mio. Vedo il tuo corpo oggi così puro, così pulito…ma domani tutto cambierà, domani sarà tutto diverso. Come faccio a dirti che un bambino cambierà la tua vita da sogno in realtà? Avrai la forza di affrontare il mare in burrasca? Perché lo sai che la vita promette sempre burrasca vero? Vorrei dirti: “Ripensaci piccola”. Ma dico solo: “Papà lo sa?” Tu mi guardi con quell’aria di superiorità che prendi sempre  quando mi vuoi far capire  che sono un po’ tarda di comprendonio. Certo che tuo padre già lo sa e che è gia tuo alleato. E’ sempre stato così da quando sei venuta al mondo. Sei nata e lui era già tuo. No, non temere. La mia non è gelosia, ho sempre amato chi ti ama e non importa se ti ama più di quanto ama me. Anche questo è essere madre. Lo imparerai anche tu. “Sei felice?” Tu chini la testa e arrossendo mi rispondi di sì. Allora ti prendo tra le braccia commossa. Sei la mia bambina, la mia donnina. Ti accarezzo i capelli che odorano di pulito. Sento nell’aria un odore famigliare, come di borotalco… mi riporta indietro nel tempo… Anch’io ero felice quando aspettavo te e quando sei nata ho passato tante notti insonni a vegliare i tuoi piccoli malanni di bambina. Ricordo il periodo che stavamo in ospedale ed io e papà temevamo per la tua vita… ma è acqua passata. Ora sei qui e anche noi ci siamo pronti a tutto per te, come sempre. Mi guardi e i tuoi occhi sono due stelle e dici: “Anche Manuel è felice!” Strano, mi ero dimenticata di lui. Anche il tuo ragazzo è tanto giovane, forse anche più di te. Che dire? “Senti, non preoccuparti di niente. Noi vi aiuteremo se ne avrete bisogno.” E Dio solo sa se ne avrete bisogno. Ad un certo punto ti allontani da me. Ti guardo stupita. Tu mi guardi un poco interdetta con quell’aria scocciata, che ti viene quando ti succede un inconveniente che già avevi previsto. Corri agile verso il bagno a vomitare. Inutile dire che la festa è cominciata. Come si fa presto a cambiare la vita quanto c’è un bambino in arrivo.

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