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Da una donna così non si torna indietro. Mai.

In amore, Donne, poesia on 16 aprile 2014 at 16:41

stop

“Non innamorarti di una donna che legge, di una donna che sente troppo, di una donna che scrive.
Non innamorarti di una donna colta, maga, delirante, pazza.
Non innamorarti di una donna che pensa, che sa di sapere e che, inoltre, è capace di volare, di una donna che ha fede in se stessa.
Non innamorarti di una donna che ride o piange mentre fa l’amore, che sa trasformare il suo spirito in carne e, ancor di più, di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose), o di una donna capace di restare mezz’ora davanti a un quadro o che non sa vivere senza la musica.
Non innamorarti di una donna intensa, ludica, lucida, ribelle, irriverente.
Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così.
Perché quando ti innamori di una donna del genere, che rimanga con te oppure no, che ti ami o no, da una donna così, non si torna indietro.
Mai.”
(Martha Rivera Garrido)

Lui la guardava, ammirato, come abbandonava i suoi libri iniziati, non ancora finiti, in ogni luogo dove passava. Libri che casualmente lei riprendeva, leggeva e spostava in un altro luogo.
A volte la vedeva sorridere alle pagine del libro, al suono di una musica che solo lei sentiva, a volte quella profonda ruga di dolore tra gli occhi si faceva profonda. Lei sapeva piangere per le storie, per il dolore degli altri che faceva suo e sapeva sorridere quando si faceva leggero il pensiero e volava via come un volo di farfalla.
La vedeva china sul pc, alla sera, illuminata da un piccola luce, vedeva il suo viso intenso chiuso nei suoi pensieri voraci.
Lui allora si sentiva svanire nel nulla, lei non sapeva più chi era, e si perdeva nei meandri del cuore. Lui la vedeva lontana, bellissima e dolorosamente irraggiungibile.
Voleva gridare, scappare, provava il desiderio di farle del male, riportarla sulla terra dove c’era lui ad aspettare.
Ma lei era lontana, irraggiungibile, disperatamente persa. I suoi occhi erano lucidi di febbre, sognanti, era troppo pericoloso svegliarla dalla sua malia, avrebbe potuto cadere da lassù, in precario equilibrio sul mondo.
Lui la voleva, voleva toccarla, rianimarla tra le sue braccia, essere la sua febbre, il suo centro di gravità, il suo unico sogno devastante. Ma lei si faceva inconsistenza tra le sue mani, avrebbe dovuto farla tornare, ma sapeva che nessun richiamo l’avrebbe riportata indietro.
Era una donna che entrava ed usciva dalla sua vita, mai veramente presente, mai del tutto assente. A volte tenera e ingorda, a volte algida e distratta, mai scontata, sempre imprevedibile, sempre emozionante, sempre nuova.
A volte era un corpo caldo e accogliente, sfrontato e impudente, non permetteva distrazioni, voleva tutto e consumava come il fuoco. La sua mente si faceva passione, si trasformava in desiderio senza repliche, in voluttà pura.
Per lui era il preludio di un nuovo abbandono, tremava al solo pensiero, se ne sarebbe andata ancora e l’avrebbe lasciato sfinito a raccogliere i frammenti del suo cuore.
Le sue parole erano metallo fluido, erano acqua di fonte, vento nel deserto, pioggia fuori dai vetri. Il suo cuore era colomba, la sua voce di tortora, il suo profumo di bosco, niente, mai niente che gli permettesse di chiuderla in un libro, in una valigia, in una stanza, lei era aria viva, era un volo libero nel cielo profondo.
A volte la sua risata continuava a rimbalzare tra le pareti di casa, era leggera, tintinnante, senza regole, senza ragione. E lui sapeva che rubava il suo fiato fino alla prossima volta, finché non l’avesse risentita, finché non avesse tenuto quel corpo caldo e senza remissione nel suo abbraccio.
Non c’era gabbia per rinchiuderla, tazza di caffè per conquistarla, dolcezza o rudezza per trattenerla, lei era sogno e talvolta era incubo delle sue notti.
L’avrebbe legata al letto e l’avrebbe presa per tutte le notti della sua vita, ma una farfalla prigioniera muore e la polvere delle sue ali leggere avrebbe ricoperto i suoi occhi ma non avrebbe che reso più disumano il  tentativo inutile di fermarla.
Sognava di prenderla e possederla per non lasciarla mai più, ma non sarebbe mai stata sua nemmeno da morta.
Voleva lasciarla e dimenticarla, prendersi una donna concreta per tenerla nella sua vita, ma nessuna aveva i suoi occhi, nessuna i suoi colori, nessuna era la sua bandiera, il suo volo di gabbiano, la sua promessa, la sua penetrante intimità.

Lei non era solo una donna, era molto di più, era il prezzo da pagare per la vita.

La poesia dell’amore che fa rima con dolore

In amore, La leggerezza della gioventù, personale, poesia on 15 marzo 2014 at 19:01

poesia
Il punto era che lui non scriveva più poesie.
Era chiaro che non era più lo stesso ragazzo di allora, ma non era colpa dell’età.
Una cosa era certa, che la questione delle sue poesie, era sempre stata la cartina di tornasole del loro rapporto. Tanto più lui scriveva, tanto più loro si allontanavano anche se non era quella la causa o l’effetto, o viceversa.
Certamente all’inizio lui scriveva poesie, le scriveva su ogni cosa, ma non erano poesie normali, bisognava affrontarle con il vocabolario e l’enciclopedia, insomma era passione, ma soprattutto un esercizio della mente. Di quelle poesie lei era gelosa, anche se evidentemente non parlavano di lei, anche se a rigor di logica non parlavano di nessuna altra donna reale.
Lei sognava, comunque, di avere una poesia che parlasse del loro amore. Ma era un sogno che non avrebbe confessato mai. Almeno non quella volta.
Allora, lui scriveva fiumi di parole e loro avevano tutta la vita davanti. Una vita che prometteva parole e amore in misura complementare.
Che il loro fosse amore però non si sapeva ancora e non lo avrebbero mai capito. Troppo giovani tutti e due, troppo sognatori, troppo pronti a credere alle promesse della vita. Poi la vita promette, ma mica sempre ti dà e l’amore diventa una cosa complicata, qualche volta bisogna spezzarlo come una catena, per non farsi fermare. Qualche volta bisogna passare ad altro, lo esige la giovinezza e la stupidità.
E così era finita, tra libri letti e poesie interrotte, con la vita che prosegue la sua corsa e solo qualche rimpianto subito deriso, con qualche ridicolo vago senso di colpa di una presunzione mai del tutto concessa.
Una storia interrotta che non aveva permesso a nessuno dei due di sapere se il fiume di parole fluisse ancora nella vita dell’altro. Non solo, avevano perduto anche quel sottile filo che li univa, una telefonata, un incontro casuale, la voglia di sapere se la vita era vita.
Se lui allora era stato il suo di poeta, poi se continuava ad esserlo lo sarebbe stato solo per un’altra donna.
Il rimpianto era che a lei, e al loro amore non avesse dedicato mai una sola parola. Un bruciore che le era rimasto in gola. Che serve essere poeti se mai una volta parli d’amore? Sciocca domanda se poi, proprio lei, a quell’amore non aveva mai dato credito.
Il desiderio era stato così forte allora che non aveva potuto dimenticare. Che sebbene fosse stata una sua responsabilità quella frattura era costata tanto dolore, uno strappo profondo e senza cura, proprio perchè era troppo giovane ed era troppo sognatrice, proprio perchè era arrivato tutto troppo presto, prima ancora di aver assaggiato il vino della vita.
Ora sapeva che l’ebbrezza è effimera, che la poesia è la più alta espressione del dolore, e proprio per questo lei era diventata poeta senza scrivere, che l’amore era parte del gioco, ma che quel gioco lei non lo aveva mai saputo giocare.
Lui era sparito dalla sua vita e non le aveva lasciato che quell’ultimo desiderio inespresso: una unica poesia per loro due, un semplice gioco di parole dedicato per sempre.
Ma le cose non erano andate così, lui era partito e lei si era stancata di aspettare.
E così venne la vita e il caso e le coincidenze. Da qui in poi la poesia non era più importante, valevano i fatti, le parole dette adesso e subito, le conseguenze, il desiderio di essere felice, l’incapacità di esserlo fino in fondo.
E anni e anni ad accumulare la polvere sui ricordi. A lenire le curiosità. A insegnare che alcune cose non sono più un diritto, soprattutto quando si è stanchi e si invecchia da soli.
Poi all’improvviso era capitato: un incontro casuale ed inusuale, tanto che non si erano nemmeno riconosciuti e forse anche non erano proprio vogliosi di riconoscersi, troppe implicazioni e troppo poca preparazione. Si erano guardati e dietro alle rughe, all’eccesso di magrezza o di peso, dietro al trucco e ai capelli bianchi, avevano rintracciato quel luccichio che era la loro giovinezza. Pochi convenevoli per sapere delle proprie vite passate, qualche accenno alle ferite che ormai non sanguinavano più. Il sorriso di fronte alle idee che si erano fatti l’uno dell’altra: bizzarre e ridicole. Il tempo li aveva segnati. Ma c’era anche la voglia di superare quel lieve imbarazzo, di darsi un abbraccio per cancellare quel velo di soggezione e di paura che ti dà il ritorno di un sentimento lontanissimo e mai del tutto dimenticato.
Ed era quell’amore ad essere poesia, una poesia lunga quasi 50 anni, mai scritta, mai veramente vissuta, sofferta, rimpianta, rincorsa negli altri, trasformata in dolore continuo senza una vera memoria.
Lei gli chiese un poco intimidita: “Scrivi ancora poesie?” lui l’aveva guardata stupido che lei ricordasse: “No, non più… è passato troppo tempo… da quando te ne sei andata via, non c’era più nessuno a cui dedicarle, nessuno che le leggesse, non ne valeva la pena“.
Ecco cosa succede alla fine di un amore, avanza il dolore e muore la poesia. Ma lei ora che aveva ritrovato il poeta le rivoleva tutte quelle parole mai scritte, le aspettavano di diritto e le chiese senza troppo pudore. Lui, con un sorriso scovato chissà dove, aveva piegato la testa e aveva detto di sì.

Il nido delle aquile

In amore, La leggerezza della gioventù, personale on 29 marzo 2011 at 13:24

Non esiste un’età specifica per cui non si può più realizzare un vecchio sogno oppure non sarebbe più il caso di godersi un sogno che si è realizzato, in tempi meno avversi, con sudore e fatica.
Questo, ovviamente, lo dico per consolarmi. Ho realizzato un sogno, da lungo tempo inseguito quando ormai ero al limite delle mie forze, o almeno a quello che dovrebbe essere il confine tra l’entusiasmo e la forza giovanile e il bisogno di mollare della mezza età.
Insomma, ho realizzato il mio nido delle aquile. Ho creato il “mio” luogo dei pensieri e della rigenerazione e per far questo ho superato difficoltà e organizzato il caos più assoluto, andando contromano, mentre i parenti e gli amici mi consigliavano di dedicarmi ad altro meno impegnativo hobby.
Ma quell’isola, che avevo conosciuto nei miei vent’anni, era quanto di più scomodo, arduo, abbandonato e splendido che io avessi mai conosciuto. Ogni anno quando il sole cominciava a far sentire la sua forza, una sola immagine mi si parava davanti: l’azzurro profondo di quando riaprivo sott’acqua gli occhi dopo il tuffo in quel mare. E’ strano come alcuni piaceri si trasformino in allucinazioni che non ti abbandonano neppure quando tenti di disintossicarti.
Il mio posto era lì, in quell’isola. Solo lì io sapevo ripredere contatto con me stessa. Solo immersa in quella luce e in quel mare io comprendevo le vere dimensioni dei miei sogni. Ma se è facile sognare, molto spesso è impossibile realizzare anche uno solo di quei sogni. La vita era sempre stata una fatica dedicata a realizzare qualcosa per gli altri. Strano modo di vivere. Ma spesso è l’unico modo che ti è dato di vivere. Tutte le mie fatiche per avere un luogo dove stare con mio figlio, per dargli sicurezze, per farlo vivere senza l’ansia che io invece avevo sempre dovuto controllare. E questo avevo ottenuto. Un lavoro complicato e la possibilità di realizzare per contrasto una parte della nostra tranquillità. Eppure avevo l’isola nel cuore. Ogni tanto chiedevo: “C’è qualche buchetto in vendita per me?” Mi bastava una grottina piccola piccola con la vista su quel mare, niente di più. Ma la vista sul mare costa e io lo sapevo, e sapevo anche che costava più di quanto io avrei mai potuto permettermi. Così sognavo e guardandomi in giro restauravo ogni grotta ed ogni anfratto che incontravo e che mi suggeriva la possibilità di diventare quel “luogo”. Poi la cosa fu più strana ed imprevista di quello che si possa mai immaginare. Mi ero inerpicata sopra una montagna con un amico isolano che mi aveva condotto ad un rudere ingoiato da insuperabili intrecci di rovi. Avevo guardato una vecchia casa diroccata adagiata sopra grotte buie e inospitali. L’abbandono più totale. La dimenticanza più assoluta. Chi ne era padrone non voleva venderla, ma nemmeno si preoccupava di mantenerla in uno stato decente. Avere troppe proprietà e soldi crea a volte un’insensatezza che non comprendevo. Ma così era.
Mi innamorai subitaneamente e senza speranza, Mai avrei pensato, che dopo qualche anno, in un giorno di esasperazione lavorativa e solo a causa di una fuga onirica in un sito web, così tanto per riempirmi l’anima, l’ho incontrata negli annunci di un’agenzia immobiliare. Non è passato che un attimo, avevo visto la foto e l’avevo riconosciuta subito. Mi chiamava e mi diceva: “Eccomi, sono io! Mi hai trovata e non è un caso. Ora tocca a te.” Telefonai, contrattai, l’acquistai senza neanche vederla una seconda volta. Quelli dell’agenzia non capivano tutta la mia fretta, ma come avrei potuto spiegare che era il sogno della mia vita e che lo stavo realizzando?
Ecco, come incominciò l’avventura e come incominciarono i miei ulteriori guai. Sapevo quanto sarebbe stato tutto difficile, ma me l’aspettavo e giorno dopo giorno trovavo soluzione all’irrisolvibile.
Ora il mio nido delle aquile, è la casa più alta e irraggiungibile dell’isola, con una vista da illuminare gli occhi e i tramonti più belli di quella parte di mar Tirreno. Mi siedo lì, quando è tempo di vacanza. Riempio la mia piscina idromassaggio sulla terrazza più alta e mi immergo guardando verso l’orizzonte e verso l’isola gemella, quella che è il territorio di capre e palme nane. Penso che non c’è niente di meglio che stare lì abbracciata al mio compagno senza parlare di niente ad osservare con quanta grazia il sole tramonta sul mare. E’ davvero un sogno anche oggi che so di averlo saputo realizzare. Qualcuno mi dice che sono stata coraggiosa e capace, ma io so che tutto è nato da una necessità interiore, che assomiglia più che all’abilità, alla tossicità e all’assuefazione di una droga potente. Ora io mi rifugio lì, quando posso, nella mia “Isola che non c’è”,  questo è il  nome di quel nido, e come avrete capito: luogo dedito ai sogni e qualche volta alla loro realizzazione.

Perchè non fare un figlio?

In Mala tempora currunt on 7 gennaio 2011 at 13:43

Da Libero colgo questo articolo per porre la classica domanda deficiente: Ma perché non fai un figlio?
Eh già, è una domanda stupida perché se una non fa un figlio una ragione certamente c’è. E la risposta non è detto che sia così scontata. Sicuramente è una risposta personale su cui è inutile indagare. E’ come se per qualcuno, ci fosse un solo modo per essere donna, o un solo modo per essere famiglia. Che avere figli sia una necessità è solamente un luogo comune. Non tutti siamo uguali per fortuna. Non ci si muove tutti sullo stesso istinto e non si mediano le decisioni con le stesse armi perché comunque una battaglia grande o piccola c’è sempre. Sarà che gli altri non si fanno mai gli affari propri o sarà che esiste davvero un orologio biologico, prima o dopo una donna ci si trova di fronte. Faccio un figlio oppure no? Che poi la risposta, sia che venga data di “pancia” oppure venga più meditata, sempre una risposta parziale è. Perché quello che non fai oggi potresti desiderare di farlo quando non ti è più possibile o viceversa. Ci sono donne che sono attrezzate solo per diventare delle ottime zie perché a diventar madri non le vedo proprio. Forse poi il termine appropriato è essere brave madri perché a diventar madri, se non esistono veri problemi contingenti, è facile come bere un bicchiere d’acqua. La cosa complicata è esserlo poi per tutta la vita. Magari anche esserlo in tutti i propri momenti di vita, ma anche nei momenti di vita di quel figlio, perché, una cosa è certa, un figlio è come un diamante, è per sempre.
Sinceramente tra le donne che non hanno avuto figli, che vedo davvero tristi sono quelle che non hanno potuto averne. Si sono sentite fallite e tradite dal proprio corpo, che poi molto spesso non è neppure colpa loro e per quanto siano sensibili non è che questa difficoltà gliela passano in modo indolore al compagno. Alcune hanno dirottato il loro desiderio inesaudito, adottando un figlio. Ho un’amica che dopo aver adottato un bambino per colpa della sua infertilità è rimasta incinta ed ha avuto una bella bambina. Un’altra amica dopo aver partorito un bambino malformato, deceduto subito, ha adottato quattro fratellini giocandosi così il rapporto con un marito un po’ egoista. Ho visto mariti che hanno costretto mogli inadatte ad avere figli creando degli altri disadattati. Conosco ragazzine che hanno avuto bambini e che li hanno trattati come bambolotti e che si sono giocate la vita o l’hanno giocata alla di loro madre o ancora al di loro figlio. Ho visto coppie che hanno deciso di non avere figli e che hanno vissuto benissimo del loro amore e del loro vicendevole rispetto. Ho visto donne egoiste negarsi e negare un figlio per voler mantenere il loro stato connaturato di “figlie per sempre”. Ho visto uomini elargire figli solo per tenere la loro compagna impegnata e per non farle comprendere le loro notevoli mancanze. Insomma ho visto di tutto un po’: donne coraggiose e donne insicure. Ho visto uomini partecipi e altri indegni. Ho visto bambini felici, ma anche bambini lasciati a loro stessi dalle incapacità e manchevolezze dei genitori.
E in questa casba come si fa a ergersi a giudice che tutto sa e tutto pianifica?
Se valesse la stessa legge per tutti, di questi tempi, non si farebbero bambini punto. Valutando tutti i fattori non è detto che si possa assicurare loro un presente e sicuramente non si può assicurare il loro futuro. Ad una domanda come questa mi si potrebbe rispondere: “Avere un figlio? E chi me lo mantiene?” oppure “Perché mettere al mondo un figlio se quello che lo aspetta e buio e incertezza?” E chi può negarlo? Magari è meno egoista e più responsabile non fare ulteriori infelici. Chi lo può dire? Intanto io guardo una ragazzina diventata madre un po’ troppo presto, quando ha ancora la voglia di divertirsi e non avere impegni. Si rifiuta di allattare il bimbo per più di un tot per non rovinarsi il seno. Si lagna del costo del latte in polvere e ha deciso di passare alle pappette forse un po’ troppo presto. Consegna il bambolotto in braccio a tutti e preferisce uscire col suo ragazzo invece che dedicarsi a crescerlo. Vive con l’aiuto dei genitori e non si chiede cosa le riserva il domani. Io le voglio bene e rispetto il suo diritto, ma… mi chiedo e le vorrei chiedere: “Perché l’hai fatto?”

Passo dopo passo

In La leggerezza della gioventù on 23 novembre 2010 at 11:59

Gabri era uscita di casa sbattendo la porta. Si era pure scordata di prendere su la chitarra. Era arrabbiata e delusa. Si sentiva incompresa e angariata da quei due che dicevano di essere i suoi genitori. Non facevano che dire: “Perché non ti vesti come Maria?” “Non vedi che è più carina di te, più curata.” “Non vedi che si fa voler bene da tutti e tu invece…” Lei non voleva farsi voler bene da tutti. Almeno non lo voleva più. Voleva andarsene di casa e finalmente liberarsi di loro e pure di quella sorella che non faceva che renderla antipatica ed insicura. Mary quella bella. Mary la bionda e volubile figlia di quella vecchia coppia.
Gabri si sentiva davvero un relitto. Lei era nata tarchiata e nera. Nessuna grazia. Ma non era stupida però, non come sua sorella. Un giorno gliel’avrebbe fatta vedere lei. Si sarebbero rimangiati tutte le loro critiche. D’altra parte a lei nessuno aveva dato niente. Nessun regalo nella sua culla. Niente fate che l’avrebbero cambiata in una dolce fanciulla e tanto meno niente principe azzurro. Ne aveva di che dormire prima di un bacio. Perché le cose dovevano andarle sempre così? Perché proprio a lei?
Piena di rabbia si era avviata in piazza. Magari avrebbe trovato qualcuno con cui sfogarsi, magari avrebbe trovato Michele, lui era sempre così disponibile… Sperava che non fosse con Rossana. Se Michele era con lei non l’avrebbe nemmeno degnata di uno sguardo. Ma perché gli uomini erano così scemi? Sempre pronti a rimanere folgorati dalla bella di turno, magari oca.
Michele sarebbe stato il suo ragazzo ideale se non ci fosse stata Rossana. Ne era certa, se lo sentiva dentro. Lui l’apprezzava e le parlava lungamente di poesia e di libri, come di musica e di amicizia. Se non fosse che aveva messo gli occhi sulla sua amica, l’avrebbe sicuramente conquistato… erano simili in fin dei conti, a parte Rossana a lui non interessava davvero la bellezza. Aveva come lei altri valori. Ma accidenti perché Rossana non si levava dalle palle? Tempi difficili per lei: desiderava ardentemente delle cose che non riusciva a raggiungere mai.

Quello che non si può dire

In amore, Anomalie on 17 maggio 2010 at 13:47

Ormai sono vecchio e pure stanco. Dicono che alla mia età si dovrebbe vedere il mondo con occhi saggi. Io non ci credo perché saggio non sono oggi, come non lo ero prima. Se qualcosa ho imparato dalla vita quella non è certo saggezza, direi piuttosto che si tratta di abitudine alla sconfitta. Se mi guardo indietro posso dire che ho almeno tentato di fare quello che mi piaceva di più, almeno nei limiti del possibile, anche se non ai limiti del concesso. Perché quelli no, li ho superati quando ero un ragazzo. Allora io sapevo di essere diverso, mi sentivo gazzella nel corpo di un leone. Ero destinato ad essere vittima e non volevo neppure fingere di essere qualcosa di differente. Marcello me lo aveva spiegato dopo: “La tua sensibilità, si legge nei tuoi occhi e nei tratti del tuo viso. Si trasmette al tocco delle tue mani. Tu sei troppo delicato per essere vero.” E fu così che mi amò. E fu così che lo amai per tutta la vita. Ma questo avvenne dopo come già detto.
Da ragazzino andavo al patronato da don Gerardo, e anche se io non avevo ancora capito di che pasta ero fatto, il vecchio prete mi aveva letto nell’anima. Quando a volte mi parlano degli effetti che può avere l’ingerenza di una persona adulta sulla psiche di un giovane mi ritrovo a pensare che fin da piccolo avevo la necessità di trovare un uomo adulto che mi prendesse sotto la sua ala e mi desse tutta la sua attenzione ed il suo amore. Mamma era una grande donna, ma lei credeva solo nelle cose pratiche, mi dedicava un affetto ruvido, fatto di poche parole che mi educavano a nascondere i sentimenti e le debolezze.
A scuola poi fu un vero tormento. Non c’era modo di farmi accettare dagli altri. Io desideravo così tanto di piacere e di assecondare le amicizie che finivo con l’essere preso in giro e messo da parte. Imparai la dote del silenzio. Osservai il mondo attraverso occhi che non vedevano mai bene la realtà, bensì rubavano l’essenza delle cose. Con le donne stavo bene, loro sì che mi erano amiche, loro condividevano con me quanto condividevano con le altre. Con loro spesso mi confidavo. Con loro spesso mi confondevo. Le amavo tutte come sorelle, ma mai e poi mai mi sono sentito attratto da loro.
Crescendo, questo ormai mi era evidente: il mio corpo era il corpo di un uomo che provava lo stesso piacere del corpo di una donna. Ma non è per questo che dico di essere nato gazzella e di aver avuto il destino della preda. Il male lo vivevo dentro sapendo che non ero un uomo giusto per i tempi che vivevo o forse un uomo giusto e basta. Soffrivo di essere deriso, come soffrivo di essere rifiutato e offeso, ma la cosa che non sopportavo era di amare senza essere riamato. C’erano cose che non potevo confessare mai, né a Don Gerardo, né a mia madre e nemmeno alle mie occasionali amicizie.
Quando comincia a lavorare, per i primi tempi i colleghi maschi mi tenevano alla larga, ma poi avevano capito che non ero un pericolo per nessuno e che soprattutto non avevo ambizioni di apparire migliore degli altri. Così mi intortavano facendomi fare i lavori più faticosi e meno soddisfacenti. Era facile per loro mostrare una generosità di amicizia che si guardavano bene dal dimostrarmi al di fuori dell’ufficio. Ma a me bastava essere lasciato in pace e di non subire il loro quotidiano disprezzo.
Mamma continuava a guardarmi con quell’aria afflitta. Sapeva che da me non avrebbe potuto aspettarsi niente di buono, ma ero il suo ragazzo e cercava almeno di farsene una ragione. Mi innamorai perdutamente di un compagno di giochi ma non lo dissi mai a nessuno. Ero troppo giovane per sostenere l’ironia degli altri. Poi successe al liceo, ma anche questa volta non avevo avuto il coraggio di farlo capire. Eppure Donato era pure lui un reietto. Si vedeva lontano un miglio che era diverso, anche se fingeva di essere un grand’uomo e di fare tutto quello che un uomo deve per forza fare. Col senno di poi avrei anche potuto avvicinarlo e parlargli, forse avrebbe potuto ascoltarmi o forse, peggio degli altri, avrebbe potuto ferirmi. Ci sono cose che non si possono dire mai ed io questo l’avevo imparato presto.
Poi incontrai Marcello, l’uomo che cambiò la mia vita. Lo incontrai una nebbiosa sera di novembre, sulla strada di ritorno dal lavoro. Mi chiese se mi poteva accompagnare, visto che si faceva la stessa strada. Mi disse subito la verità: a lui le parole non facevano male. Mi raccontò della sua famiglia; che l’aveva scacciato di casa perché figlio degenere. Mi parlò dei suoi sogni e dei suoi desideri. Mi citò libri che aveva letto e mi parlò di arte classica e di viaggi. Mi confessò che mi seguiva ormai da molte settimane. Era forse per questo, per quel suo dire così immediato e senza timidezza che iniziai ad amarlo ancor prima col cuore che con la mente. Invidiavo la sua capacità di affrontare la vita. Io ero così timido e così desideroso di essere amato che non ebbi mai il coraggio di chiedere apertamente il mio diritto di esistere.
Con Marcello passammo una vita insieme, plasmandoci a vicenda, soprattutto lui plasmando me. Poi la sua terribile malattia e la insopportabile perdita. Non avrei ma pensato di sopravvivere. Non avrei mai creduto di poter continuare ad esistere anche senza di lui. Oggi parlo e uso le sue parole per descrivere il mondo, oggi affronto la vita con il suo coraggio, oggi esisto, ma devo tutto al suo amore. Se fosse stato per me, per quello che ero e per come lo ero, non avrei mai saputo spiegare agli altri i sentimenti e le emozioni che hanno fatto parte della mia vita. Ora ne parlo perché sono vecchio e perché Marcello mi ha insegnato che non esistono cose che non si possono dire.

Assenza

In Amici, amore, Anomalie, uomini on 20 febbraio 2010 at 5:39

Tu sei un principe”. Questo avevo pensato quando ti avevo conosciuto in quel bar. Avevi quell’elegante noncuranza che è tipica di chi gli viene naturale e che non si deve dar troppo da fare per sembrare sempre a posto. Avevi accavallato le lunghe gambe in una posa quasi languida, ma tenevi eretto il busto come se ti portassi dietro un’educazione fatta di imposizioni e posture. Ovviamente eri alto, più alto della media, e magro, più magro della media, e i tuoi vestiti ti cadevano addosso come fossero stati cuciti su di te. Infatti era questo che mi aveva colpito per primo. Non che fosse vera avvenenza, anzi il tuo viso sembrava sgranato e solcato da mille piccoli avvallamenti e gli occhi erano scuri e seri. Stavi attento a non sporcati col giornale i calzoni. Allora non sapevo che non sopportavi di avere gli abiti sporchi e sgualciti. La tua attenzione era meticolosa per evitarti ogni spiacevole imprevisto. Avevi teso la mano asciutta e avevo notato le tue dita sporche di nicotina. La stretta era nervosa. Ero convinto di essere capace di capire tutto solo da una stretta di mano. Ma la tua stretta sigillava un mistero. La voce era profonda e roca, effetto delle stesse sigarette sicuramente. Le tue parole misurate rotolavano dalle tue labbra con gentilezza e parsimonia. Avrei conosciuto poi il tuo parlare erudito, la tua memoria di ferro, l’entusiasmo del tuo conoscere. Tu mi raccontavi la Storia come se fosse stata parte del tuo vivere quotidiano. Era strano per me; da subito io ti amai. Fui affascinato dal tuo abito impeccabile, dai tuoi modi signorili, dalle tue abitudini un po’ sorpassate. Desiderai fin da subito l’attenzione del tuo sguardo interessato e il tuo tocco lieve. Guardavo come tenevi in mano le tue immancabili sigarette, sembravano parte di te. C’era qualcosa di naturale ed eccitante sull’incurvatura del tuo polso, su come facevi uscire il fumo da quelle labbra ancora affascinanti e generose. Quella tua figura seduta al tavolino del bar in quella giornata di sole mi aveva conquistato e tu mi avevi donato la tua benevola considerazione. Ci incamminammo insieme verso casa tua, con una naturalezza che non avevo mai provato. Non mi ero chiesto nulla e nulla avrei preteso. Provavo solo un brivido quando mi sfioravi il braccio per sottolineare una parola. Mi ero trovato a sperare che la tua mano si soffermasse un poco di più, così da farmi esondare il cuore. Da quel giorno ti amai e tu diventasti il mio re. Mi donasti la tua cura e mi prendesti nella tua casa. L’amore dovrebbe durare all’infinito e non dovrebbe perdersi mai. Avrei voluto ritrovarti ogni giorno seduto a quel tavolino con la tua aria compunta e riservata. Avrei desiderato respirare ancora l’aria fumosa che fluttuava intorno a te. Invece oggi che non sei più io muoio della tua assenza.

Rosae, rosarum, rosis…

In La leggerezza della gioventù on 12 febbraio 2010 at 15:20

14 febbraio 1976 – S.Valentino

Pioveva e tirava un vento freddo che spazzava la strada. Una giornata pessima, nemmeno la voglia di leggere un libro. Lei era sola. Non che fosse una novità, anzi. Essere sola era ormai una brutta abitudine che non voleva modificare e a 25 anni certe abitudini fanno male. In casa non c’era nessuno, nemmeno la sua amica, con la quale avrebbe potuto almeno scambiare qualche parola e dividere un pasto svogliato. Non che a star da sola le desse noia, era abituata e ormai lo era da un bel po’ di tempo. Non voleva pensarci. Certo che quello se l’era voluto lei, come tutta la situazione che viveva giorno dopo giorno. Non era facile amare un uomo sposato. Il fatto era presto detto, ma nessuno poteva capire a fondo quanto le costasse. Non c’era notte che condivideva il suo sonno, non c’era risveglio che trovasse un buongiorno, non c’era domenica per poltrire o fare le cose assieme, non c’era festa, nessun Natale, nessun compleanno. Spiava dalla finestra le pozze d’acqua agitate dalla pioggia e dal vento, nessuno per la strada. Guardando il cielo pensò che lui era partito con la famiglia, una breve vacanza, non fu così astiosa da augurargli che il maltempo lo avesse seguito, tutto sommato non amava pensarlo nel calduccio della camera da letto con lei, la sua signora.
I pensieri venivano a folate come il vento. Certo succedeva ogni volta, bastava un niente e lei esasperata cercava di mettere fine a quel tormento. “Vattene, facciamola finita, tanto le cose non cambiano e non si può andare avanti così.” Poi, non sapeva cos’era, ma si riprendevano e la storia ricominciava da dove l’avevano interrotta. Stavolta, come sempre, lei era certa che non si sarebbero rivisti più. Maledizione: un brivido, cominciava a sentire il freddo dentro alle ossa, ma preferiva pensare che fosse solo il cattivo tempo. Maledetto, lui, che se n’era andato offeso. Ma chi gli dava il diritto di sapere cosa fosse meglio per lei? Se ne stesse pure a coccolare quell’altra, era nel suo diritto, tanto prima o dopo lo avrebbe cancellato, era naturale, era necessario.
Certo la giornata non aiutava. Tra l’altro era il 14 febbraio, era S.Valentino, lei aveva 25 anni buttati al vento, lui era con un’altra, lei non lo voleva più neanche sentir nominare e veniva giù una pioggia torrenziale. Certo che almeno una telefonata l’avrebbe anche potuta anche fare. Non era forse per questo che lei, oggi, non era uscita per niente? “Raccontati pure che lo stai facendo per il maltempo, però lo sai che l’hai fatto per aspettare che lui ti facesse un segno, signorinaemeritacretina.” Questo era il problema, lei da quella storia non ne veniva fuori e anche per questo ci stava male come un cane bastonato. “Ma a lui cosa costava una parola, un segno?…” Intanto, mentre guardava il vento spruzzare di pioggia gelata i vetri, vide apparire sulla strada un enorme mazzo di rose rosse. Un mazzo così grande che il ragazzo delle consegne ne veniva totalmente nascosto e caracollava per la strada spostato da ogni colpo di vento. “Che ci fa quel poverino sotto la pioggia con quel mazzo impossibile? Non riesce neppure ad aprire l’ombrello. Quando lo porterà invece della mancia dovrebbero consegnargli una medaglia!” In quel momento ebbe un pensiero: “Ma no! Non può essere. Lui non è il tipo e poi ci siamo lasciati… o proprio per questo… ma no dai! è assurdo, non ci avrebbe pensato mai, non è nelle sue corde…” Eppure quel mazzo avanzava incerto per la strada, come a volersi far ammirare e a tenerle il fiato sospeso. Ad un tratto il mazzo scomparve alla sua vista, lasciandola come tramortita e il campanello suonò. “Non può essere… certo che se è lui, lo dovrei per forza perdonare… come posso essere arrabbiata dopo una dimostrazione simile? Ma dai, non è per te, sarebbe una pazzia, ma una pazzia terribilmente romantica.” I passi del garzone salivano pesantemente la scala: “Lo porta qui? Ma come mai… ma da chi… ma non è possibile!.. e se è lui? Lo so, lo dovrò ringraziare. Ma no, dai, non essere scema, non può essere, sarebbe come dire che ha capito qualche cosa e questo è comunque da escludere… non è certo cosa da lui, non ti pare?” Sentì il ragazzo arrancare sulle scale accompagnato dal rumore crepitante del cellophane maltrattato. Non ci credeva eppure quelle rose non potevano essere che sue e di nessun altro… Il ragazzo raggiunse ansimante la porta, le passò un biglietto e le disse “Mi scusi tanto, signora, ma mi sono perso, mi saprebbe indicare con gentilezza se conosce questa persona e se per caso sa dove posso trovare questo indirizzo?” A lei era rimasto un unico lumicino di speranza, che leggendo si spense subito con un tonfo: “Monica Sacchi?… No! davvero non la conosco, mi dispiace e l’indirizzo non mi dice niente… lo so che è complicato trovare un numero tra i 6000 di questo quartiere, ma se non sa darmi qualche altro dato non posso esserle di aiuto.” Il ragazzo disperato riprese le scale e se ne andò.
Maledetta Monica come ti odio!” A quelle parole così ovvie ed inutile le venne una gran voglia di ridere, che speranza assurda, tanta aspettativa per niente, tutti quei pensieri ed alla fine… come si sentiva ridicola, per un attimo aveva sognato troppo in grande per un amore così piccolo, aveva investito tutto su un gesto così teatrale, così prevedibile… Intanto con le spalle appoggiate alla porta e con il cuore un po’ più leggero continuava a ridere senza freno sentendosi davvero proprio come una scema.

Un atto d’egoismo

In Donne, uomini on 28 dicembre 2009 at 15:17

In risposta ad  Un piccolo te del blog di Ifigenia.

Il problema non stava in un rapporto tra lei e la sua coscienza, bensì tra il suo desiderio, di stringere in un abbraccio quel piccolo esserino che le avrebbe scaldato la vita, e il terrore di perdere il suo compagno che quel figlio non lo voleva proprio e non lo aveva mai voluto.
Inutile dimenarsi nel dilemma. Lei aveva due sole possibilità: tenersi il bambino o tenersi il padre di quel bambino, ma le due cose insieme no. Inutile recriminare, inutile piangere o disperarsi, lei era la sola colpevole. Aveva finto di non sapere che sarebbe giunta a quel punto. Aveva rinviato le domande e le risposte. Ora la palla era sua, solo sua. Ogni donna o quasi ogni donna si trova di fronte a quel dilemma: voglio un figlio oppure no? Molto spesso è una prassi normale e il figlio arriva senza che nessuno se ne accorga più di tanto, senza produrre grandi cambiamenti. In lei il cambiamento sarebbe stato epocale, oltre ogni logica. Lui glielo aveva detto fin dall’inizio: “Non voglio bambini, lo devi sapere da subito. Se pensi di voler avere un figlio, non possiamo pensare ad una vita insieme.” e lei, in quel momento, aveva condiviso tutto, anche questo. Mai avrebbe pensato che sarebbe stato un accordo contro natura, ora lo sapeva…
Fosse stato l’orologio biologico che ogni donna ha dentro di sé oppure la sensazione che lui l’avesse in qualche modo costretta o l’avesse imbrogliata, la rendeva riottosa a decidere. Comunque ora fra di loro c’era un bambino. Ora lei aveva il potere di avere tutto a discapito di tutto. Ora il coraggio era troppo o troppo poco. La coperta era troppo corta per coprire la sua realtà. L’amore non era poesia. La speranza e l’illusione erano vane. Avere un figlio senza padre o un padre senza figlio? Chi era l’egoista? Lei? Lui? Chi aveva sbagliato? Chi avrebbe sbagliato di più?
Lui cortesemente, ma con fare distaccato le aveva chiesto: “Hai già deciso quando andare all’ospedale?” Lei, silenziosamente aveva iniziato a piangere, adesso lo sapeva che l’avrebbe odiato per tutta la vita.

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