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Globalizzazione e la Guerra dei Generi

In Cultura, Donne, Economia, Gruppo di discussione politica., Guerra, Informazione, Istruzione, Parola di donne, politica on 21 maggio 2012 at 8:16

Punto G: Genere e Globalizzazione

“E’ il femminismo il vero umanismo, e il pensiero politico che unifica tutte le grandi utopie: quella socialista, quella pacifista, quella nonviolenta, quella anticapitalista. Il vero obiettivo comune da raggiungere è la solidarietà tra le donne, una solidarietà politica nella quale si esaltino le cose che ci uniscono e si continui a lavorare su ciò che ci divide.” (Nawal El Saadawi, simbolo dela lotta delle donne per la laicità, la democrazia e la secolarizzazione nei Paesi del Medio Oriente).
La globalizzazione che stiamo subendo sta modificando antropologicamente il nostro agire, pensare e sentire. Non è globalizzazione dei diritti, delle risorse, delle competenze, del benessere. Non è la globalizzazione dei saperi, ma quella dove le disparità e in primo luogo quella di genere, trionfano e imperano.
“La globalizzazione non è solo l’interazione culturale tra le diverse società, ma l’imposizione di una specifica cultura su tutte le altre” racconta Shiva Vandana nel suo Biopirateria (Cuen). “La globalizzazione non ricerca affatto l’equilibrio ecologico su scala planetaria. E’ la rapina messa in opera da una classe, e spesso da un solo genere, nonchè da una singola specie su tutte le altre.”
Dice l’economista Christa Wictherich: “E’ evidente che la globalizzazione neoliberista non è ne un processo neutro rispetto al genere, né una giocata vincente per chiunque, come si usa proclamare. Ha tendenze fortemente non egualitarie, tra e entro le nazioni, fra i generi e fra le donne. Ciò dà come risultato una polarizzazione del mercato del lavoro e del tessuto sociale”.
Fa eco in Italia una storica del movimento femminista italiano, Lidia Menapace: “Rivolgo agli uomini un caldo appello perchè finalmente vadano oltre il loro triste monotono insopportabile simbolico di guerra, che trasforma tutto in militare: l’amore diventa conquista, la scuola caserma, l’ospedale guardia e reparti, la politica tattica, strategia e schieramento. In questo modo non si va oltre lo scontro fisico in uniforme e i poteri forti si rafforzano sulla nostra stupidità”.
Shiva Vandana completa: “Dovunque la globalizzazione porta alla distruzione delle economie locali e delle organizzazioni sociali. Con sensibilità e responsabilità spetta a noi – chiunque siamo e dovunque ci troviamo – riconciliarci con la diversità. Dobbiamo imparare che la diversità non è una ricetta per il conflitto e il caos, ma la nostra sola possibilità per un futuro più giusto e più sostenibile in termini ambientali, economici, politici e sociali. E’ la nostra unica strada per sopravvivere”.

(tratto da “Cassandra. Le idee del 2001 e i fatti del decennio” Progetto Comunicazione – estrapolato dall’articolo di Monica Lanfranco (www.monicalanfranco.it; http://www.mareaonline.it; http://www.radiodelledonne.org)

Aria di Natale

In amore, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale on 25 dicembre 2011 at 20:59

Più guardo intorno e più mi accorgo che in questi giorni la tristezza invade la nostra vita. Ci sono troppe persone che hanno perso il gusto infantile del Natale. D’altra parte cosa può sopravvivere alle feste consumistiche che hanno reso  assurde e performanti gli ultimi giorni dell’anno. Tradizioni, alberi di Natale, lucine, regali, fiocchi e carta da pacchi luccicosa… e poi un’occhiata alle vetrine per il tubino nero in svendita, buono giusto per la notte di capodanno, ma dove andare a folleggiare???
Folleggiare? Ma chi ci pensa più. Non è cosa per questi periodi di crisi. Anche il Natale stenta. Gli abeti veri non vanno bene è uno sfregio alla natura. E poi le luci e gli addobbi colorati roba da americani. I jingle annoiano perchè troppo ripetitivi e il portafoglio piange.
Pesonalmente ho un po’ di rimpianto per i primi Natali di mio figlio. In lui vedevo lo stupore e la gioia di trovare sotto l’albero i suoi regalini, magari non grandi cose, ma tante e tutte bene incartate e piene di colori, a lui non interessava quello che trovava dentro, ma la gioia di scartare quella sorpresa. Insomma la gioia del gesto superava di gran lunga il contenuto del pacchetto. Lui amava l’odore dell’albero e la tradizione di addobbarlo insieme, comprando sempre nuovi addobbi e lucine vivaci. E poi adorava il giorno del Natale, la sorpresa dei molteplici pacchetti sotto l’albero e l’arrivo dei nonni, degli zii e delle cuginette preferite. I tortellini in brodo, la carne e il purè, mangiarne solo un pochino perché troppo eccitato nel sapere che a fine pasto si aprivano i regali. E con lui la cuginetta adorata, quella che fin da piccola veniva presa in giro e tormentata e che lei non si offendeva nemmeno, tanto aveva piacere di condividere con lui la festa.
Il nonno, che oggi non c’è più, che raccontava i tempi di guerra e il nipotino già maniaco di storia che lo stava ad ascoltare e gli chiedeva spiegazioni. E i miei fratelli rossi che puntavano il mio fratello dai capelli neri, sempre unica attrazione dei nostri strali, e bambini piccoli che venivano coccolati e addormentati e quelli più grandi che si rincorrevano e che finivano a giocare sotto la tavola…
Ecco quello era il vero Natale e non finiva lì, alla sera la tombola con i fagioli. come segna punti. e i bambini che volevano vincere per forza e imbrogliavano inventando numeri: “io ho il ventimille…” ” e io l’ottantanovanta” e tutti che li lasciavano vincere ridendo.
Ora l’albero non lo faccio, perchè sono ecologista e quello di plastica mi fa tristezza e poi non sa più di abete, non sa di Natale. Tutti chiamano e dicono: “facciamo da te come l’anno scorso?” Ormai ogni anno per 27 anni a sta parte. Qualcuno dice: “ma si potrebbe stare a casa propria…” e allora gli ex bambini che ormai sono irriconoscibili sotto la barba e i baffi o con il nuovo bambino attaccato al seno, si adombrano…: “Eh no non è Natale se non si va da zia!” “Insomma c’è confusione, ma se sei stanca ti aiuto io…” Insomma qualsiasi cosa per continuare la tradizione: tortellini in brodo, bollito e purè e altri bambini che finiscono a giocare sotto la tavola.
Insomma tutto quasi come sempre. Anche se ora il mio regalo che dedico a tutti non entra più in un pacchettino colorato, ma è il volto e il nome di una nuova bambina: Jessica, adottata a distanza. E quest’anno ne arriverà un altro e sarà un bambino palestinese. Queste sono le cose migliore del Natale. Poi la fine anno, di un periodo piuttosto difficile non può essere che felice, senza falsi buoni sentimenti e tubini neri con le pajettes. E il 2012 arriverà col suo carico di cose, un po’ belle e un po’ brutte, come tutti gli anni che si rispettino, verrà è porterà sicuramente qualcosa di nuovo e non mi servirà niente di rosso da indossare, la fortuna ce l’ho già nelle mani ed è questa vita piena e amata, un uomo dolcissimo compagno vicino ed un figlio ancora più dolce. Niente ostriche e champagne, ma solo il caminetto acceso e un po’ di amore per tutti, così mi evito pure, a fine feste, l’aggravio della dieta mancata.
E con questi presupposti: buone feste a tutti.

116) Margherita Dolcevita

In Un libro al giorno on 30 settembre 2010 at 8:00

Sono andata a letto e le stelle non c’erano più. Ho pulito per bene il vetro della finestra, ma niente da fare. Erano sparite. Era sparita Sirio e Venere e Carmilla e Altazor. E anche Mab e Zelda e Bacbuc e Dandelion e la costellazione del Tacchino e la Croce di Lennon.
Non ditemi che alcune di queste stelle non esistono. Sono i nomi che gli ho dato io. Infatti rivendico il diritto di ognuno, specialmente delle fanciulle fantasiose come me, a chiamare le cose non soltanto con il nome del vocabolario, ma anche quello del vocabolario, cioè con un nome inventato e scelto. In fondo tutti lo fanno. I miei genitori mi hanno chiamato Margherita, ma io amo essere chiamata Maga o Maghetta. I miei compagni di scuola, ironizzando sul fatto che non sono proprio snella, a volte mi chiamano Megarita; mio nonno, che è un po’ arteriosclerotico, mi chiama Margheritina, ma a volte anche Mariella, Marisella oppure Venusta, che era sua sorella. Ma soprattutto, quando sono allegra mi chiama Margherita …

Soluzione
Titolo: MARGHERITA DOLCEVITA
Autore: STEFANO BENNI

Trama: La protagonista è Margherita, una ragazzina di 14 anni e sei mesi (o, come si definisce lei stessa, “una bambina in scadenza”) che pensa in modo leggermente diverso rispetto ai coetanei, è una ragazzina con qualche chiletto in più e i capelli ribelli che si piace così com’è. Vive con la madre Emma, ossessionata dalla serie televisiva “ETERNAL LOVE”, il padre Fausto, che ripara qualsiasi oggetto, il fratello minore Eraclito, ossessionato dai videogiochi, il maggiore Giacinto, il nonno, che ha paura di morire avvelenato ed infine il cane Pisolo un cosiddetto “bastardino”. La sua è una casa al confine tra la periferia cittadina e la campagna. La vita scorre tranquilla finché non arrivano i nuovi vicini, la famiglia Del Bene. Ricchi, influenti ed eleganti, a poco a poco affascinano i genitori e il fratello maggiore di Margherita, rendendoli sempre più simili a loro. Margherita, suo nonno e suo fratello minore Eraclito però non sono convinti da quella famiglia “perfetta” ed indagano sui segreti che sembrano circondare i DelBene. Scoprono molte cose sconcertanti sul loro conto che pare il loro papà condivida da quando li ha conosciuti. Scoperti quasi tutti i segreti dei nuovi vicini, non ne conoscono solo uno utile per sapere tutto su di loro, ma incontreranno i padri delle due famiglie sulla loro strada. Gli faranno dire cosa stanno facendo realmente ma una bomba esploderà nel capannone che si trova vicino alla casa di Margherita e i suoi due fratelli, il padre e il loro vicino muoiono. Ambigua è l’interpretizione del finale: sembra che il fantasma di Margherita veda i corpi dei morti, la polizia, sua madre che piange e vorrebbe poterla consolare ma non può fare altro che condividere con lei un immenso dolore; puo’ essere anche interpretata in altri modi, ma questo dipende dal lettore e dalla sua FANTASIA… (da wikipedia)

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