Mario

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Si muore un po’ per poter vivere

In amore, Donne, Giovani, musica, uomini on 17 aprile 2016 at 9:46

Cosa avrei potuto dire alla fine del nostro amore? La storia finiva lì, proprio nel momento in cui tu volevi da me qualcosa di più, qualcosa che io non potevo darti.
A pensarci bene, poi, non credo nemmeno che tu lo volessi davvero quel di più. Volevi solo affermare il tuo possesso, murare le tue sicurezze. Non conoscevi altro percorso che quello di farmi prigioniera.
Veramente tu volevi sempre qualcosa che io non potevo darti. Col tempo avrei anche imparato che molti uomini volevano da me tante cose che io non sapevo o volevo dare: la sicurezza, l’esclusività, la dipendenza, la sottomissione, un “per sempre” che io rifuggivo.
Accidenti, ma perchè io non volevo un “per sempre”? Me lo sono chiesta tante volte, mentre mi accorgevo che non volevo l’esclusiva di nessuno, di nessun uomo, nessun amico, nessun amante e nemmeno del mio gatto.
La vita era una scelta continua, così si sceglieva con chi stare, chi amare, a chi essere fedeli, ma era sempre una scelta personale, unilaterale, non valeva per due.
In effetti, questo, nella mia testa, mi avrebbe dovuto garantire quella libertà che invece gli altri non mi davano mai. Io ero una donna onesta e fedele, in linea di massima, ma non per sempre. Ossia ero onesta, perchè dicevo sempre la verità e una fedele che, però, non poteva fare a meno di una scappatoia.
Non soffrivo di gelosia, la consideravo il frutto dell’incapacità di capire gli altri, e se la vita è sempre una scelta, anche i rapporti con altre donne o uomini, lo erano, e quindi alla fine portavano solo a responsabilità e alle dirette conseguenze.
Ecco perchè la nostra storia era finita, ma era difficile spiegartelo, era difficile accettarlo: io ero una cattiva ragazza, almeno lo ero per i tuoi canoni di maschio italiano.
Avevi tentato tutto il possibile per sradicate in me la voglia di libertà e di autonomia, l’indipendenza innata del mio carattere, la voglia di sapere e di sperimentare, la gioia e l’entusiasmo per le cose e le persone e anche e soprattutto quella voglia di rompere gli schemi che tu chiamavi “rompere le palle”.
“Ma, allora, se non vuoi rendere definitivo il nostro rapporto, vuol dire che non ci tieni come ci tengo io. Vuol dire che non è il rapporto che credevo. Vuol dire che potrebbe finire qui…”
Ed io da persona onesta avevo risposto: “Sì….” “Ho bisogno di tempo per capire, lasciami spazio per pensare”, solo per non dire: impara a vivere senza di me, abituati alla mia assenza.
Eh sì, sciogliere i legami è doloroso, si muore sempre un po’ per poter vivere. Io lo sapevo, ora dovevi impararlo pure tu.
Avrei anche pensato che questa piccola morte, ti avrebbe insegnato qualche cosa, ed invece no, il tempo mi avrebbe dimostrato che chi nasce quadrato non diventa tondo, e tu ne eri l’esempio. Percorresti la stessa strada per poi sbagliare tutto. Almeno quelle cose che tu reputavi importanti: la sicurezza, il controllo, i soldi, le infrastrutture che diventano apparenze. Non hai mai fatto i conti con la vita, la tua e quella degli altri, ma d’altra parte tu eri così, come io ero io e non potevamo mai diventare davvero un noi, un vero noi e per fortuna io lo avevo capito.
“Arrivederci amore, ciao, le nubi sono già più in là, finisce qua, chi se ne va che male fa….”

Dentro alle antiche mura (di Franca Bastianello)

In amore, Viaggi on 26 gennaio 2015 at 17:25

rapper

Un viaggio in Palestina ti fa capire la differenza tra muri e mura. Una differenza abissale che contrappone il cemento armato alle calcinate antiche mura delle città.
La città antica di Gerusalemme, dove le mura, ti raccontano una storia radicata profondamente e il Muro della vergogna che percorre e divide questa terra martoriata, ci conferma che la voglia di possesso uccide l’umanità.
E’ di Nablus che comincio a capire, dopo tre viaggi e tre visite al suo interno, solo ora comincio a sentire il suo “dentro le mura”.
Questa volta ci arrivo, ma è festa e il mercato è chiuso. Le strade sono vuote di rumori, odori e colori. Ma proprio in questo silenzio che i muri ti sanno parlare di più, le parole sussurrate sono più intime, o forse solo io adesso riesco a capire la loro cantilena antica.
Come molte città palestinesi, fu centro di battaglie e intifade, di rivolte e distruzione, continuano sui muri i ricordi dei martiri di ieri e di oggi. Mi guardano i vecchi archi, come occhi svuotati, delle vecchie case e delle fabbriche di sapone. I negozietti sempre così vivaci, le vetrine che ospitavano tutti quei dolcetti così tentatori. Oggi mi raccontano un’altra storia. E quel dolce particolare dal colore ambrato che ti chiama dalla strada a cui io non ho mai ceduto. Oggi non inventa nuove parole per me. Oggi sulla strada è quasi buio, nessun dolce a farci l’occhiolino, solo un palestinese dal nome Giuseppe, sposato con un’italiana, che ci accoglie con il suo italiano un po’ stentato, ma davvero ammirevole. E’ seduto su una sedia a rotelle e ci sorride mettendo in mostra molti buchi e qualche dente resistente.
Mi ricordo che le altre due volte avevo incontrato, proprio su quella piazza, il vecchietto col motorino. Non proprio un motorino classico, ma una sedia da invalido, montata su un motorino. Ricordo quanto ne andasse fiero, e quanto fosse orgoglioso di farsi fotografare. Neanche a dirlo, lo ritrovo duecento metri più avanti, sempre con lo stesso nipotino, ormai cresciuto, stavolta cammina con le sue gambe e un bastone. Si sarà rotto il motorino? Difficile chiedere, difficile farsi capire, ma anche lui sorride con i suoi spazi mancanti tra i denti.
Ma l’immagine si amplia in questa nuova relazione con la città di Nablus: in piazza due vecchietti, oltre i vetri della loro casa, stanno fumando il narghilè in silenzio, intenti a guardare il vuoto della piazza.
Che strano momento per entrare nelle mura di questa città e negli spazi di questi vecchi palestinesi in attesa… ma in attesa di cosa?
Forse il maggior effetto di questo momento di simbiosi con queste vecchie mura è che fino ad un’ora prima stavo al Centro Human Supporters, pieno di giovani attivi e simpatici, con un sacco di voglia di fare. Ragazzi che danno una mano ad altri ragazzi e bambini, per rendere più accettabile la loro vita difficile. Giovani che non avevano esitato a mettere in pericolo la loro vita, per portare cibo e cure alle persone che non potevano uscire durante i coprifuoco. Ragazzi che sognano un’altra vita, in un paese loro, libero da ogni oppressione. Pronti a ridere e scherzare e a fare musica, come i loro amici rapper, giovanissimi, che ci hanno accolto con uno spettacolo estremamente incongruo in quel cortile interno del Centro, sotto un telone distrutto dalla neve dell’anno scorso, e gli allegri passi di danza dei ballerini di dabka palestinese. Con nelle orecchie quella musica e negli occhi quei sorrisi percorrevo ora quel souk spopolato e triste.
Ma è solo una mia percezione. Nablus è una città grande e viva di 135.000 abitanti, ha solo un piccolo centro antico che è stato sventrato non molti anni fa, dall’esercito israeliano, dove i martiri si contano e si leggono ad ogni angolo di strada, dove la vita fa fatica ad emergere dalla morte, dove la vecchiaia sembra sovrastare la gioventù.
Tranne al Centro Human Supporters, lì era scoccata una scintilla che non si è mai sopita nel cuore palestinese, la forza e il coraggio di resistere con la ragione dalla loro parte. Sarà poco, sarà tanto, non so, ma questo basta e non retrocedere mai. A camminare mano nella mano in una staffetta solidale per la libertà.

Noi che eravamo belle e non eravamo vere signore

In amore, Anomalie, Donne, Giovani, Gruppo di discussione politica., Ironia, La leggerezza della gioventù, personale, politica, Sinistra e dintorni, uomini on 8 dicembre 2014 at 16:39

Dopo aver letto l’ottimo articolo di Celeste Ingrao http://www.nuovatlantide.org/noi-che-non-eravamo-vere-signore/ in risposta alle esternazioni delle “donne” di Governo dei nostri giorni, mi è venuta la voglia di esternare pure a me, donna non di governo, senza fama e senza ventura, ma indubbiamente donna, sebbene nè oggi nè ieri io sia identificabile come “vera signora”.

fra

Era il 1969, molti secoli fa, quando si andava ai “Do Farai”, il centro studentesco dove si faceva “politica”. Ero donna, giovane, insicura e amavo la politica.
A rigor di logica io lì non ci avrei dovuto andare, sì ero giovane, ma non ero studentessa. A dire il vero non avevo mai cominciato ad esserlo.
Ero femmina, seconda di cinque fratelli, di cui tre maschi, un padre padrone e una madre senza coraggio. Il mio destino era stato segnato fin da subito: sì ero intelligente, ma donna e sarei rimasta a casa. Inutile spendere soldi per i miei studi se poi, me ne sarei convolata a giuste nozze.
Inutile dire che ne soffrii moltissimo, ma non c’era modo di venirne fuori, inutile sbattere la testa, me la sarei rotta. Così decisi da subito:
1) Avrei lavorato per diventare indipendente
2) Sarei uscita di casa alla maggiore età (21 anni a quel tempo)
3) Mi sarei iscritta a scuola
4) non mi sarei sposata mai
E così feci, con qualche deroga, ma molto più in là nel tempo.
Ma torniamo ai “Do Farai”. Non che quella stanza disadorna e puzzolente di sigarette avesse grande fascino di per sè, ma era l’unico modo per guardare quel mondo che mi era stato negato: il mondo studentesco.
Mi sembrava di essere un’intrusa, ovviamente, e mi cacciavo negli angoli più nascosti, restando in religioso e ammirato silenzio. Ascoltavo ed imparavo, rendendomi conto che non sarei riuscita a dire mai una sola parola, senza sprofondata e morire di vergogna. Anche se qualcuno mi avesse chiesto un’opinione semplice semplice: “preferisci i Beatles o i Rolling Stone” pur avendo una mia idea, non avrei avuto il coraggio di sostenerla.
Comunque in realtà non ero l’unica donna a tacere, anche se la cosa non mi consolava affatto.
I leader erano maschi, e loro sì che sapevano cosa dire. C’era Michele, passato poi di gruppo politico in gruppo politico, c’era Massimo già da allora spocchioso e ombelicocentrico, c’era Paolo suo fratello un po’ più piccolo, ma sempre e comunque più grande di me.
Le ragazze pendevano dalle loro bocche. Erano gli ornamenti che rendevano attraenti quelle riunioni fumose e inconcludenti. Tutte ragazze che nascondevano la loro femminilità in vestiti sgualciti e senza forma, in jeans, gonnelloni a fiori, zoccoli e scarpe tendenzialmente sgraziate. Capelli lunghi con la scriminatura centrale e un filino di trucco solo per le più slavate. Le più bruttine aveva un’unica possibilità, imparare a suonare la chitarra.
Vorrei ricordare, al di là degli slogan, che andavano per la maggiore, quello che si diceva in quel consesso. Ricordo poco, so solo che, per documentarmi meglio, mi lessi saggi di economia, filosofia e politica con la strana idea di non capirci niente. Invece non era così, forse per fortuna, forse per una certa capacità di sintesi del pensiero, molte cose lette allora diventarono la mia religione, l’unica religione che mi sarei concessa nella vita.
Fu da allora che applicai, con molta estensione dei termini, il materialismo storico contro la “spiritismo” (sarebbe ridicolo chiamarla spiritualità) che andava di moda allora. Affondavo la ragione e la critica applicando con puntigliosità l’analisi corretta dalla “tesi, antitesi e sintesi” e la dialettica, non come un vuoto parlare, ma come la possibilità di comunicare e riceve informazioni, apertamente, per integrare, alla fine, la mia conoscenza.
Andare in quella “sancta sanctorum” mi stava rafforzando, mi stava rendendo più sicura e guardinga. Non erano solo i maschi a “conoscere”, ma anche le ragazze ci sapevano fare. Ogni tanto quando si usciva, scambiavamo qualche chiacchera, prima di seguire gli amici del gruppo. Anche loro erano insicure, erano incerte, incerte come può essere solo una donna che sta valutando la possibilità di saltare il fossato, di trasferire il suo genere in un campo che non aveva mai praticato, quello del genere maschile.
Tutto sommato a conoscerci meglio non eravamo così male. Io che ormai lavoravo da anni avevo una visione più pragmatica della vita, le altre, o almeno alcune di loro, si stavano scrollando dalle spalle tutti i condizionamenti dovuti all’educazione e anche valutando l’inadeguatezza dei maschi del loro ambiente.
C’era spazio intorno a noi, a guardar bene. Spazio che potevamo e dovevamo occupare.
Poche capivano i condizionamenti e gli ostacoli che incontrava l’affermazione del nostro genere. Io lo sapevo già da un pezzo: ero considerata un essere umano di minor valore perchè ero donna. Non avevo potuto studiare. Ero riuscita ad andare a lavorare fuori casa, rinunciando ad un cappotto di cui avevo grande bisogno. Mi rifiutavo di passare da padrone a padrone della mia vita e di farmi irretire in logiche perverse (fidanzamento e matrimonio o quant’altro). Volevo decidere da sola. Ballare da sola.
Se questo è femminismo, non so. La mia libertà non era solo una questione di genere, in tanti, maschi o femminine, cercavano di uscire dai binari di una vita omologata, di ruoli che non ci andavano bene e che trovavamo ipocriti e noiosi. Ma le donne lo facevano con maggior determinazione, erano certamente più motivate.
Lo sarebbero anche ora, se si rendessero conto che i valori della libertà e dell’autonomia sono stati sopraffatti dalla precarietà della vita e dalla svendita degli ideali. Ma i vecchi tempi sono passati e le donne parlano, anche se qualche volta, farebbero meglio a tacere.
Oggi ci stanno le “quote rosa” a garantire una parvenza di uguaglianza, allora per avere parola e per contare bisognava farsi il mazzo per davvero e dire cose che facevano tacere i maschi non per la violenza con cui si dicevano, ma per i contenuti e l’inconfutabilità.
Per essere belle eravamo belle e giovani, al limite, se un po’ bruttine, si imparava, come già detto, a suonare la chitarra. E passo dopo passo si creava quel futuro di libertà ed eguaglianza che ritenevamo indispensabile per la vita di tutti. Non sono per quella delle donne con gli uomini, ma per tutti quelli che venivano considerati marginali alla società in cui stavamo prendendo parte.
Ricordo una sera ai “Do Farai” che mi insegnò più di un compendio sull’emancipazione della donna e sulle possibilità che avevamo per le nostre lotte future. C’era Mao con un amico barbuto, che si era rintanato vicino al mio angolino nascosto conversando liberamente, con l’idea di non essere ascoltati.
Mao veniva chiamato così perchè era uno dei leader della rivolta studentesca, ovviamente era diminutivo di Maurizio, ma anche perchè quel nome faceva pensare alla “rivoluzione culturale” cinese.
“Sai perchè io vengo qui tutte le sere?” chiedeva Mao all’amico barbuto “La vedi quella biondina sulla sinistra? Ecco, mi piace un sacco. Devo trovare il modo per parlarci. Stasera parlerò dei Comitati Unitari di Base, che fa sempre effetto, e poi me la faccio presentare…”.
Non ricordo come finì la cosa, a dire il vero non mi interessava, quello che in quel momento avevo compreso era che la “rivoluzione” a me interessava a prescindere da chi ne parlasse e che mai mi sarei messa in mostra, in quel circo, per conquistare un ragazzo. Insomma le mie motivazioni erano serie e fondate e che quelle dei “leader massimi” non erano migliori o più valide delle mie.
Parlar di politica per farsi belli con le ragazze, non era ancora un difetto delle ragazze nei confronti dei maschi. Tutte noi sapevamo che gli uomini temono le donne intelligenti e spigliate e quindi se volevi acchiappare dovevi, se ci tenevi, trovare un altro sistema. E sia chiaro da quando ho iniziato a parlare, io non ho mai smesso 🙂 succeda quel che succeda e quell’altro sistema non l’ho mai utilizzato.
Quel che successe nel dopo “Do Farai” è storia personale ma anche Storia Generazionale. Molte disillusioni, passi in avanti di corsa e brusche stoppate. Successivamente anche tanti passi indietro, con tante storie di lotta e anche tanti morti. Ormai molti giochi sono stati fatti e molte conquiste sono messe in discussione e non solo le conquiste delle donne per le donne.
La mia vita personale fu sufficientemente coerente, con qualche divagazione perchè sono un essere umano prima di essere donna. Ho sbagliato, rimediato e risbagliato… perchè questa è la vita. Sono femminista quando mi accorgo che noi donne non siamo trattate alla pari, e sono incazzata quando vedo le ingiustizie che travalicano il genere, praticamente sono una femminista incazzata a tempo pieno, ma amo la vita e il dono dell’altro sesso che sa rendere più divertente questo mondo a volte un po’ triste.
Se questo è essere donna, io lo sono. Se questo è essere una “vera signora” io continuerò a non esserlo o almeno a rifiutare una simile etichetta. Se non altro per l’odio che ho di andare dal parrucchiere e dall’estetista. Compro scarpe comode, che comode non sono mai a sufficienza e abiti che mi facciano sentire completamente a mio agio. Piaccio? Non so, non credo e se piaccio non è certo per questi ornamenti. Garantisco però, che so parlare ed ascoltare, se necessario, e ho il senso del ridicolo e del limite, cosa poco comune di questi tempi.
Amo sempre la Politica, ma quella con la P maiuscola. Quella di oggi ha la p minuscola, come sono minuscoli gli uomini e le donne che la praticano. Salvo qualche rarità, ma questo è un capitolo a parte, e ovviamente a prescindere dal genere.

L’abito non fa solo il monaco, ma anche il Papa…. Francesco d’Assisi sul mercato

In amore, Anomalie, Cultura, Donne, Economia, Giovani, Informazione, politica, Religione, uomini, Vaticano on 18 marzo 2013 at 10:46

le pecore del pastore

Francesco d’Assisi sul mercato
ovvero : L’ABITO NON FA SOLO IL MONACO MA ANCHE IL PAPA
(di Bruno S.)

Oggi stavo guardando le immagini televisive sulla prima apparizione domenicale del novello Francesco. Tenendo ferma l’evidenza del ruolo decisivo dell’ideologia religiosa cattolica nella costruzione di un modello di rapporto uomo/donna da diffondere come “valore universale”, e ( all’ interno di questo ) della funzione centrale della “sacralità” del matrimonio per la codificazione dei “valori” della “famiglia” , mi stavo chiedendo su che cosa sia fondata la “credibilità” o il “carisma mediatico” ( per le moltitudini dei “fedeli” riuniti in trepida attesa di una buona novella ) del messaggio di un Padre Padrone che si presenta travestito da amico dei “poveri”, come un Francesco d’Assisi redivivo, utilizzando ( quale metafora del “rinnovamento”! ) il linguaggio quotidiano della gente , mentre è perfettamente cosciente di essere a capo di una struttura globale di potere economico che sostiene e alimenta proprio la produzione di massa della povertà a livello planetario. Il doppio volto della carità cristiana, divenuta nei secoli una fonte inesauribile di potere tramite la pratica delle elemosine.
Scrivendo queste righe, mi rendo conto di che cosa voglia dire essere nato, cresciuto e diventato vecchio dentro una tradizione “non cristiana”, ai margini di una preponderante società cristianizzata ed imbevuta del mito del dio fattosi uomo per la salvezza dell’umanità. Al mio paese ( Biasca, Cantone Ticino, Svizzera ) esisteva una tradizione non cristiana secondo la quale le persone defunte, vissute sempre senza mai aderire al cristianesimo, venivano seppellite con il simbolo di un cuore ( scolpito in legno, chiamato ” tap ” nel nostro dialetto ), proprio per distinguerle, anche da morti , dalle persone sepolte con il simbolo della croce. Una tradizione ormai scomparsa di fatto, ma che riguardava una parte significativa di famiglie. Mi sono spesso chiesto come mai questo bisogno di distinguersi dai “cristiani” avesse avuto senso anche dopo la morte, dentro una piccola comunità contadina. Negli anni giovanili avevo anch’io seguito l’interpretazione che la spiegava con “l’anticlericalismo”, quello che poi il movimento socialista da fine Ottocento aveva anche presentato come ideologia “laica”. Ma siccome fin da molto giovane avevo sempre pensato di non aver alcun bisogno di negare l’esistenza di un dio, ( per dare senso alla mia vita la definizione di “ateo” mi sembrava un non sense ), sono stato portato a pensare che quel bisogno di distinguersi dai cristiani fosse da considerare la pura e semplice testimonianza e riaffermazione di un diritto alla libertà di pensiero, proprio di fronte ad una forza contraria, preponderante ed oppressiva, che cercava, attraverso la Chiesa, di imporre una determinata interpretazione del mondo. E non certo per il gusto di aver ragione, ma solo perché il “controllo” del pensiero delle persone a proposito “del bene e del male” era socialmente decisivo per far accettare le condizioni materiali e le regole che codificavano l’esistenza delle disuguaglianze sociali. Quindi per uno scopo di “potere”.
Seguendo questa interpretazione, oggi, e per tanti altri motivi, credo che sia assolutamente fondamentale porsi la domanda di quale sia il ruolo della Chiesa cattolica nel diffondere criteri interpretativi su tutta una serie di problemi della vita associata, non in quanto “chiesa organizzata per la gestione della religione” ma in quanto struttura mediatica organizzata, in grado di utilizzare l’ideologia cristiana per condizionare le percezioni del reale , della vita in tutti i suoi aspetti quotidiani. Fra tutte le ideologie, quella cristiana ha l’enorme vantaggio di riuscire a far credere di essere depositaria anche di una risposta relativa alla morte, ed alla vita dopo la morte. La “sacralità” dei “valori” promossi ha il suo fondamento in una teologia che, fra le altre cose, ha sempre dedicato uno spazio privilegiato al ruolo della donna attraverso l’immagine della Madonna , la madre di dio, cui si lega l’intera costruzione dell’immagine del dio salvatore, e la stessa funzione del concetto di Trinità. Che questo modello teologico sia nel contempo un modello per l’interpretazione del rapporto uomo/donna, e che sia oggi veicolato non solo dalla Chiesa ma da una infinità di media, pervasivi della vita quotidiana, è il tema su cui bisogna riflettere.
Che tutto questo sia ANCHE un insieme di “valori” che esprimono un punto di vista “maschile” è altrettanto indubbio. Ragione per cui le lotte per l’autodeterminazione del “corpo delle donne” hanno una precisa funzione di denuncia. Ma a me sembra sempre più evidente che non basti rivendicare la necessità di un punto di vista “femminile” sull’intero arco dei problemi personali e sociali, perché ciò che costituisce il punto di forza del modello che abbiamo di fronte è la RELAZIONE tra i due sessi, sono le caratteristiche DEL RAPPORTO tra i due sessi, attraverso cui sono veicolati i cosiddetti “valori cristiani”. Quel rapporto è condizionato dalla “sacralità” che gli si attribuisce, e che discende dal mito della Trinità come struttura fondante della vita. Bisogna abbattere le fondamenta di questo mito se vogliamo costruire e diffondere un diverso modello di relazione, per l’uomo come per la donna. Senza dimenticare che tutti i cosiddetti ruoli “naturali” ( o biologici )dei due sessi, sono in realtà pervasi dall’ideologia di cui stiamo parlando, e sono invece spesso venduti come se fossero determinati da leggi divine.

(da un commento al post Da donna a donna di Bruno S.)

Amicizia: questa frequentazione sconosciuta!

In Amici, amore, Anomalie, Giovani, Mala tempora currunt, personale on 3 ottobre 2012 at 9:51

Parlare di amicizia in questi anni, a me sembra un esercizio abbastanza al di fuori della realtà. Non che non esista l’amicizia anche oggi, è che di amicizia non si parla più, proprio come se questo sentimento non fosse più di moda e/o un punto centrale della nostra vita.
Nel 1968, si potrebbe dire quasi un secolo fa, passavamo le nostre serate a parlare di amicizia ed amore non facendo poi, a tutti gli effetti, una gran distinzione. Ricordo che per gli amici io sarei stata disposta a fare un po’ di tutto, se non proprio tutto tutto, almeno una gran parte del tutto. Cosa che forse per un amore, a quel tempo, non sarei stata disposta a fare.
Perché fosse così importante l’amicizia allora e non lo sia più oggi non lo so, o forse a pensarci bene lo so, ma non capisco se davvero, quella che penso io, sia la ragione più importante. Sentirsi allora, parte di un unico che ci “comprendeva” e ci rendeva più forti, era determinante. Avere amici era allora la dimostrazione del nostro successo sociale, era il modo per muoversi in sintonia con il mondo, era la nostra forza. Fatto sta che in piazza, allora, c’eravamo, ed eravamo in tanti, partecipavamo tutti agli stessi riti (fossero anche solo quelli di passaggio) dai concerti, alle manifestazioni oceaniche per la pace e alle contestazioni politiche degli anni successivi ed eravamo tutti amici, tutti come un unico individuo.
L'”Io” non esisteva proprio, c’era la predominanza di un “Noi”, un gruppo minore che apparteneva ad un gruppo maggiore e che finiva con essere inserito in una classe sociale che coinvolgeva altri gruppi più piccoli inseriti in gruppi più grandi… insomma c’erano gli studenti, gli operai, le femministe, gli intellettuali, i pacifisti, i rivoluzionari, i maoisti e i marxisti ma anche i marxisti-leninisti, gli stalinisti e genericamente tutti i gruppi extraparlamentari (ne ricordo moltissimi, ma sicuramente ne dimentico qualcuno), i freudiani e i seguaci di Jung, i fans dei Beatles e quelli dei Rolling Stones, i Rockers e i Moods, i cattolici e i laici, i credenti e gli atei (solo dopo decenni arrivarono i più miti agnostici).
Ovviamente c’erano anche gli estremi opposti, tipo i filoamericani, i guerrafondai, le forze dell’ordine, i fascisti (ai quali era sempre aggiunto un aggettivo piuttosto colorito, come continuo a pensare si meritino), i qualunquisti, gli invidiosi, i benpensanti, gli ipocriti e i “vecchi” o matusalemme (intendendo con questo termine gente che pensava all’antica e non sopportava i giovani).
Sì è vero, ho tagliato il mondo con l’accetta, ma non voletemene chi ha vissuto questa esperienza sa che tutto era bianco o nero e non si conoscevano le sfumature del grigio.
Gli amici erano tutti quelli che la pensavano alla stessa maniera, sia da una parte che dall’altra; essere dentro allo stesso gruppo, voleva dire essere amico, mentre l’altro era il nemico acerrimo.
Ecco perchè oggi mi trovo un pochino spaesata se considerandomi all’interno dello stesso gruppo non riesco più a distinguere gli amici.: troppe divisioni, troppi personalismi, un uso esagerato dei distinguo, mette tutto in discussione, ma anche in croce. Tutto sommato cosa ho io in comune con la persona che potenzialmente vorrebbe realizzare lo stesso mio scopo, ma che per realizzarlo usa sistemi diversi e a mio giudizio poco condivisibili? Apparentemente il risultato finale dovrebbe accomunarci, ma le battaglie interne sono guerre fratricide, non c’è più l’amicizia che crea un sentimento generale di comprensione e condivisione, c’è solo la voglia di apparire, di primeggiare e di raccogliere gratificazioni anche al di là dei propri meriti.
Va beh! ammetto, anche se per me l’amicizia aveva lo stesso valore dell’amore, non era per tutti così nemmeno allora. C’era chi professava amicizia eterna e poi provvedeva alla prima difficoltà o al primo tornaconto a cancellare la tua esistenza, tutta o in parte. Ho amici che resistono da allora, ci si trova e ci si frequenta ancora. Sembriamo i ragazzi di una volta, come in realtà siamo. Il tempo ci ha riunito invece che allontanato, sono nati figli, sono passati fiumi di vita, ma alla fine ci siamo sempre ritrovati e per lo più con lo stesso spirito dissacrante e la stessa voglia di vivere.
Poi invece ci sono gli amici “perduti”, alcuni sono perduti perchè ci hanno lasciato, ma questo gesto involontario non ha chiuso il nostro rapporto, ha soltanto reso impossibile incontrarci e parlarci ancora, ma l’intenzione comunque c’è. A volte per una ragione qualsiasi, una somiglianza o un ciuffo di capelli, li rivedo proprio come erano, giovani e vivaci, ma erano e sono amici. Poi c’è il gruppo dei “perduti” davvero, quelli che erano in un modo e forse era solo una posa, o forse non sapevano davvero cos’era l’amicizia. Quelli, quando ci si incontra, sbagliano tutti i tempi e le modalità, non sanno più comunicare con empatia, ti raccontano dei loro viaggi, dei loro presunti successi e tu li guardi come degli alieni e ti chiedi come hai fatto a pensare che fossero simili a te, che avessere qualche cosa di importante da dirti e loro avessero la capacità di ascoltarti.
Che profonda delusione. Ovviamente più profonda delle nuove amicizie a cui tu sei disposta di dare tutto e che, molto spesso, ti trovi contraccambiata con uno sgarbo, se non con un’acredine degna del peggior nemico.
Forse il mondo non è più abituato ad un’amicizia disinteressata. Forse il sospetto dell’interesse e del tornaconto la fa da padrone e per molti non è possibile pensare che se io do, significhi che necessariamente debba volere qualche cosa in cambio. E questo mi sconvolge, perchè riempie ogni mio gesto di significati che non ha e di volontà che non esistono.
Ma, alla fine come si fa a vivere senza amicizie? Come si fa a fare del sospetto un dettame di vita?
Credo che la colpa maggiore di questo stato di cose siano i rapporti virtuali che ti abituano ad una provvisorietà e poca sincerità nei contatti. La questione è che si vive in un mondo di squali, dove la morte tua è la vita mia e per emergere uno deve affondare gli altri. Triste verità. Io purtroppo essendo di altra generazione penso che il bene degli altri sia anche bene mio ed è su questa lunghezza d’onda che mi muovo. Non penso di privilegiare il mio “lavoro” a scapito di un collega, perchè a lungo andare ne perderemo tutti e due.
Vuoi vedere che il mondo va male proprio perchè non esiste la solidarietà e la lungimiranza che richiederebbero i sani rapporti umani?
Vuoi vedere che pure i contratti di lavoro, la salute e la scuola pubblica, le leggi sociali e il sostegno pubblico e del volontariato sono una schifezza proprio perchè manca il sentimento dell’amicizia e della condivisione?
Sono pessimista? Non saprei che dire, so solo che io gli amici ce li ho, e molti di loro farebbero carte false per me, come io le farei per loro. L’unica cosa che mi dispiace è che tutto questo non sia un sentimento diffuso…
Insomma a chi legge io chiedo: voi che tipo di amici siete? Che tipo di amici avete? E poi: siete interessati a diventare miei amici? Ma amici davvero s’intende… se sì, battete un colpo ;-).

La questione è: RESTARE UMANI

In amore, Anomalie, Gaza, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 29 gennaio 2012 at 13:19

Quando c’erano i sentimenti

articolo di AMIRA HASS – Giornalista israeliana, vive a Ramallah, in Cisgiordania, scrive per il quotidiano Ha’aretz è ha una rubrica su Internazionale

Nell’oceano di cattive notizie in cui annego ogni giorno, ho ricevuto un’email sorprendente: “Per favore, ci aiuti a trovare un palestinese che vive a Rafah. Lavorava nell’azienda agricola di mio suocero, nel sud di Israele. Era considerato uno della famiglia, ma da quando, circa dieci anni fa, agli abitanti di Gaza è stato vietato di entrare in Israele, ha smesso di venire da noi e abbiamo perso i contatti. Vogliamo fare una sorpresa a mio suocero, ma non siamo sicuri che contattare il nostro amico sia permesso dall’esercito”.

Ho risposto che non esiste alcun divieto di mantenere i contatti con gli amici (almeno per ora) e ho promesso che avrei cercato di aiutarli. E poi mi sono commossa. Nel disprezzo generalizzato per i palestinesi, ci sono ancora israeliani con sentimenti diversi. Ma c’era qualcos’altro, in quella lettera, che mi commuoveva profondamente. Forse era la nostalgia di com’era l’occupazione prima della separazione forzata tra i due popoli, quando tutto sembrava temporaneo, reversibile, e i protagonisti dei due schieramenti conservavano un lato umano. Di recente un amico di Nablus mi ha raccontato di quei tempi: “Da bambini giocavamo a calcio con i soldati, gli stessi a cui tiravamo pietre e che ci davano la caccia”.

Forse rimpiango i tempi in cui i sentimenti umani riuscivano ancora a emergere, anche in una relazione classista come quella di un’azienda agricola, e potevamo ancora illuderci che sarebbero arrivati tempi migliori.

Traduzione di Andrea Sparacino.

Internazionale, numero 933, 27 gennaio 2012

Certe donne…

In Donne on 12 ottobre 2011 at 21:48


Stamattina ho passato un po’ di tempo a leggere in rete notizie e post di blogger amiche. Tutto attorno al tema “donne…” Che poi le donne non sono tutte uguali, come non lo sono gli uomini, ci mancherebbe! Il mondo sarebbe una noia fatto di tanti manichini tutti uguali. Per fortuna o per disdetta il mondo è variegato e le donne pure. Se poi viaggi in rete, ne senti di tutti i colori, ma basta anche parlare con le amiche o assistere a qualche convegno per avere una idea più precisa.
Faccio un esempio: alcuni giorni fa ironizzavo su di una tale Terry che avrebbe potuto vendere la madre per frequentare gli ambienti giusti, quelli che ti consentono di fare la “bella vita”, tanto per capirla e che ha messo e mette il suo corpo a disposizione degli altri a scopo di lucro. Contemporaneamente sono andata a vedere il film di Simone Betton “Rachel” che parla della giovane attivista americana Rachel Corrie morta sotto un bulldozer mentre tentava di fermare la demolizione di case palestinesi nel territorio di Gaza. Ragazza, carina e fragile, che metteva il suo corpo quale barriera tra l’ingiustizia e i perseguitati, senza nessun tornaconto se non quello di sentirsi almeno utile in un mondo che se ne frega degli altri.
Sembra difficile avvicinare queste due tipi di donne ed in effetti lo è, sinceramente non lo tento nemmeno. Sempre di donne parliamo, ma di donne con valori completamente diversi, cresciute in modo diverso. Persone che hanno nutrito i loro corpi per scopi diversi, che hanno saputo dare di loro la parte migliore che avevano.
Ora non ci resta che capire quale sia la parte migliore di una donna e, sebbene comprenda che qualcuno, senza farsi sentire, ha pensato che parlassi della patonza, confesserò che invece intendevo: il cuore, la generosità e l’impegno.
Cuore contro patonza = 3 a 0
Inevitabilmente io sto dalla parte dell’impegno, dalla parte delle donne che sbagliano, ma che lo fanno con il cuore. Con quelle che crescono i figli nelle difficoltà, in cattività e senza sostegno. Quelle che lottano per la loro vita e la loro libertà e quelle che si dannano per i figli e a volte per i compagni meritevoli, oppure per niente, come succede spesso nella vita.
Molte volte sono stata giudicata dalle donne: sprezzante o altezzosa e dagli uomini, in qualche modo, poco femminile. Con quelle donne io non ho molto da condividere e non riesco a provare quell’empatia che in genere mi contraddistingue e così anche con quegli uomini non sono me stessa, rilassata e disponibile com’è nella mia natura. Certe donne sanno dare il meglio di sé solo in certe condizioni.
Ci sono donne schive che diventano leonesse per difendere i loro bambini e donne intelligenti che rinuncerebbero alla loro dignità per un adeguato tornaconto. Come si fa a parlare di un genere unico, come se fosse un’unica persona o come se avesse un’unica personalità? Le donne sono tante ed è impossibile etichettarle in un unico contenitore. Altrimenti dovremo farci entrare dentro alcune donne con certe qualità e altre con qualità diametralmente opposte. Come ad esempio le donne madri e quelle che sopportano solo da lontano i figli degli altri, ma anche chi non considera minimamente la maternità e chi pure odia i bambini. Suppongo che quando si parla di Donne io penso che si stia parlando di certe donne ma è un errore, un immaginario tutto mio che cancella le tipologie di donne che per me risultano inaccettabili.
Ricordo un giorno che stavo al mercato della mia città distribuendo, con delle amiche, un opuscoletto sulle richieste in ambito locale e nazionale, per veder riconosciuti di più i diritti di genere e anche per richiedere di migliorare dei servizi necessari al quotidiano, come assistenza all’infanzia, alla vecchiaia e alla parte debole della società. Una vecchia segaligna e acida si è fermata e ci ha riempito di parolacce: “Ma cosa volete? Più Libertà? Ma non vedete che ne avete anche troppa. Tornatevene a casa, come si è sempre fatto. A voi non basta, volete andare a lavorare per fare le puttane e lasciare i vostri bambini abbandonati da soli. Hanno ragione i vostri mariti a darvele, e a chiudervi in casa. (E tanto per cacciarcelo bene in testa) Siete tutte puttane!” Sia chiaro che a volantinare erano tre donne per la cui età, la fertilità era un ricordo ormai lontano. Comunque questo dimostra che le donne si dividono in “certe” e in “certe altre” e molto spesso le une sono le nemiche acerrime delle altre. Per quale motivo? Non saprei, ma ho il sospetto che c’entri molto spesso l’invidia e su questo devo dare ragione alla Terry nazionale che di patonze e di invidie lei se ne intende un sacco.

Chi si nega danneggia anche te. Pensaci!

In Ironia on 18 marzo 2011 at 18:40

Ogni tanto, quando manco di ispirazione passo per il blog di Splendidiquarantenni e mi risollevo il morale, mica perché riesco a rientrare nelle sue statistiche, ma solo perché ogni suo post è talmente pieno di ironia che mi ci diverto un sacco.
Questa volta si tratta di una statistica che fissa a 106 rapporti nell’arco di un anno nella vita di una coppia “normale”.
Ora non trasecolate. 106 volte all’anno sono comunque 2 volte alla settimana. Forse non troppo, ma nemmeno troppo poco. E poi sappiamo come sono gli italiani, generalmente la raccontano grossa, pensando che valga sempre la legge del racconto del pescatore. Oltre a questo, se le cose vanno alla grande magari è solo perché sono ingrifati e dividono il loro ardore con diverse pulzelle compiacenti.
Se poi parliamo dell’altra metà del cielo ci si troverà di fronte ad un grosso numero di donne che anche una cinquantina di volte, sarebbe tutto grasso che cola e un’altra parte che soffre di emicranie frequenti.
Proprio a queste lo Splendido si fa portavoce e lancia uno slogan da “pubblicità progresso”: Chi si nega danneggia anche te. Digli di smettere! Che poi, si sa, la generosità è l’anima del commercio, o magari incrementa le statistiche.
Insomma siete tra quelli che si sussurrano sottovoce: “Ogni andato è perso”, oppure come ogni Scarlet che si rispetti ripeterai come un mantra: “Se non oggi, ci penserò domani”? 😉

Differenze e virtù

In Anomalie, Giovani on 6 agosto 2010 at 14:08

E’ una brutta bestia l’età. Certo per me sono passati gli anni e molta acqua sotto i ponti. Anche se continuo a pensare che una donna è sempre una donna, come un uomo è sempre un uomo. Allo stesso modo in tutti i tempi. E il tempo non fa mai troppa differenza. Penso, anche, che i sentimenti, salvo qualche piccola modifica, rimangano sempre gli stessi. E invece, a volte, sembra di no. Appare sbagliato. I giovani di ieri non sono come i giovani di oggi. Non sappiamo essere ragazzi allo stesso modo, come non è possibile che loro sappiano come ci si sente ad essere vecchi.
Chiaramente i miei ricordi sono un inutile Amarcord. Neanche buono per fare un film. Anche se qualcuno ci ha provato e pure in modo egregio. Eppure mi accorgo che negli ultimi tempi, quando parlo con i ragazzi, non vedo più quelle occhiate di compatimento che c’erano una volta e che mi facevano sentire così sorpassata. Sembra quasi che si sia riempito un divario che non ci permetteva dialogo. Sarà perché è migliorata la mia capacità di comunicazione? O sarà, forse, che agli stessi ragazzi la mia vita, oggi più di ieri, sembra come una favola piena di colpi di scena. Solo questione di paragoni, temo, tra la mia vita e la loro che sembra scorrere in modo noioso e limitante. Oggi mi dicono: “Ma tu hai davvero conosciuto quel musicista?” “Hai visto quello spettacolo?” “Ma allora c’eri anche tu?. Ma certo in sessant’anni vuoi che non abbia avuto le mie buone occasioni? Cosa c’è di strano se mi do del tu con i “grossi nomi” della contestazione del ’68? Ovvio che ricordo ancora e canto le vecchie canzoni di protesta e politiche e mi fermo a chiacchierare con quelli che le hanno scritte e portate in giro per il paese. In tutto questo tempo ho conosciuto anche qualche “mito”, ma per loro certi nomi non dicono niente, o troppo poco, e non sanno darne il giusto valore.
Quelli erano miti solo per noi che vagolavamo tra la beat generation e la cultura hippie. Impegno e disimpegno nello stesso momento. Non che fossimo migliori, almeno se lo fossimo stati non era certo per questa ragione. Soprattutto tra noi se ne sono persi tanti di giovani. Ricordo qualcuno che partito per l’India alla fine se n’era “partito anche per la tangente”. Alcuni non tornarono più o tornarono tanto cambiati che non si riuscivano più a riconoscere. Certo che la droga l’abbiamo “sdoganata” ben bene noi, su questo non c’è dubbio, e non è stata una buona mossa. Non sono mai stata antiproibizionista, anche se metterei dei distinguo e se vedrei di buon occhio una politica seria non verso i semplici galoppini, ma verso i grandi corrieri e le “organizzazioni”. Certo che il veto sulle nostre menti giovani aveva un fascino arcano. Eravamo attratti come mosche sul miele. E il dolce ben presto si è trasformato in merda. Ma le mosche anche per quella provano attrazione no? Personalmente, non ne ho mai fatto uso, neanche provato mai uno spinello. Ma quella era una mia battaglia personale che forse nascondeva anche il timore di non sapermi fermare. Se in questo poi vogliamo vederci una virtù…beh, fate voi, io non ci giurerei.
Come dicevo si vagolava qua e là. Ma il destino ci preparava anche un ineluttabile appuntamento, a cui non sapemmo resistere. Arrivò il ’68, e troppo presto quelli che vennero poi chiamati gli anni di piombo. Certo che la mia generazione si è nutrita di rabbia e voglia di combattere, ma era una necessità quasi fisica per quegli anni. Che bisognasse cambiare il mondo non l’abbiamo pensato solo noi, ma almeno i giovani di allora sono stati i primi e forse i soli ad averci provato. Poi, ovviamente, a differenza della matematica, se abbiamo vinto o perso è solo questione di opinione. Lo so bene che sono i nostri compagni, quelli delle manifestazioni, delle serrate e dei circoli culturali che alla fine sono passati al nemico. Non hanno affossato il “Sistema”, anzi ci si sono seduti comodamente sopra e si sono fatti portare a zonzo. Qualcuno disse, a giustificazione, che aveva esaurito la sua funzione storica e politica… bella scusa, non bastava per diventare i nuovi agguerriti colletti bianchi o i nuovi intellettuali di riferimento. Qualsiasi cosa pur di raggiungere il successo e i soldi facili. Tutte cose disprezzate e combattute. Il sistema ci aveva vinto, quello lo avevamo capito presto.
Penso che sia proprio per questo che i nostri figli ci guardano, e qualche volta con commiserazione. Anche se poi tutto sommato ci invidiano, perché noi c’eravamo e loro no, noi abbiamo agito e loro invece sono legati dalle solite pastoie. Che poi in effetti hanno ragione. Se è pur vero che abbiamo contribuito a sancire l’importanza dei diritti umani in un sistema inumano è altrettanto vero che dopo esserci trasformati in tigri di carta abbiamo occupato i posti chiave, quelli del potere, e ci siamo attrezzati per salvaguardare il tanto disprezzato “sistema capitalistico”. Cosa che ci è riuscita particolarmente bene, visto che abbiamo “frequentato” la scuola della “politica” più di qualsiasi altra generazione. Così abbiamo potuto confrontarci con quella che venne chiamata la generazione x. Che loro fossero apatici, cinici e senza valori, l’abbiamo fatto notare noi. Certo erano diversi. Certo non erano rabbiosi e tirati come corde di violino. D’altra parte sembravano nati con delle conoscenze che noi non avevamo. Ricettivi a quel mondo globale che noi guardiamo con sospetto e, ritengo, a tutta ragione.
Ma per restare in ambiti più ristretti e se vogliamo sbilanciati nel personale, l’età diventa una brutta bestia quando si pensa al “come eravamo”. Innanzi tutto giovani. Che brutti o belli, ad esser giovani ci si guadagna sempre. Poi magari se hai la fortuna di avere avuto un po’ di “sano karisma fighiano”, allora… tutto è veramente più facile. Passammo attraverso la notevole prova dell’amore libero che, usualmente, si accettava per sé, ma non si concedeva facilmente agli altri. Il che vuol dire che tutti desideravamo quella libertà, ma non amavamo incontrarla nei nostri simili. In fin dei conti la nostra mentalità risentiva alla grande dell’influsso limitante della Chiesa cattolica. Se dovessimo considerare la morigeratezza come virtù, direi che a quel tempo eravamo quasi tutti molto più virtuosi di quello che sembrava. La nostra era più una libertà a parole che di comportamento. Costumi sessuali che cambiavano, certo, ma più lentamente di quello che appariva. Tanto per dire i miei genitori non mi permettevano di mettere il naso fuori della porta, soprattutto di sera. Di notte poi non se ne parlava proprio. Si sa che il peccato è pratica notturna e loro lo sapevano bene.
La famosa “prima volta” era davvero una pericolosa acrobazia, e le volte successive forse anche peggio. Ci voleva davvero buon senso, e noi non sempre l’avevamo. A quel tempo finire nei guai voleva dire non sapere come uscirne. Oggi è diverso. I nostri ragazzi, vivono un sesso maneggevole e comodo. Le camerette dell’infanzia si trasformano precocemente in piccole alcove: “bussare per comunicare, ma praticamente meglio non entrare”. Molto spesso sono le mamme che preparano la colazione per l’ospite. Meglio dell’hotel a cinque stelle. E pensare che i miei mi promettevano più libertà il giorno in cui mi fossi trovata un fidanzato. Restava oscura la questione di come me lo sarei procurata se non potevo uscire mai.
Poi, invece, ho fatto lo stesso. Mica ti chiudono a chiave per sempre. Magari un giorno ti mandano a prendere il latte. e lì ti combini. Era così che incontravi quel ragazzo carino che, senza essere un vero capellone, almeno sfoggiava un ciuffo abbastanza ribelle da essere inviso agli adulti, ma adorato da te. Oggi, invece, io mi innamoro delle ragazze di mio figlio, e poi soffro quando lui le lascia, o viene lasciato lui, perché so che non le rivedrò più, almeno non più in modo continuativo. Bella differenza dalle “suocere” della mia generazione. Erano dipinte come delle vere arpie e qualche volta lo erano veramente. Ma non facciamoci portare dai discorsi. Stavamo chiedendoci se i giovani di una volta furono molto diversi da quelli di oggi.
Michele mi accusa benevolmente che so parlare ai giovani ma non sono capace di parlare di loro, che equivale a dire che io non mi sento una di loro o almeno non mi sento ancora così giovane da capirli totalmente. Se mi sentissi giovane forse riuscirei a descriverli meglio, più da vicino. Ma io sono stata giovane allora ed oggi non lo sono più. Quelli non erano certo i tempi del precariato ad oltranza, della difficoltà di trovare un posto di lavoro e dell’impossibilità di vivere la propria indipendenza. Loro si adattano, bene o male a fare i “bamboccioni”. Quelli erano i tempi che il lavoro non mancava, magari malpagato, ma c’era e non ti dovevi sbattere per trovarlo. Ti sentivi sicura della tua voglia di fare. Quella faceva la differenza. Insomma allora sembravamo ragazzi pieni di qualità, tutti presi dalla voglia di cambiare le cose, a fare del mondo il nostro mondo. E ci abbiamo tentato. Poi ci siamo seduti dalla parte del torto e da quelle sedie nessuno ci schioda più. Eppure lasceremo il mondo anche a loro, se non altro per raggiunti limiti di età. Spazio ai giovani che oggi sono anche troppo buoni e pazienti e su questo non sono come noi. Però è vero, a pensarci bene, noi non ci saremmo adattati facilmente a farci mantenere dai nostri genitori, che proletari o capitalisti non avrebbero mai potuto minare il nostro orgoglio di essere magari affamati ma autonomi. Ma poi a pensarci ancora meglio, anche allora, molti erano chiamati “figli di papà” il che a tutti gli effetti equivarrebbe ai “bamboccioni” d’oggi, con un lato negativo in più, che per quel tempo era un comportamento obbrobrioso.
Forse ha ragione Michele, non esistono differenze e tanto meno si possono trovare, da una parte o dall’altra, maggiori virtù essere giovani è stato sempre difficile e la fortuna è stata che in alcuni momenti avere dei sogni e cercare di realizzarli, ha fatto la differenza.

La Zona “del silenzio e della solitudine”

In Donne, uomini on 30 giugno 2010 at 7:42

Non sono brava nei sunti, ma l’argomento lo avevo lanciato qualche tempo fa con il post “Fingere” dove asserivo a mezzo raccontino che le donne si confessano tra di loro, parlando anche liberamente della loro sessualità. Non solo, molte asseriscono (e i dati li avevo ricavati da una inchiesta web) che le donne molto spesso fingono il piacere per non deludere e creare problemi al compagno.
La discussione sull’argomento non era stata esaustiva e proprio per questo avevo proposto un altro raccontino fantastico dove immaginavo degli uomini che si ponevano la domanda: “Ma le donne fingono?” e se sì “Perchè?”. Un altro post “l’altra metà del cielo si confida” apriva un nuovo scenario. “Ma gli uomini si pongono queste domande?” e se sì, “lo fanno parlando fra di loro?” Ancora una volta la risposta non era chiara. Gli uomini tra di loro si dipingono come “amatori indefessi” e il problema è solo degli “altri”.
La provocazione la raccoglie Bruno del blog “Ponterosso con il commento post “il piacere e la finzione, una lettura sociale al maschile“.
Oggi, come promesso, Bruno invia un altro approfondimento sulla funzione della comunicazione relativamente alla sessualità e all’isolamento fra generi diversi.
Riporto qui di seguito l’intervento.

“Dobbiamo ragionare proprio su questa ovvietà, cioè sull’esistenza di un non detto che ci parla proprio dei motivi per cui la finzione ha ragione di esistere”.
“Tutto questo a me fa pensare che esista una specie di zona “del silenzio e della solitudine” all’interno dei rapporti uomo/donna , donna/uomo, in cui ognuna delle parti si accontenta di parlare… con sé stessa, oppure in cui la percezione oscura di un qualcosa che non sappiamo spiegarci induce a mantenere ognuno nella convinzione che il problema sia …dell’altro”.

Cara Ross , caro Mario,
rileggendo quanto avevo scritto mi sono soffermato su queste due frasi, che mi permettono di ripartire con il ragionamento. Alludevo qui all’esistenza di un “non detto” e a “la percezione oscura di un qualcosa che non sappiamo spiegarci” per riferirmi alla presenza nelle nostre vite di quel pianeta chiamato inconscio, che opera ed agisce sui nostri comportamenti quotidiani e che continuamente ingaggia il confronto e lo scambio con la nostra parte razionale, cosciente. Volevo con questo cercare di attirare l’attenzione di chi legge sul fatto che, forse, proprio in quello che consideriamo l’aspetto più intimo del nostro relazionarci al mondo (il rapporto d’amore), si manifesta in modo più pregnante e decisivo (per le nostre scelte) quella parte “ereditata” di cui il nostro cervello e le nostre emozioni sono pervase, ma di cui non riusciamo a darci ragione, e che però tendiamo spesso a “spiegare” con motivazioni puramente ideologiche, cioè non pertinenti ai fatti specifici, e che hanno sovente funzione soltanto rassicurante.
Non voglio qui appesantire il discorso con citazioni, ma è per me pacifico che su questo tema ci sono (in psicanalisi e psichiatria, oltre che nella letteratura) pagine e pagine di tentativi di interpretazione, ognuna con più o meno buone ragioni. Preferisco invece discorrere come se fossimo all’anno zero in materia, e provare a trovare le parole più “elementari” per dirlo. La domanda che mi sono posto , entrando in questo dibattito, riguarda i motivi per cui due “sessantottini” maturi abbiano pensato (ognuno seguendo strade diverse) di cimentarsi con temi come la finzione e la gelosia ritenendoli significativi per il presente che stiamo vivendo, e quindi possibili oggetti di incontro e comunicazione con altri nel mare infido della rete… La prima risposta (banale) che mi sono dato è che questi temi fanno parte del loro vissuto. La seconda è che, sicuramente, il tema è trasversale nella vita di tante generazioni di “giovani” che il ‘68 l’hanno solo conosciuto dai libri o dalla musica, e di conseguenza sembra naturale pensare che debba poter coinvolgere. Ed anche che l’uso del racconto potrebbe facilitare questa possibilità di incontro.
Ma a quale scopo ?
Forse la domanda potrebbe essere: perché, ed in quale senso, questi temi sono tanto “attuali” , proprio nell’ottica di quanto gli anni Sessanta avevano fatto intravvedere come possibilità di “liberazione” dal peso della tradizione? E perché riguardano molto da vicino i comportamenti sociali di ognuno di noi, ed influenzano gli stereotipi attuali nella relazione tra i sessi, nel giudizio sociale diffuso sulle “donne” e sugli “uomini”? E soprattutto: come vanno letti e presentati nel contesto sociale attuale per renderli significativi agli occhi dei più ?
Una breve digressione prima di entrare in materia su queste domande.
Una decina di anni fa ero rimasto colpito da una dichiarazione di Gustave Flaubert “qui” il quale, di fronte allo scalpore pubblico suscitato dal suo Madame Bovary, ed al processo che ne era seguito, ad un certo punto aveva esclamato “mais Madame Bovary c’est moi!”, quasi a voler allontanare il sospetto che egli avesse voluto descrivere un fenomeno sociale diffuso, un ritratto della piccola borghesia che ne metteva in luce miserie e preconcetti. Flaubert tuttavia centrava (forse per la prima volta in modo così esplicito) una descrizione letteraria sui desideri “segreti” di una donna che, reclusa in un matrimonio che le nega il valore dei propri desideri erotici e sentimentali, cerca una illusoria via di uscita negli “amanti” che idealizza, finendone travolta.
Quella frase però mi aveva incuriosito, tanto da divenire il motivo che mi ha portato, (dopo aver per tanto tempo letto soltanto quanto si diceva su questo romanzo), a leggermi per intero quest’opera, scoprendovi altro. Dopo aver letto il libro, quella frase l’ho interpretata poi come una “confessione”: Flaubert parlava realmente di sé stesso descrivendo la signora Bovary. Ma come? Può un uomo entrare nella psicologia di una donna e descriverne minuziosamente i pensieri reconditi senza travisarne la natura, facendo riferimento alle proprie esperienze? È questa la grande obiezione del femminismo “radicale” che coglie un aspetto importante, ma a mio avviso non decisivo, del problema, nel contempo occultandone un altro. E cioè che la “differenza” non è solo di natura biologica ma culturale (sociale in senso lato), anche se si costruisce man mano sopra una differenza che riguarda il biologico, oltre che su una diversa sensibilità all’uso dei linguaggi (verbali e non) nella comunicazione interpersonale, anch’essa però ereditata dalla storia dentro le società patriarcali. Ma non è questo il punto che qui interessa (su quella frase del resto ci sono in rete mille interpretazioni diverse possibili).
Voglio invece portare l’attenzione sul fatto che Madame Bovary è stato forse il romanzo “sociale” che più ha fatto discutere la società della seconda metà dell’Ottocento e oltre, proprio perché metteva al centro la storia di una donna e dei suoi desideri di trasgressione delle regole, entro il contesto reale della società borghese dell’Ottocento, inserita in quella “piccola borghesia” che sarà poi la base di massa del nazionalismo, che ad inizio ‘900 sarà condotta in massa al massacro del Iª guerra mondiale, in nome dei valori Dio, patria, famiglia (così come in altre società europee cosiddette “cristiane”).
Quindi non una descrizione delle “condizioni della donna in generale”, ma al contrario quella di una “donna calata in un contesto relazionale concreto di una determinata società, le cui scelte “al femminile” non potevano che essere condizionate dai valori di quella società”.
Perché ho voluto fare questa citazione su quella prima opera di Flaubert (scritta tra il 1855 ed il 1857)? Non tanto per il contenuto in sé della storia, quanto piuttosto per evidenziarne il metodo descrittivo utilizzato dall’autore. E di questo preferirei parlare nel mio prossimo intervento (il presente essendo già troppo lungo…) A questa motivazione vorrei però aggiungere anche un altro fatto cui tengo molto. Alla fine degli anni ‘50 frequentavo il Magistero a Torino ed un professore (modesto quanto capace) che insegnava storia della pedagogia ci parlava di una cosa che allora appariva lontana dai miei orizzonti, ma che poi mi è rimasta: la grande letteratura europea come fonte di conoscenza, la capacità di un grande romanziere di dire e mostrare cose che nessuna “scienza esatta” è in grado di esprimere. Questa corrente di pensiero era stata sviluppata in quegli anni da Enzo Paci, il filosofo che attraverso la sua rivista Aut Aut ed i continui colloqui con i suoi allievi all’università di Milano aveva valorizzato proprio la letteratura come strumento di approfondimento per la conoscenza tout court, e questo nell’ambito di una personale rilettura della fenomenologia e del marxismo. E siccome sono arrivato qui, al punto più critico di questo mio intervento, qui mi fermo aspettando di poter leggere le vostre prime considerazioni.
Un caro saluto.
Bruno

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