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Io c’ero, ma non è servito a niente…

In Informazione, Le Giornate della Memoria, Mala tempora currunt, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Senza Popolo, Stragi di Stato on 12 ottobre 2013 at 19:44

disarmo

Posso in qualche modo considerarmi fortunata. Ho avuto una vita di “io c’ero” che sono stati tanti, anche, se non altro per il fatto di essere nata la metà del secolo scorso.
La cosa certa è che per ognuno di quei “io c’ero” avrei una miriade di riflessioni da fare. Perché chiaramente ci sono dei momenti in cui, a posteriori si può dire che ad esserci si sono raccolti bei ricordi, indimenticabili, ed altri in cui, anche se incolpevolmente, si sono raccolti sensi di colpa e responsabilità che non si potevano prevedere.
Non tutti i fatti che mi hanno vista testimone sono belli da ricordare. Mi chiedo se ricordo ancora le emozioni che mi avevano preso il 10 ottobre di 50 anni fa…
A quel tempo, poi eravamo in pochi ad avere il telefono e la televisione, ma le notizie volavano lo stesso di bocca in bocca con la velocità del fulmine e quella mattina io ero andata a scuola che la notizia già la sapevo. Mio padre ascoltava la radio presto mentre si radeva.
Io ero a scuola, seconda media, una ragazzina magra e lunga con un grembiale nero più da commessa che da scolara. C’era qualcosa nell’aria come di attonito, un fermento confuso, un’agitazione che faceva muovere senza direzione. L’insegnante di lettere, sempre un po’ arcigna, era stata interrotta da una collega e ci aveva guardato con uno sguardo fisso che non ci vedeva.
Credo avesse usato la parola “incidente terribile” e ci aveva spiegato che dalla diga del Vajont era uscita un’onda insensata, che aveva distrutto tutto Longarone e i paesi della valle.
Sapevo troppe cose, sia che la tragedia era successa sia dove si trovasse Longarone, visto che ci ero passata qualche volta quando andavo in montagna nel Cadore.
Ma la diga non la conoscevo e non avevo mai avuto idea che fosse stata costruita in quella ferita grigia sulla montagna.
La morte era scesa dal cielo e le immagini che avevo in mente erano in bianco e grigio come nella televisione, ma erano anche figlie del fango di quella immane catastrofe.
Mi ricordavo quel paese che vedevo dal treno, che si sviluppava sotto la strada e che andava ad occupare tutta la valle spingendo sul pendio opposto la stazione ferroviaria e poche case. Quello spazio arrampicato che le aveva salvate dalla distruzione.
Ricordo ancora che ci tornai da grande, assieme ad un amico, anche lui curioso di ripercorrere quella strada che si inerpicava verso la diga e passando sotto Erto e Casso, scollinava verso l’altro versante.
Quel paese lunare non lo scorderò mai. Una degna cornice per delle morti tanto ingiuste.
E gli anni son passati e altre morti hanno fatto accumulare stupore e dolore, uno sull’altro, stipati dentro un contenitore senza fondo.
E piazza della Loggia a Brescia, e la strage alla stazione di Bologna, i morti di Ustica e quelle di Bhopal e ancora le torri gemelle (che avevo visitato solo pochi mesi prima assieme a mio figlio). E le guerre feroci che non sono state solo eco lontana, ma di cui abbiamo sentito anche il pessimo odore perché troppo vicine.
Passano gli anni e gli “io c’ero” belli sono stati soffocati da quelli odiosi e tristi. Ho incontrato persone fantastiche, ho visto e partecipato a manifestazioni oceaniche, spettacoli irripetibili, condiviso momenti storici che fanno parte del progresso del nostro paese, ma ho vissuto anche momenti tragici come per esempio i fascisti tornati al potere, un vecchio satiro a gestire l’Italia per più di 20 anni e un popolino ignorante fondare un partito con un certo seguito che riporta la gente ad essere orgogliosa di sparare le più becere cazzate.
Ho visto morire povera gente dentro ad un mare in cui da anni mi bagno quando sono in vacanza e ho provato vergogna per questo. Ho visto gente girare la faccia dall’altra parte, come se il colore della pelle e la povertà fossero una malattia contagiosa e pertanto da disprezzare ed odiare.
E tutti dimenticano il tempo che eravamo noi i fuggiaschi, i poveri, i puzzolenti, i rifiutati.
Ed “io c’ero”, ma non è servito a niente. Abbiamo tentato di cambiare l’Italia e avevamo pensato di essere riusciti a superare il punto di non ritorno, ed invece l’Italia è tornata indietro sempre di più, tanto da aver superato anche il passato.
E allora di chi è la colpa? Forse solo di chi sapeva e pensava di aver raggiunto la sua mèta? Di non doversi più consumare e dedicare alla continua conservazione della democrazia e della libertà? Forse di quelli che soli si erano sentiti responsabili e che poi hanno abbandonato la lotta?
Vero è che la responsabilità non ti abbandona mai e ti rende sempre e comunque consapevole e corresponsabile di ciò che accade.
Ho come la sensazione che l’Italia sia stata costruita da pochi, ma per essere distrutta ci sia voluto un tempo breve e la collaborazione di un popolo intero.

Una valigia troppo pesante…

In Amici, amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 31 gennaio 2013 at 19:45

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E’ giunta l’ora di smontare le tende… di questo viaggio tanto atteso e che non so ancora completamente quanto mi abbia segnato dentro.
Ricordo il commento di una ragazza al ritorno del suo primo viaggio in Palestina, mi disse: “Solo quando sono scesa all’aereoporto della mia città, sono riuscita a rilassarmi e ho provato di nuovo, dopo giorni, la sensazione bellissima che ti dà la liberta di muoverti, andare e fare quello che vuoi. Di non sentirti controllata.”  Per me, ora so che non sarà così, tornata a casa, non mi renderò conto completamente di aver abbandonato quel luogo e quelle persone al loro destino. Ci sto attaccata con il pensiero e la mente, mi sento partecipe, come se ogni gesto violento e ingiusto, fatto a loro, fosse fatto direttamente anche a me. Io anche se sarò lontano, mi sentirò ugualmente parte di loro, e  gioirò o soffrirò con loro, di ogni piccolo passo avanti o indietro della loro storia.
Dentro la mia valigia comunque ho un fardello troppo pesante da portare. Porto il sacchetto della terra di Palestina e due pietre della mia voglia di Intifada, ho anche un mucchio di rabbia, un grande bagaglio di delusione, ma soprattutto il grave peso della responsabilità.
Riportare a casa quella terra di Nabi Saleh, raccolta con l’aiuto dei Tamimi e con la gioia dei loro bambini, quella terra pesa come non mai, so che c’è attesa tra i miei amici, so che ci sarà un pellegrinaggio per prendersi un po’ di quel sogno e di quella lotta che noi abbiamo toccato con mano e di cui portiamo a casa il testimone.
La nostra valigia pesa di ricordi e di memoria, pesa di libri e Kufije, pesa di vita e di lotta, che nessuno spegnerà mai.
All’aereoporto la fanno passare per tre volte sotto i raggi X, forse capiscono che dentro c’è qualcosa di strano, forse vorrebbero sapere cosa c’è nel sacchetto e se siamo dei ladri della terra per cui hanno fatto scorrere tanto sangue innocente. Ma stranamente a loro interessano i libri della valigia e mi chiedono se sono libri presi in Italia oppure presi lì? In Italia per carità, da voi non prenderei nemmeno una nocciolina, ma tanto a che serve, conosco poco e male perfino l’inglese, pensa te se mi prendo un libro in ebraico oppure in arabo.
La valigia prende la strada per l’imbarco, ma noi aspettiamo tutti quelli del gruppo e la cosa è lunga ed è fatta di domande: “Dove siete andati, perchè avete fatto questo viaggio, con chi siete stati a contatto, siete un gruppo….” Ma a te che te ne frega? Sarò ben libera di andare dove voglio, oppure questo paese non è democrazia e ci sono cose che posso vedere e cose no, e ci sono persone giuste e altre da trattare come appestate, da angariare fino allo sfinimento, da cancellare dalla faccia della terra?
Prendiamo l’aereo ed è un sollievo, il Ben Gurion è un aereoporto popolato da alieni. Ho visto busti di personaggi che spaventano persino più della mia peggiore fantasia horror. Ho visto giovani senza sorriso che ti trattano come un quasi appestato, che ti guardano come per carpire i tuoi pensieri. Ragazzi che sono infelici e depressi, che pensano di essere soli e invisi da tutti, che ogni persona che guardano in faccia è il nemico che li vuole cancellare dalla faccia della terra. Ma come si fa a crescere figli in una simile situazione di paura e di stress, in un simile ricatto emotivo? Mi chiedo se l’autodeterminazione di un gruppo di persone debba per forza passare attraverso il ricatto del dolore e della rivalsa universale. Avevano diritto ad una loro terra? Teoricamente no, visto che non sono un popolo, ma una gruppo di persone che segue una determinata religione e che vive in tutte le parti del mondo e in ogni parte prende la cittadinanza che gli spetta. Un ebreo nato in Italia è un italiano e forse in aggiunta, di religione ebraica. Soprattutto non hanno diritto di prendersi, con l’avvallo di parte del mondo “che conta”, la terra di altri. Bel ricatto morale: la terra palestinese in cambio del senso di colpa provocato dalla Shoah; ma anche in cambio del potere del denaro, mica che Herzel era un perseguitato quando pose le basi del sionismo vero?
Io ho amici ebrei, ma lo sono solo se ci penso e attentamente, non sono diversi da me nè da nessun altro. Non è che quando ci sto assieme mi viene particolarmente voglia di piangere per la loro storia passata. Certo la storia è importante e ci insegna molto, quello che ci dice è che certe cose non dovrebbero mai accadere e che non dovrebbero, se accadute, ripetersi mai, ma la storia insegna davvero? Probabilmente è davvero una grande maestra, ma noi siamo sicuramente dei pessimi allievi.
E con questi pensieri, mi accingo a rientrare nella normalità, che mi sta sempre più stretta e che mi piace sempre meno. Dovrei, come quasi tutti, essere contenta del mio orticello, dovrei vangare, seminare, annaffiare, raccogliere senza preoccuparmi dei vicini. Questa è la filosofia del mondo in cui vivo, anzi questa è la filosofia degli ignavi con cui vivo, poi ci sono anche gli altri, quelli che ti rubano la terra e anche l’acqua, quelli che ti rubano sia il nome che l’esistenza, e gli ignavi tacciono, non vedono, non se ne accorgono o meglio non lo vogliono fare. Ma ci sono anche quelli che hanno fatto il “viaggio” insieme a me, quelli che hanno gridato finchè hanno avuto fiato “restiamo umani” e che non sappiamo scordare.
E io mi sento un po’ persa in questo ritorno, mi sento divisa, straziata, una parte è rimasta dietro quelle mura e l’altra ha preso la strada del ritorno. Ma sento come se le due parti di me tendessero a unirsi ancora una volta, ma non trovano né il luogo né il tempo per farlo.
Tornerò mai quella di prima, con le mie incertezze di oggi e le mie ambiguità di ieri? Tornerò?… ma tornare dove?
Sono certa che è lì che tornerò a cercare quella parte di me che ho lasciato, forse raccoglierò tutti i quei pezzetti straziati che ho perduto lungo quella strada.
Un abbraccio agli amici che ho lasciato lì e a quelli che ho portato con me, amici cari, che mi siete entrati nell’anima, spero solo di potervi rivedere presto e di poter festeggiare con voi, quello che oggi è ancora impensabile: uno stato libero di Palestina.
Vedremo finalmente il volto di Handala e il suo sorriso, magari chissà avrà il viso di un bambino felice o il sorriso di Vittorio, ma qualsiasi sia il suo viso ci porterà il messaggio che la Palestina finalmente esisterà e che vivrà in pace.

E’ stata lunga la strada e pesante il fardello per diventare finalmente palestinese.

Storie di ordinaria follia

In Amici, amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 27 gennaio 2013 at 12:47

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Ancora Hebron e i racconti di Issa e di Badia, l’assurdità della follia di Israele, questo è quello che ci viene consegnato dai ragazzi del Centro dei Giovani contro gli insediamenti (Youth Against Settlements) assieme ad un buon piatto di riso e pollo. Certo non è facile far da mangiare in una cucinetta piccolissima per più di 50 persone, ma soprattutto non è facile colpire più con le parole che con un buon piatto di cibo.
Issa racconta una sua giornata tipo, come quella della mattina del giorno della nostra visita. Uscito per fare gli ultimi acquisti per prepararci il pasto, sulla strada viene fermato da una pattuglia che lo accusa di aver fatto un’infrazione alle delibere militari. Issa chiede perchè e gli viene spiegato che stava camminando dalla parte sbagliata della strada. Issa risponde che non era così, lui poteva camminare su quella strada. che nessuna regola glielo vietava. Il soldato insiste e lo ferma, dicendo che il giorno prima era stato deciso così, lo ammanetta con i lacci di plastica e lo benda e lo tiene così, in strada, per due ore ai lazzi dei coloni. Issa è preoccupato perchè noi dobbiamo arrivare e lui deve rientrare per organizzare il pranzo. Il soldato chiama il superiore che conosce bene Issa e che gli chiede direttamente: “Issa, ma cosa hai combinato questa volta?” Ovviamente: “Nulla!” risponde e spiega di essere stato fermato sul lato di quella strada e che non esisteva nessuna regola o legge che gli impedisse di camminare lì. Le regole e le leggi sono il forte di Issa, anche perchè ogni giorno deve farne uso per uscire dai guai. Il superiore chiede al soldato cosa fosse successo e questo gli spiega che Issa camminava su quella strada e che non poteva, ma alla richiesta di farsi spiegare chi gli avesse detto che quella strada e quel lato fosse vietato, il soldato risponde che era stato chiamato da un colono e che glielo aveva detto lui. Andiamo bene… un esercito in mano a coloni esaltati, e che coloni.
L’alto in grado fa liberare Issa che ha passato 2 ore per la strada sotto gli occhi di tutti a prendersi le male parole dei coloni e i maltrattamenti dei soldati. Issa vuole fare un esposto, lo sa che non ne uscirà nulla, ma lo fa lo stesso perchè sostiene che la legge deve andare rispettata anche se è ingiusta, così almeno si possono usare le stesse armi anche con il nemico.
Ed è propio con questa filosofia che loro, i giovani del Centro sono riusciti a riconquistarsi quella casupola sopra la collina, quella con il soldatino infreddolito a guardia del giardino vicino.
Quella casa era una casa palestinese requisita dall’esercito e successivamente occupata dai coloni, ma l’atto di proprietà rimaneva ovviamente in tasca ai palestinesi che su consiglio di un avvocato avevano  affittato la proprietà e il terreno al Gruppo dei giovani contro gli insediamenti i quali si erano rivolti al Tribunale che alla fine aveva dato loro il diritto di entrare nella casa e sloggiare i coloni. Non era stata una cosa facile, per due anni interi il gruppo aveva fatto lezioni ed incontri sotto i maestosi alberi di ulivo della casa in faccia agli occupanti sbalorditi e con gli avvocati andavano periodicamente a chiedere che lasciassero la casa ormai destinata ai palestinesi. Per i coloni l’intimazione del Tribunale non valeva nulla, come qualsisi carta scritta, nulla aveva più senso dell’autorizzazione del loro dio, ma dagli e dagli i coloni se ne erano dovuti andare non prima di aver distrutto tutto quello che poteva avere un valore e un senso nella casetta.
Finalmente i ragazzi, che erano entrati in possesso della casa, avevano un tetto sulla testa e avevano incominciato a risistemare l’immobile e ad arredarlo per le loro attività: corsi di cucina, di inglese, di creazione di video e di diritti umani, insomma qualsiasi cosa per portare i giovani fuori dalla disperazione. Ma i coloni di notte erano entrati nella casa solo per dare fuoco a tutto e per distruggere di nuovo il loro lavoro e ancora i giovani  si ritrovarono pazientemente a ricostruire tutto e passarono mesi a darsi il cambio a vivere nel Centro giorno e notte. Chiaramente il soldatino nel giardino, come i nanetti di biancaneve in alcuni giardini italiani, non serviva per far rispettare la legge ai coloni, ma per farla rispettare ai palestinesi, faceva la funzione dello spaventapasseri, incongrua figura in un mondo di coraggio e di speranza, com’è quello dei ragazzi della casa in cima alla collina.
Ora la loro lotta è sotto gli occhi di tutti, i loro video e le loro parole girano il mondo, le loro storie travalicano i confini del bellissimo uliveto che circonda il Centro. Anche Israele deve stare attenta all’opinione pubblica, può indicare come target una persona (come Vittorio, ad esempio) e consegnarla in mano agli esaltati, ma è sempre più a rischio di essere messa al ludibrio del mondo. Soprattutto oggi che il loro primo ministro è stato eletto con una maggioranza risicata formata anche dai coloni più estremisti e meno ragionevoli, quelli che potrebbero dipingere Israele come la peggior “democrazia” dell’ultimo secolo.
I ragazzi sono simpatici e ridono delle loro storie di ordinaria follia, scherzano su quanto hanno passato e pensano al loro futuro con ottimismo. Non so come fanno, ma ci riescono bene, anzi benissimo. Questa è la cosa che mi ha colpito di più della Palestina: il coraggio e la capacità di resistere e lottare fino all’ultimo respiro.
Oggi che mi sento pure io palestinese devo fare un passo avanti in più, scordare il mio razionalismo pessimista e imboccare la strada della resistenza pacifica, scordandomi l’intifada come unica soluzione dei problemi. Incurante della follia bisogna tenere la testa a posto e credere, credere e credere. Bab Al Shams e Bab al Karima saranno la risposta alla colonizzazione sfrenata e Netanyahu si gioca la credibilità con il mondo e si gioca pure l’amicizia con l’America, dopo aver scelto la parte sbagliata. Certo il potere del denaro è forte, irresistibile, ma anche in Sudafrica non avremmo pensato mai di uscire dal guado e la Palestina non dovrà essere differente. Lavoreranno con noi gli anticorpi di quello stato canaglia, si muoverà una società civile che permetterà ad una nazione di entrare nella storia non guardando il passato, ma pensando al futuro. Un futuro di amore per la terra che li ha accolti e non un orribile futuro di pallottole e cemento armato.
Questa è la Palestina che sogno e questo è l’Israele che può avere un futuro.
E intanto fuori ancora piove e forse ci sarà un po’ di tregua nella Valle del Giordano.

La partenza

In Anomalie, Viaggi on 26 dicembre 2012 at 10:19

aereo

Cosa c’era che non andava in quella partenza?
Innanzi tutto non andava che a tutti quelli che lei lo aveva detto gli avessero fatto, più o meno, la stessa sollecitazione: “Mi raccomando… stai attenta…” ma a cosa doveva prestare così tanta attenzione? Un viaggio è un viaggio e il luogo non è neppure tanto lontano… eppure…
L’avevano preavvisata di non farsi intimidire dalle eventuali perquisizioni, anche corporali, dalle domande che tendevano di farti ammettere cose che non intendevi commettere, e poi di non dire i luoghi che intendevi visitare, sostituendoli con quelli che tutti volevano tu pensassi visitare.
Sembra che lì, alcuni luoghi, avessero nomi impronunciabili, e un’esistenza negata… un po’ come dire una parolaccia in chiesa, oppure come pronunciare una formula magica che trasformava la realtà in incubo.
E tutto questo solo per poter andare a visitare dei luoghi che tutti sapevano esistere, ma che si rifiutavano di ammetterlo, solo perchè la loro esistenza avrebbe denunciato anche la loro occupazione abusiva e illegale e soprattutto armata.
Ecco la cosa sconvolgente: fare attenzione a dei ragazzini appena usciti dai licei che venivano armati e messi a controllare le strade, gli aereoporti e i posti di controllo.
Ecco, quello che la preoccupava di più era quella sensazione che si stava impossessando della sua anima: una strana e serpeggiante paura in aggiunta alla sensazione di perdere la propria libertà e dignità. Strano però.
Era infastidita dal fatto che quando sarebbe arrivata lì avrebbe smesso di essere una persona libera di avere una propria idea e di fare una propria scelta e sarebbe stata in balia di un controllo imposto attraverso un esercito di ragazzini spaventati dalla sua valigia riempita da pennarelli e peluche, davvero difficili da spiegare.
Si immaginava il dialogo surreale: “Per chi porta questi giocattoli?” “Per i bambini!” “I nostri bambini non hanno bisogno di questi giocattoli!” “Lo so, ma sono gli altri che invece ne hanno bisogno!”
Ecco gli “altri”, i diversi, i cancellati, quelli che non hanno una terra che porti un nome, quelli che non hanno il diritto di tornare alla loro casa, quelli che hanno i figli che abbisognavano di giocattoli, quelli il cui nome non era possibile pronunciare e che erano il soggetto della guida turistica che avrebbe nascosto in quella spaventosa valigia che forse non sarebbe passata indenne ai controlli.
Era strano anche il fatto che partiva con il numero di telefono dell’Ambasciata in tasca, che avrebbe potuto servire per portarla in salvo, almeno c’era qualcuno che avrebbe potuto garantire per lei… forse…
Ci pensava mestamente quella mattina, qualche ora prima della partenza e si andava convincendo, da sola, raccontandosi che non poteva essere, che tutte le storie che alcuni suoi connazionali le avevano raccontato avrebbero potuto essere delle invenzioni, in fin dei conti lei era una persona seria, ben intenzionata, portava nel cuore un messaggio di pace, e allora perchè avrebbe dovuto avere paura? Perchè mai l’avrebbero potuta fermare, interrogare, intimorire e alla fine rimandare indietro?
Ma il suo disagio persisteva. Era certa che non sarebbe stata capace di sostenere le domande senza alla fine dire la verità e la sua reale destinazione e questo l’avrebbe fregata senza dubbio, perchè non era capace di sottostare a una costrizione, ad una assurda imposizione di facciata che offendeva la sua intelligenza e la sua libertà. Eppure lei ufficialmente stava partendo con una destinazione assolutamente normale, ma quello  che era strano però era la destinazione del suo viaggio: “paese civile e pacifico e soprattutto unica democrazia del Medioriente”.

Benefattori dell’umanità

In Gruppo di discussione politica., Informazione, Le Giornate della Memoria, Mala tempora currunt, Pietas on 24 ottobre 2011 at 15:40

Diffondo quest’altra riflessione di Marinella Correggia e v’invito a guardare la vergognosa performance della Clinton. Abbiate solo la pazienza di far passare qualche secondo di pubblicità prima di assistere all’incontenibile gioia di questa benefattrice dell’umanità. E’ cosi forte nel suo ruolo di donna emancipatasi sui peggiori valori del peggior maschio, che si differenzia dalla soldatucola di Abu Graib solo per la divisa. E questa gente porterebbe la democrazia, la libertà, il rispetto della vita……….

 Patrizia
Intanto vi prego di diffondere questi pochi secondi, protagonista l’orrenda dittatrice a casa d’altri H. Clinton in un siparietto fra due trasmissioni: http://www.youtube.com/watch?v=mlz3-OzcExI Il fatto che lei abbia chiesto a Tripoli il giorno prima di ucciderlo o prenderlo, e il giorno dopo ciò sia avvenuto, fa sorgere tante domande ma una certezza c’è: la Clinton che ride e parafrasa quell’altro criminale di Giulio Cesare, dopo le immagini di una macellazione con tortura, è la sintesi del pensiero  dei governi e di buona parte delle popolazioni dell’Occidente consumista/militarista (a proposito, la ricostruzione della Libia con i soldi libici magari farà uscire dalla crisi alcuni paesi d’Occidente; una ragione di più per fare la guerra. Un investimento).

 L’altra parte dell’Occidente possiamo identificarla con le tre scimiette “non sento non vedo non parlo”.  A questa appartengono quasi tutto il “movimento” e la “sinistra” occidentali. E non lo vediamo solo dai loro siti di questi giorni ma anche dal loro “nulla” lungo sette mesi. Un nulla totale (se glielo dici, ti rispondono che a marzo avevano fatto una dichiarazione contro la guerra). Perfino l’occasione d’oro del 15 ottobre, centinaia di città in piazza, è stata del tutto mancata. Eppure, un appello era stato lanciato.

 Dimenticavo i media mainstream: a quale gruppo appartengono? a quello della Clinton, decisamente.

 Marinella
AGGIUNGO QUESTO QUANTO ALLA DINAMICA DEL 20 OTTOBRE.

La macellazione di Muammar Gheddafi (giacché di macellazione si tratta e io sono contraria anche a quella degli animali) al di là dei non commentabili commenti dei leader politici (crimini in sè, quei commenti) ha seguito lo stesso andamento binario di questa guerra di riconquista.

 1) La Nato ha fatto tutto il lavoro, permettendo la consegna di Gheddafi ai carnefici (e nei sette mesi precedenti permettendo un’avanzata degli anti-Gheddafi altrimenti impossibile, malgrado le armi ricevute e il reclutamento di consiglieri e mercenari). La Nato ha fatto il lavoro asettico: i bombardamenti dall’alto magari con droni non prevedono contatti fisici con la vittima, “occhio non vede cuore non duole”

2) Gli alleati locali della Nato (non direi solo libici) hanno completato, direi accessoriato mettendoci del loro: hanno fatto il lavoro sporco, quello del carnefice che guarda e uccide la vittima. Non lo hanno fatto solo con Gheddafi; da mesi circolano video di inaudite crudeltà da pate dei “ribelli della Nato” (e nemmeno uno su crudeltà da parte dell’ex esercito libico pure accusato a parole di ogni nefandezza). Video ignorati. Alla luce della macellazione finale, quei video dovrebbero essere ristudiati in una denuncia per crimini di guerra.

4 SI’ “per quelli che passeranno”.

In Informazione on 9 giugno 2011 at 8:00

4 SI’ “per quelli che passeranno”.

Dicono che il tempo cambi le cose,
ma in realtà le puoi cambiare solamente tu.
(Andy Warhol)

108) Baol

In Un libro al giorno on 22 settembre 2010 at 8:00

E’ una tranquilla notte di Regime. Le guerre sono tutte lontane. Oggi ci sono stati soltanto sette omicidi, tre per sbaglio di persona.
L’inquinamento atmosferico è nei limiti della norma. C’è biossido per tutti. Invece non c’è felicità per tutti. Ognuno la porta via all’altro. Così dice un predicatore all’angolo della strada, uno dall’aria mite di quelli che poi si ammazzano insieme a duecento discepoli. Ce n’è parecchi in città. Dai difensori dei diritti dei piccioni alla Liga artica. Siamo una democrazia. Ogni tanto, sul marciapiede, si inciampa in qualcuno con le mani legate dietro la schiena. Forse la polizia lo ha dimenticato la notte prima. Ho guardato in alto, oltre le insegne illuminate e, obliqua su un grattacielo, c’era la luna.
Le ho detto: Cosa ci fa una ragazza come te in un posto come questo?

Soluzione
Titolo: BAOL
Autore :  STEFANO BENNI

trama: La voce narrante del libro (nonché alter ego dell’autore) è Bedrosian Melchiade Baol, un mago buono dell’antica arte magica baol, che all’inizio della storia se ne sta in disparte a bere fernet al bar Apocalypso. Non vorrebbe mettersi nuovamente in gioco, ma viene esortato a salvare l’onore di Grapatax, ex principe dei comici ritiratosi dall’attività e creduto morto, con una missione segreta: il Gran Gerarca del Regime vorrebbe ridurre Grapatax alla stregua di buffone diffondendo un filmato falso, quindi Baol è pregato di penetrare nell’Archivio Zero e trovare in fretta il nastro originale. Il mago non sembra molto propenso all’azione, ma si convince dopo avere saputo che il viaggio potrebbe significare la conoscenza del suo segreto e il ritrovamento dell’amata e perduta Alice. Perché ogni mago baol ha un proprio segreto, che potrà conoscere solo da vecchio. Contemporaneamente Atharva, compositore di realtà per il Regime viene a contatto con un filmato che lo sconvolge, e decide di indagare per capirne il motivo, il che lo condurrà ad incrociare la strada del protagonista.

Mezzo e mezzo

In politica on 21 marzo 2010 at 23:55

Mi guardo in giro un poco spaurita, è la politica che mi fa paura. Sono stanca perfino di trasalire quando sento il tono di quelle voci che mi portano alla mente altre situazioni di altri tempi. Non capisco a chi giova. Eppure a qualcuno giova se alla fine lo si fa tutti i giorni in tutte le condizioni. Il popolo si abitua e se non può più credere al vero, si rifugia su chi si fa sentire di più. Insomma io una sensazione ce l’ho. Ma ci vuol poco a capire: il mondo è diviso a metà, mezzo è già acquistato e l’altro mezzo ha concesso un insindacabile diritto di prelazione.

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