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Certe donne…

In Donne on 12 ottobre 2011 at 21:48


Stamattina ho passato un po’ di tempo a leggere in rete notizie e post di blogger amiche. Tutto attorno al tema “donne…” Che poi le donne non sono tutte uguali, come non lo sono gli uomini, ci mancherebbe! Il mondo sarebbe una noia fatto di tanti manichini tutti uguali. Per fortuna o per disdetta il mondo è variegato e le donne pure. Se poi viaggi in rete, ne senti di tutti i colori, ma basta anche parlare con le amiche o assistere a qualche convegno per avere una idea più precisa.
Faccio un esempio: alcuni giorni fa ironizzavo su di una tale Terry che avrebbe potuto vendere la madre per frequentare gli ambienti giusti, quelli che ti consentono di fare la “bella vita”, tanto per capirla e che ha messo e mette il suo corpo a disposizione degli altri a scopo di lucro. Contemporaneamente sono andata a vedere il film di Simone Betton “Rachel” che parla della giovane attivista americana Rachel Corrie morta sotto un bulldozer mentre tentava di fermare la demolizione di case palestinesi nel territorio di Gaza. Ragazza, carina e fragile, che metteva il suo corpo quale barriera tra l’ingiustizia e i perseguitati, senza nessun tornaconto se non quello di sentirsi almeno utile in un mondo che se ne frega degli altri.
Sembra difficile avvicinare queste due tipi di donne ed in effetti lo è, sinceramente non lo tento nemmeno. Sempre di donne parliamo, ma di donne con valori completamente diversi, cresciute in modo diverso. Persone che hanno nutrito i loro corpi per scopi diversi, che hanno saputo dare di loro la parte migliore che avevano.
Ora non ci resta che capire quale sia la parte migliore di una donna e, sebbene comprenda che qualcuno, senza farsi sentire, ha pensato che parlassi della patonza, confesserò che invece intendevo: il cuore, la generosità e l’impegno.
Cuore contro patonza = 3 a 0
Inevitabilmente io sto dalla parte dell’impegno, dalla parte delle donne che sbagliano, ma che lo fanno con il cuore. Con quelle che crescono i figli nelle difficoltà, in cattività e senza sostegno. Quelle che lottano per la loro vita e la loro libertà e quelle che si dannano per i figli e a volte per i compagni meritevoli, oppure per niente, come succede spesso nella vita.
Molte volte sono stata giudicata dalle donne: sprezzante o altezzosa e dagli uomini, in qualche modo, poco femminile. Con quelle donne io non ho molto da condividere e non riesco a provare quell’empatia che in genere mi contraddistingue e così anche con quegli uomini non sono me stessa, rilassata e disponibile com’è nella mia natura. Certe donne sanno dare il meglio di sé solo in certe condizioni.
Ci sono donne schive che diventano leonesse per difendere i loro bambini e donne intelligenti che rinuncerebbero alla loro dignità per un adeguato tornaconto. Come si fa a parlare di un genere unico, come se fosse un’unica persona o come se avesse un’unica personalità? Le donne sono tante ed è impossibile etichettarle in un unico contenitore. Altrimenti dovremo farci entrare dentro alcune donne con certe qualità e altre con qualità diametralmente opposte. Come ad esempio le donne madri e quelle che sopportano solo da lontano i figli degli altri, ma anche chi non considera minimamente la maternità e chi pure odia i bambini. Suppongo che quando si parla di Donne io penso che si stia parlando di certe donne ma è un errore, un immaginario tutto mio che cancella le tipologie di donne che per me risultano inaccettabili.
Ricordo un giorno che stavo al mercato della mia città distribuendo, con delle amiche, un opuscoletto sulle richieste in ambito locale e nazionale, per veder riconosciuti di più i diritti di genere e anche per richiedere di migliorare dei servizi necessari al quotidiano, come assistenza all’infanzia, alla vecchiaia e alla parte debole della società. Una vecchia segaligna e acida si è fermata e ci ha riempito di parolacce: “Ma cosa volete? Più Libertà? Ma non vedete che ne avete anche troppa. Tornatevene a casa, come si è sempre fatto. A voi non basta, volete andare a lavorare per fare le puttane e lasciare i vostri bambini abbandonati da soli. Hanno ragione i vostri mariti a darvele, e a chiudervi in casa. (E tanto per cacciarcelo bene in testa) Siete tutte puttane!” Sia chiaro che a volantinare erano tre donne per la cui età, la fertilità era un ricordo ormai lontano. Comunque questo dimostra che le donne si dividono in “certe” e in “certe altre” e molto spesso le une sono le nemiche acerrime delle altre. Per quale motivo? Non saprei, ma ho il sospetto che c’entri molto spesso l’invidia e su questo devo dare ragione alla Terry nazionale che di patonze e di invidie lei se ne intende un sacco.

Bambini di guerra, bambini di pace

In Anomalie, Gaza, Guerra, Informazione, Malattie mentali on 7 ottobre 2011 at 9:34

Disegno di bambino palestinese che raffigura un carro armatoSe c’è una precisazione che mi sento in obbligo di fare è sulla mia personale posizione in alcune vicende compreso il tema che riguarda le iniziative sulla Palestina. Faccio una preventiva premessa: in Facebook e altrove passo tutte le notizie di quell’universo variegato e complesso che è la sinistra italiana, quelle che condivido e anche quelle meno e su cui ho delle perplessità, senza nessun filtro né di opportunità né censorio. Credo di mantenere lo stesso atteggiamento nel caso Palestina. Considerato che nemmeno in Italia esiste alcuno che possa dire di rappresentare tutti gli italiani la cosa è anche più vera nella situazione di quella terra. Chi proponesse una iniziativa che riterrò utile troverà tutta la mia disponibilità e collaborazione. E d’altro canto se esistesse un’iniziativa capace di unire tutti i palestinesi credo che ogni persona saggia l’avrebbe fatta. Purtroppo non ho questa facoltà. Né quella di assumermi l’arroganza di elaborare una qualche secolare strategia.
Io guardo alla Palestina e ai Palestinesi nel completo rispetto del loro diritto all’autodeterminazione. Se da domani mattina la Resistenza davanti ad un paese militarizzato e invasore, ad una vera e propria pulizia etnica, dicevo che se da domani la Resistenza prenderà un’altra qualche forma o altre forme di reazione violenta alla violenza mi vedrà solidarizzare. Non potrò che comprendere come sia pressoché impossibile davanti alla forza opporre solo la sopportazione passiva. Il massimo a cui mi potrò spingere è chiedermi e chiedere se quella risposta aiuta la pace e il futuro della Palestina. Non mi è mai piaciuto mandare a farsi ammazzare gli altri. Però sta ai palestinesi la vera scelta. Da parte mia, nel mio “impegno” aggiungo che il contributo delle associazioni non può essere che in funzione alla loro utilità. Prima di tutto nel sensibilizzare nel proprio paese l’opinione pubblica, le persone ai problemi e alla storia di quella terra martoriata. Poi tutti quelli interventi possibili che possono essere richiesti. Fare da scudi umani costringe ad un necessario attivismo pacifista. E’ chiaro come il contributo di un attivista volontario sia diverso dalla resistenza di un palestinese in loco, anche per la questione delle mie personali possibilità. E non si può disconoscere l’utilità di quegli interventi coraggiosi fatti da tanti giovani.
Premesso ciò noi come gruppo (Restiamo umani, con Vik), sollecitati da Hope Association for Palestine Emergency, abbiamo intenzione di mettere in essere la mostra itinerante “Bambini di guerra” assieme a tutti quelli che si renderanno disponibili ad intraprendere questa avventura con noi. In realtà dovremmo intitolarla “Bambini senza pace” o “Bambini in cerca di pace”. Noi vorremmo infatti parlare di pace. La mostra sarà patrocinata dalla “Delegazione diplomatica palestinese”. Questo ha già mosso delle critiche e dei distinguo, una polemica. Ribadisco che noi la mostra la facciamo per quei bambini e che qualsiasi rappresentate di qualsiasi posizione espressa in Palestina o da palestinesi esuli vedrà domani lo stesso impegno. Ché credo che il non fare sia la cosa meno utile e più sbagliata. Mi sembra assurdo pensare che un’iniziativa come questa possa favorire una parte politica a scapito di un’altra. Nessuno si sente così importante e… fondamentale. Come la politica di Israele viene da lontano anche questa sete di pace e di giustizia, perché non può esistere una pace senza giustizia, viene da altrettanto lontano. E’ uno scontro tra quella barbarie e la civiltà. Tra l’arroganza e il diritto. Tra un invasore e un popolo e la sua terra. Tutto ciò premesso dovremmo parlare della mostra itinerante in sé. Della forma che sta prendendo la nostra inaugurazione di Venezia. Credo di aver usato per oggi fin troppe parole. Ci tornerò più tardi cioè più avanti. Vi lascio con un pensiero che don Nandino Capovilla di PaxChristi ci ha lasciato: “Grazie a tutte/i del nuovo gruppo! Ci sentiamo in piena sintonia con voi e da anni sosteniamo la causa palestinese con sensibilizzazione (film+libri+la newsletter e sito Bocchescucite, ecc.) e soprattutto continue esperienze di peacebuilding nei Territori Occupati (fra pochi giorni saremo ancora a raccogliere le olive a Ramallah, col team di Tutti a raccolta). Soprattutto GRAZIE per quello che farete per DIFFONDERE l’eredità preziosa del nostro Vittorio, con cui per anni abbiamo lavorato”. RESTIAMO UMANI.

Il bosco degli uomini-libro

In Cinema, Libri, poesia, Senza Categoria on 25 maggio 2011 at 22:50

Stasera zappinando di canale in canale mi sono trovata a rivedere con uno stupore tutto nuovo un vecchio film: “Fahrenheit 451” di François Truffaut. Vecchio film del 1966 tratto dal romanzo fantascientifico e distopico di Ray Bradbury. Per chi non conosce la storia si tratta di una società futuribile (o forse no) che per consentire alla gente di essere felice proibisce di leggere i libri che per questo vengono bruciati in grandi falò. I libri insomma rendono la vita triste e vengono eliminati come strumenti di contaminazione. Montag, che fa il pompiere, viene avvicinato alla lettura da una donna che, come molti altri, nasconde i libri nella propria casa per salvarli dallo sterminio. Montag si appassiona alla lettura finché un giorno, tradito dalla moglie, viene costretto a bruciare i suoi libri pur salvandone uno. Proprio per questo libro uccide il suo Comandante e si dà alla fuga. Raggiunge nel suo pellegrinare un bosco, alla fine di una strada ferrata. In questo bosco vivono gli uomini-libro che conservano i libri nella loro memoria. Non importa che il libro di carta vada perduto l’importante è conservarlo nella memoria e tramandarlo ad un altro che si prenderà la cura di salvarlo per il resto della sua vita. Non ricordo Montag che libro avesse salvato, ma mi è venuto subito in mente il libro che vorrei essere e che vorrei salvare. E’ un libro corto che lessi in due ore durante un viaggio in macchina verso il sud. In effetti più che un libro è un monologo, non un romanzo, ma la sceneggiatura di un film. L’autore non è nemmeno uno di quelli che preferisco, anche se il primo libro che lessi di lui “Seta” mi aveva oltremodo toccato. Il libro è “Novecento” di Alessandro Baricco e mi piace l’idea di passeggiare dentro al bosco raccontandomi e ripetendo agli altri la storia di quel bambino dal nome strano che nacque su una nave da crociera e da lì non scese più.

Tutto su mia madre

In amore, Donne, uomini on 9 novembre 2010 at 10:15

Era da tanto che non andavo a teatro. Mica che non c’ho più la passione. No, anzi la passione rimane, ma le occasioni di vedere cose stimolanti sono minime. Nella mia città il Teatro e uno, piccolo e famoso. E’ frequentato solo da una piccola schiera di snob un po’ difficili da accontentare. Ma proprio perché sono pochi e non danno un rientro economico, non vengono mai soddisfatti. Poche eccezioni. Pochi momenti di apoteosi. Vecchi spettacoli di Dario Fo, qualche Lindsay Kemp, le furbate dei Momix, l’ironia di Paolini, qualche chicca qua e là, rara e nascosta. Forse il nuovo direttore artistico: Alessandro Gasman, riuscirà nell’intento di riportare questo Teatro in vita.
Ed ecco, sabato sera, decidiamo di andare. Arriviamo tardi come in genere arrivano i maleducati, ma non l’abbiamo fatto apposta, abbiamo solo perduto il battello giusto. Lo spettacolo era iniziato puntualissimo. Anche troppo per gli usi del Teatro. La maschera ci porta in posti diversi che non disturbano la platea. Giusta punizione ci diciamo. E se punizione è stata, lo spettacolo ci ha reso la postazione ininfluente.
Sarà che io amo il cinema, di un amore ancora più grande del teatro, ma questa pièce teatrale tratta dal film di Almòdovar mi ha entusiasmato e commosso tanto quanto il film stesso mi entusiasmò e commosse anni fa.
In un gioco di scatole cinesi si sviluppa la storia commovente di Manuela, madre coraggiosa, che alla morte del figlio cerca il marito per comunicargli non solo la sua scomparsa, ma anche la sua esistenza. In questo viene aiutata da Agrado (una straordinaria Eva Robin’s, chi l’avrebbe mai detto?), un trans pieno di cuore che le presenta una dolce ragazza suora, che si occupa delle puttane e dei travestiti di Barcellona.
Manuela le farà da madre in attesa che partorisca il figlio di “Lola”, un transgender che oltre ad averla ingravidata le ha trasmesso la sua malattia che la condurrà alla morte. In tutto questo il figlio perduto racconta la storia di questa madre, del suo dolore e della grande capacità di “comprendere” tutto quello che la circonda, ma non solo questo, anche di altre donne disperate che non perdono mai la loro peculiarità femminile: la accettazione del loro destino.
Per chi non avesse visto il film non scenderò in ulteriori particolari e non svelerò l’evidente finale. Vi invito solo ad andare a vedere questo pezzo di ottimo teatro, con il cuore aperto e la mente libera da ogni pregiudizio. C’è molto su cui riflettere, ma ancor di più serve “comprendere” come ogni madre sa ed è costretta a fare.
La prima nazionale è partita dalla mia città la settimana scorsa, ora lo spettacolo sarà in giro per l’Italia. Volete un consiglio? Non perdetelo e se lo fate sappiate che stavolta avete davvero perso qualche cosa di non ripetibile.
Bravi!

105) “54”

In Un libro al giorno on 19 settembre 2010 at 8:00

Non c’è nessun “dopoguerra”.
Gli stolti chiamavano “pace” il semplice allontanarsi del fronte.
Gli stolti difendevano la pace sostenendo il braccio armato del denaro.
Oltre la prima duna gli scontri proseguivano. Zanne di animali chimerici affondate nelle carni, il Cielo pieno d’acciaio e fumi, intere culture estirpate dalla Terra.
Gli stolti combattevano i nemici di oggi foraggiando quelli di domani.
Gli stolti gonfiavano il petto, parlavano di “libertà”, “democrazia”, “qui da noi”, mangiando i frutti di razzie e saccheggi.
Difendevano la civiltà da ombre cinesi di dinosauri.
Difendevano il pianeta da simulacri di asteroidi.
Difendevano l’ombra cinese di una civiltà.
Difendevano un simulacro di pianeta.

Soluzione
Titolo: “54”
Autori  WU MING

Trama: 54 è un romanzo del collettivo Wu Ming, pubblicato nel 2002. Il romanzo è ambientato nell’anno 1954 (da cui il titolo), tra l’Italia, la Iugoslavia, la costa azzurra, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Non è presente un vero e proprio protagonista, in quanto sono presenti almeno tre storie principali, tra le quali il romanzo salta continuamente: una si svolge principalmente a Bologna, la seconda a Napoli, la terza ruota attorno a Cary Grant. È stato tradotto in numerose lingue, tra cui inglese, olandese, portoghese e spagnolo; ogni traduzione è stata rilasciata sotto licenza Creative Commons BY-SA, allo stesso modo del romanzo, in modo che sia possibile a chiunque riprodurre l’opera, purché a scopo non commerciale. Sullo stesso sito del romanzo questo è scaricabile gratuitamente. (DA WIKIPEDIA)

INVICTUS

In poesia on 29 luglio 2010 at 13:02

Dalla notte che mi avvolge,
nera come la fossa dell’inferno,
rendo grazie a qualunque dio ci sia
per la mia anima invincibile.
La morsa feroce degli eventi
non m’ha tratto smorfia o grido.
Sferzata a sangue dalla sorte
non s’è piegata la mia testa.
Di là da questo luogo d’ira e di lacrime
si staglia solo … l’orrore della fine,
ma in faccia agli anni che minacciano
sono e sarò sempre imperturbato;
non importa quanto angusta sia la porta,
quanto impietosa la sentenza:
sono il padrone del mio destino,
il capitano della mia anima.

(Invictus – Nelson Mandela)

Altri percorsi

In amore, Cinema on 28 luglio 2010 at 11:29

La mia vita è andata come doveva andare. Certo che a pensarci bene avrebbe anche potuto andare diversamente. Bastava poco. Un niente. Eppure come si fa a dirlo, ad esserne sicuri. Forse bastavano delle decisioni diverse qui e là. Forse bastava solo che quel giorno piovesse oppure che avessi ricevuto una telefonata o una lettera. Avrebbe potuto andare bene anche che fossi uscita ed avessi comperato un giornale oppure che fossi entrata in una libreria o che il mio fratellino più piccolo avesse un po’ di tosse. Qualsiasi occasionale “incidente” avrebbe potuto rendere diversa la mia vita. Ed invece la vita era stata quella e non me ne lagnavo. Certo che avrei potuto prendere un’altra strada, se solo fossi stata più attenta, oppure meno disponibile, magari più docile, oppure meno orgogliosa. Chissà quali percorsi avremmo praticato?…
Se ne parlava l’altra sera con il mio compagno. Poi chiamarlo compagno a lui non piace: lo fa sentire provvisorio. Forse ha ragione, di compagni non ce ne sono più. Magari avrei potuto dire fidanzato, ma anche qui il termine è piuttosto anacronistico e poi c’è quel divenire che fra noi è già un divenuto. Beh insomma parlavo l’altra sera con Michele. Si parla sempre molto tra di noi e qualche volta si esce dal seminato. Anzi succede spesso. Qualche volta ci si abbandona a sogni che nascono dall’immaginare diverse opportunità nella propria vita. Il caso. Si diceva: “E se quella volta non fossi partito?… E se fra noi tutto fosse continuato, come era successo ad altri dei nostri amici? E se pur ci fossimo perduti allora. Se a quella festa io ti avessi parlato… oppure io ti avessi confessato o ancora se noi ci fossimo accorti?…” Che esercizio inutile. Ma siamo fatti così, io e Michele. Siamo dei sognatori incalliti. Ci piace inventare delle storie. Le nostre o anche quelle degli altri. Magari reinventarle.
Così abbiamo percorso quell’esile sentiero senza se e senza ma. Due ragazzi giovanissimi che vivevano la loro storia nata proprio alle soglie di quel lontano e tanto agognato o vituperato 68. Che poi fosse il 68 noi non lo sapevamo mica. Queste cose si sanno solo dopo. Quello per noi era un anno come tanti. L’avremmo ricordato come il nostro anno d’amore.
Era una storia tra due ragazzi che avevano molto, anzi troppo in comune. Eravamo ugualmente poveri, sognatori, generosi e disponibili. Coraggiosi, forse irresponsabili. Orgogliosi e testardi. Pronti a tutto. Forse no, questo è esagerato dirlo. Pronti a moltissimo, per una coerenza che ci avrebbe portato velocemente a sbagliare. Ma fino ad allora, gli errori erano stati lievi, marginali. Non era stato ancora il tempo delle “decisioni irrevocabili” quelle che avrebbero cambiato la nostra vita. Mettiamo che quelle decisioni non le avessimo prese. Che il destino ci avesse sorriso un po’ di più di quello che aveva già fatto nel metterci assieme. Mettiamo che io non avessi la paura di una sedicenne e lui l’insicurezza di un diciannovenne. Mettiamoci anche che non fossimo stati oggetto di proibizioni, costrizioni, invidia e quant’altro. Mettiamo che avessimo superato quello scoglio dei caratteri che s’incendiavano per ogni nonnulla. Che fossimo liberi di prendere le nostre decisioni e che fossimo stati supportati di un niente dalle nostre famiglie. Oggi dove saremmo arrivati?
E’ bello sognare un’altra vita se qualche volta la tua è stata avara. Senza aver da recriminare troppo. E’ fantastico proiettarsi un nuovo film. Vedere le trasformazioni che il tempo produce sui nostri corpi e sul nostro modo di pensare. I migliori anni della nostra vita. Una lotta che sarebbe stata comune. Un sentiero percorso mano nella mano. Degli abbandoni di cui solo allora eravamo capaci, ma che non avevamo ancora conoscuto. Un film che neanche a Hollywood se n’è mai sentito parlare. Gli attori principali: solo noi. Interpretazioni da Oscar. Diventare adulti sarebbe stato più facile. Alcune particolari decisioni solo nostre. Molti figli di molti colori. Che film stupendo. Noi ancora gli sceneggiatori e i registi. Avremmo imparato la leggerezza che non sapevamo trovare. La libertà di essere noi stessi. La forza di vivere in due. Il più bel film della nostra vita.

La prima volta che ho visto il tuo viso

In amore, La leggerezza della gioventù, musica on 7 luglio 2010 at 22:16


Che lei avesse gli occhi tristi non era stato l’unico a dirglielo. Lei lo sapeva, ma fingeva di non capire cosa volesse intendere. Stavano ballando. Una festa a casa di un’amica. Lui aveva portato la musica. La stranezza era che quell’amica faticava ad invitare amici in casa, e lei non capiva che cosa ci fosse di diverso quella volta. Eppure c’era una festa e si ballava. Era stato un caso che lei avesse accettato, in genere non amava farsi coinvolgere se le persone che avrebbe dovuto incontrare non erano conosciute, insomma amici sicuri. La colpa non era della timidezza, benché timida lo fosse, era più che altro il desiderio di non innescare la gelosia del suo uomo. E poi farlo ingelosire non le dava la soddisfazione che avrebbe voluto.
Era chiaro che quel suo uomo non era affatto suo. E proprio per questa ragione lui viveva la sua vita e lei si accontentava delle briciole. La gelosia invece lui l’aveva per intero. Ed era assolutamente inaccettabile che lui si prendesse tutte le libertà che voleva, pretendendo da lei un comportamento diverso. Eppure lei si era adattata anche se qualche volta… Pertanto lei a quella festa c’era andata più che altro per non restare chiusa in casa ad aspettare una telefonata che non sarebbe arrivata e forse anche per affermare che comunque, malgrado tutto, lei era ancora una donna libera.
Carlo l’aveva monopolizzata e non ci aveva messo molto a dirle che l’aveva notata da un bel po’ e che non aveva mai avuto modo di farsi presentare. Lei lo guardava stupita perché non gli sembrava di averlo mai visto. Lui però insisteva e si faceva forte di averla vista a quella partita di pallacanestro assieme ad un suo amico. –Ah quello? E’ un mio collega. A volte mi fa passare col suo abbonamento alle partite.– Non c’era molto da dire. Non che la pallacanestro fosse il suo sport preferito, ma amava la velocità e la sincronia di alcuni movimenti. –Ma se non ti piace lo sport, cos’è che ti appassiona?– –Ma, non saprei, amo leggere e mi piace il cinema.– –Questa è una bella notizia, almeno adesso abbiamo un argomento certo su cui parlare.– perché Carlo aveva giocato per molto tempo a pallacanestro e aveva pure fatto l’allenatore, ma dopo tutti gli interventi che aveva avuto e le parti che si era “rotto” non gli restava che andare al cinema.
Questo l’aveva fatta ridere, le piaceva la sua sincerità e di cinema se ne intendeva proprio, ne parlava con proprietà ed entusiasmo, citando registi che quasi nessuno conosceva.
All’inizio mentre ballava la teneva con una mano sola vicina al suo fianco, sembrava intimidito, anzi più che altro non sembrava a proprio agio. Lei si chiese se fosse colpa della statura che era notevole. Ma lui mentre le parlava si scordava della musica, mostrando una scarsa attitudine al ballo.
Vai spesso a ballare?– –Ma no, non ci vado mai, anzi mi sono stupita che Lilly abbia organizzato una festa così.– –Beh è colpa mia, ho insistito così tanto.– –Non capisco.– –Volevo conoscerti e non sapevo come fare. Insomma vi ho visto assieme e le ho levato il fiato.– –Continuo a non capire.– e invece cominciava a capire. –Semplice. Volevo invitarti al cinema.– L’aveva detto con un’aria molto innocente che non gli si addiceva molto. Lei lo guardò per la prima volta veramente in volto e fu presa da una certa agitazione. I suoi erano occhi d’oro biondo che scintillavano su un viso da bravo ragazzo. Giusto il viso che conquista le madri e le nonne. Lei pensò a Michele che non aveva per niente l’aria del bravo ragazzo. Chissà cosa avrebbe detto a vederla ballare con un altro. Bello, aitante, soprattutto deciso e cosa che non guastava libero da impegni famigliari. –Allora vieni domani a vedere quel film? E’ in lingua originale, con i sottotitoli in italiano. Sai com’è, sono stufo di andare al cinema da solo, le ragazze non ci vengono perché nessuna ci crede che ci vado per vedere il film.– Lei sorrise. Perché no, pensò. E poi non era necessario che Michele sapesse. Chissà che storie le avrebbe fatto. In fin dei conti lei non faceva nulla di male, avrebbe sempre potuto tirarsi indietro, se lui si fosse sbilanciato. Un film è un film e poi non si potevano perdere neanche una sola serata della programmazione del Cineforum, e su questo era d’accordo pure lei.

Stupido è chi lo stupido fa

In Disimpegno on 6 maggio 2010 at 7:35

Me lo diceva sempre mamma: “Stupido è chi lo stupido fa!” E come sempre ha avuto ragione. Appena l’ha conosciuta lei ha capito tutto, Pietrina non faceva per me. Mi ha detto di averlo capito da come beveva il suo caffè. Mica che si capisce sempre, ma mia mamma per queste cose ha un sesto senso. L’aveva detto subito che teneva la mano come una donna vanitosa e pronta a tradire. Io di queste cose non capisco molto, ossia vedo se una donna è bella e c’ha tutte le cose a posto e Pietrina su questo era perfetta, ma non ero riuscito a comprendere di che pasta era fatto il suo carattere. All’inizio lei sembrava molto tranquilla, parlava poco e non si lasciava baciare. Ma poi con il tempo, dopo che ha conosciuto mia mamma, mi ha imposto di uscire ogni sera per andare a trovarla a casa sua. E quando arrivavo lì diventava scatenata e tentava persino di levarmi la camicia. Anche questo avrebbe dovuto farmi capire che non era la donna giusta, ma era talmente carina che ci avevo perso la testa. “Certe donne fanno di tutto per farsi sposare.” Anche questo lo diceva sempre mamma però non ho mai capito cosa ci fosse di brutto in questo. Certo che Pietrina non sapeva cucinare come la mia mamma e neppure sapeva curare la casa come faceva lei, quindi avrebbe fatto un po’ difficoltà a trovare un buon marito. Devo dire che qualche volta ci ho pensato: “Io la sposo e così le do i baci con la luce accesa” perché lei era scatenata, ma la luce la voleva spenta. Certo era il suo modo per farmi capire che se la volevo vedere dovevo fare qualcosa per lei, ma al momento giusto mi dimenticavo cosa dovevo fare. Poi è arrivato Guido, che era il cugino di Trina e ogni sera io lo trovavo a casa sua per bere il caffè. Per un bel po’ ho pensato che lui venisse perché Trina gli faceva da mamma visto che la sua non ce l’aveva più e si vedeva perchè cercava sempre di toccarle le tette. Certo che mi è dispiaciuto quando è riuscita a levare la camicia a Guido. Mia mamma me l’aveva detto: “stai attento a quella donna che è traditora” però io non avevo capito che non era la mia camicia che voleva. Mia mamma me l’ha fatto capire “non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere… te l’avevo detto che il problema è come quella ragazza beve il caffè!”

Quel tatuaggio…

In Pietas on 27 gennaio 2010 at 22:08

Quel tatuaggio ci ha tatuato l’anima…

il mio piccolo tributo al giorno della Memoria.

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