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Lunga vita agli smemorati

In Anomalie, Ironia on 24 settembre 2012 at 14:48


Non so per quale ragione, ma io ho una buona memoria. Più passano gli anni e più mi stupisco di essere riuscita ad “archiviare” così tanti dati, che poi non è stato un lavoro organizzato bene, sarebbe troppo bello, ma ho trattenuto dati alla rinfusa, senza una vera logica e senza la volontà di farlo.
In questo modo il mio archivio mnemonico e vario e multiforme, ma probabilmente tralascia dati importantissimi, e visto che li ho dimenticati, e solo per questo, li sottovaluto e non me ne preoccupo.
Ho avuto a che fare molto spesso con persone che non hanno memoria e, quella che hanno, appare molto selettiva. Si lagnano sempre di questo problema, ma tutto sommato non so se si tratti proprio di una cosa negativa. Il mio cervello è iperattivo e valuta, seleziona, incasella e archivia oppure si mette in funzione ricerca, seleziona, valuta e propone… insomma un lavoraccio della madonna.
Chi ha poca memoria non sa che stress sia averne molta, non sa per esempio quanti collegamenti, intrecci di dati e riferimenti si debbano avere per ricordare bene. A me basta un semplice odore, una tonalità di luce, il sapore di un cibo per mettermi a disposizione un numero esagerato di emozioni, ricordi e riferimenti precisi. Dopo ci si chiede come mai, una come me, dorme pochissimo e quando si sveglia anche nel pieno della notta è totalmente presente a sè. Il mio cervello non chiude mai e persino i sogni vengono analizzati e schedati come ogni altro tipo di dato.
Ho un’amica che purtroppo per cause legate ad una grave malattia, ha perduto totalmente la memoria. E’ terribile a pensarci, lei non ha alcun riferimento di sorta, se non da breve tempo. Ha scordato tutto quello che sapeva, che aveva studiato prima, ha dimenticato i volti dei suoi famigliari e così pure i sentimenti che la collegavano a loro, si è dimenticata il suo nome e la sua storia… una cosa terribile, ma comunque, alla fine è tornata bambina piccola, ha imparato a parlare, scrivere e leggere, a ricominciato a voler bene e a conoscere chi le stava attorno. Insomma ha ricominciato a vivere. A parte il fatto che la cosa sembra inconcepibile a quelli come me, a guardarla, comunque mi stimola tenerezza e pure il suo corpo è tornato bambino, la sua pelle è levigata da rughe di espressione e da tensioni che prima vi leggevo. Parla come una bambina e prova le cose che provano i bambini, emozioni ed entusiasmi compresi… questa cosa è proprio così terribile?
Ho visto smemorati cancellare la loro vita precedente, senza rammentarsi nè il bene nè il male passato. Li ho visti buttarsi il mondo dietro alle spalle e riprendere a vivere senza pregiudizi e amarezze. Non so dire se è una reazione naturale di alcuni cervelli o di alcune coscienze volubili. Dimenticare aiuta a combattere i sensi di colpa e le responsabilità, l’unica cosa che non è certa è se si tratti di una reazione indotta oppure una funziona naturale della propria psiche.
Se penso alle mosse di qualcuno che conosco, mi par di capire che il genio sta nella smemoratezza e non nella sregolatezza. Come ho letto in una statistica presentata non so più da chi è l’egoista che vince in longevità e suppongo che la smemoratezza, se non è un fatto patologico, vinca sicuramente il primo premio in fatto di distrazione ed egoismo. Pertanto lunga vita agli smemorati, sebbene che un mondo fatto solo di loro, a me pare davvero un incubo terribile.

Le grandi manovre di pochi potenti decidono la vita di uomini stanchi…

In amore, musica on 14 giugno 2012 at 20:32

Se è vero che adesso possiamo parlare
di libera scelta del bene e del male
di tecnologia votata a cambiare
ti chiedi a che prezzo e chi deve pagare.
Le grandi manovre di pochi potenti
decidon la vita di uomini stanchi
di generazioni costrette a sparare
per credo o per noia ma spesso per fame.
E se vuoi scrivere una canzone apri il giornale c’è l’ispirazione.

L’amore che cerchi l’amore che vuoi
non farti ingannare non fermarti mai
non chiudere gli occhi non chiuderli mai
l’amore che prendi l’amore che dai
l’amore che prendi l’amore che dai…

Sei dentro o sei fuori dal gioco virile
dal culto del forte o dell’apparire
qualcuno che vuole cambiare la storia
denunciano un vuoto di poca memoria.
Discorsi importanti regalan speranza
ma intanto son chiusi dentro una stanza
se senti il bisogno di un po’ d’amore
mettiti in fila che c’è da aspettare
scaldati all’ombra di un raggio di sole
gioca più forte non ti fermare.

L’amore che cerchi l’amore che vuoi
non farti ingannare non fermarti mai
non chiudere gli occhi non chiuderli mai
l’amore che prendi l’amore che dai
l’amore che cerchi l’amore che vuoi
non farti ingannare non fermarti mai
non chiudere gli occhi non chiuderli mai
l’amore che prendi l’amore che dai.

(L’amore che cerchi l’amore che dai – Nomadi)

Un’altra piccola storia ignobile

In amore, Donne on 5 maggio 2010 at 7:23

Beatrice stava osservando la sua vecchia casa, quella che lui l’aveva costretta a lasciare. Era stata per troppi anni una specie di maledizione. Ora esserne fuori era una liberazione. La casa di per sé era bella, grande, con un giardino molto spazioso che era stato una benedizione per i bambini, ma adesso le pareva lugubre e buia. Innanzi tutto era fuori del mondo. Non che una casa in un qualsiasi centro città sia di per sè migliore, ma la differenza sta nel tipo di vita che ci puoi condurre. Tutto molto a portata di mano, come per esempio la scuola dei figli, i negozi, le possibilità di lavoro e non ultimo la frequentazione delle amicizie.
Guardava la casa e sentiva che non le apparteneva e non le era mai appartenuta. Lì era rimasta isolata per tanto tempo, lì si era giocata buona parte della sua gioventù e quasi tutta la stima per le sue doti e capacità. Ormai era un luogo dei ricordi e a pensarci bene non erano tutti ricordi felici, anzi a pensarci ancora meglio, i ricordi erano di un deprimente da non crederci. Però lì dentro, malgrado tutto, c’erano ancora i suoi figli.
Ma come aveva fatto a investire così male la sua vita? Se cercava le ragioni che l’avevano spinta a fare certe scelte, oggi come oggi, non riusciva nemmeno più a ricordarle. Si era chiesta per tanto tempo se la ragione fosse stata l’amore o la passione. Questo avrebbe giustificato, almeno in minima parte, il fatto di intestardirsi in un rapporto senza capo ne coda, costruendo un patetico futuro basato sulla sua capacità di sopportare e rinunciare. Patetico futuro che comprendeva una vita da rimettere in piedi e due figli da riconquistare e da crescere.
Lei sapeva di avere tutte le colpe, o almeno, come al solito, era il suo modo migliore per approcciarsi all’analisi di tanto sfascio. Le era inaccettabile accusare lui di tanta incapacità affettiva, insensibilità, egoismo e bassezza morale, non solo perché era il padre dei suoi figli, ma perché era stata lei a tirarlo dentro a quel rapporto. Lui già sapeva fin da allora, forse, che nulla avrebbe cambiato di sé per ricompensare lei.
Era difficile non sentirsi annientati dai suoi rifiuti, dall’avarizia delle sue risorse umane, dall’incapacità di esistere come essere predisposto ad evolversi. Nulla era servito se non a rendere più completo il fallimento. Pensava a lui e alla facilità che aveva di tenerla in scacco con il ricatto dei figli, ma pensava anche alla sua vita precedente, ad altri dolorosi rifiuti ad altre fughe insensate. Ma lei era davvero solo una piccola donna senza potere, non aveva neanche più quel po’ di fiducia in se stessa che le permettesse di ricominciare con un po’ di dignità. Eppure, almeno questa volta, lui non l’avrebbe schiacciata con la sua totale indifferenza, assieme alla volontà di annientarla e disperderla dentro alla catacomba del loro matrimonio. Lei ora aveva raccolto con disperazione i suoi libri, l’unica cosa che valesse portarsi via ed era uscita da quella vita, dal luogo della sua mortificazione.
Guardando le finestre buie, oscurate dalle pesanti tende che tenevano lontano la poca luce di quelle latitudini, promise a se stessa che avrebbe combattuto per quei figli che erano prigionieri dell’egoismo del padre, li avrebbe portati in luoghi nuovi, aperti, lontano dall’aria asfittica di quel morboso disamore. Aver sopportato per troppo tempo il ricatto di una piccola storia ignobile, perchè di questo si trattava. Una storia che non faceva notizia e che relegava una donna ai margini della sua vita, senza niente in mano se non un orgoglio disperato e la voglia di trovare una nuova dignità. Ma come fare se in cambio di questo sono i tuoi figli a venirti strappati? Quella lacerazione e la convinzione che non era ancora in grado di provvedere per tutti, la faceva sentire un essere inutile e esasaperato. Era peggio che la morte, era annientamento. Nei suoi sogni che timidamente esploravano il futuro lei era certa che non avrebbe lasciato a quell’uomo il potere sui figli e che finalmente avrebbe consegnato loro la nuova madre e donna che era, perché ogni figlio ha il diritto di avere per madre un essere umano amoroso con le sue potenzialità e le sue debolezze, con le paure e le certezze, perché incomincia da questo la lezione che consente di seminare nei figli il seme che dà origine all’amore.

Matilde e le sue ragioni

In Amici, amore, Anomalie on 20 aprile 2010 at 19:30

Era la sera dell’appuntamento al Ristorante di Biagio.  Matilde si sentiva molto nervosa ed irritata. Sapeva chiaramente che non sarebbe andata all’incontro annuale con le sue amiche, che si teneva ogni 8 di marzo. Le ragioni erano infinite, ma… la ragione più importante era che Anna non ci sarebbe stata, e lei senza Anna non voleva farsi vedere. La questione di Anna era troppo dolorosa. Più ci pensava e più la realtà le accorciava il respiro. Anna… la sua Anna, era perduta. Giulio sembrava più ottimista di lei. Giulio glielo aveva detto fuori dai denti, parole dure anche se, lei lo sapeva, essere dettate dalla sofferenza più che dal rancore: “Io non sono come te, il mio amore la salverà, tornerà da noi, dalla sua famiglia e tornerà guarita.” A chiunque sarebbe parso un rimprovero, una dimostrazione che lui era più forte di lei, e che aveva più diritti su Anna, e che il suo amore era importante ed immutabile. Eppure era proprio quell’amore che aveva perduto Anna. Matty si sentiva stanca.
Stanca di mentire e di nascondere i suoi sentimenti. Anche con le amiche, a quelle cene, ogni anno aveva dato il meglio di sé. Lei, la donna indipendente, piena di uomini, soddisfatta di se stessa. E nessuna di loro mai aveva sospettato che lei era nata diversa. Solo Anna sapeva, solo quella donna che era stata la sua terribile ossessione. Vivere apertamente in questo mondo la sua diversità era stato impossibile. La vita non glielo aveva permesso. Era impossibile nuotare contro i pregiudizi. Impossibile essere amati per quello che si è. Solo Anna l’aveva capita, solo lei le aveva dato tutto l’affetto che desiderava, che aveva sognato. Solo Anna era la sua vita. Era successo quella meravigliosa estate in quella vacanza sfrenata nell’azzurro del mar Egeo.
Lei lo sapeva da anni, ma Anna solo allora aveva compreso. Era rimasta stupita che i loro abbracci tra amiche si fossero trasformati, nell’ansia di non dimostrarlo, in qualcosa di diverso e inizialmente aveva preferito non pensarci, poi quella sera la cena in quel localino in riva al mare, i fiumi di retzina e l’ouzo le aveva rese euforiche. Il vino era troppo freddo e i loro corpi erano troppo caldi dopo una giornata di sole e… erano cadute le ultime resistenze.
Dopo non fu più lo stresso. Anna non fu più la stessa e Giulio se ne accorse. Era troppo difficile mentire anche con lui e Anna alla fine si era confidata, e lui aveva capito solo che ci avrebbe dovuto dividere e che non poteva perdere il suo amore per una storia omosessuale. Se avesse capito l’avrebbe potuta aiutare e forse Anna ce l’avrebbe fatta… Ma Giulio l’aveva sempre amata di un amore esclusivo ed egoista, non la voleva perdere, non poteva stare senza di lei. Anna era troppo bella e troppo sensibile e lui era disponibile a tutto pur di non perderla. Non mi è mai importato di me, se lei fosse stata felice e se avesse voluto quella vita io mi sarei allontanata per sempre, ma al ricatto di Giulio lei aveva risposto chiudendosi in sé stessa. E stava male e il suo mondo si trasformava sempre più, nella gelida morsa di un inverno. La depressione l’aveva resa fragile, insicura, spaventata.
Ovviamente tutto era peggiorato alla nascita di Tobia, e Giulio aveva cominciato a capire che la medicina era stata peggiore della malattia. Anna era terrorizzata, non voleva stare sola col bambino perché temeva di fargli del male. Giulio aveva tentato tutto. L’aveva fatta curare da un luminare, che l’aveva imbottita di medicine, ma senza risultato. Io non lo sapevo. Quando la vedevo a quella cena di amiche restavo sempre abbagliata dalla sua bellezza e dalla sua dolce tristezza. Anna me lo disse dopo, quando Giulio, per aiutarla, mi aveva chiamato e mi aveva chiesto di dargli una mano a farlo uscire da quell’incubo. Ma questo avvenne dopo, quando ormai Anna aveva perso la luce negli occhi e il controllo del suo cuore. Cosa avrei potuto fare, io, da sola, di fronte a tanta devastazione? Anna non era più la mia Anna, era un bel manichino pronto ad indossare l’abito e la maschera che il mondo le imponeva. Non era più in grado di lottare per se stessa e per l’amore che l’aveva tradita. La famiglia vedeva di lei solo l’immagine che preferiva, e le amiche la vezzeggiavano solo perché era tra tutte la più vulnerabile.
Io pagavo le mie colpe. Era stato il mio amore la causa di tutto. Non potevo immaginare che sarebbe stata la sua perdizione. E Giulio che si giustificava con quel sentimento che non lasciava requie, solo per il suo diritto di uomo, ci aveva perduto tutte e due. Ora Anna era diventata estranea a tutto e a tutti, non era valso il ravvedimento del marito, e nemmeno tutta l’energia che io avevo messo nel cercare di farla ritrovare. Lei mi ripeteva spesso: “Non chiamarmi Anna, non sono più la stessa persona!” Io cercavo di abbracciarla per farle sentire che non era sola, che se voleva poteva aggrapparsi a me, ma lei restava fredda e qualche volta mi allontanava esasperata. Quante volte ho pensato di aver sbagliato tutto. Avrei dovuto non confidarmi mai, l’avrei dovuta lasciare all’illusione del suo amore. Forse la sua vita non sarebbe cambiata, forse avrei potuto vederla e sfiorarla, sarei morta di dolore, l’avrei ingannata, ma non avrebbe saputo mai. C’era stato quel viaggio assieme, sperando che in quella vacanza… cosa speravamo? Che lei avrebbe potuto scegliere? Maledetto egoismo umano, non si gioca coi sentimenti di una persona così fragile. Eravamo tornati prima perché lei non ce la faceva. Non reggeva lo stress delle nostre aspettative. Io mi ero dedicata a Tobia, con tutto l’affetto che potevo: anche lui era fragile, anche lui era sofferente, e mi si aggrappava addosso come se fossi il suo salvagente. Anna o si chiudeva nella sua stanza oppure usciva e andava a fare compere dissennate. Abiti e gioielli inutili che non si metteva mai, regali esagerati che io non volevo accettare.
Alla fine passava il suo tempo inebetita da psicofarmaci e alcool, e solo qualche volta usciva dal suo mutismo, e guardandomi con quei suoi occhi ormai troppo dilatati mi sibilava “Matilde, sei una puttana, tu vuoi rubarmi l’amore di Giulio e anche quello di Tobia, ma io ti ho capito sai, fingi di volermi bene per poi lasciarmi sola. Sei una puttana, una sporca puttana.” Alla fine Giulio mi chiese di condividere con lui la scelta della sua ultima prigione, i soldi non sarebbero mai stati un problema. Nemmeno questa responsabilità voleva prendersi da solo. Quanto male le avevamo fatto, quanto dolore avevamo causato. Il giorno del ricovero Anna si era messa a gridare e a piangere, aveva gridato a me e a Giulio le offese più orribili che avessi mai sentito da bocca umana. Poi si era calmata e mi aveva stretta in un abbraccio sconsolato: “Matty non lasciarmi sola, almeno tu. Prenditi cura di Giulio e non odiarlo, lui credeva di salvarmi ed invece mi ha uccisa. Cura il mio bambino con tutto l’amore di cui sei capace, parlagli della sua mamma e raccontagli di come era bella e felice sotto il sole della Grecia. Amalo come io ti ho amata…” Così io ho promesso e così io manterrò la promessa. Dedicherò la mia vita alla sua famiglia e a lei, soltanto a lei… Affronterò il mondo che non sa come e perché le donne fanno cose incomprensibili, che è facile a criticare. Ma io ormai so chi sono, e non c’è più niente e nessuno che mi farà cambiare.

Uomini che rispettano le donne

In amore, Donne, uomini on 11 aprile 2010 at 14:13

Aveva raggiunto un’età, ormai, da chiedersi se essere un uomo che rispettava le donne, avesse in qualche modo pagato. In effetti, fino al momento, riteneva di aver pagato abbondantemente lui di tasca propria. Ma di questo ovviamente non si pentiva, era stato l’uomo che aveva tentato di essere, salvo qualche momento sporadico di sconforto. La questione era legata al fatto che rispettare le donne lo aveva messo sempre in grande difficoltà. Principalmente erano stati gli uomini a guardarlo strano, insomma come una bestia rara, un essere illuso e fuori del mondo. Poi gli amici e i conoscenti che simpatizzavano per lui, ma che alla fine non si esimevano dal dargli il solito consiglio: “fatti furbo”. A quanto pare lui furbo non era. Poi si erano messe anche le donne, un po’ perché non riuscivano a crederci di trovare un uomo così disponibile e un po’ perché trovavano sempre il modo di approfittarne. A dirla tutta lui le aveva rispettate così tanto da dimostrare con loro un comportamento che doveva essere sensibilità, ma che alla fine poteva sembrare paura. Se ci pensava poi la persona che ne aveva approfittato di più era la sua ex che, a rigor di logica, avrebbe dovuto essere quella che lo conosceva meglio.
Così lei, senza cattiveria s’intende, aveva pianificato con piccoli gesti quotidiani la sua demolizione psicologica. Sia chiaro che non aveva mai pensato che l’avesse fatto apposta, pensava anzi che lei si fosse insediata nella sua vita cercando solo di affermare la propria personalità, insomma aveva trovato l’uomo giusto per guadagnare sicurezza in se stessa ed era certo che lui l’aveva aiutata a farlo. Probabilmente si era trovata subito a suo agio nel vederlo partecipe e anche disponibile ad adattarsi, cosa che a lei non era proprio congeniale. Ma venendo ai fatti, rispetto per rispetto, lei alla fine lo aveva estromesso dalla sua vita e si era tenuta per sé tutto il loro lungo passato di coppia. Non erano gli oggetti, sia che si chiamassero libri, cd o fotografie, a cambiare la sostanza, lui era contento lo stesso di quella che era stata la sua vita, anche se, a pensarci bene, alla fine sembrava che non gli fosse rimasto niente e aveva la sensazione di aver sognato una vita passata che non era la sua.
Pensava spesso alle sue “altre” donne, che poi non erano molte, visto che si era sposato piuttosto giovane e che non aveva mai tradito sua moglie. Anche questo faceva parte del rispetto che le doveva, ma anche all’impegno che si era preso con grande senso di responsabilità di mettere su famiglia.
Aveva avuto una fidanzatina giovanissima, ma giovanissimo era pure lui. Avevano iniziato una bella storia che doveva misurarsi con lo sviluppo della loro personalità. Lui l’aveva amata di un grande amore che gli aveva sempre fatto compagnia, anche se poi lei se n’era andata con un altro, e sorvoliamo su chi fosse questo altro, visto che fingeva di essere il suo migliore amico. Lui per rispetto di entrambi si era ritirato in buon ordine, ma gli era costato davvero molto. Quella ragazzina gli era rimasta nel cuore, non solo perché era tanto carina, ma anche perché attorno a lei aleggiava un’aria che… insomma, sarà stata la gioventù, saranno stati gli anni, ma lui ci aveva lasciato il cuore.
Poi c’era stata Florence, un amore turbinoso e intermittente. Molto aveva contribuito il fatto che era francese, quel fascino che hanno le donne francesi, assieme al fatto che era più grande di lui aveva fatto crescere un sentimento che l’avrebbe portato quasi sicuramente a lasciare la sua casa per finire i suoi giorni nelle campagne oltralpe. Certamente il problema della distanza si sarebbe potuta superare se non fosse stato che era lui che avrebbe dovuto lasciare la sua famiglia e il lavoro per iniziare una nuova vita con lei in un paesino sperso tra le viti della Borgogna. Il suo senso del dovere lo avrebbe fatto anche decidere per il trasferimento se non che sua madre si era ammalata e aveva avuto un grave intervento che aveva richiesto la sua presenza assidua e per alcuni mesi non si erano più potuti incontrare. Quel tempo aveva fatto perdere consistenza al loro rapporto e forse era stato meglio così perché la sua scelta, fatta con il cuore, avrebbe potuto creargli grossissimi problemi. Florence aveva continuato, nel tempo a scrivergli lettere affettuose, chiedendo di lui e della salute di sua madre. Lui non aveva mai risposto, più che per poca cortesia per l’intervento puntiglioso della sua nuova ragazza che sarebbe diventata molto presto sua moglie.
A quel punto della sua vita, tornato da solo, aveva anche pensato di partire per andarla ad incontrare e per provare a rinverdire i fasti del loro antico amore, ma l’idea di entrare nella sua vita senza essere sicuro di avere la disponibilità di dedicarsi a lei (ammesso che lei lo volesse) e col timore di poterle fare del male, gli aveva dato la valida ragione di non cercarla. E poi col tempo gli era uscita una pigrizia dei sentimenti che non aveva avuto prima. Lui pensava che aveva amato teneramente le sue donne e che aveva cercato di dare loro tutto quello che poteva, rendendosi conto che forse, visti i risultati, doveva sembrare loro davvero insufficiente.
Ormai si sentiva vecchio e non riusciva a pensare che la sua vita potesse avere un qualche futuro. Tutto sommato il suo amore verso le donne non era stato troppo contraccambiato, qualcuna aveva preso senza dare e qualche altra si era limitata ad aspettarsi qualcosa da lui, e così, nella speranza e nell’attesa di un amore condiviso, lui aveva perduto la sua gioventù e il suo entusiasmo. Quella mattina, poi, era proprio di cattivo umore, sembrava che un’amica, una cara collega di lavoro, a cui teneva molto e che aveva aiutato ad uscire da un brutto momento, avesse deciso di partire. Forse si era creato l’illusione che anche lei ci tenesse alla sua amicizia e che magari la cosa potesse svilupparsi in… ma cosa andava a pensare, lui con queste cose aveva finito, in fin dei conti l’amicizia non chiedeva niente in cambio. Andava distratto e un po’ sovrappensiero su quella spiaggia fuori stagione al bordo del mare. Non si era tolto le scarpe perché aveva altro a cui pensare. Si stava domandando se rispettare le donne fosse prodotto più dalla paura, o meglio una sorta di timore di dispiacerle e di prevaricale, che lui provava verso di loro che dalla sua naturale indole, che poi era stata aiutata, di molto, dall’esercizio che si era imposto di essere un uomo migliore. Aveva sempre cercato di diventare l’uomo ideale, qualsiasi cosa questo volesse dire.
Perso in quei pensieri non si era accorto che una donna a piedi scalzi si era fermata davanti a lui e che lo stava guardando con molta attenzione. I suoi capelli lunghi le nascondevano il viso, le sue braccia si stringevano attorno ad un maglione di alcune misure più grande e una gonna lunga fino alle caviglie svolazzava disubbidiente alle folate di vento. La donna che gli stava davanti, e che non pareva intenzionata a lasciargli il passo, aveva un che di familiare. Forse era la posa del suo corpo o il colore ramato dei capelli, ma anche il maglione; ecco, il maglione così fuori misura gli ricordava il modo di vestire e i movimenti acerbi della sua fidanzatina, quella vagheggiata tanto, il sogno più grande di quando era un timido ragazzino pieno di sogni grandi. Improvvisamente gli erano venuto a mente, assieme a quanto fosse bella, il sapore succoso dei suoi baci… Pensieri inutili e oziosi. Chissà dov’era finita e chissà se quel suo “caro” amico stava ancora con lei? No, qualcuno glielo aveva detto che si erano lasciati e che lei aveva preso altre strade e che aveva fatto altre scelte sulle quali… Ma tanto che serviva pensarci, lei aveva fatto la sua vita e sicuramente non si ricordava di lui e di quanto l’avesse amata.
Quando era arrivato molto vicino, la donna aveva alzato la testa e il vento le aveva scostato i capelli dal viso. Ora si vedeva il volto, il sorriso e due caldi occhi scuri. Il primo pensiero fu che il tempo e la vita, a volte si scrivevano sul corpo di una persona. Il viso di quella donna, era evidente, aveva conosciuto dolori e disillusioni. Era avanti con l’età, la pelle sfiorita, ma tra tutto gli occhi avevano ancora una luce che gli fece sentire le farfalle dentro allo stomaco. La riconobbe, era incredulo, non poteva essere che lei. Le affiorò il suo nome sulle labbra e lei sempre sorridendo chinò la testa, come se si vergognasse di qualche cosa. Lui aveva alzato la mano per sfiorarle i capelli o forse solo per provare a se stesso che non era un fantasma e che esisteva davvero. Un’ombra le era passata sullo sguardo, come se a lei il ricordo facesse male. “Ti ricordi ancora di me?” sussurrò lei con un sorriso incerto e timido. Lui rispose senza neanche riflettere: “Veramente non ti ho mai dimenticata…” Lei lo guardò con quell’aria imbarazzata di quando, troppo tempo prima, lui tentava di sfiorarle il suoi piccoli seni: che ricordi viagliacchi, quel pensiero gli metteva il formicolio nel corpo. Lei era passata da un atteggiamento incerto a quello che lui conosceva bene e che faceva trapelare il suo coraggio e la sua voglia di sfidare il mondo. “Era da molto che pensavo di dirtelo, ma non ci siamo più rivisti da allora e visto che… che siamo qui e… insomma… volevo solo poterti chiedere scusa, se capisci cosa voglio dire.” Aveva detto quelle parole con una fretta e una veemenza che gli fece ricordare i loro litigi di un tempo. Lui sapeva cosa significava quella frase, ma davvero per quanto cercasse dentro di sé, non trovava un solo motivo per cui lei si dovesse far perdonare. “Scusami per quello che ti ho fatto allora, ma soprattutto scusami per non aver capito che quel tuo amico non valeva nemmeno l’unghia del mignolo della tua mano sinistra.”
Lui si ricordava quanto lei fosse sempre stata diretta e imprevedibile, l’aveva amata proprio per quello, ma anche per quello sguardo che non sapeva mentire. Non aveva risposto subito, aveva atteso che il cuore si fosse placato per dirle: “Era una vita che volevo passeggiare con te in riva al mare, ma se mi chiedi scusa un’altra volta, mi giro e dimentico di averti incontrata.” Lei scoppiò a ridere come non ricordava sapesse ridere allora e con la sfrontatezza di sempre: “Sì, dai, scusami, sono proprio una frana, devi scusarmi ma… non volevo chiederti scusa!” e infilò la sua mano sotto il suo braccio dicendo “Andiamo che se hai tempo ti devo raccontare una vita.” e s’incamminarono stagliando i loro profili nei colori del tramonto. In quel momento lui aveva scordato tutto e si sentiva, senza provare fatica, il migliore uomo che avesse sognato per se stesso.

Un atto d’egoismo

In Donne, uomini on 28 dicembre 2009 at 15:17

In risposta ad  Un piccolo te del blog di Ifigenia.

Il problema non stava in un rapporto tra lei e la sua coscienza, bensì tra il suo desiderio, di stringere in un abbraccio quel piccolo esserino che le avrebbe scaldato la vita, e il terrore di perdere il suo compagno che quel figlio non lo voleva proprio e non lo aveva mai voluto.
Inutile dimenarsi nel dilemma. Lei aveva due sole possibilità: tenersi il bambino o tenersi il padre di quel bambino, ma le due cose insieme no. Inutile recriminare, inutile piangere o disperarsi, lei era la sola colpevole. Aveva finto di non sapere che sarebbe giunta a quel punto. Aveva rinviato le domande e le risposte. Ora la palla era sua, solo sua. Ogni donna o quasi ogni donna si trova di fronte a quel dilemma: voglio un figlio oppure no? Molto spesso è una prassi normale e il figlio arriva senza che nessuno se ne accorga più di tanto, senza produrre grandi cambiamenti. In lei il cambiamento sarebbe stato epocale, oltre ogni logica. Lui glielo aveva detto fin dall’inizio: “Non voglio bambini, lo devi sapere da subito. Se pensi di voler avere un figlio, non possiamo pensare ad una vita insieme.” e lei, in quel momento, aveva condiviso tutto, anche questo. Mai avrebbe pensato che sarebbe stato un accordo contro natura, ora lo sapeva…
Fosse stato l’orologio biologico che ogni donna ha dentro di sé oppure la sensazione che lui l’avesse in qualche modo costretta o l’avesse imbrogliata, la rendeva riottosa a decidere. Comunque ora fra di loro c’era un bambino. Ora lei aveva il potere di avere tutto a discapito di tutto. Ora il coraggio era troppo o troppo poco. La coperta era troppo corta per coprire la sua realtà. L’amore non era poesia. La speranza e l’illusione erano vane. Avere un figlio senza padre o un padre senza figlio? Chi era l’egoista? Lei? Lui? Chi aveva sbagliato? Chi avrebbe sbagliato di più?
Lui cortesemente, ma con fare distaccato le aveva chiesto: “Hai già deciso quando andare all’ospedale?” Lei, silenziosamente aveva iniziato a piangere, adesso lo sapeva che l’avrebbe odiato per tutta la vita.

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