rossaurashani

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Compagno di niente…

In Amici, amore, Giovani, musica, personale, politica on 29 giugno 2013 at 10:02

Era nata poco dopo la guerra, in quel tempo dove l’Italia aveva preso una strada e c’erano sogni, urgenze e velleità, tutto pur di venire  fuori dalla povertà e talvolta dalla miseria. Era nata forte, portandosi dietro nel DNA le paure e i desideri della generazione che aveva visto accendersi e spegnersi due guerre e che si portava addosso ancora quelle paure. Era forte e spavalda mentre ricacciava sul fondo i tremori non conosciuti davvero dei lampi e dei tuoni di un conflitto.
Nascere così era facile, era comune. Nessun pensiero o preoccupazione sul dopo, sul domani. Si nasce e si muore ed è la storia di tutti, ma appena nati si pensa di essere eterni e che tutto quello che il fato ci riserva è vita e crescita, mai declino.
Non lo sapeva, ma l’avrebbe poi capito presto, che la sua generazione sarebbe nata per cambiare la storia, stavolta non con una grande guerra, quella c’era stata già due volte e poco aveva cambiato, ma con quella più potente della lotta per il cambio culturale del suo paese e del mondo.
Era davvero complicato nascere per cambiare il mondo, ma si può fare e sopportare se non si sa, se non si conoscono le implicazioni. Lei non sapeva e proprio per quello aveva tanto coraggio. Non era sola comunque, una moltitudine di giovani come lei si era messa in viaggio, senza pretendere di più che i propri piedi o le proprie scarpe, per i più fortunati.
Ed era andato che c’era stata maggior ricchezza e che qualcuno di attento aveva capito che da questi giovani in movimento si poteva ricavare un grosso profitto. Sembrava una sciocchezza investire su questi giovani in tumulto eppure era stata un’idea vincente. Musica, libri, giornali, abiti, scarpe, mode e abitudini, tutto ad un prezzo e tutti pronti a pagare.
Lei non aveva da pagare, non era ricca e lavorava per mantenersi e aiutare la famiglia, ed aveva la fortuna di essere nata carina, tanto che non aveva l’ulteriore difficoltà di pagare il suo viaggio, quello umano, o almeno le poteva costare solo un poco. Poi dipende da quello che si è. Costa certamente di più se si nasce morbidi ed idealisti, certamente costa se non si vuol ottenere sconti dalla vita. E lei gli sconti non li voleva, punto.
Ed era dentro quei giovani in rivolta che aveva formato il suo carattere e le sue convinzioni, aveva sofferto le sue sconfitte e vinto le sue piccole battaglie. Era in mezzo a quel gruppo di giovani che avevano trovato, nella contestazione generazionale e nella lettura politica della realtà o del sogno che dir si voglia, la sua e la loro strada.
Dai figli dei fiori delle grandi manifestazioni per la pace, contro il Vietnam, la guerra, le dittature, a favore del proletariato, per un mondo diverso e migliore, ai compagni,  non più semplici amici che sognano di vivere in una comune, ma quelli che della comune fanno vita.
Dentro ai posti di lavoro, alle università, dentro ai bar e nelle stanze, seduti per terra in abiti sdruciti e sformati, una generazione ha fatto del suo credo un’iperbole storica. Quei compagni che mai se ne sarebbero andati. Quelli che si sarebbero ritrovati solo ai piedi delle barricate. Nessuno sarebbe entrato in banca se l’erano giurato al giro di spinello che lei comunque saltava per un suo strano modo di percepire la vita.
Ma poi non si sa, o forse sì, come sia stato che il viaggio è diventato un percorso ad ostacoli tra il fumo dei lacrimogeni e le nebbie del vissuto personale. Non si sa come mai si era trovata sola ad affontare quel potere che tutto affonda e che sempre strumentalizza. Sfruttata anche nei suoi pensieri reconditi. Aveva trovato l’amore a cui non poteva credere, l’amicizia che si era sciolta come neve al sole, l’invidia travestita da affetto, gelosia con smania di possesso. Aveva imparato a fare da sola a non giurare più niente e a vivere lucidamente la sua vita prendendo quello che le consentiva e pagando quello che le chiedeva. Tutto ad un prezzo, qualche volta anche troppo alto, ma tutto a spese sue, senza chiedere nulla in prestito oppure un semplice sconto. Pagato sull’unghia.
E i compagni? Perduti per strada. Volatilizzati lungo quel viaggio. Lasciati indietro e qualcuno corso in avanti. Tutto perduto anche il sogno di essere in tanti.
Il viaggio era ancora quello che non poteva non fare. Era una necessità, un dovere. A volte incontrava qualche compagno passeggero, rendeva migliore, ma anche no, il suo procedere. A volte rallentava a volte correva, senza aver modo e tempo per ricordare tutti i suoi passi.
E la musica che segnava il tempo, il ritmo del percorrere, del crescere, del maturare. La musica sì, che restava, almeno quella.
Non sapeva più se era stato il fatto di aver perduto quei compagni, o di averli visti dentro le banche, oppure prendersi in mano, sgomitando, quelle leve del potere che non avrebbero dovuto cercare. Non sapeva se era il vederli per strada così cambiati e così lontani. Fatto sta che era sola e non ci si ritrovava più.
Bastava poco per restare nel viaggio e per cambiare il mondo. Bastava essere in tanti, non raggiungere compromessi. Ed invece tutto ora era perduto.
Li incontrava per strada, a passeggio col cagnolino con l’aria mesta del cane bastonato, li vedeva negli occhi spenti di chi non ha più un sogno, li incontrava ai giardinetti dove il tempo era passato e dai figli erano arrivati a raccontare dei nipoti. Ogni uno con la sua storia, ogni uno che racconta la sua versione della rivoluzione, qualcun altro che aveva dimenticato e non ricordava  più.
E lei non si guardava allo specchio per paura di trovare la stessa sconfitta. Troppo facile dire: “Ma guarda com’è conciato? Vecchio da buttar via…” e lei era forse rimasta la stessa?
Compagno di lotta… compagno di niente ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di lotta, compagno per niente ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?
E la storia continua…

Dove sono andati a finire i compagni?

In Anomalie, Giovani, Ironia, politica on 14 febbraio 2012 at 17:14


C’erano una volta i compagni.
Quando? -direte voi.
Molto e molto tempo fa. Erano belli i compagni, erano uniti ed erano di sinistra.
Sai che facevano?
Certo che lo so: lottavano contro i potenti per aiutare i più deboli, cercavano di creare sicurezza nel lavoro, di riuscire ad ottenere la parità dei diritti per le donne (anche se magari era solo teorica più che pratica), ma si sbattevano i compagni.
Da cosa li riconoscevi?
Ah bella questa! si vedevano subito, portavano i jeans, i maglioni grandi e gli eskimo, e poi i capelli, sempre lunghi e spettinati, la barba incolta, qualcuno si lavava, non tutti però, ma non avevano tempo da perdere i compagni.
Erano intelligenti i compagni?
Beh, non tutti, ma leggevano molto ed erano informati. Erano intellettuali e non si facevano fregare.
E le donne, come le vedevano le donne?
Le donne per loro erano compagne, erano come loro, lottavano e fumavano più dei maschi, bel tempo quello, le donne facevano i comitati, tenevano i comizi, altro che fare la calza, altro che sognare il principe azzurro.
Come si distinguevano dagli altri?
Facile, non si lasciavano comperare, erano puliti, integri, la lotta era la loro fede e non si piegavano mai. Non li vedevi mai vestiti da borghesi, sapevano parlare di qualsiasi cosa, di tutti i popoli in conflitto, della pace e del pacifismo, ma anche di rivoluzione, conoscevano la storia e la geografica, non avevano paura del sistema, loro il sistema lo avrebbero cambiato. Erano forti i compagni erano belli…
Ma spiegami dove sono finiti tutti i compagni?
….
Ecchecazzonesoio

Un padre in novembre

In amore, La leggerezza della gioventù, uomini on 27 ottobre 2010 at 9:29

Fotografia colori autunnale: foglieC’era un’aria che tagliava, che bussava alle finestre. Ma tutto era fuori. Era estraneo. Non apparteneva a loro. Stavano come due estranei nella stessa stanza. Ma lei non poteva più tacere. Sapeva che non c’era speranza. Era certa che nessun momento sarebbe stato quello giusto. Non poteva aspettare. Doveva parlare. Non avrebbe potuto evitarlo. Ormai non ci sarebbe stato più modo di evitare la realtà. Gli disse con estrema tranquillità: “Insomma… aspetto”.
La luce era fioca. Ci si vedeva appena. Tutto aveva un che di opaco. Persino le parole. Senza motivo. Senza decisione. Quasi senza suono. Distratte. “In che senso?”.
In quel momento lui deve esserle sembrato uno stupido. “In quel senso”
A pensarci avrebbe dovuto capire il silenzio precedente. Quasi imbarazzante. Cosa c’era che non andava. L’impossibilità di avvicinarsi a lei. Come un rifiuto. Come un rimprovero. “Cioè: vuoi spiegarti”?
Non c’era un senso in tutto quello. I suoi occhi sono una sfida. Ma i suoi occhi non lo vedono. I suoi occhi, anche quando lo guardano, lo fuggono. Sono grandi i suoi occhi. Sono sempre stati grandi, e morbidi. Ora anche se lui li cerca non riesce più a ritrovarli. E’ stanca, infinitamente stanca. Una sorta di esausta rassegnazione. Anche le sue parole sono stanche. Dice solo l’essenziale. Non una sillaba di più. Con una involontaria e ingiustificata rassegnazione. “Sono incinta”.
Come suonano violente, e crude, quelle parole. Improvvise. La guarda incapace di riconoscerla. Non è più quella ragazza. E’ una donna ormai. Una donna, anzi quasi una nemica. Da tempo. Da troppo tempo. Quella donna che lo aspettava. Che pazientava. Era cresciuta, diventata un’altra. Distrattamente non se n’era accorto. Ma come può una donna arrivare a tanto?… valle a capire le donne. Così, all’improvviso. Come fosse la cosa più facile del mondo. Ma se andava tutto così bene. Perché poi mettermi in difficoltà? Un capriccio? Una specie di stupida ribellione? Solo un dispetto? Ma lui cosa le poteva dire? Che cosa si aspettava che le dicesse? Non trova le parole. Non ha parole. Preferirebbe tacere. Ma prova un’improvvisa rabbia Ma che si crede? Pensa davvero che lui si farà mettere nel sacco? Ma cosa pensa di concludere? Lui non può farsi coinvolgere. Non deve. Eppure qualcosa gli dice che non a lui, non può capitare a lui. Questa cosa non lo riguarda. Non veramente. Non direttamente. E poi a tutto c’è rimedio. Non può essere costretto ad uscire alla scoperto. Non da lei. Non lo aveva mai fatto. Non era da lei. Lui non poteva prendersi questa responsabilità. Lei lo sapeva. Certo che lo sapeva. Come poteva dirglielo? No! non se ne parlava nemmeno. Non sta né in cielo né in terra. E’ fuori discussione. Cos’è questa storia? Da dove esce?
Era un freddo novembre. Lei non sapeva se era solo per il freddo, ma le si incrinava la voce. Cercava di stare calma, era quello che si imponeva. Cercava le parole. Ma non c’erano parole. Tutto sembrava silenzio. Non era più tempo di farsi intimidire. Avrebbe voluto saper gridare. Ribellarsi. Le lacrime le salivano agli occhi, ma le ingoiava per tempo. Non accettava che lui le considerasse debolezza. E poi non erano nemmeno lacrime. Era un nodo che le chiudeva la gola. Non c’era rabbia dentro di lei. Non più. Niente più la confondeva. Lui aveva già avuto tutto. Niente più gli sarebbe aspettato. Ora lei aveva deciso da sola. Aveva il potere sul suo corpo. “Ma non pendi la pillola”?
Che domanda cretina. Stava diventando padre e chiedeva che cosa non aveva funzionato. Come se ci avesse pensato mai. Chissà perché lei aveva chiara l’idea di non valere niente per lui. E lui tergiversava ancora. Quando avrebbe avuto il coraggio di buttar fuori quello che veramente pensava? E infatti lo disse: “Cazzo, ma lo sai che cosa hai fatto? Te ne rendi conto?” Lei si rendeva conto benissimo. Era in grado di prendersene la colpa. Questo lo avrebbe dovuto preoccupare. Ma lui vedeva altre priorità. Per lei era una decisione senza appello. Possibile che non capisse? Era così difficile riconoscerle il diritto di vivere? Di essere come le altre. Normale. Perché a lei non doveva essere concesso? Se aveva avuto la forza di amarlo malgrado tutto, avere un figlio non sarebbe stato più difficile. Ci sarebbe riuscita. Anche da sola. Anzi, soprattutto da sola. Lo avrebbe avuto, quel figlio. E lo avrebbe fatto crescere. Lo avrebbe riempito dell’affetto che a lei non era mai stato dato. Quello che aveva mendicato dal padre. Quello che aveva sognato di avere anche da lui. Quello che non aveva mai trovato. Pensava di non averne diritto. Eppure lo sognava e sapeva com’era. Forse solo per istinto, oppure… Qualcosa sapeva. Ne portava l’impronta nel cuore. Il germe seminato in un tempo lontano. Ma ora non aveva voglia di pensarci. Era tutto così irreale. Così assurdo. Sarebbe stato il suo bambino e lei era disposta a tutto per lui. Gli avrebbe dato tutto il suo amore. La sua attenzione. Il completo trasporto. Con lui non era mai riuscita nemmeno a sentirsi completa, nemmeno davvero donna. Le aveva levato la voglia di essere giovane. Era tutto così assurdo. Così complicato. Ma quel figlio era quello che lei voleva. “Ho deciso così. Ho solo voluto prendermi qualcosa tutta per me. Ero troppo stanca di pensare agli altri”.
Non era in grado di capire. Non poteva arrivare a tanto. “Ma come, non ti rendi conto che così potresti far soffrire altre persone che non se lo meritano?
Ma che cavolo stava a dire? Ne provava fastidio. Ma come? tutti erano più importanti di lei? Non c’era proprio niente che le spettasse di diritto? A quel punto era meglio chiudere. Non lo voleva più tra i piedi. I suoi occhi si fanno vuoti. Assenti. Sta pensando alle conseguenze. E pesando le parole. Pare ancora incredulo. Non se l’aspettava. Non cambierà mai. Non ci riuscirebbe. Non ci riuscirà. Non può accettare di non riuscire a controllarla. Proprio lei così certa, così sicura. “Avresti dovuto dirmelo. Avresti dovuto chiedermelo”!
Come? Chiedere cosa? E poi perché? Quale sarebbe stata la risposta? Ah eccolo l’uomo adulto! Non sa dire altro. Eccolo l’uomo maturo! Così apparentemente sicuro. In fondo così incerto. Che cosa avrei dovuto chiedere? e poi perché? Si sente sballottato dalla vita. Da quella vita che vuole. E da quella che cerca. Che persegue. L’unica che conosce. Lui sa solo prendere. Lo crede un diritto. Ora potrà imparare. Forse. Nemmeno si accorge che esistono anche gli altri. Tanto meno si accorge delle esigenze di lei. E perché avrebbe dovuto? Vive quella vita perché è facile. Lui che prende solo chiede: “Ma perché non me l’hai chiesto”?
Ma come? Chiederti un figlio? E che mi avresti potuto rispondere? Perché non aspetti? Magari, più avanti quando le cose si chiariranno. E quando si chiariranno? Devi darmi tempo… tempo… ed io il tempo non ce l’ho più, lo capisci questo?”. Quanto era stanca. Doveva conservare in quella stanchezza almeno un pensiero per sé. Anelava ad una pausa. Di chiudere gli occhi. Sentiva di avere, in quel deserto che era la sua vita, almeno un sogno. Aveva un angolino luminoso e caldo che le cresceva dentro. Ce l’avrebbe fatta e per questo non aveva più bisogno nemmeno di lui. “No, non posso permettertelo. Sei fuori di testa. Non posso permetterti questa pazzia”? “Quale pazzia? Nessuna pazzia e poi non è più in tuo potere. Basta poco. Pensa solo che questo bambino non è tuo e tutto diventa facile”! Lui era così geloso. Possessivo. Le toglieva il respiro. “Ma come… di chi è…”? Ora sì che è proprio confuso, sconvolto. Ci sarebbe da ridere se non avesse avuto così tanta voglia di piangere. Ci stava davvero pensando. Non sapeva se considerarlo come un sollievo oppure la mazzata finale. Scegliere la strada comoda oppure il tarlo della gelosia? Certo che sarebbe stato difficile ora tenerla prigioniera di quel loro sentimento ammalato. La voleva solo per sé. Tutta per sé. Era solo una cosa sua. E ora cosa doveva pensare? Povero sciocco pure questa gli doveva capitare. Tanto lei era decisa. Quel figlio era solo suo. E non voleva più ascoltarlo.
Ora tentava l’ultima carta, ma parlava senza crederci davvero: “Quando mi hai chiesto qualcosa non te l’ho forse data? Certo… quello che potevo. Cerca di capire. Credevo che capissi. Non siamo… lo sai. Comunque sono pronto. Vedrai che ne usciremo fuori. Non sei la prima. Non è un dramma. Puoi sempre contare su di me. Userai pure la testa. Non puoi averlo… Non vorrai mica averlo davvero? Non ora almeno. Magari più avanti. Sai com’è la mia situazione. Non vorrai mica tenerlo, no”?
Ma come può un uomo essere così?… Lui, poi?… Un uomo è sempre solo un uomo. Lei sapeva cos’era importante per lui. Lui stesso. Gli amici. Il lavoro. La propria immagine. Il successo. Come gli altri lo vedevano. Essere ammirato. E le sue cose. Lei era sempre stata, per tutti quei lunghi e faticosi undici anni, solo una delle sue cose. Magari graziosa. Importante come una giacca. Una cravatta. La parola giusta al momento giusto. Una buona puntata. La vittoria della sua squadra. Un gesto che gli altri capivano che gli dovevano essere riconoscenti. Un grazie. Una lusinga. Le sue avventure avevano quasi smesso di infastidirla. Ma lei non era nemmeno una di quelle avventure. Si era aspettata quelle parole. Non avrebbe sopportato un’altra lite. Certo, l’aveva detto altre volte. Troppe altre volte. Stavolta sarebbe stato per sempre. Un addio sarebbe stato per sempre. La sua vita era sfibrata della sua presenza. Gliel’aveva già rovinata abbastanza.
Non ti ho mai chiesto nulla. Non mi hai mai dato nulla. Non ho mai avuto niente per me. Ho sempre fatto da sola. Col mio lavoro. La mia fatica. Sarà mio figlio. Certo che me lo tengo e tu non c’entri niente. E’ chiaro”?
Era solo stanca. Troppo stanca. Svuotata. Aveva perso ogni energia. Anche quel parlare le sembrava inutile. Pensava solo a farlo allontanare da lei. Non lo sopportava più. “E’ una pazzia. Devi darmi retta. Una vera pazzia. E poi… avrò pure voce in capitolo anch’io. Dovevi chiedermi”…
Viveva nella sua casa. Viveva del suo lavoro. Era sempre stata indipendente. Dipendeva solo dalle sue attese. Dai suoi umori. Dai suoi silenzi. Dai suoi capricci. Lui veniva quando voleva. Andava quando voleva. A suo piacimento. Incurante. Non le aveva dato nessuna certezza. Non le poteva dare nessuna certezza. Lei non gliel’aveva chiesta. Non era tardi per tornare indietro. Improvvisamente si sentiva più libera. Non libera. Solo più libera.
Chiederti? Chiederti cosa? Lo sapevo. Sapevo la risposta. E tu non hai… non hai nessun diritto. Non l’hai mai avuto. Te lo ripeto non è tuo. Non hai nessun obbligo. Ma non hai nemmeno nessun diritto. Ti ho dato tutto il mio tempo, ora è finita. Questo figlio è mio ,solo mio. Solo mio! Non sei tu il padre. Questo figlio l’ho voluto per me, tu non c’entri”. Non era così stupido. Non fino a credere una cosa simile. Una frottola. Solo una semplice balla. Lo strava prendendo in giro. Capiva perché lo faceva. Perché diceva così. Era certo. Era solo rabbia. Malumore. Sarebbe passata. Anche quella. E se… e se invece… se era tutto vero? Lei non era il tipo. Non lei. Ma non sarebbe stata nemmeno la prima volta. Lei era capace di ferire. Glieli aveva anche raccontati i suoi tradimenti. Senza pudore. Senza vergogna. Per ferirlo, certo. Forse proprio solo per quello. Perché? E poi lei civettava con tutti. Non poteva sopportarlo. Non l’aveva mai sopportato. Tutti quei sorrisi. Quegli ammiccamenti. Tutti quelli che le giravano intorno. Quel ronzio continuo. I complimenti. Ma era possibile? Ma cosa voleva da lui? Perché si intestardiva?
Evita di peggiorare le cose. Non servirebbe. Ti ripeto: non è tuo. Comunque ho pronte le valigie. Domani parto. Me ne starò via per un po’”.
Era come una malattia. Un’ossessione. Non avrebbe saputo nemmeno lei definire quel sentimento. Cosa la trascinava a tornare da lui? Cosa li trascinava uno all’altra? Forse era quello l’amore. Forse come lo aveva sognato da ragazza era solo una fantasia; nella sua testa. Sognava lei, allora, o qualcuno aveva avvelenato tutti i suoi sogni? E le cose non andavano così. Non erano mai andate così. Come se l’era immaginate. Non esistevano. Forse la vita era quello che aveva. Non ne poteva più di attesa. Di aspettarlo. Di vivere senza certezze. Di gettare così la sua vita. Per lui. Di doversi nascondere. Aveva qualcosa a cui pensare. Finalmente. Era la prima volta che realizzava un sogno. Cominciava ad abbandonarsi a quella gioia. Si disse nella testa, e ora a noi Piccolo mio!
Quanta tenerezza in quelle poche parole taciute. Era bello visitare quei pensieri. Erano pensieri di cui non doveva vergognarsi. Per lui quella discussione semplicemente non aveva alcun senso. Non aveva ragione di continuare. Si sentiva impazzire. Non ne sarebbe comunque uscito. Si era intestardita. Sapeva quanto era testarda. Probabile che le sarebbe passata, magari domani. Proprio una follia. Lo stava solo sfidando. Non ce l’avrebbe fatta da sola. Avrebbe ceduto. E poi… se voleva continuare, lui… lui… poteva rinfacciarle che non era lui il padre. L’aveva detto pure lei. Comunque, se la conosceva, non avrebbe creato problemi. Era troppo orgogliosa. Era troppo indipendente. Ma possibile che queste cose capitavano solo a lui? Non era la prima volta. Ma cosa vogliono le donne da me? Ma perché proprio a lui succedeva? Già erano troppi gli impegni della sua famiglia. In effetti c’era un tempo che l’aveva amata. Era stato bello, ma anche faticoso. Perché la gente ha sempre bisogno di qualcosa di più? Ma cosa voleva di più?
Meglio finirla lì. Era meglio così. Lei lo sapeva fin dall’inizio. Conosceva la sua situazione. Non le aveva mentito. Non avrebbe dovuto farlo. Ma chi si credeva? Ma cosa pensava di ottenere? Basta. Era bene che finisse. Una storia è una storia finché resta tale. Lui non poteva darle niente di più. Non aveva risposte. Doveva pensare ai suoi. A se stesso. Lei era una bambina e così si comportava. Che follia. Doveva trovare di nuovo la tranquillità. Il mondo è pieno di donne. Più belle, più arrendevoli, più disponibili. E di occasioni. Le migliori donne sono quelle che non chiedono. In fondo non era tenuto a sentirsi responsabile. Era stato chiaro fin da subito. E poi se quel bambino era di un altro che figura ci faceva? Cosa avrebbero potuto dire gli altri. Ma possibile che non abbia un poco di contegno? Un altro? Ma come aveva fatto a non accorgersi? Gliel’avrebbe fatta pagare se se ne fosse accorto. Ma adesso… non poteva. Ma cosa gli è passato per la testa? Ma sarà poi tutto vero? Riprova: “Andrai domani in ospedale, ne sono certo. Hai solo cercato di capire come avrei reagito a questa notizia vero”?
La guardava speranzoso. Strano, lei aveva gli occhi bassi e inadeguatamente sorrideva, come se lo facesse dentro a se stessa. Questo gli dava speranza. Non era tutto perduto allora. Magari domani si svegliava di un altro umore. Magari gli telefonava e ammetteva che era tutto uno scherzo. Avrebbero riso insieme. Sarebbe stato un grande sollievo. Lui non voleva perderla. Era una donna che valeva. Lo faceva sentire importante, orgoglioso di sè. E poi non aveva mai fatto problemi. Questa era la prima volta, ma sarebbe stata l’ultima.
Ci avrebbe pensato lui. Magari le comperava qualcosa… forse le avrebbe preso un cagnolino. A certe donne fa compagnia. Uno di razza, ma piccolo di taglia, così non ci avrebbe più pensato. Un figlio? E’ una follia. Lo sapeva bene lui che ne aveva già avuto uno. Solo responsabilità. Senza contare che lui non avrebbe potuto fargli da padre. Questo era certo. Ma non voleva perderla. Già un’altra volta l’aveva fermata. Voleva cambiare città, lavoro, solo per non vederlo più, e lui quella volta aveva pianto… l’aveva pregata e lei si era commossa. Tutto sommato è una donna testarda, ma tenera. Saprà come comportarsi. Poi ci penseremo. Le darò qualche cosa a cui pensare. Tutto sommato so come trattare una donna, io.
Ad un certo punto lei aveva sollevato gli occhi e l’aveva guardato in faccia. “Hai visto? E’ solo novembre e sembra che nevicherà. Quando esci è meglio che ti copri”.
Aveva detto quelle parole che lo mettevano alla porta. Che parevano dirgli addio. Erano dolci sì, ma comunque sembravano quanto più definitivo potesse essere un addio. Avrebbe voluto dirle ancora qualche cosa. Insistere. Ma i suoi occhi non lasciavano replica.

E pensare che io me ne sto qui a raccontare e odio pure il novembre. Ma quanto avrei amato esserci quel novembre lì.

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