rossaurashani

Posts Tagged ‘diversità’

Nessuno può sapere

In Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 23 ottobre 2014 at 19:50

pupee

Era bella. Non che fosse certo che lo sarebbe rimasta, però fin da piccola aveva quel certo non so che, difficile da spiegare, insomma non era una bambina comune. Un’aria che colpiva e che stimolava curiosità, qualche volta anche forte antipatia. Nei suoi occhi non c’era mai remissione, non c’era serenità solo e sempre mare in burrasca.  Erano occhi che ti graffiavano dentro, forse per il colore, forse per quel non so che, ma non facevano sentire a proprio agio nessuno.

Lei benché piccola non sapeva perdonare e non veniva mai perdonata. Eppure aveva i riccioli vaporosi, gli occhi scuri dal taglio orientale e la pelle diafana, un nasetto impertinente che sosteneva una mascherina di lentiggini minutissime, due fossette ed un sorriso luminoso che non usava mai. Non parlava molto ed era per quello che nessuno riusciva a capire cosa le passasse per la testa.

A volte mentre seguiva le lezioni a scuola riusciva ad innervosire l’insegnante, che spesso la mandava fuori della classe, senza che lei avesse detto neanche una parola. Nessuno poteva capire perché quella sua aria da saputella indispettisse così tanto. Veniva davvero voglia di far abbassare le ali a quella ragazzina impertinente, non doveva continuare a guardare con quell’aria critica, quegli occhi da furbetta, che un po’ ti deridono e un po’ ti cazziano.

Nessuno poteva capire, nessuno poteva sapere, che lei stava lì ad ascoltare e che cercava di capire come mai il mondo non era quello che si mostrava, che la gente diceva una cosa e ne pensava un’altra, che tutti sembravano buoni e accoglienti, ma erano quasi sempre ipocriti ed egoisti, che erano bugiardi… bugiardi e traditori.

Non voleva imparare ad essere come gli altri, ma non voleva sentirsi diversa, superiore. Voleva solo potersi affidare e fidare del mondo, ma avrebbe imparato molto presto ad essere diversa e ad andarne fiera e poi soprattutto a stare da sola.

Le regole del villaggio in festa

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Informazione, Le Giornate della Memoria, personale, uomini on 24 febbraio 2014 at 18:55

SONY DSC
Facciamo uno strappo alla scaletta del viaggio. Un po’ ci dispiace di non andare a gironzolare per Gerusalemme, ma Manal, la nostra amica, del comitato popolare di resistenza di Nabi Saleh, qualche giorno prima è rimasta ferita da un candelotto lacrimogeno e noi vogliamo vederla assolutamente.
Luisa organizza un taxi, deve andare a Ramallah e poi si passa per Nabi Saleh, ma la cosa è un po’ complessa, uscire da Gerusalemme con la macchina di un palestinese che ha la carta di identità, ci permette sia l’uscita che il rientro, ma diventa impossibile con un taxi che parte da Ramallah, non può entrare a Gerusalemme.
Quindi andiamo a Ramallah. Luisa va per le sue cose, noi giriamo ancora una volta la città. Vorrei dire che Ramallah è Palestina, ma non ci riesco. E’ un luogo schizzato, senza una vera identità: soldi che vengono dai palestinesi d’America, sogno di palestinesi senza libertà. Boutique con abiti da sera da “Mille e una notte”, kebab e negozi di dolci, incontro persino una renna luminosa che canta e balla Jingle Bell. Nessuna fantasia in una Palestina come questa, soltanto uno strappo lontano verso un orizzonte che non esiste, ma porto troppo rispetto per questa gente che da 65 anni spera di tornare a esistere.
Entro in un negozio di dolci e prendo scatole di biscotti, specialità della casa. Dolci di Natale. Ma che Natale è in Palestina?
Stasera è l’ultimo dell’anno. Mi sembra una cosa poco importante, non penso a nessuna festa a niente che valga la pena festeggiare.
Cala la sera, ci si ritrova con Luisa e fermiamo un taxi locale per fare una corsa veloce a Nabi Saleh. L’autista ci guarda stranito: che senso ha per degli internazionali, come noi, andare a Nabi Saleh? Difficile spiegarlo. Abbiamo fretta, per tornare in tempo in albergo da tutti gli altri viaggiatori.
Nabi Saleh non è vicinissimo, si corre nel buio della sera e non riconosco niente di quello che ricordavo della precedente visita a quel villaggio. L’altra volta ero arrivata al calar del sole e ragazzini si stagliavano nitidi sulla collina, rincorsi dai candelotti lacrimogeni dei soldati. Veramente una bella accoglienza. Era giovedì sera e si preparava il venerdì della solita protesta. Normale routine.
Oggi a Nabi Saleh ci attende solo il buio, sembra un luogo abbandonato dai suoi abitanti, il che ci sembra davvero strano.
Arriviamo alla casa di Manal, ma è vuota, buia, nessuno che ci dia un’indicazione. Poi passano dei bambini, pure loro stupiti nel vederci. Chiediamo in inglese dove possiamo trovare Manal Tamimi e la sua famiglia, non so se capiscono, ma ci indicano l’altra parte del paese. Il taxi ci accompagna ad una casa piena di rumori e luci. Entra Luisa, io al seguito, Mario arriva vicino alla porta ma i bambini lo fermano, poi capiamo: è un gineceo di donne e bambine, i maschietti sono fuori a giocare. Vedo passare Manal senza velo e capisco che Mario è stato fermato perchè, per lui, è vietato entrare.
E’ veramente strano entrare in un mondo di sole donne, tutte vestite da festa, che ti guardano come se tu fossi un oggetto fuori dal mondo, Manal viene ad abbracciarmi e mi racconta che da poco era uscito dal carcere suo cugino Saeed Tamimi e che stanno festeggiando l’avvenimento.
Mi presenta a tutte le donne più anziane che sono sedute nei posti d’onore, non so chi siano e non so nemmeno cosa fare, come salutare, sorrido… un sorriso è gentilezza e buona educazione, stringo mani, ma non so se faccio bene, forse capiscono che sono un’extraterrestre e mi perdonano se faccio qualcosa che non va bene. Mi vergogno di essere vestita così e di non avere i capelli coperti. Strana cosa sentirsi un pesce fuor d’acqua. Ma mi rincuora vedere Manal piena di vita, le chiedo se sta bene, lei risponde che è tutto passato, solo un colpo sul ginocchio, ci è abituata. Difficile abituarsi a qualcuno che ti vuole ferire e magari uccidere. Lei ci riesce o almeno a me sembra così.
Mi guardo intorno, donne che vanno e vengono, entrano salutano, stringono mani, parlano con le altre, un contegno molto austero, ma negli occhi tanta dolcezza, seduta in mezzo a loro mi sento davvero fuori luogo, come se partecipassi ad una cosa non mia.
Entra una bambina bionda, bellissima, la conosco, è sempre in prima fila alle manifestazioni del venerdì. Bella e impavida. Conosco il padre e la madre, gente di coraggio, veri resistenti. Lei mi sorride. L’anno scorso l’avevo ripresa mentre ci recitava una poesia in inglese. Boccoli biondi che uscivano dal berretto di lana. Il suo nome è uno schiaffo all’occupazione, un proclama di libertà: Filistin (Palestina).
Donne che pregano rivolte alla parete, forse ringraziano Allah per la volontà di aver liberato Saeed, che è come ho capito il parente di tutti. Che mondo strano, questo villaggio è una grande famiglia allargata, tutti o quasi con lo stesso cognome: Tamimi. Ma a vederla qui è solo un mondo di donne senza uomini, e dove stanno gli uomini? Me lo chiedo in apprensione per Mario che sta fuori al buio.
Mi alzo ed esco, abbraccio Manal e le dico che l’aspettiamo ancora a Venezia. Lei mi promette che tornerà.
Mario è alle prese con un gruppo di bambini che lo tormentano, qualcuno gli tira pure dei sassi. Quando esco però si fermano, ah! il potere della donna in Palestina. Per loro sono una madre, una nonna ed è meglio che si comportino bene. Sanno che non siamo dei loro, sanno che potremmo essere anche gli “altri”, ma il fatto che io esca indenne dalla casa delle madri, li mette tranquilli. Luisa ci raggiunge: ora si va alla festa degli uomini.
Il tassista è spaesato, siamo per lui un oggetto davvero strano. Ci porta dall’altra parte del villaggio, nella piazza tutta inghirlandata di bandierine, luci e grandi foto del prigioniero liberato.
Il tassista ci fa scendere e resta basito che Luisa bacia e viene ribaciata dalle persone che contano di Nabi Saleh, pure io abbraccio Bassam, l’ha fatto pure Luisa, male non farà.
Con i palestinesi bisogna sapere con chi si può essere affettuosi e con chi no. C’è chi si irrigidisce in un abbraccio perchè non sa e non capisce che è una nostra abitudine baciare ed abbracciare, abitudine alquanto bizzarra per loro, difficile da digerire.
Saeed viene a riceverci alla porta come fossimo degli invitati di riguardo. Io e Luisa, uniche donne presenti e pure senza velo, ma Luisa è un lasciapassare per ogni dove, lei è amata, importante, riconosciuta, lei è la Palestina e non solo qui in Italia.
Ci continuano a portare da bere e da mangiare. Luisa siede con Saeed e tutti gli uomini che contano di Nabi Saleh, compresi quelli della politica locale.
Il nostro tassista è intimidito e ci guarda con gli occhi che brillano. Penserà: ma chi sto portando a spasso in taxi? L’atteggiamento era cambiato, da: “chi sono queste pazze?” a “ma allora, sono solo io che non le conosco…” direi che ci guarda con venerazione.
In effetti pure io potrei montarmi la testa.
Sinceramente non so se mi sento più a mio agio nel gineceo oppure tra gli uomini della tribù. Forse forse a dirla tutta, a parte l’affetto per Manal, donna di grande spessore e a volte più uomo di qualsiasi uomo, quelle donne così convenzionali per la cultura del villaggio, sono riuscite a mettermi più a disagio degli uomini. In fin dei conti sono una sessantottina e ho lottato lungamente e forse inutilmente per l’emancipazione della donna nel mio paese. Digerisco poco l’allinearsi alle abitudini e alle limitazioni… sarei una pessima donna palestinese, me ne rendo conto e per fortuna non lo sono, sarei una testadura, ma forse meno resistente di loro. Inutile dire che passa anche attraverso la conservazione degli usi e costumi, l’affermazione identitaria della Palestina. Però tra il rafforzamento dell’identità e un profilo subordinato a quello maschile, sinceramente opterei per liberarmi del secondo.
Dice Abir Kopty, attivista palestinese per i diritti umani: “Ogni lotta contro l’oppressione è anche la mia lotta”, inutile dire che ritengo in Palestina la donna doppiamente oppressa in un modo di uomini non liberi.
A parte le riflessioni sulla situazione femminile, so che nel viaggio mi accorgerò delle manifestazioni dei Comitati popolari di resistenza non violenta senza la presenza diretta delle donne. Nabi Saleh proprio per la presenza di un gruppo di donne singolari e notevoli ne è un po’ l’eccezione. Manal docet.
Riprendiamo velocemente il taxi. Il guidatore ci guarda ancora con aria di venerazione soprattutto dopo aver visto come siamo stati ricevuti alla festa per la liberazione di Saeed anche dai rappresentanti dell’A.P., che si siedono sempre vicini a Luisa come se ne avessero più diritto degli altri.
Sorrido pensando allo sbuffo che lei fa da dentro, senza darlo a vedere. Anche lei come me preferisce alle maniere di facciata i rapporti diretti e meno formali, ma siamo in Palestina e dobbiamo salvare l’apparenza.
Il taxi ci riporta a Ramallah con una piccola deviazione a trovare e salutare degli amici carissimi di Luisa. Anche questa una splendida storia di amore e resistenza, ma non è qui che troverà lo spazio dovuto. Strano davvero che il tempo qui si dilati e che ogni pietra abbia una storia e ogni storia sembri non finire mai.
Usciti dagli amici di Luisa, troviamo ad attenderci un altro taxi che è arrivato da Gerusalemme, unico modo per poter tornare all’albergo.
Anche questo è il viaggiare in Palestina e se devo dirla tutta, questa limitazione della libertà, mi sembra una delle più grosse ingiustizie perpetrate contro i miei amici palestinesi. Pesa tanto anche a me che sono solo di passaggio.
All’albergo ci aspetta la fine del 2013 e le nuove promesse per il 2014. Sarà una festa?
Non la vedo bene e oltre tutto ho la sensazione che poco cambierà. Ma tant’è… visto che ci siamo cerchiamo almeno di finirla in allegria.
Buon anno a tutti…

Da donna a donna

In amore, Anomalie, Cinema, Cultura, Donne, Economia, Giovani, Informazione, Istruzione, personale, Religione, uomini, Vaticano on 17 marzo 2013 at 11:32

sessantotto1“Comizi d’amore” di P.P. Pasolini
Era L’Italia del dopoguerra, il 1963, musiche disimpegnate di sottofondo e vacanze al mare. Un’Italia che benchè non fosse ricca, almeno era una democrazia basata sul lavoro e non importava se il lavoro era sfruttamente, ci avremmo pensato dopo, per quel momento, il lavoro (sfruttato o no) era foriero di sicurezze e di voglia di esplorare il futuro, di godere della vita, anche delle semplici cose che prima erano negate.
Certo cara amica, guardo quel tempo con molta nostalgia: era il mio tempo. Allora camminare per strada, in mezzo alla gente, senza paura e sospetto, formavo la mia filosofia di vita, cercando di rendere coerente il pubblico con il privato, desiderando sintonia col mondo che mi circondava.
Dal mondo imparavo e mi forgiavo a sua immagine e somiglianza. Ingenuamente mi sentivo parte di un tutto unico che non richiedeva critica, non contemplava distinguo. Era bello allora, almeno fino a che era durato.
E in “Comizi d’amore” di P.P.Pasolini si capisce bene perchè questa comunione di intenti non poteva durare, si capisce quanto il coesistere fianco a fianco se non addirittura avendo come cuore pulsante, geograficamente lo Stato del Vaticano, ma ideologicamente la religione cattolica più che come concetto come forte condizionamento da establishment, stava condizionando la nostra crescita.
Non erano certo sufficienti tutte le domande che mi ero posta, sull’esistenza razionale di dio e sulla giustizia globale che questa presenza avrebbe dovuto garantire, che mi avevano già portato in quell’anno, a cercare certezze dove non ne avrei potuto trovare se non con la fede. Ma io ne sono nata sprovvista, almeno di quel tipo di fede, credevo nei diritti dell’uomo e non mi affidavo a nessun dio distratto. Questo mi aiutava a capire più cose del mondo, ma mi abituava anche a credere che se lo facevo io a dodici anni, chiunque di più grande e colto di me, l’avrebbe sicuramente fatto meglio e in scala più grande.
Ora ti sarai chiesta perché mi rivolgo a te da “donna a donna”. La questione è che in tutto quel fervore entusiastico dell’Italia e penso anche del mondo, era nella donna che sembrava definitivamente sparso il seme della modernità. Donne di diversa cultura, lontane fisicamente tra di loro, in contesti sociali ed economici assolutamente differenti percepivano il grande valore del cambiamento come qualità necessaria alla vita propria e del paese.
Donne spezzate dal lavoro dei campi e ragazzine adolescenti con le trecce infiocchettate, signorine di città e figlie di operai della periferia, in mezzo a tanta quiescenza maschile e femminile, alzavano la testa e affermavano che il sesso è importante, che la libertà è necessaria, che il divorzio è un segno di miglioramento per la vita della coppia e che il matrimonio non è l’unico percorso per una vita felice.
Tu sai cara amica quanto costava questo uscire dai binari “morali” di un paese? Molto, anche se ben più pesante sarebbe stato rimanerci.
Ricordo come il ragazzo (studente universitario), che avevo avuto per lungo tempo, il giorno che lo lasciai perché non avrei mai potuto adattarmi a sposarlo (forse molto per come era lui, ma anche moltissimo per come la vedevo io sull’adattarmi alla cosa) finì col raccontare ai comuni amici e a tutti quelli che avevano voglia di ascoltarlo che era stato lui, il grande viveur a scappare alle mie voglie di essere doverosamente impalmata. Ricordo che lo lasciai credere, poco mi importava di quello che pensavano gli altri, provavo solo il gran sollievo di essermene liberata e di poter cominciare una nuova era di me stessa: essere una donna single e senza nessun senso di colpa o paura di solitudine eterna. Difatti sono sempre stata capace di stare sola e di non soffrire per questo, e contemporaneamente proprio per questa qualità, aver sempre trovato uomini disposti a riempire la mia solitudine non sofferta.
La vita matrimoniale come valore non era fatta per me, come non lo era per una buona parte della mia generazione. Ci avremmo messo pochi anni, noi donne, a capire che non era quello stato una predestinazione naturale, ma solo un limite nell’essere donne a tutto giro.
Se solo il matrimonio dava diritto ad accedere alle soddisfazioni, di sesso, libertà e affermazione, allora la gabbia ce la stavamo chiudendo dietro le spalle proprio noi donne.
In questo discorso evito le valutazioni sull’altra parte del cielo. In effetti gli uomini potevano godere ancora di più gli effetti della modernità, potevano rimanere dentro i canoni della possibilità di fare i padri di famiglia, e allo stesso tempo potevano prendersi la libertà di accedere a quello che la società permetteva loro: l’evasione sessuale e la condiscendenza, a molte sfumature, di una parte consistente delle donne.
In effetti vivevo in un mondo che vedeva i maschi cercare l’accoppiamento e assieme un gran desiderio di sistemarsi e poi continuare a cercare l’accopiamento in un cerchio vizioso che non dava pace e che non era scelta.
Ma avevo già i miei problemi per pensare a quelli dell’altro sesso.
Dovevo liberarmi dai legami assurdi che mi venivano imposti e dai pregiudizi che il mio comportamento provocava negli altri. Dovevo trovare il giusto equilibrio tra autonomia, libertà personale e vivere sociale e le due cose non andavano pari passo.
Ormai alla fine degli anni 60 e i primi anni 70 ero l’unica tra le mie amiche che non si era sposata e che non voleva un legame fisso. Portavo prevalentemente i pantaloni, salvo qualche minigonna liberatoria, e avevo deciso di studiare (a mie spese), di lavorare, ma già lo facevo da anni e di andare a vivere da sola. Grande rivoluzione personale, che avevo pianificato per anni.
Io posso confermare che l’autonomia non porta forzatamente ad un libertinaggio dei costumi, come molti allora volevano far credere. Io continuavo a non volere un legame fisso e quindi ad evitare i legami tout cour, mentre vedevo nelle famiglie da poco costituite le mie amiche impegnate con i primi figli e i mariti disimpegnati nelle loro, naturalmente e socialmente giustificate scappatelle maschili.
Sinceramente non ne capivo il gusto. A me pareva esagerato desiderare a 20 anni e poco più di fare figli e di convivere con mariti che non condividevano nemmeno uno dei tuoi impegni e interessi. Allora affermavo che “io di figli mai” e che il matrimonio era “la tomba dell’amore” anche se questo lo ritenevo un luogo comune. Ho sempre dato molta importanza alle parole e agli atti. Per me “sempre” era una parola ed un atto definitivi, quindi mi guardavo bene dal prendere un simile impegno, considerandomi forse del tutto incapace di farmene carico, almeno in quel momento.
Ma finalmente non mi sentivo più sola. C’erano altri focolai nella società, che vedevano donne liberarsi dalle “catene” del già deciso e del dovuto. Vedevo le donne del 68 cercare di uscire dalle pastoie e soprattutto cercare di non ricadere nel già visto. Poi come si fa a dire, non era che un uomo per il fatto di appartenere al suo genere doveva per forza ripetere qualla metalità ottusa che lo vedeva al centro del mondo, privilegiato nei rapporti di coppia, incapace di una sana e proficua autocritica?
E a quel tempo di autocritica se ne faceva in quantità industriale. Era nato allora l’outing, che non si chiamava così e le donne si riunivano in assemblee strettamente di genere che i maschi erano costretti a disdegnare più per paura che per vero dileggio: era arrivato il movimento femminista, quello delle mani giunte a forma di vulva e degli slogan autocompiacenti.
Sai cara amica, anche da questo polpettone autoprodotto è passata la tua libertà. Ogni cambiamento viene da lontano e costa sudore e sangue. Come i diritti umani e quelli dei lavoratori, anche il diritto di essere donne libere ci stava costando un prezzo molto più alto di quello che avremmo mai pensato di pagare.
Non era ancora possibile vincere la battaglia della libertà sessuale, del controllo delle nascite, della parità dei diritti all’interno della famiglia e dell’autonomia di pensiero. Avremmo dovuto aspettare ancora troppo tempo per cambiare anche le leggi di questa società. Leggi che tu, oggi, puoi tranquillamente utilizzare, cambiamenti rivoluzionari di pensiero e di comportamento che si dovrebbero tenere a mente. Troppo pericoloso pensare che quello che hai oggi potrai averlo ancora e per sempre. I diritti non sono una cosa scontata, che hai acquisito per diritto di nascita, non funziona così, e questi ultimi anni lo hanno dimostrato: coi lavoratori, con gli immigrati, con i vecchi, le donne e i bambini, coi giovani che oggi stanno più in silenzio di ieri.
Da donna a donna, cara amica, dovremo riprovarci ancora, e tornare indietro davvero non si può. Io so per dove siamo passati e so da dove è difficile tornare. So che non possiamo dividerci in genere e che anche il maschio deve stare dalla nostra parte. Che è troppo forte il sistema che sta stritolando le nostre vite, non c’è più spazio di azione, non c’è più un modo nascosto di agire, come avevamo potuto fare allora, che scardina profondamente le fondamenta della società. Allora era possibile, oggi non più. Posso solo darti un consiglio da donna a donna: svegliati, non lasciati comperare dai beni che credi ti siano indispensabili. Non farti fregare dall’amore dei baci perugina. Trova anche tu la strada per consentirti di rimanere viva. I tempi sono maturi per una nuova rivolta generazionale, per un nuovo mondo possibile, un nuovo modo di essere e di vivere, anche se dovesse portare lontano dalle comodità di cui probabilmente non puoi più farne a meno. Non venderti l’anima, perchè ormai il tuo corpo è già stato venduto e quella è l’unica cosa che ti resta. Io sono qui, seconda fila di una prima fila che non vedo compattarsi. Il tempo corre e tu, tienilo a mente, non sarai giovane per sempre.

Tornare sui propri passi…

In Amici, amore, Anomalie, Giovani, La leggerezza della gioventù, musica, personale on 8 giugno 2012 at 14:50

Un dilemma che mi sono posta in questi ultimi tempi e al quale non sono riuscita a dare risposta è: la vita ti consente la possibilità di tornare sui tuoi passi? Te lo consentono gli altri e te lo consente pure il tuo orgoglio?
La domanda che mi sono posta urge di risposta, ma forse neanche tanto… credo che la natura e il tempo risolva molte cose. Una volta non ci avrei creduto, ma oggi sono possibilista.
La questione è nata seguendo la storia di due ragazzi a cui voglio molto bene e che seguo con attenzione, ma a distanza (per non essere considerata invadente, che non sia mai :-)). La storia è questa, un po’ romanzata, ma stiamo tra il più e il meno, anche se non toppo lontani.
Lui è un ragazzo giovane, un’età che ai miei tempi (e già dire questo la dice lunga) sarebbe stata di un certo peso, ma che oggi è una bazzeccola, praticamente poco al di sotto dei 30 anni. Lei è coetanea, ancora iscritta all’università, per i suoi motivi: non le bastava una sola laurea e aveva voglia di cambiare. Due città diverse a 500 km di distanza, più o meno. Lei molto attaccata alla famiglia di origine e alla sua casa, alle sue abitudini e ai suoi amici, lui invece molto autonomo, cittadino del mondo, anche se predilige la sua città, ritornare, da ogni sua assenza anche lunga, in un luogo, il suo, di nascita e di elezione.
I due ragazzi si frequentano per molti anni. Due gocce d’acqua nel mare delle amicizie e dell’amore, condividendo anche se a distanza molto di più di quello che pensavano. Poi una decisione inconsulta: lasciarsi.
Qui le cose si ingarbugliano perchè non si sa chi ha fatto cosa, ma io il sospetto ce l’ho. Se dovessi appunto scrivere questa storia di invenzione, direi che lui, più libero di movimento e meno attaccato alle sue abitudini, avrebbe desiderato che lei prendesse le distanze dalla famiglia e decidesse che farne della propria vita, con  riferimento a lui, in attesa di questo gli era scappato un intreccio con una ragazza molto meno distante e più bisognosa della sua protezione.
Ovviamente queste sono cose che non si fanno e lui alla fine non sapeva che pesci pigliare e gli era sembrato più sensato chiudere con l’altra goccia del suo mare.
La goccia non l’aveva certo presa bene, ma ad onor del vero sapeva di avere qualche colpa nel non riuscire a decidersi e ad essergli e ad avere un vero punto di riferimento in lui. Per fortuna il rapporto pur prendendo le distanze, non si è deteriorato mai in rivoli di rancore e risentimento.
Sembrava davvero che le loro due vite avessero definitivamente preso la strada della separazione.
Io sapevo che lei era la donna per lui, ma non potevo dirlo. Chi sono io per poterlo dire? Nessuno. Però lo vedevo incassare le cose belle della vita come se non ci trovasse gusto, come se una parte di lui gli fosse stata negata. Lei, aveva tentato pure di rimettersi in strada: un altro ragazzo che trattava come un amoretto da ragazzina, come se la responsabilità di un rapporto duraturo le fosse stata negata.
Beh, di fronte a tanto scempio mi era venuto a mente la mia storia strana, di quell’amore lasciato tanto tempo prima, di tutte le storie che ci stavano in mezzo, del ritrovarsi e capire che era allora che aveva bussato l’amore. Perchè tutto quello che c’era stato in mezzo non era l’amore che c’era ma era quello che mancava, ma forse non è chiaro il concetto. Per troppo tempo ho cercato l’amore negli altri e dentro di me e non sapevo che c’era e che mi mancava. Beh insomma poi l’ho ritrovato ed è tornato tutto a posto.
E mi pareva che per loro, i ragazzi di questa storia, avrebbe potuto essere lo stesso, ma con un finale diverso. E se non si fossero ritrovati più?
Io l’amore l’ho ritrovato e apparteneva a quei 16 anni terribili e meravigliosi, e mi sento una persona con una fortuna sfacciata, ma loro ci sarebbero riusciti? Avrebbero superato i km. di distanza, le differenze di carattere, gli amori intercorsi, e avrebbero capito? Perchè, chiaro, amarsi si amano, io lo so, io lo sento dentro, tra parentesi l’ho sempre saputo, e so anche che se uno dei due avrà il coraggio di farsi perdonare (quel molto che è passato) tutto può ricominciare e diventare la loro vera vita per sempre (insomma sempre è una parola grossa, ma qualche volta va pure detta, dai).
Ora le cose stanno in bilico, suppongo che tutto dipenda da lei, se avrà il coraggio di perdonare e di abbandonarsi a quell’amore naturale che era stato il loro grande impegno di prima, ma innanzi tutto il loro porto sicuro, la loro palestra per diventare forti e crescere e per credere in se stessi.
Qualche volta bisogna lasciarsi per capire. Qualche volta bisogna riincontrarsi per risentire quel tuffo al cuore che si era dimenticato e che era perduto nella memoria. Cosa vincerà? La ragione? Il cuore?
Questa partita mi appassiona, e vorrei parlare e dire, ma taccio perché se io so, come dovrebbe finire il gioco, non è giusto che ne riveli le regole. Quelle sono tutte da scoprire e le difficoltà sono tutte da superare. Non c’è esperienza degli altri che serva, è solo dentro di noi che possiamo trovare la grande capacità di tornare sui nostri passi.

Beh, auguri, ragazzi, che il peso del tempo vi sia lieve 🙂 per quanto mi riguarda 42 anni sono volati e adesso posso dire di non avere più qualcosa che mi manca…

Di quella rabbia, resta ancora la traccia

In Amici, amore, Donne on 12 novembre 2011 at 19:04

Forse è perché non era più giovane che il suo pensiero tornava spesso ai ricordi. Che poi per lei, quei ricordi, non erano solo immagini un po’ sbiadite dal tempo, ma vere e proprie emozioni ritrovate. Cercava di spiegarselo, ma era difficile farlo quando nemmeno lei capiva completamente.
Aveva una buona memoria, tutti glielo dicevano, anche se in realtà era una memoria selettiva e molto particolare. Ritrovando un ricordo, ritrovava anche l’odore e l’umore di quel momento. Ogni ricordo era un segno dentro che le aveva lasciato una traccia indelebile. Almeno così era per lei.
Spesso chi la conosceva si stupiva che lei, a sentir nell’aria un profumo appena percepibile, riuscisse velocemente  a ricollegare la sua memoria ad altri momenti, legati a quell’odore o a quella canzone o ancora di più a quelle emozioni.
Per esempio quella canzone, che seppur piuttosto nuova, per le sue parole e nella sua ripetitività musicale le faceva venire in mente la rabbia della sua gioventù. Quella rabbia non era più sua, ma se la ricordava fin troppo bene. Oggi si era trasformata in qualche cosa di più maneggevole e più pratico. Prima riusciva ad odiare oggi invece accettava anche se rimaneva ancora incapace di perdonare completamente, però non odiava più.
Quello della rabbia era il tempo dell’anarchia e della voglia di andare via da ogni posto che non fosse straordinario. Era la voglia di non mettere radici da nessuna parte e di vedere tutto il mondo e viverci dentro senza lasciarsi cambiare dagli altri. Grande illusione quella, ma era proprio questo quello che voleva. E quel sentimento era una traccia bruciante e dolorosa, che non aveva superato facilmente. Impossibile farlo quando si è inermi. No, un’arma lei l’aveva ed erano i suoi sogni. Sognava un mondo migliore, più sincero e senza conformismi, più serio ed impegnato e contemporaneamente più leggero, amichevole e puro.
Chissà perché non aveva mai giocato a mamma-casetta. Non aveva mai avuto bambole e non aveva mai sognato il suo abito da sposa, o forse sì, una sola volta, ma era troppo giovane e troppo ridicola e poi era solo un sogno che l’aveva fatta sentire stupida.
Ma il livello di rabbia era elevatissimo. Avrebbe voluto spaccare tutto, anzi polverizzare tutto per poi poter nuovamente costruire e farlo meglio.
La sua generazione era quella che apriva il mondo alla fantasia, all’anarchia, ma anche all’impegno, alla puntualizzazione, alla cultura libera e autonoma, alla libertà, agli sconfinamenti e alle contaminazioni, al coraggio e alla disperazione, non si accontentava di quello che le veniva dato, voleva molto, ma molto di più.
Le amiche di quei tempi continuavano a dirle ancora. “Tu hai fatto un’altra vita, perché tu eri diversa, non ti accontentavi e volevi di più…” cosa fosse quel di più non se lo spiegava ancora. Aveva fatto tante vite in una e continuava ancora a viverne altre e quelle vite non le bastavano  mai e le si offrivano sempre, si moltiplicavano e si perpetuavano e la ragione non la sapeva, nemmeno ora riusciva a capire quel miracolo.
Aveva amato, tante volte e molto spesso per sempre, aveva ricordato e dimenticato. Aveva conservato le cose importanti e lasciato andare quelle di nessun valore. Aveva tenuto vicino gli amici e i ricordi e li teneva vivi con attenzioni e facendo rivivere le emozioni che li avevano legati. Oggi sapeva dire ti voglio bene ad un’amica a cui, per pudore, non l’aveva mai detto e sapeva che pure a lei faceva piacere. Riparlava ad un vecchio amico come facevamo da ragazzi e non se ne vergognavano e non avevano più nessun orgoglio da soffrire.
Non aveva avuto una vita comune e in fin dei conti non aveva neanche mai invidiato chi invece ce l’aveva avuta. Le andava bene così, perché ai margini di una gabbia, che era certa l’avrebbe soffocata, aveva potuto dare il meglio di sé. Aveva annusato e ascoltato la vita. Aveva vissuto profondamente e sofferto perché si era lasciata segnare dalle cose, dai pensieri e dagli sguardi altrui. Era stata indifesa ed irraggiungibile. A portata di mano e sfuggente. Nessuno aveva la chiave giusta e sebbene fosse triste per quello, non aveva mai voluto aprire la sua porta. Questa era la sua rabbia, questa era l’incapacità che aveva di conformarsi, di adattarsi, di entrare nel gioco. Certo si era data, ma nessuno l’aveva mai avuta completamente e questo era stata la sua gioia e la sua malattia. Era una donna ed era una donna complicata, esigente e difficile.
Poi un giorno decise di avere un figlio e quello l’aveva addomesticata. Questo era quello che aveva voluto ed è era stata una scelta consapevole, perché era quello che voleva per lui. Era una donna che diventava madre. Ed era il suo primo atto di appartenenza e le piaceva. L’unico amore che percepisse senza catene. Strano no? E’ quello l’amore vero e per sempre. Era un amore libero perché naturale e definitivo. Certo, la rabbia viene ammansita dall’amore, era evidente. Quello lo capì allora e lo visse con uno stupore infantile e pieno di calore. Aveva finalmente la sua àncora, il suo porto, il posto dove stare, il suo impegno quotidiano e bellissimo, il suo progetto per quel futuro che aveva sempre evitato di fare.
La rabbia non tornò più. Era suo figlio che l’aveva disinnescata, con i suoi occhi splendenti e la voce con quella erre che appena appena faticava, con il sorriso spettinato e la sua intelligenza veloce e rasserenante. Non avevo più bisogno di distruggere avevo solo voglia di fermarsi, di dargli una casa, delle sicurezze…
Ne parlava qualche giorno prima con il suo compagno, che non era il padre di suo figlio, e parlando non se ne rendeva conto di quanto significasse per lei, come donna, la nascita di un figlio. Era certa che le donne quando diventano madri cambiano e cambiano molto
Insomma aveva dovuto trovare l’amore per disinnescare la rabbia, anche se quella rabbia le aveva raschiato l’anima per tanto, troppo tempo. Proprio l’amore di e per suo figlio, le aveva aperto la porta anche ad altre forme di amore, aveva capito che ne dovevano esistere anche altre forme, anche se allora non le aveva desiderate e forse nemmeno incontrate. E così la rabbia si era trasformata in curiosità, in calore e partecipazione, forse anche un po’ in trepidazione, ma anche in certezza, sicurezza ed in mille altre sfumature di luce.
Oggi poteva dire di essere una donna arrivata e di questo non aveva alcuna paura. Anzi si sentiva migliore proprio perché aveva saputo fermarsi e accogliere il brutto e il bello che la circondava. Aveva trovato un altro amore che le riempiva la vita oltre a quello di suo figlio. Aveva tante persone che la circondavano e che la facevano sentire viva e partecipe. Della sua rabbia restava solo una traccia lontana anche se indelebile. Le faceva ripetere sottovoce: “Mai e poi mai mi lascerò ingoiare da una vita che non voglio e che non vorrò mai.” Ma almeno ora poteva invecchiare serenamente.

L’orgoglio

In amore, La leggerezza della gioventù on 20 settembre 2010 at 9:18

Foto in B/N di Ross stesa sull'erba in posa da figlia dei fioriCerto che questa storia è singolare. Non diversa ma singolare. Come lo sono molte storie. Quasi tutte. Ogni una con le sue particolarità. Le altre, quelle così normali, mi sa che non sono state vissute. Ed è anche piena di momenti altrettanto particolari. Sempre un po’ fuori dalle righe. Spesso corsa senza respiro. Eppure, è normale (ma è normale?), mi sembra piatta. A momenti vuota. Noiosa. E non ho mai amato guardarmi indietro. Ho sempre aspettato con ansia l’inizio di un nuovo giorno. Con fiducia. Con curiosità. Oggi l’attesa è diventata pazienza.
Era un giorno afoso di settembre. Oggi i miei occhi sono colmi di immagini. Mi scorrono altre vite davanti. Altre storie. E le storie che mi faccio in testa. E tutto è un gioco perché vivo con consapevolezza il presente. Certo che conservo una curiosità. Lei non ha detto di essersene pentita. Non l’avrebbe mai detto. Né a sé né a me. Soprattutto a sé. E poi c’è il suo orgoglio. Appunto, quella cosa che non permette di tornare, di riflettere, di darsi una pausa. Quella cosa che spinge sempre avanti. Nonostante tutto. Conseguente. E ci sono i treni che partono. I treni che arrivano. Quelli che perdi. I film che vedi e quelli che ti fai in testa. Quello che credi e quello in cui vuoi credere. Le esperienze. Le storie degli altri. Le proprie. E le storie vissute ma che sembrano vissute da quegli altri. Abitate da altri. Le gioie e i dolori. Insomma c’è un po’ di tutto. E quella cosa che chiamano orgoglio.
Allora ho perso una occasione. Non ho detto: “Ma non avevamo un appuntamento”? A volte, spesso, riesco a chiosare, su tutto questo. A volte semplicemente arrivo tardi. Ho scherzato con mia nipote spiegandole che non si può aspettare da tutti gli uomini una pazienza simile alla mia con la zia che mi ha dato il primo bacio quando aveva sedici anni e ho dovuto aspettare che ne avesse cinquantotto per il secondo. Ci si confessa sempre ridendo. E’ stata quella una buona cena. Buona la compagnia. Buono, manco a dirlo, anche il vino. Ma torniamo al titolo del post. Con le dovute istruzioni per l’uso. Ha ammesso. Ha cercato di non pensarci, di dimenticare. Non poteva convivere con un rimorso. Questa è la risposta? L’ha fatto tanto bene da riuscire a dimenticare. O almeno da crederlo. Fermamente. Così mi chiede scusa ma dopo tutto quel tempo. Non che mi dovesse alcuna scusa. L’occasione sarebbe stata comunque un ritardo. E oggi è lei a misurarsi imbarazzata con questa amnesia.
Come è quando non è dato sapere. Dovrebbe dirlo Lei. Se almeno Lei sapesse. L’arte di scordare può raggiungere vertici di perfezione. Raffinatezze esasperate. Quando diventa arte di rimuovere non lascia traccia, o quasi. Non lascia scampo. E allora la fierezza dei suoi occhi non si ammorbidiva. E ancora lo fa. E scopre un inizio di vanità che non ha mai avuto. E che non è disposta ad ammettere. E che non ammetterà mai. Fino alla disponibilità di negare l’evidenza. Ma il diario è di suo pugno. Le sue foto sono le sue foto. Alcune delle cose sono lì a dimostrare una realtà non confutabile. Ma ha scordato. Dimenticato. Mi concede di dire: rimosso. Perché nemmeno la caparbietà ci è mai mancata. Capita raramente ma mi capita di fare il primo gesto. Ora riesco a sorprendermene. Certo, io sono un uomo fortunato. Molto fortunato. Eccezionalmente. Lo sono sempre stato. Ho attraversato una vita agevole e benigna.
Io ricordo nitidamente ogni inizio. E ogni prima volta. Così le tante con Lei. Quella meraviglia. Il gusto caramelloso. Lo sguardo sognante. Quando tutto promette tutto. Più che il lieto fine amo coltivare il bell’inizio. Conservo una scorta di buoni ricordi. Fragili e belli. Credo di aver più ricevuto che dato. Non ho alcun timore di guardami allo specchio. Qualche rimprovero. Mi sembrano poca cosa. Non molto di più. Il più grande si riferisce allora. Con tutti gli alibi che mi sono dato e mi sono costruito. Non sono mai riuscito bene nell’impresa di perdonarmi; di assolvermi. Avrei fiducia nella sua capacità di scordare. Dico: avrei. Eppure è rimasto un nome, non sarebbe mai stato possibile altrimenti. Anche se non ci fosse il diario. E il ricordo di quella giornata. La misera foto a testimoniarla. Il paesaggio è ancora lì, davanti ai nostri occhi. Per Lei ancora più che per me. E di altri momenti. Così è rimasta quella canzone. E’ diventata nostra. Subito. Non ci ha lasciato mai. Sempre la stessa. Dolorosamente. Era il nostro vero addio. Eppure diceva: arrivederci. Ad ascoltarla ci spiegava l’impossibilità di tutto, e di dimenticare. Come è rimasto il ricordo di come è finita. E quella sorta di indelebile rimorso. Per me. Per non provarlo per sé. Ma come poteva sapere?
Invece per me resta bellissimo ricordare com’è iniziata. Allora e sempre. Certo non esiste un per sempre. Nessuno può ipotecare il futuro. Allo stesso modo nessuno mi può impedire di provare a farlo. E poi… Bisognerebbe saper scordare come si deve; completamente. Anche quando non si è professionista, nel campo. Non può sopravvivere nulla. Non deve. Né un giornata che resta come uno dei ricordi più belli. Eppure sembrava quasi una giornata qualunque. Né, soprattutto, una canzone con una presenza straziante. Il rischio è che poi dall’oblio ci sia un ritorno. Improbabile, sì. Non impossibile. E allora l’arte di dimenticare torna al lavoro. Le cose da scordare sono persino troppe, e altre. Come quando viene dato un copione e il personaggio non piace. Che strana commedia (o, a volte, tragedia) è spesso la vita. Quella maschera. E’ tardi dopo per non voler averla indossata. Quegli abiti (tanti o pochissimi). Delle paure. Essere e non essere.
Ma le stanze degli altri mi incutono sempre rispetto. Chi era e chi erano è un mondo in cui so fare solo e poco da spettatore. Non mi resta che mandarLe un saluto. Potessi trovare il modo. E’ lei che vorrebbe poter giocare col tempo. Sapessi come mandare una cartolina ad un indirizzo di trent’anni fa. O di venti. Persino di ieri. Non ho mai saputo tutti gli indirizzi. E nemmeno mi interessa abbastanza. Vorrei mi facesse chiamare da sé quando aveva trent’anni. O semplicemente quando ne ha avuto bisogno. Le direi, lo sa, quello che non Le hanno detto, e avrebbe voluto sentirsi dire. Le direi: Sei bella. E anche di più. Ma non diteglielo. Non vuole sentirselo dire. Negherebbe persino di chiamarsi Ross. E dell’amore degli altri non posso aver nulla da rinfacciare loro. Scegliamo la vita che abbiamo. In verità è lei, la vita, il momento, a sceglierci. Spesso si capisce troppo tardi. E poi la domanda vera richiederebbe una risposta se sono più le cose scordate o quelle mancate. Ma questa è una risposta che non vorrei sentire. Perché temo sarebbe una risposta che mi addolora. E forse la conosco, quella risposta. Ma è difficile vedere anche l’altro piatto della bilancia.
Ognuno ama come sa e può. Nessuno ha la ricetta o è stato imparato a farlo. Potevo persino dimenticare quel viso (non l’ho fatto, naturalmente). Come detto dimenticare non fa parte delle mie virtù. Non avrei potuto dimenticare mai quello che mi raccontavano i suoi occhi. Quella serena pazienza. Quella complicità. Quella tranquilla curiosità. La spontanea facilità dell’incontro. E’ sempre stato così. La profondità del suo animo. E io l’ho sempre guardata negli occhi. E lì l’ho ritrovata.
Foto a colori di Ross a PonzaQuel nome, almeno quello, non poteva negarlo, Le era rimasto addosso. Inciso nella pelle. E quel nome sono io. Io che non so interpretare nessun altro ruolo. E non posso non amare quello che è stata, perché la amo oggi, così com’è. E oggi finalmente non dice: vorrei essere Lei. Dice solo: sono felice; felice di quello che sono. Mica quisquilie. E pensa: vorrei che fossi là. Non è mai tardi. Lo dico senza orgoglio. Posso farne senza. E’ così che ho imparato a volare.

Spiegare il femminismo agli uomini

In Donne, uomini on 19 luglio 2010 at 14:53

Eh sì lo so, non è facile. Qualcuno sostiene che è una questione di DNA, io sostengo invece che è difficile spiegare quello che non si vuol capire, ma è indiscutibilmente complicato superare tutti i millenni di pregiudizi e di falsa informazione.
Un amico, tempo fa, mi ha chiesto a quale testo o linea di femminismo mi rifacessi. Chissà perché mi sono sentita in colpa e davvero imbarazzata nell’affermare che non avevo mai letto niente e che nessun gruppo “anni 70” mi stava ispirando. Anzi no, un libro lo avevo letto e ne avevo fatto oggetto di tesina all’esame di maturità. “Dalla parte delle bambine” di Elena Gianini Belotti che proprio femminista, in senso stretto, non è. Lei come me sosteneva che non esistono alla nascita doti che determinino la “superiorità maschile” e di contraltare la “inferiorità femminile”, ma solo doti umane che vengono sviluppate in modo condizionato e condizionante al ruolo sociale che si vuol consegnare a quel particolare genere.
La cosa che mi colpì di più erano i diversi tempi di allattamento al seno, se una madre allatta un maschio lo tiene al seno molto di più che una femmina. Ovviamente la prima cosa che viene da pensare, dopo questa scoperta, è che o le femmine sono meno voraci, oppure lo sono di più e ci mettono meno tempo nella poppata. Non è così, purtroppo, la causa è semplicemente l’insieme dei pregiudizi sessuali di un sesso (quello della madre) con lo stesso sesso (quello della figlia) mentre tutto diventa più “naturale” se a succhiare il seno è un maschietto. Sembra che alle madri piaccia di più. Suppongo che sarebbe l’inverso se ad allattare fosse il padre, ma il caso purtroppo vuole che l’allattamento al seno sia di sola pertinenza femminile.
Fin dalla nascita si instaura un regime educativo che sfavorisce le femmine e favorisce i maschi. Sia che si tratti di opportunità educative, sia che si tratti di opportunità di vita, le donne devono guadagnarsi tutto con un maggior dispendio di energie. Sarà che le femmine sono più stupide di “natura”? Statisticamente non sono certamente meno dotate di intelligenza, intuizione, arguzia, volontà e coraggio, anzi, a dirla tutta e passando alla pratica, mio figlio, durante il suo percorso scolastico, ha visto solo femmine a contendersi il primo posto nella classifica della preparazione e nella capacità di esprimersi. Non sto nemmeno a dire come le donne nel lavoro siano più capaci di adattamento e di mobilità degli uomini. Non solo si adattano meglio ad ogni tipo di attività, ma hanno sicuramente più “amor proprio” per il loro lavoro che contende il primato al maschio più ambizioso.
Una mia amica giovane, dopo aver letto il libro della Belotti mi ha confidato: “Lo sai, leggere questo libro mi ha fatto pensare che l’unico modo che abbiamo per rivalerci è far nascere solo figli maschi”. Il che fa pensare che non ha torto, salvo poi inorridire: ma tutti questi figlioletti maschi, nel momento che rimangono senza madri, chi li salverà? E’ indiscutibile che chi, alla fine, perpetua l’errore iniziale, quello che inserisce la femmina in un certo ruolo ed il maschio in un altro ben delimitato, è sempre quella “benedetta donna della loro madre”.
Eppure io vizio mio figlio maschio come vizierei la mia figlia femmina. Continuo a reagire alla semplice frase: “Dai usciamo che ti porto al cinema” con la frase acidetta “E che è non c’ho due gambe pure io?” Certamente che mi stupisco sempre della poca autonomia che hanno gli uomini messi nella situazione di pensare da soli a se stessi, mentre invece mi sento orgogliosa delle capacità decisionali delle donne. Mi sconvolgono i pregiudizi dei maschi contro le donne veramente indipendenti e libere, per dire non quelle che “la danno” ogni qualvolta garba loro per avere in cambio delle migliori opportunità, ma solo quelle che fra le tante cose amano liberamente come ogni uomo fa di abitudine, anche confortato dal mondo intero. Che differenza passa tra un “furbacchione” e una “ragazza leggera”? E ancora di più tra un uomo dalla forte carica erotica e una donna veramente “porca”?
Queste sfumature mi sfuggono. Ma si sa io sono femminista e questo la dice lunga sul mio modo di intendere i rapporti tra uomini e donne. Eppure io penso che gli uomini siano una parte essenziale del mio mondo, che abbiano lo stesso diritto delle donne di esistere e che vengano educati allo stesso modo dell’altra parte del cielo per far sì che sviluppino le stesse qualità che sembrano di unico appannaggio della femminilità. Magari col tempo invece di ridurre le donne a partorire figli maschi, geneticamente modificati, far sì che pure gli uomini vivano direttamente la loro paternità, magari affidando loro in età prepuberale esigenti bambole che chiamano papà in continuazione e che chiedono di essere cambiate perché dopo la poppata si sono bagnate il pannolino. Ho detto bamboline mica creature di gomma piene di orefizi senza fine, perché già intravvedevo maliziosità negli occhi di tutti voi maschietti e tenevo a precisare che se aspettate da me un trattamento che vi sia più favorevole, mi sa che dovrete aspettare ancora un pezzo. 🙂

Fingere

In Donne on 20 maggio 2010 at 9:33

Eravamo le solite quattro amiche al tavolino del bar. Tutte e quattro con un bicchiere di colore diverso davanti. Chi l’acqua tonica, chi la meno dietetica Coca Cola, chi l’aperitivo e chi la rinfrescante acqua e menta. Insomma quel tanto per confermare che ognuna di noi ha il suo gusto personale e non si confonde con le altre. Sapete come s’inizia, prima col parlare degli amici, del lavoro e poi alla fine si finisce di parlare di uomini. Posso immaginare che sia un po’ come succede in “Sex in the city”, ma posso solo immaginare perché sinceramente non ne ho visto mai nemmeno una puntata. Non è mai stato facile parlare di sesso fra di noi, eppure qualche volta capita, magari prima si generalizza, ossia di parla degli altri e poi si finisce col passare al personale.
Vera stava parlando del suo matrimonio in crisi, e con finta leggerezza ci dice che il desiderio sessuale da molto tempo non fa più parte dei suoi entusiasmi. Ovviamente pur se aleggia quella sensazione di instabilità nel rapporto col marito cercava almeno di dargli una parvenza di sicurezza e si regolava assecondando la sua libido. Lidia che è sempre quella diretta le chiede a bruciapelo: “Insomma ci vai a letto e alla fine fingi di avere un orgasmo?” Vera vagamente imbarazzata confessa che in effetti è così. Lidia non la lascia continuare e le corre in aiuto: “Ma dai, credi davvero di essere l’unica? Anch’io con Antonio oramai faccio il mio bel teatrino. Il piacere è un oggetto dimenticato nella mia quotidianità.” A dire il vero, Lidia fa sempre la spregiudicata, ma lo è molto meno di quello che pare.
Vera cerca di spiegare. “Vedete, non è che mi piace proprio fingere, ma mi sembra che almeno mantenere questa forma di normalità faccia bene al nostro rapporto. A me non costa niente dargli la soddisfazione di riuscire a soddisfare il mio piacere. Ci mancherebbe che dovessimo litigare anche su questo…” Lidia rincara la dose: “Beh! per quello nemmeno a me costa troppa fatica e ormai è da anni che non riesco a provare nessuna curiosità, nessun desiderio e per quanto riguarda il piacere… no, non c’è proprio modo. Antonio mi vuole bene, ma non si è mai preoccupato di quali siano le mie necessità. Lui pensa che basti fare quattro salti e tutto è fatto… niente fantasia, nessuna novità… diciamo che è come mangiare la stessa minestra tutti i santi giorni. Mi direte, ma perché non glielo dici? Beh! è che so che ci resterebbe troppo male. Si sentirebbe inadatto. Entrerebbe in crisi. Ed io sinceramente… insomma preferisco fingere che affrontare una guerra che non è possibile vincere.”
Sabrina che era stata zitta fino ad allora chiede abbozzando un sorriso forzato: “Ma dico, ragazze, non è che si tratta di una epidemia? Pure io, in quanto a sesso, vado maluccio. Carlo ci mette sempre molta buona volontà, ma non è abbastanza. Penso sempre che se mi rilassassi e mi lasciassi andare completamente, magari riuscirei a superare l’ostacolo. Ci metto  sempre anche io tanta buona volontà, mi do da fare, mi intestardisco… ma poi finisco frustrata e stremata, mi sale una rabbia che controllo solo se riesco a vedere il suo piacere. Credo che lui non si ponga il problema di quanto piaccia a me, ma confonde il suo piacere con il mio, accetta quello che gli offro come la prova del mio desiderio, e pure questo è un modo di fingere.”
Le tre, dopo la confessione, guardano me con quell’aria che sottintende che pure io devo raccontare la mia storia. Ma come posso fare? Personalmente le cose mi vanno alla grande. Avevo avuto dei compagni molto atletici anche dal punto di vista sessuale che mi avevano deluso terribilmente, ma non era colpa loro, il problema stava in me. La questione era banale e col mio ultimo compagno me ne ero resa conto pienamente. Provare piacere è una situazione che coinvolge certamente i sensi, il corpo o il basso istinto animale che c’è in noi, ma per me la strada del mio piacere passava dal cervello al cuore e poi coinvolgeva il mio corpo. Fino a qualche mese prima non lo sapevo. Mi accontentavo di un semplice compiacimento fisico che significava una certa normalità. Non arrivavo a niente di più, non mi abbandonavo mai, non mi rilassavo e non avevo neppure tanta voglia di fingere. Poi improvvisamente, quando ormai avevo perso ogni speranza di sapere cosa fosse un orgasmo, il destino mi ha messo di fronte ai fuochi d’artificio della mia libido pur se a me pareva quella di un corpo avviato al naturale declino.
Cosa avrei potuto raccontare alle mie amiche senza creare loro una buona dose di stupore e di invidia? Potevo raccontare di tutto il tempo che io e lui passavamo a ridere e a baciarci sul letto o sotto la doccia? Potevo far immaginare le fantasie più ardite realizzate con un comune sorriso sulle labbra? Potevo dire che il piacere a me si ricaricava subito e che non mi stancavo mai? Magari avrei potuto raccontare solo quello che mi succedeva prima di incontrare Davide. Magari avrei potuto dire che essendo agli inizi provavo ancora un certo entusiasmo per il mio partner pur se non era troppo atletico insomma che la cosa era semplicemente normale. Oppure avrei potuto dire finalmente tutta la verità. Avrei potuto spiegare che non ci si deve accontentare, che a fingere si perde la voglia di vivere, che il desiderio fa bene alla salute e che mai mi ero sentita così bene. Parlare con loro mi sembrava come tuffarmi sull’acqua fonda senza prendere fiato a sufficienza. “Ragazze! Che vi devo dire? Non so bene come e non so bene perché, ma a me non serve fingere e la cosa mi rende molto felice.” Forse quello che avevo detto era troppo poco, ma loro mi ora mi guardavano con quegli occhi che promettevano di non darmi pace fino a che non raccontavo tutto nei minimi particolari. “Oddio, chi mi salverà” non avevo mai pensato di diventare, per colpa del sesso, un nuovo fenomeno da baraccone.

Quello che non si può dire

In amore, Anomalie on 17 maggio 2010 at 13:47

Ormai sono vecchio e pure stanco. Dicono che alla mia età si dovrebbe vedere il mondo con occhi saggi. Io non ci credo perché saggio non sono oggi, come non lo ero prima. Se qualcosa ho imparato dalla vita quella non è certo saggezza, direi piuttosto che si tratta di abitudine alla sconfitta. Se mi guardo indietro posso dire che ho almeno tentato di fare quello che mi piaceva di più, almeno nei limiti del possibile, anche se non ai limiti del concesso. Perché quelli no, li ho superati quando ero un ragazzo. Allora io sapevo di essere diverso, mi sentivo gazzella nel corpo di un leone. Ero destinato ad essere vittima e non volevo neppure fingere di essere qualcosa di differente. Marcello me lo aveva spiegato dopo: “La tua sensibilità, si legge nei tuoi occhi e nei tratti del tuo viso. Si trasmette al tocco delle tue mani. Tu sei troppo delicato per essere vero.” E fu così che mi amò. E fu così che lo amai per tutta la vita. Ma questo avvenne dopo come già detto.
Da ragazzino andavo al patronato da don Gerardo, e anche se io non avevo ancora capito di che pasta ero fatto, il vecchio prete mi aveva letto nell’anima. Quando a volte mi parlano degli effetti che può avere l’ingerenza di una persona adulta sulla psiche di un giovane mi ritrovo a pensare che fin da piccolo avevo la necessità di trovare un uomo adulto che mi prendesse sotto la sua ala e mi desse tutta la sua attenzione ed il suo amore. Mamma era una grande donna, ma lei credeva solo nelle cose pratiche, mi dedicava un affetto ruvido, fatto di poche parole che mi educavano a nascondere i sentimenti e le debolezze.
A scuola poi fu un vero tormento. Non c’era modo di farmi accettare dagli altri. Io desideravo così tanto di piacere e di assecondare le amicizie che finivo con l’essere preso in giro e messo da parte. Imparai la dote del silenzio. Osservai il mondo attraverso occhi che non vedevano mai bene la realtà, bensì rubavano l’essenza delle cose. Con le donne stavo bene, loro sì che mi erano amiche, loro condividevano con me quanto condividevano con le altre. Con loro spesso mi confidavo. Con loro spesso mi confondevo. Le amavo tutte come sorelle, ma mai e poi mai mi sono sentito attratto da loro.
Crescendo, questo ormai mi era evidente: il mio corpo era il corpo di un uomo che provava lo stesso piacere del corpo di una donna. Ma non è per questo che dico di essere nato gazzella e di aver avuto il destino della preda. Il male lo vivevo dentro sapendo che non ero un uomo giusto per i tempi che vivevo o forse un uomo giusto e basta. Soffrivo di essere deriso, come soffrivo di essere rifiutato e offeso, ma la cosa che non sopportavo era di amare senza essere riamato. C’erano cose che non potevo confessare mai, né a Don Gerardo, né a mia madre e nemmeno alle mie occasionali amicizie.
Quando comincia a lavorare, per i primi tempi i colleghi maschi mi tenevano alla larga, ma poi avevano capito che non ero un pericolo per nessuno e che soprattutto non avevo ambizioni di apparire migliore degli altri. Così mi intortavano facendomi fare i lavori più faticosi e meno soddisfacenti. Era facile per loro mostrare una generosità di amicizia che si guardavano bene dal dimostrarmi al di fuori dell’ufficio. Ma a me bastava essere lasciato in pace e di non subire il loro quotidiano disprezzo.
Mamma continuava a guardarmi con quell’aria afflitta. Sapeva che da me non avrebbe potuto aspettarsi niente di buono, ma ero il suo ragazzo e cercava almeno di farsene una ragione. Mi innamorai perdutamente di un compagno di giochi ma non lo dissi mai a nessuno. Ero troppo giovane per sostenere l’ironia degli altri. Poi successe al liceo, ma anche questa volta non avevo avuto il coraggio di farlo capire. Eppure Donato era pure lui un reietto. Si vedeva lontano un miglio che era diverso, anche se fingeva di essere un grand’uomo e di fare tutto quello che un uomo deve per forza fare. Col senno di poi avrei anche potuto avvicinarlo e parlargli, forse avrebbe potuto ascoltarmi o forse, peggio degli altri, avrebbe potuto ferirmi. Ci sono cose che non si possono dire mai ed io questo l’avevo imparato presto.
Poi incontrai Marcello, l’uomo che cambiò la mia vita. Lo incontrai una nebbiosa sera di novembre, sulla strada di ritorno dal lavoro. Mi chiese se mi poteva accompagnare, visto che si faceva la stessa strada. Mi disse subito la verità: a lui le parole non facevano male. Mi raccontò della sua famiglia; che l’aveva scacciato di casa perché figlio degenere. Mi parlò dei suoi sogni e dei suoi desideri. Mi citò libri che aveva letto e mi parlò di arte classica e di viaggi. Mi confessò che mi seguiva ormai da molte settimane. Era forse per questo, per quel suo dire così immediato e senza timidezza che iniziai ad amarlo ancor prima col cuore che con la mente. Invidiavo la sua capacità di affrontare la vita. Io ero così timido e così desideroso di essere amato che non ebbi mai il coraggio di chiedere apertamente il mio diritto di esistere.
Con Marcello passammo una vita insieme, plasmandoci a vicenda, soprattutto lui plasmando me. Poi la sua terribile malattia e la insopportabile perdita. Non avrei ma pensato di sopravvivere. Non avrei mai creduto di poter continuare ad esistere anche senza di lui. Oggi parlo e uso le sue parole per descrivere il mondo, oggi affronto la vita con il suo coraggio, oggi esisto, ma devo tutto al suo amore. Se fosse stato per me, per quello che ero e per come lo ero, non avrei mai saputo spiegare agli altri i sentimenti e le emozioni che hanno fatto parte della mia vita. Ora ne parlo perché sono vecchio e perché Marcello mi ha insegnato che non esistono cose che non si possono dire.

Quanta passione la vita, quanta passion….

In Amici, amore, Anomalie, uomini on 28 aprile 2010 at 21:48

Avevo sempre pensato che fosse il fatto di essere il fratello piccolo, non di statura ovviamente, ma il fratello minore. La differenza non era poi molta, ma era di qualità. La mia nascita, per la famiglia, era stata una benedizione di dio. Le cose erano finalmente cambiate e mio padre aveva trovato un lavoro che consentiva di vivere decentemente. Quando Marco è arrivato inatteso  tutto andava storto e mamma avrebbe preferito abortire, ma per fortuna dopo qualche anno è arrivato il suo figliolino bello, io, Matteo, e le cose sono andate a posto. Marco non è mai stato bello, a differenza di me, che ho sempre avuto un’aria scanzonata che conquista le donne. No! Non si poteva dire bello, per quanto non fosse il tipo da passare inosservato. Aveva davvero un sacco di amici che lo incensavano: Marco qui, Marco lì, com’è bravo, com’è intelligente… avessero immaginato come andava a finire! Aveva delle doti, o meglio dei gusti, di cui non ho mai capito l’utilità, sarà perché siamo sempre stati così diversi. Dipingeva e scriveva poesie, proprio da artista squattrinato! Comunque, alla fine, era inadatto ad affrontare la vita. Niente di catastrofico, ma certo che non ha mai dato la loro importanza ai soldi, alla qualità della vita, alle cose che contano, insomma non era fatto come me. Io ho sempre chiesto il massimo e l’ho sempre ottenuto. Facciamo un esempio: il lavoro. Marco era finito a fare il dipendente con uno stipendio da fame, stava lì nel suo ufficio a tener di conto delle forniture di economato. Io invece, mi sono preso i miei bei rischi e ho allargato la mia attività, girando di città in città a fornire certi negozi di articoli sanitari, quelli più difficili da trovare. Veramente questo è stato un ripiego. Precedentemente avevo a che fare con un altro lavoro, ma stavo sempre gomito a gomito con modelle mozzafiato. La cosa era di mio gradimento perché, confesso, sono un tipo passionale e le donne mi piacciono belle e se possibile in gran numero. Così Sabrina, la mia nuova moglie, si è incazzata e mi ha costretto ad un lavoro meno a contatto col “pubblico”. Vai a capire le donne! Pensano di smorzarti l’appetito se ti tengono lontano dalle tentazioni. Io delle tentazioni ho sempre con me il numero di telefono e tanto basta. Certo Sabrina è bella e giovane, non ha neanche l’età di mia figlia maggiore, forse per questo ho dovuto adeguarmi, non mi pareva il caso di far finire il matrimonio come con Paola. Sabrina, comunque è meno gelosa di quanto lo fosse la mia prima moglie, lei sì che dava di matto quando tornavo tardi e magari un po’ bevuto. Per quanto io con le donne sono fortunato, gelose sì, ma davvero belle gnocche. E’ inutile nasconderlo, io per le donne ho una grande passione… tanta passione e non riesco a nasconderlo troppo. Anche su questo, Marco, ha una marcia diversa, ha avuto sempre una donna per volta, sembrava destinato fin da allora, ad essere preso sottogamba e ad essere trattato come un nessuno. Perfino Monica che una bellezza non è, si era stancata e l’ha lasciato alla sua vita di piccolo cabotaggio. Non so neanche perché mi intestardisco a parlare di lui. Noi siamo troppo diversi per essere fratelli. Rocco, che era un nostro vecchio amico, dice spesso: “Matteo, io penso che sia un peccato per il carattere di Marco, some sai io lo inviterei, con noi, nella mia casa in montagna, ma si sa che lo metterei in imbarazzo, ho come paura di farlo sentire a disagio.” Perché l’aria dello sfigato lui ce l’ha sempre, senza dubbio. Non possiede un’auto; da quando si è separato vive in un mini, facendo vita monastica; mangia come un uccellino e come unico divertimento ascolta i suoi dischi e legge i suoi libri. E’ una pena vedersi a Natale, mai nulla da dire, Sabrina stessa mi chiede che cos’ha per la testa, perché sembra sempre soprappensiero. Non capisco cosa mi fa pensare a lui, forse perché qualche giorno fa Monica, la sua ex, dopo averlo buttato fuori dalla sua vita, mi è venuta a dire, con una certa rabbia mal repressa, che l’hanno visto in giro con una che sembra una gran signora. Dice che nessuno le ha saputo dire con precisione chi sia, ma pare si tratti di una sua ex. Le donne non sopportano mai di essere ex soppiantate da altre ex. Dice che è cambiato tantissimo, sembra un’altra persona. Non mette più i suoi vecchi abiti e sembra ringiovanito di vent’anni. Ha lasciato il suo antro buio e ha cambiato città, ora vive in un appartamento in pieno centro. Sembra che abbia ripreso le sue vecchie frequentazioni, quei quattro intellettuali morti di fame, che non hanno mai fatto i soldi perché si credono pieni di grandi principi. Sti furbi! Sempre con la puzza sotto il naso a guardare il pelo sull’uovo. Poi con i tempi che corrono… se non hai il Rolex, non mandi tua figlia alla scuola privata e non giri in SUV, non sei mica nessuno. Io queste cose le so, me le sono concesse perché sono i simboli che fanno la differenza anche nel lavoro. Io nel mondo ci so stare. Io amo la vita comoda. Nel mio ambiente sono qualcuno, io so come muovermi e come contare. Marco mi ha sempre fatto rabbia quando lo vedevo disegnare sui muri della nostra cameretta, credeva di essere Michelangelo, il tapino. Ci avrà anche saputo fare, ma alla fine sono stato io che ho deciso quando fosse l’ora di ridipingere il muro di quel bel color viola. A volte ci vuole un colpo di spugna per cancellare il passato. Io queste cose le so. Monica mi ha anche detto che la sua nuova donna si chiama Giovanna. “Giovanna chi?” ho detto e intanto mi ha preso un coccolone. Giovanna? La sua ex? Azzo… e chi glielo dice a Rocco? Eh sì! perché Rocco era da sempre che se la filava, anche se mi diceva che non gliene fregava niente. Per quanto pure io a quel tempo ci avevo fatto un pensierino, allora era proprio una gran gnocca. Ci sarei anche riuscito se non fosse stata la ragazza di mio fratello e alla fine, quando si sono lasciati, ho tirato un sospiro di sollievo. Per fortuna si erano persi di vista e questo aveva risolto molte altre cose. Ma adesso che sembra si siano rimessi insieme come faccio a rivedermeli davanti? Mi è stato detto che lei ha due Gallerie d’arte molto importanti e che ha fatto fortuna lanciando dei giovani artisti capaci e talentuosi, ma mio fratello è sfigato, non è certo più giovane e poi per il suo talento, se mai c’è stato, l’ha sicuramente scordato nella sua vita passata… Monica lo accusava sempre di non avere nessuna ambizione. Eppure Giovanna… azz… proprio lei, se è davvero Giovanna… quella Giovanna di quando eravamo giovani… proprio lei in carne ed ossa, con tutti i suoi soldi e il suo coraggio, se la conosco bene, e se ha conservato una piccola parte del carattere che aveva, può fare un miracolo e nessuno, questa volta, la potrà fermare.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: