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Compagno di niente…

In Amici, amore, Giovani, musica, personale, politica on 29 giugno 2013 at 10:02

Era nata poco dopo la guerra, in quel tempo dove l’Italia aveva preso una strada e c’erano sogni, urgenze e velleità, tutto pur di venire  fuori dalla povertà e talvolta dalla miseria. Era nata forte, portandosi dietro nel DNA le paure e i desideri della generazione che aveva visto accendersi e spegnersi due guerre e che si portava addosso ancora quelle paure. Era forte e spavalda mentre ricacciava sul fondo i tremori non conosciuti davvero dei lampi e dei tuoni di un conflitto.
Nascere così era facile, era comune. Nessun pensiero o preoccupazione sul dopo, sul domani. Si nasce e si muore ed è la storia di tutti, ma appena nati si pensa di essere eterni e che tutto quello che il fato ci riserva è vita e crescita, mai declino.
Non lo sapeva, ma l’avrebbe poi capito presto, che la sua generazione sarebbe nata per cambiare la storia, stavolta non con una grande guerra, quella c’era stata già due volte e poco aveva cambiato, ma con quella più potente della lotta per il cambio culturale del suo paese e del mondo.
Era davvero complicato nascere per cambiare il mondo, ma si può fare e sopportare se non si sa, se non si conoscono le implicazioni. Lei non sapeva e proprio per quello aveva tanto coraggio. Non era sola comunque, una moltitudine di giovani come lei si era messa in viaggio, senza pretendere di più che i propri piedi o le proprie scarpe, per i più fortunati.
Ed era andato che c’era stata maggior ricchezza e che qualcuno di attento aveva capito che da questi giovani in movimento si poteva ricavare un grosso profitto. Sembrava una sciocchezza investire su questi giovani in tumulto eppure era stata un’idea vincente. Musica, libri, giornali, abiti, scarpe, mode e abitudini, tutto ad un prezzo e tutti pronti a pagare.
Lei non aveva da pagare, non era ricca e lavorava per mantenersi e aiutare la famiglia, ed aveva la fortuna di essere nata carina, tanto che non aveva l’ulteriore difficoltà di pagare il suo viaggio, quello umano, o almeno le poteva costare solo un poco. Poi dipende da quello che si è. Costa certamente di più se si nasce morbidi ed idealisti, certamente costa se non si vuol ottenere sconti dalla vita. E lei gli sconti non li voleva, punto.
Ed era dentro quei giovani in rivolta che aveva formato il suo carattere e le sue convinzioni, aveva sofferto le sue sconfitte e vinto le sue piccole battaglie. Era in mezzo a quel gruppo di giovani che avevano trovato, nella contestazione generazionale e nella lettura politica della realtà o del sogno che dir si voglia, la sua e la loro strada.
Dai figli dei fiori delle grandi manifestazioni per la pace, contro il Vietnam, la guerra, le dittature, a favore del proletariato, per un mondo diverso e migliore, ai compagni,  non più semplici amici che sognano di vivere in una comune, ma quelli che della comune fanno vita.
Dentro ai posti di lavoro, alle università, dentro ai bar e nelle stanze, seduti per terra in abiti sdruciti e sformati, una generazione ha fatto del suo credo un’iperbole storica. Quei compagni che mai se ne sarebbero andati. Quelli che si sarebbero ritrovati solo ai piedi delle barricate. Nessuno sarebbe entrato in banca se l’erano giurato al giro di spinello che lei comunque saltava per un suo strano modo di percepire la vita.
Ma poi non si sa, o forse sì, come sia stato che il viaggio è diventato un percorso ad ostacoli tra il fumo dei lacrimogeni e le nebbie del vissuto personale. Non si sa come mai si era trovata sola ad affontare quel potere che tutto affonda e che sempre strumentalizza. Sfruttata anche nei suoi pensieri reconditi. Aveva trovato l’amore a cui non poteva credere, l’amicizia che si era sciolta come neve al sole, l’invidia travestita da affetto, gelosia con smania di possesso. Aveva imparato a fare da sola a non giurare più niente e a vivere lucidamente la sua vita prendendo quello che le consentiva e pagando quello che le chiedeva. Tutto ad un prezzo, qualche volta anche troppo alto, ma tutto a spese sue, senza chiedere nulla in prestito oppure un semplice sconto. Pagato sull’unghia.
E i compagni? Perduti per strada. Volatilizzati lungo quel viaggio. Lasciati indietro e qualcuno corso in avanti. Tutto perduto anche il sogno di essere in tanti.
Il viaggio era ancora quello che non poteva non fare. Era una necessità, un dovere. A volte incontrava qualche compagno passeggero, rendeva migliore, ma anche no, il suo procedere. A volte rallentava a volte correva, senza aver modo e tempo per ricordare tutti i suoi passi.
E la musica che segnava il tempo, il ritmo del percorrere, del crescere, del maturare. La musica sì, che restava, almeno quella.
Non sapeva più se era stato il fatto di aver perduto quei compagni, o di averli visti dentro le banche, oppure prendersi in mano, sgomitando, quelle leve del potere che non avrebbero dovuto cercare. Non sapeva se era il vederli per strada così cambiati e così lontani. Fatto sta che era sola e non ci si ritrovava più.
Bastava poco per restare nel viaggio e per cambiare il mondo. Bastava essere in tanti, non raggiungere compromessi. Ed invece tutto ora era perduto.
Li incontrava per strada, a passeggio col cagnolino con l’aria mesta del cane bastonato, li vedeva negli occhi spenti di chi non ha più un sogno, li incontrava ai giardinetti dove il tempo era passato e dai figli erano arrivati a raccontare dei nipoti. Ogni uno con la sua storia, ogni uno che racconta la sua versione della rivoluzione, qualcun altro che aveva dimenticato e non ricordava  più.
E lei non si guardava allo specchio per paura di trovare la stessa sconfitta. Troppo facile dire: “Ma guarda com’è conciato? Vecchio da buttar via…” e lei era forse rimasta la stessa?
Compagno di lotta… compagno di niente ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di lotta, compagno per niente ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?
E la storia continua…

110) American tabloid

In Un libro al giorno on 24 settembre 2010 at 8:00

Si faceva sempre alla luce del televisore. Alcuni latinoamericani agitavano armi da fuoco. Il capo del gruppo si piluccava insetti dalla barba e fomentava i suoi. Immagini in bianco e nero: tecnici della Cbs in divisa mimetica. Cuba, brutta storia, disse un annunciatore. I ribelli di Fidel Castro contro l’esercito regolare di Fulgencio Batista.

Soluzione
Titolo: AMERICAN TABLOID
Autore: JAMES ELLROY

Trama: American Tabloid è un crudissimo spaccato dell’America degli anni sessanta. Nel quadro storico, ricostruito con minuzia e puntualità da James Ellroy, si muovono tre personaggi in bilico tra crimine e giustizia, ideali e tornaconto personale, in un viaggio allucinante che culmina con l’omicidio di John Kennedy. CIA, FBI, Mafia, Ku Klux Klan, castristi e sbirri: la (presunta) storia sotterranea degli Stati Uniti di quegli anni esplode in una miriade di collegamenti, piste, relazioni, doppi e tripli giochi, un mosaico disperante in cui nessuno è innocente.
Vedono la luce in questo romanzo personaggi memorabili come Kemper Boyd, Pete Bondurant e Ward Littel, protagonisti di grande spessore che proseguiranno le loro avventure nel seguito Sei pezzi da mille.

La fotografia

In amore on 2 settembre 2010 at 14:31

Era solo un’immagine sbiadita. No, non proprio sbiadita, solo priva di colori e dai contorni un poco incerti. Bianco e nero dove il bianco sfuma nell’avorio e il nero verso il seppia. Che siano passati così tanti anni? Domanda stupida! Lo sapeva bene che era passata una vita. Si poteva ancora dire, di allora, che pure una foto poteva essere una cosa eccezionale. Si ricordava ancora quella vecchia macchina fotografica e la sua consumata custodia di pelle marrone.
Inutile spaziare su dettagli senza senso, proprio adesso che aveva in mano quella foto. Vedeva lei con quel suo sguardo serio e accigliato. C’era già una piccola ruga sulla fronte, tra gli occhi. Forse lei già sapeva. Era bella come sempre eppure qualcosa nel contorno del viso sembrava rigido, contratto. Forse lei già pensava ad altro. Ma non era quello il pensiero che gli pesava dentro. Erano passati così tanti anni. Non c’era stata altra possibilità. Lui aveva vissuto. Nessuno poteva dire che non ne avesse avuto diritto. Aveva una bella casa, due figli, una moglie che sapeva stare in società, un lavoro che gli dava soddisfazione, aveva anche una casa al mare e una barca che era l’invidia degli amici. Cosa avrebbe mai potuto desiderare di più? Tornar giovane? Ritrovare quella ragazza? Sarebbe bastato? Non voleva pensarci.
Guardava con attenzione la foto. Lei era stata colta all’improvviso, non aveva potuto protestare e l’avrebbe fatto ne era certo, forse addirittura l’aveva fatto dopo. Lei non amava apparire nelle foto, ma d’altra parte nemmeno nel resto. Portava un vecchio maglione sformato con le maniche a coprirle le mani. Quei vecchi pantaloni sfondati, non si ricordava il colore… bruciato? Lei non amava vestirsi bene, odiava l’idea di sembrare quello che non era. Aveva un libro appoggiato sulle ginocchia che erano raccolte disordinatamente sotto di lei. Che libro? Non se lo ricordava. Era bella, oh se era bella. E lui sapeva che avrebbe potuto trasformarla in una donna fantastica, che tutti gli avrebbero ammirato.
Guardava i suoi capelli incolti e spettinati di quel colore caldo che la fotografia non rendeva e quei suoi occhi. Occhi da giudice implacabile, da animale braccato, da tigre feroce, da gazzella diventata quasi preda. Occhi che erano occhi. Unici. La guardava e qualcosa gli precipitava dentro. Possibile che dopo tutto questo tempo gli provocassero ancora l’accelerazione del battito cardiaco? Lui in fin dei conti aveva avuto tutto quello che desiderava. Successo e anche di più. C’era chi lo invidiava per la sua fortuna e facevano bene perché lui non avrebbe voluto niente di meglio, niente di diverso. Ma quella foto lo tradiva. Le mani tremavano e gli occhi gli pungevano come colpiti da spilli di ghiaccio.
Dove sarà adesso? Domanda oziosa. Inutile come il desiderio di tornare giovane. Come la voglia di stringerla fra le braccia. Di infilare il naso dentro a quei capelli vaporosi che nessun parrucchiere aveva domato. In fin dei conti era stata lei la stronza. Aveva lei voluto andarsene. Era stata lei a non voler cambiare. Era lei che aveva perduto tutta quella sua fortuna e le stava bene perchè non aveva capito quanto le sarebbe convenuto restare con lui.
Stronza! Povera sciocca. Piccola illusa…
Dal salone la voce inviperita di sua moglie lo raggiunse: “Dario, muoviti cazzo, che i Bernardi ci aspettano, che stai a fare lì a contare le cacche di mosca sul lampadario?” Che poi, quello lì, fosse un costoso lampadario venuto dalla Boemia mica lo consolava.

33) Io non ho paura

In Un libro al giorno on 10 luglio 2010 at 12:00

Stavo per superare Salvatore quando ho sentito mia soprella che urlava. Mi sono girato e l’ho vista sparire inghiottita dal grano che copriva la collina.
Non dovevo portarmela dietro, mamma me l’avrebbe fatta pagare cara.
Mi sono fermato. Ero sudato. Ho preso fiato e l’ho chiamata. – Maria? Maria?
Mi ha risposto una vocina soffewrente. – Michele!
– Ti sei fatta male?
– Sì, vieni.
– Dove ti sei fatta male?
– Alla gamba.
Faceva finta, era stanca. Vado avanti, mi sono detto. E se si è fatta male davvero?
Dov’erano gli altri?
Vedevo le loro scie nel grano. Salivano piano, in file parallele, come le dita di una mano, verso la cima della collina, lasciandosi dietro una coda di steli abbattuti.

Soluzione
Titolo : IO NON HO PAURA
Autore: NICCOLO’ AMMANITI
Tema : La storia è ambientata nell’estate del 1978 ad Acqua Traverse, una piccola frazione sperduta nella campagna, in cui i grandi restano dentro casa per il caldo e i bambini giocano nei campi di grano. Il protagonista della storia è Michele Amitrano, un ragazzino di nove anni che per caso, nei pressi di una casa abbandonata, viene a conoscenza di un buco nel terreno nascosto da una lastra di plastica e un materasso, in cui sembra vivere qualcuno. Michele non dice della sua scoperta ai compagni e ritorna a casa molto turbato.

A casa trova il padre, un camionista che ha deciso di prendersi un periodo di pausa per rimanere un po’ di tempo con la moglie e i suoi due figli, Michele e Maria. Michele comincia a chiudersi in se stesso, e quasi ogni giorno ritorna alla casa abbandonata, e scopre che nel buco nel terreno si trova nascosto un bambino, Filippo, con il quale a poco a poco instaura un rapporto di amicizia. Filippo sembra dare segni di squilibrio: crede che lui e tutta la sua famiglia siano morti, e che Michele sia il suo angelo custode.

Un giorno a casa di Michele arriva il romano Sergio, un amico del padre. Quella stessa notte scopre che i suoi genitori insieme a Sergio ed ad altri adulti hanno rapito il bambino per estorcere denaro alla famiglia: lo intuisce guardando un messaggio ai rapitori fatto alla televisione dalla madre. Michele non riesce a tener nascosto il suo segreto, e si confida con il suo migliore amico, Salvatore. Quest’ultimo, in cambio di una lezione di guida, racconta tutto a Felice, un ragazzo più grande e molto violento che il giorno stesso trova Michele insieme a Filippo nel nascondiglio interrato. Convinto che Michele avesse intenzione di liberare Filippo, lo picchia e lo riporta a casa dalla madre. Riportato il ragazzino dalla madre, Felice tenta allora di usare violenza anche su di lei, ma viene fermato dal padre appena rientrato a casa.

Michele è sconvolto: gli è stato ordinato di non andare mai più a trovare Filippo, ma non riesce a far altro che pensare a lui. Un pomeriggio, insieme agli amici, torna alla casa abbandonata e grazie a Salvatore viene a conoscenza del fatto che Filippo è stato spostato in un altro nascondiglio. Quella notte, spinto dall’orribile notizia che i grandi hanno deciso di ucciderlo, decide di andare a liberarlo.

In piena notte Michele si mette alla ricerca di Filippo; proprio quando pensa di rinunciare lo trova, in un luogo scosceso fra le rocce, ma troppo debole per potersi muovere. Michele lo incoraggia, con una corda riesce a tirarlo fuori, e lo convince a scappare, mentre lui, ferito, rimane intrappolato nel nascondiglio. Arriva così il padre di Michele, incaricato dagli altri adulti di andare ad uccidere Filippo. Non riconosce il figlio e gli spara alla gamba. Poco tempo dopo arriva un elicottero e da esso escono dei poliziotti con dei cani, giunti fino a lì alla ricerca di Filippo, a cui il signor Amitrano chiede aiuto per suo figlio, che ora abbraccia, mentre il ragazzo confuso cerca di dire al padre che deve fuggire perché altrimenti verrà arrestato.

Mezzo e mezzo

In politica on 21 marzo 2010 at 23:55

Mi guardo in giro un poco spaurita, è la politica che mi fa paura. Sono stanca perfino di trasalire quando sento il tono di quelle voci che mi portano alla mente altre situazioni di altri tempi. Non capisco a chi giova. Eppure a qualcuno giova se alla fine lo si fa tutti i giorni in tutte le condizioni. Il popolo si abitua e se non può più credere al vero, si rifugia su chi si fa sentire di più. Insomma io una sensazione ce l’ho. Ma ci vuol poco a capire: il mondo è diviso a metà, mezzo è già acquistato e l’altro mezzo ha concesso un insindacabile diritto di prelazione.

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