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Ridere, vivere, lottare (di Maria Francesca Gulotta)

In amore, Viaggi on 23 gennaio 2015 at 7:54

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No, niente è normale in Palestina: nascere, crescere, studiare, ridere, amare, insomma vivere.
No, non è normale dovere affermare ogni giorno che tu ci sei, esisti, e hai voglia di ridere e di divertirti perché ogni cosa ti ricorda che no, tu non sei normale e che qui vivere è una battaglia quotidiana.
C’è il Muro e c’è l’esercito, ci sono i coloni, con la loro prepotenza, e ci sono i soldati coi mitra spianati a ricordartelo. C’è il filo spinato, la rete, la strada interrotta improvvisamente, c’è il ceckpoint dove si può essere rispediti indietro o dove si può morire soffocati dalla calca, come è successo proprio durante il nostro viaggio, o dove si può offrire un po’ di musica e qualcosa da mangiare e ricevere in cambio l’elmetto di un soldato che ti fracassa la testa.
No, non è normale vivere nella West Bank e non potere più entrare a Gerusalemme non appena compi 15 anni, perché diventi adulto e adulto, per gli occupanti, significa potenziale terrorista, nemico, pericolo. “E’ come se da voi in Italia – ci dice il direttore del Centro culturale Al-Quds di Gerusalemme- i vostri ragazzi non potessero più visitare Roma, la capitale del loro paese. Ecco perché cerchiamo di organizzare visite continue di gruppi di studenti prima che gli sia impedito di conoscere la loro capitale. Perché Gerusalemme è la nostra capitale”.
No, non è normale andare a scuola accompgnati dai cooperanti internazionali che ti difendono dagli assalti dei coloni che ti vogliono cacciare perché la terra la vogliono tutta, come afferma il loro libro sacro e non è normale sederti tra quei banchi un po’ sgangherati, ma che per te sono bellissimi, e sapere che c’è un ordine di demolizione e che una ruspa può ridurla in macerie in pochi minuti.
No, non è normale svegliarsi una mattina a Betlemme nella tua bella casa a tre piani e vedere i soldati che alzano il Muro, proprio lì davanti alla terrazza che guarda il grande uliveto e soffoca il negozio di souvenirs cristiani di tua madre “Mamma, ma ti rendi conto che ci stanno seppellendo vivi?”
E invece sì, è tutto normale perché qui è Palestina.

 

E adesso la parola all’esercito…

In Anomalie, Le Giornate della Memoria, Viaggi on 27 gennaio 2014 at 9:55

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La giornata non è ancora completamente finita. Si torna dalla tenda della libertà, quella del tetto della casa di Samer Issawi, all’albergo per una cena frettolosa. Stasera aspettiamo Yehouda Shaul “è un sottoufficiale dell’esercito israeliano, ebreo ortodosso, cresciuto in un insediamento di coloni. Non è un pacifista, crede nel diritto di Israele a difendersi. Ma, dice, quello che Israele sta compiendo nei territori occupati non ha nulla a che vedere con la difesa: è solo terrorismo e guerra di occupazione territoriale. Ha fondato Breaking the Silence, che raccoglie le testimonianze dei reduci israeliani. Sono testimonianze agghiaccianti. Ci racconta gli ordini che riceveva dai capi durante il suo servizio a Hebron: incutere terrore random. Lo schifo lo ha sommerso e ora racconta agli israeliani increduli la verità sulla presunta politica di difesa di Israele” (presentazione del compagno di viaggio Stefano Casi).
Diciamo che stasera si va a “scuola dal nemico”, e il nemico ha le forme e le dimensione di un ragazzone sovrappeso, sandali estivi e maglietta maniche corte, in pieno inverno,  dotato comunque di grande sicurezza di sé che quasi rasenta l’arroganza. Mi ritiro in buon ordine, faccio difficoltà e non sentirmi un po’ offesa da quel suo modo di porsi e dal fatto che in genere la sua attività di spiegare la realtà, guardate bene, non di denuncia, la fa solo e la intende fare solo con gli israeliani.
La cosa sembra un po’ un affare fra loro, anche se in realtà loro non sono le vittime, sono tutt’al più delle persone poco informate.
Lui il militare l’ha fatto e solo una volta uscito ha capito in cosa consisteva il suo mestiere e così lo racconta agli altri. E’ diretto, quasi scortese quando qualcuno gli pone delle domande un po’ personali. Lo so dovrei essere contenta che un israeliano, uscito dal sistema, sia pronto a raccontare qual è il lavoro del soldato e quali siano gli ordini, ma la sua pietà umana sembra limitata, ma è proprio uscito dal sistema?
Mi pongo presto la domanda e mi rispondono dei dubbi… perché non ho la capacità di credergli fino in fondo?
Perché mi sento giudice di fronte ad un avvocato troppo bravo per essere onesto. Non lo so davvero, mi sono persino chiesta se si tratta di grave pregiudizio, suppongo di sì, eppure io non mi lascio mai condizionare dai pregiudizi, in genere non sono capace di concepire pregiudizi.
Eppure Yehouda non mi convince. Mi rendo conto che dice la verità quando racconta che il suo lavoro era di spaventare e intimidire, diciamo in complesso di angariare i palestinesi. Ogni notte si scelgono a caso le porto da battere e gli edifici in cui fare irruzione. Si fanno domande, si perquisisce, si fanno alzare adulti, bambini e pure malati, si accusa e a volte si arresta. Tutto casualmente tanto per fare. Ragazzi allevati per spaventare, per farsi odiare, ma soprattutto per odiare a loro volta.
Non so, magari sbaglio, la mia è una valutazione morale di origine cattolica: fare il male e poi il pentimento. Se non c’è pentimento non c’è perdono e se non c’è perdono tu continui a fare e ad essere il male.
Ecco perché quel ragazzo non mi convince, certo racconta la sua storia, che a noi schifa un pochino, ma agli altri, i ragazzi che dovranno andare sotto le armi per ben 3 lunghi anni: schiferà? Ai loro genitori sarà di monito? A qualcuno servirà sapere che l’esercito più etico al mondo, vive di sopraffazione e anche di omicidi?
Saranno i palestinesi ugualmente importanti quanto un solo soldato israeliano?
Queste sono le domande che non ho saputo fargli, e queste erano i pensieri che mi passavano nella mente, aggiungendo che sullo sfondo del suo corpaccione corredato di kippa nera, vedevo sventolare le bandiere nell’attesa della liberazione dei prigionieri in carcere da prima degli accordi di Oslo, gli accordi che avrebbero dovuto condurre il passaggio dall’occupazione allo stato di Palestina. Quelli che certi israeliani chiamano “Oslo war” e che il loro stato considera solo come scusa per controllare ancora di più i territori già occupati e per sguinzagliare ragazzi in divisa ed armati fino a denti per sedare qualsiasi progetto di resistenza. Accordi che non hanno cambiato la volontà di Israele di colonizzare la Palestina e di cancellarne completamente nome ed esistenza.
Stasera proprio non va, mi alzo incazzata, delusa, mi sento presa un po’ in giro, non è questo che mi aspettavo, non è la sicumera dell’occupante che volevo sondare, piuttosto l’analisi complicata e dolorosa di chi capisce di aver sbagliato, di chi ha capito la necessità di essere stato imbrogliato e trasformato più che in una macchina da guerra in una pedina a servizio di persone ormai da troppo tempo passate da vittimi ad aguzzini.
Forse sono ingiusta, forse sono solo arrabbiata, ma questo viaggio è fatto di emozioni forti che ti comandano e ti squassano, qui non si passa indifferenti, qui si partecipa o si rifiuta, non si rimane indenni. Qui si cambia.

(Mi scuso per chi si dovesse sentire offeso dalle mie considerazioni, sono personali e emotive, quindi ingiuste, ma sono l’unico apporto che riesco a dare. So che dovrei valorizzare il lavoro di chi dall’interno opera e denuncia. Ma a volte il cuore dice no.)

Il coraggio della nonviolenza

In Amici, Cultura, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 26 Mag 2013 at 19:55

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Restiamo Umani con Vik – AssoPace Palestina – Venezia
11 maggio Sala S.Lorenzo – Castello campo S.Lorenzo – Venezia

Incontro con i rappresentanti dei Comitati Popolari di Resistenza Pacifica dei villaggi sulle colline a sud di Al Khalil (Hebron).

Al Mufaqarah

Chi avrà trasecolato di più? Mahmoud e la figlia Sawsan nel vedere davanti ai loro occhi il Canal Grande e attorno la città di Venezia oppure noi ad incontrare questi particolarissimi personaggi?
In genere non avremmo dubbi, quel giorno però i dubbi c’erano venuti subito.
Lui vestito come un beduino in un giorno di festa: kufija bianca e cordone nero, lei in jiab o velo con un soprabito lungo fino ai piedi che alla moda fa l’occhiolino, solo per il colore rosso vinaccia. Lui, affabile, mi prende la mano con slancio e mi sorride, confessa che si ricorda di me dal mio viaggio in Palestina, molti mesi prima sempre assieme a Luisa Morgantini, la nostra Luisa, la grande Luisa, ma non lo dice a parole, lui parla solo arabo ed io non capisco nemmeno una parola, lo dice a “motti”, quelli universali, che consentono anche a Mario, italiano anzi veneziano fino al midollo, di farsi capire perfettamente.
Lei invece sembra timida, riservata, forse un po’ spaventata, dalla novità, almeno così penso.
E invece, un consiglio, non valutate mai con il vostro metro un beduino palestinese al primo colpo d’occhio e soprattutto non usate quel metro per comprendere a prima vista una donna beduina, fortemente radicata nel suo ambiente e orgogliosa dei suoi usi e costumi.
Ma di questo racconteremo dopo perché ce ne sarà da dire.
Lui, Mahmoud esce dalle porte della stazione e si guarda attorno, vede barche, gondole, motoscafi, vaporetti e ancor prima di scendere gli scalini mi chiede accennando a dove ci troviamo: “No cars?… No ship?… No donkeys?” forse le sole parole che conosce in inglese, ma che danno un terribile colpo alle mie certezze. Improvvisamente ho pensato a quanto inadeguata possa apparire la mia città con tutte le sue bellezze artistiche alla loro vita antica ed essenziale.
Ed è proprio attorno a questo che si sviluppa la grande esperienza personale e pubblica di questo incontro, che ci ha dato la possibilità di confrontarci con questi due incredibili personaggi. L’incontro oltre che mettere in discussione la visione o la percezione della nostra vita come l’unica possibile, e come esempio unico di civiltà e di orgoglio, certi del benefico effetto dell’evoluzione e del progresso continuo di costumi e tradizioni, mi ha fatto ridimensionare le ragioni per cui noi, in qualche modo, ci sentiamo come “superiori” e dall’alto di questa posizione ci prendiamo la briga di tendere una mano per portare questa popolazione fuori, non dal guado, ma dallo stagno delle loro vite.
E loro invece sono orgogliosi di essere quelli che sono, di vivere in grotte e tende e di rappresentare la continuità e la resistenza contro l’usurpatore della loro terra e contro la volontà di Golia contro il Davide di turno.
Ricordavo la grotta che avevo visitato al villaggio, la povertà e la dignità che non primeggiavano una sull’altra, tutte due immense, ai miei occhi di occidentale. Ora ero incerta di ospitarli nella mia casa, non volevo il loro imbarazzo, né uno sguardo di invidia e nemmeno uno di incomprensione.
Mahmoud entra nel battello pieno di turisti e si guarda in giro come un grande re a passeggio nel regno del vicino e si fa fotografare come un divo, in effetti ama farsi fotografare e riprendere dalle videocamere, come ama mostrarci i video girati ad Al Mufaqarah dove si vede lui e pure quelli che ritraggono Sawsan che viene presa e portata in prigione dall’esercito degli occupanti.
Perché noi siamo bravi a parlare di resistenza pacifica, e quella che abbiamo fatto era resistenza armata, loro invece la vivono quotidianamente e sanno che a reagire con la forza sarebbero spazzati via dalle loro terre con il benestare di questo opulento e amiccante occidente.
Perché a parlare di pace tutti sono capaci, ma a farla nella situazione del popolo palestinese è davvero un’altra cosa, ci vuole un immenso coraggio.
Sawsan, silenziosa, appena arriva in casa chiede dov’è la sua stanza, anche lei non parla inglese e quindi ci comprendiamo a gesti. Penso che sia stanca e voglia levarsi il soprabito pesante, perché in fin dei conti fa caldo e la sua bella figura comunque l’ha fatta.
Sbagliato. Lei scopre che la sua camera ha pure un bagno con il lavandino e quando salgo trovo sul terrazzo tutta la biancheria perfettamente lavata e stesa, non solo la sua ma anche quella del padre.
Scendo di sotto e guardo di sottecchi la lavatrice, anche quella, proprio come Venezia, sta prendendo una lezione di vita.
E qui comincio a produrre thè che loro chiamano shai o chai o qualcosa di simile, ma che viene preso con poco zucchero e un rametto di menta. E poi caffè amaro a tazzone industriali. E qui cominciamo a conoscerci per quello che la lingua ci consente.
Luisa spiega un sacco di cose su di loro, sulla loro vita, su quello che riescono a trasmettere quando raccontano, negli incontri, quello che fanno e sognano. Dice che Sawsan desidererebbe un pc, perché va all’università e ne avrebbe bisogno, dice che Mahmoud, a Supino, era diventato matto quando aveva visto le pecore, così grasse e pasciute e le aveva viste tosare con il tosatore elettrico ed era rimasto veramente colpito. Almeno su una cosa eravamo riusciti a stupirlo.
Ci racconta che a Milano al Castello Sforzesco aveva visto il prato e si era steso sull’erba come sul letto più morbido che avesse trovato.
Abbiamo poco tempo, ci aspetta padre Aktham che ci farà da traduttore e verrà a cena con noi.
Sconsiglio vivamente di portare dei beduini a cena in un ristorantino dove si cucina divinamente il pesce, perché non lo mangiano proprio, loro non sanno cosa sia e credo che sinceramente gli faccia un po’ schifo. Un piatto di verdure grigliate e una cotoletta con le patate fritte li fanno più che felici. Successivamente la mia frittata alle verdure ha ricevuto certamente più complimenti del ristorante in questione.
La sera piove e nel ritorno bagnato a casa Mahmoud guarda l’acqua dei canali dai ponti. Si ferma su tutti indistintamente e dice a Luisa: “Qui c’è acqua in ogni posto e noi non ne abbiamo neanche da bere.”
A parte il fatto che l’acqua dei canali è quella che è, non posso dire che non abbia ragione. I loro pozzi sono stati avvelenati molte volte e lui aveva perso più di 100 pecore a causa di questo. L’acqua è un bene talmente prezioso e noi possiamo consumarlo senza neanche pensarci su un solo momento.
Anche di questo mi sento responsabile e in colpa, in genere lavo i piatti facendo scorrere l’acqua, non sopporto l’acqua insaponata e oleosa ferma. Non sopporto la prima acqua che viene dalle tubature, in genere la lascio scorrere prima di berla e nella doccia lascio che l’acqua diventi calda prima di buttarmici sotto. Insomma un sacco di cattive abitudini a cui ripensare dopo la loro visita.
Il giorno dopo ci si alza presto, mi trovo con Mahmoud in cucina, prima il thè e i biscotti e poi un tazzone di caffe, lui sorride con gli occhi. E’ gentile, per un uomo come lui è quasi galante, mi chiedo, guardandolo in viso, come potrebbe essere stato il giorno che le ruspe gli hanno demolito la casa: una stanza unica per lui, la moglie e gli 11 figli, più un locale per le bestie. Anche questo un po’ troppo per l’occupante che ha destinato la sua terra come “firing zone”, ossia un posto per le esercitazioni dei soldati, ma chiaramente un primo passo per acquisire altra terra e costruire altre case per i coloni.
Come avrà reagito quando la figlia si era messo davanti alle ruspe per impedire la demolizione e i soldati l’hanno arrestata e portata via? Dove non si sa. E che faccia aveva quando gli sono stati chiesti 2500.00 euro solo per sapere dove fosse finita. Aveva continuato ad avere lo stesso aspetto pacifico e inalterabile?
Eppure i suoi occhi sono terribili, ti scavano dentro, con calma serafica ci dice che avrebbe speso anche 1 milione di euro per trovare sua figlia e ne parla con orgoglio di un padre che la ama e rispetta profondamente.
Arriva Andrea, uno degli angeli di Operazione Colomba, e si abbracciano con gioia e trasporto, per fortuna abbiamo qualche altro traduttore dall’arabo.
Sawsan ha fatto ancora bucato, inutile dire che potevamo usare la lavatrice. E’ sabato, li porto al mercato, cercando di portarli lontano dalle macellerie dove sono appese carni di manzo e di maiale nella stessa vetrina.
Mario decide di portarli in gondola e fare traghetto da una parte all’altra del Canal Grande, per loro è come un gioco da bambini però i gondolieri li guardano male e chiedono la tariffa supplementare. Se proprio vuoi considerare una categoria di gente ottusa e un po’ ignorante, pensa ai gondolieri e ci azzecchi subito.
Invece Mahmoud si ferma a parlare con tutti, insomma non proprio tutti tutti, ma con tutte quelle persone di carnagione scura, che potrebbero essere persone come lui. Imparo un’altra cosa e resto basita: lui ha un radar per le persone umili, per quel popolo che risulta a noi invisibile. A me sono invisibili però a lui no. Poi torna e comunica: “Bangladesh!” senza nessun pregiudizio, solo per farci capire che non era un arabo, ma un indiano. Solo qualche volta trova qualcuno con cui scambiare delle parole in arabo e torna felice come un ragazzino.
Ora di pranzo, preparo la famosa frittata alle verdure e una pasta al sugo piccante, la frittata vince su tutto.
Luisa è uscita per fare compere e torna con un sacco di regalini per i nostri ospiti, lei è generosa come una fatina ed è felice di poterli stupire, ha preso tante mascherine di carnevale colorate col magnete e gli dice: “Sono da attaccare al frigorifero…” poi ci guardiamo e ci scappa da ridere… ma possibile che noi occidentali siamo sempre così sprovveduti, “Beh insomma si attaccano dove vuoi…” va già meglio, ma l’idea di Luisa è carina e gradita a prescindere.
Arriva l’ora di partire per S.Lorenzo, Andrea e padre Aktham intrattengono gli ospiti, altri ne arrivano a casa in modo da partire tutti assieme per l’incontro.
Certo che la figura di Mahmoud e di Sawsan in giro per le strade veneziane è straordinaria ma non è poi così assurda, c’è qualcosa di famigliare in una presenza simile, davanti a certi palazzi e vicini a certi portali… ci stanno bene dentro questa città anche se non ci sono auto, pecore o muli come avrebbe preferito il nostro amico.
La sala è una bella sorpresa, che io avevo fatto uscire dal cappello in un gioco di prestigio. Mai chiedere una sala a Venezia, qualche giorno prima dell’inaugurazione della Biennale d’arte. Tutto occupato, niente disponibile, quindi una sala così solo io sapevo di quale miracolo ero stata capace e mi sono detta: “Brava, anche stavolta ce l’abbiamo fatta!”.
L’atmosfera si fa subito calda e famigliare, arrivano altri ragazzi di Operazione Colomba che erano ad At Twani il villaggio poco distante da Al Mufaqarah. Arrivano tanti ragazzi che erano stati da poco o che volevano andare in Palestina. Arrivano anche arabi residenti a Venezia e a Padova. Tutti chiacchierano e Mahmoud e perfettamente a suo agio, sembra davvero nel suo ambiente, ha molte cose da dire, scherza ed ha uno strano humor molto inglese.
Lui è il primo a parlare e racconta com’è il vivere nella sua terra ed io so di cosa sta parlando perché quel villaggio l’ho visto, quel coraggio l’ho toccato con mano e ogni volta mi chiedo quanto di quel coraggio ci vuole per restare a cavar sassi dalla propria vita. Quanta forza ci vuole per restare aggrappati lì, anche se scacciati, umiliati, angariati, tornare alla propria terra che in verità a noi pietraia sembra.
Luisa, quando lui termina, ci dice che sarebbe bellissimo poter comperare alla comunità di Al Mufaqarah un tosapecore elettrico, neanche a dirlo troviamo subito chi offre di finanziare l’acquisto e Mahmoud stringe mani con la felicità negli occhi e nel sorriso. Venezia porta bene.
Poi è il tempo della piccola Sawsan che di timido ha solo l’aspetto. Il suo racconto è chiaro e puntuale. Racconta di alzarsi alle 5 di mattina per mungere le capre e le pecore, poi si fa sette km a piedi per prendere l’autobus che la porta all’università di Yatta, dove studia Antropologia. Ma questo non le basta, fa un corso di informatica e pure uno di pronto soccorso, tutte cose che sono utili alla sua comunità. Poi alla sera c’è pure il ritorno a casa, stessa trafila, stesse difficoltà. Racconta dell’arresto e del carcere e cosa il giudice israeliano le aveva imposto per farla uscire: non ritornare più al suo villaggio. Lei dice che nessuno l’avrebbe tenuta lontana dalla sua terra, nessuno poteva imporle questa terribile ingiustizia. E ci dice di quanto è orgogliosa della vita che fa, del luogo dove è nata, del modo come la comunità risponde all’occupazione israeliana. Quanta dignità e forza in quella piccola donna. Era stato troppo facile sottovalutarla per poi scoprire tanta grandezza d’animo e tanta forza in una persona sola.
Tra video e racconti, la serata volge alla fine. I nostri due ospiti hanno recuperato un pc portatile e un tosapecore, insomma un sogno realizzato che forse non avevano mai neppure sognato.
A sera si torna passando per piazza S.Marco. Tutti si fanno fotografare davanti alla chiesa e Mario, con un tempismo dubbio, racconta come le spoglie di S.Marco fossero state portate a Venezia dall’oriente, nascoste sotto la cotenna di un maiale. Il racconto non è stato proprio apprezzato, chissà perché, anzi lo so, ma effettivamente male o bene questa è comunque Storia.
Alla sera cena tutti assieme, con pizze e pastasciutta, cose che mettono assieme oriente ed occidente con tanta allegria.
Ma alla fine della fiera quante cose avevamo imparato?
Davvero tante, almeno questo era quello che potevo dire per me. Non solo capire che esiste anche una possibilità di vivere diversa, e di godere di quello che si ha, ma anche di quanta forza ci si deve dotare per resistere pacificamente in certe situazioni di violenza e ingiustizia quotidiana. Sarei capace di farcela? Personalmente non lo so, ma penserei che se Mahmoud e Sawsan e Afez e le comunità dei villaggi a sud di Al Khalil ci riescono, allora vuol dire che forse potrei imparare questo coraggio pure io. E finalmente appoggiando la loro lotta difficile seppur così naturale, posso finire col perdonarmi di essere una viziata occidentale e pure anche spocchiosa. Ora che la loro presenza è entrata nella mia vita, posso dire che qualcosa effettivamente e definitivamente è cambiato. Non solo ti cambia modo di vedere le cose se vai in Palestina, ma ti cambia anche molto quando la Palestina viene da te e noi di Restiamo Umani con Vik – AssoPace Palestina, siamo pronti a cambiare e ad imparare che non c’è libertà senza giustizia e non c’è giustizia senza diritti umani.

Storie di ordinaria follia

In Amici, amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 27 gennaio 2013 at 12:47

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Ancora Hebron e i racconti di Issa e di Badia, l’assurdità della follia di Israele, questo è quello che ci viene consegnato dai ragazzi del Centro dei Giovani contro gli insediamenti (Youth Against Settlements) assieme ad un buon piatto di riso e pollo. Certo non è facile far da mangiare in una cucinetta piccolissima per più di 50 persone, ma soprattutto non è facile colpire più con le parole che con un buon piatto di cibo.
Issa racconta una sua giornata tipo, come quella della mattina del giorno della nostra visita. Uscito per fare gli ultimi acquisti per prepararci il pasto, sulla strada viene fermato da una pattuglia che lo accusa di aver fatto un’infrazione alle delibere militari. Issa chiede perchè e gli viene spiegato che stava camminando dalla parte sbagliata della strada. Issa risponde che non era così, lui poteva camminare su quella strada. che nessuna regola glielo vietava. Il soldato insiste e lo ferma, dicendo che il giorno prima era stato deciso così, lo ammanetta con i lacci di plastica e lo benda e lo tiene così, in strada, per due ore ai lazzi dei coloni. Issa è preoccupato perchè noi dobbiamo arrivare e lui deve rientrare per organizzare il pranzo. Il soldato chiama il superiore che conosce bene Issa e che gli chiede direttamente: “Issa, ma cosa hai combinato questa volta?” Ovviamente: “Nulla!” risponde e spiega di essere stato fermato sul lato di quella strada e che non esisteva nessuna regola o legge che gli impedisse di camminare lì. Le regole e le leggi sono il forte di Issa, anche perchè ogni giorno deve farne uso per uscire dai guai. Il superiore chiede al soldato cosa fosse successo e questo gli spiega che Issa camminava su quella strada e che non poteva, ma alla richiesta di farsi spiegare chi gli avesse detto che quella strada e quel lato fosse vietato, il soldato risponde che era stato chiamato da un colono e che glielo aveva detto lui. Andiamo bene… un esercito in mano a coloni esaltati, e che coloni.
L’alto in grado fa liberare Issa che ha passato 2 ore per la strada sotto gli occhi di tutti a prendersi le male parole dei coloni e i maltrattamenti dei soldati. Issa vuole fare un esposto, lo sa che non ne uscirà nulla, ma lo fa lo stesso perchè sostiene che la legge deve andare rispettata anche se è ingiusta, così almeno si possono usare le stesse armi anche con il nemico.
Ed è propio con questa filosofia che loro, i giovani del Centro sono riusciti a riconquistarsi quella casupola sopra la collina, quella con il soldatino infreddolito a guardia del giardino vicino.
Quella casa era una casa palestinese requisita dall’esercito e successivamente occupata dai coloni, ma l’atto di proprietà rimaneva ovviamente in tasca ai palestinesi che su consiglio di un avvocato avevano  affittato la proprietà e il terreno al Gruppo dei giovani contro gli insediamenti i quali si erano rivolti al Tribunale che alla fine aveva dato loro il diritto di entrare nella casa e sloggiare i coloni. Non era stata una cosa facile, per due anni interi il gruppo aveva fatto lezioni ed incontri sotto i maestosi alberi di ulivo della casa in faccia agli occupanti sbalorditi e con gli avvocati andavano periodicamente a chiedere che lasciassero la casa ormai destinata ai palestinesi. Per i coloni l’intimazione del Tribunale non valeva nulla, come qualsisi carta scritta, nulla aveva più senso dell’autorizzazione del loro dio, ma dagli e dagli i coloni se ne erano dovuti andare non prima di aver distrutto tutto quello che poteva avere un valore e un senso nella casetta.
Finalmente i ragazzi, che erano entrati in possesso della casa, avevano un tetto sulla testa e avevano incominciato a risistemare l’immobile e ad arredarlo per le loro attività: corsi di cucina, di inglese, di creazione di video e di diritti umani, insomma qualsiasi cosa per portare i giovani fuori dalla disperazione. Ma i coloni di notte erano entrati nella casa solo per dare fuoco a tutto e per distruggere di nuovo il loro lavoro e ancora i giovani  si ritrovarono pazientemente a ricostruire tutto e passarono mesi a darsi il cambio a vivere nel Centro giorno e notte. Chiaramente il soldatino nel giardino, come i nanetti di biancaneve in alcuni giardini italiani, non serviva per far rispettare la legge ai coloni, ma per farla rispettare ai palestinesi, faceva la funzione dello spaventapasseri, incongrua figura in un mondo di coraggio e di speranza, com’è quello dei ragazzi della casa in cima alla collina.
Ora la loro lotta è sotto gli occhi di tutti, i loro video e le loro parole girano il mondo, le loro storie travalicano i confini del bellissimo uliveto che circonda il Centro. Anche Israele deve stare attenta all’opinione pubblica, può indicare come target una persona (come Vittorio, ad esempio) e consegnarla in mano agli esaltati, ma è sempre più a rischio di essere messa al ludibrio del mondo. Soprattutto oggi che il loro primo ministro è stato eletto con una maggioranza risicata formata anche dai coloni più estremisti e meno ragionevoli, quelli che potrebbero dipingere Israele come la peggior “democrazia” dell’ultimo secolo.
I ragazzi sono simpatici e ridono delle loro storie di ordinaria follia, scherzano su quanto hanno passato e pensano al loro futuro con ottimismo. Non so come fanno, ma ci riescono bene, anzi benissimo. Questa è la cosa che mi ha colpito di più della Palestina: il coraggio e la capacità di resistere e lottare fino all’ultimo respiro.
Oggi che mi sento pure io palestinese devo fare un passo avanti in più, scordare il mio razionalismo pessimista e imboccare la strada della resistenza pacifica, scordandomi l’intifada come unica soluzione dei problemi. Incurante della follia bisogna tenere la testa a posto e credere, credere e credere. Bab Al Shams e Bab al Karima saranno la risposta alla colonizzazione sfrenata e Netanyahu si gioca la credibilità con il mondo e si gioca pure l’amicizia con l’America, dopo aver scelto la parte sbagliata. Certo il potere del denaro è forte, irresistibile, ma anche in Sudafrica non avremmo pensato mai di uscire dal guado e la Palestina non dovrà essere differente. Lavoreranno con noi gli anticorpi di quello stato canaglia, si muoverà una società civile che permetterà ad una nazione di entrare nella storia non guardando il passato, ma pensando al futuro. Un futuro di amore per la terra che li ha accolti e non un orribile futuro di pallottole e cemento armato.
Questa è la Palestina che sogno e questo è l’Israele che può avere un futuro.
E intanto fuori ancora piove e forse ci sarà un po’ di tregua nella Valle del Giordano.

Hebron, questa è la mia terra, questa è Palestina…

In Amici, amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 25 gennaio 2013 at 21:43

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Ultimo giorno di viaggio e l’anima ci pesa assai e non aiuta certamente il fatto che ci aspetta l’anomalia di Hebron. Se fossimo in un favola diremmo che è la ciliegina sulla torta, ma ciliegina non è per niente e ce ne accorgiamo subito.
A Hebron si decide il destino della Palestina, perchè questa città è palestinese o almeno lo è stata fino a che un manipolo di coloni, ispirati da un dio annoiato e senza senso dello humor, si sono spinti ad occupare delle case a destra di Shuhada street, l’antica strada commerciale di Hebron, ma che adesso vogliono anche la sinistra di quella strada. Così i coloni occupano i piani superiori, espongono la stella di David e iniziano a bombardare di sporcizia quelli che passano e vivono sotto o che espongono le merci.
Ma vediamo più da vicino il “casus belli”: a Hebron vivono 200.000 palestinesi e negli ultimi anni si sono installati 700 ebrei venuti recentemente dall’Europa che hanno requisito, occupato a “tutto diritto”, a parer loro ovviamente, quello che era l’antico quartiere ebraico della città, a questi si devono aggiungere i circa 7.000 ebrei della contigua Qiryat Arba, la solita colonia dall’animo gentile. La questione è che gli ebrei che si sono installati, confiscando case e facendo sloggiare in malo modo i residenti, ovviamente supportati dall’esercito, rendono impossibile la vita dei palestinesi di tutta la città. Adesso comunque sono quasi a posto (ammesso che si accontentino, il che non è), si sono appropriarsi della strada centrale e commerciale, in modo da collegare liberamente le case di destra con quelle di sinistra e continuando così a trasformare la città in una nuova colonia.
Metodo fantastico per far morire d’inedia i commercianti dei piccoli negozietti e le loro famiglie. Ma ancora peggio, quei palestinesi che non si sono fatti cacciare, non solo non possono mai lasciare la casa incustodita perchè gliela occupano, come è successo ad una famiglia che era andata ad un matrimonio, ma anche si trovano le porte di uscita sbarrate e saldate con la fiamma ossidrica e sono costretti a mettere le griglie di protezione alle finestre. Per poter uscire usano i tetti delle abitazioni dei vicini o aprono un varco nelle altre abitazioni… Ma ti sembra vivere questo?
Sai che bello per un bambino che deve andare a scuola ogni mattina scavalcando, spaventato, i tetti e tremando quando deve rientrare, senza sapere mai davvero cosa troverà?
E così è stata chiusa Shuhada street, la colorata e allegra via del centro. Le porte sono state saldate e chiuse con i catenacci, le protezioni che erano state messe per proteggere la popolazione dal lancio di immondizie degli israeliani, dall’olio usato ai pitali di piscio, dai mattoni alle bottiglie di vetro, dagli avanzi di cibo ai vestiti smessi, ecco quelle restano a decorare il soffitto in modo da indicare a chi volesse riaprire la strada che non è un processo reversibile e che la strada rimane chiusa in mano all’esercito di occupazione.
E i palestinesi hanno spostato il mercato nella strada parallela, anch’essa difesa da reti di protezione, hanno riaperto bottegucce e banchetti e i colori si moltiplicano e gli odori di spezie e di falafel si diffondono ovunque. L’attivista che ci accompagna ci incoraggia a comperare per spingere questa gente a fare di più oltre che ad amare il loro paese al di là di ogni possibile dubbio. Non è stato facile spostare il mercato, la paura serpeggia, ma non è facile convivere con i coloni fianco a fianco.
Sono talmente aggressivi questi qui, che allevano i loro figli a sputare, dare calci, tirare pietre e a prendere a male parole e minacce i palestinesi. Metodo educativo molto sofisticato, che garantisce ai propri figli apertura mentale e capacità di stare nelle cose del mondo in modo adulto.
Ci dicono di stare attenti anche a noi e di non girare per le strade laterali del mercato vecchio, andate avanti dritti e non girate da soli… bel modo di vivere, così ad un certo punto veniamo affiancati da una ronda dell’esercito, armata come per la terza guerra mondiale, uno di loro capisce che siamo italiani e ci guarda con disprezzo e dice a voce alta, forse le uniche parole che gli hanno insegnato nella nostra lingua: “Italiani… terroristi!” Si allontanano pieni di boria ridendo, un altro di quei ragazzotti strafottenti, dalla pelle nera come il carbone, si tira il passamontagna fin sugli occhi. Si vergogna? Non lo so, io lo farei, mi vergognerei davvero di far parte di un esercito razzista che impone con le armi le catene ad un altro popolo, e poi mi vien da dirgli: pensaci bene, anche a volerlo non diventerai mai, tu ragazzo di colore, una persona che accede alle alte sfere del comando in questo paese, guardati la pelle, è del colore sbagliato, che ci fai in un paese simile? Sarà vero che il 70% degli israeliani vorrebbero abitare da un’altra parte, se potesse scegliere? Ma tengo ovviamente le cose per me anche perchè dall’alto ci arriva improvvisamente addosso una bottiglia, lanciata da una finestra della casa vicina. Fossi stata nei pressi avrei rilanciato il “pezzo” gridando “porci, riprendetevi la vostra spazzatura”, ma forse ha ragione Luisa, è tutto inutile, non è gente che ragiona.
Oggi, che sono in Italia apprendo la notizia che hanno sparato in faccia ad una ragazza di 21 anni, uccisa così stupidamente, dalle pallottole di un esercito di offesa, non di difesa, come usano dire. Hebron è una polveriera che tutti fanno finta di non vedere. Ed io provo rabbia sorda e profonda e mi chiedo: cosa farei per riavere la mia terra?
Come reagirei se mi uccidessero un figlio? Riuscirei ad essere generosa e altruista come il genitore israeliano che ci raccontò la sua storia il primo giorno di Palestina? Non credo, non so, devo ancora troppo metabolizzare.
Comunque ci mettono in allerta, ci dicono che è pericoloso, e allora ci infiliamo nei negozietti e io trovo delle kufije ancora più belle, tra le quali una nera e bianca pesante che mi salverà dal diluvio universale. Una bianca e rossa e una tutta bianca che non avevo mai visto prima. Una bella sciarpa di lana dai colori dorati e tante collanine con Handala, guardo le collane e gli orecchini che trovo bellissimi, ma che non userei mai, li guardo e ne vengo ammaliata, ma giro gli occhi e me ne dimentico, invece le sciarpe sono la mia passione, d’inverno ne cambio una al giorno a seconda dell’umore che ho. Sciocchezze di viaggio, mi vergogno di aver avuto dei momenti di debolezza così superficiali, ma almeno spero di aver contribuito all’economia dei miei fratelli palestinesi.
Alla fine della strada ci troviamo di fronte ad un check point, dobbiamo passare uno alla volta con gli zainetti a mano, superato il “gate” ci sono altri 200 metri di città svuotata e di negozi chiusi. Un altro punto di controllo e si entra nella realtà della colonia vera e propria. Ci fanno passare i soldati e bloccano i ragazzi palestinesi che avevano seguito Luisa, restano dall’altra parte delle transenne e ci salutano e ci chiamano, ma i soldati li cacciano via, qui siamo nella terra del padrone colono, di cui abbiamo davanti un vero rappresentante, che porta a spasso la sua arma raccontando le sue storie a un po’ di turisti americani (ebrei probabilmente). Un tipo barbuto e nero, con il fucile mitragliatore a tracolla. Rassicurante davvero, ma gli americani non ci fanno caso, sembra normale anche per loro.
La strada è percorsa da ragazzi con le basette a tirabuscio’ e con la kippah o zucchetto incollato sul cucuzzolo della testa, meticolosamente rasata.
Si aprono discussioni su come piantare la Kippah sulla testa per non farla cadere… io sostengo che la fissano con i chiodi… ma non tutti sono d’accordo.
Intanto si aprono le cateratte del cielo e ci infiliamo tutti in un negozio arabo sedendoci su sedie di cortesia messe sotto la tenda davanti al ceck point e alla garritta che si riempie subito del verde dell’esercito. La strada si allaga e l’acqua corre come un fiume in piena. Io sono quasi allegra, a parte i danni che questo acquazzone può causare, sto pregando che piova sulla valle del Giordano per giorni e giorni e che la terra riesca a fare tesoro di tutta quest’acqua, invece di essere incredula e talmente secca da essere diventata quasi impermeabile e di farsi scorrere addosso rivoli di fango.
Piove ancora, ma noi abbiamo un appuntamento. e attraversando guadi di fango e acqua che ci arriva alle caviglie, ci avviamo nella parte alta della città.
In tutto il percorso che abbiamo fatto, in questi giorni di viaggio, ci siamo resi conto che eravamo continuamente sotto controllo. In ogni dove le telecamere ci tenevano sott’occhio tanto che a volte ci veniva la voglia di mandare un salutino al controllore. A Hebron il controllo è totale, viene fatto dall’esercito e dai coloni stessi che si prendono l’arbitrio di giudicare cosa e come si deve andare per la “loro” città.
Così sotto una pioggia scrosciante arriviamo alla base di una lunga scalinata stretta interrotta da sentierini fangosi che tagliano la montagna e che consentono di risalire la collina faticosamente, ma in fretta. Alla base troviamo una camionetta dell’esercito che manovra davanti all’inizio della salita. Ci stringe sul ciglio della strada in modo da renderci impossibile la salita. Ma dai? Ma con chi credete di avere a che fare? Ci vien da sorridere sotto i baffi da terroristi italiani… e così, un per uno, passiamo la strettoia appoggiandoci sulla jeep con le mani, con i gomiti e con i piedi…. penseranno mica di fermarci vero? Sono loro che stanno in mezzo al nostro cammino mica noi…
Alla fine passati tutti e visto l’inutilità della loro presenza, decidono di andarsene, poveri cocchi, sarà mica questo che ci spaventa no? Ci stiamo facendo le ossa.
Arriviamo in alto in una casupola in mezzo ad un oliveto di piante millenarie, bellissime. Lì c’è il Centro dei Giovani contro gli insediamenti (Youth Against Settlements), un gruppo di ragazzi coraggiosi che ci raccontano la loro storia, a volte con tristezza, a volte con ironia, ci parlano della loro vita aa Al Khalil – Hebron. Ma prima di metterci a parlare, quando salgo al piano superiore e mi siedo a riposare fuori della porta, mi incontro occhi ad occhi con un soldato piazzato nel giardino di fronte a difesa dei coloni che vi abitano. Ha una tettoietta come riparo e sembra un burattino di pezza. Lo guardo e mi fa pena e pure tanta, chissà lui cosa pensa. Forse si sente un eroe a fare da palo nel giardino dei vicini. Sai che noia guardare negli occhi una vecchierella come me, che potrebbe essere tranquillamente sua nonna? Pevero soldatino di piombo, non ti senti un tantino ridicolo? Non pensi che l’unica arma che potrei usare è quella di buttarti le noccioline come si fa con le scimmiette allo zoo? Se sei tu la forza di Israele, inevitabilmente prima o poi una risata vi sepellirà.
Ma non è così facile, i racconti che seguiranno sono storie di normale follia, di un popolo senza legge che sta in mano ad un manipolo di coloni, ignoranti e razzisti, arrivati da altri paesi, che si fanno padroni anche della vita degli altri. La vedo dura per Israele di diventare un paese democratico e civile. La vedo ancora più dura di diventare un paese che ama se stesso… ma per questo ci vuole un particolare senso della giustizia e di umanità e qui purtroppo non ne è ancora nato il seme.
E il viaggio continua nel Centro di Resistenza Popolare sotto gli occhi di un soldatino intirizzito dal freddo.

La partenza

In Anomalie, Viaggi on 26 dicembre 2012 at 10:19

aereo

Cosa c’era che non andava in quella partenza?
Innanzi tutto non andava che a tutti quelli che lei lo aveva detto gli avessero fatto, più o meno, la stessa sollecitazione: “Mi raccomando… stai attenta…” ma a cosa doveva prestare così tanta attenzione? Un viaggio è un viaggio e il luogo non è neppure tanto lontano… eppure…
L’avevano preavvisata di non farsi intimidire dalle eventuali perquisizioni, anche corporali, dalle domande che tendevano di farti ammettere cose che non intendevi commettere, e poi di non dire i luoghi che intendevi visitare, sostituendoli con quelli che tutti volevano tu pensassi visitare.
Sembra che lì, alcuni luoghi, avessero nomi impronunciabili, e un’esistenza negata… un po’ come dire una parolaccia in chiesa, oppure come pronunciare una formula magica che trasformava la realtà in incubo.
E tutto questo solo per poter andare a visitare dei luoghi che tutti sapevano esistere, ma che si rifiutavano di ammetterlo, solo perchè la loro esistenza avrebbe denunciato anche la loro occupazione abusiva e illegale e soprattutto armata.
Ecco la cosa sconvolgente: fare attenzione a dei ragazzini appena usciti dai licei che venivano armati e messi a controllare le strade, gli aereoporti e i posti di controllo.
Ecco, quello che la preoccupava di più era quella sensazione che si stava impossessando della sua anima: una strana e serpeggiante paura in aggiunta alla sensazione di perdere la propria libertà e dignità. Strano però.
Era infastidita dal fatto che quando sarebbe arrivata lì avrebbe smesso di essere una persona libera di avere una propria idea e di fare una propria scelta e sarebbe stata in balia di un controllo imposto attraverso un esercito di ragazzini spaventati dalla sua valigia riempita da pennarelli e peluche, davvero difficili da spiegare.
Si immaginava il dialogo surreale: “Per chi porta questi giocattoli?” “Per i bambini!” “I nostri bambini non hanno bisogno di questi giocattoli!” “Lo so, ma sono gli altri che invece ne hanno bisogno!”
Ecco gli “altri”, i diversi, i cancellati, quelli che non hanno una terra che porti un nome, quelli che non hanno il diritto di tornare alla loro casa, quelli che hanno i figli che abbisognavano di giocattoli, quelli il cui nome non era possibile pronunciare e che erano il soggetto della guida turistica che avrebbe nascosto in quella spaventosa valigia che forse non sarebbe passata indenne ai controlli.
Era strano anche il fatto che partiva con il numero di telefono dell’Ambasciata in tasca, che avrebbe potuto servire per portarla in salvo, almeno c’era qualcuno che avrebbe potuto garantire per lei… forse…
Ci pensava mestamente quella mattina, qualche ora prima della partenza e si andava convincendo, da sola, raccontandosi che non poteva essere, che tutte le storie che alcuni suoi connazionali le avevano raccontato avrebbero potuto essere delle invenzioni, in fin dei conti lei era una persona seria, ben intenzionata, portava nel cuore un messaggio di pace, e allora perchè avrebbe dovuto avere paura? Perchè mai l’avrebbero potuta fermare, interrogare, intimorire e alla fine rimandare indietro?
Ma il suo disagio persisteva. Era certa che non sarebbe stata capace di sostenere le domande senza alla fine dire la verità e la sua reale destinazione e questo l’avrebbe fregata senza dubbio, perchè non era capace di sottostare a una costrizione, ad una assurda imposizione di facciata che offendeva la sua intelligenza e la sua libertà. Eppure lei ufficialmente stava partendo con una destinazione assolutamente normale, ma quello  che era strano però era la destinazione del suo viaggio: “paese civile e pacifico e soprattutto unica democrazia del Medioriente”.

L’umanità di Napoli

In auguri, Gaza, Giovani, Informazione, personale, politica on 16 ottobre 2012 at 16:43

C’era tutto: il sole, il mare e il cuore dei napoletani!

Napoli è una città bistrattata. Nell’immaginario dell’italiano del nord, questa città è vissuta come caotica, sporca e piena di napoletani. Certo bisognerebbe anche precisare il senso comune di: napoletanità. Una parola sola che racchiude in sé un sacco di aggettivi non del tutto positivi, anzi direi che sono normalmente considerati negativi. Non sto lì a spiegare quanti siano i luoghi comuni che circondano Napoli e i suoi abitanti. Ed invece a me che ci sono stata realmente, ossia che ci sono andata per qualche giorno, senza portarmi appresso i soliti pregiudizi, posso dire che in questo incontro improvvisato, me ne sono innamorata.

Oltre al fatto che Napoli è bella, solare e ci ha pure il mare, questa città è abitata anche dai napoletani che sono una parte importante della sua bellezza e della sua capacità di essere umana.

Ma arriviamo subito al dunque. Venerdi 5 ottobre 2012, dall’azzurro mare che bagna Napoli è arrivato il veliero Estelle, con destinazione Gaza.

La nave Estelle è partita dalla Svezia, il maggio scorso, e di porto in porto ha raggiunto Napoli, come sua ultima tappa, nel viaggio verso Gaza per portare in quell’angolo di mondo dimenticato, la solidarietà di un mondo di umani che vorrebbero mandare un messaggio di pace e di fratellanza.

Probabilmente, merito di un Sindaco, Luigi De Magistris, molto più umano e coraggioso di altri personaggi politici con maggior peso del suo, che ha ricevuto, con allegria e cordialità, l’arrivo del veliero.

Io sono partita da Roma il giorno 6 in un pullman di amici allegri e ciarlieri, tutti diretti a salutare “Estelle” e la sua partenza per Gaza, dopo aver caricato a bordo le reti da pesca, regalo di questa città, ai pescatori gazawi.

Noi si arrivava da Venezia, ma a vincerla tutta è stato un ragazzo palestinese che arrivava da Trieste, non il più a nord, ma almeno quello che veniva più da distante. Ma questo solo nel pullman che veniva da Roma,  perchè invece a Napoli c’era il mondo intero ad aspettarci e a mettersi in marcia, nella manifestazione verso l’Estelle, la cui bandiera svettava mescolata a quelle delle grandi navi da crociera al porto Beverello.

Le polemiche nate, a seguito di questa accoglienza, sono molte e molto spesso corredate da tutti quei pregiudizi che in genere colpiscono anche nel nostro paese: una popolazione invece di un’altra o una condizione sociale invece di un’altra. Il povero Sindaco in mezzo, ma anche tutti quelli che hanno, in queste due giornate, organizzato una specie di festa, con tanti saluti, abbracci e lacrime di vera commozione.

Indicare i 17 pacifisti a bordo di un vecchio veliero carico di reti da pesca, di palloni da calcio e buone intenzioni, come degli antisemiti (ma anche i palestinesi sono semiti e pertanto il discorso non vale) oppure come quelli che danno appoggio ai terroristi, visto che il terrore sembra, per loro, venire solo da quella striscia di terra tanto martoriata e non dal paese con l’esercito più etico del mondo che occupa illegalmente il territorio di altri.

Se Israele è un paese così umano, perchè per la prigionia di un suo soldato e dei razzi fatti col meccano, ha provocato un Piombo Fuso con 1500 morti palestinesi e 5000 feriti e continua a bombardare Gaza, ottenendo per giunta la copertura di nazioni potenti come l’America e l’Europa (con la presunzione di meritare il Nobel per la Pace)? E perchè per la libertà di quel soldato, Israele ha rilasciato 1500 prigionieri palestinesi sfiniti dallo sciopero della fame e dalla burtalità della detenzione? E’ come dire che un solo israeliano vale 3000 palestinesi (più  tutti le perdite chiamate volgarmente “effetti collaterali”).

Ma la polemica è arida e poco produttiva. Con le parole non risorgono i morti e non si risolvono i problemi e  le ingiustizie e pertanto bando ai discorsi e lunga vita ai pacifisti che veleggiano verso Gaza con il veliero da favola dal nome “Estelle”. Se riusciranno a passare vuol dire che anche in quel luogo sta aprendosi la strada una qualche forma di umanità che, a dirla tutta, malattia non è e seppur si trattasse di un virus vorrei che tutto il mondo ne restasse contagiato.

Restiamo umani, che è l’unico aggettivo di cui possiamo andare fieri.

Libertà di pensiero ovvero un mondo senza limiti

In Anomalie, Gaza, Guerra, Informazione, musica, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Religione, Viaggi on 20 aprile 2012 at 9:27

Ci stavo pensando, in questi giorni, a seguito dell’importante iniziativa denominata “Benvenuti in Palestina”, che ha portato più di 1500 attivisti,  da tutto il mondo, a prendere un biglietto aereo per l’aereoporto di Tel Aviv, l’unico aereoporto concesso da Israele, per raggiungere anche i territori palestinesi.
Sulla prevedibilità di come è andata a finire, si potrebbero scrivere trattati. In pratica Israele ha inviato agli aereoporti di partenza, in territori che non sono di diritto proprietà israeliana, a compagnie aeree di bandiera di altri paesi, una lunga black list, che ha obbligato (?) i funzionari aereoportuali a non far salire gli attivisti segnalati, o a cancellare, di fatto, il volo del 15 aprile verso Tel Aviv.
Le considerazioni sono molteplici, a partire da quale diritto e potere abbia uno stato straniero, ad imporre ad altri stati di diritto, di vietare la partenza su un volo di linea, verso un qualsiasi paese (democratico?) che abbia un aereoporto e che sia l’unica possibilità per raggiungere quel paese.
Le considerazioni vanno oltre e sono realmente preoccupanti. Per quale diritto internazionale un paese, tipo Israele, fa un’azione di spionaggio all’interno di un territorio straniero e predispone delle liste di “indesiderati” che vengono sostanzialmente fatte rispettare dalle forze dell’ordine dei paesi di partenza, su cittadini che non sono israeliani?
Ammettiamo che non si sappia che il Mossad la sa più lunga di qualsiasi altra intelligence al mondo e che nessun stato di diritto lo possa fermare, il controllo sugli stranieri “indesiderati” lo avrebbero dovuto fare a casa loro, ossia in Israele, avrebbero potuto non far entrare nel loro paese questi personaggi dubbi e conturbanti: è veramente terroristico chiedere di andare a visitare i territori palestinesi, si potrebbe pensare che la Palestina esista, cosa che Israele nega, sotto gli occhi distratti (?) del mondo intero. La questione è può Israele limitare la mia libertà di cittadina italiana, ossia di un paese sedicente democratico? Avrò ben diritto di decidere di andare in qualsiasi posto io voglia, senza armi o strumenti di offesa, pagando il mio biglietto e mostrando il mio passaporto? Chi dà diritto ad un altro stato, che non mi conosce, di dire che le mie idee non sono gradite e mi faccia trattare, dalle forze dell’ordine del mio paese, come fossi una terrorista? Per quale ragione io dovrei essere considerata indesiderata se chiedo di andare in un posto che mi interessa, passando per l’unico aereoporto funzionante in quel territorio? Quale paranoica esistenza la popolazione di quello stato vive, per vietare una banalità e un diritto simile? Perchè il mondo intero consente una simile ingiustizia senza nessuna critica e ritorsione? Io credo che queste domande siano lecite.
Io penso che a questo punto, ogni stato che abbia una dignità e ogni compagnia aerea di bandiera che non sia solo un servizio aereo da stato delle banane, avrebbe rifiutato e denunciato un simile dictat. Seriamente avrebbe dovuto avvisare Israele che i voli di linea verso Tel Aviv sarebbero stati sospesi fino a che non venivano garantiti i diritti di libera circolazione per i propri viaggiatori. I governi (se non fossero stati marionette in altre mani) avrebbero dovuto far rispettare nel proprio territorio e anche nel territorio di sbarco, i diritti dei propri cittadini.
Questo non è avvenuto e questo non avviene mai. Questo è un vergognoso attentato alla libertà e ai diritti di chi viaggia. Ma cos’è che frena e non fa gridare allo scandalo? Perchè nei confronti di alcune negazioni dei diritti universali e della libertà, non c’è una levata di scudi generale?
Possibile che il tabù che consente a Israele di muoversi nell’illegalità sia a tal punto forte?
A mio avviso la libertà di movimento, fa parte integrante della libertà fisica e di pensiero, senza queste forme di libertà un uomo, una società, uno stato non possono dirsi liberi. E allora come la mettiamo con i muri e i ghetti o con gli sbarramenti di filo spinato e i carceri a cielo aperto? Se per muovermi io sono costretto ad avere un lasciapassare e a superare dopo lunghe ore di coda un ceck point, come posso pensare di essere libero e di vivere in un mondo libero e senza confini?
A essere chiusi dietro un muro che mi preclude la vista e la possibilità di uscire, e che mi nega per di più l’opportunità di essere visitato, di incontrare liberamente altra gente, quale potrebbe essere la mia reazione? Se fossi prigioniera dentro ad un territorio senza speranza e senza sogni, dove non esistono diritti e ragioni e dove mi viene negato il futuro, cosa diventerei? Essere cittadina del mondo perchè vivo in un mondo senza limiti, mi consente una capacità di pensiero a cui non posso rinunciare. I limiti di un mondo ingiustamente chiuso e senza scambi può portare a estremizzazione, ad azioni che possono condurre anche a poca o nessuna considerazione della vita. Tanto una vita così limitata che valore e senso ha?
L’altro giorno parlando con una giovane ragazza che era da poco tornata dalla Palestina, mi sono sentita dire che lo stress che aveva vissuto durante i pochi giorni di viaggio, nel momento che era rientrata in Italia, si era palesato tutto, e che non avrebbe mai creduto di poter, anche se solo per un breve periodo essere soggetta a tanta pressione. Per il solo desiderio di visitare la “terra santa” aveva vissuto nella paura e nella tensione di essere sorpresa a fare qualcosa di “sbagliato” che avrebbe potuto metterla nei guai nei confronti di un esercito dal potere assoluto. Tornata in Italia aveva davvero capito cosa significasse la libertà di movimento e l’enorme bellezza di potersi sognare e costruire un futuro.
Credo di capirla, come credo di capire chi questa libertà non ce l’ha e non gli viene concessa. Penso ovviamente a quello che succede in quel territorio, a tutte le limitazioni e le paure che l’occupazione provoca da decenni, alla cecità del mondo nei confronti di tanta barbarie, che solo raramente, come nel caso di domenica, ci appare in tutta la sua assurdità o meglio ancora insensatezza. Penso anche alle parole sagge del grande Nelson Mandela. “Nessun popolo potrà dirsi veramente libero, finchè la Palestina non sarà libera”. E lui di schiavitù e libertà se ne intendeva proprio, nessuno lo può negare.

Good Vibrations on Freedom Waves

In Gaza, musica, Nuove e vecchie Resistenze on 3 novembre 2011 at 16:14

E’ autunno e cadono le foglie. Il sole non gioca più tra i suoi capelli, anzi il sole si veste di grigio e l’aria è frizzantina. Insomma dobbiamo transitare per il solito periodo plumbeo che comunque a qualcuno piace. A me non più di tanto, in genere mi armo di pazienza e aspetto testarda la stagione primaverile, allora sì che sento nell’aria l’odore dell’acqua di mare. Non vedo l’ora di annusare quell’odore strano di melone maturo che prende l’acqua intiepidita dal sole.
Ma oggi è autunno e non c’è niente da stare allegri… o forse no! una ragione c’è. Da ieri sera l’estate ha rifatto un ruggito e le onde libere hanno ripreso a montare. Mi si è riaperto il cuore. Le onde si sono fatte forti e tenaci e corrono veloci verso Gaza. La Freedom Flotilla 2 Stay Human non si è arenata in Grecia come tutti pensavano fosse accaduto. La Tahrir canadese e la Saoirse irlandese sono in acque internazionali dirette a Gaza. La loro azione è quella di superare il blocco unilaterale e illegale, anche per via mare, della Striscia da parte dell’esercito israeliano. Non portano armi, ma solo le ragioni di chi è vessato ingiustamente.
Insomma nell’aria frizzantina oggi c’è il profumo del mare e le buone vibrazioni del coraggio dei giusti.
Non li perdiamo d’occhio un secondo, in modo che, se Israele deciderà di fermarle non avrà scusa alcuna e spero che il mondo dell’informazione si sveglierà una buona volta.
Mica sempre il lavoro sporco si può far fare agli altri, qualche volta bisogna metterci la faccia e se quella che metti finisce in pasto all’opinione pubblica allora non ti basterà la tua propaganda pagata dall’alta finanza mondiale, allora non potrai più mettere il silenziatore, dovrai farci i conti e i nodi prima o poi arriveranno al pettine.
Buon viaggio Flotilla e buon vento in poppa 😀

N. B. In caso le comunicazioni venissero interrotte, il che significa di solito che l’abbordaggio è imminente, visitate il sito tahrir.ca per le ultime notizie.

Documenti resistenti – I Refuseniks

In Nuove e vecchie Resistenze on 9 settembre 2011 at 9:58

Ho trovato in un sito una parte di storia di Israele che mi mancava totalmente: sempre della serie “gli israeliani contro l’occupazione”. In questo sito troviamo la storia dei Refuseniks che sono primariamente degli obiettori di coscienza, ma che si spingono fino ad essere degli oppositori alla politica espansionistica di Israele. Qui di seguito riporto la lettera inviata da un gruppo di studenti di una scuola media superiore israeliana nell’anno 2001, firmata da 62 ragazzi. Nel 2002 ne venne spedita un’altra con 300 firme. Ricordo che il servizio di leva obbligatorio per i maschi è di 3 anni e per le femmine di 2. L’esercito israeliano (IDF Israeli Defense Force) che viene chiamato anche IOF ossia Israeli Occupation Force, manda i ragazzi di leva a combattere nei “Territori” con le conseguenze del caso. Chi si rifiuta di prestare servizio sopporta la corte marziale e molto spesso viene severamente punito. Quasi sempre viene obbligato a passare in carcere più tempo del servizio militare stesso e viene richiamato annualmente per un mese in quanto inserito nella riserva. La cosa che mi ha davvero sconvolto è che ogni ragazzo o ragazza di leva non deve mai separarsi dal suo fucile, nemmeno in licenza… questa sì che è una vera educazione alla guerra 😦

La lettera degli studenti delle classi superiori (Shministim)

Al Primo Ministro Ariel Sharon,
Noi sottoscritti, giovani cresciuti ed allevati in Israele, siamo sul punto di essere chiamati per prestare servizio nello Tzahal. Protestiamo davanti a Lei contro la politica aggressiva e razzista condotta dal governo israeliano e dal suo esercito, e La informiamo che non intendiamo prendere parte alla realizzazione pratica di questa politica.
Ci opponiamo energicamente alla violazione dei diritti umani messa in atto dal governo israeliano. Espropriazioni di terre, arresti, esecuzioni sommarie, demolizioni di case, isolamento, tortura e rifiuto di prestare soccorsi sanitari, sono solo alcuni dei crimini che lo stato di Israele sta compiendo, in flagrante violazione delle convenzioni internazionali da esso stesso ratificate.
Queste azioni non sono solamente illegittime: non ottengono il loro scopo dichiarato, cioè, promuovere la sicurezza personale dei cittadini. Questa sicurezza sarà ottenuta solo attraverso un giusto accordo di pace tra il governo israeliano e il popolo palestinese.
Di conseguenza obbediremo alle nostre coscienze e rifiuteremo di prendere parte agli atti di oppressione contro il popolo palestinese, atti che dovrebbero essere chiamati per l’esattezza azioni terroristiche. Ci appelliamo alle persone della nostra età, ai ragazzi chiamati alla leva, ai soldati attualmente nell’esercito e ai riservisti affinché facciano lo stesso.

Per conoscenza
al Ministro della Difesa, Binyamin Ben-Eliezer
al Capo di stato maggiore dello Tzahal, Shaul Mofaz

19 Agosto 2001
(seguono 62 firme)

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