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Il viaggio dell’anima

In amore, Le Giornate della Memoria, personale, Religione, Viaggi on 7 gennaio 2014 at 21:41

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Ci sono viaggi e viaggi. Io ne ho fatti molti, a volte erano partenze tanto attese e tanto desiderate, a volte solo obbligate. Ho toccato terre che mi hanno richiamato una seconda volta, a volte anche di più, ma sono certa che nella vita c’è un solo viaggio dell’anima e per me è quello in Palestina.
Ma perché la Palestina invece che un altro luogo? La mia risposta non è certa. Sì! lo so che ci sono mille ragioni, lo so che potrei scriverne per giorni e malgrado tutto non mi basterebbe ancora per spiegare tutto. Certo è che andare lì e desiderare di tornare e tornare ancora, oltre al semplice fatto che mi si perpetua il desiderio di esserci fisicamente, oltre che mentalmente, come mi succede da tempo, esiste anche il fatto che realizzo così l’illusione di difendere con la mia presenza quei luoghi così martoriati, anche se è chiaro che così non è e non può essere.
Ormai in Palestina ho amici a cui sono legata affettivamente, conosco i luoghi, mi sto impossessando dei nomi negati dei villaggi palestinesi. Spio gli allargamenti delle colonie, gli avamposti, che fra qualche mese si trasformeranno in case che si sviluppano come funghi velenosi e che fagocitano gli ulivi e le sorgenti d’acqua, con un’assurda voglia di possedere che nessuno mai potrebbe confondere con amore.
E si prendono la terra di altri, a causa di un dio vendicativo, che distribuisce “pani e pesci” senza nessuna giustizia cristiana, eppure il figlio si è fatto uomo, si chiamava Jesus ed era ovviamente un palestinese e sembra che fosse pure un “giusto”. Forse per questo ritengo che non approvasse la legge di quel padre crudele, forse per questo si è preso l’arbitrio di diventare, diversamente dal padre, un dio misericordioso che si è costruito un altro regno, quello dei cieli o quello degli uomini, ma di tipo più umano, di tipo più inclusivo.
Da parte mia, da grande agnostica, passata attraverso le forche caudine dell’ateismo, questi affari di fede e religione mi annoiano da morire. Ecco perchè, quando entro a Gerusalemme, dopo l’inutile gioco delle parti all’aereoporto di Tel Aviv, dove si mente sapendo di mentire, dove sospettosi ti chiedono se i tuoi soldi andranno a Israele oppure no, dove non possono accettare che tu abbia la libertà e la capacità di dire di no alle perpetue vittime di una shoah che non fa parte delle mie colpe, lì in quella città che mi ha conquistato fin dal primo momento, ecco proprio lì, io divento profondamente spirituale.
Sia chiaro che, non parlo di fede e di spiritualità spicciola, quella partecipazione parziale ad una religione o ad un’altra, io non credo e guardo curiosa i campanili di mille forme che si contendono lo spazio con i minareti, le chiese russe e quelle armene, le ortodosse e le copte, insomma un po’ come in un gran bazar, tutti che espongono la loro merce, tutti che chiamano a comperare alla loro bancarella, tutti che recitano la loro preghiera. Ma io percepisco la spiritualità in quei vicoli stretti e lerci della città vecchia, nella densità degli odori delle spezie e di urina. Guardo quella mescolanza di espressioni e di colori, di abiti e di maschere che rendono quella città unica e riconoscibile al tatto e all’olfatto, o forse è solo a me pare unica, pare amica, sembra casa.
Certo la mia Gerusalemme è la città araba, quella del souk, non quella delle piazze lastricate di ordine e dei vicoli fortezza, delle case che somigliano al deposito dei soldi di zio Paperone. Poche finestre diffidenti, molte grate, poca speranza, molta paura, ma di chi?
Questi sono figli cresciuti nella paura, cresciuti nel credo di un dio che li ha eletti per poi punirli, per non dargli una casa, per non farli mai mischiare agli altri, ignobili furbescamente chiamati “gentili”.
Non amo quel quartiere non sopporto le celebrazioni del potere e quelle bandiere che sventolano con tanta arroganza, mi dicono: io ci sono e tu non sei nessuno, mi avvisano di lasciare ogni speranza, perché non avrò la possibilità di esistere, vicino o intorno a loro, anche se non sono palestinese, io sto dalla parte sbagliata.
Ma il viaggio continua e l’anima si strizza dentro ad una corazza di difesa.

Hanno trasformato il deserto in un giardino fiorito….

In amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 24 gennaio 2013 at 0:50

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Su questa affermazione avrei proprio molto da dire… Chi è che ha trasformato il deserto in un giardino? O meglio chi è che ha trasformato il giardino in un deserto? Qui non si tratta di un gioco di parole, si tratta praticamente di un ulteriore furto verso una popolazione che di diritti, per gli occupanti, non ne ha.
La chiamano la guerra dell’acqua, ma guerra non c’è, i giochi ormai sono tutti fatti: Israele ruba l’acqua alla Palestina in modo totale e disumano, e oltre a rubarla gliela rivende a prezzi proibitivi. Evidentemente uno dei peggiori ricatti che si possano fare agli esseri umani, un po’ come assetare una persona e poi fornirgli solo qualche goccia d’acqua al costo di una bottiglia di champagne, chiedete alla Mekorot come funziona il furto e come fa a tenere sotto scacco, e in penuria di acqua, i territori della striscia di Gaza e della Cisgiordania.
Noi partiamo al mattino di una bella giornata di sole verso la valle del Giordano. Come vi dicevo su questa valle personalmente avevo un immaginario che vedeva le pigre acque di un fiume circondato da palmeti verdi e da bananeti, però ho sbagliato, sbagliato di brutto, anche se quel fiume dovesse essere stato più piccolo certo e meno importante del Nilo a cui pensavo, vi giuro che lì un fiume non c’è più, quelle acque non ci sono più, e il deserto percorre kilometri in pochi mesi, solo sui villaggi palestinesi, con buona allegria di chi di queste acque ne fa mercato. Il Giordano è sparito ed è finito nelle tasche di Israele, come stanno scomparendo, di conseguenza, pure le acque salate del Mar Morto. Ma tanto quelle, pur essendo lo stesso un buon affare, i palestinesi non le possono vendere e bere.
Visitare la valle del Giordano ti fa pensare che il deserto si stia riprendendo tutto il suo giardino. I palmeti e i bananeti sono dissecati e l’arsusa ha fatto morire bestie e uomini. Le terre sono diventate incolte e brulle, ma solo quelle palestinesi però, se guardi bene dietro ogni recinzione elettrificata, dietro ogni controllo dell’esercito c’è il fantastico verde delle coltivazioni israeliane. Certo che fanno fiorire il deserto, bella forza, stanno facendo morire di sete l’altra terra, quella della Palestina.
Milioni di palme piantate con la cortese e sollecita partecipazione della Mekorot, azienda per la raccolta e la distribuzione dell’acqua.
L’organizzazione per la difesa dei diritti umani, in un rapporto pubblicato di recente, ha accusato le Autorità israeliane di dare ai 2,3 milioni di palestinesi in Cisgiordania meno acqua di quanta non ne abbiano, in quel territorio, 450.000 coloni che si strafogano dentro alle loro piscine nelle colonie illegali.
C’è pure una legge che vieta ai palestinesi di scavare pozzi adeguati, per estrarre un po’ dell’acqua del sottosuolo. Gli israeliani invece lo possono fare, senza contare che la Mekorot estrae tutta l’acqua dalle sorgenti che fornivano le acque al Giordano e naturalmente ai villaggi.
I palestinesi non possono trasportare l’acqua e non possono nemmeno raccogliere seriamente quella piovana, ammesso che piova. Possono bere poco e lavarsi niente, così almeno debbono confermare l’idea che non sono poi così puliti come vorrebbero dare da intendere.
E la giornata si fa calda. Calda davvero. Così almeno abbiamo un assaggio di quello che può succedere in estate, quando il sole ti prosciuga anche il cervello, e non ci sono che sassi e terra arsa e nemmeno l’ombra di un albero sotto il quale potersi riposare.
Guardo corruciata il vecchio wadi prosciugato, la sorgente risucchiata dentro i tubi superprotetti delle pompe di sollevamento della Mekorot, l’aria asettica del furto di stato e sempre le solite reti di difesa e i sensori per tener lontani i derubati.
Dall’altra parte della strada la condotta che porta ai villaggi: una piccola pozza di acqua stagnante che non supera il livello per consentire lo scorrimento.
Eccovi serviti cari palestinesi, eccovi la prova della possibilità di uno stato unico pari diritti e pari doveri in una società multietnica e multireligiosa, con le risorse idriche in mano agli uni a scapito degli altri, con le terre fertili, e anche quello non, strappate al lavoro e alla cura dei loro proprietari originari…
Ripenso alle foto della Palestina storica e mi viene da piangere… hanno trasformato il giardino in un deserto che fa crescere solo i sassi, quelli usati per tutte le intifade passate e future.
Ci fermiamo in un villaggio sassoso, ci aprono le porte della loro “Scuola delle Idee“, un centro sociale gestito dal Comitato popolare. Ci raccontano le vessazioni per le leggi emanate e anche per quelle giornalmente inventate da polizia e soldati fantasiosi. “Il trattore non può uscire oggi ci vuole il permesso”; ma il permesso di chi? Nessuno lo sa. “Te lo confischiamo e per riprenderlo ti ci vogliono 1000 sheckel”Ma io ci lavoro con quella ruspa…” “No, non puoi non hai il permesso di smuovere la terra”. “Ma il terreno è mio!”. ” Può essere, ma non hai nessuna carta scritta.” e così altri 1500 sheckel che passano nelle mani del nemico.
Noi siamo lì a mangiare il loro pane e le loro verdure cresciute con tanta fatica, il loro tè fantastico e ci svuotiamo le tasche, almeno stavolta il trattore riescono a liberarlo con i nostri soldi, ma fa rabbia sapere in che tasche vanno, sapere che sarà ogni giorno così e il mondo non sa o finge di non sapere, e gli amici di Israele si beano della loro solidarietà pelosa, della loro cecità interessata, della loro ipocrisia di facciata.
Dall’altra parte della strada un piccolo appezzamento di terra coltivato, è spelacchiato e arido, ovviamente appartiene ai nostri amici palestinesi. Più distante invece c’è l’oasi recintata elettricamente, chiusa dentro oppure chiusa fuori dalla povertà.
Io sogno di uscire di notte con il trapano a bucherellare le tubazioni, 1000 buchi ogni notte per ogni persona di buona volontà… forse il fiume ritornerebbe a scorrere le sue rive, forse il deserto non si fermerebbe ai recinti elettrificati, forse la terra riprenderebbe a vivere. Ma Luisa ci frena: “Guardate che loro controllano il territorio e piombano subito appena scorgono un po’ di verde e qualche coltivazione, distruggono i pozzi e controllano da dove arrivi questa improvvisa ricchezza… Il controllo è basilare per eliminare ogni risorsa che possa far rimanere i palestinese in questo territorio. Non li vogliono e li stanno eliminando come fossero zecche.”
Poi dicono come fa a entrarti nell’anima la voglia di Intifada.
Pomeriggio di relax a Gerico, dove comperiamo i datteri palestinesi grossi come sassi e i dolcetti al sesamo, prendo la strada della montagna e guardo dall’alto, il verde sta attorno a pozze d’acqua che si conservano solo perchè sotto il terreno sono nascosti teloni impermeabili… non so se è una furbata oppure una necessità, comunque sono la sola ad accorgermene e forse chissà non se ne sono accorti nemmeno gli altri.
A fine giornata uno sguardo al Mar Morto rinchiuso nella rete di protezione e nel reticolato tagliente… trasformato in un campo minato, in pratica dove prima c’era l’acqua adesso c’è il cartello “attenzione pericolo mine“, già devono pure proteggersi dall’invazione giordana oppure da quella aliena e poi che fascino lo spazio vuoto del mare che non c’è più. Ed io sono triste e non vedo l’ora di tornare in albergo, sono solo sei giorni che sono qui e mi pare una vita.
Ora come spiegherò agli amici di Israele che i loro beniamini non hanno nessun amore per questa terra, certo ad onor del vero non sarebbe la loro terra per davvero, è un po’ come la soluzione trovata da Salomone di dividere in due il bambino conteso tra due madri, quale verrà considerata la madre vera? Non certamente quella che preferisce avere il mezzo bambino conteso e cadavere.
E mi ritorna, nel silenzio, ancora la voglia di Intifada.

Anche un salame fa resistenza…

In Amici, amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Viaggi on 19 gennaio 2013 at 10:52

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Glielo avevo promesso in una serata a Venezia sotto una pioggia fredda e torrenziale: “Che cosa ti posso portare dall’Italia?” Lui mi aveva guardato con il suo sorriso solare e con sul viso ancora i segni dell’abbronzatura dell’ultima volta che era stato in Palestina, e doveva ripartire presto, c’è stato solo un momento di incertezza poi aveva risposto, con l’allegria di un ragazzino di fronte alle caramelle: “Portami un salame che tu non sai quanto ci manca quando siamo lì…” E così ho fatto. Il salame dentro la valigia in volo Venezia-Roma-Tel Aviv insieme ai peluche e alle collanine di vetro di Murano, tutti regali per i nuovi e vecchi amici in Palestina.
Veramente non sapevo che problemi quel salame avrebbe potuto crearci ad un controllo alla dogana, ma avrei fatto carte false per portarlo ai ragazzi di At Twani.
La sera prima avevamo cambiato l’albergo, adesso eravamo sulla strada di Betlemme, dove alla sera ci siamo fermati a fare una breve visita sotto le luminarie di un incongruo albero di Natale. Una visita veloce alla chiesa della Natività illuminata sapientemente per ricavarne tutto il magico incanto.
Si entra da una porta bassa talmente tanto che bisogna chinare umilmente la testa, più logico era il fatto che da quella porta sicuramente non si sarebbe potuto entrare montati a cavallo e in armi.
La chiesa condivide la piazza con una grande moschea, nessuno ci fa caso, qui come a Gerusalemme, da molto tempo, non si fa questione di religione.
Dietro la moschea i negozietti pieni di oggetti mi fanno iniziare la ridda degli acquisti 8 Kufije di colore diverso, aggiunte alle 6 che avevo comprato in Egitto, avrebbero fatto parte della collezione più fantastica che possedevo. Ma al ritorno sono durate poco, come per quelle egiziane ho trovato a chi donarle come ricordo e me ne sono rimaste solo due.
Tornerò in Palestina e ne prenderò un vagone così i miei amici se le sceglieranno abbinandole al colore degli occhi.
Anche questo fa parte del viaggio: entrare e trattare con i bei ragazzi che vendono la merce e che ti chiamano Mami… eh sì tutti figli miei, e mi donano un sorriso mentre contrattano divertendosi il prezzo fino allo sfinimento…
Ma si riparte presto per le colline a sud di Hebron, salame in resta e un buon vino rosso palestinese della produzione Cremisan dal nome evocativo The star of Bethlem, e con tanta emozione sapendo di ritrovare i ragazzi italiani di operazione Colomba.
E il villaggio di At Twani lo conoscevo già, tante volte avevo proposto e mostrato in Italia il film Tomorrow’s Land e quindi ne conoscevo le problematiche e le pietre e pure tutti quelli del Comitato popolare che con pazienza ci raccontano della lotta quotidiana contro i coloni aggressivi e violenti. I bambini del villaggio nei loro grembiulini di scuola aspettano la camionetta dell’esercito per andare a scuola e noi aspettiamo con loro. Una cinquantina di persone controllano ogni mossa dei soldati e il terreno intorno al villaggio. I pastori portano le pecore a pascolare sotto gli occhi degli internazionali sulle loro terre, ma un po’ più distante, dove di solito vengono fermati e cacciati.
Passa il tempo e arrivano gli splendidi ragazzi italiani che aiutano il comitato nelle cose di tutti i giorni. Con attenzione e serietà, aspettano che la camionetta segua con solerzia i bambini per la strada di scuola, onde evitare gli assalti degli energumeni che si credono autorizzati da dio anche a pestare e spaventare i piccoli.
Più di cento occhi seguono i movimenti dei soldati e i pastori al pascolo, nella pietraia della loro terra.
Sulla collina di fronte un insediamento di casupole sta diventando una colonia e la terra buona nella valle è già stata confiscata e il villaggio resiste su una zona che i soldati hanno denominato firing zone e che dovrebbero usare come zona di addestramento militare, ma che alla fine si trasforma in colonia, come da sempre, come da tutte le altre parti.
At Twani resiste, è un villaggio di gente tosta, che vive del minimo, ma che non intende sottostare alla demolizione delle loro case. L’esercito non ci penserebbe due volte, ma la Corte di Giustizia è subissata di richieste da parte del Comitato, avvocati israeliani per i diritti umani li aiutano e loro non intendono andarsene, malgrado l’ingiustizia delle bastonate e degli animali uccisi, degli ulivi sradicati e della volontà di cancellare il villaggio dalla carta geografica. Una lotta dura e pacifica com’è dura la vita di tutti i giorni anche se i bambini sorridono e i pastori ci salutano da lontano.
In un momento di disattenzione di tutti, passiamo il salame e il vino ai ragazzi. Una stretta di mano e un caldo sorriso (non possiamo abbracciarci come vorremmo) ma che importa, tanto loro sanno il bene che noi gli vogliamo e quanto ci stanno nel cuore.
Quelli del comitato ci portano il pane caldo e il tè dolce… generosità fantastica anche nella povertà. Tra le cose di artigianato trovo un ricamo incredibile: una donna palestinese col vestito della festa, la brocca sulla testa che porta l’acqua alla sua casa in un paesaggio della Palestina antica dove la pace regnava e le donne sorridevano del poco che avevano.
Penso che non è un ricamo di oggi, è storia vecchia, ma il senso di pace che mi trasmette vale il costo del piccolo capolavoro.
Lasciamo il villaggio con un senso di perdita. Non sappiamo se un’altra volta che torneremo ritroveremo ad aspettarci ancora Afez e il suo inglese pulito e le donne regali che abbiamo incontrato, la bella bambina che chiede di farsi fotografare e la nonnina che ci saluta dalla strada e che sembra benedirci da lontano.
Tornerò ad At Twani, anche se due camionette dell’esercito hanno eruttato i soliti soldati armati pronti a mostrare i muscoli e il testosterone, non ci fanno paura, ci fanno solo rabbia. Tutti stiamo fermi a guardarli negli occhi… sono loro a fingere di essere lì solo per ragioni si sicurezza, e che siamo noi fuori posto e non loro, ma noi siamo nel nostro diritto come tutti quelli del villaggio che faticano a ricavare dalle pietre il loro sostentamento e che non se ne vogliono andare in un campo profughi qualsiasi, dentro ad un’altra prigione sulla loro terra trasformata in un inferno. Ma anche noi stiamo imparando velocemente che la regola è non avere paura e resistere fino all’ultimo respiro, passo dopo passo, con un margine risicatissimo di futuro. E’ dura… molto dura, e guardiamo questi palestinesi con ammirazione e con tanti sensi di colpa, e torneremo in Italia cambiati dentro… lo so… lo sento. Ma noi facciamo la differenza, comunque, noi siamo l’opinione pubblica, noi torneremo a casa a raccontare e non ci sarà più nessun giustificazione che tenga: i palestinesi vanno salvaguardati dall’esercito di occupazione e dai coloni criminali, vanno liberati dai vincoli e dai soprusi della politica di uno stato infame, che salvaguarda i suoi interessi e si sporca di genocidio, che chiede compassione per la sua storia triste e passata, perpetrando in nome di questo un’ingiustizia peggiore.
Ma il nostro viaggio continua e a pochi km. c’è Mufaqqarah il villaggio beduino.

Un momento di resistenza…

In Amici, amore, Anomalie, personale, Viaggi on 18 gennaio 2013 at 7:30

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Il viaggio in Palestina e le mie “montagne russe” di emozioni. Nello stesso giorno ho vissuto un un momento di pace assoluta, un momento di stupore assoluto, e alla fine, con un sentimento di grande partecipazione: un momento di grande emozione che chiamerò di Resistenza.
Dopo la visita alla “spianata”, che mi aveva lasciato abbacinata negli occhi e serena nel cuore, il nostro viaggio aveva come scaletta: Ramalla. Una città sorprendente. Dove stava la sorpresa? Stava nel fatto che Ramalla è una città operosa che schizza verso il futuro e che fa l’occhiolino all’occidente. E’ bene o male? Non lo saprei, forse tutte e due. Ma Ramalla comunque è la dimostrazione che dalle ceneri nascono i fiori e di che pasta è fatto il popolo palestinese. Nulla e nessuno lo scoraggia. La sua meta è l’autodeterminazione, il suo credo è libertà fino all’ultimo respiro, ma libertà anche dalle ingerenze esterne, anche dagli “amici” che poi tanto amici non sono, dalla religione che tutto sommato è solo una questione personale e non ideologica, dalla povertà che cerca di risucchiare la loro patria in un vortice da cui è possibile uscire solo con la diaspora.
In effetti io conosco i palestinesi della diaspora: gente eccezionale, capace negli studi, intelligente, lavoratrice e sognatrice, capace di realizzare i propri sogni e di creare dei piccoli imperi commerciali e intellettuali: scrittori, poeti, intellettuali, commercianti, kebabbari… insomma ci sta tutto, perchè non è gente che si lascia fermare né da una fede, né dalla politica, stanno con un occhio ai loro interessi e un altro alla loro patria.
Se descrivere un palestinese della diaspora è complesso, descrivere un palestinese di Ramalla è affrontare lo stupefacente. Una città tutta in costruzione, appartamenti larghi e spaziosi, finalmente organizzati in un primordiale piano urbanistico, tanto la fantasia non può essere completamente irregimentata. Una città più volte rasa al suolo e sempre ricostruita, con fervore e coraggio. Gli appartamenti costano quanto nelle nostre città. Ma forse i soldi sono quello di cui i palestinesi nel loro territorio meno hanno bisogno. Forse solo dovrebbero imparare a pagare le tasse, ma non in mano agli Israeliani che per ripicca se le tengono.
Comunque la strada del centro, caotica come ogni città occidentale, ne contiene tutte le contraddizioni, ma anche mostra che la Palestina può esistere e che la sua esistenza è garantita da gente che non si è affossata e che resiste e persiste più della gramigna, più dell’erba amara di handala.
Abbiamo qui un primo momento di vera resistenza. Ci si incontra con la moglie di Barguti, in carcere per buona parte della vita e molto probabilmente in carcere per tutta l’altra ancora non vissuta. Lei donna eccezionale e coraggiosa, che porta avanti la famiglia e la lotta del marito. Donne coraggiose le palestinesi. Dietro ad ogni grande uomo c’è sempre una donna anche più grande.
Un passaggio alla Muqata che un po’commovente è. Dopo tutto questo tempo hanno riesumato il corpo del loro leader, tanto tutti sapevano che era stato ammazzato, ma come e da chi… non sarà così facile dimostrarlo. Tanto a morire sono i migliori, tanto ad ucciderli figurano sempre i loro fratelli.
Per la strada ritrovo pure Vittorio in un murales un po’ imbarazzante, che non gli assomiglia affatto, ma tant’è, Stay Human c’è scritto e questo mi basta. La lezione vale per tutti, anche per loro.
Poi si riparte per il villaggio di Nabi Saleh ed è solo mercoledì pomeriggio, e questo è importante, ma lo saprò poi quanto importante è un giorno della settimana: il venerdì.
Nabi Saleh resiste e la colonia che scende la collina di fronte vuole cancellare il villaggio, vuole prendersi tutte le loro terre e le loro case. I soldati sono sempre schierati, si muovono in gruppo per sdoganare quegli atti da farsa che niente e nessuno potrebbe giustificare. Spingono, strattonano, minacciano e sparano di tutto, anche dentro le case e i bambini soffocano e le madri li calano dalle finestre sul retro, mentre la casa diventa un inferno. Bilal impassibile filma tutto, lui e la telecamera sono una cosa unica.
Ci ricevono le famiglie Tamimi nella loro casa, la prima del villaggio, quella che ogni venerdì per prima diventa il bersaglio dei soldati di occupazione. Ma Tamimi sono tutti gli abitanti del villaggio, e sono in tanti, tutti con lo stesso cognome.
Salendo per la strada che porta al villaggio si vedono i ragazzini risalire il ciglio della collina e i soldati sparare i lacrimogeni. Chissà perchè tutto ci sembra normale. Ma è solo mercoledì, la battaglia, quella vera, inizia il venerdì, giorno di riposo dal lavoro, giorno di Resistenza per Nabi Saleh. Tutti si preparano vestiti da festa, con le bandiere e le kufije per tapparsi il naso, non per nascondersi dai soldati, ma per non respirare i gas e per ripararsi dagli idranti di acqua chimica il cui odore non se ne va per giorni e giorni, lasciando a lungo il ricordo della lotta. Negli orti delle case sono esposte in lunghe fila ridicole le bombe sonore, che sembrano lampadine cieche issate sui fili per la festa, festa di morte per Mohammad e Rusdhie e per la loro giovinezza sfortunata.
Ci ricevono come fratelli, condividono con noi il tè dolce alla menta e il caffè speziato, ci raccontano la loro lotta, i loro morti, le offese ricevute e ci aiutano a raccogliere la loro terra da portare a casa.
Strana cosa quella che mi era successa prima di partire, molti mi avevamo chiesto che gli portassi un po’ di terra di Palestina. Avevo riso a quella richiesta e avevo borbottato: “Non basta che gli rubi la terra Israele, pure io devo trsformarmi in ladri?” Ma stranamente quando quelli del Comitato popolare hanno capito cosa volevo fare, mi hanno aiutato con entusiasmo a raccogliere la terra e se non li fermavo, avrei dovuto dotarmi di un carriola più che di un sacchetto; erano felici che portassi con me la loro terra, e che in questo modo non potessi dimenticare. Ora a casa mia passano gli amici con scatolette a forma di cuore e vasetti di vetro e ritirano l’obolo portato dalla Palestina. Quella terra simbolo, quel luogo dove molti non andranno per paura o per mancanza di priorità, ma tutti a ritirare un qualcosa di prezioso su cui riflettere e da tenere con cura: la terra di Nabi Saleh, la terra di un popolo che ha fatto della Resistenza il proprio orgoglio e dell’amore per la propria patria la loro sola priorità.
E non potrò mai dimenticare e lascio in quel villaggio i miei fratelli e ripartire è uno strappo che non posso risanare se non tornando indietro ancora un’altra volta e ancora… ancora.

Viaggio, con biglietto di sola andata…

In amore, Anomalie, Viaggi on 8 gennaio 2013 at 23:29

SONY DSCSono tornata, ma si fa così per dire.
Con la mente non ci sono, non sono tornata affatto e mi accorgo che nemmeno il tempo è passato, si è bloccato lì… senza contare che le mie emozioni si sono cristallizzate e dovrei metabolizzare. Inutile ogni tentativo, perché per metabolizzare bisogna fare almeno un tentativo di accettare o almeno tentare di comprendere. Comprendere nel senso si contenere e io non riesco più a farlo, mi sento un contenitore troppo pieno che è traboccato. Ogni movimento o pensiero e qualche cosa di più, di troppo.
Era semplicemente un viaggio di conoscenza, di persone che pensavano di conoscere quasi tutto e invece non era così. Io non conoscevo… non a sufficienza comunque.
Siamo arrivati di notte fonda e non abbiamo trovato nessuna difficoltà, nessuno avrebbe pensato fosse così facile. Vuoi vedere che forse mi hanno raccontato delle storie… non può essere così facile entrare senza sapere che invece poi era così complicato uscire… ma poi eravamo davvero usciti? Ma andiamo per gradi:
Jerusalem con le sue mura così rassicuranti. Vecchia città di storia e di convivenza, perchè non puoi essere di tutti o in particolare solo di te stessa? Nelle stradine lontano dal mercato ci sono i poliziotti e gli uomini del Municipio che cercano le case da demolire ovviamente in Jerusalem est dove non si può ottenere mai un’autorizzazione per costruire. Proprio oggi ne hanno demolita una e chissà se si sono fermati lì oppure hanno coinvolto anche i vicini, così potevano chiedere di essere ripagati per la loro buona volontà. Ma non vale per gli altri. Quelli, gli altri costruiscono un brutto muro grigio che separa una strada a metà, dividendo in due i palestinesi che abitano a sinistra da quelli che abitano a destra e che a Jerusalem non potranno più entrare. Erano gerosolimitani, ma adesso non più, la loro carta d’identita cambia colore, cambia la scuola che non si può più raggiungere, la sorella o la madre che vedevi attraversando la strada, adesso parevano distanti come in un altro mondo.
Ma Jerusalem rimane immutata e bellissima, con i suoi tanti campanili e minareti, con quelli che pregano sotto e che vorrebbero sterminare quelli che pregano sopra e quando i muezzin chiamano alla preghiera, quelli sotto invidiosi mandano a tutto volume le loro canzonette di guerra da soldatini di dio. Dio strettamente immobiliarista che promette casa a destra e a manca, anche quella casa che non è di suo diritto, ma non è il regno dei cieli la sola casa di dio?
Questa terra me l’ha promessa dio e io ci faccio quello che voglio… che dio sciocco ed imprevidente se gli alberi vengono tagliati sulle colline e al loro posto nascono bianchi condomini, testimoni della stupidità umana. Case nuove da riempire di gente senza scrupoli, pronta a ripetere quella storia infinita che tanto male aveva fatto e che tanto crudele continua ad essere pure oggi.
Muri, recinzioni e difese… pronte a chiudere dentro o chiudere fuori, nessuno sa chi è prigionieri di chi o forse sì, qualcuno diventa prigioniero di altri, qualcun altro si fa prigioniero di se stesso.
Eppure Jerusalem rimane lì immutata mentre la luna piena illumina le cupole delle moschee e le mura rimangono immote. E io guardo attonita l’anno nuovo che arriva, già pregno di cattivi presagi…

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