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Il coraggio della nonviolenza

In Amici, Cultura, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 26 Mag 2013 at 19:55

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Restiamo Umani con Vik – AssoPace Palestina – Venezia
11 maggio Sala S.Lorenzo – Castello campo S.Lorenzo – Venezia

Incontro con i rappresentanti dei Comitati Popolari di Resistenza Pacifica dei villaggi sulle colline a sud di Al Khalil (Hebron).

Al Mufaqarah

Chi avrà trasecolato di più? Mahmoud e la figlia Sawsan nel vedere davanti ai loro occhi il Canal Grande e attorno la città di Venezia oppure noi ad incontrare questi particolarissimi personaggi?
In genere non avremmo dubbi, quel giorno però i dubbi c’erano venuti subito.
Lui vestito come un beduino in un giorno di festa: kufija bianca e cordone nero, lei in jiab o velo con un soprabito lungo fino ai piedi che alla moda fa l’occhiolino, solo per il colore rosso vinaccia. Lui, affabile, mi prende la mano con slancio e mi sorride, confessa che si ricorda di me dal mio viaggio in Palestina, molti mesi prima sempre assieme a Luisa Morgantini, la nostra Luisa, la grande Luisa, ma non lo dice a parole, lui parla solo arabo ed io non capisco nemmeno una parola, lo dice a “motti”, quelli universali, che consentono anche a Mario, italiano anzi veneziano fino al midollo, di farsi capire perfettamente.
Lei invece sembra timida, riservata, forse un po’ spaventata, dalla novità, almeno così penso.
E invece, un consiglio, non valutate mai con il vostro metro un beduino palestinese al primo colpo d’occhio e soprattutto non usate quel metro per comprendere a prima vista una donna beduina, fortemente radicata nel suo ambiente e orgogliosa dei suoi usi e costumi.
Ma di questo racconteremo dopo perché ce ne sarà da dire.
Lui, Mahmoud esce dalle porte della stazione e si guarda attorno, vede barche, gondole, motoscafi, vaporetti e ancor prima di scendere gli scalini mi chiede accennando a dove ci troviamo: “No cars?… No ship?… No donkeys?” forse le sole parole che conosce in inglese, ma che danno un terribile colpo alle mie certezze. Improvvisamente ho pensato a quanto inadeguata possa apparire la mia città con tutte le sue bellezze artistiche alla loro vita antica ed essenziale.
Ed è proprio attorno a questo che si sviluppa la grande esperienza personale e pubblica di questo incontro, che ci ha dato la possibilità di confrontarci con questi due incredibili personaggi. L’incontro oltre che mettere in discussione la visione o la percezione della nostra vita come l’unica possibile, e come esempio unico di civiltà e di orgoglio, certi del benefico effetto dell’evoluzione e del progresso continuo di costumi e tradizioni, mi ha fatto ridimensionare le ragioni per cui noi, in qualche modo, ci sentiamo come “superiori” e dall’alto di questa posizione ci prendiamo la briga di tendere una mano per portare questa popolazione fuori, non dal guado, ma dallo stagno delle loro vite.
E loro invece sono orgogliosi di essere quelli che sono, di vivere in grotte e tende e di rappresentare la continuità e la resistenza contro l’usurpatore della loro terra e contro la volontà di Golia contro il Davide di turno.
Ricordavo la grotta che avevo visitato al villaggio, la povertà e la dignità che non primeggiavano una sull’altra, tutte due immense, ai miei occhi di occidentale. Ora ero incerta di ospitarli nella mia casa, non volevo il loro imbarazzo, né uno sguardo di invidia e nemmeno uno di incomprensione.
Mahmoud entra nel battello pieno di turisti e si guarda in giro come un grande re a passeggio nel regno del vicino e si fa fotografare come un divo, in effetti ama farsi fotografare e riprendere dalle videocamere, come ama mostrarci i video girati ad Al Mufaqarah dove si vede lui e pure quelli che ritraggono Sawsan che viene presa e portata in prigione dall’esercito degli occupanti.
Perché noi siamo bravi a parlare di resistenza pacifica, e quella che abbiamo fatto era resistenza armata, loro invece la vivono quotidianamente e sanno che a reagire con la forza sarebbero spazzati via dalle loro terre con il benestare di questo opulento e amiccante occidente.
Perché a parlare di pace tutti sono capaci, ma a farla nella situazione del popolo palestinese è davvero un’altra cosa, ci vuole un immenso coraggio.
Sawsan, silenziosa, appena arriva in casa chiede dov’è la sua stanza, anche lei non parla inglese e quindi ci comprendiamo a gesti. Penso che sia stanca e voglia levarsi il soprabito pesante, perché in fin dei conti fa caldo e la sua bella figura comunque l’ha fatta.
Sbagliato. Lei scopre che la sua camera ha pure un bagno con il lavandino e quando salgo trovo sul terrazzo tutta la biancheria perfettamente lavata e stesa, non solo la sua ma anche quella del padre.
Scendo di sotto e guardo di sottecchi la lavatrice, anche quella, proprio come Venezia, sta prendendo una lezione di vita.
E qui comincio a produrre thè che loro chiamano shai o chai o qualcosa di simile, ma che viene preso con poco zucchero e un rametto di menta. E poi caffè amaro a tazzone industriali. E qui cominciamo a conoscerci per quello che la lingua ci consente.
Luisa spiega un sacco di cose su di loro, sulla loro vita, su quello che riescono a trasmettere quando raccontano, negli incontri, quello che fanno e sognano. Dice che Sawsan desidererebbe un pc, perché va all’università e ne avrebbe bisogno, dice che Mahmoud, a Supino, era diventato matto quando aveva visto le pecore, così grasse e pasciute e le aveva viste tosare con il tosatore elettrico ed era rimasto veramente colpito. Almeno su una cosa eravamo riusciti a stupirlo.
Ci racconta che a Milano al Castello Sforzesco aveva visto il prato e si era steso sull’erba come sul letto più morbido che avesse trovato.
Abbiamo poco tempo, ci aspetta padre Aktham che ci farà da traduttore e verrà a cena con noi.
Sconsiglio vivamente di portare dei beduini a cena in un ristorantino dove si cucina divinamente il pesce, perché non lo mangiano proprio, loro non sanno cosa sia e credo che sinceramente gli faccia un po’ schifo. Un piatto di verdure grigliate e una cotoletta con le patate fritte li fanno più che felici. Successivamente la mia frittata alle verdure ha ricevuto certamente più complimenti del ristorante in questione.
La sera piove e nel ritorno bagnato a casa Mahmoud guarda l’acqua dei canali dai ponti. Si ferma su tutti indistintamente e dice a Luisa: “Qui c’è acqua in ogni posto e noi non ne abbiamo neanche da bere.”
A parte il fatto che l’acqua dei canali è quella che è, non posso dire che non abbia ragione. I loro pozzi sono stati avvelenati molte volte e lui aveva perso più di 100 pecore a causa di questo. L’acqua è un bene talmente prezioso e noi possiamo consumarlo senza neanche pensarci su un solo momento.
Anche di questo mi sento responsabile e in colpa, in genere lavo i piatti facendo scorrere l’acqua, non sopporto l’acqua insaponata e oleosa ferma. Non sopporto la prima acqua che viene dalle tubature, in genere la lascio scorrere prima di berla e nella doccia lascio che l’acqua diventi calda prima di buttarmici sotto. Insomma un sacco di cattive abitudini a cui ripensare dopo la loro visita.
Il giorno dopo ci si alza presto, mi trovo con Mahmoud in cucina, prima il thè e i biscotti e poi un tazzone di caffe, lui sorride con gli occhi. E’ gentile, per un uomo come lui è quasi galante, mi chiedo, guardandolo in viso, come potrebbe essere stato il giorno che le ruspe gli hanno demolito la casa: una stanza unica per lui, la moglie e gli 11 figli, più un locale per le bestie. Anche questo un po’ troppo per l’occupante che ha destinato la sua terra come “firing zone”, ossia un posto per le esercitazioni dei soldati, ma chiaramente un primo passo per acquisire altra terra e costruire altre case per i coloni.
Come avrà reagito quando la figlia si era messo davanti alle ruspe per impedire la demolizione e i soldati l’hanno arrestata e portata via? Dove non si sa. E che faccia aveva quando gli sono stati chiesti 2500.00 euro solo per sapere dove fosse finita. Aveva continuato ad avere lo stesso aspetto pacifico e inalterabile?
Eppure i suoi occhi sono terribili, ti scavano dentro, con calma serafica ci dice che avrebbe speso anche 1 milione di euro per trovare sua figlia e ne parla con orgoglio di un padre che la ama e rispetta profondamente.
Arriva Andrea, uno degli angeli di Operazione Colomba, e si abbracciano con gioia e trasporto, per fortuna abbiamo qualche altro traduttore dall’arabo.
Sawsan ha fatto ancora bucato, inutile dire che potevamo usare la lavatrice. E’ sabato, li porto al mercato, cercando di portarli lontano dalle macellerie dove sono appese carni di manzo e di maiale nella stessa vetrina.
Mario decide di portarli in gondola e fare traghetto da una parte all’altra del Canal Grande, per loro è come un gioco da bambini però i gondolieri li guardano male e chiedono la tariffa supplementare. Se proprio vuoi considerare una categoria di gente ottusa e un po’ ignorante, pensa ai gondolieri e ci azzecchi subito.
Invece Mahmoud si ferma a parlare con tutti, insomma non proprio tutti tutti, ma con tutte quelle persone di carnagione scura, che potrebbero essere persone come lui. Imparo un’altra cosa e resto basita: lui ha un radar per le persone umili, per quel popolo che risulta a noi invisibile. A me sono invisibili però a lui no. Poi torna e comunica: “Bangladesh!” senza nessun pregiudizio, solo per farci capire che non era un arabo, ma un indiano. Solo qualche volta trova qualcuno con cui scambiare delle parole in arabo e torna felice come un ragazzino.
Ora di pranzo, preparo la famosa frittata alle verdure e una pasta al sugo piccante, la frittata vince su tutto.
Luisa è uscita per fare compere e torna con un sacco di regalini per i nostri ospiti, lei è generosa come una fatina ed è felice di poterli stupire, ha preso tante mascherine di carnevale colorate col magnete e gli dice: “Sono da attaccare al frigorifero…” poi ci guardiamo e ci scappa da ridere… ma possibile che noi occidentali siamo sempre così sprovveduti, “Beh insomma si attaccano dove vuoi…” va già meglio, ma l’idea di Luisa è carina e gradita a prescindere.
Arriva l’ora di partire per S.Lorenzo, Andrea e padre Aktham intrattengono gli ospiti, altri ne arrivano a casa in modo da partire tutti assieme per l’incontro.
Certo che la figura di Mahmoud e di Sawsan in giro per le strade veneziane è straordinaria ma non è poi così assurda, c’è qualcosa di famigliare in una presenza simile, davanti a certi palazzi e vicini a certi portali… ci stanno bene dentro questa città anche se non ci sono auto, pecore o muli come avrebbe preferito il nostro amico.
La sala è una bella sorpresa, che io avevo fatto uscire dal cappello in un gioco di prestigio. Mai chiedere una sala a Venezia, qualche giorno prima dell’inaugurazione della Biennale d’arte. Tutto occupato, niente disponibile, quindi una sala così solo io sapevo di quale miracolo ero stata capace e mi sono detta: “Brava, anche stavolta ce l’abbiamo fatta!”.
L’atmosfera si fa subito calda e famigliare, arrivano altri ragazzi di Operazione Colomba che erano ad At Twani il villaggio poco distante da Al Mufaqarah. Arrivano tanti ragazzi che erano stati da poco o che volevano andare in Palestina. Arrivano anche arabi residenti a Venezia e a Padova. Tutti chiacchierano e Mahmoud e perfettamente a suo agio, sembra davvero nel suo ambiente, ha molte cose da dire, scherza ed ha uno strano humor molto inglese.
Lui è il primo a parlare e racconta com’è il vivere nella sua terra ed io so di cosa sta parlando perché quel villaggio l’ho visto, quel coraggio l’ho toccato con mano e ogni volta mi chiedo quanto di quel coraggio ci vuole per restare a cavar sassi dalla propria vita. Quanta forza ci vuole per restare aggrappati lì, anche se scacciati, umiliati, angariati, tornare alla propria terra che in verità a noi pietraia sembra.
Luisa, quando lui termina, ci dice che sarebbe bellissimo poter comperare alla comunità di Al Mufaqarah un tosapecore elettrico, neanche a dirlo troviamo subito chi offre di finanziare l’acquisto e Mahmoud stringe mani con la felicità negli occhi e nel sorriso. Venezia porta bene.
Poi è il tempo della piccola Sawsan che di timido ha solo l’aspetto. Il suo racconto è chiaro e puntuale. Racconta di alzarsi alle 5 di mattina per mungere le capre e le pecore, poi si fa sette km a piedi per prendere l’autobus che la porta all’università di Yatta, dove studia Antropologia. Ma questo non le basta, fa un corso di informatica e pure uno di pronto soccorso, tutte cose che sono utili alla sua comunità. Poi alla sera c’è pure il ritorno a casa, stessa trafila, stesse difficoltà. Racconta dell’arresto e del carcere e cosa il giudice israeliano le aveva imposto per farla uscire: non ritornare più al suo villaggio. Lei dice che nessuno l’avrebbe tenuta lontana dalla sua terra, nessuno poteva imporle questa terribile ingiustizia. E ci dice di quanto è orgogliosa della vita che fa, del luogo dove è nata, del modo come la comunità risponde all’occupazione israeliana. Quanta dignità e forza in quella piccola donna. Era stato troppo facile sottovalutarla per poi scoprire tanta grandezza d’animo e tanta forza in una persona sola.
Tra video e racconti, la serata volge alla fine. I nostri due ospiti hanno recuperato un pc portatile e un tosapecore, insomma un sogno realizzato che forse non avevano mai neppure sognato.
A sera si torna passando per piazza S.Marco. Tutti si fanno fotografare davanti alla chiesa e Mario, con un tempismo dubbio, racconta come le spoglie di S.Marco fossero state portate a Venezia dall’oriente, nascoste sotto la cotenna di un maiale. Il racconto non è stato proprio apprezzato, chissà perché, anzi lo so, ma effettivamente male o bene questa è comunque Storia.
Alla sera cena tutti assieme, con pizze e pastasciutta, cose che mettono assieme oriente ed occidente con tanta allegria.
Ma alla fine della fiera quante cose avevamo imparato?
Davvero tante, almeno questo era quello che potevo dire per me. Non solo capire che esiste anche una possibilità di vivere diversa, e di godere di quello che si ha, ma anche di quanta forza ci si deve dotare per resistere pacificamente in certe situazioni di violenza e ingiustizia quotidiana. Sarei capace di farcela? Personalmente non lo so, ma penserei che se Mahmoud e Sawsan e Afez e le comunità dei villaggi a sud di Al Khalil ci riescono, allora vuol dire che forse potrei imparare questo coraggio pure io. E finalmente appoggiando la loro lotta difficile seppur così naturale, posso finire col perdonarmi di essere una viziata occidentale e pure anche spocchiosa. Ora che la loro presenza è entrata nella mia vita, posso dire che qualcosa effettivamente e definitivamente è cambiato. Non solo ti cambia modo di vedere le cose se vai in Palestina, ma ti cambia anche molto quando la Palestina viene da te e noi di Restiamo Umani con Vik – AssoPace Palestina, siamo pronti a cambiare e ad imparare che non c’è libertà senza giustizia e non c’è giustizia senza diritti umani.

Storie di ordinaria follia

In Amici, amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 27 gennaio 2013 at 12:47

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Ancora Hebron e i racconti di Issa e di Badia, l’assurdità della follia di Israele, questo è quello che ci viene consegnato dai ragazzi del Centro dei Giovani contro gli insediamenti (Youth Against Settlements) assieme ad un buon piatto di riso e pollo. Certo non è facile far da mangiare in una cucinetta piccolissima per più di 50 persone, ma soprattutto non è facile colpire più con le parole che con un buon piatto di cibo.
Issa racconta una sua giornata tipo, come quella della mattina del giorno della nostra visita. Uscito per fare gli ultimi acquisti per prepararci il pasto, sulla strada viene fermato da una pattuglia che lo accusa di aver fatto un’infrazione alle delibere militari. Issa chiede perchè e gli viene spiegato che stava camminando dalla parte sbagliata della strada. Issa risponde che non era così, lui poteva camminare su quella strada. che nessuna regola glielo vietava. Il soldato insiste e lo ferma, dicendo che il giorno prima era stato deciso così, lo ammanetta con i lacci di plastica e lo benda e lo tiene così, in strada, per due ore ai lazzi dei coloni. Issa è preoccupato perchè noi dobbiamo arrivare e lui deve rientrare per organizzare il pranzo. Il soldato chiama il superiore che conosce bene Issa e che gli chiede direttamente: “Issa, ma cosa hai combinato questa volta?” Ovviamente: “Nulla!” risponde e spiega di essere stato fermato sul lato di quella strada e che non esisteva nessuna regola o legge che gli impedisse di camminare lì. Le regole e le leggi sono il forte di Issa, anche perchè ogni giorno deve farne uso per uscire dai guai. Il superiore chiede al soldato cosa fosse successo e questo gli spiega che Issa camminava su quella strada e che non poteva, ma alla richiesta di farsi spiegare chi gli avesse detto che quella strada e quel lato fosse vietato, il soldato risponde che era stato chiamato da un colono e che glielo aveva detto lui. Andiamo bene… un esercito in mano a coloni esaltati, e che coloni.
L’alto in grado fa liberare Issa che ha passato 2 ore per la strada sotto gli occhi di tutti a prendersi le male parole dei coloni e i maltrattamenti dei soldati. Issa vuole fare un esposto, lo sa che non ne uscirà nulla, ma lo fa lo stesso perchè sostiene che la legge deve andare rispettata anche se è ingiusta, così almeno si possono usare le stesse armi anche con il nemico.
Ed è propio con questa filosofia che loro, i giovani del Centro sono riusciti a riconquistarsi quella casupola sopra la collina, quella con il soldatino infreddolito a guardia del giardino vicino.
Quella casa era una casa palestinese requisita dall’esercito e successivamente occupata dai coloni, ma l’atto di proprietà rimaneva ovviamente in tasca ai palestinesi che su consiglio di un avvocato avevano  affittato la proprietà e il terreno al Gruppo dei giovani contro gli insediamenti i quali si erano rivolti al Tribunale che alla fine aveva dato loro il diritto di entrare nella casa e sloggiare i coloni. Non era stata una cosa facile, per due anni interi il gruppo aveva fatto lezioni ed incontri sotto i maestosi alberi di ulivo della casa in faccia agli occupanti sbalorditi e con gli avvocati andavano periodicamente a chiedere che lasciassero la casa ormai destinata ai palestinesi. Per i coloni l’intimazione del Tribunale non valeva nulla, come qualsisi carta scritta, nulla aveva più senso dell’autorizzazione del loro dio, ma dagli e dagli i coloni se ne erano dovuti andare non prima di aver distrutto tutto quello che poteva avere un valore e un senso nella casetta.
Finalmente i ragazzi, che erano entrati in possesso della casa, avevano un tetto sulla testa e avevano incominciato a risistemare l’immobile e ad arredarlo per le loro attività: corsi di cucina, di inglese, di creazione di video e di diritti umani, insomma qualsiasi cosa per portare i giovani fuori dalla disperazione. Ma i coloni di notte erano entrati nella casa solo per dare fuoco a tutto e per distruggere di nuovo il loro lavoro e ancora i giovani  si ritrovarono pazientemente a ricostruire tutto e passarono mesi a darsi il cambio a vivere nel Centro giorno e notte. Chiaramente il soldatino nel giardino, come i nanetti di biancaneve in alcuni giardini italiani, non serviva per far rispettare la legge ai coloni, ma per farla rispettare ai palestinesi, faceva la funzione dello spaventapasseri, incongrua figura in un mondo di coraggio e di speranza, com’è quello dei ragazzi della casa in cima alla collina.
Ora la loro lotta è sotto gli occhi di tutti, i loro video e le loro parole girano il mondo, le loro storie travalicano i confini del bellissimo uliveto che circonda il Centro. Anche Israele deve stare attenta all’opinione pubblica, può indicare come target una persona (come Vittorio, ad esempio) e consegnarla in mano agli esaltati, ma è sempre più a rischio di essere messa al ludibrio del mondo. Soprattutto oggi che il loro primo ministro è stato eletto con una maggioranza risicata formata anche dai coloni più estremisti e meno ragionevoli, quelli che potrebbero dipingere Israele come la peggior “democrazia” dell’ultimo secolo.
I ragazzi sono simpatici e ridono delle loro storie di ordinaria follia, scherzano su quanto hanno passato e pensano al loro futuro con ottimismo. Non so come fanno, ma ci riescono bene, anzi benissimo. Questa è la cosa che mi ha colpito di più della Palestina: il coraggio e la capacità di resistere e lottare fino all’ultimo respiro.
Oggi che mi sento pure io palestinese devo fare un passo avanti in più, scordare il mio razionalismo pessimista e imboccare la strada della resistenza pacifica, scordandomi l’intifada come unica soluzione dei problemi. Incurante della follia bisogna tenere la testa a posto e credere, credere e credere. Bab Al Shams e Bab al Karima saranno la risposta alla colonizzazione sfrenata e Netanyahu si gioca la credibilità con il mondo e si gioca pure l’amicizia con l’America, dopo aver scelto la parte sbagliata. Certo il potere del denaro è forte, irresistibile, ma anche in Sudafrica non avremmo pensato mai di uscire dal guado e la Palestina non dovrà essere differente. Lavoreranno con noi gli anticorpi di quello stato canaglia, si muoverà una società civile che permetterà ad una nazione di entrare nella storia non guardando il passato, ma pensando al futuro. Un futuro di amore per la terra che li ha accolti e non un orribile futuro di pallottole e cemento armato.
Questa è la Palestina che sogno e questo è l’Israele che può avere un futuro.
E intanto fuori ancora piove e forse ci sarà un po’ di tregua nella Valle del Giordano.

Dalla scuola demolita all’impotenza dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari

In Amici, amore, Anomalie, Guerra, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 20 gennaio 2013 at 18:19

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Strana giornata questa che ci vede toccare con mano la Resistenza pacifica dei Comitati Popolari dei villaggi palestinesi e poi alla fine sbattere il muso sull’impossibilità, ma diciamo meglio la non volontà delle Nazioni Unite, di prendere dei provvedimenti contro un paese occupante che pratica l’ingiustizia, la violenza e l’apartheid.
Continua il nostro viaggio e arriviamo a Mufaqqarah un villaggio beduino sempre sotto scacco delle due colonie che angariano la vita al villaggio di At Twani.
Scendiamo dal pullman e ci dirigiamo verso il villaggio che sta in bella mostra sul pianoro davanti a noi. In mezzo sventola la bandiera palestinese, sopra un cumulo di macerie. Ci avviciniamo ed è facile capire: intorno a noi solo tende tenute malamente insieme e grotte scavate negli anfratti del terreno roccioso. Che ci fa quella bandiera sopra le macerie di una nuova costruzione? E che ci fa quel vecchio seduto sopra le macerie a guardare lontano? Facile risposta: i beduini avevano costruito una casupola per pregare e per fare scuola ai loro bambini, ma Israele non lo permette, tanto più che anche i beduini se ne devono andare, quella è terra destinata alle colonie. E la rabbia monta mentre ci rendiamo conto della povertà di quella gente che ci ospita con gentilezza tra di loro e ci prepara un loro buon tè di benvenuto che ci scalda quanto il sole di questa giornata sulle colline a sud di Hebron.
Il vecchio sembra guardare la distruzione con occhi rassegnati, ma negli occhi dei giovani beduini non c’è rassegnazione, stanno riposando sotto il sole perchè di notte devono costruire il tetto di un’altra costruzione mimetizzata dalle tende. Quanto ci metterà l’esercito a mandare le ruspe per demolire anche quella?
E come un gioco sulla spiaggia, c’è un bambino che costruisce il suo castello di sabbia e l’altro che non aspetta altro per buttarlo giù con la soddisfazione dell’invidia e del diritto a prevaricare.
Ci incamminiamo verso il pullman che ci aspetta sul ciglio della strada principale, ma alla fine della strada che porta al villaggio troviamo un SUV fermo. Luisa si fionda al finestrino e comincia a parlare con gli occupanti, quella benedetta donna non la ferma nessuno, quei due siamo certi che significano guai, ma non sappiamo di che tipo, prendo delle foto dalle quali almeno di veda la targa, ma noi siamo in tanti e loro sono solo due, anche se in pochi minuti arriva una camionetta dell’esercito. Ah il potere del cellulare! Arriva e si piazza davanti al SUV e scendono i soldati armati che vanno a chiedere a quelli del macchinone se per caso noi diamo noia. Noi??? Sì, Luisa effettivamente è pressoche un caterpillar, è molto “pericolosa” e non si sposta di un centimetro, dice senza timore le sue ragioni e se ne viene via soddisfatta. Gliele ha cantate e pagherei una cifra per sapere che cosa gli ha detto. Noto con piacere che i soldati la temono, mantengono quella distanza giusta per non incrociare la sua rotta. Grande donna la nostra Luisa, si capisce che non ha paura di niente e di nessuno e vorrei somigliarle un po’.
Viene presto sera e ci aspettano agli Uffici dell’OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) dell’ONU, e di affari umani in Palestina ce ne sono tanti e il rappresentate ce li racconta tutti, ci mostra le mappe dell’occupazione e quelle del muro, assieme ai numeri delle colonie e a quelle delle ingiustizie e delle leggi ad hoc, un quadro generale che esclude la formazione di uno stato unico con pari diritti e pari doveri e anche quello dei due stati con sovranità territoriale, perchè la Palestina un territorio non ce l’ha più e ogni giorno ne perde un po’ anche di quello che è scritto sulla carta, di quello sul quale il mondo basa l’idea che se l’ANP (Autorità nazionale Palestinese) fosse più ragionevole, più furba, più accomodante potrebbe anche ottenere, con la generosità di America e Israele, il proprio stato.
Ma dove, ma come? Mi vien da gridare, mi sento soffocare. Ma non è possibile, non può essere così. Ma come si fa avere in mano con tanta chiarezza la fine della Palestina e nessuno di queste stramaledette Nazioni Unite muove un solo dito. Un nostro amico fiorentino si alza e lo chiede. Una domanda che può sembrare ingenua: Ma a cosa serve l’ONU se sa tutto questo e non fa niente per bloccare l’avanzata d’Israele?” Il funzionario allarga le braccia. “Siamo profondamente delusi.” E lo siamo tantissimo e usciamo mogi, con la certezza che per la Palestina non c’è nessuna possibilità. Non ci guardiamo fra di noi, non sopporteremmo di riconoscere quello che ci passa per la testa.
Un giorno intero passato nel coraggio e nella speranza di questa nuova forma di lotta popolare palestinese e in un’ora o poco più tutto crolla sotto le macerie della realtà. Dagli accordi di Oslo in poi i palestinesi sono stati abbandonati negli artigli di questo stato che alleva nel proprio seno il seme dell’odio razziale e dell’intolleranza religiosa e che si prende, con la violenza e con l’appoggio internazionale di altri stati marionetta, tutto il territorio che vuole eliminando fisicamente e psicologicamente il popolo palestinese.
E non ci guardiamo, usciamo silenziosi e abbattuti, e io sono incazzata, talmente incazzata che sarebbe difficile abbatteremi, non ci riuscirebbe nemmeno l’esercito più etico al mondo. Di fronte ad un’anomalia e ad una ingiustizia simile reagisco in modo inconsulto. Non provo odio no, non ancora, provo solo il desiderio di tornare e di parlare, raccontare, svergognare, di non farmi mettere in un angolo da nessuno, perchè adesso io so, ho visto e nessuno mi racconterà più la favoletta dell’equidistanza, del diritto alla sicurezza di Israele, mi spieghino com’è che i palestinesi invece possono essere bombardati, sparati, imprigionati, torturati, affamati e angariati al limite dell’umano. Mi spieghino com’è che la loro sicurezza equivale alla distruzione degli altri e chi e perchè a Israele si garantisce l’immunità, sapendo chiaramente che perpetua crimini di guerra, che non applica nessuna delle molteplici risoluzioni ONU, che non rispetta la legislazione internazionale e che occupa dei territori con le armi promulgando leggi e azioni di apartheid giudicate inacettabili ed estreme perfino dal Sudafrica.
E’ cominciato l’anno 2013 ed io sono incazzata, incazzata nera, vorrei piangere, ma penso agli amici di Nabi Saleh, a quelli di At Twani, ai beduini di Mufaqqara, a Luisa, alla loro tenacia e al loro coraggio e mi riprometto che quando tornerò, se tornerò nel mio paese, dedicherò la mia vita a denunciare e rosicchiare quella loro protervia, sarà poco, sarà niente, ma io ci sarò al loro fianco. Io, in questo viaggio, sono diventata palestinese, la loro causa è la mia, la mia dignità è la loro e faticherò, crederò e lavorerò senza perdere mai la speranza. In fin dei conti chi mi autorizza, io così fortunata a non credere più nella loro lotta? Nessuno, nessuno mai.
http://reliefweb.int/country/pse

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