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Sull’andare e il tornare. Tra casa e Palestina (di Franca Bastianello)

In Anomalie, Viaggi on 10 gennaio 2015 at 5:16

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Prima di partire pensavo che era giunto il momento di andare ancora in Palestina. Oggi che sono tornata a casa, da alcuni giorni, mi rendo conto che, forse, un po’ di casa l’ho lasciata pure lì. Solo in questo modo posso giustificare la sensazione di non sentirmi tornata a casa mai completamente. Ma andiamo per grandi.
La decisione era venuta improvvisa: volevo andare ad incontrare tutti i miei molti amici che vivono lì. Sono partita armata di mille intenzioni, poi non se n’è fatto niente, come sempre questo viaggio mi riduce come un gatto finito tra le ruote di un tir: voglia di ritirarmi in un angolo e di leccarmi le ferite, da sola.
I miei diari di viaggio non sono mai dei vademecum da utilizzare per percorrere le stesse strade, sono solo la cesta dove butto alla rinfusa le mie mille travolgenti emozioni. Non mescolare e non sorteggiarne nessuna, questo è l’avviso.
Ritrovo con gioia la luce di Gerusalemme, le sue antiche mura e l’animato suq. Si entra nella coesistenza dalla porta di Damasco, turisti inglesi, arabi, ebrei ortodossi, turisti fai da te e gruppi con guida per la voglia di perdersi dentro ai mille negozietti di dolci, frutta, sciarpe, spezie e abiti delle bancherelle globali di ogni parte del mondo. E’ un errore che si paga presto, lungo la via Dolorosa con le stazioni della passione di Gesù appuntate sui muri, si trovano soldati armati di tutto punto a controllare la vita di tutti i giorni. C’erano anche allora i soldati di occupazione venuti da Roma, ci sono pure oggi, venuti da molto vicino, non è cambiato molto a dire il vero, forse solo l’incapacità di accettare questa barbarie antica.
Siamo nella zona araba eppure le bandiere puntualizzano una nuova arrogante conquista. “Noi siamo qui”, gridano dagli ultimi piani delle case, “noi siamo i padroni” nascondono sotto l’apparenza del “diritto” la loro voglia di conquista e Gerusalemme piange il suo orgoglio calpestato.
Faccio il solito percorso, ma stavolta nel quartiere ebraico incontro un ortodosso giovane disposto a venderci una preghiera, i suoi abiti neri sono dignitosi ma stracciati in alcuni punti. Anche gli ebrei dei quartieri alti di Gerusalemme posso essere poveri e chiedere la carità? Mi sembra un controsenso.
Passo dalle antiche pietre del quartiere arabo a quelle delle nuove fortezze paranoiche del quartiere israeliano. Chi costruisce in questo modo ha davvero bisogno di “aiuto”. Impossibile non notare la tendenza ad un’architettura tombale e il rifiuto delle aperture alla luce ed al sole. Finestre strette e incastrate nei muri, grate a far da sentinella. Case che si nutrono della loro stessa paura. Il giardinetto di un piccolo parco con dei bambini a giocare, richiusi da alte “fences”. Mi domando quale sia il danno psicologico che stanno provocando questi assurdi tentativi di difesa. Figli della paura, rinchiusi in ghetti protetti che provocano ansia e moltiplicano le paure. Di fronte il muro dove stava la scritta: “Morte agli arabi”. Questa è la loro scuola di vita.
Eppure Gerusalemme ti resta nel cuore, con i suoi scorci di luce improvvisa e coi bambini palestinesi che giocano saltando sui tetti, lasciando sullo sfondo campanili, cupole e minareti. I tetti della coesistenza che non c’è più.
Passiamo davanti ad un negozio di dolcetti: possiamo prenderne solo uno a testa, è tondo, dolcissimo ed è il viatico del nostro ritorno.
Mi accorgo che il mio viaggio ha, comunque è sempre, la mancanza di una continuità temporale, un certo caos interiore che mi consente di ricordare una realtà fatta di flash luminosi e ombre. Un’altra ragione per cui la mia non è la cronistoria di un percorso, ma solo il risultato delle sue emozioni. Sono in Palestina, ma tutto mi dice che non è così scontato. Ogni anno mi accorgo che il limite è stato spostato e sono io a dover rivedere i miei spazi mentali, le mie certezze, le mie convinzioni. La Palestina piano piano sta sparendo e questo mi provoca una stretta in un luogo che sta tra lo stomaco e il cuore e il respiro accelera. Accidenti non è che l’inizio e già mi sento male.

E ho visto anche giovani felici, ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra

In Amici, amore, Giovani, Guerra, musica, personale, poesia, politica on 20 luglio 2013 at 10:28

Vorrei capire come si fa ad andare ad un concerto e finire a piangere come una scema per metà esibizione.
Vorrei capire cosa c’era in quelle parole che mi hanno colpito al cuore e affondato l’anima.
Vorrei sapere se quando non ci saremo più, noi di quella generazione, ci sarà ancora qualcuno che comprenderà la nostra poesia.
Vorrei comprendere se tutto è stato inutile oppure quella lotta un senso ce l’ha avuto.
Vorrei sapere se ci saranno ancora giovani felici, ubricarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Vorrei sapere se vedremo ancora, in una grande piazza, giovani corrersi dietro, fare l’amore e rotolarsi per terra.
E’ vero che siamo solo noi, gli ultimi giovani zingari, che non vogliono pagare la colpa di non avere colpe.
E che preferiamo morire piuttosto che abbassare la faccia di fronte al potere.
E’ vero che abbiamo fatto della politica il nostro personale e del personale la nostra politica confondendo i due fattori come fossero la stessa cosa.
E’ vero che siamo stati i soli, a cercare l’amore, nelle braccia sbagliate e non abbiamo mai avuto la possibilità di salvarci.
E’ vero che non vogliamo cambiare il nostro inverno in estate, che non sapevamo come fare e che non ne abbiamo mai avuto il coraggio.
E’ vero che i poeti ci fanno paura perché i poeti accarezzano troppo le gobbe, amano l’odore delle armi e odiano la fine della giornata.
E noi siamo nati poeti, ma abbiamo gridato troppo forte per essere ascoltati.
Perché i poeti aprono sempre la loro finestra anche se tutti dicono che è una finestra sbagliata.
E’ vero che noi non ci capiamo, che preferiamo stare da soli che parlare in due la stessa lingua.
E abbiamo paura del buio e anche della luce, spaventati guerrieri di una sogno senza pace.
E che abbiamo tanto, troppo da fare e che il tempo non ci basta e non facciamo mai niente.
E’ vero che la nostra aria diventa sempre più sbarazzina e ridicola e ci fa correre dietro, lungo le strade senza uscita.
Eppure io ho visto anche giovani felici, ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Eppure io ho visto anche giovani felici, in una piazza grande, a rincorrersi, fare l’amore e a rotolarsi per terra.

(Mi scuso con Claudio Lolli per aver saccheggiato, mutilato, cambiato il suo meraviglioso testo e per aver provato tanta emozione dalle sue parole.
Mi scuso, ma so che un poeta viene sempre saccheggiato, derubato e invaso. So che noi abbiamo paura dei poeti perchè ci fanno capire le cose da dentro all’anima e nel cuore e non solo nella testa.
Perchè i poeti sanno sempre dire tutto quello che noi non sapremmo dire mai).

Il canone inverso

In Amici, amore, musica on 14 maggio 2012 at 0:32

Qualche volta succede che quello che fai e quello che dici, venga stravolto e travisato. Non succede spesso, ma quando succede è un brutto colpo, perché, comunque, ti accorgi che non te l’aspettavi e in più, ti chiedi come sia possibile che una cosa che per te ha un senso preciso e chiaro, per altri ha il senso inverso.
Se poi questo travisamento viene da persone che tu conosci bene e in cui tu credi e hai fiducia, alla fine non sai più se è semplicemente il dolore di un sentimento  mancato o se bruci di più la ferita del tradimento umano.
Di mio c’è che sono sempre molto sincera e diretta, ma questo ha un limite, non ferisco mai volutamente la persona a cui mi rivolgo. Ci metto quasi sempre una buona dose di diplomazia e di buon senso. A meno che non ci sia malafede, non mi scaglio quasi mai in un inconsulto attacco frontale e preferisco la discussione infinita ai colpi bassi.
E come reagisco di fronte a chi non bada a spese e da un’amicizia appassionata passa ad una critica acerrima?
Io questo lo vivo come una profonda delusione affettiva, che è la ferita più grave che quella persona mi fa. Resto basita perché non capisco quali siano i meccanismi che portino una persona, che lavora al mio finaco o condivide con me pensieri e progetti, a considerarmi improvvisamente un ostacolo o una essere umano che le suggerisce sospetto.
Perché in realtà a me personalmente non succede mai. Perché se mi fido di una persona difficilmente cambio la mia opinione. Perchè non sono diffidente. Perché credo nelle persone e nell’onestà delle loro azioni e delle loro idee. Perchè io sono così. La mia sinfonia, se posso usare una metafora, va solo in un senso e non si arrotola su se stessa e non torna indietro.
Credo nelle buone intenzioni degli esseri umani, anche se feriscono e mordono senza davvero nessuna ragione e soprattutto per motivi che travalicano i fatti contingenti.
Se io credo profondamente nelle persone, allo stesso tempo, di fronte a certe reazioni di critica e scontro rabbioso, mi trovo a prendere per un momento le distanze dalla situazione, e a guardare con un minimo di razionalità quelle che potrebbero essere le ragioni più profonde di tanto accanimento e nuovo risentimento. A volte leggo dietro ad azioni e parole, quello che non vorrei leggere mai. Anime ferite e profonde insoddisfazioni, di cui non si è mai noi la causa diretta. Una situazione triste che dovrebbe metterti in allerta e far sì che queste cose non abbiano da ferirti mai.
Nel canone inverso la musica si svolge e si riavvolge senza cambiare la sostanza della melodia, ma nei sentimenti non è mai così, il riavvolgimento di un sentimento d’amore può diventare odio o qualche volta rabbia o indifferenza e lascia dietro sé le scorie di emozioni e sentimenti che non potranno più ritornare gli stessi. E fa male, e quanto fa male 😦

Sono anime senza pelle, i blogger

In Amici, Giovani on 27 gennaio 2010 at 18:46

Strana cosa quando ci sono giorni che leggendo post su altri blog ti accorgi di non saper dire bene le cose che vorresti dire. Oggi Mario ha scritto un post  che parlava del mondo dei blog e da questo, dopo la segnalazione di Ifigenia, mi sono trovata a leggere di splendidiquarantenni il post  “Anime blogge”. Comincia con “Sono anime senza pelle, i blogger…” e insiste con “Sono tutti delusi, i blogger…” e ancora “Sono sognatori, i blogger…” “Sono compulsivi e monotematici…” “Sono poeti e poetici…”. Nello sviluppo del post si percepisce questa potente passione di svelare le loro anime sperse e descrivere la loro parvenza priva di sostanza, che pur nell’aere si trasforma in anima blogge che di sostanza ne ha molta ma molta di più.
Durante il tempo che io ho tenuto malamente due blog, uno gestito a più mani con presunti intenti “didattici”, Lettere al Futuro, e questo mio povero blogghino, ho avuto modo di “conoscere” molte anime affini, che ho scelto nella solitudine delle mie serate stanche, quando anche la tivu diventava un impegno troppo  difficile da sopportare, quando anche la parola detta era un peso troppo gravoso per le mie povere forze.  E’ vero, ho composto un blogroll nel mio sito, dove con un semplice click attingevo linfa vitale per la mia anima e passo dopo passo arrivavo molto lontano, in altri mondi blogge  che spesso hanno parlato al mio cuore.
Oggi so che questo mondo cela ma non nasconde completamente persone il cui aspetto poco importa perché fanno parte degli essere composti di quella sostanza di cui sono fatti i sogni e se per caso succede che li incontrate allora vi accorgete che non li guardate più come esseri in qualche modo umani “Perché conosci di loro già l’anima e non ti curi del loro aspetto. Perché gli sei già amico, pur non avendoli mai visti. E spesso non dici ciao, o piacere. Dici: finalmente!”

Uno speciale atto d’amore

In amore, Donne, Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù, uomini on 5 gennaio 2010 at 10:45

Iniziare un nuovo anno è sempre un’impresa complicata. In genere lei si accontentava di fare dei piccoli progetti. Aveva capito, nel tempo, che quelli grandi la scoraggiavano ancora prima di cominciare. Potenzialmente è bello iniziare con grandi progetti, magari scaraventando dalla finestra il gravame accumulato durante l’anno appena trascorso. Dell’anno passato aveva un’idea un po’ confusa, no, anzi, più che altro parziale. Era successo qualcosa durante quell’anno che l’aveva totalmente destabilizzata e questo interveniva così potentemente nella sua vita che ogni altro fatto, ogni altra avventura, fortunata o sfortunata, accadutagli, aveva perso di spessore. Il fatto era una cosa incredibile e strana. A pensarci sembrava quasi una storia inventata da uno scrittore di fantasy nel pieno della sua immaginazione. Poi, lei a queste cose non aveva mai creduto. Tutti sanno che la vita riserva sempre sorprese e che a volte accadono fatti che ti lasciano senza fiato. Lei lo sapeva bene, meglio di tutti gli altri. Spesso la sua vita era cambiata, spesso era ricominciata da uno zero assoluto. Non proprio uno zero che però avesse contemporaneamente provveduto ad azzerarle anche la memoria. In sostanza aveva ricominciato a ricostruirsi una vita, senza poter contare sul passato. Invece, questa volta, il passato le era caduto addosso con l’impatto di una meteorite. Mica una robetta piccola, no, una meteora di quelle che cambiano la storia del mondo. Beh, insomma non di tutto il mondo creato, ma almeno del suo mondo, quello sì.
Era stato un giorno di marzo dell’anno trascorso. Uno dei giorni più difficili del suo tempo. L’anniversario di un lutto che aveva cambiato la sua storia, un anniversario che cadeva in un momento in cui, ancora una volta, la sua vita era stata ribaltata sottosopra. Aveva solo visto un nome in un social network che frequentava a tempo perso. Quel giorno il tempo era più perso degli altri. Aveva incontrato proprio quel nome. Aveva provato una stretta al cuore, una specie di timore e ritrosia vagamente bordati di una sorta di sorda gioia, ma talmente nascosta da sembrare quasi sgomento. Quel nome per lei aveva un significato che nemmeno a lei era mai stato completamente chiaro.
A ragionarci su la cosa era semplice. Non servivano tutti quei timori. Era solo il nome di un ragazzo che aveva conosciuto nella sua gioventù. Ormai una gioventù che era da tempo perduta. Aveva fatto un calcolo, all’incirca si trattava del mitico ‘68. Aveva avuto con lui una storia finita in un modo che lei preferiva non ricordare. Lei ci aveva messo molto di suo e si era sempre sentita a disagio in seguito, quando si erano incontrati. Insomma vedere un nome e innescare tutto quel carico di ricordi a lei sembrava davvero esagerato. “Ma dai! Chi dice che è lui? E poi anche se fosse lui di certo non si ricorderà di me.” Si era detta con un po’ di apprensione nel cuore, ma anche certa che non poteva essere così. Sarebbe bastato chiedere l’età, bastava sapere se avesse un fratello di nome Enrico… Anche di lui si ricordava con precisione, era solo leggermente più giovane, ma per tutti era il “piccolo”. Lei rammentava di avergli voluto bene. Poi si erano persi tutti, o almeno quasi tutti. Non si trattava solo dei due fratelli, ma anche di tutti gli amici di allora. I sessantottini. Loro, assieme a tutti gli ideali che li avevano nutriti allora. Lei sapeva di essere stata la più colpevole. Lei era certa di aver avuto, proprio sullo scompaginare il gruppo, la responsabilità maggiore. E poi lui. No, non poi, diciamo prima di tutto lui…
Mandare quella semplice richiesta era stato facile e difficilissimo allo stesso tempo. Si era chiesta se fosse il caso e si era risposta che proprio non lo era, eppure non aveva resistito e gli aveva chiesto l’amicizia accompagnandola con un breve messaggio di chiarimento. Quella sera aveva continuato a raccogliere scorie della sua memoria. Sapeva di aver parlato di lui solo pochi giorni prima con un caro amico, sapeva di averlo messo tra i suoi pochi ricordi di massima felicità. Un puro caso, davvero. Quel ricordo era così chiaro e nitido nella sua memoria da farle paura. Tutto il resto era sepolto sotto una coltre limacciosa. Non che fosse stato necessario dimenticare, ma sicuramente era stato utile. Una vita a volte si sviluppa meglio senza il peso delle altre vite passate. E lei di vite ne aveva avute parecchie, forse troppe.
Non aveva voluto pensare all’eventuale risposta. Si diceva che non era poi così importante. Le ultime notizie che ne aveva avuto risalivano ormai a tanto tempo prima, ma la vita sembrava essergli stata almeno un po’ più leggera della sua. Una vita normale, concreta e serena per un ragazzo che… A pensarci bene si ricordava che tutta quella normalità e serenità intorno a lui le facevano uno strano effetto. Non che non gli aspettassero di diritto, solo che apparivano incongruenti. Gli si addicevano di più le cose eccezionali. Ma, ormai, era arrivata a pensare che anche la normalità era un gesto straordinario ed eccezionale. Difatti la normalità e la straordinarietà non erano cose per lei. Lei aveva sempre vissuto sopra le righe, qualche volta anche sotto, ma tra le righe mai, quelle non sapeva cosa fossero.
La risposta non tardò. Come già aveva intuito era quel ragazzo. Quello dagli occhi verdi. Il suo ragazzo del ‘68. Non avrebbe potuto essere qualcun’altro, il destino se gioca, sa giocare bene le sue carte.
La risposta aveva messo un carico da 90 alla sua memoria. Lui non aveva dimenticato. Aveva cercato di nascondere quei ricordi sotto il peso di altri, più sostanziali, anzi li aveva barattati con una vita piena di responsabilità e di piccoli grandi atti d’amore, coraggio e di ribellione che avevano minato, alla fine, la sua serenità.
A quel punto tutto era così strano e così precipitoso lo scrivere che a ragion di logica si sarebbe dovuta ritirare. Se lo proponeva, per infinite e valide ragioni. Non era più il tempo di rischiare, era troppo stanca, troppo dolente. Eppure le sue mani correvano alla tastiera e compilavano una risposta altrettanto diretta, anche se apparentemente più cauta. Non poteva succedere ancora, non poteva accadere un’altra volta che fra di loro le parole fossero così facili, immediate, e i significati così comprensibili a tutti e due. Erano passati più di 40 anni. Ora erano vecchi. I loro occhi certo non conservavano più l’antica luce. Almeno questo era quello che lei pensava. Almeno questo era quello che comunemente accade fra la gente comune. Alla fine si era arresa.
In quell’ultimo anno aveva capito che niente per loro due era mai stato comune. Aveva imparato che si tende a dimenticare solo quello che fa male. Gli atti d’amore non si scordano mai. Ecco perché all’inizio del nuovo anno lei si trovava a fare piccoli progetti per il futuro. Cose quasi di tutti i giorni, ma che serbavano una luce nuova, un nuovo sapore. Il suo progetto per il futuro l’aveva già fatto, le era cresciuto nel cuore, aveva occupato tutta la sua vita, le aveva ridato calore allo sguardo e movimento alle mani. Quel progetto aveva rimesso in moto il mondo intero ed il suo mondo, anzi il loro mondo. Aveva riportato alla luce i legami che era stati sciolti allora e che si erano riannodati. Aveva portato alle loro bocche nuove e antiche parole. Aveva ridato luce a quel tempo dove la luce era ritornata ad essere un sogno. Quel progetto per la verità era un antico progetto, era qualcosa di semplice e normale e senza timore poteva dire che si trattava di uno speciale atto d’amore.

Femminilità

In amore, Donne, Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 9 novembre 2009 at 15:45

fiore

Guarda se tutta la vita doveva faticare a far affermare il suo essere donna. Non era nata bella, ma questo a volte era stata una qualità che le aveva permesso di stare in mezzo alle altre e spesso di essere apprezzata per quello che era. Una donna pratica e “bastantemente” intelligente. Certamente non era ricercata come Rossana, la sua amica. A lei le cose arrivavano senza che le volesse. Anche i ragazzi. Non solo i migliori, ma anche quelli che non se li sarebbe filati nemmeno lei. Ma come si faceva a spiegare. Loro due se ne andavano quasi sempre assieme. Rossana la veniva a prendere al lavoro e poi gironzolavano in centro, dove incontravano sempre degli amici. Stavano sempre assieme, loro due, mica perché non ci fosse nessuno ad aspettarle. Eh no, loro avevano un bel giro di amici pronti ad accompagnarle ogni dove. Era una bella sensazione, anche se alla fine lei era la prima ad essere riaccompagnata a casa. Veramente lei era quella che abitava vicino alla piazza, in centro. Tutto iniziava lì e tutto finiva lì, almeno per lei. Rossana no, lei si portava via tutti i ragazzi che erano pronti ad accompagnarla a casa, anche se avesse abitato in capo al mondo. Perché nessuno si rendeva conto che anche a lei sarebbe piaciuto finire le serate un poco più tardi? Perché gli altri la vedevano solo come una buona amica? A volte si chiedeva se fosse un problema di femminilità. Non amava parlarne con l’amica. Ma che ne poteva capire lei della necessità di sentirsi donna? Tutti la guardavano e finivano fulminati. Eppure sfoderava quell’aria un po’ seccata. Aveva quell’aria da donna superiore che a pensarci bene faceva un po’ di rabbia. Ma che cosa aveva di così diverso Rossana. In fin dei conti anche lei si considerava piacente, anche lei dispensava sorrisi. Molto spesso si mostrava interessata alle storie degli altri. A tutti piace sentirsi ascoltati, anche a lei… ma perché nessuno si prendeva la briga di chiedere come la pensasse e come avrebbe preferito che il mondo girasse? Quella sera poi che avevano conosciuto Michele, Rossana sembrava non essersi accorta di lui. Meglio così, aveva pensato. Michele era diverso dagli altri ragazzi e non si sarebbe fatto conquistare dalle solite cose che vedevano gli altri. Con lui avrebbe parlato per ore, avendone la possibilità, avrebbe detto di sé ogni pensiero. Si sarebbe abbandonata con trasporto alla sua voce profonda e al suo sorriso scanzonato. Lui avrebbe capito le sue qualità e avrebbe saputo valorizzare la sua femminilità. Bastava poco, molto poco. Ma i giorni passavano e lui, che si faceva trovare ogni sera, le dedicava solo una distratta amichevole attenzione. Parlava con l’entusiasmo di un uomo dai grandi sogni. Gli stessi sogni allora erano diventati anche i suoi. Ai sognatori e ai poeti era concesso tutto, così anche lei scriveva poesie. Ogni sera lei gli sfiorava il braccio con il suo seno, con una piccola malizia che lui non avrebbe potuto non vedere. Lei si sentiva pronta. Lei avrebbe avuto finalmente la sua occasione. Avrebbe avuto finalmente la possibilità di superare la sua timidezza. Avrebbe saputo anche mostrare il suo coraggio con lui. Sarebbe diventato il suo ragazzo. Finalmente qualcuno si sarebbe fermato con lei nell’androne semibuio di casa sua. L’avrebbe abbracciata e baciata a lungo. Sarebbe stato di grande soddisfazione salutare Rossana. Lui non l’avrebbe accompagnata con gli altri. Sarebbe rimasto con lei.
Quella sera lei aveva forzato la mano. Era da un po’ che rigirava quella frase nella testa, ma non sapeva con che tono dirla. Non era sicura se per caso avesse aspettato troppo, oppure se il momento non fosse ancora quello giusto. Se ne uscì misurando le parole, tentando almeno di non farle pesare troppo. E così fece il verso al titolo di un libro che aveva appena letto e che era il massimo della sua dimostrazione di anticonformismo: “Ma tu che mi diresti se io ti confessassi che sono innamorata di Rossana?” Michele ci pensò su un poco e rispose sorridendo “Mi dispiacerebbe per te, però come potrei non  capirti? Anche io sono innamorato di Rossana.” Le si erano spente le parole in bocca. Ora non aveva più bisogno di fargli sapere il suo amore. Ma era tutta colpa della sua femminilità che la rendeva diversa e complicata. Nemmeno Michele avrebbe saputo capirla e si meritava una donna come la sua amica. Si prendesse pure Rossana e alla fine se ne sarebbe accorto dell’errore che faceva.

Sono nata il 21 a primavera…

In musica, poesia on 2 novembre 2009 at 14:07

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta…

Cara Alda saluto il tuo passo lieve che ha incrociato la mia strada con la dolce canzone che ti fu dedicata da Roberto Vecchioni. “Canzone per Alda Merini” . 

I migliori anni della sua vita…

In amore, Gruppo di scrittura on 26 ottobre 2009 at 18:04

Odiava da sempre i bilanci. Quelli che si fanno nella propria vita, ma anche quelli che si fanno al lavoro. Lei quel lavoro non l’avrebbe mai fatto. C’era stato un tempo che pensava di poterci convivere. Poi invece aveva capito che lei era diversa e che la partita doppia non le poteva appartenere. Si chiedeva sempre come potessero esserci persone che sceglievano di fare i ragionieri o i commercialisti, oppure le segretarie degli avvocati o dei notai. Lei sapeva lavorare duro, ma di fronte, ad un lavoro come quello era impreparata. Le sembrava  di essere nata menomata, incapace. Intanto, per fortuna o per sfortuna, aveva scelto un’altra strada. Un lavoro che non era suo e che aveva rubato al padre di suo figlio. Già perché prima era padre di suo figlio e poi, tardi, era diventato suo marito. Era stata una storia molto complicata e difficile. Non era per niente scontato che si risolvesse così. Anzi. Il senso era che tutto si incasinava ad ogni passo. I sogni erano stati accantonati. L’unica abitudine che si era instaurata assomigliava più ad una sfida tra titani che ad un qualche amore che avesse un senso. Ma ora era tutto passato. Soprattutto perché lui non c’era più. Forse era riuscita a  convivere con la perdita improvvisa di quell’uomo. Aveva trovato ad aiutarla più che la sua forza, la sua antica caparbietà. Ora era molte cose assieme. Era una donna, una lottatrice, una madre e un padre. Non con questo ordine necessariamente. E forse anche i termini si confondevano. Ormai non se lo chiedeva più. Era passato così tanto tempo. Il figlio era cresciuto. Non le aveva dato troppi problemi. Era molto indipendente. Qualche volta chiedeva delle cose, ma non si  aspettava di riceverle, le chiedeva solo se era possibile. Se venivano era meglio. Altrimenti faceva senza o se le procurava lui. Ma lei faceva di tutto per far quadrare il cerchio. E per fortuna che la geometria le riusciva facile. Poi aveva toppato. Lo sapeva che era meglio restarsene sola. In fin dei conti la solitudine le dava una certa libertà. Poteva fare quello che voleva e uscire quando lo voleva, ma non desiderava né fare né uscire, quindi… il problema non esisteva. Non ci pensava proprio, soprattutto non pensava che avrebbe potuto ricominciare a vedersi come una donna in cerca di compagnia. In effetti non aveva cercato nessuno. In effetti le era capitato. Non era lei ad aver cercato un nuovo compagno e poi quel compagno. Era contraria alle differenze d’età. Ma tutto questo in linea di principio perché con suo marito aveva dieci anni di differenza, lui era più adulto. Non è che la cosa funzionasse proprio. Anzi, secondo lei, per la mentalità lui apparteneva ad un’altra generazione. Ma adesso adattarsi ad un uomo molto più giovane non le pareva una soluzione logica. Ma pensandoci bene niente era logico. Si capisce che anche un giovane cerca la sicurezza. Cerca una presenza materna. Ma, cavolo, lei si era dimenticata di dirgli che nemmeno suo figlio le chiedeva più così tanta attenzione e pazienza. Lui stava sempre ad armeggiare con le sue cose. Non amava ascoltare musica e nemmeno gradiva se lei l’ascoltava. Non gli piaceva incontrar gente, d’altra parte non aveva amici e non voleva fare amicizia. Lei lo portava fuori come un cucciolo recalcitrante. Lo imbarcava negli aerei o nei treni per fare qualche viaggio insieme e lui si imbottiva di sonniferi per resistere alla tentazione di fumare o per superare il totale disinteresse ad un viaggio. Piano piano lei rinunciò. Invece suo marito aveva poco tempo per viaggiare. Sinceramente aveva mille cose da fare, per prime, solo questione di priorità. Alla fine se facevano un viaggio dovevano imbarcare anche un sacco di amici e poi lui finiva per incolpare lei se c’era qualcosa che non funzionava. Ma quel nuovo compagno era l’opposto. Sempre solo e isolato. Ogni viaggio era una discussione. Se ne stava in silenzio e l’aspettava fumando al di fuori dei musei. D’altra parte non c’era nulla che lo attirasse nei viaggi. Ma davvero che senso c’era essere così giovane e anche così privo di interessi. Lei alla fine aveva rinunciato. Non ci credeva più di trovare un equilibrio. Non sperava più di condividere con qualcuno i suoi interessi. Nemmeno la quotidianità. Alla sera era sempre più difficile rincasare. Come sempre trovava la cena da preparare e il frigorifero vuoto. Così perdeva la voglia.  Perdeva perfino la voglia di accendere la tv. Lui stava davanti al suo pc. Distratto di lei e indaffarato per conto suo. Le cose non potevano continuare così  in eterno. Fingersi addormentati quando l’altro entrava nel letto non era un gioco divertente. E venne la fine sotto forma di un’altra donna incontrata per caso, per gioco o per volontà nel web. Lei non aveva voluto approfondire. Si disse che sicuramente era più giovane e più bella di lei. Che lui era giovane e ne aveva tutti i diritti. Ma per lei cosa restava?  Neanche due parole di giustificazione. Neanche un misero “mi dispiace”. Lei si era fatta una colpa perché, per la verità, sui mobili di casa c’erano solo le foto di suo marito, del suo bambino (quando era bambino) e qualche foto del suo matrimonio. Nulla era cambiato da quando il suo nuovo compagno era entrato in quella casa. Lei glielo aveva chiesto: “Ti danno fastidio le foto?” Lui aveva detto di no e poi se n’era disinteressato. Ora era uscito da quella casa senza mostrare un solo piccolo rimpianto. D’altra parte  non ne erano rimasti nemmeno a lei. Aveva continuato a vivere da sola come prima di incontrarlo. Faceva fatica a ricordare le ragioni che l’avevano fatta accettare quel nuovo rapporto, anche se a pensarci bene, lui all’inizio sembrava disposto a tutto per lei. Ora però lei se ne era resa conto che era stata trattata come tutti i suoi giocattoli, la novità lo coinvolgeva, ma durava poco. Ben presto tutto gli veniva a noia. Anche lei. Ed ecco perché ora doveva tentare di fare un bilancio. Ma non le andava giù. Si dovrebbe essere depressi quando la vita  riserva certe sorprese. Ma, a ragion di logica, per lei non era stata una grossa sorpresa. Prima o dopo doveva accadere.  Ora, appunto, la sua vita aveva raggiunto, almeno per gli affetti, il capolinea. Aveva vissuto i migliori anni della sua vita a faticarsi e a guadagnarsi un posto vicino a qualcuno. Ora basta. Ci avrebbe messo una pietra sopra. Era all’ultima fermata. Bastava scendere e lasciare che sia. Let it be dicevano i Beatles. Let it blood chiosavano i Rolling Stones. Non c’era nessun’altra possibilità che lasciar scorrere. Era pronta per il grande passo. Poteva nel pc della sua vita scrivere in un vecchio linguaggio informatico: “erase” e nessuno se ne sarebbe accorto, neanche lei avrebbe capito la differenza. Bisogna essere portati per l’amore. Bisogna crederci e lei non ci credeva quasi più. Si ricordava solo che da ragazzina aveva sognato l’amore e nella realtà i sentimenti non erano mai stati come quel sogno. Soprattutto ormai non aveva più l’età per sognare. Era diventata quello che non avrebbe mai voluto diventare: semplicemente vecchia.

Spigone

In La leggerezza della gioventù, personale on 20 ottobre 2009 at 15:11

borgo

La loro casa è in cima ad un monte. C’era stata parecchie volte. Ha amato quel posto, fosse solo per il grande camino acceso nel salotto accogliente. Ma stavano quasi sempre in cucina. La grande stufa economica e l’acqua gelata del lavello. I vecchi mobili che da nessuna parte si usano più. Ad arrivarci è un’impresa. Difficile, anzi impossibile, senza una macchina che “tiri” in montagna. Mica solo quello. Per arrivarci bisogna avere una volontà di ferro. Loro sono i suoi migliori amici. Per molti anni i suoi primi confidenti. Loro sono quelli che nelle avversità sono venuti a prenderla sottobraccio e a portarla via. Un viaggio aiuta sempre. Rossana lo sa. Lo sanno anche loro. Questa volta però non c’era niente da cancellare. Anzi per la verità, questa volta doveva essere un bel ricordo da conservare gelosamente. Stavolta sarebbe stato un momento da condividere. Ogni volta che lei entrava nel bosco di Spigone le venivano alla mente i personaggi di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli. Il maresciallo dei carabinieri Santovito e il suo immancabile sigaro. La sua fidanzata Raffaella. E gli altri, i gregari. Ma Spigone è un paese ancora più piccolo. Si trova nel luogo più che preciso, sull’appennino tosco-emiliano. Ma per strada non c’è nessuno, solo qualche cane che viene liberato dalla catena a ore. Strana anche la storia dei cani. Ce ne sono due che servono per la caccia. Non sono mai liberi contemporaneamente. Uno è libero al mattino mentre l’altro è a catena e si scambiano nel pomeriggio. Sono dei veri compagni di bisbocce. Se sono liberi contemporaneamente vanno per le montagne a caccia di cinghiali. Oppure vanno abbaiando per spaventare le prede altrui. Da soli o solo con la gioia di essere in due. Ma gente in giro non ce n’è. C’è la grande stalla trasformata in Locanda degli Asini. Ma anche quella e chiusa. Strano nome per una Locanda, ed è ancora più strano sapere che gli Asini sono i due gestori che recitano in una mini compagnia, di due elementi, e che si esibiscono sull’aia della stalla. Che strano mondo. Il tempo sembra non essere passato mai. Forse più che i libri di Guccini, a Rossana viene in mente Pinocchio di Collodi. Dalla vecchia casa esce dal camino il fumo della legna bruciata. Avviso di tepore dentro e dell’ora del desinare che si avvicina. Oggi gnocco fritto e salumi assieme ad un Lambruscone che è una poesia. Rossana e Michele stanno sulla porta. Guardano i vecchi muri semidiroccati delle case, i tetti muschiati, la strada di selciato costellato di erba ancora verde. Tra i cespugli i colori vividi di un pavone che razzola lanciando al cielo il suo verso acuto ed inutile. Il sole sonnecchia tra le nuvole e le foglie variegate di questo autunno precipitato in un freddo troppo improvviso. Lei e lui si guardano. Che strana sensazione. Per lui sarebbe la prima volta eppure… sembra incredibile, stanno vivendo come in un ricordo. La sensazione è che, malgrado tutto il tempo che si sono aspettati, malgrado la distanza, le altre vite vissute uno senza l’altro, era questo il posto giusto e il giusto epilogo a cui tutto li doveva portare. Michele sorride. “Questo posto mi piace proprio.” Rossana gli posa un bacio sulla guancia. Alla pelle si mescola l’odore di bruciato del fuoco da poco acceso. Non è triste l’autunno della vita se era tutto quello che avevano aspettato e sognato.

Il buon odore del mosto

In La leggerezza della gioventù on 6 ottobre 2009 at 14:27

Diana era una sua cara amica. Si frequentavamo dalla scuola media. Ma poi, col tempo, si erano perse. Mica per gravi motivi s’intende. A volte in una piccola città non ci s’incontra più, succede. E poi Rossana era partita. E così si erano perse di vista. Lei apparteneva alle amiche che crescendo aveva portato con sé nelle scorribande giovanili. Avevano percorso le strade di quel tempo, seguite dagli sguardi dei ragazzi che loro fingevano di non vedere. Diana era figlia unica. Amata e vezzeggiata. Ma invidiava Rossana perché aveva una famiglia numerosa e un casino di fratellini tra i piedi. Erano diverse, ma complementari. Come erano diverse per altre ragioni Gabri e Marinella, e molto di più ancora Vera che, pur avendo frequentato la stessa compagnia, non era mai stata una di loro. Diana aveva sposato Giovanni. Marinella aveva sposato Alvise perché aspettava Giulia. Gabri aveva sposato Silvano, quello tra gli amici che aveva studiato di più. A quel tempo anche Vera aveva sposato Enrico, fratello di Michele, ma si erano trasferiti in un’altra città e poi s’era saputo che si erano lasciati in malo modo. Tutti gli altri resistevano. Erano assieme dal 1968, un periodo di grandi scoperte e forti emozioni. Tutti questi amici, Rossana, li aveva persi per strada. Loro si erano sposati presto, avevano avuto bambini, avevano una vita che non era la sua. Rossana, invece, aveva preso il volo. Secondo loro lei era salita più in alto. Lei aveva rischiato. Aveva il carattere di chi non si accontenta e continua a cercare. Questo era il loro immaginario. Rossana era quella di loro che aveva studiato e loro la invidiavano. Lei correva la vita come un treno. Lei non si accontentava delle cose di tutti i giorni. Lei voleva di più. E avevano ragione. Rossana aveva investito nella vita tutte le sue energie. Andava a testa bassa contro i mulini a vento e ne usciva a volte vittoriosa ma molto spesso massacrata, ma non si dava mai per vinta. Forza della gioventù. Coraggio dell’incoscienza. Lei non si voleva fermare. Era la vita a rincorrerla e a presentarle il conto nei momenti più impensati. Lei pagava ogni volta. A volte pagava anche di più. Loro non sapevano. Vedevano solo ciò che appariva. Non avevano più la stessa amicizia per poter vedere oltre. Ma tutto questo faceva ormai parte del passato. Gli anni avevano cambiato i loro corpi. Avevano plasmato i loro occhi. Occhi di brave donne che avevano fatto il loro dovere. Occhi di vecchi ragazzi che avevano visto i loro sogni svanire. Eppure erano ancora assieme alle loro ragazze. Le libere ragazze del ‘68.
Rossana era ancora una sessantottina. Era ancora libera e nella vita aveva avuto successo. Il prezzo di quel successo nessuno lo sapeva. Ora aveva ritrovato la sua strada. Aveva ritrovato il suo Michele. Era successo l’improbabile. Si erano persi proprio allora. Lui era partito. Si erano scritti per lunghi mesi. Non si erano mai parlati d’amore. Lui non le aveva mai parlato di tornare. E l’amore finì. O forse fu solo l’assenza a uccidere quei sogni. Lei, dopo, quando seppe della lettera che le era stata nascosta, lo aveva cercato al suo vecchio indirizzo, ma lui non c’era più. Lui non aveva mai saputo. Era rimasto lontano convinto che a tornare non avrebbe più ritrovato assieme alla sua ragazza anche la sua vecchia casa. Lei sapeva allora che la colpa non era stata solo sua, ma se la portava dietro ugualmente. Faceva parte del suo fardello. Aveva cercato di cancellare la memoria e aveva continuato a vivere con il peso della sua colpa. Ma ora Michele era tornato. Erano caduti una nelle braccia dell’altro come se il tempo non fosse passato. Questo era il giusto epilogo di questa storia incredibile. Michele l’aveva perdonata. L’aveva fatto anche senza sapere cosa avrebbe dovuto perdonare. Con lei tra le braccia aveva capito che tutto il resto era stato uno sforzo inutile. Ora ogni respiro era vita. Ora la vita era stare insieme. Certo era ben strano che Rossana si fosse fatta viva con le sue vecchie amiche. Voleva ritrovarsi. Aveva preannunciato una sorpresa. Tutte si erano chieste cosa mai potesse essere. Era passato così tanto tempo. Voleva rivederli tutti, soprattutto Giovanni che lei sapeva essere stato il più “colpevole” di tutti. Era stato lui a farli incontrare. Diana era rimasta entusiasta dell’idea. Aveva organizzato l’incontro nella sua casa in collina. Era la stagione della vendemmia. Il periodo più bello per restare a mangiare nel patio la carne alla griglia cucinata da Giovanni. Erano tutti lì, con i bicchieri in mano, a tagliare il salame e a bere vino. Le donne a parlare di figli, di vacanze e dei bei tempi passati. Gli uomini a parlare di politica, perché nessuno di loro amava particolarmente il calcio. Rossana era arrivata accompagnata da un uomo. Si faceva avanti misteriosamente sorridente. Certo le amiche la guardavano e si accorgevano degli impietosi cambiamenti che erano avvenuti anche in lei. Ma per loro era sempre lei, la stessa ragazza dai capelli rossi, anche se ormai tagliati corti, che manteneva il caldo sorriso di sempre. Vicino a lei quell’uomo. Sarà il suo nuovo compagno, già pensavano. Vai a sapere come mai avrà l’onore di entrare nella cerchia delle antiche amicizie. Le sue amiche se lo chiedevano un po’ sconcertate, ma tanta era la gioia di ritrovarsi che se ne scordarono subito e lasciarono quel nuovo venuto a margine dei saluti. Rossana abbraccia tutti con affetto ed è quasi commossa. Ora si volta e fa avvicinare il suo compagno. “Ragazzi, ecco, come avevo promesso, ho una sorpresa, ho portato con me Michele” e lui si avvicina sorridendo. “Piacere, Michele.” Le mani si allungano per le presentazioni di rito… ma Giovanni è basito, resta immobile, come paralizzato, ripetendo quel nome a voce bassa “Michele…” E’ confuso, quasi intimidito. Diana, ci pensa un attimo ed è la prima a capire e senza troppi tentennamenti butta le braccia al collo a Michele. “Non può essere… ma sei tu? Michele… che gioia. Ma dov’eri?… che cosa hai fatto?… tutto questo tempo…” Domande che si accavallano senza bisogno di avere risposta. Nessuno si rende conto ancora di ciò che sta succedendo. Giovanni è diventato tutto rosso in viso, sembra colpito da un coccolone e appena Michele resta libero dall’abbraccio entusiastico di sua moglie tira giù un tonante “Porcaputtana Michele, sei tu? Sei tornato? Ma porcaputtana che sorpresa…” e lo stringe in un forte abbraccio maschile che fatica a sciogliersi. Giovanni ha gli occhi rossi di pianto e anche Michele è confuso e commosso. Nell’aria aleggia il buon odore del mosto che scalda i cuori. Il sole invece scalda gli ultimi giorni di questa stagione indecisa che fa oramai parte della loro vita. Tutti baciano Michele e chiedono curiosi dove fosse andato a finire. Intanto Giovanni versa un bicchiere di rosso per sé e due per Michele, come ha sempre fatto. Ricorda troppo bene che Michele se non ne ha due, appena può, va a vuotare il bicchiere dell’amico. Quando si avvicina a lui gli chiede: “Sempre rosso vero?” E non si capisce se davvero sta parlando solo del vino. Michele ridendo risponde: “Certamente, rosso, come sempre.” Dopo un poco Giovanni gli si avvicina e gli sussurra all’orecchio: “Ebbravo Michele, sei tornato a casa per riprendere quello che è sempre stato tuo.” Michele e Giovanni stanno guardando Rossana che abbraccia con affetto le amiche e tutti e due sanno che è vero e che fra di loro non serve nessun’altra parola.

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