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C’era un tempo di mezzo

In amore, Donne, personale, uomini on 6 febbraio 2014 at 7:22

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Era sera. Una sera che degradava dal fulvo dorato all’inchiostro stemperato con i riflessi rosa dell’ultima luce del sole.
Era bello stare lì, un bello che riempiva l’anima.
Improvvisamente come un brivido che corre sulla schiena e risale fino a un punto preciso del cervello, aveva ripensato che la sua vita aveva un prima, un dopo e che aveva avuto anche un lungo tempo di mezzo, a cui lei non pensava quasi mai.
Era certo frutto di un riflesso condizionato dalla paura di sapere, di ritornare a quel momento sospeso che era stata la sua vita di mezzo.
Non che fosse stato un periodo totalmente oscuro, anzi a dire il vero era stato per buona parte un periodo pieno di stimoli e di sicurezze che venivano raccolte qua e là nel percorso. Proprio lei che di sicurezze non ne aveva mai avute e non gliene erano mai state regalate.
Sapeva già da allora che avrebbe dovuto far da sola se voleva assicurarsi una vita senza condizionamenti e ostacoli, ma sapeva anche che si era scelta la strada dei condizionamenti più feroci. Era l’amore che la fregava e pure allora lo vedeva con chiarezza.
Ecco perché tornava raramente a quel tempo, provava sensazioni contrastanti, un dolore diffuso e una rabbia stemperata ormai dalla conoscenza ma ora era tutto dietro le spalle.
Ma quanti anni erano stati? Lei aveva diciannove anni quando tutto era incominciato. Quel nuovo posto di lavoro, sottopagato, ma a lei era sembrato che malgrado le apparenze, poteva diventare davvero la sua sicurezza e il suo futuro. Allora aveva quel ragazzo che se mai avesse potuto l’avrebbe messa sotto una campana di vetro, non solo per poterla guardare lui, ma per farla ammirare anche agli altri. Ammirare, ma non toccare. Aveva perduto quasi tutti gli amici e forse forse non era stata tutta colpa sua, anzi ne era certa. Fosse stato per lei avrebbe avuto un mondo pieno di amici e di occasioni. Ma lui era talmente insicuro che la voleva tutta per sè e ci voleva mettere in aggiunta pure le catene di un rapporto definitivo, cosa che a lei era sembrata davvero una forzatura. Non era pronta nemmeno a un rapporto di convivenza figurarsi a quello di un matrimonio. E questo l’aveva spinta a tirarsene fuori, respirando finalmente aria pura e soprattutto libera.
Quel nuovo lavoro l’aveva catapultata in mezzo ad un mondo quasi totalmente maschile. Ma lei male non si trovava, gli uomini erano meno competitivi tra di loro e non lo erano affatto con le donne. Questo atteggiamento non veniva per apertura mentale, questo lei lo sapeva bene, ma solo perché una donna non avrebbe mai messo in pericolo la loro professionalità e a dirla tutta nella sostanza si sbagliavano di grosso, ma a quel tempo la donna ne aveva di strada da fare.
Si trovò a sorridere. Erano altri tempi e tutto sommato andava bene così, bastava solo mantenere il profilo basso, e tutto filava liscio senza scontri superflui.
Insomma era allora che era iniziata la sua vita di mezzo, quel periodo che l’aveva vista studiare per prendersi un diploma, e poi iscriversi all’Università, ma che in particolar modo l’aveva vista fare i bagagli e uscire dalla casa che l’aveva imprigionata fino alla sua maggiore età e che ora non la poteva più tener legata.
Che belle quelle notti passate a passeggiare da sola per strada, era la dimostrazione del riscatto e della libertà.
Ma nel frattempo era entrato nella sua testa quell’uomo abbastanza grande ed egoista da saperla manovrare senza che lei fosse capace di comprendere, almeno non allora, almeno non subito. Troppo diverso da lei perché potesse riconoscerne prontamente i difetti e per prenderne le distanze in tempo, prima che fosse troppo tardi.
L’aveva amato e l’aveva profondamente odiato, troppe delusioni e troppi sogni disarticolati. Ma sempre e comunque lui riprendeva il potere. Non era amore, era piuttosto una malattia incurabile, una malattia così lunga e così tossica da durare… quanto?… ben 27 anni. Ecco era tutto lì il suo tempo di mezzo. 27 anni di fatica e di cos’altro? Sofferenza? Ma anche amore unilaterale… eh capirai a cosa serve.
Lei non sapeva come riassumere: certo un figlio amatissimo, un matrimonio piuttosto inusuale e una vita insieme che veniva soffocata dalla ripetizione. Ripetizione di cattive abitudini o semplicemente di abitudini e basta.
Lei era stanca, ma non avrebbe mai ceduto. Era una combattente nata, né mai troppo doma, né mai sleale. Ed era finita, così con uno strappo senza risposte. Come un amore non dovrebbe finire mai.
Come c’era stato un prima, poi c’era stato un dopo: terribile nei primi tempi e poi sempre più rasserenante, quando si era accorta che la vita vince sulla morte e che lei era sopravvissuta a quest’ultima.
Ora che aveva reiterato la convinzione che da solo si può, stava trovando dentro di sè una serenità ed una sicurezza che per troppo tempo aveva perduto. Non si diceva più che era stata colpa degli altri, chi vuole il suo male, o lo sa gestire o lo subisce. E lei aveva provato prima a subirlo e poi a gestirlo, ma tutto era finito in una bolla di sapone, troppo fragile per esistere, troppo bella per non invidiarla.
Era stato quello il tempo di mezzo, trent’anni di limaccioso pantano, con tanti sogni traditi, e solo uno pienamente realizzato.
Pensava a quel sogno che si era trasformato in un ragazzo che a guardarlo le si riempivano gli occhi, quei capelli scompigliati e quegli occhi verdi che scaldavano il cuore. Strano miscuglio tra il miracolo e il talismano, non sapeva davvero come c’era riuscita però sapeva che era stato il suo portafortuna.
Quello era un amore che non tradiva, che valeva per sempre e neanche era necessario che fosse contraccambiato. Era amore e basta.
Nel tempo di mezzo lei aveva conosciuto l’amore, quello che lei avrebbe voluto per sè stessa ma che invece era felice di dare, resistuito forse da quello sguardo divertito e dolce, che la ripagava di ogni lacrima e di ogni piccola o grande apprensione.
C’era stato un prima, poi la terra di mezzo, ed ora il poi che le consentiva di godere di un tramonto sfolgorante, senza avere rimpianti. Era accaduto tutto lì nel suo centro, in un tempo che non era giovinezza, ma una cosa che non sapeva spiegare, dove lei era donna in modo diverso da tutto l’altro tempo. Finalmente era donna in modo quieto ed inestimabile. Nessuno a pretendere da lei se non quello che gli aspettava, immenso amore e cura, un gesto naturale e senza platealità. Lei allora sì che si era sentita una regina.

Datemi un sogno da sognare insieme

In amore, Anomalie, Donne, Economia, Giovani, politica, Religione on 6 luglio 2013 at 9:05

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Sarà che il mondo è diventato piccolo, sarà che ci sentiamo cittadini del mondo e che pensiamo di assomigliarci tutti, soprattutto se apparteniamo allo stesso genere, sarà per quello e altro, che non ci rendiamo conto della diversità, delle differenze che ci contraddistinguono e soprattutto ci è difficile pensare a quanto possano essere differenti le istanze del genere femminile a seconda del paese di cui parliamo. Le donne e gli uomini sono sempre figli della società in cui vivono.
Ieri sera ero ad un incontro che coinvolgeva giovani donne italiane e giovani donne tunisine. Il tema era l’informazione e le associazioni di donne in aiuto alle donne nella Tunisia di oggi. Qualche giorno prima ero presente ad un incontro con una donna che era stata esponente politica palestinese e una donna italiana che lo era stata anche lei a suo tempo, ma in Italia però. Che cosa hanno queste donne in comune? Quali i sogni da fare insieme? Esiste ancora una lotta che le renda sorelle e che permetta loro si sostenersi a vicenda? Analizzando con un occhio un po’ critico direi proprio di no.
I racconti delle ragazze tunisine non stupivano le giovani italiane, però stupivano me. Qual era la donna che usciva dalla rivolta dei gelsomini? Una donna migliore, più libera, con maggiori possibilità per la propria vita? Direi di no. C’è stata una “rivoluzione” in Tunisia che avrebbe dovuto cambiare il volto a quel paese, come avrebbero dovuto cambiarlo in tutti i paesi affacciati sul mediterraneo, ma per la donna non è cambiato niente, punto. Sempre la solita storia: esistono varie Tunisie, come esistono vari Egitti e logicamente di seguito esistono varie Palestine.
E’ evidente che la Tunisia delle “spiagge” non è la Tunisia “interna”. La differenza sta proprio nella capacità della donna a muoversi nella realtà del suo paese con maggior autonomia. Intervistate le donne delle “spiagge”, ossia del nord del paese, mostrano subito di essere diverse: non portano il velo, hanno i capelli tinti, sono truccate e non hanno peli sulla lingua. Chiedono a gran voce libertà, lavoro e parità di diritti. Al sud, profondo, invece lavorano in modo duro, nell’agricoltura, sono le uniche occupate nel settore perchè sono pagate di meno, circa un dollaro al giorno e senza nessun contratto che le tuteli e nessuna norma di sicurezza. E soprattutto a causa dei pesticidi che vengono maneggiati e sparsi senza nessun accorgimento particolare, si ammalano facilmente di tumore ed è così che muoiono senza aver modo di andare da un medico o in un ospedale, perchè quel guadagno è l’unica risorsa di famiglie numerose, e questo decreta il destino delle femmine di casa.
Le due ragazze, con il loro hijab, ci parlavano di aver studiato all’università e di aver preso strade diverse. Una dopo aver cercato lavoro al nord è tornata al suo villaggio e si occupa di associazioni di donne che aiutano le donne, l’altra è uscita dal suo paese e lavorava nell’ambito di attività turistiche, cosa assolutamente vietata dalle tradizioni del suo popolo e in una radio “La voce di Eva”. Sia la prima che la seconda non hanno visto la rivoluzione dei gelsomini come un’opportunità per affrancarsi dai pregiudizi e dai condizionamenti della mentalità della vecchia Tunisia. Tutte e due ci tengono a dire che a loro non interessa la politica e che cercano di fare il meglio per loro stesse, con una minima coscienza di fare il bene comune, quindi non un passo verso un vero cambiamento di mentalità, una richiesta di riconoscimento delle loro capacità e del loro valore a prescindere dal genere di appartenenza.
Dall’altra parte ragazze italiane che ascoltano e che dimostrano di non conoscere l’ABC che ha mosso la generazione mia per la liberazione della donna. Forse perchè si considerano giovani e libere, in un paese democratico (?) dove non c’è bisogno di lotta per mantenere i propri diritti e non c’è richiesta di maggior spazio e di un sognare comune? Io, invece, che conosco il prezzo che quei diritti ci sono costati, non considero scontato il fatto di mantenerli, anzi sento il continuo sgretolarsi delle fondamenta della costruzione che pensavamo solida: quella della libertà della donna.
Si sono accorte le italiane, per esempio, dell’attacco alla legge 194 e hanno mai provato a cercare un consultorio famigliare? Hanno già provato a mettersi in concorrenza con un coetaneo, maschio, per un posto di lavoro qualsiasi? Sanno cosa deve rinunciare una donna per avere una famiglia e dei figli e contemporaneamente mantenere un posto di lavoro, se non tentare di fare carriera? Inutile chiederlo visto che lavoro non ce n’è per nessuno. Visto che i generi di prima necessita li provvedono i genitori stressati o i nonni, con i loro risparmi di una vita, e visto che di famiglia, a queste condizioni, non è il caso di parlarne, figuriamoci di figli.
Ben diverso era stato l’incontro con le due donne “politiche” che appartenevano sicuramente alla mia generazione e che avevano fatto della lotta per la libertà e i diritti di genere, ma non solo, il loro credo. Le loro storie di lotta ed emancipazione mi erano note, perchè c’era un sogno comune da sognare, c’era una comunità di intenti e una voglia di emancipazione che aveva fatto prendere la via della resistenza armata e poi quella della politica istituzionale alla palestinese e quella del sindacato e della politica attiva all’italiana. Strade difficili per un uomo, figurarsi per una donna.
Per me loro sono un esempio di volontà e di forza. La loro presenza nel mondo ha fatto storia. Sono figure di riferimento, che seppur volessimo mettere in discussione per la loro appartenenza attuale alle istituzioni, certamente non si possono mettere in discussione sulla capacità di affrancare la donna dai condizionamente del mondo da cui provengono.
E allora, alla mia domanda alle ragazze tunisine: “Ma vuoi avete dei sogni? Ma cosa volete dalla vita: sposarvi ed avere figli oppure affermarvi in un lavoro e trovare il vostro posto nel mondo?” (notare la tipica scissione pregiudiziale, quasi sempre presente tra quelle della mia generazione: l’impossibilità di riuscire ad avere tutte e due le cose). La risposta è stata: “Certamente noi sogniamo e vogliamo sposarci ed avere figli.” Ma perchè mi sentivo così delusa? Solo perchè in un momento di grande mutamento di un paese le donne non si rendono conto dell’importanza di cambiare anche il loro ruolo e i loro sogni? Oppure perchè mi pesava nel cuore le più di cento donne violentate nei tumulti di piazza Tahrir in Egitto? L’incapacità della donna di trovare uno spazio nuovo nel mondo e una possibile coesione di intenti e di sogni?
Mi sono trovata orfana di un sogno. Per favore, datemi un sogno da sognare insieme per unire ogni donna nell’emancipazione e nel cambiamento. Demolite tutte le religioni e le società maschiliste che rendono le donne succubi nei bisogni e nelle idee. Donne, liberate la fantasia e chiedete. Abbiate coraggio di buttare i vostri condizionamenti e le vostre priorità precostituite. Siamo tutti uguali sotto questo cielo e nemmeno il genere dovrebbe fare differenza.
Ecco che esce il mio femminismo da sessantottina, ma davvero sono datata e fuori tempo? A me pare di no. Io un sogno ce l’avevo e volevo sognarlo assieme agli altri. Ma è un sogno che vale la pena di sognare ancora?

L’abito non fa solo il monaco, ma anche il Papa…. Francesco d’Assisi sul mercato

In amore, Anomalie, Cultura, Donne, Economia, Giovani, Informazione, politica, Religione, uomini, Vaticano on 18 marzo 2013 at 10:46

le pecore del pastore

Francesco d’Assisi sul mercato
ovvero : L’ABITO NON FA SOLO IL MONACO MA ANCHE IL PAPA
(di Bruno S.)

Oggi stavo guardando le immagini televisive sulla prima apparizione domenicale del novello Francesco. Tenendo ferma l’evidenza del ruolo decisivo dell’ideologia religiosa cattolica nella costruzione di un modello di rapporto uomo/donna da diffondere come “valore universale”, e ( all’ interno di questo ) della funzione centrale della “sacralità” del matrimonio per la codificazione dei “valori” della “famiglia” , mi stavo chiedendo su che cosa sia fondata la “credibilità” o il “carisma mediatico” ( per le moltitudini dei “fedeli” riuniti in trepida attesa di una buona novella ) del messaggio di un Padre Padrone che si presenta travestito da amico dei “poveri”, come un Francesco d’Assisi redivivo, utilizzando ( quale metafora del “rinnovamento”! ) il linguaggio quotidiano della gente , mentre è perfettamente cosciente di essere a capo di una struttura globale di potere economico che sostiene e alimenta proprio la produzione di massa della povertà a livello planetario. Il doppio volto della carità cristiana, divenuta nei secoli una fonte inesauribile di potere tramite la pratica delle elemosine.
Scrivendo queste righe, mi rendo conto di che cosa voglia dire essere nato, cresciuto e diventato vecchio dentro una tradizione “non cristiana”, ai margini di una preponderante società cristianizzata ed imbevuta del mito del dio fattosi uomo per la salvezza dell’umanità. Al mio paese ( Biasca, Cantone Ticino, Svizzera ) esisteva una tradizione non cristiana secondo la quale le persone defunte, vissute sempre senza mai aderire al cristianesimo, venivano seppellite con il simbolo di un cuore ( scolpito in legno, chiamato ” tap ” nel nostro dialetto ), proprio per distinguerle, anche da morti , dalle persone sepolte con il simbolo della croce. Una tradizione ormai scomparsa di fatto, ma che riguardava una parte significativa di famiglie. Mi sono spesso chiesto come mai questo bisogno di distinguersi dai “cristiani” avesse avuto senso anche dopo la morte, dentro una piccola comunità contadina. Negli anni giovanili avevo anch’io seguito l’interpretazione che la spiegava con “l’anticlericalismo”, quello che poi il movimento socialista da fine Ottocento aveva anche presentato come ideologia “laica”. Ma siccome fin da molto giovane avevo sempre pensato di non aver alcun bisogno di negare l’esistenza di un dio, ( per dare senso alla mia vita la definizione di “ateo” mi sembrava un non sense ), sono stato portato a pensare che quel bisogno di distinguersi dai cristiani fosse da considerare la pura e semplice testimonianza e riaffermazione di un diritto alla libertà di pensiero, proprio di fronte ad una forza contraria, preponderante ed oppressiva, che cercava, attraverso la Chiesa, di imporre una determinata interpretazione del mondo. E non certo per il gusto di aver ragione, ma solo perché il “controllo” del pensiero delle persone a proposito “del bene e del male” era socialmente decisivo per far accettare le condizioni materiali e le regole che codificavano l’esistenza delle disuguaglianze sociali. Quindi per uno scopo di “potere”.
Seguendo questa interpretazione, oggi, e per tanti altri motivi, credo che sia assolutamente fondamentale porsi la domanda di quale sia il ruolo della Chiesa cattolica nel diffondere criteri interpretativi su tutta una serie di problemi della vita associata, non in quanto “chiesa organizzata per la gestione della religione” ma in quanto struttura mediatica organizzata, in grado di utilizzare l’ideologia cristiana per condizionare le percezioni del reale , della vita in tutti i suoi aspetti quotidiani. Fra tutte le ideologie, quella cristiana ha l’enorme vantaggio di riuscire a far credere di essere depositaria anche di una risposta relativa alla morte, ed alla vita dopo la morte. La “sacralità” dei “valori” promossi ha il suo fondamento in una teologia che, fra le altre cose, ha sempre dedicato uno spazio privilegiato al ruolo della donna attraverso l’immagine della Madonna , la madre di dio, cui si lega l’intera costruzione dell’immagine del dio salvatore, e la stessa funzione del concetto di Trinità. Che questo modello teologico sia nel contempo un modello per l’interpretazione del rapporto uomo/donna, e che sia oggi veicolato non solo dalla Chiesa ma da una infinità di media, pervasivi della vita quotidiana, è il tema su cui bisogna riflettere.
Che tutto questo sia ANCHE un insieme di “valori” che esprimono un punto di vista “maschile” è altrettanto indubbio. Ragione per cui le lotte per l’autodeterminazione del “corpo delle donne” hanno una precisa funzione di denuncia. Ma a me sembra sempre più evidente che non basti rivendicare la necessità di un punto di vista “femminile” sull’intero arco dei problemi personali e sociali, perché ciò che costituisce il punto di forza del modello che abbiamo di fronte è la RELAZIONE tra i due sessi, sono le caratteristiche DEL RAPPORTO tra i due sessi, attraverso cui sono veicolati i cosiddetti “valori cristiani”. Quel rapporto è condizionato dalla “sacralità” che gli si attribuisce, e che discende dal mito della Trinità come struttura fondante della vita. Bisogna abbattere le fondamenta di questo mito se vogliamo costruire e diffondere un diverso modello di relazione, per l’uomo come per la donna. Senza dimenticare che tutti i cosiddetti ruoli “naturali” ( o biologici )dei due sessi, sono in realtà pervasi dall’ideologia di cui stiamo parlando, e sono invece spesso venduti come se fossero determinati da leggi divine.

(da un commento al post Da donna a donna di Bruno S.)

Altre considerazioni su: sessualità e finzione

In Donne, Gruppo di scrittura, uomini on 2 luglio 2010 at 9:11

Ecco il contributo di Mario alla discussione sulla “finzione e  sessualità”.

Alcune prime frettolose considerazioni, anche se riterrei più opportuno che gli interventi di Bruno diventassero direttamente un post senza prima essere commento. Naturalmente queste sono redatte prima di qualsiasi altro contributo cioè subito dopo la lettura del post di Bruno. E’ questo un limite del “dialogo” in rete: la sovrapposizione delle “tesi”. Aggiungo solo che solitamente non mi fermo troppo a restringere il mio pensiero ad un condizionamento troppo personale. Guardo e ascolto e non mi limito ai miei limiti ed ai miei vizi. Se dovessi giudicare la mia situazione direi che “sono felice”. Per quanto concerne la mia compagna sta a lei testimoniare. Farei un sopruso se parlassi per lei.
Finalmente, grazie a Bruno, si è cercato di limitare l’ambito di discussione a “la finzione” ovvero al detto e no all’interno dei rapporti di coppia (e parlo di coppia e non di uomo/donna non a caso). Certamente la “letteratura” è un ambito nel quale si può fotografare la realtà. Se non possiamo avere una fotografia del reale lo possiamo almeno simulare, possiamo avere un idea realistica. Quella vera, la realtà, credo non esista. Così comincio a cercare chiarezza su alcune domande poste, giustamente, da Ross.
Ma la letteratura ha le sue regole. E’ per quello che alla fine se il letterato viene smascherato perché cerca di fare il lavoro del saggista/ricercatore è costretto a nascondersi dietro il paravento: “è solo letteratura”. Ogni ambito/ambiente ha le sue regole, di questo (cara Ross) non puoi non tenerne conto. Ricordo che il medium è il massaggio (ma anche, in qualche modo, il messaggio). In un saggio o in un convegno si annuncia e affronta un problema, diventa una cosa in qualche modo “estraneata”; sociale. Ma soprattutto per certi di una certa generazione anche il privato è politico. In letteratura lo si lega ad una singola vicenda, ad un fatto personale, ma estraniato dal contesto di una vicenda di un altro, nel mondo “fatato” della fantasia. Quale sia l’ispirazione che ne detta il contenuto. In una discussione da bar tutti (e per tutti intendo uomini e donne ma soprattutto i maschietti) prendono le distanze per liberarsi da coinvolgimenti e contaminazione. Per questo i i protagonisti del tuo post nella realtà avrebbero spiegato di essere tutti dei “Siffredi”.
In verità questo conta poco in quanto l’interesse è affrontare il problema e i suoi snodi. Ci potremmo limitare ad immaginare cosa maschi possano dire come affermazioni di principio anche se poi non sono, nella realtà, conseguenti alle stesse. Chi mai è perfettamente conseguente alle affermazioni che fa? Ci esentiamo spesso dai nostri stessi propositi (le regole valgono per gli altri); ammettiamolo. Inoltre si suppone che parte degli uomini la cui donna si trova a fingere non ne siano consapevoli e coscienti. Direi anzi che si dovrebbe lavorare primariamente al fine di raggiungere per approssimazione un linguaggio comune. Nelle pieghe di un lemma si nascondono sempre tante sfumature che conducono ad interpretazioni diverse. Dovrebbe cioè cercare una comunicazione il più possibile neutrale e “veritiera”. Liberata, per quanto possibile, dalle interpretazioni “ideologiche”.
Credo che vicino alla radice del problema ci sia la negazione (storica) di una sessualità per la donna. La vergogna del piacere. E purtroppo la causa non è solo morale, visto che questo è riscontrabile in società diverse e in tempi diversi. Ricordiamo che ci sono “costumi” per cui viene limitato o negato, come atto sociale e/o religioso, il piacere alla donna. Sembra, pare, è quasi certa, la presenza di una considerevole percentuale di donne che non vengono a conoscenza del piacere cioè dell’orgasmo. Allora a monte del discorso dovrebbe esserci una “letteratura” che si occupa de IL PIACERE. Dall’altro verso è pur vero che si è cercato di configurare la donna come l’oggetto del desiderio. Questo pare significare che quel desiderio, cioè il piacere è maschio; eppure…
A questo punto mi sembrano due facce dello stesso problema che la donna neghi di conoscere/frequentare il piacere e che l’uomo neghi di avere problemi a condurla al piacere. Per quanto sopra quasi sempre l’uomo ne è esentato perché “il proprio piacere è il piacere della coppia”. Pare una battuta solo cinematografica che chieda alla partner “ma ti è piaciuto”? A parte il fatto che la risposta dovrebbe trovarsi evidente, vi è sotteso una insicurezza più che latente. Ma anche questo è altro. Resta il fatto che più spesso di quanto si pensi (e per varie problematiche) sono presenti nelle coppie difficoltà nel condursi per mano al piacere.
Spesso ho sentito donne parlare del proprio piacere (non ne parlano con facilità), anche se legittimo, come se stessero cospirando, se quel dialogo appartenesse ad una sfera eversiva, se confidassero un grande segreto che ha valenza di scardinare “l’ordinamento”. Ma anche nel loro caso la maggior parte delle volte si cercava, in un qualche modo, di esentare il partner. Certo alcune considerazioni ci porterebbero ad evadere. Ci costringerebbero ad intervenire sul tema dell’uomo e del suo doppio. Della maschera. Di quello che è e di quello che appare. C’è ed è evidente quella “zona di silenzio”. Un gioco di ruoli. Una rappresentazione di parte.
Si potrà obiettare che nelle vicende di coppia non c’è solo il piacere. Certo non amo il brodo, se poi è freddo… Visto che ogni uomo sostiene di governarlo. Di averne diritto. Fortuna vuole che sembra che lentamente ci stiamo avviando al riconoscimento dei diritti delle donne. Persino al diritto di decidere sul proprio piacere anche all’interno di una coppia; almeno a livello normativo. Solo che le norme non volgono quanto le consuetudini. Solo che spesso all’interno vi è una cavia, quando non una vittima. E che la donna ha imparato magistralmente l’interpretazione del ruolo di vittima. Chi non ha conosciuto il piacere difficilmente dirà che almeno si aspettava qualcosa di più, almeno di diverso. Chi ne viene frustrata raramente lo ammetterà al partner; spesso nemmeno con gli altri.
E’ un classico delle giustificazioni quel “E’ la prima volta; non mi era mai successo”. E la successiva risposta “non ti preoccupare”. Forse sarebbe più opportuno un invito a preoccuparsi. Certo vorrei sentire Ross perché per un fatto “ormonale”, ovvero di genere, mi sono sempre trovato dall’altra parte del problema. Vorrei sentire lei e/o la voce di altre amiche che so che ci leggono. Ammetto, anche se non amo parlare di me, ma questo non è un atteggiamento dettato dal pudore, di aver rifiutato anche una comoda finzione. Ma dovrei parlare di una donna il cui ruolo era inteso solo come finalizzato a figliare. Qui entriamo nel privato e forse nella singolarità. Lei non può ribattere. Eppure anche questo non lo credo un caso limite né abbastanza isolato. E’ la donna stessa che si nega al piacere. In questo caso temo che la finzione sia con sé stessa e nel raccontarsi che ne può fare senza, fino a convincersene. Qui non siamo più in letteratura, siamo senza ombra di dubbio nella psicoanalisi.
Ricordo che io vorrei occuparmi solo di scrivere prosa (magari prevalentemente, perché certe passioni si son fatte più tiepide). E’ giusto che siano altri, più giovani, a cambiare il mondo, io ci ho provato (nel piccolo mio) e non ci sono riuscito. Il problema, ed è problema di questi giorni, deriva anche da quello che ci raccontiamo, se siamo persino disposti a negare una palese evidenza. Il silenzio è quel vuoto nel quale noi siamo migliori. Io sono instancabile (come fosse solo una questione di tempi). La natura è stata benigna con me; chi lo nega ha evidenti problemi di vista. Si può ricorrere al silenzio nel quale nascondersi ma allo stesso modo ci si può nascondere in un mare di parole.

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