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Posts Tagged ‘Comunicazione’

Il canone inverso

In Amici, amore, musica on 14 maggio 2012 at 0:32

Qualche volta succede che quello che fai e quello che dici, venga stravolto e travisato. Non succede spesso, ma quando succede è un brutto colpo, perché, comunque, ti accorgi che non te l’aspettavi e in più, ti chiedi come sia possibile che una cosa che per te ha un senso preciso e chiaro, per altri ha il senso inverso.
Se poi questo travisamento viene da persone che tu conosci bene e in cui tu credi e hai fiducia, alla fine non sai più se è semplicemente il dolore di un sentimento  mancato o se bruci di più la ferita del tradimento umano.
Di mio c’è che sono sempre molto sincera e diretta, ma questo ha un limite, non ferisco mai volutamente la persona a cui mi rivolgo. Ci metto quasi sempre una buona dose di diplomazia e di buon senso. A meno che non ci sia malafede, non mi scaglio quasi mai in un inconsulto attacco frontale e preferisco la discussione infinita ai colpi bassi.
E come reagisco di fronte a chi non bada a spese e da un’amicizia appassionata passa ad una critica acerrima?
Io questo lo vivo come una profonda delusione affettiva, che è la ferita più grave che quella persona mi fa. Resto basita perché non capisco quali siano i meccanismi che portino una persona, che lavora al mio finaco o condivide con me pensieri e progetti, a considerarmi improvvisamente un ostacolo o una essere umano che le suggerisce sospetto.
Perché in realtà a me personalmente non succede mai. Perché se mi fido di una persona difficilmente cambio la mia opinione. Perchè non sono diffidente. Perché credo nelle persone e nell’onestà delle loro azioni e delle loro idee. Perchè io sono così. La mia sinfonia, se posso usare una metafora, va solo in un senso e non si arrotola su se stessa e non torna indietro.
Credo nelle buone intenzioni degli esseri umani, anche se feriscono e mordono senza davvero nessuna ragione e soprattutto per motivi che travalicano i fatti contingenti.
Se io credo profondamente nelle persone, allo stesso tempo, di fronte a certe reazioni di critica e scontro rabbioso, mi trovo a prendere per un momento le distanze dalla situazione, e a guardare con un minimo di razionalità quelle che potrebbero essere le ragioni più profonde di tanto accanimento e nuovo risentimento. A volte leggo dietro ad azioni e parole, quello che non vorrei leggere mai. Anime ferite e profonde insoddisfazioni, di cui non si è mai noi la causa diretta. Una situazione triste che dovrebbe metterti in allerta e far sì che queste cose non abbiano da ferirti mai.
Nel canone inverso la musica si svolge e si riavvolge senza cambiare la sostanza della melodia, ma nei sentimenti non è mai così, il riavvolgimento di un sentimento d’amore può diventare odio o qualche volta rabbia o indifferenza e lascia dietro sé le scorie di emozioni e sentimenti che non potranno più ritornare gli stessi. E fa male, e quanto fa male 😦

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I miei ultimi giorni di scuola

In Gaza, Giovani, Guerra, Informazione, Istruzione, La leggerezza della gioventù on 11 marzo 2012 at 0:09

Non ci avrei mai creduto se mi avessero detto che a 60 anni sarei stata invitata a parlare a 300 liceali. Sapevo già che sia che avessi avuto dieci minuti per farlo oppure due ore, non avrei mai saputo dire quello che mi sarebbe piaciuto dire. La questione è che a volte le parole non sanno essere generose, o almeno non lo sanno essere a sufficienza. Per fortuna è stata una notizia che mi ha preso alla sprovvista, appena il tempo di chiedere chi se la sentiva di parlare con me e organizzare un abbozzo di programma.
Il problema più grosso che ho dovuto affrontare è come comunicare con dei giovani senza prendere l’aria di una vecchia e pedante insegnante che dei giovani non capisce un’acca. Insomma questo lo potevo anche superare, bastava non pretendere di insegnare nulla, ma cercare di capire come i ragazzi di quell’età pensano e quali sono le cose che rifiutano e quelle che gradiscono.
Con molta umiltà mi sono ripassata le lezioni che mi aveva impartito mio figlio nei suoi anni di scuola. Eliminare l’aria da maestrina e mettermi al loro stesso livello. Ma se io fossi stata dall’altra parte, nei loro panni, cosa avrei voluto sentirmi dire? Facile, vorrei sapere cose che non so. Vorrei che mi fossero aperte porte su di un mondo che non conosco, dentro al quale trovo ragazzi che come me cercano di uscire dal loro ambiente familiare, a volte asfittico.
Vorrei che qualcuno mi dicesse che studiare è fantastico e anche me lo facesse credere, al di là del vecchio professore barbagianni, che perde i suoi occhi sui libri perchè non ha niente altro di meglio da fare.
Mi è venuto in mente una frase detta da un amico di famiglia a mio figlio ragazzino studente delle medie, che credo gli abbia cambiato la vita: “Tu vai a scuola ed il tuo dovere è studiare, per questo ti chiamano studente, c’è però un altro modo di essere, che fa la differenza. Quelli che studiano e approfondiscono ogni cosa che affrontano, ogni argomento che gli interessi, che non si accontentano delle nozioni e delle informazioni che ricevono, ecco quelli sono differenti e si chiamano studiosi e di questi ce ne sono pochissimi.”
In quel momento ho capito che non avrei potuto insegnare nulla a quei ragazzi, ma avrei potuto far nascere in loro la curiosità, la voglia di saperne di più e questo mi sembrava già una bella scommessa.
Ed è stato facile, come non avrei mai pensato, parlare a dei ragazzi di Palestina, di diritti umani negati, di pacifismo e di impegno, a persone che non sapevano davvero di cosa stessi parlando, ma che non partivano da preconcetti. All’inizio ho fatto due semplici domande: “Quanti di voi sanno chi è Vittorio Arrigoni? E quanti di voi sanno cosa succede in Palestina?” Il fatto che abbia visto alzarsi una sola mano alla prima e tre alla seconda domanda, non mi ha scoraggiato, anzi, mi ha dato la certezza che qualsiasi cosa dicessi per loro sarebbe stata nuova e li avrebbe incuriositi. Mi sembrava di essere Steve Job quando gridava agli studenti “siate affamati di informazioni, non fermatevi mai, non accontentatevi di quello che gli altri vi dicono, usate la vostra testa, approfondite, conoscete e non fatevi bastare mai“.
E stato facile parlare dei sogni dei giovani e del loro impegno per un mondo migliore, perchè ì giovani bene o male sono uguali dappertutto, sia che abitino a Gaza o che abitino a Tel Aviv. In un modo od in un altro si metteranno in contatto e sapranno comunicare tra di loro e che si facciano chiamare GYBO oppure Sministins, la loro voce si alza alta e entra nei cuori di altri giovani come loro e di chi ha un sogno in tasca come Vittorio che è un messaggio universale. Un essere umano che mette a disposizione la sua giovane esistenza per una causa difendendo col proprio corpo la vita degli altri. Chi mette il suo corpo come “scudo umano” é visto allo stesso modo di un cavaliere senza macchia e senza paura, un coraggioso e indomito personaggio che niente e nessuno fermerà, nemmeno la morte.
Ed il gioco è fatto. Non volava nemmeno una mosca. Ed io ero tornata sui banchi di scuola, di quella scuola che non avevo potuto frequentare e che tanto avevo sognato e vagheggiato. Ed io c’ero e stavo parlando a tutti quei ragazzi e loro stavano attenti e riflettevano su quello che dicevo, e lo facevano proprio, e cominciavano a chiedersi come mai fino ad allora non ci avevano pensato, cosa gli aveva fatto credere che non c’era niente da sapere e niente da difendere in quella terra non troppo lontana? Perché la sventura di un popolo é la sventura di tutti. I diritti umani negati sono un affare che riguarda tutti, perché oggi li hai questi diritti e domani chissà.
Ed io ero tornata a scuola, ormai fuori tempo e fuori età, percorrendo quei momenti come fossero i miei ultimi vittoriosi giorni di scuola e non ero sola, ero in mezzo ad altri giovani virtuosi, sia che si tratti di giovani oppressi o di  involontari oppressori. Perchè la cultura della PACE non si trova per strada, si costruisce giorno per giorno con impegno e con volontà. Sono più le cose  che accomunano, di quelle che dividono. Musica, poesia ed arte sono un messaggio comune che trascende la razza e la religione di chi lo espime. In effetti quei ragazzi sembravano ai miei occhi mai più studenti e tutti incredibilmente studiosi. Io credo abbiano applaudito alla fine, ma credo anche che ho imparato molto più io da loro che loro da me.

P.S. Il Gruppo Restiamo Umani con Vik (nel cuore) è stato invitato assieme a Don Nandino Capovilla di Pax Christi a parlare di impegno e solidarietà in Palestina. Il Ginnasio Liceo “Marco Polo” è la più grossa realtà scolastica tra i licei classici di Venezia. La nostra futura tappa sarà il Liceo Scientifico “Giordano Bruno” di Mestre.

Per il nostro gruppo hanno parlato anche:

Francesca Magro, studentessa universitaria, sulla sua esperienza personale e sul suo personale percorso alla comprensione e all’impegno.

Luca Pillon, attivista e “storico” su Vittorio Arrigoni, ha raccontato chi era Vittorio, che testimonianza ci ha lasciato e quali sono le ragioni per un impegno verso la Pace e la collaborazione pacifica in Palestina.

e presenti 300 splendidi ragazzi di tutti gli anni di ginnasio e liceo che hanno risposto con vero entusiasmo e disponibilità, i quali hanno la nostra gratitudine per quello che ci hanno insegnato e per la loro disponibilità di condividere i loro sogni e i loro progetti per il futuro.

Malgrado tutto, ragazzi: Restiamo Umani con Vik nel cuore 🙂

I comandamenti dei rapporti speciali

In amore, Donne, personale, uomini on 27 febbraio 2012 at 16:29

Dopo tanto tempo che mancavo sono rientrata nello splendido blog dell’altrettanto splendido Quarantenne 🙂  dove scopro subito una lettura alquanto particolare ed evocativa. Il testo lo riporto qui nel mio blog e la ragione che mi spinge a farlo è che, da qualche giorno, mio figlio è rientrato brevemente a casa, prima dell’ultima tirata che precede la discussione della tesi di laurea. Averlo a casa per me è una gioia, anche se non è che richieda molte attenzioni per sè, e nemmeno che mi metta ai fornelli più del solito, certo che un po’ di più faccio attenzione a quello che metto in tavola, almeno per quell’unica volta al giorno che mangiamo insieme. Sia chiaro che non ci tengo che lui “sfrugugli” l’anima della sua ragazza, su quanto buoni sono e quanto gli mancano i manicaretti speciali della mamma, ma mi auguro, e spero, che le nostre cene, a prescindere dalla qualità intrinseca del cibo, per lui rimangano nella memoria come un tempo speso bene, tra vivacità, risate, calore umano e cibi preparati con affetto… Sarà niente, ma a me personalmente, se lo avessi avuto,  sarebbe stato un ricordo che mi sarei portata appresso per tutta la vita.

Settimo: non abbuffarti.

Ho passato ventidue anni con mia madre e ventidue senza.

Assenza incolmabile, come un suono in una stanza vuota che rimbalza all’infinito nell’eco della mancanza, sporcato dal rimbombo dei muri disadorni.

Millecentoquarantaquattro pranzi domenicali materni mi sono perso, e anche se altri deschi adottivi, alcuni dei quali principeschi, vi hanno sopperito, mi mancano le pietanze materne, quelle preparate col tempo lento della festa, il pan grattato sulle cime di rapa, le imperfezioni callose della pasta fatta a mano, il fegato un po’ duro ma squisito, l’intento malcelato di assecondare i miei gusti, osando tra le vette della sperimentazione con ciò che aveva in frigo.

Una madre che cucina per il figlio suona musica propria. Solo cover per gli altri.

Un fiume di parole

In amore, Donne, personale, uomini on 13 luglio 2010 at 13:20

Giovanni le aveva ricordato che, moltissimi anni prima, lei parlava come una mitragliatrice. Per quanto ci pensasse non se ne rammentava. Forse era solo per quella timidezza che faceva di lei una ragazza vulnerabile. Aveva provato a mettersi mille corazze e altrettante maschere, aveva usato, per nascondersi, tutte le parole del suo vocabolario, ma aveva finito per consumare la sua voce, trasformandola prima in un bisbiglio e successivamente in silenzio. Non che quel silenzio fosse vuoto. Lei nel silenzio metteva tutto il suo ragionare, dalla sua donna bambina a quella megera cinica, tutti i suoi film della vita e tutte le sue storie che morivano stortignaccole e infelici.
Aveva una vita interiore incasinatissima, troppe voci, si sentiva la Giovanna d’Arco dei pensieri. A tutte dava spazio e a qualche film o storia vi si abbandonava. In modo particolare quando era stanca di vivere quella vita insulsa, tra gente con cui non riusciva a parlare. Forse era vero che non aveva una gran stima di sé. Vedeva tutti gli altri più bravi, più intelligenti, più belli. Lei credeva di potersi mimetizzare prima dietro ad un fiume di parole e successivamente in un silenzio immutabile. Certo anche lei aveva scritto, fregandosene del modo o di chi avrebbe mai potuto leggere. Aveva tenuto un ridicolo diario dove non aveva mai tentato niente di sdolcinato, mielosi erano a volte i sogni, ma di quelli si vergognava come una ladra. Scriveva, ma senza nessuna velleità, lo faceva per sé stessa, lo faceva senza una specifica ragione. Era come sognare e quel sogno che era la scrittura sembrava diventare più reale solo perché trovava spazio su di un foglio bianco. In alcuni casi aveva pure usato la stenografia, un sistema tutto suo che si era perso nella notte dei tempi.
Però era stato triste che avesse perso la parola, quella che per la sua risaputa leggerezza vola. A volte si accusava di essere troppo sprezzante perché non riusciva a trovare più la voglia di creare un comune vocabolario da usare, dei termini che avessero significato anche per gli altri. Non era certo perché le sue amicizie erano o troppo sempliciotte oppure presuntuosamente dotte. Lei, in entrambi i casi, si ritirava prima della battaglia. Eppure argomenti ne aveva, certo che ne aveva, bastava solo quel terribile momento politico, in cui ci si dibatteva, senza speranze.
Tanto meno l’amore l’aveva aiutata. Aveva infilato una serie di uomini che o erano troppo pieni di sé da non vedere la sua necessità di comunicare, oppure che la osservavano come se fosse un’aliena, tra l’ammirato e lo spaventato; una donna così non era facile da maneggiare. E nel suo dialogo mentale incoerente lei assimilava una dottrina confusa che non aveva a sostenerla nessun approccio empirico. Il suo pensiero era dominante, ma dominava solo dentro di lei.
Certo che non fai nessuno sforzo per far capire cosa ti passa per la testa. E poi hai pure la pretesa che gli altri si adattino a te. Un po’ di senso critico, tesoro!” Quando la donna-bambina si criticava cercava sempre di addolcire la pillola. “Ma sarai stronza! Tu sei sempre meglio di tutti. Mica ti sprechi a parlare con i poveri mortali. Loro hanno problemini troppo piccoli per te eh? Non sono degni delle tue considerazioni vero?” Ecco la cinica. “Però non è che qualcuno ti chiede mai come la pensi. No?… Magari, faccio per dire: che libro hai letto? Che film hai visto? Cosa ne pensi della situazione politica oppure le donne… sai la situazione della donna? Ma a nessuno gliene frega niente. Ma se parli di festival di Sanremo oppure di quel serial tv tutti fanno attenzione a quello che dici, tutti ne sanno più di te. Ma io non ho nulla da dire, che ne capisco io di queste cose. Potresti informarti, parlare come tutti. Ma io…. ma tu non ti accontenti mai. Chi credi di essere? Vorrei solo poter scegliere. Illusa! Illusa”?…
Il fiume di parole nella mente non smetteva mai, occupava tutto lo spazio possibile e non le lasciava scampo. C’era un unico modo per mettere un punto fermo ed era fissare le idee su un foglio. Rendere greve ciò che era leggero e inafferrabile, mettere nero su bianco; anche se ormai non era più lo stesso gesto di una volta. Non si trattava più di riempire un foglio bianco. L’atto di confessarsi era di pertinenza di un pc. Diventava tutto ancora più privato e nascosto. Prima i fogli potevano passare di mano in mano, ma oggi la tecnologica non lo consentiva. E brava la tecnologia e brave le password che vietavano l’ingresso alla sua anima.
Poi un giorno aveva ritrovato un vecchio amico. Giovanni stesso l’aveva dato per disperso. Lei forse ancora più degli altri. Non ne aveva più sentito parlare, forse non meritava nemmeno di avere sue notizie. Quelli, che li avevano visti insieme, erano i tempi della “mitragliatrice”. I tempi in cui parlare non le faceva paura e poi con quel ragazzo era una bella gara… non si sapeva chi parlasse di più. Tra loro non c’era mai stato silenzio. Poi, quando erano stati lontani, allora, si erano accontentati di scriversi lettere interminabili, facevano notte per parlare di tutto, ma poi dov’erano finite quelle lettere? Cosa contenevano? La storia di una breve vita? I sogni del loro futuro? Probabilmente tutto e anche di più. Insomma si erano persi e ora erano casualmente ritrovati. Lei aveva lasciato ogni speranza, non aveva aspettative, era abituata a quella vita e malgrado tutto ne aveva fatto tesoro. Lui, l’amico, non si era ancora lasciato sopraffare, avrebbe voluto ancora ritrovare quel fluire di pensieri condivisi che non aveva voluto dimenticare. Gli anni si erano posati su di loro e avevano lasciato il segno, ma il dialogo non era stato totalmente interrotto, Pochi attimi di sconcerto, pochi momenti di incertezza, le voci dentro di lei avevano gridato, si erano sovrapposte fino a creare il caos, poi con decisione lei le aveva messe tutte a tacere. Lui le aveva detto: “Mi riporti alla mente un tempo che avevo relegato in un angolo, ma mai completamente dimenticato”… Lei sapeva cosa volesse dire e le venne timidamente da sorridere, poi un fiume di parole la travolse e sfociò in un mare in cui era bello annegare insieme.

La Zona “del silenzio e della solitudine”

In Donne, uomini on 30 giugno 2010 at 7:42

Non sono brava nei sunti, ma l’argomento lo avevo lanciato qualche tempo fa con il post “Fingere” dove asserivo a mezzo raccontino che le donne si confessano tra di loro, parlando anche liberamente della loro sessualità. Non solo, molte asseriscono (e i dati li avevo ricavati da una inchiesta web) che le donne molto spesso fingono il piacere per non deludere e creare problemi al compagno.
La discussione sull’argomento non era stata esaustiva e proprio per questo avevo proposto un altro raccontino fantastico dove immaginavo degli uomini che si ponevano la domanda: “Ma le donne fingono?” e se sì “Perchè?”. Un altro post “l’altra metà del cielo si confida” apriva un nuovo scenario. “Ma gli uomini si pongono queste domande?” e se sì, “lo fanno parlando fra di loro?” Ancora una volta la risposta non era chiara. Gli uomini tra di loro si dipingono come “amatori indefessi” e il problema è solo degli “altri”.
La provocazione la raccoglie Bruno del blog “Ponterosso con il commento post “il piacere e la finzione, una lettura sociale al maschile“.
Oggi, come promesso, Bruno invia un altro approfondimento sulla funzione della comunicazione relativamente alla sessualità e all’isolamento fra generi diversi.
Riporto qui di seguito l’intervento.

“Dobbiamo ragionare proprio su questa ovvietà, cioè sull’esistenza di un non detto che ci parla proprio dei motivi per cui la finzione ha ragione di esistere”.
“Tutto questo a me fa pensare che esista una specie di zona “del silenzio e della solitudine” all’interno dei rapporti uomo/donna , donna/uomo, in cui ognuna delle parti si accontenta di parlare… con sé stessa, oppure in cui la percezione oscura di un qualcosa che non sappiamo spiegarci induce a mantenere ognuno nella convinzione che il problema sia …dell’altro”.

Cara Ross , caro Mario,
rileggendo quanto avevo scritto mi sono soffermato su queste due frasi, che mi permettono di ripartire con il ragionamento. Alludevo qui all’esistenza di un “non detto” e a “la percezione oscura di un qualcosa che non sappiamo spiegarci” per riferirmi alla presenza nelle nostre vite di quel pianeta chiamato inconscio, che opera ed agisce sui nostri comportamenti quotidiani e che continuamente ingaggia il confronto e lo scambio con la nostra parte razionale, cosciente. Volevo con questo cercare di attirare l’attenzione di chi legge sul fatto che, forse, proprio in quello che consideriamo l’aspetto più intimo del nostro relazionarci al mondo (il rapporto d’amore), si manifesta in modo più pregnante e decisivo (per le nostre scelte) quella parte “ereditata” di cui il nostro cervello e le nostre emozioni sono pervase, ma di cui non riusciamo a darci ragione, e che però tendiamo spesso a “spiegare” con motivazioni puramente ideologiche, cioè non pertinenti ai fatti specifici, e che hanno sovente funzione soltanto rassicurante.
Non voglio qui appesantire il discorso con citazioni, ma è per me pacifico che su questo tema ci sono (in psicanalisi e psichiatria, oltre che nella letteratura) pagine e pagine di tentativi di interpretazione, ognuna con più o meno buone ragioni. Preferisco invece discorrere come se fossimo all’anno zero in materia, e provare a trovare le parole più “elementari” per dirlo. La domanda che mi sono posto , entrando in questo dibattito, riguarda i motivi per cui due “sessantottini” maturi abbiano pensato (ognuno seguendo strade diverse) di cimentarsi con temi come la finzione e la gelosia ritenendoli significativi per il presente che stiamo vivendo, e quindi possibili oggetti di incontro e comunicazione con altri nel mare infido della rete… La prima risposta (banale) che mi sono dato è che questi temi fanno parte del loro vissuto. La seconda è che, sicuramente, il tema è trasversale nella vita di tante generazioni di “giovani” che il ‘68 l’hanno solo conosciuto dai libri o dalla musica, e di conseguenza sembra naturale pensare che debba poter coinvolgere. Ed anche che l’uso del racconto potrebbe facilitare questa possibilità di incontro.
Ma a quale scopo ?
Forse la domanda potrebbe essere: perché, ed in quale senso, questi temi sono tanto “attuali” , proprio nell’ottica di quanto gli anni Sessanta avevano fatto intravvedere come possibilità di “liberazione” dal peso della tradizione? E perché riguardano molto da vicino i comportamenti sociali di ognuno di noi, ed influenzano gli stereotipi attuali nella relazione tra i sessi, nel giudizio sociale diffuso sulle “donne” e sugli “uomini”? E soprattutto: come vanno letti e presentati nel contesto sociale attuale per renderli significativi agli occhi dei più ?
Una breve digressione prima di entrare in materia su queste domande.
Una decina di anni fa ero rimasto colpito da una dichiarazione di Gustave Flaubert “qui” il quale, di fronte allo scalpore pubblico suscitato dal suo Madame Bovary, ed al processo che ne era seguito, ad un certo punto aveva esclamato “mais Madame Bovary c’est moi!”, quasi a voler allontanare il sospetto che egli avesse voluto descrivere un fenomeno sociale diffuso, un ritratto della piccola borghesia che ne metteva in luce miserie e preconcetti. Flaubert tuttavia centrava (forse per la prima volta in modo così esplicito) una descrizione letteraria sui desideri “segreti” di una donna che, reclusa in un matrimonio che le nega il valore dei propri desideri erotici e sentimentali, cerca una illusoria via di uscita negli “amanti” che idealizza, finendone travolta.
Quella frase però mi aveva incuriosito, tanto da divenire il motivo che mi ha portato, (dopo aver per tanto tempo letto soltanto quanto si diceva su questo romanzo), a leggermi per intero quest’opera, scoprendovi altro. Dopo aver letto il libro, quella frase l’ho interpretata poi come una “confessione”: Flaubert parlava realmente di sé stesso descrivendo la signora Bovary. Ma come? Può un uomo entrare nella psicologia di una donna e descriverne minuziosamente i pensieri reconditi senza travisarne la natura, facendo riferimento alle proprie esperienze? È questa la grande obiezione del femminismo “radicale” che coglie un aspetto importante, ma a mio avviso non decisivo, del problema, nel contempo occultandone un altro. E cioè che la “differenza” non è solo di natura biologica ma culturale (sociale in senso lato), anche se si costruisce man mano sopra una differenza che riguarda il biologico, oltre che su una diversa sensibilità all’uso dei linguaggi (verbali e non) nella comunicazione interpersonale, anch’essa però ereditata dalla storia dentro le società patriarcali. Ma non è questo il punto che qui interessa (su quella frase del resto ci sono in rete mille interpretazioni diverse possibili).
Voglio invece portare l’attenzione sul fatto che Madame Bovary è stato forse il romanzo “sociale” che più ha fatto discutere la società della seconda metà dell’Ottocento e oltre, proprio perché metteva al centro la storia di una donna e dei suoi desideri di trasgressione delle regole, entro il contesto reale della società borghese dell’Ottocento, inserita in quella “piccola borghesia” che sarà poi la base di massa del nazionalismo, che ad inizio ‘900 sarà condotta in massa al massacro del Iª guerra mondiale, in nome dei valori Dio, patria, famiglia (così come in altre società europee cosiddette “cristiane”).
Quindi non una descrizione delle “condizioni della donna in generale”, ma al contrario quella di una “donna calata in un contesto relazionale concreto di una determinata società, le cui scelte “al femminile” non potevano che essere condizionate dai valori di quella società”.
Perché ho voluto fare questa citazione su quella prima opera di Flaubert (scritta tra il 1855 ed il 1857)? Non tanto per il contenuto in sé della storia, quanto piuttosto per evidenziarne il metodo descrittivo utilizzato dall’autore. E di questo preferirei parlare nel mio prossimo intervento (il presente essendo già troppo lungo…) A questa motivazione vorrei però aggiungere anche un altro fatto cui tengo molto. Alla fine degli anni ‘50 frequentavo il Magistero a Torino ed un professore (modesto quanto capace) che insegnava storia della pedagogia ci parlava di una cosa che allora appariva lontana dai miei orizzonti, ma che poi mi è rimasta: la grande letteratura europea come fonte di conoscenza, la capacità di un grande romanziere di dire e mostrare cose che nessuna “scienza esatta” è in grado di esprimere. Questa corrente di pensiero era stata sviluppata in quegli anni da Enzo Paci, il filosofo che attraverso la sua rivista Aut Aut ed i continui colloqui con i suoi allievi all’università di Milano aveva valorizzato proprio la letteratura come strumento di approfondimento per la conoscenza tout court, e questo nell’ambito di una personale rilettura della fenomenologia e del marxismo. E siccome sono arrivato qui, al punto più critico di questo mio intervento, qui mi fermo aspettando di poter leggere le vostre prime considerazioni.
Un caro saluto.
Bruno

13) Le donne lo sanno

In Una canzone al giorno on 20 giugno 2010 at 12:00

Le donne lo sanno
c’è poco da fare
c’è solo da mettersi in pari col cuore
lo sanno da sempre
lo sanno comunque per prime

le donne lo sanno
che cosa ci vuole

le donne che sanno
da dove si viene
e sanno pe qualche motivo
che basta vedere

e quelle che sanno
spiegarti l’amore
o provano almeno
a strappartelo fuori
e quelle che mancano
sanno mancare
e fare più male

possono ballare un po’ di più
possono sentir girar la testa
possono sentire un po’ di più
un po’ di più

le donne lo sanno
chi paga davvero
lo sanno da prima
quand’è primavera
o forse rimangono pronte
è il tempo che gira

le donne lo sanno
com’è che son donne

e sanno sia dove
sia come sia quando
lo sanno da sempre
di cosa stavamo parlando

e quelle che sanno
spiegarti l’amore
o provano almeno

a strappartelo fuori
e quelle che mancano
sanno mancare
e fare più male

vogliono ballare un po’ di più
vogliono sentir girar la testa

vogliono sentire un po’ di più
un po’ di più

possono ballare un po’ di più
possono sentir girar la testa
possono sentire un po’ di più
un po’ di più

al limite del piacere
al limite dell’orrore
conoscono posti in cui non vai
non vai

le donne lo sanno
che niente è perduto
che il cielo è leggero
però non è vuoto
le donne lo sanno

le donne l’han sempre saputo

vogliono ballare un po’ di più
vogliono sentir girar la testa
vogliono sentire un po’ di più
un po’ di più

al limite del dolore
al limite dell’amore
conoscono voci che non sai
non sai
non sai

Titolo: LE DONNE LO SANNO

catautore : LUCIANO LIGABUE

Si può fare ……. Si deve fare……. Anno 2008

In Senza Categoria on 3 aprile 2008 at 11:44

ALCUNI UOMINI VEDONO LE COSE COME SONO E DICONO “PERCHE’?”

IO SOGNO LE COSE COME NON LO SONO MAI STATE E DICO “PERCHE’ NO?”

Questa frase,  citando Bernard Shaw, veniva utilizzata da Bob Kennedy alla fine dei suoi discorsi. Mi sembra bello poter sognare e mi sembra giusto poter sperare di cambiare il mondo…. ancora e ancora.

Ciao Ross

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