Mario

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Si muore un po’ per poter vivere

In amore, Donne, Giovani, musica, uomini on 17 aprile 2016 at 9:46

Cosa avrei potuto dire alla fine del nostro amore? La storia finiva lì, proprio nel momento in cui tu volevi da me qualcosa di più, qualcosa che io non potevo darti.
A pensarci bene, poi, non credo nemmeno che tu lo volessi davvero quel di più. Volevi solo affermare il tuo possesso, murare le tue sicurezze. Non conoscevi altro percorso che quello di farmi prigioniera.
Veramente tu volevi sempre qualcosa che io non potevo darti. Col tempo avrei anche imparato che molti uomini volevano da me tante cose che io non sapevo o volevo dare: la sicurezza, l’esclusività, la dipendenza, la sottomissione, un “per sempre” che io rifuggivo.
Accidenti, ma perchè io non volevo un “per sempre”? Me lo sono chiesta tante volte, mentre mi accorgevo che non volevo l’esclusiva di nessuno, di nessun uomo, nessun amico, nessun amante e nemmeno del mio gatto.
La vita era una scelta continua, così si sceglieva con chi stare, chi amare, a chi essere fedeli, ma era sempre una scelta personale, unilaterale, non valeva per due.
In effetti, questo, nella mia testa, mi avrebbe dovuto garantire quella libertà che invece gli altri non mi davano mai. Io ero una donna onesta e fedele, in linea di massima, ma non per sempre. Ossia ero onesta, perchè dicevo sempre la verità e una fedele che, però, non poteva fare a meno di una scappatoia.
Non soffrivo di gelosia, la consideravo il frutto dell’incapacità di capire gli altri, e se la vita è sempre una scelta, anche i rapporti con altre donne o uomini, lo erano, e quindi alla fine portavano solo a responsabilità e alle dirette conseguenze.
Ecco perchè la nostra storia era finita, ma era difficile spiegartelo, era difficile accettarlo: io ero una cattiva ragazza, almeno lo ero per i tuoi canoni di maschio italiano.
Avevi tentato tutto il possibile per sradicate in me la voglia di libertà e di autonomia, l’indipendenza innata del mio carattere, la voglia di sapere e di sperimentare, la gioia e l’entusiasmo per le cose e le persone e anche e soprattutto quella voglia di rompere gli schemi che tu chiamavi “rompere le palle”.
“Ma, allora, se non vuoi rendere definitivo il nostro rapporto, vuol dire che non ci tieni come ci tengo io. Vuol dire che non è il rapporto che credevo. Vuol dire che potrebbe finire qui…”
Ed io da persona onesta avevo risposto: “Sì….” “Ho bisogno di tempo per capire, lasciami spazio per pensare”, solo per non dire: impara a vivere senza di me, abituati alla mia assenza.
Eh sì, sciogliere i legami è doloroso, si muore sempre un po’ per poter vivere. Io lo sapevo, ora dovevi impararlo pure tu.
Avrei anche pensato che questa piccola morte, ti avrebbe insegnato qualche cosa, ed invece no, il tempo mi avrebbe dimostrato che chi nasce quadrato non diventa tondo, e tu ne eri l’esempio. Percorresti la stessa strada per poi sbagliare tutto. Almeno quelle cose che tu reputavi importanti: la sicurezza, il controllo, i soldi, le infrastrutture che diventano apparenze. Non hai mai fatto i conti con la vita, la tua e quella degli altri, ma d’altra parte tu eri così, come io ero io e non potevamo mai diventare davvero un noi, un vero noi e per fortuna io lo avevo capito.
“Arrivederci amore, ciao, le nubi sono già più in là, finisce qua, chi se ne va che male fa….”

Giudecca nostra, abbandonada…

In Amici, amore, musica, personale on 16 settembre 2013 at 17:36


(La scelta della canzone Beo sol, per chi conosce la musica del Canzoniere Popolare Veneto, è dovuta alla sintesi dei temi tratti dai loro testi)

Non c’era modo che alla parola “Giudecca…” non si incominciasse subito a cantare. Eravamo girati con la molla e non si finiva mai di parlare e di cantare. Se poi si tirava mattina seduti sul ponte, stavamo appena attenti di scegliere il luogo meno abitato della città per non subire le ire del vicinato.
La pizzeria chiudeva attorno a mezzanotte e ci portavano le pagnotte lievitate passate al forno e qualche bottiglia di birra. Quel pizzaiolo sì che ci apprezzava. A lui e ai suoi clienti non davamo fastidio, anzi apprezzavano che trovassimo sempre qualche canzone nuova da rilanciare. Gli stranieri poi mica capivano il veneziano, a loro anche le nostre canzoni sembravano folclore.  E poi Sandro aveva una bellissima voce e suonava pure bene.
La notte comunque non era solo musica, si parlava di politica, di letteratura e d’amore e mai una volta che fossimo d’accordo. Poi si finiva sul personale, ma non si allontanava molto dalla passione per il politico.
Eravamo diversi, molto diversi, ma un gruppo compatto.
Roberta ci snobbava un po’ perché aveva la percezione che fossimo sfigati e non capiva come mai invece io avessi una percezione completamente diversa, che poi a dirla tutta un pochino ci invidiava che fossimo così attaccati al gruppo da non starcene mai da soli.
Certo avevamo tutti i nostri bei problemi, ma a stare insieme ci faceva sentire migliori, stemperava un po’ i difetti e le spigolosità dei caratteri.
Vincenzo, era un tranquillo, uno buono di natura, lui era sempre disponibile salvo quando si era messo a fare il filo ad Angela che gliela faceva penare se poi mai gliel’ha data.
Sandra che chiamavamo “contessina” era nata in Venezuela, ma era vissuta tra Milano e Roma ed era campionessa di gergo imbarazzante. Lei conosceva solo le parolacce e le frasi imbarazzanti, era sempre un po’ troppo diretta, e non sapeva gestire il suo parlato con arte. Aveva un padre che sarebbe stato nobile di origini, ma per il suo mondo decisamente squattrinato, un padre che era meglio evitare e noi andavamo in casa sua solo quando eravamo sicuri che fosse lontano chilometri.
Stefano era il suo ragazzo, lui elegantemente glissava sugli scivoloni linguistici di Sandra, d’altra parte a noi faceva ridere, quella mescolanza tra nobiltà e tamarraggine e lui invece sapeva destreggiarsi bene quando lei lo metteva in imbarazzo, usava dire: “E’ straniera non capisce la lingua…” sapendo benissimo che non era così.
Maurizio era il fratello di Stefano. Era leggermente balbuziente e ci faceva ridere raccontandoci qualsiasi cosa. Ci raccontava di personaggi inverosimili che incontrava al bar. Chissà perché io non ne trovavo mai di così, scandalosamente comici. Lui sosteneva che bisogna ascoltare gli altri e aveva pure una buona memoria per modi di parlare e tic nervosi. Ci faceva morir dal ridere perché aveva una faccia di “tolla” in aggiunta ci metteva del suo con quel leggero balbettare.
Gabriella era la sua ragazza. Un botolino, piccola e in carne. Con la testa campata in aria e smemorata come nessuna, facile e generosa nel riso e sempre di buon appetito. Si portava nelle forme del corpo i suoi amori smodati. Anche lei portava la chitarra e cantava con una voce bassa, una voce del popolo come si usava allora.
C’era Marina, la sorella di Roberta, ma lei era sposata ad un artista americano e quindi aveva poco tempo per scappare e stare con noi,
C’era Sandro ovviamente, lui non poteva mancare, altrimenti chi è che avrebbe portato la chitarra? e ogni tanto con lui c’era qualche ragazza che veniva al seguito, guardandolo con occhi innamorati, elemosinando attenzioni come un cane. Non che lui si credessi chissà chi… qualche carezza la dava pure, ma aveva poco tempo per le moine con le ragazze e molto invece per la musica e gli amici.
Poi c’ero io, l’unica che veleggiava nel gruppo senza nessun filarino. Non che fossi sola intendiamoci, solo che tenevo l’amore fuori dai miei amici, le due cose non potevano andare insieme e questo lo sapevo bene.
Così ogni volta che qualche nuovo amico passava oppure qualche vecchio amico restava da solo ero io a fare da infermiera e a mettere i cerotti sulle ferite dell’anima.
Ovviamente Sandro non me le risparmiava, poi col tempo avevo capito che era un po’ geloso e che non riusciva a farsi una ragione del perché io non volessi o non potessi essere disponibile a stare in coppia o che non volessi prendere decisioni drastiche come osava fare lui. I suoi amori erano eterni e duravano poco, il mio era impossibile, ma durava oltre ogni ragionevole dubbio. Ma alla fine bene o male eravamo quelli che assieme a Vincenzo ci prendevamo cura degli altri, non avendo chi dovevamo curare personalmente o almeno, se l’avevamo, finiva presto oppure lo tenevamo nascosto a tutti.
Intorno a noi girava un gruppo di fratelli e amici che venivano saltuari, ai compleanni e ai capodanni, quando proprio non avevano altro da fare, ma ugualmente ne uscivano delle serate epiche.
Ma era un tempo dove l’amicizia la faceva da padrona e qualche volta era più importante dell’amore stesso, almeno per noi.
E Giudecca era solo un’isola e pure abitata da malandrini e da poveracci. Per noi era un simbolo della classe operaia, dei proletari e diseredati, dove la povertà, l’emarginazione e persino l’acqua alta creavano più problemi di qualsiasi altra parte della città. Perché lì c’era più miseria e confrontata poi con le dimore dei ricchi, si capiva perfettamente cosa volesse dire la differenza di classe.
Le nobili signore o almeno una, detta la “contessa” in particolare, facevano “opere di bene” per il popolino che si arrampicava come le zecche nelle casette umide e diroccate della zona interna dell’isola. “Opere di bene” che facevano rabbia a tutti, perché non tenevano conto della dignità delle persone. Qualche mensa per i bambini poveri per mostrare una generosità pelosa e per lavarsi la coscienza di una industrializzazione di Porto Marghera che non teneva conto dello sfruttamento dei lavoratori.  Qualche piatto di zuppa e tozzo di pane ai bambini cenciosi che non avevano futuro.
Allora si cantava di povertà e di voglia di riscatto. Voglia che pure noi che stavamo al di qua del “canale” sentivamo come nostra. Ma allora la “classe” non era acqua… eravamo uniti, pensavamo davvero di cambiare il mondo.
Ma il mondo non è cambiato, siamo cambiati noi.
Sandro e Marina non ci sono più, ci hanno lasciato con un gran senso di perdita e nemmeno Giuseppe, altri si sono accoppiati, come lo erano a quel tempo e si sono perduti nei meandri delle abitudini e degli impegni famigliari. Io e Roberta siamo rimaste sole, quasi il seguito delle nostre scelte di allora. La cosa terribile è che allora sembravamo eterni ed invece non era così, oggi lo sappiamo, ne abbiamo la prova concreta. Ogni giorno uno se ne va e a noi che restiamo rimane il vuoto nel cuore e nell’anima.
L’altra sera sono stata ad un concerto di Alberto D’Amico, un concerto tra amici sfruttando il suo passaggio a Venezia, piccola evasione dalla sua vita a Cuba. Canzoni nuove e vecchie a ritmo cubano. Semplicemente calde, come lo erano allora. Storia di emigrazione dal meridione, di povertà, di fabbrica e di galera. Tutti conoscevano il Vittorio delle sue canzoni, ladro per necessità e per natura. E noi cantavamo la sua miseria e la sua rabbia in carcere. Una rabbia che era quella di tutti per le sue catene e per l’impossibilità di cambiare vita.
Un concerto retrò, che se ci guardavamo in faccia ci riconoscevano, figli della stessa madre e dello stesso tempo. E alla fine tutti in piedi a cantare “Giudecca, nostra, abbandonada, 20 anni de lotte e sfruttamento…”
E li ho ricordato tutti i miei amici, un per uno, soprattutto quelli che non c’erano più, regalando loro un sorriso e una lacrima, per il tempo che è passato e che non tornerà più.
E la Giudecca continua ad essere un’isola, ma i bambini d’estate non si tuffano più nel canale dall’imbarcadero della Palanca e Luisa non canta più quelle canzoni che ci spezzavano il cuore anche se il sole è rimasto sempre quello e nell’aria c’è sempre il solito odore forte di mare. Sul canale nel frattempo passano quelle mostruosità obese delle grandi navi. Perché Venezia non è più dei veneziani, Porto Marghera non è più una zona industriale e gli operai non vedono più nello Stuky un grande mulino bensì quell’Hilton pieno di luci per ospiti danarosi.
E allora perché no, mi viene da cantare ancora una volta, ma sottovoce: “Turisti va in piazza, al Casinò, Cipriani fa i schei e mi no ghe no. Comprè cartoline che schei no ghe n’è turisti da culo che schifo che fè…”

Ricetta per uccidere un amore

In amore, auguri, Blog, Donne, Giovani, La leggerezza della gioventù, uomini on 30 gennaio 2012 at 0:00

Vi è mai capitato nella tempesta di un sentimento, nella tristezza di un amore che latita e nella certezza che nulla può più essere salvato, che vi venga la folle idea di trovare la ricetta per uccidere quell’amore? Chiaro non ucciderlo fisicamente, sebbene in alcuni casi magari un po’ ci pensi, ma annientare la forza delle sensazioni negative, del dolore e della delusione, insomma uccidere un amore è uccidere un amore. Basta, via, niente, pussa via, sparisci…

Insomma girando per la rete ho trovato questo post in questo blog molto carino che riporto pari pari qui sulle mie pagine:

Ho messo via un bel pò di cose, ma…

Ci ho provato a metterti da parte insieme al mio amore per te.
Lo giuro.
Ci ho provato per amor proprio,  per istinto di sopravvivenza, per realismo…ma niente. Non riesco a lasciarti andare.

Da settimane ho tolto dal mio raggio d’azione tutto quello che poteva ricordarmi di te. E’ tutto chiuso in una busta, confinata nel buio di un armadio. Nel farlo non ho avuto nemmeno il coraggio di guardare una sola delle nostre fotografie. Quelle stesse che avevo fatto stampare tra le tante fatte, piccoli passi orientati alla composizione di un album che contenesse le più belle, per raccontare i nostri anni di vita insieme… magari per poterle riguardare insieme un giorno, in futuro, per ricordare l’evolversi del nostro amore.

Come si uccide l’amore? C’è un modo, una formula segreta, una cura, una pillola? Anche qualcosa in sperimentazione mi va bene, mi candido come cavia umana!

Ci ho provato, ci sto ancora provando. Ma non riesco.
Puntualmente perdo le forze e finisco col fare capolino nella tua esistenza, sperando che tu mi stupisca, ma per la prima volta (da un pò di tempo a questa parte) sei fin troppo coerente con te stesso e con le tue scelte.

Non sò come tu ci riesca, vorrei un pizzico della tua forza… o forse della tua indifferenza, chi lo sà…. questo, lo sai solo tu.

V.

Chissà com’è che a leggere tutto questo mi sono commossa. Che ne dite cuore fragile o cuore di mamma?

Com’era bello il “Che”…

In Anima libera on 25 agosto 2011 at 5:17

Trentesima e ultima parte
S’è fatto tardi ed è già ora di andare. Ogni minuto consuma la vita. Tutto sembra scappare dalle mani. E mi pesa addosso questa frenesia di vivere. E’ nell’aria. E’ nelle cose. Forse è questo essere giovani. Gli uomini mi guardano. Non che mi sia molto sviluppata. Mi sono solo allungata. Cos’hanno da guardare? Non faccio nulla per attirare le loro attenzioni. Per essere carina. Li ignoro. Eppure mi guardano come fossero curiosi. E non mi piace come mi guardano. Mi verrebbe da mandarli sonoramente affanculo. Eppure devono pure leggere il disprezzo nei miei occhi. Sono parte di un mondo agonizzante. A tornare indietro con i ricordi non mi par vero. Sembra ieri. Ero una neonata terribile ed incazzata, che voleva tutto e subito e che era dotata di una certa preveggenza, una qualità che oggi ho perso quasi del tutto. Sì, qualcosa nell’aria lo percepisco ancora, ma oggi non lo chiamerei “saper vedere il futuro”, ma solo e unicamente “avere istinto”.

Se devo essere sincera mi piacevo di più quando ero terribile e sboccata, mi sembrava di essere più vera. Più sincera. Oggi invece mi sento troppo insulsa e troppo facile al compromesso. Come mi piacerebbe che la mia rabbia fosse ancora una livida brace. Ma oggi la mia ragionevolezza e i miei dubbi mi rendono pavida. Non mi piaccio così. Devo tornare quella ragazzina che non aveva paura di niente e che il mondo l’avrebbe cambiato solo con lo schiocco delle dita… Che poi non è vero che ho paura e solo che conosco i limiti di un essere umano ed io non sono dio, sono solo una donna. Che poi le donne di limiti ne hanno anche di più.
Mio padre mi proibisce i jeans ed io lo metto per le scale, appena uscita dalla porta. A volte mi metto e faccio con serietà il bilancio della mia vita e non sono contenta. E’ inutile cercare il mio lato buono, non merito pietà. Ho abbandonato la lotta per le comodità di tutti i giorni. Ho scambiato la Libertà con la elle maiuscola con una piccola libertà personale, ho scambiato l’Amore con la A maiuscola con un amoretto da quattro soldi. Io ero nata per le grandi cose, ma mi sono persa nelle cianfrusaglie. Faccio un esempio: io allora ero una vera comunista, tosta e pura, oggi una botta qui e una lì, mi ritrovo a adeguarmi ai tempi. Nessuna rivoluzione nella vita, solo qualche accordo di comodo. Non va. E pensare che c’è chi mette a repentaglio la propria vita per le proprie idee. Io vorrei essere così, tutta di un pezzo. Vorrei essere là. Una donna che resta nella storia. Un po’ Dolores Ibàrruri e un po’ Frida Kahlo. Che poi queste donne latine o latino americane hanno una marcia in più e sanno essere anche più che femministe. Bella l’idea che “è meglio morire in piedi, che vivere in ginocchio”. Questo si chiama parlar chiaro. Intanto in Vietnam gli americani entrano a piedi pari nel territorio vietcong e pensano di sbaragliare il nemico. Loro sono una potenza e gli altri solo dei piccoli musi gialli. Ma non funziona e si riportano a casa tante bare piene di quei ragazzi buttati in quegli acquitrini senza quasi sapere perché. Che tristezza! Preti, studenti e operai non digeriscono questa guerra dei forti contro i deboli e come a S. Francisco e a New York pure in Italia ci sono manifestazioni al grido “Yankee go home”. Magari serviranno solo a sfogare questa nostra rabbia ma non si può più stare in silenzio. E le Università vengono occupate al grido “lo studio è un diritto di tutti”. Io, che questo diritto non l’ho avuto, che mi è stato tolto, lo so bene cosa vuol dire e quanto importante sia.
Vedo le studentesse per strada. Sono belle e sicure si sé. Loro hanno dalla loro parte il sapere. Loro parlano alla pari con i loro compagni. Leggono libri. Ne discutono. Capiscono tutto ed io stento. Ogni tanto, quando sento una parola difficile di cui non so il senso, la cerco sul vocabolario. E poi passo a quella vicina e poi un’altra ed un’altra ancora… e non le imparerò mai, non le ricorderò tutte quelle parole e farò sempre una brutta figura. Devo trovare un sistema per imparare il senso delle parole e per ricordarlo e per usarle quando è necessario. Non devo spaventarmi, devo solo avere tanta costanza. Devo fare scuola della vita. E prendo i giornali e li leggo fino in fondo. Prima o poi imparerò a capirne il senso. A sapere come funziona la politica. Come funziona il governo del nostro paese… e mi pare tutto così complicato e difficile. Ma i fatti vanno veloci. E immagazzino dati e ascolto discorsi e conosco antefatti e personaggi. Per esempio il “Che”, che è un sudamericano, un rivoluzionario che lo chiamano così, ma in realtà si chiama Ernesto Guevara ed è di un fascino… Perché io ho imparato che negli uomini la bellezza non è niente, ma il fascino… eh, quello è tutto. La bellezza ce l’hai e non ha nessun merito, ma il fascino è composto da un sacco di fattori. Del Che mi piace quel viso segnato dalla vita e anche quel sorriso scanzonato. Solo un rivoluzionario può essere così. Ma i ragazzi che frequento non sono gran che. Anche Sandro, che è carino di suo, non ha quella forte personalità che fa innamorare.
Per la cronaca con lui non ho concluso niente. Mica perché non mi andasse, più che altro perché mi pareva di non poter contraccambiare il suo totale interesse. Non mi va di far star male una persona solo perché io non sono interessata. D’altra parte faccio fatica a rinunciare alla sua amicizia, questa spero non gli faccia male, perché questa è l’unica cosa che gli posso dare. Comunque stavamo parlando del Che che oltre a una persona che mette a repentaglio la sua vita per gli altri è anche un uomo molto affascinante, che non guasta. Sinceramente preferisco gli uomini latini, uomini per modo di dire, insomma di sesso maschile, ma giovani. Mi piacciono in linea di massima gli uomini coi capelli neri e gli occhi scuri, sai, quegli occhi caldi che accarezzano guardandoti?… Ecco quelli. Che poi anche con gli occhi chiari e i capelli lunghi non mi dispiacciono, soprattutto se hanno lo sguardo buono. Insomma un po’ va bene tutto, però ragazzi con una forte personalità e magari non troppo seri, ossia non bacchettoni. Quelli non li posso soffrire.
Dopo la faccenda di Matteo che non se l’è filata neppure se io gli avevo dato picche, Gabri è tornata ad uscire con me. Mi dispiace che la sua amicizia sia condizionata, ma credo che l’importante sia la qualità della mia di amicizia. Io le voglio bene e vorrei che fosse felice, farei qualunque cosa per poterla vedere felice. Se lo merita. Guardate, le lascerei anche il ragazzo che mi dovesse piacere se questo la facesse sentire contenta. Ma lei dice un po’ acida, che io sono fortunata perché posso avere i ragazzi che voglio mentre lei no… e questo è vero e mi fa sentire in colpa. Se fossi ancora la bambina che ero direi “fanculo”, ma invece io alle persone ci tengo davvero. Ci tengo a mia madre, ai miei fratellini, persino a mio padre che credo di aver combattuto solo perché non è stato capace di darmi affetto. Ci tengo alle mie amiche, soprattutto a quelle che hanno bisogno più delle altre di essere aiutate. Sono così umana da farmi schifo. Per esempio non riesco nemmeno a dire di no ad un ragazzo che si dimostra veramente interessato a me. Insomma vorrei dirgli di no per non illuderlo, ma poi addolcisco la pillola e cerco di restargli amica. Qualche volta è un bene, ma altre… Beh! in quel caso il no mi viene facile. Ma chi se li fila i presuntuosi, smargiassi, pieni di sé. Io no di sicuro. Per quelli ho ben poca pietà.
Intanto, in questo mio tempo di “ritiro spirituale”, esco poco e non vado più alle feste. Anche perché so bene che ogni volta trovo un ragazzo che mi fa il filo. Tante volte mi chiedo perché. Sandro mi ha detto che è soprattutto perché sono bella e non mostro di accorgermi di questo, e poi perché sono “accogliente” ed è bello parlare con me. Io non so che dire. Mi guardo allo specchio e noto tutti i difetti del mondo e poi non mi pare di parlare o di trattare la gente in modo particolare. Mi sa che Sandro mi vede così perché è un po’ innamorato di me. Se fosse più obiettivo, vedrebbe anche lui tutti i miei difetti. Insomma dicevo che mi sono fatta più attenta ed esco meno così Gabri ha cominciato a frequentare altri amici e amiche, tra i quali alcuni che non apprezzo particolarmente. Sì, certo, l’amicizia è importante. Bisogna avere molti amici per sentirsi bene. A volte mi immagino di vivere insieme a tanti amici, in una grande casa, condividendo tutto: i pasti, i vestiti, i libri. Sarebbe bello passare il tempo ad ascoltare musica e a parlare di noi. Ho letto che in America lo fanno spesso. Sono i ragazzi della Beat Generation. Li chiamano beatnik e in alcuni casi figli dei fiori. Sono disinteressati al denaro, vivono di poco, e dividono tutto, anche l’amore. Mi affascinano tantissimo.
Però io l’amore non vorrei dividerlo. Se trovo l’Amore lo vorrei tenere per me. Magari non proprio tutto, ma poterci contare, ecco. Insomma un po’ egoista lo sono, non ci posso fare niente. Così capisco anche chi vorrebbe tutto l’amore per sé. Chi sono io per dire che non è giusto? E così ho dovuto dire a Sandro che sarebbe stato meglio non ci vedessimo più. Io volevo restargli amica, ma non potevo essere qualcosa di diverso. Quella sera ha messo nel jukebox del bar in spiaggia una triste canzone di Tenco e mi ha detto che se avessi mai pensato a lui anche lontano nel tempo, di telefonargli o farglielo sapere che lui sarebbe corso da me. Una dichiarazione tremendamente imbarazzante. Mi sono sentita uno schifo. Possibile che io non riesca ad innamorarmi di nessuno? Sono davvero così arida nel cuore?
Gabri, un giorno al mare, mi ha presentato Giovanni, un suo amico, che mi piace e mi diverte molto. E’ sfrontato, sboccato e pieno di energie. Mi fa ridere perché sembra di stare in mezzo ad un terremoto, quando stai con lui, ma poi alla fine ti accorgi che puoi contare sulla sua amicizia. Usciamo spesso con lui e parliamo di fare una compagnia di tanti ragazzi, ma pensiamo di scegliere delle persone speciali, perché di gruppi di squinternati ce ne sono tanti e noi alla fine cerchiamo di evitarli. Primariamente noi non fumiamo spinelli e non approviamo l’uso delle droghe, che mi pare sia già andare controcorrente. Ce n’è di gente che parte per l’India e torna, dopo mesi, con la testa incasinata. Ne conosco qualcuno e mi fa veramente una brutta impressione. Sembrano persone cambiate e con la testa tra le nuvole, non si riconoscono più. Giovanni è un racconta palle che non vi dico, ma dice tutto buttandola in ridere e io rido come una scema. Mi dice che è innamorato alla follia di me e ci ridiamo sopra. Non gli credo. Non sarà mica così stupido, no? E poi mi racconta che ha degli amici fantastici e che me li presenterà così dovrò per forza innamorarmi di uno di loro, magari il suo migliore amico che si chiama Michele e che scrive poesie. Che scemo! Perché dovrei innamorarmi di uno che scrive poesie? Lui sostiene che sono poesie così difficili che nemmeno Michele le capisce. Pensa te con che razza di scemo che vado in giro. Che poi questi amici fantastici mica me li presenta e chissà se esistono davvero. Io ho portato nel gruppo Diana e Raffaella, ma che ci facciamo noi quattro con un ragazzo solo e pure tutto pazzo? Così una sera, in piazza, Giovanni si è intrufolato in un gruppo di ragazzi e ha portato tutto orgoglioso il suo tanto incensato amico Michele. Insomma ho finalmente conosciuto il “poeta” che mi ha fatto una strana impressione. Non so bene come spiegare se non che qualcosa di lui mi faceva venire alla mente qualcuno che avevo già conosciuto e molto tempo prima.
Michele è un ragazzo come tanti, non troppo alto, né troppo bello, con un sorriso scanzonato che forse nasconde un po’ di riservatezza e di timidezza. Ha una voce profonda che mi fa un certo effetto. Certo che le parole di elogio di Giovanni metterebbero in crisi anche uno più esibizionista di lui. Per le poesie poi ha detto che scribacchia senza nessuna pretesa. Giovanni voleva che si mettesse lì a leggermele. Ma chi glielo fa pensare che io sia minimamente interessata ad ascoltarle? Per fortuna che Michele lo ha bloccato dicendo che lui non esce con le poesie in tasca e che la smettesse di fare il cretino. Comunque è rimasto in nostra compagnia e la cosa mi ha fatto piacere. Magari non è davvero un poeta e non scrive belle poesie, ma a parlare con lui è bello. Un po’ è per il tono della sua voce e un altro po’ è per quello che dice e come lo dice. Quando ha smesso quel sorriso da schiaffi ed è diventato serio, quando il ciuffo di capelli biondi gli è ricaduto sugli occhi verdi e lui con la mano sbagliata ha spostato il ciuffo da parte, allora ho capito. Ho avuto quella terribile illuminazione. Io l’avevo già visto, io lo avevo già amato, era solo un ragazzino triste davanti ad un’edicola di giornali in un campo della mia città. Era quel ragazzino che piangeva su un vecchio articolo di giornale.
Ora lo sapevo che stava scritto nel mio destino. Lui non lo sa ma io credo di sapere. Entrerò nella sua vita e malgrado tutto ci resterò per sempre. Per sempre? Che parola definitiva. Mi fa paura, ma non è più il tempo dell’attesa. Io sono nata per cambiare il mondo. Io sono nata per prendermi il mondo e lo farò. Ora lo so: solo l’amore può cambiarlo, il mondo. Improvvisamente mi è tutto chiaro e so cosa vuol dire essere innamorate. Lui ancora non lo sa. Stringo quel segreto tra le ciglia. Cerco di nasconderlo per non farmi scoprire. E senza fare rumore sta arrivando il 1968, ma questo né io né lui ancora lo possiamo sapere; in questa attesa intanto ho finalmente trovato l’Amore. Lo prenderò per mano e lo condurrò, a costo di trascinarlo lo porterò a sfidare tutto l’universo. Improvvisamente perdo ogni paura e mi sento libera. Ho solo domani. Non ho nessun rimorso per questa parte della mia vita che si chiude. Prima o dopo ogni cosa trova la parola FINE.

Scioperi del 1943

In musica, Nuove e vecchie Resistenze on 11 maggio 2011 at 9:00

Gli operai incrociano le bracciaRicaviamo il ricordo seguente da Storia del XXI secolo

Gli scioperi del marzo del ’43

Da Torino a Milano a Genova gli operai dimostrarono che era possibile opporsi al fascismo e alla guerra. Sotto la spinta delle condizioni materiali i lavoratori riscoprirono la propria soggettività di classe e riemerse la cultura del conflitto. Fu un colpo terribile per la credibilità di Mussolini, un vero e proprio preludio al crollo del 25 luglio. Gli scioperanti si politicizzarono in fretta; più tardi molti di loro entrarono a far parte della resistenza armata, altri prepararono l’insurrezione del 25 aprile 45.
La notizia dello sciopero in prima pagina del giornale L'UnitàQual è la data d’inizio della resistenza? Ognuno può dare una risposta diversa. L’8 settembre – l’armistizio con gli alleati e la conseguente occupazione tedesca dell’Italia – E’ quella più comune e, forse, più “ragionevole”. Ma si potrebbe, con altrettanta ragionevolezza, fissare nell’emigrazione antifascista o nella guerra civile spagnola, l’avvio dell’esperienza resistenziale. Oppure – seguendo interpretazioni fin troppo ortodosse – rinchiudere il tutto nella storia dei partiti antifascisti, a partire dalle loro alleanze prebelliche, fino alla nascita del Cln e al governo di Roma del biennio 44-45. O, al contrario, affermare che una data precisa non ci può essere, perché la restistenza trae origine dalla disgregazione italiana sotto i colpi della guerra, il crollo di credibilità del regime, i bombardamenti alleati e la fame. Percorsi endogeni ed esogeni alla realtà nazionale, legittimamente, si sovrappongono sulla strada che diede origine all’esperienza resistenziale. Ma, forse, si può scegliere un’altra chiave di lettura, quella che fissa nel primo momento di resistenza di massa al regime fascista l’atto di origine del movimento che portò all’insurrezione del 25 aprile 45: gli scioperi operai che nel marzo 1943 paralizzarono le fabbriche del nord. Allora, per la prima volta da quasi vent’anni, uno dei nuclei essenziali della società italiana espresse pubblicamente la propria sfiducia nel fascismo; e inferse un pesante colpo alla credibilità del regime.
Gli operai: per vent’anni erano rimasti muti – non uno sciopero – “inquadrati” nei sindacati fascisti e nelle organizzazioni di massa che Mussolini aveva creato per controllare quella classe di cui – da buon ex socialista – sapeva di non potersi fidare fino in fondo, che poteva solo neutralizzare, non attivizzare al suo fianco. Durante il ventennio la condizione operaia era di molto peggiorata: i salari avevano perso potere d’acquisto, l’introduzione del fordismo ne aveva avvilito la forza contrattuale, esasperando i ritmi di produzione secondo i dettami della modernità novecentesca. Privati di qualunque autonomia – con la cancellazione dei sindacati – costretti a un corporativismo che non li tutelava, erano scomparsi dalla scena politica del paese. Con la guerra – militari a parte – i lavoratori dell’industria erano diventati il gruppo sociale su cui il conflitto pesava di più. Doppiamente penalizzati: come tutti gli altri italiani dal generale degrado delle condizioni del paese [a partire dal progressivo razionamento dei generi alimentari, fino all’incubo dei bombardamenti], più degli altri cittadini dall’intensificazione dei ritmi di lavoro e dal prolungamento degli orari, per una produzione tutta finalizzata allo sforzo bellico. Così, dopo le donne – che facevano i conti giorno per giorno con le dispense sempre più vuote – fu tra chi rendeva vive le fabbriche che il malcontento cominciò a serpeggiare ben presto. In più gli operai avevano alle spalle la cultura – rimossa ma non cancellata del tutto – della rivendicazione e del conflitto. La loro naturale distanza dal fascismo, con la guerra si trasformò in progressivo dissenso: fin dagli ultimi mesi del 42 nelle fabbriche – soprattutto nei grandi stabilimenti del nord-ovest – le ragioni dello sciopero c’erano tutte. Difficile – molto difficile – era farlo. Anche perché i militanti dei partiti antifascisti – e in primo luogo i comunisti – erano una piccolissima minoranza. Quella minoranza accompagnò la gestazione degli scioperi del marzo 43, li prepararono – come racconta una delle testimonianze che qui riportiamo – con una fitta rete di “sussurri”. I militanti dei partiti antifascisti – alcuni dei quali rientrati in Italia proprio per fare attività nelle fabbriche – diedero a quegli scioperi un respiro politico, collocando le rivendicazioni economiche nel quadro della guerra e sottolineando la necessità di una pace immediata. Ma non si può dire che li abbiano indetti e diretti. Le agitazioni dei lavoratori “crebbero su sé stesse”: dalle prime fermate in alcune fabbriche torinesi, al blocco totale degli stabilimenti Fiat, alle industrie lombarde, liguri, venete, emiliane. Scese in campo una classe operaia con scarsa memoria, formatasi in gran parte sotto il fascismo, ma con una fortissima sensibilità sociale, cui la prosecuzione della guerra appariva insopportabile. Poi, quasi naturalmente, quegli operai si scoprirono ben presto necessariamente antifascisti.
Gli scioperi del marzo 43 furono prima di tutto una protesta sociale contro le condizioni cui il regime aveva ridotto il paese. I lavoratori chiedevano soprattutto integrazioni salariali, dettate da una condizione materiale ormai insostenibile. Come controparte diretta avevano le imprese, ma il ricorso allo strumento dello sciopero fece di quella rivendicazione un fatto immediatamente politico. E, successivamente, l’aspetto politico – come testimoniano i rapporti delle autorità periferiche fasciste – accentuò progressivamente il proprio peso.
Fino alle agitazioni della primavera successiva, quando la saldatura tra aspetto sociale e politico si completò, quando gli scioperi furono chiaramente contro il fascismo [e i tedeschi che avevano occupato il nord del paese].
“Pane, pace e libertà”: con queste parole d’ordine gli scioperi del 43 sono passati alla storia. L’opposto di ciò che Mussolini poteva offrire. E l’uomo di Predappio uscì fortemente indebolito dalle giornate di marzo, la sua credibilità infranta. Gli operai dimostrarono che era possibile opporsi esplicitamente al regime: non ottennero, dal punto di vista economico, tutto ciò che chiedevano e le agitazioni – durate quasi un mese – si risolsero con mediazioni aziendali che accoglievano solo in parte le richieste dei lavoratori. Ma il loro impatto simbolico e politico fu enorme, furono le premesse del 25 luglio. Di più, quegli scioperi furono anche una grande scuola di antifascismo: molti dei loro protagonisti poi salirono in montagna, altri finirono nei campi di concentramento tedeschi, per non farne più ritorno, altri riuscirono a celarsi alla repressione dando vita alla resistenza armata in fabbrica, organizzando il sabotaggio della produzione bellica, preparando il 25 aprile. E nei giorni dell’insurrezione i primi luoghi liberati delle città del nord furono proprio le grandi fabbriche.
Oggi gli storici s’interrogano su quelle giornate: qualcuno sostiene che la portata e il ruolo degli scioperi siano stati troppo enfatizzati, arrivando anche a metterne in discussione la stessa esistenza, perché il loro esordio fu molto più stentato di quanto voglia la tradizione del movimento operaio; o magari perché alla Fiat Mirafiori – una fabbrica che Mussolini non avrebbe mai voluto fosse costruita, conscio che per il suo regime tanti operai tutti assieme non potevano che essere un guaio – lo sciopero non riuscì il 5 di marzo, ma solo alcuni giorni più tardi. Ma basterebbe leggere le reazioni degli apparati di potere, le destituzioni di gerarchi e autorità di polizia per confermarne la portata. Oppure sarebbe sufficiente analizzare le biografie di molti dei combattenti della resistenza di origine operaia per comprendere il peso degli scioperi del marzo 43: una “dimostrazione” che anticipava di alcuni mesi le scelte che una parte d’Italia fece dopo l’8 settembre.
(a cura di Gabriele Polo) 

Dopo il 25 luglio
Il giornale sindacale La Fabbrica sugli scioperiDal 25 luglio ai primi giorni di settembre del 43 gli scioperi nelle grandi fabbriche del nord non conoscono soluzione di continuità. Secondo i rapporti conservati presso l’Archivio centrale dello stato, i primi a scioperare lo stesso 25 luglio sono gli operai della Piaggio di Pontedera, “per la caduta del fascismo”, con una manifestazione in cui ci furono anche due arresti. Da quel giorno sono registrate ben 135 agitazioni operaie, con numerosi feriti e anche 12 morti [l’episodio più grave avviene alle officine Reggiane di Reggio Emilia, il 28 agosto, quando l’intervento dei bersaglieri provoca 7 morti e 25 feriti]. Il lungo elenco delle manifestazioni operaie, tutte per la fine della guerra e l’allontanamento dei dirigenti compromessi con il regime, comprende le principali realtà industriali italiane, dalla Fiat di Torino alla Falk e alla Breda di Milano, dalle fabbriche di porto Marghera ai cantieri navali di Monfalcone e di Genova.

Gli scioperi a Torino, da Carlo Chevallard: “Torino in guerra – diario 1942-45”, Torino 1974 (ilmanifesto.it)
La testimonianza di un operaio della Grandi Motori Fiat (ilmanifesto.it)

Il brano sotto riportato (La Fabbrica) degli Stormy Six in Youtube si accoda, come un’unica canzone, alla più nota Stalingrado; riportiamo solo il testo della canzone che ricorda quegli scioperi:

Cinque di Marzo del Quarantatre
nel fango le armate del Duce e del re
gli alpini che muoiono traditi lungo il Don
Cento operai in ogni officina
aspettano il suono della sirena
rimbomba la fabbrica di macchine e motori
più forte il silenzio di mille lavoratori
e poi quando è l’ora depongono gli arnesi
comincia il primo sciopero nelle fabbriche torinesi
E corre qua e là un ragazzo a dar la voce
si ferma un’altra fabbrica, altre braccia vanno in croce
e squillano ostinati i telefoni in questura
un gerarca fa l’impavido ma comincia a aver paura
Grandi promesse, la patria e l’impero
sempre più donne vestite di nero
allarmi che suonano in macerie le città
Quindici Marzo il giornale è a Milano
rilancia l’appello il PCI clandestino
gli sbirri controllano fan finta di sapere
si accende la boria delle camicie nere
ma poi quando è l’ora si spengono gli ardori
perché scendono in sciopero centomila lavoratori
Arriva una squadraccia armata di bastone
fan dietro fronte subito sotto i colpi del mattone
e come a Stalingrado i nazisti son crollati
alla Breda rossa in sciopero i fascisti son scappati.

Segnaliamo un buon sunto degli avvenimenti di quei giorni fondamentali per la storia della Resistenza e del nostro paese contenuto in Iniziativa laica; corredato anche da alcune buone immagini che abbiamo qui riutilizzato.

Con particolare cura il susseguirsi degli eventi – accompagnato da una serie di testimonianze – è ben documentato in Torino 1938|45 – La città delle fabbriche.

A questo indirizzo invece si possono trovare questi stringati ma significativi omaggi; ma sull’argomento – in cui forse ci potremmo trovare costretti a dover tornare e qui trattato certamente non in modo esaustivo – proprio per la rilevanza degli avvenimenti, si può trovare molto materiale in rete, oltre naturalmente ad una grande bibliografia nella carta stampata.

MONDON Cesare
Ricordo gli scioperi del marzo del ’43. Noi eravamo troppo giovani e siamo sempre stati tenuti fuori da queste cose. Più tardi ho conosciuto questi uomini, per esempio Umberto Massola. Era una persona con una grande grinta; è riuscito a organizzare degli scioperi non solo a Torino, ma anche a Milano e Genova. Uno di questi scioperi è stato organizzato a Regina Margherita, in viale Gramsci, nella casa abitata da un grandissimo partigiano di nome Luciano Moglia, che a mio avviso avrebbe meritato la medaglia d’oro.
Luciano Moglia era un vecchio antifascista che con Massola e altri funzionari del partito comunista ha organizzato gli scioperi del ’43. Sulla sua casa, che ospita oggi un asilo, c’è una targa.

SIMIOLI ABE
Io lavoravo alla F.I.L.P. Nella fabbrica c’erano tutti i compagni, socialisti e comunisti, più comunisti che socialisti e già trattavano, facevano degli scioperi, facevano insomma di tutto e io ero sempre in mezzo, non stavo mai fermo, mi piaceva proprio il rischio.

La colonna sonora di una storia

In amore, La leggerezza della gioventù, musica on 31 marzo 2011 at 22:06

Me l’ha fatto tornare a mente proprio Lui con il post Chicco e Spillo che la nostra vita era piena di musica. Già, la musica, non avremmo saputo mai farne a meno, ed invece…
E’ strano come invece vanno queste cose. Credi che sarà sempre così e poi intorno a te le cose cambiano. A noi era successo così, prima non serviva neanche parlare e sapevamo che c’erano le nostre canzoni, i cantautori, le canzoni di protesta, le grandi manifestazioni della pace (beh magari quelle erano solo mie), i figli dei fiori e le canzoni di lotta. Mi erano rimasti solo i suoi due LP che Giovanni mi aveva passato quando Lui era partito. Era il nostro Fabrizio De Andrè e non avevo capito perché Lui se ne fosse voluto liberare prima di partire.

Poi tutto era cambiato, forse solo perché, chi ci stava vicino, cercava di depredarci di quella capacità di essere sopra le righe. Diventare concreti, ecco quello che non era proprio nella nostra natura. Ma che fare, non è colpa di chi ti vuole cambiare, ma di noi che ci siamo fatti cambiare.
Allora, piano piano avevamo perso la nostra colonna sonora che veniva rimpiazzata da quella di altri, da altre note e altre parole oppure semplicemente dal silenzio. Eppure, noi, avevamo le nostre canzoni e nessuno ce le poteva portare via, quelle le avevo ricordate in tutto il tempo che ci eravamo persi, mi dicevo: “Sei una scema. Una schifosa e sdolcinata romantica” e certo pensavo di essere  solo io a ricordare. E così Patty Pravo continuava a ricordarmi che quella perdita era stata ben più dura di quello che avevo pensato. Non sapevo spiegarlo perché quella canzone mi sfrugugliava sempre dentro, come un frullatore che mescolava vorticosamente le mie emozioni al rimpianto.

Ma la vita andava avanti ed io imparavo ad affrontarla da sola. Volente o nolente dovevo imparare a vivere anche senza di Lui.

Ricordo, sorridendo, che quando volevamo ballare e parlare a lungo mettevamo la puntina su quella canzone che durava una vita ed era malinconica e tristissima: “Desolation Row” di Bob Dylan, mica che Bob avesse mai composto canzoni minimamente allegre. O almeno io non me ne ricordo nemmeno una.
Inutile dirlo, ogni passo una canzone a riempire le nostre assenze

poi la difficoltà di rendere compatibile il pubblico con il privato. Volevamo cambiare il mondo e stavamo sempre dalla parte dei deboli, a qualsiasi prezzo. Pensavamo di abitare in una comune, pronta ad accogliere chiunque. Perché l’amicizia era avanti a tutto. I nostri momenti divisi con gli amici, i nostri pensieri condivisi. Tutto avremmo dato per loro e lo facemmo, a nostro scapito.

E così trascorse il nostro tempo pensando che un altro mondo ci era stato dato. Lui e l’impegno politico io e la mia grande voglia di libertà. Credendo fermamente negli altri, sempre insicuri di noi stessi, sempre pronti a darci. E la colonna continuava.

Non c’eravamo mai dati un appuntamento e avevamo perduto la strada. Le nostre colonne musicale si fondevano e si dividevano contro la nostra volontà. s’incrociavano a nostra insaputa dentro a storie che non avrebbero avuto futuro.

Ricordo pure quando Lui canticchiava quella canzone impertinente: «Sono un tipo antisociale, non mi importa mai di niente, non mi importa del giudizio della gente…» ed era vero perché noi ci sentivamo così, eravamo due ragazzi nuovi ed eravamo pronti a quella nuova libertà.
Era il ’68 e noi non lo sapevamo che per noi e per il mondo quello sarebbe stato un anno indimenticabile. Mica le cose si sanno mentre si vivono. Come non sapevamo che ci saremmo ritrovati alla fine.

Odio gli indifferenti

In Antifascismo, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 23 febbraio 2011 at 5:21

Foto di Antonio Gramsci propriettata sullo sfondo al Festival di Sanremo 2011Avevo già in mente tra i “Materiali resistenti” di ricordare Antonio Gramsci. Lo volevo ricordare attraverso un altro suo scritto. In maniera diversa. Per sviluppare un discorso diverso. Il fatto che due comici, Luca e Paolo, lo citino a Sanremo, davanti ad una sua foto gigantesca (sopra riprodotta), è una cosa talmente insolita che mi spinge a farne cenno qui e ora. Mi riservo di tornarci con quanto mi ero precedentemente prefisso. Nel frattempo cerco di vincere la sorpresa per un festival della canzone di cui l’ultima cosa che ricorderò sono le canzoni e non per colpa delle stesso. Scuoto la testa da quel senso di beata ebetudine per rendermi conto che l’hanno fatto veramente.

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

7) L’avvelenata

In Una canzone al giorno on 14 giugno 2010 at 12:00

Ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni; va beh, lo ammetto che mi son sbagliato e accetto il “crucifige” e così sia, chiedo tempo, son della razza mia, per quanto grande sia, il primo che ha studiato…
Mio padre in fondo aveva anche ragione a dir che la pensione è davvero importante, mia madre non aveva poi sbagliato a dir che un laureato conta più d’ un cantante: giovane e ingenuo io ho perso la testa, sian stati i libri o il mio provincialismo, e un cazzo in culo e accuse d’ arrivismo, dubbi di qualunquismo, son quello che mi resta…
Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa, però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia; io canto quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi: vendere o no non passa fra i miei rischi, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso…
Secondo voi ma a me cosa mi frega di assumermi la bega di star quassù a cantare, godo molto di più nell’ ubriacarmi oppure a masturbarmi o, al limite, a scopare… se son d’ umore nero allora scrivo frugando dentro alle nostre miserie: di solito ho da far cose più serie, costruire su macerie o mantenermi vivo…
Io tutto, io niente, io stronzo, io ubriacone, io poeta, io buffone, io anarchico, io fascista, io ricco, io senza soldi, io radicale, io diverso ed io uguale, negro, ebreo, comunista! Io frocio, io perché canto so imbarcare, io falso, io vero, io genio, io cretino, io solo qui alle quattro del mattino, l’angoscia e un po’ di vino, voglia di bestemmiare!
Secondo voi ma chi me lo fa fare di stare ad ascoltare chiunque ha un tiramento? Ovvio, il medico dice “sei depresso”, nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento. Ed io che ho sempre detto che era un gioco sapere usare o no ad un certo metro: compagni il gioco si fa peso e tetro, comprate il mio didietro, io lo vendo per poco!
Colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po’ di milioni, voi che siete capaci fate bene a aver le tasche piene e non solo i coglioni… Che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate!
Ma s’ io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso, mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino, poi sono nato fesso e quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che son solito portare: ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto.

Soluzione: L’AVVELENATA di FRANCESCO GUCCINI

All’ombra del Big Ben

In amore, Cultura, Giovani, personale, Viaggi on 16 marzo 2010 at 18:48

Certo che quei due ne fanno di cose quest’anno. Inutile dire che, a mio modesto avviso, era giunto il loro momento e sarebbe stato stupido non farle. La vita riserva sorprese, ma anche consente priorità diverse in momenti diversi. Michele ne ha già parlato con entusiasmo. Ora tocca a me raccontare questa storia che non sarebbe diversa, ma solo vista da altri occhi, quelli di Rossana. E’ già stato detto che la partenza prometteva male: bufera di neve. All’aeroporto arrivano sconvolti, ma per fortuna si parte. Londra è sempre Londra si sa, ma a periodi è qualcosa di meno e altre volte è qualcosa di più. Rossana c’era stata tante volte, là aveva anche amici, che ormai si sono trasferiti in California. Là aveva studiato all’Università per un certo periodo anche suo figlio. Certo, comunque, Michele, che ci arrivava per la prima volta, glielo aveva fatto ricordare: Londra era un mito della loro epoca. Non solo perché era stata il luogo d’origine della colonna sonora di quei ragazzi, ma anche perché da lì venivano generati gli usi e i comportamenti di un’intera generazione, coinvolgendo anche quelli delle future.
Le gonne sono tornate corte, ma in modo esagerato, mica come ai tempi di chi le aveva inventate, quella Mary Quant che aveva reso famosa Carnaby Street. Oggi folleggiano anche dei mini pants che si indossano anche sotto giacche da donne in carriera o anche camicette da figlie dei fiori. La moda è sempre moda e i tempi sembrano ricorrersi in un giro vizioso. La musica poi se non è la stessa, poco ci manca. Rossana e Michele si sono svenati nei negozi di CD a ripescare tutto il loro passato, a vivere emozioni nel Tube di Londra, ad ascoltare musiche che non hanno dimenticato mai. E’ lì che un ragazzo suona quella vecchia canzone, con quella voce, quasi la stessa voce, scavando nella loro nostalgia. Rossana si ferma e sorride, il ragazzo la guarda e sorride. Un dialogo fatto di sguardi e sorrisi e di uguali parole cantate. A sentir lei si sono detti tacitamente molte cose, soprattutto che non c’era nessuna differenza d’età fra loro. Una bella canzone cancella tutto, spiana i ricordi e riesce ad accomunare l’universo mondo in un’unica esperienza: quella della musica universale. Lei, se non fosse stata così felice, avrebbe pianto per quella canzone e il ragazzo lo sapeva. Michele aspettava con la sua mano tesa di riprendere la strada, dopo che le monete erano cadute sulla custodia della chitarra. “Ciao ragazzo, gli assomigli pure a Jeff Buckley, spero solo che avrai più fortuna.”
I nostri due hanno corso verso altri luoghi, ma con in testa sempre una qualche musica, un qualche altro ricordo. Per Rossana girare Londra non è complicato, sarà per quel suo naturale senso di orientamento o per la sua memoria per i luoghi, ma niente era impossibile per loro. L’unico limite erano i loro piedi, che ad una certa età, perdono le ali. Un museo dietro l’altro, tutti troppo stupefacenti per non perdersi nelle sale, tutti tanto civili da non pretendere un biglietto d’ingresso. Rossana pensa che la civiltà si possa misurare proporzionalmente alla disponibilità di consentire a tutti l’accesso alla cultura. E la Gran Bretagna è un paese civile, almeno in questo. Classi di bimbi seduti per terra davanti ai quadri della National Gallery a discutere con l’insegnante dei minimi particolari di quella pittura. Cosa c’è di più civile? Rossana non aveva mai visto una familiarità così evidente verso la cultura. Non esiste questo approccio nel nostro paese. Da noi, davanti all’arte si parla a bassa voce come in chiesa. Si passa in silenzio come di fronte ad una sepoltura. Ma non è questo il rispetto. Rispetto è capire e amare, comprendere fino in fondo il messaggio universale della “bellezza”.
Poi la sera ad annusare l’aria a Leicester Square o lì attorno a China Town. Scovare un ristorantino, ma anche solo a vedere questa marea policroma di giovani che sciamano di pub in pub e che si incontrano con ragazze che sfidano con i loro corti abitini sbracciati, scollati e succinti, le gelide nottate londinesi. Rossana aveva pensato che se avesse avuto una figlia e fosse stata lì, vestita così, il giorno dopo l’avrebbe fatta visitare prima da uno psichiatra e poi da un pneumologo. Ma si sa che lei si comporta sempre come una mamma italiana che si frena solo per il senso del ridicolo. Per fortuna suo figlio è maschio e già adulto da un po’ e queste cose non le deve sopportare. Anche lui casualmente è a Londra e si incontrano, assieme ai suoi amici, a Portobello Road. Giusto il tempo per guardare le bancarelle e per mangiare, in piedi, delle vaschette di cibo ghanese, tra l’altro anche piuttosto buono. Poi di corsa alla Tate Modern. Rossana sa che Michele ci perderà gli occhi. Perché loro amano davvero tutta l’arte e tutto lo scibile umano però la loro preferenza va all’arte moderna e contemporanea. Lì c’è tutto, magari non il meglio, ma c’è una sintesi stupenda del 900 e anche di arte contemporanea. Lei c’era stata qualche anno prima, ma ora le acquisizioni erano molte ma molte di più. Lei resta comunque e sempre col naso all’insù ad analizzare i risultati del progetto di ristrutturazione dell’antica fornace. Come sono arditi gli anglosassoni, da noi sarebbe impensabile. Così analizza tutti i contenitori della sua città che potrebbero trasformarsi in una simile Galleria e forse anche in molto di più. Ci sono, lo sa, ma non esistono i mecenati lungimiranti di quel paese. Non esiste un governo che faciliti finanziamenti ed opere per favorire la cultura. Ecco perché esce con un po’ di rabbia nel cuore che si rinfocola subito davanti al Millennium Bridge. Lei e Michele mica sono d’accordo sulle opere che si possono e non possono fare nella loro città. Lei è più possibilista, lui invece è più conservatore. Il ponte di Calatrava diventa oggetto di discussione, anima la serata finché alla fine non terminano con il ridere di loro e delle inutili scaramucce, attorno a niente, che li ha sempre contraddistinti fin da quando erano ragazzi. Amore e guerra per poi capitolare in una resa senza condizioni. Sotto l’ombra del Big Ben, come sotto il campanile di S. Marco, perdono e spendono il loro tempo, senza avere più l’ansia di una volta. Col desiderio di assaporare tutto senza limiti e senza remore.
Avevano due festeggiamenti da fare, tutti e due molto importanti, almeno per loro, almeno per la loro storia. La festa si è mescolata ai festeggiamenti del giorno di S. Patrick tra le birre e i colori dell’Irlanda “irredentista”. Tutti sotto l’occhio discreto di chi ha subito la loro voglia di libertà, ma anche calpestato a lungo i loro diritti. Rossana ovviamente ama l’Irlanda che considera la sua seconda patria, forse anche per il colore dei capelli che ha portato, con orgoglio, in testa fin da neonata. Anche questa è l’Inghilterra civile. Una puntatina ad Hyde Park Corner. Michele guarda stupito gli oratori montati su qualsiasi oggetto li possa elevare, arringare un popolo divertito. A volte tutto si trasforma in battibecco. A volte in animata discussione. C’è anche un Imam che parla del Corano con poco lontano la moglie in burqa che gentilmente tiene a bada tre adorabili bambini e contemporaneamente parla con un giovane inglese che la ascolta rapito. Che mondo strano questo mondo. Inevitabile è il paragone con il nostro povero provinciale paese. Arriva velocemente l’ultima sera, decidono per una cenetta nella zona di Liverpool Station, proprio in mezzo a Bangla Town, insomma lì dove di giorno c’è il mercato di Brick Lane. Il figlio di Rossana c’era stato spesso ai tempi dell’Università. Effettivamente si mangiava bene, a poco prezzo e inoltre il posto era pulito. Tutto classicamente indiano, evidentemente. Ecco l’ultima notte di luci londinesi. Loro lo sanno che vorrebbero non partire, sanno quante altre cose vorrebbero ancora vedere, c’è per esempio quella galleria d’arte dove Michele ha visto le opere di pittura di Bob Dylan. A dir la verità sicuramente è più bravo a comporre canzoni che a dipingere. Oppure c’è quella splendida mostra di Van Gogh che hanno lasciato per ultima e che non sono riusciti a vedere. Si dicono: “Va bene dai, ritorneremo.” E non sanno se lo dicono per consolarsi oppure per darsi coraggio, che poi alla fine sarebbe la stessa cosa.
La valigia ora è molto più pesante, tra i maglioni che non erano serviti nel clima stranamente mite di una primavera che anche da loro stenta, sono infilati i libri d’arte e i cd da collezione. Rossana e Michele ripassano nella mente i ricordi delle loro giornate e intanto il volo attraversa nuvole cotonose e sorvola montagne innevate. Forse anche qui avrebbero trovato primavera. Forse anche qui avrebbero avuto ancora molto da ricordare.

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