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Ambarabacicicocò… quattro gatti sul comò

In amore, Donne on 29 ottobre 2014 at 19:56

quattro_gatti

Viene buio presto alla sera.
La strada è fredda e i passi risuonano strani sul selciato.
Passi stanchi… i suoi.
Devo passare a prendere qualcosa da mangiare.
Ma non sta pensando a lei.
Fa freddo e tira vento da nord.
Notte da lupi, notte da streghe.
Da quando lui se n’è andato, i suoi passi sono diventati più stanchi.
Inutile dire che si invecchia, inutile dire che una volta tornava a casa con più allegria.
Adesso pensa alla voglia di caldarroste. Almeno allora quando passava di lì, ne sentiva l’odore, e il sapore sulla lingua. Pareva ancora di scottarsi.
Un cartoccio prego…
Ora i cartocci sono proibiti dalle norme d’igiene. Tutto deve stare dentro ad igienici sacchetti di plastica.
Plastica inodore. Cibo insapore.
Allora si andava al cinema. Adesso anche quelli sono chiusi.
Anche i film sono chiusi in sacchetti di plastica.
Inodori ed insapori.
Fa freddo ed io torno a casa.
La casa vuota.
Il rumore della chiavi sulla toppa.
Il cigolio pietoso sui cardini.
Vago odore di ammoniaca.
Devo cambiare la lettiera. Puzza.
La caldaia che sbuffa in cucina.
La luce che illumina senza pietà la stanza.
Che orride queste luci al rispamio.
Vuoto intorno.
Le ciabatte per favore.
Ha voglia di mettersi sotto la coperta sul divano.
Ma manca qualcosa…
Ma dove sono?
Entra nella stanza da letto a piedi scalzi.
Aspetta ad accendere la luce, li vuole sorprendere.
Sente ovattato un tonfo e uno scricchiolio.
Amba rabà cici cocò quattro gatti sul comò…
Due sull’attenti, uno steso a pigrire, il quarto sospeso in uno sbadiglio.
Pure loro stanchi di aspettare.

Nessuno può sapere

In Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 23 ottobre 2014 at 19:50

pupee

Era bella. Non che fosse certo che lo sarebbe rimasta, però fin da piccola aveva quel certo non so che, difficile da spiegare, insomma non era una bambina comune. Un’aria che colpiva e che stimolava curiosità, qualche volta anche forte antipatia. Nei suoi occhi non c’era mai remissione, non c’era serenità solo e sempre mare in burrasca.  Erano occhi che ti graffiavano dentro, forse per il colore, forse per quel non so che, ma non facevano sentire a proprio agio nessuno.

Lei benché piccola non sapeva perdonare e non veniva mai perdonata. Eppure aveva i riccioli vaporosi, gli occhi scuri dal taglio orientale e la pelle diafana, un nasetto impertinente che sosteneva una mascherina di lentiggini minutissime, due fossette ed un sorriso luminoso che non usava mai. Non parlava molto ed era per quello che nessuno riusciva a capire cosa le passasse per la testa.

A volte mentre seguiva le lezioni a scuola riusciva ad innervosire l’insegnante, che spesso la mandava fuori della classe, senza che lei avesse detto neanche una parola. Nessuno poteva capire perché quella sua aria da saputella indispettisse così tanto. Veniva davvero voglia di far abbassare le ali a quella ragazzina impertinente, non doveva continuare a guardare con quell’aria critica, quegli occhi da furbetta, che un po’ ti deridono e un po’ ti cazziano.

Nessuno poteva capire, nessuno poteva sapere, che lei stava lì ad ascoltare e che cercava di capire come mai il mondo non era quello che si mostrava, che la gente diceva una cosa e ne pensava un’altra, che tutti sembravano buoni e accoglienti, ma erano quasi sempre ipocriti ed egoisti, che erano bugiardi… bugiardi e traditori.

Non voleva imparare ad essere come gli altri, ma non voleva sentirsi diversa, superiore. Voleva solo potersi affidare e fidare del mondo, ma avrebbe imparato molto presto ad essere diversa e ad andarne fiera e poi soprattutto a stare da sola.

Da una donna così non si torna indietro. Mai.

In amore, Donne, poesia on 16 aprile 2014 at 16:41

stop

“Non innamorarti di una donna che legge, di una donna che sente troppo, di una donna che scrive.
Non innamorarti di una donna colta, maga, delirante, pazza.
Non innamorarti di una donna che pensa, che sa di sapere e che, inoltre, è capace di volare, di una donna che ha fede in se stessa.
Non innamorarti di una donna che ride o piange mentre fa l’amore, che sa trasformare il suo spirito in carne e, ancor di più, di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose), o di una donna capace di restare mezz’ora davanti a un quadro o che non sa vivere senza la musica.
Non innamorarti di una donna intensa, ludica, lucida, ribelle, irriverente.
Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così.
Perché quando ti innamori di una donna del genere, che rimanga con te oppure no, che ti ami o no, da una donna così, non si torna indietro.
Mai.”
(Martha Rivera Garrido)

Lui la guardava, ammirato, come abbandonava i suoi libri iniziati, non ancora finiti, in ogni luogo dove passava. Libri che casualmente lei riprendeva, leggeva e spostava in un altro luogo.
A volte la vedeva sorridere alle pagine del libro, al suono di una musica che solo lei sentiva, a volte quella profonda ruga di dolore tra gli occhi si faceva profonda. Lei sapeva piangere per le storie, per il dolore degli altri che faceva suo e sapeva sorridere quando si faceva leggero il pensiero e volava via come un volo di farfalla.
La vedeva china sul pc, alla sera, illuminata da un piccola luce, vedeva il suo viso intenso chiuso nei suoi pensieri voraci.
Lui allora si sentiva svanire nel nulla, lei non sapeva più chi era, e si perdeva nei meandri del cuore. Lui la vedeva lontana, bellissima e dolorosamente irraggiungibile.
Voleva gridare, scappare, provava il desiderio di farle del male, riportarla sulla terra dove c’era lui ad aspettare.
Ma lei era lontana, irraggiungibile, disperatamente persa. I suoi occhi erano lucidi di febbre, sognanti, era troppo pericoloso svegliarla dalla sua malia, avrebbe potuto cadere da lassù, in precario equilibrio sul mondo.
Lui la voleva, voleva toccarla, rianimarla tra le sue braccia, essere la sua febbre, il suo centro di gravità, il suo unico sogno devastante. Ma lei si faceva inconsistenza tra le sue mani, avrebbe dovuto farla tornare, ma sapeva che nessun richiamo l’avrebbe riportata indietro.
Era una donna che entrava ed usciva dalla sua vita, mai veramente presente, mai del tutto assente. A volte tenera e ingorda, a volte algida e distratta, mai scontata, sempre imprevedibile, sempre emozionante, sempre nuova.
A volte era un corpo caldo e accogliente, sfrontato e impudente, non permetteva distrazioni, voleva tutto e consumava come il fuoco. La sua mente si faceva passione, si trasformava in desiderio senza repliche, in voluttà pura.
Per lui era il preludio di un nuovo abbandono, tremava al solo pensiero, se ne sarebbe andata ancora e l’avrebbe lasciato sfinito a raccogliere i frammenti del suo cuore.
Le sue parole erano metallo fluido, erano acqua di fonte, vento nel deserto, pioggia fuori dai vetri. Il suo cuore era colomba, la sua voce di tortora, il suo profumo di bosco, niente, mai niente che gli permettesse di chiuderla in un libro, in una valigia, in una stanza, lei era aria viva, era un volo libero nel cielo profondo.
A volte la sua risata continuava a rimbalzare tra le pareti di casa, era leggera, tintinnante, senza regole, senza ragione. E lui sapeva che rubava il suo fiato fino alla prossima volta, finché non l’avesse risentita, finché non avesse tenuto quel corpo caldo e senza remissione nel suo abbraccio.
Non c’era gabbia per rinchiuderla, tazza di caffè per conquistarla, dolcezza o rudezza per trattenerla, lei era sogno e talvolta era incubo delle sue notti.
L’avrebbe legata al letto e l’avrebbe presa per tutte le notti della sua vita, ma una farfalla prigioniera muore e la polvere delle sue ali leggere avrebbe ricoperto i suoi occhi ma non avrebbe che reso più disumano il  tentativo inutile di fermarla.
Sognava di prenderla e possederla per non lasciarla mai più, ma non sarebbe mai stata sua nemmeno da morta.
Voleva lasciarla e dimenticarla, prendersi una donna concreta per tenerla nella sua vita, ma nessuna aveva i suoi occhi, nessuna i suoi colori, nessuna era la sua bandiera, il suo volo di gabbiano, la sua promessa, la sua penetrante intimità.

Lei non era solo una donna, era molto di più, era il prezzo da pagare per la vita.

I ricordi perduti

In amore, Anomalie, personale on 24 novembre 2013 at 8:23

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La vita è un affare complesso. Se poi è davvero un affare questo non lo so, ma a me piace e questo basta. Non mi pongo il problema se ho avuto una vita bella oppure un po’ sfigata, mi pongo solo la domanda di quanto l’apprezzi io oggi e di quanto pesante sia il mio sacco dei ricordi.
La mia memoria è abbastanza buona, forse un po’ selettiva, ma oltre a immagini di cose, persone e fatti, mantiene anche in vita le emozioni ed i sentimenti. Una memoria che dovrebbe aver mantenuto impressa, come una tavola di cera, quella storia che è stata la mia vita, con alti e bassi senza continuità, che comunque l’hanno resa unica, mai scontata e irripetibile.
Amo la vita, questo è il primo punto. L’amo in tutte le sue sfaccettature. dai luoghi che mi hanno accolto, ai sentimenti che mi hanno squassato l’anima. Non è stata una vita serena, è stata piuttosto una tempesta cavalcata, forse in modo irresponsabile, ma tenuta saldamente per le redini. Certo ho avuto un’accentuata mania di controllo, ma chi è perfetto? Ho preferito, anche a costo di rinunciare alla centralità, di mantenermi ai margini delle emozioni. Non era solo per paura, era soprattutto per sopravvivenza. Nascere “fotosensibili” alle emozioni è un affare complesso, che ti conduce alla distruzione, a volte… anche se non sempre.
Non è legato a un luogo comune o per il fatto che io sono nata donna, ma i rapporti con gli uomini, con i famigliari, con gli amici hanno avuto sempre un costo altissimo, ma anche un ritorno impensabile. Certo che causa il mio genere e il momento in cui sono nata, la mia voglia di libertà e di autodeterminazione, il mio modo informale e alternativo di vedere la vita, mi hanno portato a sostenere pesi e situazioni che avrebbero potuto cambiarmi profondamente. Ma cambiata non sono. Ho navigato attraverso le tempeste mantenendo una rotta precisa con l’unico scopo di perdere solo i ricordi difficili e portarmi appresso quelli inestimabili che mi hanno resa differente.
Il mio compagno me lo dice spesso, dopo anni di vita assieme: “Non posso chiedere a te come pensa una donna, tu non lo sei, non sei prevedibile e omologabile.” Non so se sia un complimento nel suo modo di vedere, ma per il mio è davvero il miglior modo di descrivermi.
Se la vita è un mare in tempesta, è possibile solo navigare a vista, tenendo ben saldo il timone. Non ci sono ruoli maschili e femminili che aiutino a vivere, ma istinti e forte determinazione. Per molte persone, che mi volevano sottomessa, sono stata scomoda e quasi offensiva, per altre persone che avevano bisogno di un porto sicuro, dove riprendere fiato e ripararsi dai venti della vita, ero quanto di meglio di potesse trovare.
Però per creare quel porto che trasforma il vento in bonaccia, si devono creare territori esposti a tutti i venti, rocciosi o impenetrabili perfino a noi stessi, figurarsi agli altri.
Comunque la vita è qui e oggi. Quella passata, così piena di ricordi e di avvenimenti è stata passata al setaccio del cuore che ha fatto stranamente un lavoro inverso: le cose volatili, pulite e luminose sono rimaste in superficie, le parti dure, acuminate e inutili sono finite sul fondo.
“Alla fine si ricordano solo i momenti più belli” tutti lo dicono, e forse è vero. Alla fine si perdono i ricordi che ci hanno ferito di più, quei momenti della vita che si possono pure dimenticare, ma con essi a volte si scordano i sogni più vivi che non sei riuscito a realizzare e che il non farlo era ed è, comunque, una grande perdita.
In ogni modo, se cerchi in fondo al setaccio e con le dita raccogli le grane dure, i piccoli e grandi sassi appuntiti che si sono posati nel fondo, i ricordi tornano vivi e con loro quelle emozioni che un segno hanno comunque lasciato, graffi nell’anima e striature ormai scurite dal tempo. E’ proprio per questo che quella grana grossa del fondo la sento solo con le mani e non la riporto alla luce, sarebbe inutile e le ferite ancora aperte seppur dimenticate.
Io sono quella che sono e non ho bisogno di ricordare quello che mi ha fatto male. Sono fatta anche di quel male e di quei momenti che mi hanno traghettato all’inferno, ma rimango ugualmente una persona concreta, empatica che capisce il dolore degli altri e che dimentica il suo, che si sporca le mani di palta perché non ha paura di farlo, ma non si infastidisce di avere le mani sporche. Insomma non esiste una ricetta per vivere, nemmeno un solo modo di sentire o di essere. Esiste solo il proprio modo di esserci e di tentare di fare la differenza, poi se si riesca davvero a farla, questo non è dato a sapere,e  per qualcuno sei un ricordo da dimenticare per altri sei un ricordo bello da tenere nel cuore, come quei ricordi che riesci a conservare tu.
Una partita di giro che ti viene data e che restituisci in quel gioco umano che è la nostra vita.

La signorina “Tumistufi”

In amore, Donne, Ironia on 22 settembre 2013 at 9:07

tacco 12

Era carina, intelligente, simpatica e molto colta e non capiva come mai non riusciva a trovare un uomo che apprezzasse tutto questo ben di dio. Non che non ne avesse mai trovato uno, qualche volte le era successo, ma erano stati quelli che lei non aveva mai preso in considerazione. Perché un uomo deve avere certe qualità, i “fondamentali” come nello sport. Doveva essere carino, intelligente, simpatico e preparato non meno di lei.
Sì c’era stato Silvano: famiglia bene, vestito come conviene, caruccio e che pure bazzicava l’università, ma alla fine aveva preferito quella troietta con le tette finte. Non che a lei mancassero, ed erano pure quasi tutte vere, ma cosa vuoi… gli uomini… era solo questione di misura. Per giunta se l’era sposata anche se era evidente che fosse una da una botta e via. Ma lei era superiore a queste cose, se non fosse stato così, l’avrebbe fanculato fin da subito, quando si girava a guardare le altre e faceva apprezzamenti sulla dimensione esagerate di quelle parti del corpo.
Poi più nulla, ma d’altra parte lei era stata troppo impegnata. Si era laureata e dietro ai libri ci aveva perso il sonno e la vista. Gli uomini non li aveva considerati, non aveva tempo da perdere dietro a quei pezzi di legno.
E adesso che aveva il suo bel posto fisso, i suoi abitini da boutique, i sui tacchi 12 e i suoi stivali sexy, gli uomini, quelli che piacevano a lei, non la degnavano nemmeno di uno sguardo.
Si lagnava sempre con la sua amica Lucilla di quanto scemi fossero a farsi abbindolare da quelle veline da strapazzo, ma Lucilla rispondeva che forse non era colpa degli uomini ma del suo atteggiamento verso gli altri.
Ma di cosa andava parlando? Proprio quella che oltre ad essere bruttina non era andata al di là del diploma di ragioniera e che si spacciava per una grande intenditrice di comportamento accattivante nei confronti degli uomini. Proprio lei che era sempre disponibile e cambiava un ragazzo dietro l’altro, che poi all’età che aveva… avrebbe dovuto ringraziare qualche santo in paradiso per averne trovato anche solo uno.
Lei sapeva che gli uomini si facevano irretire dalla facilità di portare a letto una donna e anche dal fatto che quelle, che li lasciavano fare, non erano certamente impegnative d’intelletto.
Un uomo dovrebbe capire le necessità di una donna, i suoi bisogni, dovrebbe condividere con lei le abitudini e gli interessi, dovrebbe portarle rispetto e coprirla di gentilezze e di attenzioni… altrimenti che razza di uomo è?
Sarebbe così bello che venisse a cena con i suoi genitori non dico tutte le sere, ma almeno due o tre volte alla settimana, anche perché è giusto che si faccia accettare dalla sua famiglia. E poi chiaramente non dovrebbe uscire con gli amici e appassionarsi ai soliti sport da tamarri. Quello proprio non lo sopportava era talmente poco elegante, talmente popolano e da ignoranti…
Ad un certo punto, aveva provato a frequentare i convegni, chissà mai se in un certo ambiente più vicino alle sue corde, non avesse trovato la persona giusta per lei. In effetti quella sera aveva conosciuto Gianluca, un tipo proprio a modo, insomma come piaceva a lei. Le aveva scostato la sedia e aveva lodato il suo tubino nero che lasciava scoperte un bel po’ di gambe e aveva pure riconosciuto dove aveva preso le sue scarpe da trampoliere. Dove lo trovi uno così? Uno che sa parlare e gesticolare con tanta grazia, che si comporta con una donna in modo intimo e gentile. Guarda quasi quasi stasera ci “casco”, chissà che non ne venga fuori una storia come si deve, che poi lascia a me… che me lo cucino a puntino.
Gianluca era tutto sorrisi e sottintesi, ma leggero come una farfalla, non greve come certi uomini che aveva conosciuto lei. Questa è “arte” stava pensando, mentre avvicinavano i visi per “cazzeggiare” del più e del meno. E lui si guardava in giro, ma non si soffermava sulle altre, che di gnocche qualcuna c’era, ma lui non lo dava a vedere, questo sì che è una perla rara… pensava lei con un’aria da “Questol’hotrovatoio” e si sentiva un metro sopra il pavimento, e non vedeva l’ora di mostrarlo a quelle sfigate delle amiche.
Lui scherzava simpaticamente con il cameriere, un bel ragazzo pure lui ed era un piacere vederli, perchè la bellezza è un piacere per gli occhi e per l’anima e tutti ne avevano diritto.
Alla fine della serata lui l’aveva presa sottobraccio con familiarità e le aveva sussurrato “E allora, anche tu qui per trombare?” Non aveva afferrato subito il senso delle parole e soprattutto non aveva capito subito che non erano dirette a lei, anche se l’occhiolino al cameriere, che gli aveva visto fare, non doveva lasciare dubbi.
Ecchè, cazzo, con chi crede di parlare questo burino, aveva pensato lei, che tra l’altro a pensarci bene l’aria da frocio ce l’aveva anche prima. Non penserà mica che io gli tenga bordone. Doveva fargli capire subito che si sbagliava di grosso, ma non trovava le parole giuste. Accidenti mai che uscissero quando ne aveva bisogno. Allora riprese la sua aria da signorina “Tumistufi” che le veniva sempre così bene e disse: “No stasera non si fa niente. Nessuno che mi “acchiappi” qui, e che meriti attenzione.” Un po’ come la volpe e l’uva, che quasi sempre, alla volpe, ha l’aria di essere acerba.
“Buonanotte!” E mai parole furono più azzeccate. Un buon sonno e via. Almeno l’indomani non avrebbe dovuto indossare l’aria della signorina “Maquantosonosoddisfatta” perchè questa non le veniva bene mai.

Ho incontrato una donna

In Amici, amore, Donne, personale on 28 marzo 2013 at 18:15

Egidia-Beretta-Arrigoni
Era il destino che ci aveva fatto incontrare. Succede, ma in questo caso non lo ritengo un colpo di fortuna. Lei è una donna che avrei preferito incontrare in casa di amici, o per lavoro, oppure per una casualità diversa, mai per la morte di un figlio.
Avevo seguito il terribile destino che le aveva tolto quel figlio a cui volevo bene pure io e mi sono sentita una ladra a condividere con lei e con i suoi altri famigliari quel terribile dolore anche se a distanza. Io non ne avevo diritto, ma anche senza diritti si può condividere un dolore. In fin dei conti è un sentimento personale che si vive dentro e del quale nessuno ti può privare.
La guardavo a distanza con ammirazione domandandomi se io, al suo posto, sarei mai riuscita a vivere, e dovevo convenire che forse per un marito sofferente e una figlia da accompagnare, almeno, ancora per un po’; avrei dovuto fare come lei: sopravvivere.
La osservavo, non vista, come una guardona piena di sensi di colpa. Ma d’altra parte cosa avrei potuto fare io, prima, per quell’esuberante ragazzo che era stato suo figlio e per lei, ora, colpita da quella terribile perdita? Ben poco e lo sapevo.
Certo avevo cercato di aiutare, di continuare nel mio piccolo quel lavoro difficile che avrei dovuto cominciare già prima: diffondere, informare, moltiplicare il dissenso che non era mai troppo contro un paese prevaricatore verso un popolo senza nome. E così, passo dopo passo, eravamo approdati a quella terra contesa e a quella questione che non dava pace: la terra e lo stato di Palestina.
Lei l’avevo vista in alcuni momenti, ovviamente difficili, in ricordo di quel figlio. Sempre gentile, cordiale e mesta, ma sebbene capissi profondamente il suo male, non riuscivo ad avere idea di quello che era ed è lei come donna.
Poi è successo. Un incontro più personale, un caso, ma non proprio per caso. E’ stata ospite a casa mia, seduta al tavolo di cucina, con il caminetto acceso e il calore della voglia di conoscerci e parlare. No, non solo per curiosità e nemmeno per quella voglia di protagonismo che spesso muove le persone, ma per dare una risposta a quella domanda che mi rodeva dentro: Come si fa per non morire? Come si lotta per ricordare un figlio? E lei era la risposta e l’avevo davanti tra un piatto di risotto e un secondo, che per la verità non ricordo più.
E la guardavo in ogni suo gesto, riconoscendone prima la normale riservatezza, quella difficoltà naturale di affidarsi ad una persona che non si conosce e di cui non si conoscono se non i pregi, nemmeno i difetti. La osservavo riconoscendo quella calma imposta di una donna forte, che costringe il suo corpo nella corazza di un coraggio che si potrebbe sfaldare al sole di un sorriso, quel sorriso, di una parola, quella parola. E dietro ogni gesto quel nervosismo, quella iper attività che forse era il segno distintivo del suo carattere e che oggi riusciva a trasparire, malgrado tutto.
Avrei voluto seguire i suoi pensieri, ma questa volta sì che sarei stata davvero troppo invadente.
Col mio compagno c’eravamo detti: Non parliamo di Vittorio, lasciamo che lei si prenda lo spazio che le è necessario, che si senta come a casa sua, libera di piangere o di ridere se vuole, in qualche modo come in famiglia. Ma poi bene o male si cadeva lì, a parlare di lui, mai di lei, a pensare a quanto ci mancava senza dircelo direttamente. E il caminetto bruciava la sua legna, e noi provavamo un gran freddo dentro, appena mitigato da un sorriso che tardava a venire.
La donna che ho incontrato era ferrea, ma indifesa. Donna, ma anche madre. Sofferta, ma in lei c’era anche voglia di ridere e di librarsi ancora nei cieli della vita. Una grande donna, capace di empatia, generosa come sa esserlo solo una madre, capace come può esserlo solo una grande persona, a prescindere dal suo ruolo e anche dal suo “in-carico” che non può lasciare indietro.
Non è solo la madre di quel figlio, come A. non è solo la sorella di quel fratello, sono esseri umani feriti da una tragedia, ma sono donne a tutto tondo, con sogni e speranze, con il loro spazio e la loro dimensione, non seconde a niente e a nessuno.
Grandi perchè sono nate così.
Il mio pensiero andava alla capacità di adattarsi dell’essere umano e mi chiedevo senza sapere se ne avessi diritto, se per caso, dentro al suo cuore, fossero ancora ospitati i suoi sogni di ragazza. La leggerezza della non responsabilità. Un piccolo spazio di luce e di sole per i giorni bui.
Non era possibile avere risposta, troppo presto e forse non mai.
Ricordo con un senso forte di nostalgia, la sua presenza e il saluto commosso che ci siamo scambiate sul treno alla sua partenza: un po’ la corazza l’avevamo persa, un po’ ci sentivamo più vicine, un po’ ci dispiaceva lasciarci e un altro po’ ci faceva paura il mondo che ci aspettava, cose di sempre, si sa, ma qualche volta fanno paura, di più…
Ho conosciuto una donna, una donna intensa e dolorosamente presente, che nasconde il desiderio di una normalità che non sarà più sua, ma cosa importa ormai il destino ha deciso per lei. Sopporterà il peso di un simbolo, ma per lei sarà solo il suo bambino, grande o piccolo che sia, sempre la sua creatura. Porterà la testimonianza della sua vita e si nasconderà negli angoli bui e protetti del suo personale, solo quando la vita glielo consentirà.
L’ho lasciata andare con un abbraccio che spero l’accompagnerà nei giorni futuri, poca cosa per i suoi momenti difficili, ma pur sempre vicinanza, pur sempre affetto, pur sempre amore.
Questa è Egidia per me.

Un amore difficile: una corazza impenetrabile

In amore, Anomalie, Donne, uomini on 14 settembre 2012 at 16:49

L’aveva detto sempre che essere belle era una disgrazia, ma le amiche la guardavano incredule e gli amici maschi, per questo suo modo di pensare, un po’ la prendevano in giro. Per fortuna, per lei era un discorso generico, perchè bella non si credeva, ma sapeva di piacere, lo riscontrava tutti i giorni, purtroppo anche troppo e la cosa non andava bene.
Proprio per quello le amiche le dicevano che vaneggiava: essere belle non dà fastidio a nessuno, è l’anticamera per essere di successo, in tutti i campi, pure in quelli del lavoro e della vita affettiva.
Lei non la pensava così, ma era proprio difficile spiegare perchè. In effetti, piacere agli uomini, le creava sempre grossi problemi. Lei era fatta per amarne uno solo, alla volta e anche a lungo e non sopportava tutto quell’assedio, quegli stimoli e quei trabocchetti. Tra l’altro non aveva trovato nessun uomo che non fosse geloso e possessivo di lei, fino alla sfinimento. Si sentiva controllata in qualsiasi espressione corporea e mentale e pure  si sentiva analizzata anche oltre le parole. Quindi aveva imparato a tacere e a nascondere i suoi pensieri, anche se non c’era niente di malizioso in quello che faceva e pensava, provava sempre ansia quando parlava delle cose e delle persone che la circondavano, era sempre fraintesa e poi messa sotto torchio. “Ma chi è quello?” “Cosa vuole da te?” “Fai di tutto per piacergli eh?” “Sei sempre la solita… con quel falso sorriso da brava ragazza!” e lei non ne poteva più, la tiravano pazza tutti questi assurdi discorsi sulla malizia e il desiderio di piacere, se fosse stato per lei si sarebbe cambiata con quella sua amica più bruttina che poteva stare in mezzo ai ragazzi, confondendosi con loro, senza essere criticata o ripresa e soprattutto senza quei continui litigi e quelle parole che la ferivano profondamente.
Che a dirla tutta essere messa sotto pressione non era proprio il termine giusto per spiegare… meglio sarebbe dire che si innescavano delle vere e proprie indagini a tappeto e dei processi sommari. Se lei piaceva agli uomini era perchè era troppo amiccante e disponibile, era colpa sua insomma e non c’era difesa che contasse. Essere colpevole di piacere era una scoperta che non le faceva per niente piacere, le costava fatica sostenere gli interrogatori e trovava impossibile giustificarsi per quello che non aveva fatto volutamente. Vallo a dire poi alle amiche che non avevano lo stesso problema che era veramente scoraggiante vivere in quel modo. Sfuriate senza senso, improvvise ed imprevedibili solo per un’occhiata di cui non si era nemmeno accorta.
Il suo era un amore difficile, vivere con un uomo geloso fino allo spasmo, che era pronto a qualsiasi sospetto di tradimento o di tentativo di tradimento, ma anche di semplice superficialità, la metteva in difficoltà, sia nel lavoro che nei rapporti con gli amici. Non poteva fermarsi a fare lo straordinario o a parlare con un collega che subito veniva aggredita e nessun amico reggeva al controllo di quel pazzo furioso.
Lei non pensava che la gelosia fosse una dimostrazione d’amore, ma pensava piuttosto che fosse una malattia dell’anima che rovinava i rapporti tra le persone e quell’uomo ne era ammalato di una strana forma che coninvolgeva solamente lei, mentre lui ne era totalmente sprovvisto. Lui le amiche le aveva con cui ridere e scherzare e fare pure il galletto, per fortuna che a lei non dava più di tanto fastidio, lei non era gelosa, non era malata e forse proprio per questo non capiva.
E fu così che lei cambiò, un po’ per tristezza e un po’ per solitudine. Aveva capito che se voleva vivere in pace, avrebbe dovuto cambiare oppure mentire, che poi, forse a conti fatti, era la stessa cosa. Ma c’era anche un’altra possibilità che forse l’avrebbe liberata dalla sua prigione.
Il cambiamento di carattere era un processo talmente lungo e invasivo che non l’aveva nemmeno preso in considerazione, ma c’era un cambiamento che poteva salvarla ed era quello fisico. Cambiare fisicamente voleva dire assicurarsi una perfetta mimetizzazione con la maggioranza delle persone e se qualcuno avesse visto in lei una bella persona, oltre la sua fisicità poco attrente, sarebbe stato il massimo, solo rapporti sinceri e motivati e quel suo uomo malato, non sarebbe più stato geloso. o almeno così sperava.
Così cambiò aspetto. Giorno dopo giorno indossò una corazza impenetrabile di grasso e menefreghismo. La sua pelle diventava sempre più opaca e triste e i suoi occhi si infossavano in un aspetto scialbo e infelice. La sua corazza le pesava addosso oltre misura, ma lei continuava a farsi del male, d’altra parte almeno lui sarebbe stato più sereno e meno preoccupato.
Ma si sbagliava, in realtà lui aveva preso a criticarla per il suo aspetto poco curato e meno piacevole. La tormentava in continuazione con le sue parole antipatiche e piene di derisione, ma la gelosia, quella no, non passava. In effetti lei non aveva più gli stessi tormenti di prima dagli uomini, ma come per una strana magia si portava appresso, assieme alla sua corazza, un alcunchè che la rendeva piacevole agli altri e che, malgrado il suo aspetto, la rendevano ancora corteggiata e ricercata. Ironia della sorte, lei ora piaceva agli uomini più maturi, quelli che dalla vita avevano avuto più successo e che avevano capito, maturando che l’aspetto valeva ben poco, in confronto ad altre doti.
Questo nuovo stato mandava in bestia lui che la incolpava ancora di più di questo cambio di regime. Se prima lui doveva vedersela con i suoi coetanei, giovani e poco concorrenziali, adesso doveva vedersela con persone ben più attrezzate e di altro spessore e questo lo tirava pazzo.
La storia si interrompe qui perchè tutto quello che succede dopo lo potete anche immaginare. Ci sono due o tre soluzioni possibili, i finali possono essere diversi, ma nessuna di queste è una vera soluzione, nessun finale può cambiare i danni che sono stati fatti da questo amore malato.
In alcuni casi le corazze sono davvero inutili e pure dannose, di fronte ad una malattia come la gelosia non hanno effetto, non sono nè una medicina, nè un placebo.
Le persone che ne sono ammalate rendono la vita impossibile a se stessi e agli altri e non c’è cura per loro e con questo non voglio trovare parole per giustificarle, perchè giustificazione non c’è e non è perdonabile il male che fanno.
Forse un giorno lui non sarebbe più rientrato a casa, forse se la sarebbe svignata con una ragazzina molto più giovane e di bella presenza, e forse avrebbe trasferito su di un’altra storia la sua malattia. Lei magari si è trovata un uomo normale, che le vuole bene per quello che è e che la spinge a percorrere la sua strada, magari insieme a lui. Magari lei ha trovato la felicità o se non altro la serenità e non si massacra più per una brutta copia dell’amore. Tutto questo per dire che non si può cambiare, si è quel che si è ed è difficile trovare un giusto equilibrio sulle cose, ma i rapporti umani dovrebbero essere più belli, liberi e rilassati forse il mondo girerebbe meglio e l’amore sarebbe più facile e privo di brutti imprevisti.
Chissà che fine ha fatto lei?.. e chissà quale lui? anche se di quest’ultimo ho davvero poca curiosità. Ma preferisco non indagare, non approfondire… se una cosa nasce storta difficilmente diventa dritta e “vittime e carnefici” si confondo in un balletto assurdo in una danza in cui, io, personalmente, non voglio partecipare.

La strada

In Gruppo di scrittura on 12 giugno 2011 at 21:20

La mattina è livida e fredda. Un giorno come tanti. Ormai da troppo tempo è un giorno come sempre. Il Bambino sembra un fagotto di stracci. Ha un’aria severa, da grande. Non mi stupisco più di non vederlo mai giocare. Torno indietro con la memoria. Non ricordo più nemmeno quanto tempo è passato dall’ultima volta che ho visto un bambino giocare. Allora c’erano gli alberi e tutto il resto. Il resto… Una pioggia sporca ci penetra nelle ossa. Lui mi guarda aspettando un segno… Andiamo. Con lui non serve parlare. Credo sia nato sapendo già tutto. Credo sia diverso, anzi lo è. Si alza e continuiamo sulla strada.
Non è solo mia l’idea. Mi dirigo verso il mare e non mi chiedo perchè.
Sia chiaro, il Bambino non è mio figlio. Io non volevo figli in un mondo come questo. E’ stato un caso. Faceva la mia strada. Per un po’ mi ha seguito come un cane a distanza. Poi una sera si è messo a dormire con me dietro ad un muro mentre il vento ci gettava addosso tutta l’acqua del creato. Perchè dirgli di andarsene? Lui non chiede mai nulla. Si basta, e io ho bisogno di avere un essere umano da guardare. Ma lui è qualcosa di diverso. Il mondo è morto ormai da così tanto tempo che non ne sento quasi più la mancanza. Però qualche notte sogno. E la luce è dolce in quei sogni e i colori sono vivi. Quando mi sveglio guardo il Bambino. Lui questi sogni non li fa. Lui non sa.
La cosa più difficile è trovare cibo. Nei primi tempi, dopo la catastrofe, e stato più semplice. Bastava andare in città e trovare le riserve nelle cantine o nei negozi. Poi un po’ alla volta anche quelle sono finite. La gente ha combattuto la guerra per la sopravvivenza. In molti sono caduti. In troppi. Le strade sono diventate dei cimiteri a cielo aperto. L’aria insalubre. I muri grigi si scheggiavano sotto la pioggia e il gelo, un nero fuligginoso si scioglieva in ogni dove. La gente ha deciso di andarsene. Dove? Io non so. Verso il mare come se lì ci fosse la salvezza. Sono sopravvissuta solo perchè ero già abituata a vivere di niente. Il mio corpo assessuato non emana nessun richiamo. Vivo di niente e per niente. Poi arrivò il Bambino.
Non ho mai pensato al passato e nemmeno al futuro. Il Bambino mi fa riflettere. Maledico la stupidità del passato e l’inconsistenza del futuro. Ci siamo venduti l’acqua, il sole, la natura e la salute, per cosa poi? Per dei soldi che ci hanno reso più poveri? Io non avevo avuto né questo né quello, ero l’ultima degli ultimi.
Il profilo deformato del Bambino taglia in due la torbida aria fluida che ci circonda. Io respiro a fatica. L’acqua fangosa mi soffoca, mi schiaccia. Il Piccolo invece sembra non farci caso, lui si dirige sicuro verso il mare. Da dove viene il Bambino e dove intende andare? Lui è diverso da me, lo sento dentro. Con i miei stracci mi nascondo la pelle rinsecchita e squamata, pallida come quella di un cadavere. Il Bambino ha una pelle tesa, indifferente, con una consistenza che sembra lamina metallica. Gli stessi riflessi argentei che il buio non rivela. Io sono vecchia e cado a pezzi, ma non me ne frega niente. Non voglio sopravvivere al mondo. E continuiamo sulla strada fangosa e vuota. E il Bambino davanti scivola nell’aria pesante con un guizzo. Io rallento e lui si dimena negli stracci come un animale in gabbia. Il mare è vicino, lo sento dall’odore di marcio nell’aria. Non era questo il suo odore, io questo lo so bene, lo ricordo ancora da quell’ultima volta. Il profilo del Bambino si deforma. Lo guardo ed innorridisco. E’ questo il nuovo che avanza? Digrigna i denti in una smorfia che imita il sorriso. Un ghigno di file di denti senza senso. Ora so. Questo è il futuro.

(raccontino pessimista ispirato dal libro La strada di Cormac McCarthy e dalla questione toccata dai referendum).

Oltre cortina

In Donne, uomini on 10 aprile 2011 at 23:01


Riescono ancora ad avere fascino queste due parole assieme. Oltre cortina. Che poi la cortina non c’è più e a venire di qua è decisamente più facile.
Era arrivata per un convegno organizzato dall’Università al quale sarebbero seguiti dei contatti con i curatori della mostra. Sembrava strano, ma all’estero le opere di un certo periodo erano molto apprezzate. Come si suol dire nemo profeta in patria. Nel suo paese ne avevano una piena di quel periodo. Era meglio dimenticare e lasciar pensare agli altri.
Aveva scelto giornalismo e ad insegnare questa materia nel suo paese in qualche modo risultava pericoloso. E poi i soldi scarseggiavano, ma ormai la cultura non andava più di moda. Lì come qui. E Roma ti entrava nel sangue. I suoi cieli e il suo sole. Lei al sole non era abituata, ma ora che lo aveva conosciuto non poteva farne a meno. Non provava più tanto freddo. Non che non amasse il suo paese, ma ugualmente ritardava il rientro. In fin dei conti nessuno l’aspettava. E poi si andava verso l’inverno e lei di freddo ne era stanca e anche delle difficoltà del lavoro e del problema dei soldi.
A Roma aveva cercato un appartamentino da condividere e Valentina era la ragazza giusta, pronta a trovarle dei lavoretti per sopravvivere, ma anche discreta e poco invadente.
Le ripeteva: “Sei una bella ragazza e hai quell’aria irraggiungibile che aprirà molte porte.” E il lavoro non era mancato mai. Le dicevano che la sua bellezza era gelida, ma dietro a quegli occhi chiari si intravvedeva una passione travolgente. Gli uomini italiani sono quasi sempre più esibizionisti che realmente carnali. Amano sfoggiare le donne, soprattutto se belle e ancor di più se in aggiunta sono pure colte e li fanno sembrare migliori di quello che sono.
Ora frequentava i migliori ristoranti e le migliori case della città. Quasi mai per una serata. Piuttosto per un week end lungo. La cosa funzionava con un discreto passaparola. Gradivano portarla in ottimi alberghi ed in belle località alla moda. Lei non capiva come mai, malgrado la novità, cominciava a provare anche noia di questa nuova routine. E più s’annoiava e più la cercavano. La sua bellezza veniva esaltata da quel vago malessere che provava a fare l’accompagnatrice.
Lui era arrivato da Mosca. Giovane, rampante e di successo. Gli avevano consigliato Olga come gradevole interprete, anche se a lui serviva poco un’ interprete, sicuramente parlava italiano meglio di lei. Non usava gli stessi metodi indiretti degli altri. Con lui era come correre al massimo con un’auto potente. Era stato gentile, ma poco coinvolto. Prima di tutto gli affari e poi anche il piacere. Era stata una settimana intensa di appuntamenti e lei poteva risentire la musicalità della sua lingua e i racconti della città che aveva Lasciato. Strano non le sembrava che le fosse mancata così tanto, eppure a volte veniva presa da una maliconia senza spiegazione.
Lui l’aveva affrontata diretto: “Perchè non torni a casa? Non sei fatta per questo paese. Tu in Italia sei sprecata. Ti prendono solo per quello che non sei.” Non era un’ offerta di prenderla sotto la sua protezione, era solo la proposta di un passaggio aereo. E lei per la prima volta ci aveva pensato davvero.
L’aveva seguito fino alla sua ultima mèta italiana. Lui sarebbe partito e probabilmente non si sarebbero visti più. Quell’ultima notte lui non si era nemmeno accorto che lei non era riuscita a dormire e che aveva lasciato scivolare silenziose lacrime sul cuscino. Che stupida! Si era chiesta se a lei era concesso di amare e di desiderare qualcosa nella vita. E sapeva che non era possibile, lei non era una donna come le altre. Lei non aveva nessuno che l’aspettava.
Aveva provato il desiderio di vestirsi e allontanarsi nella notte. Sparire. Ma se se ne fosse andata avrebbe dovuto rinunciare al suo compenso e questo nel suo nuovo mondo non era previsto.

Estate che mai dimenticheremo

In Nuove e vecchie Resistenze on 1 marzo 2011 at 7:10

Foto seppia di manifestazione con striscione "La resistenza continua"
Si soffocava in quell’estate del ’44. Il sole e i guastatori tedeschi ci toglievano il respiro. Gli alberi prendevano fuoco. I nostri abeti. E gli uomini e le donne scendevano a valle, saltando come pecore. Soltanto che non erano pecore, ma uomini e donne; con la sua casa, ciascuno, dentro un fagotto appeso a un bastone.
Il tedesco accese una sigaretta. «Anch’io, – disse, – avere signora. Molto bella, mia signora. Ma tu, più bella», disse.
La donna teneva il volto dietro la testina del suo ragazzo, per non farsi vedere le lacrime. Il cuore le batteva forte, per la paura. Un nodo le stringeva la gola.
«E il pane?» disse il tedesco rivolto al contadino.
Il contadino si mosse, lentamente si recò alla madia; aperse la madia e ne tirò fuori un pane. Un coltello, prese. E posò pane e coltello sul tavolo, davanti al tedesco.
Il contadino tornò ad appoggiarsi alla parete, le mani in tasca; guardò davanti a sé con occhi vuoti. La sua donna era ancora alle scale, che si asciugava le lacrime alla testina del bambino.
Il tedesco si tagliò una fetta del nostro pane. «Tu avere detto fichi, – disse. – Io volere fichi».
«Là», disse il contadino, indicando col braccio fuori della porta.
«Tu portare fichi», disse il tedesco.
Ma il contadino rimaneva appoggiato alla parete. Fu la donna che si allontanò dalla scale e fece alcuni passi nella stanza, per andare a cogliere i fichi.
«Vado io», disse.
Il tedesco si alzò dalla sedia e la fermò.
«Lui», disse, indicando il marito.
Il contadino si mosse, guardò dalla porta l’estate, la camera d’aria sotto il fico, poi si voltò per guardare la moglie. Questa lo vide, da dietro la testa del bambino. E lo vide uscire nel sole dell’aia bianca. Il cuore le batteva dentro la gola.
«Caldo», disse il tedesco alla donna. Andò alla porta a passi lenti, la chiuse.
«Che nome?», chiese alla donna.
La donna non capì. Sentì soltanto che la mano le era entrata fra il petto e il suo bambino.
«Apri, – gridò di dietro la porta il contadino. – Apri, tedesco. Non uscirai vivo».
La donna vide il tedesco tirar fuori la pistola automatica e asciugarsi la fronte. Lo vide che si avanzava verso la porta, l’arma in pugno. Chiuse gli occhi.
E fu l’estate del ’44. Era quell’estate. E quel contadino ero io, eri tu, in pugno un fucile tirato fuori dal fienile. Fu l’estate che non potremo mai dimenticare. Non la dimenticheremo. E’ stato allora che abbiamo imparato anche noi a sparare.¹


1] Frammento del racconto Estate che mai dimenticheremo di Marcello Venturi in Racconti della resistenza a cura di Gabriele Pedullà – Einaudi Editore 2005. Originariamente in Gli anni e gli inganni, Feltrinelli, Milano 1965.

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