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Non hai fatto che il tuo dovere

In Anima libera on 2 maggio 2011 at 17:45

Foto BN di mani intente a scrivere su un quaderno con grafia infantilePremessa alla parte ventunesima
Dicono sempre che ho sempre quella faccia da arrabbiata. C’è un solo motivo per cui non dovrei esserlo? Siete mai corsi a casa con la pagella più bella della scuola, tutti orgogliosi e soprattutto felici di aver finito l’incubo dell’infanzia? Io l’ho fatto e mi sono dovuta rimangiare tanto entusiasmo. Vai a dire poi che ti senti incompresa! Vai a ragionare poi con certi adulti che hanno la sensibilità di un elefante. Mio padre non mi parla mai e allora perché questa volta ha voluto dire la sua? Non se la poteva risparmiare? Non poteva fare come sempre e fingere di non vedermi? Invece no. L’ha detto. Non me l’ha risparmiata, nemmeno per distrazione. “La tua pagella? Non hai fatto che il tuo dovere. Ora dovrai darti da fare. Mamma ha bisogno che la aiuti con i bambini piccoli. Dovrai pensare alla famiglia. Sei una femmina. Questo è il tuo dovere!”

Non ditemi niente per piacere. Io sono una stupida e mi sono sentita morire. Ma non vede che a scuola vado bene, senza fare nessuna fatica, non come quel gnoccolone di Ernesto? Ma lo sa che sono io a fargli i disegni? E ancora io a dirgli cosa scrivere nei temi? E lui passerà al Ginnasio mentre io finirò a cambiare pannolini? Non è possibile, mi rifiuto di accettarlo. Io voglio continuare a studiare. Voglio sapere. Voglio conoscere. Non voglio diventare la serva dei maschi di famiglia e non voglio neppure subire le ingiustizie di sempre. Piuttosto mi ammazzo!
Ma poi le cose si chiariscono ed è lui ad avere la peggio. Per fortuna il Governo ha appena varato una legge per rendere obbligatoria la scuola media. Almeno quella. Pfiiiiuuu! l’ho scampata bella! Certo avrei lottato. Avevo pensato di fare lo sciopero della fame per mostrare che quella cosa che mi veniva imposta era un’ingiustizia. Magari sarei morta di stenti, ma non l’avrei accettato; no! mai.
Io non voglio sposarmi, non voglio avere figli, non voglio avere padroni, non voglio ricatti, obblighi e ostacoli. Essere femmina è una fregatura. Ora lo so con chiarezza. Ti fregano negandoti l’amore. Ti costringono ad essere subordinata. Non hai diritti, non puoi avere desideri. Ma perché ho accettato di rimanere in questo genere? Ma poi avrei mai potuto essere di un altro sesso? Avrei fatto la mia bella figura tra i maschietti. In confronto a loro sono bella, slanciata e furba.
Il Governo mi ha salvato in corner e mi garantisce altri tre anni di studio. Se potessi, andrei a Roma e li bacerei tutti. In realtà se potessi andrei in giro per tutto il mondo. Mio padre c’è rimasto di stucco quando l’ha sentito alla televisione. Lui queste modernità non le capisce proprio. A che serve una donna che studia? Mica deve lavorare. Deve solo aiutare in casa e poi, se è il caso, trovare un marito che la sposi e la mantenga. Che a educarle le donne diventano presuntuose e ribelli. Guarda ‘sta figlia qua, che gli dà tutto questo filo da torcere. Dovrebbe essere più umile e disponibile. Dovrebbe fare il suo dovere. Dovrebbe…
Chi è quel ragazzo col ciuffo e soprattutto dov’è? Non so perché mi sono ritrovata a passare di là anche se non è proprio lungo la mia strada, anzi lo so bene il perché e nemmeno è la prima volta. Lo so che è stupido ma senza dirmelo ho sperato di trovarlo davanti a quell’edicola. In fondo è stata solo una piccola delusione e lo sto già scordando. Ho capito che non mi innamorerò mai, non di un ragazzo; ho troppo da fare. Ho troppo da fare per le frivolezze. O è forse paura?
Sia chiaro, io non mi sposerò e non avrò figli. Andrò a lavorare appena finita la scuola e nessuno mai mi manterrà. Io voglio avere i miei soldi, non chiedere mai agli altri qualcosa che posso procurarmi da sola. Non posso chiedere a nessuno le quattro lire per comperarmi un paio di mutande o un paio di calzini, piuttosto vado a piedi nudi e col culo fuori.
Adesso che sono più tranquilla mi accorgo che al di fuori nel mondo soffiano, invece, venti di guerra. L’America ce l’ha con la Russia, ma se la prende con un’ isoletta come uno sputo che si chiama Cuba. Non capisco che senso ha. Se si devono scornare che lo facciano direttamente. Sono o non sono delle Grandi Potenze? Ma che paura può fare quell’isoletta agli Stati Uniti d’America? Già dal nome si può capire chi è più forte, non vi pare? A me i più forti fanno un baffo. Mi sa che questi potenti sono spaventati ogni volta che si parla di rivoluzione. Sentite come suona bene: la Rivoluzione Cubana, sembra il verso di una canzone.
Però fa paura la questione della guerra atomica. Per quanto cerchi di ragionare che nessuno è così stupido da distruggere l’umanità per il desiderio di essere il più forte, non riesco a farmene una ragione. Ma non si potrebbero parlare invece di ingaggiare tante gare? Io c’ho i muscoli più grossi, io c’ho i missili, e invece io c’ho più bombe atomiche e forse anche più bombe H (che poi esistono davvero?). Io c’ho e io c’ho… sembrano bambini litigiosi. Parlare no, eh? Mettersi d’accordo e migliorare la vita delle persone invece di spendere i soldi per gli armamenti e per la gara dello spazio e troppo per voi?
Bambini al potere. Che poi se ci mettevano i bambini giusti, sarebbe potuta andare molto meglio. Ma lo sapete che il Papa, quello che ha risposto alla mia lettera, ha scomunicato il capo della Rivoluzione Cubana? Si chiama Fidel Castro e ha un barbone nero che però non fa per niente paura. Sembra uno serio, ma non troppo. Mi pare simpatico. Ma che senso ha scomunicare chi magari non si è mai comunicato? Dicono che è perché è comunista. Allora ho pure io qualche speranza. Magari prima o poi mi dicono che mi devono scomunicare e così non vado più a messa la domenica. Sai che liberazione!
Che poi andare a messa sarebbe niente, è andare a catechismo che detesto. Lo sapete com’è. Ti fanno un sacco di domande a cui devi rispondere a memoria. Mica sai cosa stai dicendo. Io a questo gioco sono un fenomeno. Le suore mi hanno fatto una testa così… e a catechismo sono una scheggia. Mica sapevo che c’è pure un concorso per diventare la migliore risponditrice di catechismo. Io l’ho vinto e loro mi hanno detto che adesso ero una “Beniamina” (mai saputo che cavolo significasse) e che mi avrebbero chiamato per la gara regionale. Le olimpiadi del catechismo? Non ci posso credere! Stavolta non mi presento e dico ai miei che ho perso, tanto le suore non ci sono più nel mio orizzonte. A settembre sarò alla scuola pubblica e finalmente mi libererò dalle pinguine.
Ma lo sapete che alla scuola pubblica si fanno anche le ore di religione? Magari sarò anche ossessionata dalla faccenda, ma se fossi di un’altra religione o atea come penso di essere perché dovrei studiare e farmi dare il voto su questa materia? Credo che l’insegnante dovrà sputare sangue. Non avrà compito facile con me.
Per prepararmi alla scuola media ho cominciato a leggere le antologie di Ernesto. Molti racconti sono tratti da libri. E’ un mondo bellissimo. Sto sognando di avere una libreria piena di libri e non limitarmi ad un pezzetto di questi. Ma a casa di libri ce ne sono solo due che ci sono stati regalati da qualcuno che ci doveva odiare: Guerra e pace e i Fratelli Karamazov. Ho tentato di leggerli… ma… beh! non ce l’ho proprio fatta. Probabilmente devo migliorare la mia cultura. Ci sono troppe cose che non so. Troppe che non capisco. Devo diventare migliore altrimenti mi sento esclusa dal mondo. Studiare, leggere e informarmi. E’ solo l’inizio, il resto arriverà.

Ancora su mia madre

In Anima libera on 24 aprile 2011 at 22:30

Foto BN di bambina in braccio alla mamma in battelloPremessa alla parte ventesima
Fuori dalla finestra l’Italia è solo un paesaggio bianco, infarinato come una torta candida. Il mondo è un mondo irreale, parrebbe da favola. La gente che passa cercando di resistere all’aria gelida lascia il segno del suo passaggio. Anche quello verrà cancellato presto. Io guardo quella vecchia foto e mi sembra già la foto di un mondo che sta scomparendo. Non vi siete mai accorti quanto importanti sono le casualità nella vita? Faccio un esempio: nascere con i capelli rossi. Mica sei come gli altri. Anzi, lo sei, ma sono gli altri a vederti diversa. Ancora: il caso mi ha portato in una scuola privata a stretto contatto con delle suore che hanno un quoziente di umanità pari a zero. Metti che fossi andata alla scuola pubblica; magari, avrei notato lo stesso difetto nella solita insegnate zitella. E mi sarei risparmiata di diventare atea così giovane. Poi c’è stata la nascita del Piccoletto. E’ stato forse un caso che quando ha visto sulle scale di casa un prete gli abbia gridato dietro un “Macaco!” senza appello? Che posso dire: “Noi rossi siamo fatti così… improvvisiamo! E lo facciamo bene“.

Ci sono cose che mi sembra si ripetano, come se fossi destinata a viverle due volte. Come se i giorni e gli anni ritornassero a presentarsi. Tutto almeno due volte. Di questo passo non diventerò mai grande. A me mia mamma mi sembra bella. So bene che non ve lo avevo mai detto che mia madre è nata lo stesso giorno e lo stesso anno di Marylin Monroe. Non che questo voglia dire un granché, ma in casa di un ciabattino anche questi particolari fanno sensazione. Che poi tra le due donne c’è ben poco in comune. Mia madre è insicura e spaventata, mentre Marylin si prende tutto quello che vuole. Anche nel modo di vestire non ci sono paragoni, mia madre si fa i vestiti da sé, mentre l’altra… beh! sono proprio diverse. Che poi mia mamma la rivedo piangere cercando di non farsi vedere. Qui qualcosa non torna, e finisco che capisco tutto quando la vedo vomitare e star male. Le influenze non durano settimane. E lei piange e vomita. Se continua così bisogna ricoverarla in ospedale.
Mio padre invece mi sembra vecchio. Sembra il padre di mia madre. Viene il dottore di famiglia che le consiglia di sciogliere un ghiacciolo in bocca, ma appena la sente vomitare le prescrive tre farmaci diversi, uno al mattino, uno al mezzogiorno e uno alla sera. Lei li prende come da copione, ma continua a vomitare più di prima. Ritorna il medico e le prescrive altri medicinali e rendendosi conto che si sta disidratando le attacca una flebo al giorno, ma lei continua imperterrita a vomitare e piangere. Viene chiamato un professore, che le cambia tutti i medicinali, ancora, ma senza risultati. Per fortuna che la natura ci pensa da sola e dopo quattro lunghi mesi, mia madre si riprende e ricomincia a mangiare, ma non smette di piangere.
Il Piccoletto è molto spaventato e mi si attacca alla gonna e non fa un passo senza di me. La mamma sembra sospesa sopra una nuvola e lui è convinto che prima o poi sparirà in cielo. Che schizzerà via come un missile. Inutile tergiversare. Ormai sono grande e l’enciclopedia mi ha spiegato tutto su come nascono i bambini, o almeno così spero. Allora sostituisco la mamma nelle cose di casa e mi prendo cura del Cosino, salvandolo spesso dagli artigli di Ernesto. Guardo quella vecchia foto e mi sembra già la foto di un mondo che sta scomparendo. Chissà se mi assomiglierà la mia nuova sorellina? E se fosse maschio? No! ho deciso sarà femmina. Sarà femmina come me, anche per una questione di giustizia.
Quando imparerà mia madre che ormai sono una donna? Io l’ho anche proposto, a Ernesto, di prendermi la sua età e di dargli la mia, tanto è fin troppo la mia per la sua testa, ma lui ha paura che sotto ci sia un imbroglio. Insomma il pusillanime se la prende sempre con chi è più piccolo e debole, ma se la deve vedere con me. L’altro giorno ho tirato fuori il coltellaccio per tagliare la carne e gli ho detto: “Dai, vieni a prendere il Piccolo se hai coraggio!” e ho sventolato il coltello che neanche Tremalnaik. Ovviamente si è rifugiato dalla mamma a dire che lo stuzzicavo. Ma la mamma che non stava bene non gli ha badato più di tanto e ci ha gridato di smetterla.
Invece io sono preoccupata oltre che per la mamma anche per il mio fratellino perché diventa sempre più dipendente da me. Ogni sera devo accompagnarlo a letto e farlo addormentare cantandogli le canzonette di Sanremo. Adesso che sa parlare quasi decentemente, me lo dice chiaro e tondo: “Tata, non andare via, portami sempre con te.” E adesso come farò a fargli capire che sta arrivando un altro fratellino o sorellina e la nostra mamma non è felice per niente?
Adesso è successo un patatrac, oltre al fatto che Marylin si è suicidata, si dice per amore del presidente degli Stati Uniti, quello che chiamano JFK, o del fratello, non ho ben capito, è scoppiato anche lo scandalo Talidomide. No, Talidomide non è un personaggio importante, o un eroe dei fumetti, ma semplicemente un medicinale antivomito che fa nascere i bambini focomelici. In America lo hanno ritirato dal commercio, ma dopo che sono nati molti bambini malformati. E in Italia? Qui tutto arriva in ritardo. Sia le informazioni che i divieti. Mia madre è impazzita. Non si ricorda più quali medicinali le hanno prescritto e tutti li ha buttati quando non le facevano nessun effetto. E adesso che succederà? Io mi stendo sul lettone vicino a lei e le parlo e subito il Piccoletto si stende vicino a me e mi ascolta. Mi fa sorridere vedere che si muove come mi muovo io. Accavalla i piedini, si gratta la testa, e si arrotola i riccioli come faccio io. La mamma non ci vede, lei ha davvero troppo su cui pensare. “Dai mamma alzati che ti ho preparato un po’ di minestra e poi, se vuoi, ti aiuto con i ferri a fare le scarpine di lana”. Lei scoppia a piangere. Ma che ho detto di male? Oh… porcaccia… le scarpine da fare sono per due piedini e se il nuovo fratellino i piedi non ce li ha? Ma tutte a noi devono capitare?
Non pensate che mia madre sia una che piange sempre, non è del tutto vero, qualche volta l’ho vista sorridere, anche se per la verità non ha dei grandi motivi per ridere. Mio padre, il conte, non è mai presente e anche se lo fosse non ci aiuterebbe ad essere allegri, sembra sempre che abbia inghiottito un manico di scopa. Però ho notato che quando io e il Piccoletto parliamo nel nostro modo assurdo un po’ imitando gli adulti e un po’ in bambinesco lei si rasserena. Certo che siamo bravi a fare il teatrino. Ernesto ci guarda come fossimo due mentecatti e non capisce niente di quello che diciamo. Ma si sa: lui non eccelle in intelligenza. Il farfugliese è il nostro pezzo forte e mamma ad ascoltare e a guardarci a volte si addormenta serena. Piccoletto sostiene che dovremmo perfezionarci nel teatro dell’assurdo, lui lo chiama così. Io gli rispondo che basta che mamma dorma un po’ e che è tutto quello che voglio almeno fino alla nascita del nuovo mocciosetto.
Sono stati mesi da incubo. E da quell’incubo è nata una pargoletta rossa con due stupendi occhi azzurri. La prima cosa che la levatrice ha fatto è stata quella di contare tutte le dita di mani e piedi e di rassicurare mia madre. Perfetta sì, ma anche una perfetta rompipalle. Mai visto una bambina piangere tanto senza nessun motivo. Pargoletta farà degli occhi bellissimi se continua così. Piccoletto che invece è tendente al ridere, le si avvicina e le fa le boccacce, le facce buffe, insomma quelle cose che ai bambini piacciono sempre. Lei lo guarda con gli occhi a pallettone e poi finisce a piangere più forte. Ma riusciranno mai a comunicare quei due?
Se con Piccoletto ho cominciato a parlare subito, con Pargoletta l’unica a parlare è mamma. Si capiscono al volo quelle due. Sarà che son pratiche di lacrime. La reazione di delusione di mio padre era prevedibile: “E’ nata un’altra seppiolina!” ed è finita lì. Possibile che le femmine a lui facciano sempre lo stesso effetto. Le vede, le cataloga e le dimentica. Non lo sa ancora, ma non avrà vita facile. Adesso in casa siamo pari, tre femmine e tre maschi e non intendo lasciare loro troppo spazio. Intanto il piccolo sfugge al barbiere di famiglia. Sono riuscita a fargli crescere i capelli in riccioli nobili e morbidi sulle spalle. Ogni volta che mio padre avvisa che arriva il barbitonsore, io prendo il bambino e corro ai giardini a fargli prendere aria. Così i capelli si allungano e lui assomiglia sempre di più ad una bella bambina. Arriverà il giorno che dovrò farlo rientrare nei ranghi, ma per ora corriamo ai giardinetti gridando: “Signor Nube non avrai il nostro scalpo!”

La signorina Bombarda

In Anima libera on 19 aprile 2011 at 21:10

Foto di Ross con padre, madre e fratello in montagnaPremessa alla parte diciannovesima
Mi sembra impossibile che ci siano grandi che non sanno scrivere. Lo so fare pure io che ho appena dieci anni. Però… imparare dalla televisione mi sembra molto più divertente. Lo farei pure io se non fosse che per farlo dovrei ricominciare dalla prima e questo proprio non mi va. Che strana impressione che fanno quei nonnini, con la testa china sopra i quaderni. Quanta volontà ci deve volere per mettersi a fare le aste e le vocali e le consonanti con le loro mani tremanti. Io con la televisione non ho un grande rapporto di fiducia, ma in questo caso mi sembra faccia una gran bella cosa. Ma lo sapete che ci sono molte persone che firmano mettendo una x al posto del loro nome? E poi il maestro Manzi deve essere una gran brava persona. La televisione, in questo caso, mostra la sua faccia più utile, perché a volte, almeno per me è una scatola piuttosto noiosa. Spesso il Piccoletto se ne sta con gli occhi sbarrati appiccicati là e nemmeno sente quando lo chiamo. Sembra ipnotizzato. Non so da chi ho preso ma non faccio che pormi tante domande su ogni cosa. So di essere un po’ diffidente ma la fiducia è una cosa seria ed io la do con molta cautela. Non sopporto le cose che puzzano di bruciato e che invece io dovrei accettare sulla parola. Il mondo appartiene agli adulti. Se lo sono fatti per loro, a loro misura, come piace a loro. Con tutte quelle regole e le cose tutte in quel preciso ordine. Ogni cosa in un dato momento del giorno. Si mangia alla tal ora e poco importa se la fame ti viene in un’altra, si aspetta buoni che torni a casa il papà e alla talaltra ora si deve andare a letto o a scuola, si deve fare silenzio quando lui riposa, ma non ci pensa mai a noi quando guarda per televisione lo sport. Si devono sempre fare i compiti ma anche no, perché quando c’è da badare al Piccoletto, e c’è sempre da badare al Piccoletto, allora quelli possono anche aspettare e tutti se ne dimenticano. Potevi farli prima. Ma prima di che? Per fortuna sono veloce e mi piace studiare quasi quanto mi piace badare al Piccoletto.

Dicono sempre che ho una faccia da arrabbiata. E forse è pure vero. Ma cosa posso farci? C’è un solo motivo per cui non dovrei esserlo?
Se esistono gli anni stupidi ecco! Il sessantuno è uno di quelli. A settembre inizio l’ultimo anno di questa benedetta scuola, ma mi sto annoiando: ho come la sensazione di non aver più nulla da imparare. Ho voglia di cambiare aria. Me ne devo stare lì ad aspettare le tartarughe; gli altri. Non è che io mi senta diversa, migliore, solo penso che potrebbero lasciarmi utilizzare meglio il mio tempo. Ci deve essere un altro modo. Se qualcuno non ha ancora imparato bene a leggere e scrivere mica posso cancellare tutto e tornare, come si dice? analfabeta, per ricominciare. Aiuto le altre ma dopo un po’ mi stufo, non mi piace fare la prima della classe. Le suore mi mandano a lezione di canto col vecchio maestro del coro. Mi fanno fare i disegni e li mandano ai corcorsi e spesso li vinco. Mi fanno scrivere temi liberi, per tenermi impegnata E io anche mi ci diverto, ma è tutto uguale e anche i giorni mi sembrano tutti uguali. Non c’è niente che mi fa stare bene.
Il Piccoletto cresce ma cresce troppo lentamente, prima aveva una testa grande e adesso sembra rimpicciolita. Lo misuro tutti i giorni e ogni volta me ne resto delusa con un palmo di naso. Anch’io cresco lentamente, almeno così mi pare anche se i vestiti da lunghi mi diventano cortissimi in poco tempo. Alta sono alta, mi infilano sempre tra gli ultimi banchi. Ho una grande fretta ma chi non l’avrebbe nei miei panni? Vorrei non dipendere da nessuno. Vorrei fare un sacco di cose. E intanto continuano a ripetermi fino allo sfinimento che sono un’anima ribelle. A me non sembra. Mi sento più prigioniera che ribelle. Se fossi più libera mi sentirei meno ribelle.
C’è poi sempre questo problema dell’anima. Ma che sarà mai? Io l’ho disegnata come una nuvola, una specie di soffio tiepido che senti dentro come un solletico o un organo della digestione. Perché o è una cosa concreta oppure potrebbe non esistere. Io so che il cuore è un muscolo e non quella cosa vaga che dovresti avere dentro. Insomma quel luogo dove nascono i sentimenti. Ormai le cose le so e non è facile farmi fessa.
E l’anima? Dicono che qualcuno non ce l’ha e pure il cuore non è cosa da tutti. Per esempio il cuore come muscolo, mio padre ce l’ha di sicuro, credo che ce l’abbiano tutti, altrimenti una persona non vive. Il cuore come sede dei sentimenti, ecco quello magari gli manca, credo che non sappia nemmeno dove sta di casa. Per l’anima poi… magari non ci crede nemmeno lui. Sinceramente faccio fatica a capire cosa pensa. Sicuramente che i comunisti sono cattivi. E come la mettiamo col fatto che voglio fare la comunista?
A lui interessa che io ubbidisca e dell’anima credo non gli interessi niente. Ne fa una storia per fregare me e inculcarmi in testa che il dovere e l’ubbidienza è un mio obbligo e lo impone come una cosa che non si può contestare. Una fregatura comoda per loro. Facile da imporre se tu non hai la testa per saperci riflettere. Vogliono renderti come un burattino. In certi momenti credo di odiarlo. A volte per mia madre, per come la tratta, cioè per come nemmeno la tratta. In certi altri non ho bisogno di aiuti e lo faccio per come tratta me. Mai una parola gentile, mai un’attenzione, e sempre quell’aria severa e di superiorità. Spero non pensi di poter allungare le mani anche sul Piccoletto perché dovrà vedersela con me. Di lui non ho paura. Lo so affrontare a muso duro. E questo lo fa imbestialire ancora di più. E’ forte mio padre e non sopporta che io lo sfidi, comunque le botte nemmeno le sento. Quando si combatte per una giusta causa anche il più grande dei sacrifici pesa meno. E non mi costa nessuna fatica nemmeno quelle sere che devo andare a letto senza cena, che per noi la cena è sempre una scodella di caffelatte col pane. Che poi a me il caffelatte non piace. Preferisco il latte, e freddo per giunta. Anche il latte freddo è proibito. Bisogna bollirlo e a me bollito fa schifo. Uffa non c’è verso di fare qualcosa liberamente. Comunque io so sognare e nel mio letto e nel buio non gliele risparmio né gliele mando a dire.
Nei sogni vorrei essere come Jurij Gagarin. Certo è emozionante pensare che è lassù. Che ci guarda in testa e ci vede piccoli, come formiche, e vede il mondo piccolo come un’arancia. Bello pensare che un uomo è in mezzo alle nuvole, anzi sopra. Alzo gli occhi e scruto sempre il cielo, anche se so che non lo posso vedere. La distanza è tanta, troppa, e mi acceca il sole, oppure il buio è profondo. Ma a volte tra le stelle vedo una lucina piccolissima che lentamente si sposta nel cielo. Che sia lui? Però ha proprio la faccia da eroe. E’ anche bello. Hai visto i russi? Gliel’avevo detto io a Ernesto, ma quello, si sa, non ha occhi che per Cape Canaveral. Ma perché le cose interessanti le fanno fare sempre agli uomini. Manderanno mai in cielo una donna? Io credo di sì. I russi ne sono capaci. Personalmente penso che sia il viaggio dei viaggi. Certo che vorrei essere io quella donna. Gli americani stanno morendo di invidia e affermano che loro vanno sulla luna. Che piccole battaglie da bambini. Dovrebbero essere contenti come faccio io. E poi andare sulla luna? Certo che le sparano grosse. Eppure le cose cambiano veloci, più di quanto riusciamo a pensarle.
Forse è solo un fuoco di paglia. Forse sembra che tutto cambi per restare tutto sempre uguale. Pare diventare più grande o sempre più piccolo.¹ Si preoccupano dei poveri a parole ma poi non fanno nulla per loro. Si preoccupano di chi soffre.² Hanno bisogno di liberarsi la coscienza. A me mica la fanno. Vorrei fare, naturalmente, pure io la cosmonauta. Girare per lo spazio. Ormai non mi basta più la mia macchina da cucire.
L’uomo arriva in cielo e qui sulla terra, da noi, in Italia, fanno ancora la guerra. La guerra della notte.³ Ed è una guerra strana e stupida, se mai la inventeranno una guerra intelligente. Ma quelli che muoiono sono italiani. Quasi tutti finanzieri. E per le strade del mondo girano i carri armati. Costruiscono in Germania muri lunghi come quello della Cina. Credo che ogni uomo libero, e naturalmente ogni donna, non possano che aver orrore e vergogna per i lager. Sarà perché, come dicono loro, sono piccola, ma non riesco a capire. E credo che per quanto possa crescere non ci capirò mai nulla. Ma almeno sembra che per i neri americani potrà andare meglio. Qualcosa farà pure questo nuovo Presidente. E spero che certi criminali imparino che la giustizia vera ha la memoria lunga e non dimenticheremo mai.
Insomma se nell’anno non mi sono successe cose entusiasmanti da trascrivere, almeno durante l’estate ho avuto il mio momento di gloria. Ci siete mai stati in colonia? No vero? Allora non potete capire. Per me è stata la prima volta, ma spero anche l’ultima. E’ stato un orrore e per fortuna mia madre ha pensato che è stato anche un errore. Come prima cosa mi è mancato da morire il Piccoletto. Mai nessun scarabocchio sul quaderno, e nessuno da far addormentare alla sera. Io sto sveglia per ore nella camerata enorme. Mi sono messa vicino alla porta di uscita, mi fosse mai venuta la voglia di scappare.
In colonia ho ritrovato gli orfanelli dell’Istituto a cui avevo lasciato il disegno dell’anima prigioniera. Qui sono meno grigi, non sembrano nemmeno ombre come mi ricordavo. Loro qui si trovano bene. Dicono che si mangia bene ed io passo sempre i miei piatti a chi mi sta vicino. E alla notte ho fame. Ho persino iniziato a mangiare il dentifricio, almeno il gusto assomiglia a quello delle caramelle alla menta. Ma potrò durare un mese così senza mangiare? In effetti non ci riesco e finisco in infermeria. Ma è una buona cosa perché lì conosco la signorina Bombarda. Anche lei è un’anima ribelle, e non è vista bene dalle altre signorine. E’ lunga lunga e magra, e sinceramente pure bruttina. Ma ha l’aria che non gliene importi niente. Lei mi guarda, io la guardo e ci capiamo subito. Si avvicina al letto e mi dice: “Vedi di uscire che dobbiamo fare cose speciali. Se stai in infermeria, ti viene la malinconia e poi ti perdi il bello”.
Non chiedetemi perché ci ho creduto, ma mi sono fatta passare la febbre e mi sono incollata alla spilungona. Sembrava che me lo sentissi. Ogni giorno si inventa qualche cosa. Un picnic sull’erba con pane e cioccolato o una grigliata di wurstel stile boy scout. Almeno di notte non resto più sveglia per la fame. E poi alla sera, all’ora dell’ammaina bandiera, quando è il suo turno mi chiama sotto il pennone e lo fa fare a me. Che grande emozione, neanche fosse una premiazione alle Olimpiadi, ed io la premiata. La signorina Bombarda si è rifiutata di mandarmi a fare l’insopportabile pisolino dopo pranzo. Mi mette dietro un banco e mi incoraggia a scrivere delle storie su un quaderno. Quale migliore occasione per raccontare le mie avventure coloniche e per fare il verso della nevrotica Direttrice. Me ne sono accorta che le mie memorie vengono lette dalle signorine di nascosto e che ci fanno sopra delle sane risate. Bombarda va orgogliosa della sua pupilla e le altre, quando mi passano vicino, non si scordano mai di farmi un buffetto affettuoso sulla guancia. Sarà veramente triste quando ci separeremo. Non ci voglio pensare. E non voglio nemmeno ricordare che riperderò le orfanelle un’altra volta. Pensate cosa sarebbe successo se i miei invece di adottare me avessero casualmente adottato una di loro. Non farebbero le schizzinose come me, loro sì che sarebbero felici.


1] Il 31 maggio – Leonard Kleinrock, ricercatore del MIT, pubblica il primo articolo sulla commutazione di pacchetto, la tecnologia che sarà alla base di internet.
2] Il 28 maggio – Londra: con un articolo pubblicato sulla rivista britannica The Observer, l’avvocato Peter Benenson lancia un appello a favore dell’amnistia per due giovani arrestati a Lisbona durante la dittatura di Antonio Salazar. Inizialmente la campagna di sensibilizzazione sarebbe dovuta durare un anno, invece l’appello attrae migliaia di sostenitori e sfocia nella costituzione di un movimento per i diritti umani: Amnesty International.
3] l’11 giugno – Alto Adige: 37 attentati esplosivi nella notte dei fuochi segnano la nascita del terrorismo sudtirolese.
Il 15 agosto – Nell’ambito della guerra fredda, l’esercito della Repubblica Democratica tedesca inizia la costruzione del muro di Berlino.
Il 30 ottobre – Unione Sovietica: test nucleare della potenza di 58 megatoni, è la più potente esplosione nucleare di tutti i tempi.
Il 15 dicembre – Gerusalemme: Viene emessa la sentenza di condanna a morte per il criminale nazista Adolf Eichmann.

Guerra nucleare ed altre amenità

In Anima libera on 12 aprile 2011 at 13:00

 Il mattino del 6 agosto 1945 alle 8.16, l’Aeronautica militare statunitense lanciò la bomba atomica “Little Boy” sulla città giapponese di Hiroshima, seguita tre giorni dopo dal lancio dell’ordigno “Fat Man” su Nagasaki.

Premessa alla parte diciottesima
Mica lo avrei creduto di trovarmi a questo punto. Ancora qui a raccontare. A spiegare. E qualche volta a giustificare. Avevo cominciato in modo distratto. Come si racconta per una ricorrenza. E avevo messo il giorno e il mese e poi il secolo, ma non l’anno. Già una piccola e semplice vanità femminile che avevo subito denunciato. Allora m’era sembrato tutto già chiaro. E guardavo il mondo diritto negli occhi. Con la sfida di questa mia nuova generazione che è nata con una consapevolezza già nella pelle. Non ero io ad essere diversa, erano loro, i grandi, a renderci diversi. E nel tempo ho capito quanto sarebbe stato difficile. Che tutto il lavoro era da fare. E se ho voluto tenerne traccia è stato per non perdermi anch’io. E per crescere consapevole che avevo già una strada da percorrere, quella della conoscenza. Per fortuna ho proprio una memoria diligente. Pensavo che è dal disordine che nasce il nuovo ordine. Non ne sono poi tanto sicura. Forse è quel disordine l’unico nuovo ordine? Gli anni passano. L’Italia vuole crescere¹. Scordare la guerra. Nel frattempo è finito anche il ‘59 ed è passato in volo radente anche il ’60. Messi insieme sembravano non voler finire mai. E mai avrei pensato di trovarmi ancora qui sempre più convinta che bisogna avere coraggio e non subire.

Vorrei non dover parlare di un altro amore, o di un amore altro. Sinceramente nemmeno di violenza. Ma non ci si può scegliere il mondo in cui si vive. Fino ad un certo punto nemmeno il modo di vivere. E io scopro di giorno in giorno chi sono. E cosa mi sta intorno. E in fondo quella di mio padre, le sue botte, è solo piccola violenza. E non mi può piegare. Non è nemmeno violenza a pensarci bene. Vorrei che almeno si accorgesse di me, non solo per alzare le sue mani. Non mi sembra una parola poi tanto strana il rispetto. Ho paura. Non di lui. Di me perché forse io non so amare. Non penso più a Pucci. Non ci ho mai pensato tranne nel vederlo. Sospetto che non sia quello il vero amore. E quelle di casa sono solo schermaglie. Fuori la gente muore per davvero. Ma poi c’è quel ragazzo. E’ stato solo un incontro fugace. Lo ricordo appena. Non sa nulla di me. Per un attimo m’è battuto il cuore. Una cosa stranissima. M’è sembrato di capire quello che veramente volevo.
Più cresco e più capisco quanto è difficile crescere. Intanto, come dicevo, è finito l’anno delle indipendenze, l’anno delle libertà.² Cosa mi aspetta? In America è diventato presidente uno giovane e anche carino. Ha una strana faccia da ragazzino. Con un gran ciuffo. Mi piacciono i ragazzi col ciuffo. Questo non c’entra. Non mi sono mai fidata dell’America, già da quando giocavo con Ernesto. Quel Presidente si chiama John e abbreviano il suo nome in JFK. Dicono che sia democratico e che tenga per i neri. Non so proprio bene cosa vuole dire quell’ essere democratico ma, ovviamente, pure io tengo per i neri. Non capisco certe puntualizzazioni. Nero o bianco che differenza fa? Che a dirla tutta mica hanno scelto loro di essere americani. E nemmeno gli americano sono i veri americani. Prima c’erano gli indiani, cioè i pellerossa. Insomma se continuo di questo passo finisco solo per fare confusione. Intanto lo terrò d’occhio, magari è capace che fa qualcosa di buono.
Mica dev’essere semplice la vita di quei neri in America, per esempio non si possono chiamare negri perché si offendono. E i bianchi li chiamano negri di continuo e anche li picchiano, e gli bruciano le case, e li impiccano agli alberi, e lo fanno vestiti come dei fantasmi. Che ridicolo modo di nascondersi. La cosa sarebbe buffa se non fosse tragica, se non fosse che giocano a sentirsi superiori, ‘sti cretini. Ma superiori perché? Dicono che i neri non sono come noi, che non hanno i nostri diritti perché non sono intelligenti e istruiti. Bella forza, non li lasciano frequentare le scuole. E poi meno intelligenti di quei quattro ominidi mascherati da fantasmi col cappuccio a punta? Anche questi vengono abbreviati così KKK. Sembra che l’America sia il paese delle abbreviazioni. Si vede che c’hanno fretta. Gli Stati Uniti si chiamano anche USA e chiamano la Russia: URSS. Basta farci il callo. Tanto in fondo io ho deciso e sono per gli indiani, Non per quelli dell’India, per quelli dell’America, per i pellerossa. E un poco per i russi.
Mi sembra che abbiano due braccia e due gambe anche loro, gli americani di colore. E una testa per pensare. Forse non hanno l’anima. Ma per me di quella si può fare senza. Ma ce l’hanno l’anima, poi, gli altri,pssia quelli senza colore? Intanto quelli colorati corrono come il vento. E hanno anche la musica nel sangue e a me piace la loro musica. La musica mi fa sentire viva. E dice le cose che vorrei dire. E mi racconta cose del tutto nuove. Comunque per i neri è dura. Vengono presi a botte se entrano nelle scuole dei bianchi e non possono nemmeno mangiare nelle mense, e ancora non possono prendere gli autobus frequentati dai bianchi. Ma dico io che senso ha? Che poi sapete una cosa? A me dà fastidio che li dipingano così incapaci. Faccio un esempio: Via col vento. Nel film la Mamy, che sarebbe poi la domestica nera, lavora come un mulo e parla come una mentecatta, sgranando due occhioni grandi e neri. Dico io: dovessimo fidarci di questi personaggi, staremmo freschi. Mi sa che mica ce la raccontano giusta.
Sia chiaro che i nordisti hanno fatto benissimo a dare una sistemata al Sud, mica si può sopportare che altri esseri umani diventino schiavi. La guerra è sempre una cosa brutta ma forse quando ci vuole ci vuole. E poi non è quasi guerra quando serve a liberare un popolo, a dare la libertà. Se c’ero io, sai che casino avrei fatto! Anche se una nera con i capelli rossi non l’ho ancora mai vista. Secondo me, avere degli schiavi è una dimostrazione di grande inciviltà. Solo in America succedono certe cose, o almeno credo. Non è che poi l’America mi piaccia proprio troppo. Ma forse s’era capito. E non servirebbe continuare a dirlo.
Come affermavo, io odio la guerra. Almeno odio quella guerra fatta con le bombe, i cannoni e i fucili. Quella che fa un sacco di morti e di prigionieri. Per non parlare poi dei campi di sterminio, che per fortuna li hanno chiusi. E pensare che gli ebrei non avevano nemmeno la pelle nera. Vai a capire gli uomini. Sono molto più stupidi di quello che sembrano. Insomma odio la guerra, e sinceramente sono molto spaventata di quella che tutti chiamano la guerra fredda. Non che quella calda mi sembri meglio.
Ho cercato di capire. Non è una guerra che si fa d’inverno, ma è un braccio di ferro tra USA e URSS. Tutti le chiamano Grandi Potenze e purtroppo sono anche quelle che hanno le bombe atomiche. Dicono che ci sia un bottone rosso in qualche posto in America, e uno in un altro posto nascosto in Russia. Che potrebbero far scoppiare il mondo. A volte è proprio difficile dire chi ha ragione. Metti che uno si sbagli e prema il bottone e che l’altro spaventato prema anche il suo, sai che polpette? Metti che la donna delle pulizie lo schiacci distrattamente spolverando. O che qualcuno ci appoggi il gomito sopra per sostenere il peso delle idee pensanti. Meglio buttarla in ridereperché vorrei evitare qualsiasi volgarità.
Tempo fa ho visto un film che forse voleva solo essere comico, dove un uomo che si era trovato, casualmente, nella zona dove avevano fatto scoppiare una bomba atomica, andava in giro di notte e faceva luce. Era luminoso e caldo come un tizzone acceso. Come si fa a scherzare su una cosa simile? Io non voglio finire così. E neanche voglio che diventi rosso e bollente il mio fratellino; ha diritto di crescere e farsi un’idea del mondo che lo circonda, pure lui. Non se lo meriterebbe nemmeno Ernesto anche se crede nella scienza e nel progresso americano come se non sapesse usare di suo il cervello. Anche se lui è un caso irrecuperabile. Io vado cauta. Adesso alla notte non sogno solo gli aerei che sganciano le bombe, ma vedo anche che quelle che scoppiano fanno un grande fumo a forma di fungo velenoso. Bastasse questo sogno invece vedo anche uomini vestiti in bianco come i fantasmi e con il cappuccio a punta che spargono dei semi che scoppiano e diffondono le radiazioni e con esse le peggiori malattie. Non mi ricordo di altri sogni prima. E questi non sono sogni da bambina, ne sono sicura. Non sono sogni, sono incubi.
Mi chiedo perché nessuno ferma questa follia. Ma a chi giova sporcare così il mondo? C’è un fine all’idiozia umana? Temo di no e mi sembra strano di essere la sola che ci pensa. Ma non arrivano mai questi benedetti ventuno anni? Se crescessi come le pagine di questo diario ne dovrei aspettare ancora solo tre. Ma sono comunque lunghi tre anni. Sono comunque 153 settimane, 1.095 giorni, 26.280 ore; senza contare i minuti. Sono un’ eternità. E tutto questo conto per niente perché invece sono solo dieci e ci manca ancora un bel po’.
Il giornale dice, ma è il giornale che non si dovrebbe leggere e per questo lo leggo con più attenzione, ma lo leggo di nascosto, all’edicola, dicevo che il giornale dice che in un posto lontano che si chiama Congo hanno ucciso un uomo Patrice Lumumba. C’è un sacco di mondo che ancora non so che c’è. Ovvero che non so dove sta. Penso a cosa sarebbe se non avessero ancora inventato gli atlanti. Appena divento grande voglio girarlo tutto e conoscerlo tutto. Anche Lumumba è un uomo di colore, ha la faccia intelligente e di un uomo giusto. Sembra una brava persona e i pochi che lo sonoscono ne parlano così. Ne parlano in pochi forse proprio perché anche lui è di colore. E’ un mondo che decisamente sta cambiando e ho i miei dubbi che stia cambiando in meglio. Mi scrivo queste cose a futura memoria perché se devo diventare stupida come questi grandi almeno potrò ricordare. Sembra che a crescere non faccia per niente bene. Ma io non mi piegherò. Non mi piegherò mai. Non diventerò come loro. E non sarò mai servo; cioè serva.
E’ un tempo strano. Persino il sole nasconde la faccia. Sembra farlo per la vergogna. E’ la mia prima eclissi solare. E la vedo per la strada mentre vado a scuola. Che stupidi, nessuno mi ha detto che aprivano, proprio per questo, la scuola più tardi. E mi sono trovata in strada. Spaventata e a disagio. La luce che si cambiava in un verde vomito. Sembrava un brutto sogno. Sembrava che la vita stesse scappando. La strada era vuota e mi sentivo sola, molto sola. Chissà se ne vedrò altre. E’ proprio una cosa insolita. In tutta la mia vita, giuro, è proprio la prima. Vedere il giorno trasformarsi in notte, cioè vedere farsi buio di mattina, dà davvero una strana sensazione. E’ come se nel petto mi fosse precipitato il cuore. Una leggera vertigine con senso di soffocamento. Tutto questo dovrebbe ricordarci quanto siamo piccoli e soli al mondo. Io piccola, un po’ di più di altri ma solo per la mia età. Fossi un maschio gliela farei vedere. Poi penso a mio fratello: è più grande, e maschio; avrebbe bisogno di occhi per vedere e anche di coraggio che non ha. Ma si sa che la stupidità non ha sesso né età.


1] Il 15 novembre 1960 la televisione italiana inizia a trasmettere Non è mai troppo tardi, corso di alfabetizzazione per adulti.
2] Nel 1960 molti paesi africani ottengono l’indipendenza. Il colonialismo si avvia verso la sua fine. Farà posto al neocolonialismo.

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Per esempio

In Anima libera on 14 marzo 2011 at 13:59

Disegno colorato sulla libertà di informazione: volto di donna fatto di natizie di giornale con bavaglio sulla bocca

Premessa alla parte sedicesima
Era come una fame. Avevo una voglia irrefrenabile di conoscere. Leggevo tutto. Tutto quello che mi passava per le mani. Mi sembrava che solo attraverso le parole potevo crescere. L’informazione è tutto ma non tutto è informazione. Meglio qualche volta diffidare. Perché non tutto è vero e spesso non c’è una sola verità. E non siamo tutti uguali. Volevo crescere ma non sapevo bene a cosa andavo incontro. Per crescere sono cresciuta e, nel frattempo, ho perso un sacco di cose. Che rabbia. Pensi di acquisire sempre e continuamente dati e di immagazzinare informazioni e non ti accorgi che tutto questo va a scapito della conoscenza naturale delle cose, dell’istinto e della preveggenza. E poi qualcosa anche lo dimentichi, magari poco. E’ triste, si allungano le gambe e le braccia, cominci a prendere le forme che sono destinate al tuo sesso, formuli il tuo cervello nella modalità utile alla vita sociale mentre lasci per strada la tua bussola originale, il tuo coraggio primordiale e le tue idee esplosive, che nessun ostacolo osava fermare. Ma che cazzo mi aspetta al di là delle pastoie di questa mia stupida infanzia? Non ci posso credere… ho perduto la strada e non vedo nemmeno più la luce dal culo del buio.

Chi lo dice che durante l’infanzia si pensa poco e ci si diverte tanto? E’ una baggianata. Una leggenda. Una corbelleria per nascondere che è proprio in questo momento della vita dove si formano le basi della propria filosofia. Sì! va beh, a rigor di logica non dovrei sapere cos’è la filosofia. E tante altre cose. Ma io le so e basta. E anche se non ne conosci il nome, è proprio in questo momento storico della tua vita che i pensieri percorrono i sentieri del sapere e del sentire e dimenticando se stessi si elevano a pensiero puro. Cazzo! sto correndo il rischio di prendermi sul serio.
Inutile raccontare i fatti. Solo i fatti. Unicamente i fatti, nudi e crudi. L’esperienza della scuola, i rapporti con chi ti sta intorno, la fatica della famiglia sono solo appendici esterne. Capire come affronterai il futuro è invece un esercizio che, seppur non avulso dalla realtà contingente, dovrebbe almeno tener conto di ben altri elementi. E poi c’è quella persona che corre dentro di te. Che ha sete. Che ha voglia di vedere. Il piccolo esploratore; della vita e dei sentimenti. Sarà stupido ma c’è pure il piacere di tenere il Piccoletto in braccio. Piccole e grandi soddisfazione. E piccoli ed enormi dubbi.
Innanzi tutto, pensare è l’esercizio più scandaloso che mi riesce di fare. Non appena gli adulti se ne rendono conto, mi guardano con sospetto. I bambini, invece, pensano solo che sono umorale ed estrosa. E il pensiero è bello, leggero, illuminante, ma allo stesso tempo mi imprigiona alle responsabilità. E’ mia la responsabilità di cambiare il mondo, me ne rendo conto, visto che ci sto pensando da sempre. E’ mia la lotta che ogni giorno mi aspetta. Ma come si fa a cambiare il mondo? Da dove cominciare? Quello è nato così com’è: rotondo. Certo bisogna sovvertire le idee dal principio, ma… cavolo se è dura!
Facciamo un esempio: le suore pensano che ballare il rock-and-roll sia peccato. Sapete la musica americana, quella di Elvis, per dire? Ecco, chi glielo leva dalla testa che ascoltare quella musica non ti fa peccare, ma mette solo in fibrillazione le gambe, le braccia e lo stomaco? Sarò io ma penso abbiano uno strano concetto di peccato. E poi: chi è senza peccato… insomma quella cosa lì. Ché il peccato è l’anima del commercio. Insomma mai ho sentito che muoversi a tempo di musica sia una faccenda diabolica. Ammesso e concesso che il diavolo esista e non sia solo una favoletta per tenere buoni i bambini e gli adulti creduloni.
In effetti penso che anche mia mamma non ci creda troppo, non che non sia credulona, è solo che lei vive in un mondo che si adatta alla realtà. Insomma più che credere fideisticamente (che parolone mi escono) in qualche cosa, cerca di non scontrarsi con forze avverse. Per dire: mi manda a messa solo perché altrimenti potrei scontrarmi con le ire divine. Una sorta di atto scaramantico. Meglio non attirare l’attenzione. Profilo basso; questa è la sua filosofia. Mentre mio padre fa il dittatore. Troppo facile con una come lei. Lui è incapace di percepire la sua tristezza e delusione e gli fa comodo non tenerne conto. Per lui esistono solo le funzioni prestabilite. La maschere e i ruoli.
Con mia madre gli riesce bene, è con me che si accorge che il gioco si fa duro. Le sta provando tutte, ma non ne funziona nessuna. Più si intestardisce a cercare di sottomettermi e più gli scappo di mano. Scuote la testa senza crederci. Eppure sono una femmina e sarebbe il mio destino ubbidire. Col cavolo che ci sto. O cede lui oppure scappo di casa, anche se questo vorrebbe dire lasciare il piccoletto, indifeso, in quelle mani inconsapevoli. Lui me lo dice sempre: “Sorellina, io sto con te, qualsiasi cosa succeda!” Sono fiera di lui. Azz… non posso portarlo con me se scappo, altrimenti non posso più essere libera di patire la fame e gli stenti, perché se scappo non so proprio dove andare, neanche il nonno mi potrebbe aiutare. La clandestinità non è un bel gioco.
Comunque la fuga è non responsabilità. Fuggire vuol dire rinunciare a tentare di cambiare il tuo mondo, non solo quello degli altri, cioè quello di tutti, ed è soprattutto questo “altro” mondo che serve cambiare. Ecco appunto, quello che volevo dire è che da piccoli piccoli si è più liberi dai legami, dalle responsabilità. O almeno dovrebbe essere. Poi cresci e pensi al tuo fratellino e alla tua mamma che hanno bisogno del tuo aiuto e non sei più libera di niente. Si nasce soli in mezzo a tanta gente e subito il tuo cordone ombelicale cerca di legarsi agli altri. Fossi nata incapace di amare sarei nata libera ed invece ho già un’anima prigioniera. Nella prigione degli affetti.
Per esempio: Elena, l’informatrice, se ne è andata. Problemi di famiglia. Ho perso un’amica e ci sto male. Ci penso spesso. Non ci siamo quasi salutate. Come se ci dovessimo vedere domani. Non ci siamo neppure dette che ci saremmo scritte qualche lettera. Non ci abbiamo pensato o forse per il suo carattere ogni promessa è un’inutile bugia. Eppure io so che esiste l’amicizia e che è un sentimento simile all’amore e che può resistere nel tempo. Io so voler bene e so anche sacrificarmi per amicizia e per amore, ma… come fare per non essere saccheggiati? Perché questa sofferenza?
Più penso agli altri e più mi faccio coinvolgere dagli eventi. Altro esempio è Angela. Lei viene dal sud. Ossia la sua famiglia è meridionale, invece lei è nata qui. Spesso prima di rientrare dopo la scuola ci fermiamo a giocare insieme nel cortile di un vecchio palazzo dove l’erba cresce tra le crepe della pavimentazione. Ci leviamo il grembiule e mettiamo la cartella attaccata alle maniglie di un portone. Non mi piace molto giocare con lei perché pretende sempre di fare lo stesso gioco ripetitivo e sinceramente in quel gioco non mi sento a mio agio. E’ come se volesse fare un gioco da grandi e fosse un gioco che io mi vergogno di giocare. Avrò anche perso tutto l’istinto primordiale di un tempo, però certe cose le percepisco ancora bene.
Angela vuole fare il cavallo, anzi per dirla tutta vuole essere un cavallo femmina, ed io nel suo gioco devo essere il suo padrone crudele che lo frusta e lo tormenta nei modi più terribili. A parte il fatto che odio fare il padrone crudele, ma non trovo senso a questo gioco. Le ho chiesto ragione: “Perché vuoi fare il cavallo torturato e non vuoi fare mai tu il padrone?” e lei con quell’aria da cane bastonato mi risponde: “Non è la stessa cosa, fare il padrone non mi piace…” Comincio a chiedermi se non è più facile, e normale, e meglio, uccidere il padrone. Non la capisco proprio.
Vuoi vedere che ho trovato l’unica al mondo che vuol farsi angariare gratis? Che si diverte ad essere impastoiata e sottomessa? Certo che i gusti sono gusti, ma io non ci sto a stare a quel gioco e in genere la faccio incavolare perché tiro fuori la mia pistola e metto fine alle sue sofferenze sparandole alla testa. Ma non si fa così se un cavallo soffre? E se ci penso ho dei dubbi: è lei o sono io. Nella non ribellione di mia madre non c’è anche questo? E in tante donne? Non voglio ingoiare niente solo per la sfiga di essere donna. Io non mi sento donna; non quella donna. E non sono nata solo per soffrire. Non mi piace il dolore. Né nessuna sofferenza.
Il suo è un comportamento strano o almeno così sembra a me. Io parlo della mia famiglia. Racconto di Ernesto che è il fratello dal comportamento più ridicolo del circondario. Talmente strano che davanti alla tivù distoglie lo sguardo quando entrano ballerine in calzamaglia. Deve essere una colpa terribile guardare le gemelle Kessler ballare il “dadaumpa” in calzamaglia nera. Vero è che tutta l’Italia si ferma nei bar a guardarle a bocca aperta. Non capisco la bocca aperta ma nemmeno la sua vergogna. Strano mondo quello che mi circonda. Comunque io racconto senza problemi della mia vita, delle prodezze del piccoletto e anche di mio padre tiranno e anche manesco. Lei tace e mi guarda stranita, dice che anche suo padre è manesco, ma che comunque le vuole molto bene. E c’è sempre quel pudore nella sua voce.
La cosa l’ho capita il giorno dopo della consegna delle pagelle. Quella di Angela era piuttosto bruttina, ma non era la prima volta. Così il giorno seguente è venuta a scuola con un occhio nero e un livido rosso sotto l’altra guancia. Nemmeno questo capitava per la prima volta. Alle suore ha raccontato che era caduta. Mica ci voleva un genio per capire che era caduta sulle mani di suo padre. Io, se fossi stata l’insegnante, avrei preteso che venisse accompagnata a scuola, da quel bel padre affettuoso. E glielo avrei fatto capire con le buone e, se non ci riuscivo, anche con le cattive che ad Angela non doveva toccarla nemmeno con un dito. La cosa più strana era che lei sembrava contenta di portare sul suo corpo quei segni, che poi non si fermavano certo a quelli sulla faccia, come fossero medaglie. Accettare supinamente tutto questo mi pare una barbarie. E uno stupidario. Ma mi rendo sempre più conto che per cambiare il mondo devo trovare altra gente che la pensa come me .E devo anche cercare di aprire gli occhi di chi non vede. Ma è proprio un lavoraccio cambiare il mondo.
Però non capisco proprio chi ama far del male, come non mi piace per niente chi ama farsi fare del male. Chi non si ribella. Chi non reagisce. E’ un rapporto sbagliato, proprio malato. In tutto questo c’è qualcosa che non torna e che non comprendo fino in fondo. Marella, con la sua voce da rospo, mi ha detto che Angela ha una famiglia proprio disgraziata. Lei abita nella casa di fronte e queste cose le sa e le vede dalla finestra. Dice che il padre grida sempre ed è svelto con le mani. Ma che pretende anche che Angela stia seduta a mangiare sulle sue ginocchia. Intanto la strizza tra abbracci e manate. La cosa ci pare brutta anche perché Angela è grande, anche se non ha ancora un corpo di donna. Forse è così, un po’ più sviluppata, perché meridionale e mangia sempre tanta pasta?
Le cose si vedono quando si vogliono vedere. Che ne so? Non so se si può morire anche di troppo amore. Una cosa però la so: solo a pensarci mi sembra assurdo e ridicolo. Perché mangiare scomodi in due? Se fosse per mio padre mi manderebbe a dormire quando si mette a tavola. Non ama molto vedere il mio sguardo di sfida ogni volta che tratta mia madre come una serva. Sa che finiamo per discutere e preferirebbe starsene in pace. Se non fosse che per darmele mio padre non mi toccherebbe mai. E se devo essere sincera preferisco così. Se devo dirla tutta preferisco che il potere resti potere. E’ più facile combattere il tiranno quand’è solo tiranno. Non ho mai potuto riconoscere in lui un gesto di affetto e allora, se proprio deve essere, che sia solo guerra.

Le balle dell’informazione

In Anima libera on 2 marzo 2011 at 21:27

Foto del condannato a morte Caryl ChessmanPremessa alla parte quindicesima
M’era rimasto in bocca solo un leggero senso di disagio. Non ho nulla da rimproverarmi. C’è sempre un momento di riscatto. Forse pretendo troppo. Non mi sono mai fidata troppo di me. Sono sempre stata critica con la bambina. Ma c’è solo un grande bisogno di conoscere. E di riconoscere. Parlare di tradimento è esagerato. Ed esistono anni che riesci a capire il mondo solo con un’occhiata, e altri che quello che annusi nell’aria non basta più. Hai bisogno di dati, di informazioni, Elena è troppo superficiale. Lei ha pure troppa fantasia. Lei ne sa di tutto e se non sa inventa. Non è un buon metodo per sentirsi preparati, anche se nemmeno il mio funziona sempre. L’informazione è effimera. Oggi lo sai e domani dimentichi e tutto finisce in fumo. E i giornali raccontano solo una verità da giornale. E’ così che si capisce che crescere è consapevolezza. E che niente è facile.

A volte succede come ai bambini piccoli. Chiedono a ruota libera, i perché di questo o di quello, e alla fine non ascoltano la risposta, oppure la risposta non gli basta e continuano a chiedere: “…e perchééééé”? Anche a me succede così. Guardo la televisione e mi pongo un sacco di domande. Un po’ come “lascia o raddoppia?”, ma quello è solo un vecchio programma televisivo. Domande alle quali non so rispondere. Le poche cose le so dai quotidiani che porta a casa papà. Sì! proprio quelli delle balle da riscaldamento. Chi dà tutti quei giornali a mio padre non l’ho ancora capito. Noi ci mettiamo in bagno come in un gioco, che non mi pare un gioco. Tutti intorno e li immergiamo nella vasca colma d’acqua finché si inzuppano. Li strizziamo bene fino straziare le parole. Fino a farci dolere le dita. Fino a farne sfere perfettamente rotonde per metterli poi ad asciugare. D’inverno, nella stufa, bruciano a meraviglia. Ma prima, qua e là, mi cade l’occhio. E allora divoro le notizie con voracità. Ma forse questa è una curiosità legata a quest’età; per tutti. Non lo so. So solo che ho bisogno di sapere.
Siamo già nel 1960. Il tempo corre. Ormai sono vecchia o almeno così mi sento. Ma si può? nascere anche troppo bambina e diventare vecchia senza passare per il tempo delle irresponsabilità? della cazzate giustificate? del divertimento? In effetti è vero, essere impegnati è faticoso, a volte può essere una noia mortale. Vuoi mettere Elena, per esempio, lei è il disimpegno fatto donna, o quello che è. Anche nell’amicizia non è seria, passa di amica in amica senza badare né alle motivazioni né alla consistenza del rapporto, anzi più leggero e disimpegnato è meglio ci si trova. Lei non è per le cose per tutta la vita. Forse è giusto così. Solo che sono nata di un’altra pasta. Mica ci posso far nulla.
Sia chiaro io non sono moralista e non pretendo dagli altri l’impossibile, però, se gli altri li giustifico sempre, o quasi, da me stessa pretendo sempre qualcosa di più. Tutto sommato accetto anche l’inadeguatezza dei miei, non si può essere esigente oltre e alla fine li giustifico, perché non dev’essere facile avere una figlia come me. E nemmeno è facile essere adulti. E genitori. Certo non gliel’ha ordinato il medico. Direi che non ci sanno fare. Io sono nata con un gene nuovo e deviato che non so ancora bene cos’è. Non riesco ad accettare quello che mi circonda così e punto. Non riesco a non farmi delle domande complesse anche sulle banalità. Non riesco a trovare risposte semplificando, devo puntigliosamente andare al nocciolo del problema e mica sempre ci arrivo, anzi ci arrivo ma ci sono altre domande che mi aspettano e mica sempre trovo le risposte. E soprattutto non riesco a non provare l’istinto di cercare di cambiare le cose. Quello che non va.
L’ingiustizia mi fa star male. Solo che… insomma… essere così seria e analizzatrice mi sta anche trasformando in una pallosa prima della classe. E a pensarci mi viene da vomitare. Così decido di abbandonare i risultati scolastici e di dedicarmi di più alla vita. Alla gente che mi circonda e all’informazione che traggo da tre fonti: Elena, sempre meno credibile; la televisione, che ai miei occhi comincia a diventare poco attendibile, e la stampa che a casa mia si trasforma come detto velocemente in combustibile. La parole saranno anche di piombo ma le notizie vanno presto in fumo. Ho bisogno di sentirmi viva. Partecipe; non so a cosa. Dentro la realtà. Il mondo gira e non riesco a stare ferma. Ho l’argento vivo addosso.
Vediamo i fatti. Con Elena parlo del modo di comportarsi degli adulti e delle tendenze di noi ragazzine. Dopo i suoi primi accenni su come fare un bambino, abbiamo deciso di informarci sull’Enciclopedia che ha a casa sua. E sulle riviste dello zio di Elena che poi non è vero zio, me l’ha confessato un pomeriggio mentre le facevo matematica. In realtà avevo capito che qualcosa di strano c’era; non sono così sprovveduta. Anche se sono poco interessata alle parentele, io. Ma lei ci teneva che sapessi che invece era un amico di sua mamma e che non dovevo dirlo a nessuno. Capirai a chi può interessare. Ma contenta lei…
Ce la siamo letta tutta per poter arrivare agli “organi riproduttivi”, alla “gravidanza”, al “pene” e alla “vagina”; nomi che suonano non tanto impronunciabili quanto strani. Dai disegni non si capisce di più. Allora completiamo lo studio nelle riviste dello “zio” e ci facciamo una vera cultura. Gli uomini o ce l’hanno piccolo e triste oppure molto grande e pure incazzato, insomma… quel coso che pende. Ho dei sospetti. Quella robetta di Ernesto che lo fa nascondere dietro le porte non può servire ad altro che a farci la pipì. Bastava dire che i bambini escono come la pipì. Quando mi trovo sola controllo sotto la mia pancia. Forse col tempo cresce e si allarga. Come le tette. Resto scettica. Dal buco delle donne è impossibile che esca la testa e le spalle di un bambino… Chi può credere in una simile sciocchezza? Vuoi vedere che anche l’enciclopedia racconta balle!
La televisione mi dà poco anche perché mica sempre vedo il telegiornale. A quell’ora ceniamo e la televisione non sta in cucina. Se entrasse lei noi dovremmo restare fuori, è troppo grande. Solo il nonno è un valido mezzo di informazione, da lui ascolto sempre il Radiosera e mi spiega i fatti che succedono e mi fa anche capire che le guerre sono sempre orrore e che qualche volta però è giusto farle, per esempio quelle che si chiamano rivoluzioni. Se non fosse stato per il nonno come avrei potuto sapere dei fatti dell’Ungheria, o dei minatori di Marcinelle, certo che morire così è proprio una brutta morte, e non è giusto, o delle proteste dei mezzadri? Ma dai nonni ci vado così poco, adesso che c’è l’affare della scuola. Tanto che di Pucci, il mio fidanzato che porta il latte, non mi ricordo quasi più il sorriso. Chissà se lui mi pensa?
Però i giornali sono un bello spunto. Innanzi tutto sono diversi e non dicono mai le stesse cose. Hanno titoloni che fanno capire cosa scrivono poi in piccolo sotto. Così se vuoi ti fai un’informazione titolata e varia, frettolosamente, e poi puoi immaginare, con un po’ di fantasia, il contenuto. Oppure fai come le testedure e ti leggi tutto l’articolo prima di metterlo a mollo e annegarlo. A me piacerebbe proprio fare quel lavoro. Scrivere le notizie. Dire alla gente cosa succede. Deve essere affascinante. Cambio troppo spesso di idea: prima il prete, poi il cosmonauta? ma credo che questa sia la mia scelta definitiva. Da grande vorrei fare la giornalista. O la maestra? La verità è che sono anche terrorizzata dai temporali perché mi ricordano la guerra. A volte i fatti, anche i più lontani, ti entrano dentro; ti cambiano la vita. Mi capita di avere incubi nel sonno con aerei nel cielo che fanno cadere le bombe. Anche se la guerra io non l’ho mai vista. Ho forse bisogno di un esorcista? Una benedizione particolare con l’acqua di Lourdes? Mi fa paura la morte in ogni sua forma.
Dalle pagine dei giornali, per esempio, vengo a sapere che hanno fatto il Governo Tambroni. Non mi è tutto chiaro, anzi niente. Cos’è un governo? Perché è così importante? Già il nome non promette bene. Sembra quello di un farmaco contro la tosse. Mi fa sentire nell’aria il ronzio di insetti e di pallettoni di fucile. Sarà solo un pregiudizio? Ma il fatto che più mi prende è la prossima esecuzione della condanna a morte di Caryl Chessman. Innanzitutto lui si dice innocente, e poi non ci sono delle vere prove della sua colpevolezza, ma pazienza questo: colpevole o no io sono contraria alla pena di morte e basta. Non dico che chi compie un reato deve stare libero, anzi penso che deve essere adeguatamente punito. Gli si deve insegnare che la cosa che ha fatto è davvero brutta e sbagliata e che non doveva farla, e quando l’ha capito puoi farlo uscire e controllarlo se fa il bravo. Ma quella della pena di morte è una vera barbarie. Se tu uccidi quello che uccide allora sei come lui. Se il delinquente che ha ucciso lo giudichi e lo condanni a morte chi giudicherà il condannatore che provocherà la sua morte? A me sembra una cosa stupida da grandi. Come dicevo: non sarebbe meglio tentare di recuperare queste persone e insegnargli ad essere migliori?
A scuola ci scrivo pure un tema, ma le suore non sono preparate sull’argomento. E quando mai. Chiamano mamma per sconsigliarla di farmi partecipare alle discussioni politiche in casa. Lei non ci capisce un’acca. Discussioni politiche in casa non se ne sono mai fatte, e poi lei ha sempre votato democristiano. Come le aveva detto anche il parroco. Sarebbe giustificato un sospetto, ma dal nonno è un bel pezzo che non vado. Da chi imparo ad essere ribelle? Se la prenderebbe anche con Elena, ma ormai si è trasferita in un’altra città (mamma, finto zio e riviste appresso, ma lei di zio e riviste non sa, senno sai che lagna). Non le resta che mettermi sotto interrogatorio. Non le resta che arrendersi. Ha il sospetto che io abbia una testa mia. Non sa a che santo votarsi. Come sempre si rifugia nell’autorità di mio padre. Lui nemmeno sta a sentire, mi stampa uno sculaccione rovente su una chiappa.
Non le capisco proprio le suorine. Dovrebbero essere le messaggere della pietà. Quelle buone. Mi sarei aspettata di trovarle d’accordo, solidali. Invocare il sacro valore della vita. Invece… il mondo lo capisco ancora meno. E poi si sa come sono, i genitori, quando non sanno più che pensare dei loro figli, pensano male degli altri. Sono gli altri a rovinare le loro magnifiche creature. Devo dire che mamma comunque è più realista. Sono sempre stata una figlia strana, con dei tratti diabolici. Questo per lei. Sono una delle tante cose che non riesce a capire; e non si da troppo pena per farlo. Capisco troppo velocemente le cose e non mi accontento delle storie che calmano gli altri bambini. E’ questo il mio male e la sua disgrazia. Spesso si chiede che colpe ha commesso; come se tutto dipendesse da lei. Alla fine se ne lava le mani.
Quell’uomo è dentro quella cella da tanti anni che non può essere lo stesso uomo. Deve essere terribile stare tanti anni prigionieri di un buco. Vivere soli con la propria paura. La trovo una barbarie. La pena di morte, voglio dire. Se ho capito bene ha scritto anche un libro. So che stanno preparando una manifestazione. Andranno tutti in campo con una candela accesa. A pregare. E sperare che il governatore, all’ultimo, ancora una volta, alzi il telefono; rimandi l’esecuzione. So che mio padre non mi lascerà. E’ di sera e comunque lui sa solo dire di no. Sono amareggiata. Mi sembra di avere un appuntamento con la storia; col mio futuro; a cui non posso mancare. Fosse qui almeno il nonno. Sono incazzata. Spero che quella storia mi aspetti. Forse per lei sono ancora troppo giovane. Forse mi vedrebbe ancora bambina. Vorrei andarci ugualmente. Così, quando provo ad insistere per uscire con la mia candela accesa la sera dell’esecuzione, i miei mi mandano a letto senza cena e mio padre mi dà pure uno scappellotto grugnendo: “Attenta, piccola…”.
Sia chiaro: attenti a voi a chiamarmi piccola con quel tono di voce, potrei mordervi il naso senza pietà. Quando sibila quella frase, “Attenta, piccola”, per lui è una sorta di dichiarazione di guerra. So che poi parte con gli scappellotti. Ma io non so starmi attenta. Parliamo lingue diverse, io e lui. Non può mettermi paura. Come è noto a tutti Caryl è andato sulla sedia elettrica. Secondo me quell’uomo era già morto fin troppe volte. Tambroni ha fatto sparare sui braccianti ed è rimasto ancora al governo, non per troppo tempo; quanto basta a provocare morti e feriti. I grandi sono proprio pazzi. Lo sostituirà Fanfani. Un nano e io dei nani diffido… Mi sembra che gli manchi sempre qualcosa. E che siano sempre incazzati. Queste cose mi rendono rabbiosa, cattiva. L’Italia è in fiamme. Sono troppo arrabbiata persino per parlare. Anche a me manca qualcosa: il fiato per gridare abbastanza forte: “Assassini”!!!

Passare al nemico

In Anima libera on 16 febbraio 2011 at 17:08

Immagine a colori di pinguiniPremessa alla parte quattordicesima
Tu vivi sempre arruffata come un gatto a graffiare e poi caschi nella banalità, solo per colpa di uno stupido disegno. Insomma la vita è bizzarra. Sei distratta davanti ai suoi tranelli. E a volte le sue trame non le puoi prevedere. Insomma non era solo un disegno, per la verità, era qualcosa di più… ma questo comunque non voleva dire che ero passata al nemico. Era stato tutto un equivoco. Io mi ci ero divertita, ma poi lui mi aveva davvero risposto. Ecco come si fa a diventare una star senza averne la benché minima voglia. E poi a tacerlo perché non ne andavo certo fiera.

Quest’anno è stato l’anno dei Papi. Come si fa a fuggirne in una scuola privata tenuta dal guanto di ferro di suore con l’aria di angioletti spiumati? Io coi Papi non ho mai voluto averci niente a che fare. Mica che per colpa della loro santità, rischiavano di finire per graziarmi e farmi diventare una ragazzina per bene. Certo la comunione l’ho fatta e mica convinta. Elena mi ha detto: “Dai, non rompere, mangiati la cialda e beccati i regali.” La sua è una filosofia del tutto opportunista. E molto spiccia. Io qualche principio ce l’ho ancora, sempre, però… un pensiero lo faccio, maledetta ingenuità, mica butto via i regali per la mia prima comunione, no? Ma se il cielo ti casca in testa
Eppure lo so, quando cerco di adattarmi, nascono sempre casini. Mamma vuol far la sua bella figura e mi addobba come Santa Rita da Cascia, con un fioccone bianco che sembro una bomboniera, più un veletto minimalista in testa. Una mascherata che me la ricorderò finché vivo, so che ne proverò vergogna per sempre. Con la gonna poi ci faranno la zanzariera alla culla del piccolo; la guarda interdetto, e non sa bene se piangere o ridere. Qui si riusa tutto. Le gonne della comunione, ma anche i giornali che porta a casa papà. Mica per leggerli, come si potrebbe pensare. No! si buttano nella vasca da bagno e si appallottolano in balle di cartapesta.
Povera informazione che si usa solo per farla finire praticamente in fumo. Nel frattempo, prima o durante le palle, ci do una letta e imparo molte cose. Le palle si devono asciugare al sole e poi conservare in soffitta. D’inverno le notizie scaldano la nostra vita. E d’altra parte, per loro, a cos’altro servono? Mamma legge a stento qualche rotocalco di passaggio: Oggi o Gente, e qualche volta ci fa sopra qualche lacrimuccia. Esempio: Soraya, l’imperatrice triste. Quella bella, ma che non aveva bambini. Ah che dolore! Che poi il marito le ha dato il benservito e se n’è presa un’altra. Mamma su queste cose ci riflette pure: “Meglio senza bambini e senza marito oppure tanti bambini e un marito?” Se è per me una risposta la darei subito. Certo i bambini mi piacciono, ma i mariti… insomma meglio farne a meno, sarei più contenta. Sospetto che lei si commuova solo per i mariti e i bambini delle altre.
Insomma, questo è un anno proprio pieno di giorni. Insomma, andiamo avanti, faccio la comunione, vergognandomi come una ladra e loro mi regalano un libricino di preghiere, un rosario e una penna stilografica di madreperla bianca. Non ci posso credere. E io avrei barattato per questo la mia dignità? E’ una fregatura madornale. Così imparo. Mai più contro i miei principi per presunti interessi personali. Non ne vale proprio la pena. Meglio restare la solita bambina che dice sempre No! Ché poi la verità è che non ho potuto scegliere. Non me l’hanno lasciato fare. Mi sento ancora tradita. Costretta. Quella dei regali era solo una pillola. Un modo di rendermi da sola meno amaro il boccone. Era una ragione dove una ragione mica la trovavo.
Intanto muore un Papa e se ne fa un altro. Solita stupida abitudine. Che poi tutti e due sono stati patriarchi della mia città. Cioè i due di cui mi tocca di parlare. Che poi patriarca sembra che valga qualcosina di più degli altri, perché li fanno Papi come piovesse. Per le suorine è di grande orgoglio. A me non frega niente. Tra l’altro sono contraria all’infallibilità del Papa. Non è giusto: Che è, un raccomandato? A me certe garanzie non me le hanno mai date. Qualsiasi cosa faccio sono certa di sbagliare. O almeno un po’ lo penso io e un tanto me lo fanno credere. Comunque sembra che gli unici infallibili siano loro. Ma l’hanno studiata la storia? Io la leggo dai libri di Ernesto che non parlano quasi mai di Papi che hanno fatto qualcosa di giusto. Sembra che preferivano le armi alla preghiera. Ma tanto è inutile rivangare. Intanto parte il nuovo papa e torna quello vecchio. Sì perché il nuovo va a Roma a prendere il seggio, Mentre quello che è morto si fa portare indietro per vedere per l’ultima volta la “sua” città.
Le suore sono impazzite. Già che durante l’anno non ci stanno con la testa, per questa incredibile e imprevista occasione organizzano un coro per riceverlo. Sì, perché dalle suore non manca mai la festa con lo spettacolo e il coro di voci più o meno bianche. Io la voce ce l’ho bianca, ma Marella no. Lei parla e canta come se avesse un rospo dentro alla gola. E’ bellissima la sua voce. A dirla tutta parla come uno scaricatore del porto, che qui in città ce ne sono tanti e berciano in modo particolare, sacramentando qua e la. Marella è pure carina, ma fa parte delle sfigate e non la apprezzano mai per le sue strane qualità. A me capita che essendo troppo avanti nello studio, non sappiano come farmi impegnare il mio tempo. Allora scoprono le mie capacità canore e mi mandano a lezione dal vecchio maestro del coro. Ah ah ah ah ah ah ah… giù e su per le scale musicali. Ogni pomeriggio una lezione che sinceramente è ben poco divertente. Ma la voce si rinforza, prende spazio, trova coraggio. Ora che il papa morto arriva in città le suore ci piazzano sulla scalinata di una chiesa, con le nostre divise bianche, il fiocco rosa e una bandierina papale in mano da sventolare¹. Io a dare il via ad una poetica ode a Roma: Salve, salve Roma/ la tua luce non tramonta/ vince l’odio e l’onta/ con l’ardor di tua beltà/ Roma degli Apostoli/ madre e guida delle genti/ Roma luce dei credenti/ il mondo spera in te.
Che baggianate. Già! meglio, molto il “Va pensiero…” e anche con quello segno l’inizio e conduco le voci alte. Marella conduce quelle basse, finché non perde l’appoggio al gradino della chiesa. E allora fa finire il coro nel precipizio della sua caduta. Che sarà mai? Non capisco perché le suore si incavolino. D’altra parte al papa basterà il pensiero; no? La vedo difficile che ascoltandoci si sia offeso per l’esecuzione. D’altra parte non siamo mica a Sanremo. E poi lui, a tutti gli effetti, non ci dovrebbe sentire, visto che è morto e pure da parecchio. Perché qui è venuto solo in spoglie.
Pare avesse detto: “O vivo o morto, tornerò”. Tornare c’è tornato. E morto tanto. C’era ancora la guerra quando è morto. Quella grande. Del 15 18. Non so perché hanno aspettato tanto. E non so nemmeno perché non se lo sono voluti proprio tenere. Da dove siamo non ho visto molto. Ho visto solo la confusione. Non so com’è da morto. Ma nemmeno so com’era da vivo. Io mica c’ero allora. E ora c’è troppa confusione. Ma forse un papa assomiglia a un papa. Comunque per tenere buone le pinguine ho pensato di mandare una lettera a quello nuovo² che si chiama Giovanni XXIIIesimo; corredata da un disegno della sua bella facciotta simpatica, bardata dai simboli del pontificato. Veramente da noi lo chiamano Nane-schedina o anche Nane due pareggi e tre vittorie in casa. Ma è meglio dirlo a bassa voce, si sa mai.
Non è una cosa seria, sia chiaro. Gli ho scritto come se fosse un mio amico e se avessimo giocato fino al giorno prima a pallone nel cortile sotto casa. Mi pare evidente che non aspetto risposta. E’ solo una cosa così. Senza pretese. Insomma una lettera che non mi sembra da tenere troppo in considerazione visto il tono e le modalità. Le suore stesse si sono chieste se fosse il caso di inviarla. Ma chissà, forse il papa, che a sentirle è Gesù in terra, mi avrebbe perdonato. E invece zacchete, come fa spesso il destino, che ti sorprende e ti nomina unta dal signore, il nuovo papa mi risponde. E mi risponde, a me personalmente, e mi parla un po’ parlando in papese, ma anche usando delle frasi più fraterne o paterne che divine.
La lettera me la leggono e me la fanno vedere da lontano e poi la incorniciano e la tengono come reliquia nella cappella del convento. Non ci capisco niente. Tutto sommato: che c’è di strano? io ho scritto una lettera e lui ha risposto. Questione di educazione no? Non capisco perché attorno a questa storia si forma tanto interesse. Le suore mi guardano con adorazione. Le mie compagne divise in due gruppi, mi guardano o con odio o con perplessità. Le belle figlie di Madama Dorè ovviamente con odio e le compagne proletarie invece, come se con questa lettera avessi fatto la mia consegna al nemico. Uffa! che difficile essere eletta a mito di qualcuno. Io non ci tengo. Sia chiaro io non ho mai sognato di finire su un santino, ma nemmeno di finire stampigliata su di una bandiera anche se rossa. Ma perché? lui ha il suo gregge. Io posso essere tutto tranne che pecora. E mi scappa un sonoro gran “Mavaffa”.


1] Papa Pio X: nel 1959 la venerata salma di S. Pio X ritorna a Venezia per mantenere la promessa.
2] Giovanni XXIII

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