rossaurashani

Posts Tagged ‘deserto’

Hanno trasformato il deserto in un giardino fiorito….

In amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 24 gennaio 2013 at 0:50

SONY DSC

Su questa affermazione avrei proprio molto da dire… Chi è che ha trasformato il deserto in un giardino? O meglio chi è che ha trasformato il giardino in un deserto? Qui non si tratta di un gioco di parole, si tratta praticamente di un ulteriore furto verso una popolazione che di diritti, per gli occupanti, non ne ha.
La chiamano la guerra dell’acqua, ma guerra non c’è, i giochi ormai sono tutti fatti: Israele ruba l’acqua alla Palestina in modo totale e disumano, e oltre a rubarla gliela rivende a prezzi proibitivi. Evidentemente uno dei peggiori ricatti che si possano fare agli esseri umani, un po’ come assetare una persona e poi fornirgli solo qualche goccia d’acqua al costo di una bottiglia di champagne, chiedete alla Mekorot come funziona il furto e come fa a tenere sotto scacco, e in penuria di acqua, i territori della striscia di Gaza e della Cisgiordania.
Noi partiamo al mattino di una bella giornata di sole verso la valle del Giordano. Come vi dicevo su questa valle personalmente avevo un immaginario che vedeva le pigre acque di un fiume circondato da palmeti verdi e da bananeti, però ho sbagliato, sbagliato di brutto, anche se quel fiume dovesse essere stato più piccolo certo e meno importante del Nilo a cui pensavo, vi giuro che lì un fiume non c’è più, quelle acque non ci sono più, e il deserto percorre kilometri in pochi mesi, solo sui villaggi palestinesi, con buona allegria di chi di queste acque ne fa mercato. Il Giordano è sparito ed è finito nelle tasche di Israele, come stanno scomparendo, di conseguenza, pure le acque salate del Mar Morto. Ma tanto quelle, pur essendo lo stesso un buon affare, i palestinesi non le possono vendere e bere.
Visitare la valle del Giordano ti fa pensare che il deserto si stia riprendendo tutto il suo giardino. I palmeti e i bananeti sono dissecati e l’arsusa ha fatto morire bestie e uomini. Le terre sono diventate incolte e brulle, ma solo quelle palestinesi però, se guardi bene dietro ogni recinzione elettrificata, dietro ogni controllo dell’esercito c’è il fantastico verde delle coltivazioni israeliane. Certo che fanno fiorire il deserto, bella forza, stanno facendo morire di sete l’altra terra, quella della Palestina.
Milioni di palme piantate con la cortese e sollecita partecipazione della Mekorot, azienda per la raccolta e la distribuzione dell’acqua.
L’organizzazione per la difesa dei diritti umani, in un rapporto pubblicato di recente, ha accusato le Autorità israeliane di dare ai 2,3 milioni di palestinesi in Cisgiordania meno acqua di quanta non ne abbiano, in quel territorio, 450.000 coloni che si strafogano dentro alle loro piscine nelle colonie illegali.
C’è pure una legge che vieta ai palestinesi di scavare pozzi adeguati, per estrarre un po’ dell’acqua del sottosuolo. Gli israeliani invece lo possono fare, senza contare che la Mekorot estrae tutta l’acqua dalle sorgenti che fornivano le acque al Giordano e naturalmente ai villaggi.
I palestinesi non possono trasportare l’acqua e non possono nemmeno raccogliere seriamente quella piovana, ammesso che piova. Possono bere poco e lavarsi niente, così almeno debbono confermare l’idea che non sono poi così puliti come vorrebbero dare da intendere.
E la giornata si fa calda. Calda davvero. Così almeno abbiamo un assaggio di quello che può succedere in estate, quando il sole ti prosciuga anche il cervello, e non ci sono che sassi e terra arsa e nemmeno l’ombra di un albero sotto il quale potersi riposare.
Guardo corruciata il vecchio wadi prosciugato, la sorgente risucchiata dentro i tubi superprotetti delle pompe di sollevamento della Mekorot, l’aria asettica del furto di stato e sempre le solite reti di difesa e i sensori per tener lontani i derubati.
Dall’altra parte della strada la condotta che porta ai villaggi: una piccola pozza di acqua stagnante che non supera il livello per consentire lo scorrimento.
Eccovi serviti cari palestinesi, eccovi la prova della possibilità di uno stato unico pari diritti e pari doveri in una società multietnica e multireligiosa, con le risorse idriche in mano agli uni a scapito degli altri, con le terre fertili, e anche quello non, strappate al lavoro e alla cura dei loro proprietari originari…
Ripenso alle foto della Palestina storica e mi viene da piangere… hanno trasformato il giardino in un deserto che fa crescere solo i sassi, quelli usati per tutte le intifade passate e future.
Ci fermiamo in un villaggio sassoso, ci aprono le porte della loro “Scuola delle Idee“, un centro sociale gestito dal Comitato popolare. Ci raccontano le vessazioni per le leggi emanate e anche per quelle giornalmente inventate da polizia e soldati fantasiosi. “Il trattore non può uscire oggi ci vuole il permesso”; ma il permesso di chi? Nessuno lo sa. “Te lo confischiamo e per riprenderlo ti ci vogliono 1000 sheckel”Ma io ci lavoro con quella ruspa…” “No, non puoi non hai il permesso di smuovere la terra”. “Ma il terreno è mio!”. ” Può essere, ma non hai nessuna carta scritta.” e così altri 1500 sheckel che passano nelle mani del nemico.
Noi siamo lì a mangiare il loro pane e le loro verdure cresciute con tanta fatica, il loro tè fantastico e ci svuotiamo le tasche, almeno stavolta il trattore riescono a liberarlo con i nostri soldi, ma fa rabbia sapere in che tasche vanno, sapere che sarà ogni giorno così e il mondo non sa o finge di non sapere, e gli amici di Israele si beano della loro solidarietà pelosa, della loro cecità interessata, della loro ipocrisia di facciata.
Dall’altra parte della strada un piccolo appezzamento di terra coltivato, è spelacchiato e arido, ovviamente appartiene ai nostri amici palestinesi. Più distante invece c’è l’oasi recintata elettricamente, chiusa dentro oppure chiusa fuori dalla povertà.
Io sogno di uscire di notte con il trapano a bucherellare le tubazioni, 1000 buchi ogni notte per ogni persona di buona volontà… forse il fiume ritornerebbe a scorrere le sue rive, forse il deserto non si fermerebbe ai recinti elettrificati, forse la terra riprenderebbe a vivere. Ma Luisa ci frena: “Guardate che loro controllano il territorio e piombano subito appena scorgono un po’ di verde e qualche coltivazione, distruggono i pozzi e controllano da dove arrivi questa improvvisa ricchezza… Il controllo è basilare per eliminare ogni risorsa che possa far rimanere i palestinese in questo territorio. Non li vogliono e li stanno eliminando come fossero zecche.”
Poi dicono come fa a entrarti nell’anima la voglia di Intifada.
Pomeriggio di relax a Gerico, dove comperiamo i datteri palestinesi grossi come sassi e i dolcetti al sesamo, prendo la strada della montagna e guardo dall’alto, il verde sta attorno a pozze d’acqua che si conservano solo perchè sotto il terreno sono nascosti teloni impermeabili… non so se è una furbata oppure una necessità, comunque sono la sola ad accorgermene e forse chissà non se ne sono accorti nemmeno gli altri.
A fine giornata uno sguardo al Mar Morto rinchiuso nella rete di protezione e nel reticolato tagliente… trasformato in un campo minato, in pratica dove prima c’era l’acqua adesso c’è il cartello “attenzione pericolo mine“, già devono pure proteggersi dall’invazione giordana oppure da quella aliena e poi che fascino lo spazio vuoto del mare che non c’è più. Ed io sono triste e non vedo l’ora di tornare in albergo, sono solo sei giorni che sono qui e mi pare una vita.
Ora come spiegherò agli amici di Israele che i loro beniamini non hanno nessun amore per questa terra, certo ad onor del vero non sarebbe la loro terra per davvero, è un po’ come la soluzione trovata da Salomone di dividere in due il bambino conteso tra due madri, quale verrà considerata la madre vera? Non certamente quella che preferisce avere il mezzo bambino conteso e cadavere.
E mi ritorna, nel silenzio, ancora la voglia di Intifada.

Annunci

53) Il deserto dei Tartari

In Un libro al giorno on 31 luglio 2010 at 8:00

Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione.
Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò nello specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c’era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo.
Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all’Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l’incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni ad uno ad uno, che sembrava non finissero mai.

Soluzione
Titolo: IL DESERTO DEI TARTARI
Autore: DINO BUZZATI

Trama: Il romanzo segue tutta la vita di Giovanni Drogo, dal momento in cui questo, ventunenne pieno di ambizioni, arriva alla Fortezza Bastiani, sua prima destinazione dopo la recente nomina a tenente.
La Fortezza, ultimo avamposto ai confini settentrionali del regno, domina la desolata pianura chiamata “deserto dei Tartari”, un tempo teatro di rovinose incursioni da parte dei nemici. Tuttavia, da molti anni nessun attacco è più giunto da quel fronte, e la Fortezza, svuotata ormai della sua importanza strategica, è rimasta solo una costruzione arroccata su una solitaria montagna, di cui molti ignorano finanche l’esistenza.
Dimenticata da tutti, essa continua tuttavia a vivere secondo le norme ferree che regolano gli organismi militari, ed esercita sui suoi abitanti una sorta di malia che impedisce loro di lasciarla. I militari che la abitano sono, infatti, animati e sorretti da un’unica, inconfessata speranza: vedere apparire all’orizzonte, contro le aspettative di tutti, i nemici. Fronteggiarli, combatterli, diventare eroi: sarebbe l’unica via per restituire alla fortezza la sua importanza, per dimostrare il proprio valore e, in ultima analisi, per dare un senso agli anni spesi in quel luogo.
Anche Drogo, che pure si proponeva di rimanere alla Fortezza per pochi mesi, ne rimarrà affascinato, dalle rassicuranti e pigre abitudini che vi scandiscono il tempo, dalla speranza di una futura gloria che lo porterà ad investire i suoi vent’anni, e poi la sua intera vita, in una speranzosa, e infine rassegnata, attesa.
Soprattutto, domina la certezza di non poter più tornare indietro. Sin dalla sua prima licenza, dopo quattro anni di permanenza, Drogo sentirà un senso di estraneità e smarrimento nel ritornare al suo vecchio mondo, ad una casa che non può più dire sua, ad affetti a cui scopre di non saper più parlare.
Nell’attesa della “grande occasione” si consuma la vita di Drogo e dei suoi compagni; su di loro trascorrono, inavvertiti, i mesi, poi gli anni. Drogo vedrà alcuni dei suoi compagni morire, altri lasciare la fortezza ancora giovani o ormai vecchi. Fino alla beffa finale: proprio nei giorni in cui i nemici, finalmente, avanzano verso il confine, Drogo dovrà lasciare la Fortezza, minato da una malattia che non gli consente di proseguire oltre la vita militare. La morte lo coglierà solo, in un’anonima stanza di una locanda di città, ma non in preda alla rabbia e alla delusione.
Drogo, infatti, crederà di riconoscere, nei suoi ultimi istanti di vita, la sua personale missione, l’occasione per provare il suo valore che aveva atteso per tutta la vita: affrontare la Morte con dignità, “mangiato dal male, esiliato tra ignota gente”. Drogo non ha quindi centrato l’obbiettivo della sua esistenza ma ha sconfitto il nemico più grande: la morte.

49) Il piccolo principe

In Un libro al giorno on 27 luglio 2010 at 8:00

Un tempo lontano, quando avevo sei anni, in un libro sulle foreste primordiali, intitolato “Storie vissute della natura”, vidi un magnifico disegno. Rappresentava un serpente boa nell’atto di inghiottire un animale.

Soluzione
Titolo: IL PICCOLO PRINCIPE
Autore: ANTOINE DE SAINT-EXUPERY
trama : L’autore sorvola il deserto del Sahara, quando gli si rompe una parte del motore e cade. Il giorno dopo l’atterraggio, l’autore si risveglia al suono della voce di un bambino che gli chiede se gli può disegnare una pecora. L’autore intuisce che è un piccolo principe proveniente da un altro pianeta. L’aviatore comincia a disegnare varie pecore, che il bambino rifiuta, fino a quando, esasperato, disegna una scatola con dei buchi, all’interno della quale – dice – si trova la pecora. Il piccolo principe è soddisfatto e alla fine della discussione racconta la sua storia. Nel racconto compare anche il segreto dell’amicizia: […] l’essenziale è invisibile agli occhi […].
Il piccolo principe vive su un asteroide poco più grande di una casa, chiamato B 612, che ha tre vulcani, uno dei quali è spento, e una rosa molto esigente, vanitosa e spavalda. Un giorno parte per vedere come sia il resto dell’universo, e visita alcuni altri asteroidi abitati da adulti. Il piccolo principe visita gli asteroidi 325, 326, 327, 328, 329 e 330. Sul primo pianeta trova un re triste perché non ci sono uomini per servirlo, sul secondo un uomo vanitoso che quando il principe batte le mani alza il cappello e incomincia a inchinarsi e a vantarsi, sul terzo un ubriacone che beve per dimenticare la «vergogna di bere», sul quarto un uomo d’affari che conta le miriadi di stelle convinto di possederle, sul quinto un lampionaio che continua ad accendere e spegnere il suo lampione e sull’ultimo un geografo che attende l’arrivo di un esploratore che gli dica la struttura degli altri pianeti. Il geografo che cataloga tutti i pianeti conosciuti gli chiede di descrivere il suo asteroide. Il principe descrive i vulcani e la magnifica rosa che illumina il suo piccolissimo pianeta, ma il geografo gli risponde che loro non catalogano i fiori perché sono esseri effimeri e non vivono in eterno come le montagne, i laghi o le altre cose di cui egli si occupa. Il Piccolo Principe è molto seccato da ciò che gli è stato detto ed è in pensiero per la sua rosa. Il geografo, successivamente, gli consiglia di visitare la Terra.
Sulla Terra trova una grande quantità di roseti ed è abbastanza stupito, perché pensava che la sua rosa fosse l’unica di tutto l’universo. Poi incontra ed addomestica una volpe che gli spiega che la sua rosa è speciale perché è l’unica che egli ami.
Dopo aver sofferto la sete, il pilota ripara finalmente il suo aereo e scopre che anche il piccolo principe deve tornare alla sua casa. È passato un anno dall’inizio del suo avventuroso viaggio alla scoperta di altri mondi. Quella stessa notte il piccolo principe deve ritornare al suo asteroide.
Per tornare al suo pianeta si fa mordere da un serpente che aveva incontrato appena sceso sulla terra. L’aviatore subito dopo riparte e torna a casa, e ogni volta che guarda le stelle pensa al Piccolo Principe e sorride.

Il mare di sabbia

In Gruppo di scrittura, Viaggi on 19 ottobre 2009 at 14:00

IMGP3770

Era stato un invito improvviso. Sembrava casuale, ma a pensarci forse l’avevano fatto apposta. Forse sapevano che non avrei rinunciato ad un viaggio con loro. Forse sapevano che dovevo lasciami indietro una brutta storia. Forse perchè poteva essere bello fare ancora un viaggio assieme. L’ultimo si perdeva nella notte dei tempi. L’ultimo ci aveva portato per le vecchie strade, ma a quel tempo quasi mulattiere, dell’isola di Creta. Vieni con noi nel deserto? Era la mia prima volta. Come facevo a dire di no? Partimmo subito dopo Natale. Il tempo giusto per stare prima un po’ in famiglia e poi fuori dalla pazza folla. In fin dei conti l’ultimo dell’anno porta con sè, sempre, pensieri fastidiosi che assomigliano a bilanci e a propositi di essere finalmente migliori. Propositi che non si realizzano mai. Per me andarmene via, proprio in quel momento, era un toccasana. Volevo liberarmi di pensieri tristi e di situazioni dolorose. Volevo finalmente riappropriarmi della mia vita. Certo non era la prima volta. Contavo che stavolta sarebbe stata l’ultima. E arrivammo lì a Siwa. Un luogo fuori del tempo, nato ai piedi della vecchia Shali che dopo tre giorni di pioggia si era sciolta nel fango lasciando, come un urlo disperato,  le sue guglie sperdute, come dita verso il cielo. Avevamo preso alloggio ad un resort ai margini del mare di sabbia. Davanti a noi il deserto libico. Prima una grande pianura spoglia e lontano le dune di questo mare in movimento. Chi pensa che il deserto sia vuoto si sbaglia. Il deserto è emozione. E’ silenzio. E’ ricerca di sè stessi. Guardare quella distesa di sabbia provoca la stessa emozione che si prova di fronte ad un mare sconfinato. Io ne ero attratta. Dal resort cercavo sempre un punto che mi permettesse di vedere il colore della sabbia cambiare nelle ore del giorno. Dune trasformarsi in onde minacciose. Piramidi di calcare e cascate di silicio. M’ero chiesta che odore avesse il deserto. Ora lo sapevo. M’ero domandata cosa avrei pensato in quella solitudine rarefatta. Non ci sono risposte. Il deserto è uno stato d’animo. La notte è una distesa di stelle indisturbate. Il freddo è intenso. I fuochi berberi attirano le nostre mani come fossero falene. Bevendo un bicchiere di tè affumicato e dolce, guardo il cielo nella speranza di ritrovarmi. Il cuore ricerca una fragile preghiera perduta nel tempo. La tua mente non riesce ad innalzarsi. Non vola libera dal peso degli affanni. Ma inevitabilmente giorno dopo giorno lascia su quel mare indomito e silenzioso tutto ciò che non serve. Tutto ciò che è eccesso e che non parla più al tuo cuore. La notte di capodanno la passammo sotto una tenda berbera, con le guide che ballavano strane danze tra uomini e le voci che cantavano del loro lavoro. Nessuna donna. Le donne berbere sono rinchiuse nelle loro povere case. Solo i bambini escono di giorno. Il primo giorno dell’anno siamo andati con la jeep con l’autista e la guida locale. Il pericolo era di piantarsi nella sabbia oppure di sforare e passare il confine libico. Certo il deserto è di tutti. Certo i berberi possono andare dove vogliono, ma per noi è un’altra cosa, si può sempre finire tra le mani dei predoni o dell’esercito di Gheddafi. La guida andava a naso. Nessun punto di riferimento, solo la luce del sole. Duna dopo duna. Onda dopo onda abbiamo costeggiato delle colline di calcare ai piedi delle quali si intravvedevano i resti di una foresta fossile. Ecco il silenzio più puro. Ecco il vento che veniva da lontano. La sensazione di una solitudine primordiale. Ho ascoltato il vento. Ho respirato l’odore di quel mare. Niente era tanto puro. Niente era così antico. Il sole accecante ed il freddo, comunque intenso, mi fecero lacrimare gli occhi. Piangevo? Non lo so, ma era liberatorio. Mi lasciavo dietro tutti i pensieri grevi di pioggia che mi ero portata appresso. Sarei tornata nuova. Sarei tornata alla vita. Corteccia rugosa, sabbia sottile, vecchie conchiglie dimenticate da un mare antico. Questa è l’origine della vita. Questo è l’inizio di un nuovo esistere.

IMGP3548

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: