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Il viaggio dell’anima

In amore, Le Giornate della Memoria, personale, Religione, Viaggi on 7 gennaio 2014 at 21:41

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Ci sono viaggi e viaggi. Io ne ho fatti molti, a volte erano partenze tanto attese e tanto desiderate, a volte solo obbligate. Ho toccato terre che mi hanno richiamato una seconda volta, a volte anche di più, ma sono certa che nella vita c’è un solo viaggio dell’anima e per me è quello in Palestina.
Ma perché la Palestina invece che un altro luogo? La mia risposta non è certa. Sì! lo so che ci sono mille ragioni, lo so che potrei scriverne per giorni e malgrado tutto non mi basterebbe ancora per spiegare tutto. Certo è che andare lì e desiderare di tornare e tornare ancora, oltre al semplice fatto che mi si perpetua il desiderio di esserci fisicamente, oltre che mentalmente, come mi succede da tempo, esiste anche il fatto che realizzo così l’illusione di difendere con la mia presenza quei luoghi così martoriati, anche se è chiaro che così non è e non può essere.
Ormai in Palestina ho amici a cui sono legata affettivamente, conosco i luoghi, mi sto impossessando dei nomi negati dei villaggi palestinesi. Spio gli allargamenti delle colonie, gli avamposti, che fra qualche mese si trasformeranno in case che si sviluppano come funghi velenosi e che fagocitano gli ulivi e le sorgenti d’acqua, con un’assurda voglia di possedere che nessuno mai potrebbe confondere con amore.
E si prendono la terra di altri, a causa di un dio vendicativo, che distribuisce “pani e pesci” senza nessuna giustizia cristiana, eppure il figlio si è fatto uomo, si chiamava Jesus ed era ovviamente un palestinese e sembra che fosse pure un “giusto”. Forse per questo ritengo che non approvasse la legge di quel padre crudele, forse per questo si è preso l’arbitrio di diventare, diversamente dal padre, un dio misericordioso che si è costruito un altro regno, quello dei cieli o quello degli uomini, ma di tipo più umano, di tipo più inclusivo.
Da parte mia, da grande agnostica, passata attraverso le forche caudine dell’ateismo, questi affari di fede e religione mi annoiano da morire. Ecco perchè, quando entro a Gerusalemme, dopo l’inutile gioco delle parti all’aereoporto di Tel Aviv, dove si mente sapendo di mentire, dove sospettosi ti chiedono se i tuoi soldi andranno a Israele oppure no, dove non possono accettare che tu abbia la libertà e la capacità di dire di no alle perpetue vittime di una shoah che non fa parte delle mie colpe, lì in quella città che mi ha conquistato fin dal primo momento, ecco proprio lì, io divento profondamente spirituale.
Sia chiaro che, non parlo di fede e di spiritualità spicciola, quella partecipazione parziale ad una religione o ad un’altra, io non credo e guardo curiosa i campanili di mille forme che si contendono lo spazio con i minareti, le chiese russe e quelle armene, le ortodosse e le copte, insomma un po’ come in un gran bazar, tutti che espongono la loro merce, tutti che chiamano a comperare alla loro bancarella, tutti che recitano la loro preghiera. Ma io percepisco la spiritualità in quei vicoli stretti e lerci della città vecchia, nella densità degli odori delle spezie e di urina. Guardo quella mescolanza di espressioni e di colori, di abiti e di maschere che rendono quella città unica e riconoscibile al tatto e all’olfatto, o forse è solo a me pare unica, pare amica, sembra casa.
Certo la mia Gerusalemme è la città araba, quella del souk, non quella delle piazze lastricate di ordine e dei vicoli fortezza, delle case che somigliano al deposito dei soldi di zio Paperone. Poche finestre diffidenti, molte grate, poca speranza, molta paura, ma di chi?
Questi sono figli cresciuti nella paura, cresciuti nel credo di un dio che li ha eletti per poi punirli, per non dargli una casa, per non farli mai mischiare agli altri, ignobili furbescamente chiamati “gentili”.
Non amo quel quartiere non sopporto le celebrazioni del potere e quelle bandiere che sventolano con tanta arroganza, mi dicono: io ci sono e tu non sei nessuno, mi avvisano di lasciare ogni speranza, perché non avrò la possibilità di esistere, vicino o intorno a loro, anche se non sono palestinese, io sto dalla parte sbagliata.
Ma il viaggio continua e l’anima si strizza dentro ad una corazza di difesa.

Vittorio, un anno dopo

In Amici, amore, Blog, Gaza, Giovani, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, musica, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas, uomini on 9 aprile 2012 at 12:34

E’ trascorso un anno o quasi: Vittorio non c’è più. Eppure non c’è mai stato così tanto, e non gli siamo mai stati così vicino. Effetto del sentimento di rimorso per non averlo supportato come meritava? Può essere, anzi è sicuro. Quando è stato ucciso, per giorni, non sono riuscita a organizzare le idee e i sentimenti contrastanti. In qualche modo sapevo dentro di me, che era in profondo pericolo, sapevo che poteva accadere e mi ribellavo alla cosa, sapevo che era nella “lista nera” e che stava nel mirino di quelli, ed erano in molti, che lo vedevano come un nemico da eliminare. Eppure che cosa ho fatto? Parlo di me, personalmente. Se sapevo, perchè non ho fatto qualche cosa? Perchè non ho insistito, con lui e con gli amici, per cercare di dargli maggior copertura? E’ triste, ma mi sento responsabile, anzi sono responsabile e questa sensazione non me la leverò più.

Parlare di lui, non dovrebbe essere un mio diritto, me ne vergogno un po’. Mi sento un’intrusa, o mi par di essere come quei molti che di Vittorio, prima,  non sapevano nulla e poi erano diventati i suoi amici più cari: quelli che sapevano tutto su come la pensava e come avrebbe agito in qualsiasi situazione. E’ triste, ma è lo scotto che si paga a diventare famosi mediaticamente, soprattutto quando non si può più gestire la propria immagine e quando hai a che fare con un  mondo che vede solo chi appare e non chi è davvero.

Ma non sto a bacchettare nessuno. Certo, l’importante è divulgare il messaggio di Vittorio, che non è un eroe romantico che ha perduto la vita per idealismo, ma è un bel ragazzo, intelligente e fin troppo coerente che è stato ucciso per quello che era: una persona scomoda e senza mezzi termini, che non si faceva condizionare dagli incastri di una vita normale (attrazioni, comodità, convenienza) per una scelta scomoda e rischiosa, ma doverosa. Ecco perchè Vittorio non è né mio nè di altri, giusto è delle persone care che gli sono state vicine e che ne hanno diritto e titolo. Per noi è solo un amico da non dimenticare e del quale divulgare il più possibile la denuncia e la sua lotta per far rispettare i diritti umani.

A Vittorio ho destinato molti dei miei grazie. Forse un po’ poco per chi lo ama, ma per me sono dei ringraziamenti fondamentali. Di Palestina me ne occupavo solo per luce riflessa, ritenevo doveroso appoggiare la lotta per i propri diritti dei palestinesi, ma avevo anche paura di toccare il tabu’ che dava diritto agli “ebrei” ad una terra per loro. Un tabu’ complicato e pieno di ricatti. La domanda è lecita: Perchè proprio la Palestina e di quanta terra hanno ancora bisogno, gli israeliani, per fondare quel grande stato “ebraico” che in molti sognano? Ovviamente il sogno non finisce lì ed altrettanto ovviamente non prevede il rispetto per chi era proprietario o viveva lì prima della fondazione dello stato di Israele. Colonizzare un territorio già abitato e di proprietà di altri non è un diritto, è un’azione di guerra e anche delle più terribili, soprattutto se poi, per queste ragioni, vengono perpetrati ingiustizie, massacri e negazione di tutti i diritti umani. Questa è una guerra vergognosa ed è inaccettabile che passi, sotto gli occhi di tutti, come un diritto, che sta tra un’autorizzazione divina e un placet politico, solo per una mera questione di alta finanza, e passi attraverso la cattiva coscienza dell’Europa: grande assertrice dei diritti uguali per tutti, ma col peso nel cuore di aver permesso e voluto l’olocausto degli ebrei. E come si ripaga questa ingiustizia? Semplicemente chiudendo gli occhi sull’olocausto palestinese. Ecco in poche parole cosa contiene quel tabù e perchè persone preparate, attente e dentro ai meccanismi dell’informazione, diventano improvvisamente malati di cecità e di incapacità di analisi.

La mia speranza è che questo sia provocato solo da incapacità psicologica più che da cattiva coscienza, e da paura di essere esclusi, di diventare il soggetto di campagne propagandistiche atte ad isolare e diffamare chi prende coscienza e si ribella. Personalmente ho molti amici ebrei che non si sentono cittadini d’Israele, ma cittadini del paese in cui abitano, anzi che di Israele se ne vergognano, ho molti amici israeliani che se ne sono usciti da Israele con le gambe proprie o con la “scomunica” di quel paese. Perchè rifiutare la politica di quello stato, non essere d’accordo con l’occupazione, denunciare lo stato delle cose, crea molti più problemi di quello che si pensi. Vittorio lo ha saputo anche se non era ebreo. Ma molti altri ebrei italiani lo hanno sperimentato sulla loro pelle. Chiedeteglielo. Vi diranno cosa vuol dire essere ebreo contro l’occupazione. Capirete allora che ci sono mille forme di coraggio e di coerenza.

Ma non è di questo che volevo parlare. A Vittorio debbo un grazie enorme per avermi consentito di aprire gli occhi su questa parte di mondo. Lo so, il costo che abbiamo pagato è stato troppo alto, ma è andata così. Oggi non temo più quel tabù, ho deciso di impegnarmi a suo nome con le poche armi che possiedo e che non sono assolutamente armi che uccidono, per fortuna. Ho incontrato in questa strada persone straordinarie che mi hanno supportato e che si impegnano con la stessa decisione e lo stezzo zelo che ci metto io. Vedo ragazzi giovani prendere in mano la loro vita e non perdersi in facili estremismi o in quiescenze televisive come molti altri. Ho conosciuto persone sincere e disponibili che aprono la loro casa e il loro cuore per una causa giusta. Ho incontrato persone da tutte le parti pronte a collaborare per giungere ad una pace, difficile, ma non impossibile. E anche a loro che si sono riunite sotto il nome di Vittorio dico: grazie!

Ringrazio il mio compagno Mario, Giuseppina, Luca, Sara, Valeria, le due Francesche, le due Anne, Le due Roberte, Giovanna, Lorella, Shaden e Amnerita, Antonia, Patrizia, Yousef, Giovanni Andrea, Daniela e Loris, i due Franceschi, Valentina, Miryam, Maria Antonietta, Marco, le due Alessandre, Marele, Awni, Nandino, Laura, Betta, Emma, Giulia, Enrica, Naser e un’infinità di altre persone che in questo momento dimentico, ma che non sono da dimenticare e che stanno nel mio cuore, per il grande aiuto che mi danno e che ci diamo. Tutto questo lo dobbiamo a Vittorio e da lui abbiamo imparato a Restare Umani, malgrado tutto e contro tutte le ingiustizie del mondo.

Sì, è passato solo un anno e sembra una vita, ma per me è stato l’anno più intenso che abbia mai vissuto nella mia, credo, stupida esistenza. Impegnarsi è un dovere necessario e l’averlo fatto ha dato vero significato alla  mia vita.

Grazie Vik, resterai sempre nei nostri cuori.

La giornata dell’Amnesia, ovvero essere spettatori silenti di altre atrocità.

In Anomalie, Antifascismo, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas on 4 febbraio 2012 at 1:08

 Lo so quest’anno non ho avuto tempo di scrivere il solito post commemorativo del Giorno della Memoria. Abitudine che trovo salutare, per il valore morale che ha, anche se mi rendo conto che molte persone e più qualificate di me lo fanno meglio e che pertanto ogni mio apporto risulta al confronto insignificante.
E’ giusto ricordare l’ingiustizia perpetrata verso altri esseri umani inermi. Le immagini e le storie degli ebrei, rom, omosessuali, oppositori rinchiusi e sterminati nei campi di concentramento, non possono essere dimenticate. E’ spaventoso il male che è stato fatto, come è criminale il silenzio di chi sapeva.
Ma la domanda determinante è: chi sapeva? Erano pochi? Molti? Nessuno? Difficile dirlo, anche se è evidente che tutti sapevano, chi molto e qualcuno meno, ma tutti sapevano. C’erano i rastrellamenti, e i treni venivano caricati e partivano, passavano, tutti li vedevano e nessuno parlava. E allora ti chiedi: come si convive con la propria coscienza, sapendo di aver saputo? La risposta io non ce l’ho. Non credo avrei sopportato. E’ troppo difficile per il mio carattere restare muta di fronte ad un’ingiustizia, nemmeno oggi ci riesco, nemmeno ora accetto la verità comoda, la deresponsabilizzazione generica, il fatto che quello che non è a me non mi riguarda.
E allora come mai c’è così tanta gente intorno a me che è spettatrice silenziosa e “falsamente incosciente” di quello che accade? E oggi sarebbe anche più facile conoscere, approfondire. Non parlo di sapere, perchè per sapere si sa, solo che si cerca una giustificazione, una assoluzione frettolosa, generica.
Ma non c’è giustificazione per la smemoratezza, se ha già prodotto nel tempo così tanti danni. Essere spettatori silenti e immemori quanto ci costerà? Quando saranno alla portata di tutti le storiche ingiustizie e atrocità odierne a cui noi abbiamo assistito e che non abbiamo denunciato, come ci sentiremo? Come faremo a convivere con una simile responsabilità?
Continuo a non sapermi dare risposta. Vorrei da quest’anno, però, inserire nelle commemorazioni la Giornata dell’Amnesia. Quella giornata che ti fa chiedere se davvero hai pensato che il tuo impegno preso di fronte a tanta malvagità passata, appunto quella che ci ha fatto dire: MAI PIU’, forse non basta più e forse richiede un nuovo impegno, un approfondimento maggiore, una partecipazione memore che abbiamo dimenticato. Una giornata dell’Amnesia dove tutto va riconsiderato e da spettatori ciechi e silenti si diventi attori della vita, in tutte le sue parti, anche più nascoste e volutamente negate. Poter dire davvero MAI PIU’, e non ANCORA SI RIPETE, poter riuscire a convivere con se stessi e con gli altri in serenità e senso di completezza. Io voglio ricordare tutto e voglio che i diritti umani abbiano per tutti lo stesso valore, voglio che sia rispettato il valore umano in ogni luogo e in ogni situazione, voglio vedere un mondo di giusti che sappiano tendere la mano, di forti che garantiscano la sicurezza di tutti, vorrei un mondo partecipato. Probabilmente solo così domani sapremo perdonare e perdonarci.
E nel frattempo un solo invito che non mi dimenticherò mai di ripetere: malgrado tutto e soprattutto Restiamo Umani.

Il mio nome è Avreipotutoessere.

In La leggerezza della gioventù on 7 settembre 2010 at 22:09

Un semplice commento di Marisa la mia coautrice mi ha fatto girare in testa un altro post ed ecco cosa ne esce:

Ai miei tempi si usava spesso chiedere ai piccoli: “Cos’è che vuoi fare da grande?”  Ammetto comunque che allora era più facile rispondere. Anche perchè a quel tempo di lavori ce n’erano a sufficienza. Non era così difficile immettersi in quel mondo. Comunque allora non c’erano mica lavori o attività che richiedevano, come succede oggi, la conoscenza (per usare delle metafore) di “lingue” straniere e “fatti” della vita. Allora si poteva rispondere: Avvocato, Ingegnere, Guidatore degli Autobus, Dottore, Maestra, Infermiera, ecc., mica come oggi: cantante, calciatore, attrice di reality show, velina, ministro o escort. Se notate i primi nomi li ho scritti con la maiuscola, mentre i secondi no. La ragione è che i primi erano sogni che costavano fatica, che preludevano ad un vero lavoro, mentre i secondi… beh! lasciamo perdere a volte ci vuole del pelo nello stomaco anche solo a parlarne.
Veramente dai primi nomi si deduce che le differenze sono che alcune erano attività considerate prettamente maschili ed altre femminili. Sì, è vero che alcuni maschietti sforavano nell’area femminile con qualche sogno, un po’ fuori posto, tipo “vorrei fare il ballerino”, ma non erano ancora nati i Bolle a rendere il tutto più accettabile. Ma c’erano anche le bambine che chiedevano cose impossibili. Per esempio quella bambina che con quell’aria testarda e intransigente voleva fare la Cosmonauta. Notate bene la scelta del nome: lei voleva fare la Cosmonauta, mica l’Astronauta. Voi direte: “Beh, che differenza c’è?” C’è… c’è e ora ve lo spiego. Gli Astronauti erano americani mentre i Cosmonauti erano russi. C’è una bella differenza no? Per lei c’era di sicuro, visto che sin dalla tenera età si professava comunista e visto che adorava tutto ciò che aveva odore di Madre Russia.
Insomma, per essere comunista lei aveva le sue ragioni. Innanzi tutto eravamo tra gli anni ’50 e ’60 e in casa sua non giravano molti crocifissi. Poi in Russia le donne potevano studiare ed erano considerate pari agli uomini. Mica come qui che le donne che lavoravano erano delle povere disgraziate. Insomma lei aveva deciso o Cosmonauta o niente. Non avrebbe accettato niente di più niente di meno. Voleva quello e nessuno la schiodava. Faceva lotte epiche con suo fratello che invece vestiva abiti più accettabili. Lui pensava che tutto quello che era americano avesse una marcia in più. Usava consumare un bicchere di latte pasteggiando. Lei tutto quel latte la faceva star male, ma forse era colpa di una fastidosa intolleranza alimentare. E poi lui si beava di conoscere il nome dello scienziato più noto della NASA “Wernher von Braun è il migliore, nessuno è come lui per far volare i razzi!” Avesse saputo che i suoi primi razzi furono i V2, fabbricati da schiavi ebrei di un campo di concentramento in Germania, che, alla fine, venivano uccisi dalle fatiche e dalla cattiveria dei carcerieri. Oh! se l’avesse saputo gli avrebbe fatto ingoiare tutte quelle stupidaggini. Ma poi anche se era così di parte, e di parte sbagliata, lei a questo fratello comunque gli voleva un sacco bene.
Poi che c’entrava, tenesse pure per l’America, chi avrebbe vinto la sfida spaziale sarebbe stata la Russia. Ed in effetti la prima cosmonauta sarebbe stata russa. Ma torniamo a noi. Nascere in Italia e sognare di diventare Cosmonauta, beh, era come nascere nel mezzo del Sahara e sognare di diventare una famosa tuffatrice. Era ovviamente un bel sogno e niente più. Comunque qualcuno, sull’idea, ci ha fatto pure un film e tra l’altro molto, ma molto, piacevole, che vi invito ad andare a vedere.
Per quanto mi riguarda avrei voluto fare il Prete, attenzione, non la suora, ma il Prete, o il Prete o niente. D’altra parte fin da allora non mi piaceva sottostare alle regole. Poi visto che mi guardavano male per questo sogno, ho cambiato rotta. Avrei voluto fare la maestra di scuola elementare. I bambini mi piacciono molto e di carattere sono “pallosamente” didattica. Mio figlio mi redarguisce sempre: “Smettila di fare la maestrina!” ed ha ragione, ma maestra si nasce e non si diventa. A quel tempo, purtroppo, nella mia famiglia, si facevano studiare i maschi ed io avrei dovuto aiutare in casa. Cosa che non sopportavo proprio e rinunciando ad un cappotto per quell’inverno frequentai un corso di steno-dattilo e mi trovai un lavoro. Divenni comunque maestra frequentando una scuola serale. Almeno quello. Teoricamente avevo realizzato il mio sogno. Però, nel frattempo avevo sognato più in grande. Avrei voluto fare la giornalista, anzi dirò di più: avrei volto fare la reporter. Sognavo una vita tipo Oriana Fallaci che a quel tempo non aveva ancora subito quelle trasformazioni che l’avrebbero resa dura e introversa (e anche qui parlo per metafore). Niente da fare nè Prete, nè Maestra, nè Reporter solo una semplice impiegata che per necessità si è trasformata ad un certo punto magicamente in “tuttologa” in uno studio di architettura.
Guardami in faccia; il mio nome è (davvero) Avreipotutoessere. Io mi chiamo anche Nonpiù, Troppotardi, Addio. Ma che importa. Sorrido ancora ai miei sogni. Incredibile, penso ancora di avere un futuro. Guardami in faccia; il mio nome è anche Illusione, ma tanto a sognare non costa niente.

Vittime dentro

In Anomalie, Pietas on 29 gennaio 2010 at 15:59

Incontrando alcuni blog e sopratutto leggendo post come questo: Vittime tra le vittime mi trovo a riflettere sull’animo umano e sull’inspiegabile capacità di adattamento degli esseri umani alle condizioni più atroci. Qui non si parla solo delle vittime riconosciute da tutti (tranne qualche negazionista idiota), ma anche di quelle che si fecero carnefici con i carnefici. Di quella parte di vittime che li aveva assecondati e serviti nella loro opera di annientamento, qualsiasi fosse il motivo che le spingesse a tanto. Parlare dei Sonderkommandos, ossia quegli ebrei che venivano usati, in cambio di piccolissimi seppur vitali, in quel momento, privilegi, a “lavorare” per i carnefici contro il loro stesso “popolo” (intendendo con questo non solo gli altri ebrei, ma anche a volte i loro amici, conoscenti e le loro stesse famiglie), è quanto di più difficile si possa fare. Troppo facile sarebbe darne un giudizio morale, dove la moralità non può per ragioni contingenti essere applicata. La cosa che più di tutto mi è difficile capire, a parte le emozioni e le sensazioni di questi “zombie del male”, è come reagirei io o le persone che amo, di fronte a questa scelta forzata.
Ricordo con angoscia il film  La scelta di Sophie che raccontava la vita che fece una donna, per l’appunto Sophie, dopo che era stata rinchiusa in un lager  e che fu costretta alla scelta obbligata di “salvare”  uno solo dei suoi due figli. Alla fine  non si salvò neppure quel figlio che lei aveva prescelto abbandonando la bambina più piccola nelle mani del carnefice. Di fronte a questa scelta: la sua prigionia, gli stenti, le violenze e la prostituzione che dovette subire dai suoi carnefici non le erano sembrati importanti.
La domanda è come sia possibile sopportare così tanto. La risposta forse è che in certi momenti di pura follia, solo l’annientamento della ragione e successivamente quello della memoria può tentare di redimere.
Che io pensi oggi che avrei tentato un’altra strada è solo frutto della mia presunzione. Di una cosa però sono certa ed è che se mi fossi macchiata di tale infamia la mia vita che più correttamente chiamerei morte non avrebbe avuto ritorno.

Quel tatuaggio…

In Pietas on 27 gennaio 2010 at 22:08

Quel tatuaggio ci ha tatuato l’anima…

il mio piccolo tributo al giorno della Memoria.

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