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Una piccola storia ignobile

In amore, Anomalie, Donne, uomini on 24 Mag 2011 at 13:03

Indomita era il suo nome, ma non quello vero però. Gli amici la amavano proprio per questo, ma anche per altre cose. Era bella, sì, e fiera. Indomabile come un cavallo di razza. Il suo sorriso rischiarava la notte e lei nella notte navigava fendendo il buio con il coraggio di chi non conosce paura.
In fin dei conti temere la notte e il mondo l’avrebbe resa diversa e lei diversa non voleva essere e non vedeva il rischio di esistere e di ostentare la sua precisa volontà di donna libera e senza briglie addosso.
Tutto sommato gli altri avevano paura di lei e per lei. Quello era cosa degli uomini; in particolar modo. Le ragazze invece la invidiavano e qualcuna più invidiosa delle altre la disegnava, più che coraggiosa, incosciente.
Nessuno avrebbe dovuto volerle male, ma il mondo a volte è male senza neanche un perché. E il male può fare davvero male senza guardare in faccia nessuno.
Era stato solo perchè lei lo aveva rifiutato. Una cosa banale, che poi era stata anche gentile nel farlo. Certo aver trascorso un po’ di tempo insieme non voleva dire restarci per tutta la vita. Certo lui ci aveva sperato. Era sicuro che una donna non cercasse altro che farsi una famiglia, e poi un uomo quando possiede una donna sa che resterà per sempre sua. In suo potere. A sua disposizione. E lei se n’era andata, con leggerezza come se… se lui avesse l’inconsistenza dell’aria o fosse un fiore appena succhiato. Via leggera portandosi dietro il suo profumo d’albicocca.
Indomita era il suo nome e lui se la prese tutta. Le rubò il coraggio e la fierezze, le rubò in un colpo solo la sua leggerezza. Rimase scomposta e annullata su un prato di periferia con il corpo inanimato a raccontare la sua piccola storia ignobile. Ora quell’uomo si sentiva svuotato di tutto. La vendetta non era stata un piacere come aveva pensato. Lei sarebbe stata sua per sempre e di nessun altro. Ma non ne provava gioia.
Brutto stronzo idiota, noi tenevamo per lei, era lei che sapeva volare, era lei che aveva diritto di esistere. Non chiedere il nostro perdono se mai capirai cosa hai fatto. Annegati nel tuo fango e nella tua nullità.

Il giorno dopo

In amore, Donne on 9 marzo 2011 at 6:54


Ieri sarebbe stata la mia festa. Più che mia, la festa di tutte, quella festa della donna che tanto ci rende perplesse.
Per strada ho incontrato il marito di un’amica, mi ha fatto gli auguri, mi ha abbracciato e mi ha chiesto se avevo ricevuto la “mimosa”. Al mio negare si è stupito: “Ma come? Il giorno della festa si deve ricoprire di mimose la propria donna!” Ma guarda un po’ da chi mi viene la lezione. Il bravo marito avrà pure tentato di ricoprire la moglie di mimosa e, sospetto, che lei abbia risposto ricoprendolo di improperi, come si merita. Ovviamente si sarà pure consolato con la cassiera della sua attività commerciale, ammesso che il marito della ragazza gradisca.
Io non ho ricevuto mimose, solo qualche augurio femminile, molto ironico, d’altra parte questa festa non ha ragione di esistere e noi donne lo sappiamo fin troppo bene.
Il mio compagno però, senza mimose, ha saputo rendere questa giornata indimenticabile, qualche canzone, belle dichiarazioni e una dolce poesia. Ma l’8 marzo era solo una scusa. Il rispetto e l’amore non ha bisogno di scuse e nemmeno di mimose. Sinceramente non prendeteci in giro, non abbiamo bisogno di un giorno di festa ma di 364 di banale e normale considerazione paritaria.

Una donna fasciata in un abito elegante
una donna che custodisce il bello
una donna felice di essere serpente
una donna infelice di essere questo e quello.

Una donna che a dispetto degli uomini
diffida di quelle cose bianche
che sono le stelle e le lune
una donna cui non piace la fedeltà del cane.

Una donna nuova, appena nata
antica e dignitosa come una regina
una donna sicura e temuta
una donna volgare come una padrona.

Una donna così sospirata
una donna che nasconde tutto
nel suo incomprensibile interno
e che invece è uno spirito chiaro come il giorno.

Una donna, una donna, una donna.

Una donna talmente normale
che rischia di sembrare originale
uno strano animale, debole e forte
in armonia con tutto anche con la morte.

Una donna così generosa
una donna che sa accendere il fuoco
che sa fare l’amore
e che vuole un uomo concreto come un sognatore.

Una donna, una donna, una donna.

Una donna che resiste tenace
una donna diversa e sempre uguale
una donna eterna che crede nella specie
una donna che si ostina ad essere immortale.

Una donna che non conosce
quella stupida emozione
più o meno vanitosa
una donna che nei salotti non fa la spiritosa.

E se questo bisogno maledetto
lasciasse in pace i suoi desideri
e se non le facessero più effetto
i finti amori dei corteggiatori
allora ci sarebbero gli uomini
e un mondo di donne talmente belle
da non avere bisogno
di affezionarsi alla menzogna del nostro sogno.

Una donna, una donna, una donna.
Una donna, una donna, una donna.

Il tempo delle fragole

In La leggerezza della gioventù on 26 novembre 2010 at 11:07

Era già tardi e sua madre non era ancora ritornata. Brutta domenica anche questa. Non sarebbe potuta uscire visto che doveva accudire ai suoi fratellini. E domani si tornava di nuovo al lavoro. Veramente un gran brutto fine settimana, ma non si poteva lagnare, ora che la nonna stava male. Doveva aiutare in casa. Doveva sollevare dalle fatiche sua madre.Che senso aveva sperare di uscire per vedere Michele. Uscire col suo ragazzo mentre nonna soffriva su quel letto d’ospedale. Si sentiva egoista, incapace di dare priorità alle cose. Voleva vedere Michele sopra ogni altra cosa, ma era una stupidaggine, se ne convinceva. Michele avrebbe aspettato. E non la consolava certamente che c’erano due settimane ancora prima della sua partenza. Era troppo poco tempo per loro. Michele sarebbe partito. Chissà quando sarebbe tornato e chissà se per allora sarebbero ancora stati insieme. Com’è strana la giovinezza, hai così tanto tempo davanti eppure ti sembra che il tempo a momenti ti sfugga via come sabbia fra le dita e altre volte che diventi pesante come una pietra.
Il fratellino più piccolo era caduto in uno dei suoi giochi complicati, ora correva da lei con le lacrime agli occhi. Piangeva perché la mamma non c’era e perché lei lo prendesse in braccio e lo coccolasse. Rossana lo sapeva fare proprio bene. L’aveva preso in braccio e lo baciava sulla fronte e sugli occhi e gli diceva paroline dolci. In fin dei conti pure lui si chiamava Michele e la guardava adorante con due meravigliosi occhi verdi.

Vola, farfalla, vola….

In Amici, musica, personale on 1 ottobre 2010 at 21:02

In silenzio, come hai vissuto, ti sei staccata dalla terra in un volo di farfalla.
Ti porto nel cuore, dolce Chizuko…

Chizuko

In Amici on 3 agosto 2010 at 14:05

I miei pensieri per te sono leggeri come farfalle. Niente di più greve sapresti sopportare. Tu donna tenace e delicata. Piccolo fiore nel giardino delle mie amicizie. Tu non appari mai, sei solo un lieve sospiro, una goccia di pioggia nell’arsura dell’estate.
Dolce Chizuko, dovrò imparare a fare senza il delicato gesto della tua mano. Come farò a ricordare la tua voce stupenda che accompagnò la mia tristezza e il sorriso discreto che non lascia mai soli? La tua voce: un dono della natura. Essenza benigna del tuo essere. Donna e Dea che abbaglia di luce.
E’ tardi per restituire quello che con tanta generosità hai donato. Oggi sono impotente e tu sei lontana, in quel letto di ospedale. Ancora schiva di te. Reticente. Perché le cose più belle si fanno, ma non si dicono. Perché tu, solo di leggerezza ti nutri. Ed io di fronte a tanto infinito, so di mancare.

E la luna bussò…

In Amici, amore, Donne, Giovani, Gruppo di scrittura, Libri, uomini, Venezia on 8 luglio 2009 at 16:30

lunatica
Non erano più quei tempi.
A dire il vero quei tempi erano belli solo nei ricordi, poi a guardarci bene era stato un vero massacro di sentimenti e di affetti. Lei ci pensava ogni volta che c’era la luna a imbiancare le sue notti. Pensava a quell’angolo vicino al ponte dove una sera d’inverno di molto tempo prima, lui disse “No…”. Un poco prima di Natale. In un tempo dove i Natali si stavano trasformando da una festa degli occhi di bambini stupiti ad un’occasione di false speranze. Proprio quella sera lì. Davanti ad una luna vigliacca, lui disse “No!”. Ma non era proprio il No definitivo di chi parte senza lasciare nessun rimpianto. Era una parola che negava il respiro, ma che preludeva al sogno.
Lei lo sapeva, lo aveva sempre saputo. Non era quello che volevano dire. Non era la luna puttana che era al centro dei loro discorsi. Lo sapeva che a partire ci voleva lo stesso coraggio che a rimanere. E loro quel coraggio non l’avevano ancora. Sarebbe arrivato, certo, e come no, si sarebbe presentato quel coraggio, per azzerare il conto.
Non era proprio un No definitivo e questo li aveva rincuorati. La sera dopo si scambiarono quel bacio che si erano negati. Non un semplice bacio, quello era il padre dei baci. La dolcezza assoluta. La parola che non avrebbero detto mai. Almeno non allora. Il dolore di sapersi persi. Il presagio della fine. E la fine era venuta, al suono della loro canzone. La loro grande occasione perduta. Sotto la luna. Sempre sotto una luna bugiarda.
Lei partì senza voltarsi indietro, neanche il tempo di riprendersi quel poco che credeva di avere. Lui la vide partire, da lontano. Sembrava che tutto sarebbe stato come prima, ma niente sarebbe stato più come prima.
Avevano con loro solo la memoria di un sogno. Ognuno l’aveva sognato da solo, ridisegnando sulla propria pelle la vera storia. Quella storia. Fasulla, ma comunque, sempre, l’unica vera loro storia.
Il tempo non lascia scampo. Tante lune a cui lei aveva rivolto le sue preghiere. Luna trasformata in divinità. In giudice severo. In dolore e smemoratezza.
Era tornata dai suoi viaggi. Dalle peregrinazioni di un’anima in pena. Ogni luogo era il suo luogo. In ogni luogo lei non c’era davvero. Almeno non tutta. Almeno non integra.
Di lui aveva saputo poco e male. Ma non voleva davvero sapere. Ogni suo passo lo portava lontano. Troppo lontano, Il dolore era sordo e cieco. Si poteva confondere con una piccola gelosia dozzinale. Non era cosa per loro. Non li avrebbe resi migliori. Ma lui diventava uomo sui corpi di altre donne. Lei non ricordava più dove avesse perso la gioia di vivere. Nessuno disse perché quella luna avesse loro strappato il cuore.
Tanto chi sapeva che erano stati loro ad inventare quella luna. Chi voleva sapere che quel “No” sarebbe stato come un “Sì… per sempre”.
Lei sentì bussare alla porta. Rumore inopportuno. Piccolo fastidio della vita. Perché disturbare i suoi pensieri? Non aveva voglia di sapere. Non voleva esserci. Non poteva ricominciare la noia di tutti i giorni. Non ora. Non quella sera. Non con quella luna infida.
Il tocco si fece più deciso. Un pensiero come un’onda improvvisa nella notte. Una carezza di vento.
Un sospiro d’amore. “sono io, sono qui, sono tornato…”. Il suo volto scavato nel marmo. Le sue mani nervose attorno ad un libro. Un vecchio libro sciupato, consumato dal lungo viaggio. “Sono qui… Te lo dovevo rendere, da tanto tempo, forse da troppo…” un sorriso, attinto dalla dolcezza di un sogno, appena velato dal tempo e dalla fatica di andare.
Lei senza vedere gli tolse il libro dalle mani e lo posò. Mosse le dita in una carezza delicata e incerta su quel viso segnato. Tracciò un disegno di memoria attorno a quegli occhi verdi che sapevano sorridere.
Allora un raggio di luna bussò e non attese più il permesso di entrare.

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