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Nulla è eterno. Neppure il Male. (di Simonetta Madussi)

In amore, Viaggi on 18 gennaio 2015 at 0:58

2015-01-06 08.45.28

… “Un uomo perseguitato, che lo sia perché con le sue stesse mani ha trasformato tutto il prossimo in persecutore o perché nella sua mente bacata brulicano schiere di insidiosi nemici, in un caso come nell’altro una persona di questa fatta ha in sé oltre a della meschinità anche un difetto morale: la mania di persecuzione è fondamentalmente ingiusta di per sé. Fra parentesi, è nella natura delle cose che la sofferenza e la solitudine, le disgrazie e le malattie capitino a questo genere di persone più che alle altre, cioè a noi. Per sua natura infatti chi è diffidente è come predestinato alla tragedia. La diffidenza, al pari dell’acido, consuma ciò che la contiene e divora chi la cova: tenersi notte e giorno lontani dal genere umano, almanaccare continuamente su come sfuggire alle trame altrui e come respingere macchinazioni, non pensare ad altro che ai mezzi per fiutare da lontano le trappole tese – tutto ciò è causa di danni irreparabili. E sono queste le cose che portano l’uomo fuori del mondo …”

Sull’autobus che ci trasportava per le strade e le città di Israele e dei Territori Occupati rileggevo questo passo del libro “Giuda”, dello scrittore israeliano Amos Oz, che avevo portato con me per cercare di capire qualcosa di più e di meglio riguardo a ciò che andavamo vedendo. Quelle parole sono messe in bocca ad un vecchio israeliano che parla al telefono con un amico e sembrano dette in tono generale, commentando il comportamento di un terzo personaggio.
Come credo l’autore stesso volesse suggerire, esse mi sono sembrate drammaticamente adatte a rappresentare, in sintesi e come attraverso uno specchio metaforico, la situazione che i due popoli, israeliano e palestinese, vivono ormai da settanta anni.
Mi sono tornate alla mente, e mi sono rimaste vivamente impresse, in occasione di tutte le mille esperienze, di cui gli altri viaggiatori sicuramente parleranno. Ma mi sono riapparse improvvisamente alla mente durante il percorso sull’autostrada che congiunge Tel Aviv a Gerusalemme.
E’ questa un’importante arteria di comunicazione, l’unica che unisce rapidamente il Nord e il Sud del paese, ma è riservata ai soli israeliani e corre fra alti pannelli di cemento e filo spinato. Costruita in nome di una presunta “sicurezza”, imprigiona e segrega certamente soprattutto e dolorosamente, i palestinesi, ma costringe a vivere in una gabbia permanente di paura anche coloro che lo hanno eretto.
A circa metà del percorso, si incontra, lungo un lato della strada, un corridoio che conduce ad un ponte pedonale che la sovrasta e che costituisce l’accesso ad uno dei pochi punti di attraversamento per chi, e sono i più fortunati, dai Territori si reca ogni giorno a lavorare dall’altra parte, in Israele.
E’ un corridoio stretto, lungo qualche decina di metri, limitato da alti pali di ferro a “ T” che sorreggono una rete metallica e portano in alto rotoli di filo spinato. I palestinesi sono costretti a passare là dentro per accedere, dopo accurati controlli, in entrata e in uscita, alla struttura che passa sopra all’autostrada e che è altrettanto protetta, ancora per “sicurezza”, da altre gabbie e da altro filo spinato. Spesso prima di entrare, o di uscire, sono costretti ad aspettare anche due o tre ore, ogni giorno.
E’ stato lì che un lampo di memoria mi ha attraversato la mente. Qualcosa di terribilmente analogo l’avevo visto ad Auschwitz – Birkenau, durante un viaggio di istruzione con i miei studenti. Un corridoio simile, era riservato agli ebrei che entravano nel campo: ebrei “fortunati”, perchè non erano stati avviati direttamente alle camere a gas, e che, guardati a vista, erano costretti a camminare tra mitra spianati e cani latranti. Allora avevo pensato che nulla di analogo, dopo Auschwitz, sarebbe potuto più accadere, e che quel passato fosse per sempre sepolto per sempre, per sempre.
La storia di oggi, da Guantanamo alle atrocità che siamo costretti a vedere ormai quotidianamente, ci mostra che non è stato così.
Anche qui, nei Territori, muri, anzi il “Muro”, recinzioni, filo spinato, reti metalliche, alcune elettrificate, ci hanno accompagnato per tutto il viaggio, mentre andavamo alla scoperta di realtà umane e urbane segregate da quelle divisioni.
Eppure, paradossalmente, quelle città e quei villaggi che visitavamo, sono apparsi abitati da uomini duramente provati da sofferenze e avversità, ma ancora ostinatamente aperti alla speranza della pace, a dispetto delle condizioni disperate in cui continuano a vivere.
Spesso, come a Betlemme, come a Ebron, come intorno alla tomba di Rachele, il Muro opera una deviazione che isola il territorio in enclavi , dalle quali non si può uscire od entrare senza imbattersi in pesanti controlli di “sicurezza”.
Il nostro gruppo è passato, senza neppure troppi disagi attraverso diversi varchi.
Ma eravamo considerati, e ci spacciavamo, per pellegrini cattolici in visita nella Terra Santa. Però abbiamo visto che bastava avere la pelle un po’ più scura o portare camere fotografiche o cineprese un po’ più professionali dei banali telefonini, per vedere accendersi l’ombra del sospetto nei soldati di guardia, e a volte iniziare una perquisizione,.
Ecco. I soldati: un altro elemento terribilmente inquietante. Sono dappertutto. Non solo nei varchi di passaggio, ma anche sui tetti delle case, per le strade, nelle città e nelle campagne. Eppure sembrano non avere un atteggiamento ostile, almeno verso di noi. Spesso sorridono, salutano con la mano, chiedono da dove veniamo, si sforzano di essere gentili, si lasciano persino fotografare. Ma ci accorgiamo con meraviglia che vivono la loro presenza armata come normale e banale quotidianità. L’ossessione della “sicurezza” e della necessità della diffidenza gli è stata inculcata fin dalla nascita cosicchè l’idea di una convivenza, fra diversi e in pace, è del tutto estranea alla loro mentalità.
Però, nonostante il nostro status di pellegrini cattolici e tuttavia sospetti ( che ci facevamo in uno sperduto villaggio palestinese in territorio occupato? ), ad AtTuwani, una camionetta ci ha seguito sempre, a debita distanza, ma passo passo, senza mollarci mai. In quel villaggio, i ragazzi, meravigliosi, appartenenti ad un gruppo di solidarietà che si chiama “Operazione Colomba”, sono lì per accompagnare i bambini a scuola e fungere da scudi umani, evitando che cecchini ortodossi, appostati sulle strade, sparino su di loro, come a volte qui e altrove, è successo.
Gli insediamenti israeliani, spesso abitati da ebrei ortodossi, stanno dilagando nei Territori occupati, con o senza il beneplacito delle autorità israeliane. Stanno rubando terre, e coltivazioni, e pascoli, e acqua, ai Palestinesi. Distruggono la loro economia. Ma operano un danno irrimediabile anche al paesaggio. Le belle colline pietrose e fertili , ondulate e coperte di ulivi, che avevo visto in un precedente viaggio, stanno scomparendo sotto un mare di cemento che le divora senza scampo.
Sono costruzioni moderne, spesso anche belle architettonicamente, ma dilagano a macchia d’olio. Hanno giardini e aiuole, con i tubicini d’irrigazione per mantenerli sempre verdi, mentre i villaggi e le città palestinesi ricevono acqua per vivere solo due volte a settimana; e i loro tetti sono imbruttiti dai neri contenitori che servono per conservarla.
Dei dettagli del viaggio altri compagni parleranno. Io dirò dei Luoghi Santi. Del Giordano, di Betlemme e di Gerusalemme. Per me, agnostica, ma con una formazione storica, sono luoghi che hanno un fascino particolare, perché la loro esistenza attraversa tutta la memoria del mondo, fin dai millenni in cui è sorta la civiltà, quando le città e gli stati sono nati per consentire all’umanità di uscire dallo stato di guerra di tutti contro tutti e garantire la coesistenza pacifica di coloro che li abitavano.
Oggi quei luoghi sono segnati tragicamente dalle divisioni, dal sospetto, dalla diffidenza e dalla prevaricazione.
Betlemme è una città morta. I turisti, “mordi e fuggi” visitano la Basilica e scappano, senza forse neanche accorgersi che la città è una prigione a cielo aperto, dove si entra e si esce solo attraverso un varco. Gli alberghi e i ristoranti palestinesi languono; l’economia, che, almeno qui, dovrebbe essere florida, è invece allo stremo.
La città vecchia di Gerusalemme, bellissima, nella parte che ancora cade sotto il controllo dell’Autorità Palestinese cade a pezzi. Una popolazione povera, che vive nel suk del misero commercio di frutta e verdura (buonissime) o di qualche souvenir a poco prezzo, si aggira nei vicoli o sta seduta in terra presentando le proprie mercanzie. Ragazzi disoccupati ciondolano ovunque, in attesa di qualcosa da fare.
La città nuova, occupata da Israele, risplende di luci e di modernità.
L’accesso alla magnifica spianata delle Moschee è consentito solo per poche ore al giorno, in orari impossibili, presidiata da soldati armati fino ai denti.. Non siamo riusciti a visitarla, ed è periodo natalizio!
Però le bandiere di Israele sventolano implacabili, e la teca con il candelabro d’oro a sette bracci domina l’accesso al sottostante Muro del pianto, quasi a presidiare e ad imporre una presenza simbolica, minacciosamente esplicita, su uno spazio che ancora non possono marcare del tutto come proprio.
In nome di che? Di quella diffidenza, di quel sospetto, della necessità ossessiva di prevenire, della garanzia, diventata un’alibi di una sicurezza, peraltro impossibile, di cui parla Oz. Che costringe gli antichi perseguitati a trasformarsi in persecutori e ad infierire su un altro popolo, condannando se stessi e gli altri a vivere come nemici.
Eppure nella risoluzione delle Nazioni Unite del 1947 c’era scritto: “… La terra sarà divisa in due stati autonomi, uno ebraico e uno arabo, che avranno legami di ordine economico e una moneta unica. Gerusalemme e Betlemme saranno sotto controllo internazionale.”… Lo stato arabo non è mai nato e i legami economici ( e quelli sociali che ne dovrebbero scaturire ) non esistono, perché gli interessi sono antitetici.
Quando fu decretata la nascita dello stato ebraico, alcuni dei dirigenti del Comitato Sionista e dell’ Agenzia Ebraica, che pure avevano guidato la lotta contro gli inglesi e preparato il ritorno dei reduci dai campi di sterminio, si opposero strenuamente a tale decisione. Dicevano che essa avrebbe portato inevitabilmente a scontri armati e a guerre contro gli arabi, e che nessuno mai avrebbe potuto vincere definitivamente.
Quei dirigenti furono esautorati ed emarginati.
Ma la loro previsione si è mostrata drammaticamente vera.
Eppure della speranza concreta di una possibile pace abbiamo avuto un segno tangibile durante il commovente incontro che abbiamo avuto con i due genitori di “Parent’s Circle”: Rami, israeliano e Bassam, palestinese. Entrambi hanno perduto una figlia: a causa di un attentato suicida il primo, uccisa da un proiettile israeliano il secondo. Il dolore, dopo il primo momento della rabbia e della sete di vendetta, li ha uniti e hanno avviato un percorso di pace, insieme.
Mentre ci raccontavano la loro esperienza, ciascuno si riferiva all’altro con l’appellativo “brother”. Il nostro amico e traduttore Guido, dopo un paio di volte, ha sorvolato su questo termine, riferendo solo i nomi propri. Ma loro due, ogni volta, si intromettevano, sottolineando in maniera significativa la parola: “brother”.
Non c’è altra scelta. Da qui bisognerà per forza ripartire, dal percepirsi e sentirsi fratelli. Ci vorrà molto tempo. Dovranno morire gli ultimi testimoni oculari delle vicende drammatiche che hanno portato alla spartizione della Palestina. Dovranno morire anche i nati di seconda e terza generazione. Ma alla fine si dovrà trovare una soluzione, qualsiasi essa sia. Nulla è eterno. Neppure il Male.

Simonetta Madussi

2015-01-03 09.14.25

Un momento di pace…

In amore, Anomalie, Religione, Viaggi on 16 gennaio 2013 at 10:49

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Strano, eh! trovare un vero e rasserenante momento di pace in un luogo fuori del tempo, immerso in una religiosità che non è mia, in quella  fede religiosa di cui io sono malamente dotata?
E’ mattina presto, c’è il sole dorato di Gerusalemme, il ruolino di marcia è: andare a visitare “la spianata delle moschee“, ma bisogna far presto: c’è una coda lunga da superare e anche i controlli. A quelli ormai ci stiamo facendo l’abitudine.
Ritorno a dire che la giornate è bellissima e calda e la coda è lunga. Le entrate sono due una per il Muro del Pianto che si trova sotto e l’altra per “la spianata”. Un’entrata vuota e l’altra piena, una vede solo qualche pastrano nero e un solo sesso: maschio. Ma le donne possono andare a pregare al Muro del Pianto? Suppongo di sì, ma non ne vedo. Però ricordo che il primo giorno avevo colto con la macchina fotografica donne soldato, col mitra in mano, che passeggiavano ridendo sullo spiazzo antistante. Va beh! forse le donne oggi non hanno tempo per queste fesserie e perdite di tempo.
Intanto la coda si allunga e dal controllo tornano indietro alcune persone. Un prete italiano ci spiega che lì non si può entrare con simboli, testi e esibizioni di altre religioni. In effetti tornano alcune suore e altri che non hanno un’aria particolare, mah! chissà perchè non li hanno fatti entrare. Ma io entro, non porto il segno della mia agnosticità, ma sicuramente il marchio della mia curiosità. Diffido dei luoghi di culto, mi sembrano falsi e posticci, come alla Chiesa del Santo Sepolcro, dove le pie donne e i bambini ungono di olio profumato una pietra. Espressioni che trovo imbarazzanti, ma lecite. Luoghi che trovo troppo grondanti di simboli. E invece qui ci troviamo immersi in una luce fantasticamente d’oro puro, nel silenzio e nella vera pace di un luogo di pace.
Lo spazio è grandissimo architettonicamente diviso su due livelli, nel primo, il più basso, ci sono alberi sotto i quali sostare per pensare e pregare.
La vera spianata, quella più alta è enorme, in centro troneggia la moschea bellissima dalla cupola d’ora e dalle decorazioni azzurre, Al Aqsa, la rocca, che davvero regala agli occhi un senso di abbagliamento e all’animo una sensazione di serenità e sicurezza.
Io non sono sensibili alla spiritualità della religione, io sono agnostica e amo la natura e le cose belle e l’unica fede che porto e quella dell’uguaglianza degli uomini in questa terra, in cui viviamo questa vita terrena, ogni altra cosa che riguarda l’aldilà, non riguarda me… io sono per il qui, ora. Ma a camminare sulla spianata, lontano da tutto e tutti… beh! lì qualcosa c’era anche se non sapevo se c’entrasse la spiritualità religiosa oppure l’amore per il bello e il trascendente.
Ora capivo cosa fosse accaduto nell’animo dei palestinesi, quando Sharon con il suo fare sprezzante e provocatorio era entrato nella spianata con le armi (e 700 soldati), facendo sparare tra gli occhi alle persone e passeggiando con fare da padrone, dove la pace non c’era più.
Si levarono i sassi contro i mitra e i cannoni e si levarono i pugni contro i carriarmati e i bulldozer: la seconda intifada… una nuova Nakba.
In quella luce e nell’aria tersa e silenziosa dove neppure il vento ha voce, si alzano dai minareti intorno, le voci dei muezzin, non sono suoni fastidiosi, si sposano bene con l’umore della splendida mattinata. Resti lì sospesa a mezz’aria, con un sorriso beato sulle labbra, che posto fantastico, che momento indimenticabile…
Ma una musichetta tipo marcia militare sale da sotto le antiche mura. Non posso credere alle mie orecchie, c’è chi disturba quel momento di perfezione assoluta con una stupida canzoncina da soldatini di stagno. Forse capisco male, forse è solo una parola in quella lingua inventata che assomiglia a “fidelis” in latino, ma se fosse così? Se usassero una lingua più universale dell’inglese per dire che è la loro di fede che vincerà? Non so, non capisco, per me è solo invidia, per me è che si rendono conto che Gerusalemme è più araba e romana che israelitica, di Israele ci stanno solo i segni del potere: edifici imponenti in quello stile tardo fascista, in quelle bandiere da gioco del RisiKo che sventolano sopra le case palestinesi e sopra quelle fortezze inespugnabili senza bellezza nè leggerezza, ornate solo dal merletto dei campanili e dei minareti slanciati nel sole dell’oriente a certificare che malgrado le crociate sanguinarie, oggi lì la fede, convive senza bisogno di armi in pugno e di canzoni da parate.
Ora è tempo di partire… il viaggio continua verso i territori della zona A, dove i palestinesi costruiscono e gli israeliani demoliscono in un gioco assurdo delle parti.
Questo viaggio mi sta prendendo nell’anima.

La partenza

In Anomalie, Viaggi on 26 dicembre 2012 at 10:19

aereo

Cosa c’era che non andava in quella partenza?
Innanzi tutto non andava che a tutti quelli che lei lo aveva detto gli avessero fatto, più o meno, la stessa sollecitazione: “Mi raccomando… stai attenta…” ma a cosa doveva prestare così tanta attenzione? Un viaggio è un viaggio e il luogo non è neppure tanto lontano… eppure…
L’avevano preavvisata di non farsi intimidire dalle eventuali perquisizioni, anche corporali, dalle domande che tendevano di farti ammettere cose che non intendevi commettere, e poi di non dire i luoghi che intendevi visitare, sostituendoli con quelli che tutti volevano tu pensassi visitare.
Sembra che lì, alcuni luoghi, avessero nomi impronunciabili, e un’esistenza negata… un po’ come dire una parolaccia in chiesa, oppure come pronunciare una formula magica che trasformava la realtà in incubo.
E tutto questo solo per poter andare a visitare dei luoghi che tutti sapevano esistere, ma che si rifiutavano di ammetterlo, solo perchè la loro esistenza avrebbe denunciato anche la loro occupazione abusiva e illegale e soprattutto armata.
Ecco la cosa sconvolgente: fare attenzione a dei ragazzini appena usciti dai licei che venivano armati e messi a controllare le strade, gli aereoporti e i posti di controllo.
Ecco, quello che la preoccupava di più era quella sensazione che si stava impossessando della sua anima: una strana e serpeggiante paura in aggiunta alla sensazione di perdere la propria libertà e dignità. Strano però.
Era infastidita dal fatto che quando sarebbe arrivata lì avrebbe smesso di essere una persona libera di avere una propria idea e di fare una propria scelta e sarebbe stata in balia di un controllo imposto attraverso un esercito di ragazzini spaventati dalla sua valigia riempita da pennarelli e peluche, davvero difficili da spiegare.
Si immaginava il dialogo surreale: “Per chi porta questi giocattoli?” “Per i bambini!” “I nostri bambini non hanno bisogno di questi giocattoli!” “Lo so, ma sono gli altri che invece ne hanno bisogno!”
Ecco gli “altri”, i diversi, i cancellati, quelli che non hanno una terra che porti un nome, quelli che non hanno il diritto di tornare alla loro casa, quelli che hanno i figli che abbisognavano di giocattoli, quelli il cui nome non era possibile pronunciare e che erano il soggetto della guida turistica che avrebbe nascosto in quella spaventosa valigia che forse non sarebbe passata indenne ai controlli.
Era strano anche il fatto che partiva con il numero di telefono dell’Ambasciata in tasca, che avrebbe potuto servire per portarla in salvo, almeno c’era qualcuno che avrebbe potuto garantire per lei… forse…
Ci pensava mestamente quella mattina, qualche ora prima della partenza e si andava convincendo, da sola, raccontandosi che non poteva essere, che tutte le storie che alcuni suoi connazionali le avevano raccontato avrebbero potuto essere delle invenzioni, in fin dei conti lei era una persona seria, ben intenzionata, portava nel cuore un messaggio di pace, e allora perchè avrebbe dovuto avere paura? Perchè mai l’avrebbero potuta fermare, interrogare, intimorire e alla fine rimandare indietro?
Ma il suo disagio persisteva. Era certa che non sarebbe stata capace di sostenere le domande senza alla fine dire la verità e la sua reale destinazione e questo l’avrebbe fregata senza dubbio, perchè non era capace di sottostare a una costrizione, ad una assurda imposizione di facciata che offendeva la sua intelligenza e la sua libertà. Eppure lei ufficialmente stava partendo con una destinazione assolutamente normale, ma quello  che era strano però era la destinazione del suo viaggio: “paese civile e pacifico e soprattutto unica democrazia del Medioriente”.

Quattro chiacchere sul lavoro

In Disoccupazione, Economia, Giovani on 6 settembre 2011 at 22:45

E’ sempre più difficile parlare del lavoro. Sarà perché di lavoro non ce n’è più, oppure sarà anche perché chi ce l’ha si sente quasi, immotivatamente, fortunato. E’ vero che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, ma è anche vero che molti vorrebbero modificare la Costituzione, tanto per poter fare ancora di più quel cavolo che vogliono.
Oggi ero in manifestazione con la CGIL, ma forse sarebbe corretto dire con tutti i lavoratori: fissi o intermittenti. Insomma con la gente che un lavoro ce l’ha, ma che non sa se lo potrà tenere, fino alla sempre più lontana data della pensione, assieme a chi ha un lavoro saltuario e assolutamente sottopagato. Andando alla manifestazione… riflettevo su quello che mi è stato raccontato da una mia amica, andata per alcuni giorni nel meridione, per motivi di lavoro. Mi ha raccontato alcune cose che già sapevo, come per esempio che al sud, a differenza che da noi al nord, la gente vive meglio, veste meglio, fa una vita più mondana e spende senza troppe remore. Questo è bene, lo facciano almeno loro che possono farlo, ma sul perché loro lo possano fare e noi no, per me, è un mistero. Beh! si sa, non è tutto così il sud, c’è anche chi stenta e che vive sulla soglia della povertà, ma per quelli che ce la fanno incidono, probabilmente, anche la diversa mentalità e anche a quella economia un po’ anomala che troviamo in questa parte d’Italia. Molto più semplie esprimere menefreghismo delle regole supportato dall’indifferenza dei controlli sulle stesse.
La sola cosa che mi ha fatto trasecolare invece è una diffusa abitudine delle aziende ad assumere personale che tutto sommato, pur essendo già di per sè sottopagato, al momento della paga viene ulteriormente “tassato” di una buona parte dello stipendio in contanti. Insomma nella busta paga viene segnata una cifra, sulla quale vengono fatte le trattenute per quell’importo, ma alla fine lo stipendio consegnato è molto più basso di quello convenuto. Insomma, vuoi un lavoro? Ok, te lo do, ma non rompere le scatole, pena l’allontanamento, se non vieni pagato come dovresti… d’altra parte se a te non va bene, chissenefrega, ne troviamo una cofana di gente disponibile a questo trattamento.
Io sono ingenua e queste cose non riesco nemmeno ad immaginarle. Non so nemmeno come questi lavoratori riescano ad adattarsi, ma capisco che i tempi sono davvero brutti. La cosa che però non sopporto è il doppio sfruttamento del lavoro del dipendente, capisco un arricchimento fisiologico dell’impresa, ma non comprendo l’arricchimento del tutto criminale che permette all’imprenditore di non tener conto del diritti del lavoratore.
Ecco a parlare di lavoro mi sono incazzata, ma visto che oggi sono in sciopero avrò il tempo di farmi sbollire la rabbia, tanto domani approveranno la nuova Finanziaria a colpi di fiducia, e allora sì che tutto andrà a posto e a me verrà un travaso di bile. 😦

Ingresso negato

In Gruppo di discussione politica. on 18 luglio 2011 at 8:09

Lettera pubblicata nel blog di Rough Moleskine
sabato 16 luglio 2011
ENTRY DENIED e l’identificazione degli attivisti solidali con il Popolo Palestinese

Mentre dalla Palestina occupata giungono rumors sulla identificazione degli attivisti aggregatisi all’iniziativa “Welcome to Palestine”, identificazione da parte dell’Autorità Palestinese (…), ricevo e pubblico un messaggio da parte di chi invece ha sperimentato l’ennesimo ENTRY DENIED.

Amman, 15 Luglio 2011

“Entry Denied: Israele, l’unica democrazia del Medio Oriente”

Care lettrici e cari lettori.

Non basta che il governo di Netanyau abbia bloccato la partenza di centinaia di attivisti non violenti che cercavano di raggiungere la Palestina senza mentire sul vero proposito della loro visita in “Israele”. Non basta che coloro che sono riusciti ad arrivare, richiedendo di visitare i territori occupati, siano stati deportati e rinchiusi in carcere, in attesa di essere espulsi. Il governo israeliano non è stato solamente molto attento e efficace nell’impedire l’entrata di centinaia di persone di tutte le età che avevano aderito all’appello della campagna “Benvenuti in Palestina”, organizzata da varie associazioni pacifiste palestinesi e israeliane, ma l’accesso è stato negato a ogni sospetto attivista che abbia tentato di entrare in Israele attraverso gli stati confinanti.

Sono da molti anni un’attivista per i diritti umani del popolo palestinese. Ma sono stato in Israele/Palestina per la prima e ultima volta nell’estate del 2003, partecipando alla campagna contro il muro dell’apartheid con il movimento a cui ancora tutt’oggi faccio riferimento: l’International Solidarity Movement (www.palsolidarity.org), lo stesso di cui faceva parte l’amico Vittorio Arrigoni. Dopo otto anni ho tentato di tornare in Palestina passando dalla Giordania e il governo israeliano mi ha impedito l’accesso, stampandomi sul passaporto un ENTRY DENIED con due grosse line rosse, di cui comunque vado fiero. L’11 Luglio sono atterrato a Amman e il 12 mi sono recato al posto di confine di Kin Hussein Bridge. Dopo essere stato separato dal mio zaino, dopo vari controlli e interviste che si sono susseguite e intensificate, dopo ore di attesa una giovane militare mi restituisce il passaporto dicendomi: “Lo sai che te ne torni in Giordania vero?” Ho fatto presente che nelle quattro ore di attesa non ero stato informato. Alla richiesta di spiegazioni mi risponde: per “ragioni di sicurezza”. Quale sicurezza? Rappresento un pericolo per la sicurezza di Israele? In che modo? Recuperato il mio zaino chiedo di di essere accompagnato da un responsabile che sia in grado di fornirmi maggiori delucidazioni sui motivi di questa decisione. Un’altro militare, superiore in grado, azzarda una spiegazione, chiedendomi se io non mi ricordi che cosa ho fatto nel Dicembre 2004. Io rispondo che mi ricordo benissimo, infatti ero in Inghilterra per un corso di studi. Ma non importa, sarà stato prima o dopo, afferma con molta precisione la soldatessa.

Il militare fa riferimento a quanto accadde nell’estate del 2003 quando fui arrestato con altri attivisti internazionali in un villaggio della West Bank cercando di proteggere una famiglia palestinese dalla distruzione parziale della propria casa, che si trova oggi, come centinaia di altre, schiacciata tra una colonia (quindi barriere e cancelli) e il famoso muro con cui Israele si protegge dai “terroristi”? Avendo praticato sempre e solo tecniche di resistenza nonviolenta, in che modo dunque posso io essere considerato un pericolo per lo stato di Israle? Nessuna risposta. La soldatessa non può dire che chiunque metta piede, per qualsiasi ragione in Palestina, è di fatto un nemico, in quanto in grado di osservare, capire e soprattuto raccontare al mondo intero gli effetti devastanti dell’occupazione israeliana.

Questa esperienza mi ha fornito anche l’opportunità di vivere ciò che palestinesi, provenienti dal mondo intero, vivono ogni volta che vogliono tornare nel loro paese di origine. Emigrati che da anni vivono all’estero e che vogliono salutare la famiglia, festeggiare un compleanno, come un americano che torna in Palestina ogni estate e che ogni volta aspetta ore per poter entrare. Famiglie con bambini anche piccoli che, per visitare per due soli giorni i parenti in Cisgiordania, subiscono ore di controlli e interviste.

Ho visto lo stupore incredulo nello sguardo di due giovani, in attesa di passare la frontiera, quando mi hanno visto tornare accompagnato dagli addetti della sicurezza. Ebbene sì, mi rimandano indietro, mi trattano come una bestia, come trattano tutti i Palestinesi alla frontiera o a qualsiasi check point nei territori occupati. Passando sono riuscito a dir loro “We are all palestinians”. Non hanno potuto alzare le classiche due dita in segno di vittoria, né intonare un coro, ma la tristezza nei loro occhi ed il sorriso dopo aver sentito la mia frase mi hanno fatto sentire meglio.

La presenza di internazionali in Palestina ha infatti anche solamente l’effetto di non farli sentire soli.

L’ampiezza della repressione contro le centinaia di attivisti che hanno cercato di raggiungere la Palestina tra il 7 e il 9 lulio 2011 (che ha suscitato perfino e incredibilmente la critica dei media israeliani più noti) e contro quelli che cercano di farlo in qualsiasi momento e da qualsiasi confine, non è sufficiente a scoraggiare coloro che continuano a battersi in modo non violento per i diritti di un popolo accogliente e dignitoso come quello palestinese. Questo dovrebbe stimolare a visitare il paese e a conoscere i palestinesi. Risulta infatti molto più facile entrare in Israle passando da Tel Aviv per chi lo fa per la prima volta, semplicemente raccontando che ci si reca in terra santa per visitare i luoghi sacri o andare nelle spiaggie a fare il bagno..

Io comunque sono andato in Palestina e spero che lo facciate in tanti.

Verra’ il momento in cui si potra’ visitare liberamente la Palestina come nazione libera e indipendente. Dobbiamo lottare anche perchè questo avvenga.

In solidarity,
Simone Brocchi

PS: Una curiosita: su due dei tre “stamps” che le autorità israeliane hanno impresso sul mio passaporto, ben due recitano ENTERY DENIED, in un inglese palesemente incorretto!

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