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La bambina dimenticata tra i fratelli

In Anima libera on 9 febbraio 2011 at 16:13

Premessa alla parte tredicesima
Essere nate con una missione, non vuol dire essere nate per stare sole. In effetti mi sentivo un po’ diversa dagli altri. Ma c’erano anche altri diversi, anche se in modo differente. Insomma, magari non è chiaro, ma con questa storia cercherò di spiegarlo. Intanto nemmeno per me è scontato cosa saprò fare della mia diversità. In pratica so di essere nata per cambiare il mondo con un gesto plateale, o magari con una idea geniale, o un’invenzione che non è mai venuta in mente a nessuno. E i tempi stanno diventando maturi. C’è in giro un’aria che non so spiegare. Intanto ho accettato di essere donna e so bene che non è per niente un affare. Dovrò metterci mano. Qualcosa cambierà.

Annabis dice sempre che lei è una proletaria perché ha un sacco di fratelli e sorelle. Non ha capito bene come funziona. E io, per colpa di un sospetto, non ho il cuore di spiegarle che si sbaglia. Proletari si è quando sei povero e hai solo un sacco di figli, mica quando sei ricco e hai un sacco di fratelli.
Ma Annabis è talmente fragile e delicata che, pure se ricca, l’ho presa sotto la mia ala protettrice. Lei è la numero undici. E dopo di lei ce ne sono ancora quattro. In tutto sarebbero quindici, ma per la verità sono rimasti in dodici, perché tre sono morti.
Lei lo racconta come se stesse facendo un compito di matematica. Dice anche che un anno sua madre non ha avuto il solito bambino, ma che l’anno dopo ne sono nati due: i gemelli.
Per fortuna che suo padre è spesso fuori per lavoro. Racconta che ai suoi genitori piace il nome Anna, ma siccome lo porta la sorella numero quattro, a lei è stato dato il nome di Annabis.
Elena, che la sa lunga, sussurra che i suoi si erano dimenticati di avere un’altra Anna in casa, e quando se ne sono accorti hanno pensato di chiamarla così. In effetti è questo anche il dubbio che ho io e a guardarla, così slavata ed eterea, mi è apparso subito chiaro, che la nostra Anna, è una bambina dimenticata in mezzo agli altri fratelli.
Lei di questo non si lagna mai. Se fossi in lei io mi farei riconoscere subito e metterei ben bene le cose in chiaro. Mica si fanno i figli così. Non è giusto dimenticarseli, sennò che senso ha?
Lei è ricca. Suo padre fa l’Ingegnere, che deve essere un lavoro importante. Sua madre va a teatro e ai concerti ed è forse per questo che non si occupa tanto dei figli.
In casa sua c’è una “tata” e una cuoca. Anche il mio fratellino mi chiama Tata, ma io sono sua sorella e anche se gli sto molto attenta, non per questo mi pagano uno stipendio. La loro “tata” invece mi sembra ancora più distratta dei suoi genitori. Così come la cuoca che non sa mai chi mangia e chi no. A casa loro ci sono i turni di pranzi e cene, ma come succede spesso, c’è chi mangia due volte e chi nessuna.
Annabis a casa mangia poco perché è timida. Non ha il coraggio di farsi largo nella confusione. Per fortuna, qui alla mensa, la metto a mangiare al mio fianco, così sto attenta che la madre cuciniera le faccia avere la sua minestra e spesso condivido con lei la mia pietanza, che porto ogni mattina da casa. Da lei non se lo ricordano mai e se lo fanno arriva con una carta di prosciutto o con un pezzo di formaggio francese. Chissà perché il formaggio francese puzza di più di quello italiano. Forse perché costa un sacco di soldi e arriva da così lontano?
Insomma Annabis è davvero una sagoma. Ha vestiti bellissimi, ma sempre scompagnati. Un giorno è arrivata con una gonna scozzese a pieghe, molto più grande della sua misura, e per tenerla su ha usato le bretelle di suo fratello numero otto. Però i suoi genitori hanno inventato un sistema fantastico, per non farli uscire con i calzini spaiati. Li comprano all’ingrosso e sono tutti uguali, a parte le dimensioni, e maschi e femmine si servono da un cestone comune.
A me piacerebbe avere un sacco di fratelli. Purché non assomiglino a Ernesto. Ma di quelli non ce ne può essere che uno. Dei suoi capisco poco, credo che pure lei non ci capisca molto. Elena dice sempre che Anna non ha “autostima” e lo dice con un’aria da grande professoressa. Non so ancora bene a cosa serva l’autostima, comunque io la tengo sempre per mano e la difendo quando le altre, le nostre compagne ricche, la chiamano traditrice.
Io lo so che a loro fa rabbia che si mescoli con noi, le paria della scuola. Nel loro immaginario, la figlia dell’Ingegnere non può fare amicizia con la figlia del ciabattino. Che poi a dirla tutta mio padre potrebbe sembrare un principe, altro che un ciabattino. Ma vallo dire a loro che misurano tutto in base ai soldi e ai vestiti.
Annabis è diversa, lei verrebbe volentieri a vivere in casa mia anche vestita come me, con i cappotti rigirati di mio fratello Ernesto e con le sue scarpe smesse.
Insomma Anna appartiene alla classe dei ricchi, ma ha il cuore in quella dei poveri ed è per questo che si sente in diritto di dire: “Sono anche io una proletaria!”
Annabis ha subito delle pressioni, quasi delle minacce. Le hanno spiegato che lei non può tradire se stessa. Che non può mescolarsi con quelle come noi.
Indosso la mia maschera da dura. Durante la mensa passo dalle parti di Gabriella e le verso dall’alto l’acqua nella zuppa. Gli schizzi le macchiano tutto il grembiule candido. Mi pulisco le mani sul suo fiocco rosa e sussurro con voce chiara: “Se le succede qualcosa dovrai vedertela con noi”.
Prevenire è meglio che curare. E glielo dico convinta. Lei mi guarda e non sa che dire. Che paurosa! Abbassa gli occhi e vede il disastro sulla sua divisa e non riesce che a scoppiare a piangere. Le macchie si lavano; non c’è detersivo per la dignità.
Annabis è tanto ricca che una volta, tutta la classe, è stata invitata nella sua casa di campagna. Abbiamo preso un pullman con la supervisione delle suore e abbiamo passato una giornata in giro per la grande fattoria.
All’ora di pranzo noi abbiamo mangiato dei panini sedute sull’erba, mentre le suore si sono chiuse in casa. Elena, che è la solita, ha scoperto dove stavano mangiando e ci ha portato a spiarle. Sosteneva che le suore mangiano in modo diverso dagli altri ed è per quello che si nascondono. Io le ho risposto che è matta, perché ho anch’io una zia suora e mangia a tavola con noi, anche se il velo le dà un grande fastidio.
Io ho passato un pomeriggio assieme ai suoi cavalli. Per me i cavalli sono gli animali più belli ed intelligenti che esistano. Io credo di essere stata un cavallo, in una vita precedente. Mi fanno pensare alla libertà e alla disobbedienza. Basta non farsi mettere la sella e il morso. Basta non farsi domare. E poi è così bello correre.
Prima di ripartire Annabis ci ha portato a vedere una grande casa, chiamata fienile, piena di balle di fieno e noi eravamo così scatenate che le abbiamo praticamente disfatte tutte e ci buttavamo dall’alto dentro quel mare di fieno sciolto sotto di noi. Anna ha cominciato a piangere e a singhiozzare senza respiro. Ci siamo preoccupate e messe subito calme, ma non era disperata, aveva solo una crisi d’asma dovuta alla polvere. Povera bambina, nemmeno lì in campagna si può divertire.
Mi sarei aspettata di essere presa, con le altre, per un orecchio. Ma le suore hanno pensato ovviamente, un modo diverso di farci espiare, ci hanno fatto recitare una sfilza di AveMarie per tutto il ritorno, minacciandoci tutti i fulmini dell’inferno.
Possibile che sia peccato tutto quello che piace di più? A me sembra una cavolata, Però mi dispiace per Anna.
Il mio affetto per lei mi ha fatto rivedere certe mie idee rivoluzionarie. C’è gente, anche fra chi ha soldi, che ha bisogno di essere aiutata a trovare la propria strada. E che ha umiltà. Pochi, certo. Casi pressoché disperati. Non so se è politicamente corretto, ma… Insomma quando farò la rivoluzione e andrò alle manifestazioni, passerò per casa sua, la prenderò per mano e la farò uscire e crescere senza avere paura.
In fin dei conti non può essere che lotta di popolo. E anche lei è popolo. E poi può sempre servire una serpe un seno al nemico. Sapere come la pensa l’avversario. E’ tutto così più difficile di quello che pensavo all’inizio. Riscattare la gente che non sa che essere servo. Liberare chi non è mai stato libero. Chi ha bisogno di sentirsi dire chi è. Possibile che sia così difficile capire che si nasce tutti senza padroni?

Riflessioni sull’amore e sull’ideologia

In Anima libera on 3 gennaio 2011 at 16:54

Foto a colori di una casa di campagna con i lampi dentro, non fuori.

Premessa alla parte ottava.
Accidenti se il mondo è complicato! Ti sembra di poterci tener testa ed invece… A parte le imposizioni quotidiane in famiglia. Le regole di casa. Sei una bambina, non lo dimenticare. Non parlare se non interrogata. Non guardare con quegli occhi da ribelle. Non pensare; sei una donna e non puoi pensare. Non correre. Non dire parolacce. Non camminare lungo le rive del canale. Non salire sulle barche. Non giocare a pallone. Obbedisci all’autorità. Rispetta, i grandi hanno sempre ragione… ecc. ecc. ecc. Uffa. Poi c’è il resto del mondo e sinceramente non è piccolo… il resto è tutto.

E’ come se aspettassi qualcosa che non arriva. Non certo diventare grande. Credo non sia quello che voglio. Che sia una ragazzina stressata già in prima elementare, non dovrebbe sembrare strano. Sono sempre stata affetta da apprendimento eccessivamente precoce. Qui si parte dalle aste, sai? quei segni cretini sui quadretti, tanto da imparare a tenere la matita in mano. Ma non sono mica un’incapace. La matita la tengo benissimo e se mi metto so pure scrivere e disegnare con dovizia di particolari. Ecco il cane con la sua cuccia e la mia bella frase: Il cane fa la guardia. Ed ecco anche la nave con i remi che escono dagli oblò: La nave a remi va veloce. E poi la chicca, quel bel disegno colorato di un arlecchino con scritto sotto “Allegria!” Ma da chi avrò preso questa frase?
La dolce suora Assuntina grida al miracolo. Una ragazzina così non l’aveva vista mai: è Natale e questa è già stufa di aspettare gli altri. Ha già finito il libro di lettura e scalpita per averne un altro. Suor Assuntina ci pensa e mi regala “Le Tigri di Mompracem”. Io me lo faccio fuori in un batter d’occhio e mi innamoro di Sandokan. Sia chiaro mica come una Marianna qualunque. Io sono lui, sono Sandokan e combatto contro gli stupidi inglesi. Se non c’è niente di meglio anche un personaggio di carta mi va bene. In fondo è il mio primo ribelle. Non poteva non scoppiare l’amore.
Se me la raccontassero direi che non è vero; che mi stanno prendendo per quel posto. Che non esiste una ragazzina così. Il fatto è che le cose mi arrivano da sé. A mia madre viene offerto di farmi fare direttamente gli esami di seconda, sono troppo avanti per annoiarmi così in classe. E’ più il tempo che passo per conto mio. Mi distraggo e distraggo gli altri. Non serve e può essere un male. Non vorrei farmi vedere ma mi vedono. Naturalmente mia madre rifiuta. Dentro di lei pensa che potrei montarmi la testa. Già di grilli ne ho tanti, manca solo una suora gentile ed ingenua. O pensa quello che pensa. Con quella sua testa da donna e da adulto.
Intanto gli altri continuano a fare le righe. Verticali e orizzontali. Una paginetta di verticali e una di orizzontali. Sono quasi ai cerchietti. Non è solo per questo che sono stressata. A dire il vero sono di già incazzata. A scuola mi rompo e poi c’è anche Leone che gira per la classe e mi fa proposte licenziose. La scuola è solo femminile e non capisco che ci faccia Leo in mezzo alle bambine. Grembiule nero e fiocco azzurro, tanto per sfotterci. Noi bianche come il latte e fiocco rosa; capito l’antifona? Il mio fiocco si scioglie in continuazione, è un po’ ribelle come me, ma a Leo non dispiace. Sinceramente non so se la libertà che gode in classe sia dovuta a qualche raccomandazione dall’alto oppure solo al fatto che è un maschio. In fondo anche le suore sono solo donne. Lui mi si posiziona dietro la sedia e mi sospira: “Dai fatti tentare! Io sono il tuo diavolo custode e ti ordino di farti baciare!” Che schifo.
Un poco me lo ordina, un poco mi implora. Povero scemo. Ma che si crede? Non sono interessata all’uomo. Non in quel modo. Non a quella parte. E poi è solo un moccioso. Ma come faccio a farglielo intendere? Non c’è nulla di più stupido di un uomo che non vuole capire. Questa è una grande lezione di vita. Io che sono abituata a fare a botte con Ernesto, a darle e a prenderle, non faccio neanche una piega e sibilo “Baciati il culo!” E lui scappa ridendo, ma so che tornerà. Sembra convinto che prima o dopo cederò. Cerca di seguirmi quando vado al bagno. Quasi quasi decido di smettere di farla. Povero illuso, non si conquista così una donna. E poi gli spiego che anche lui è una stupida ragazzina. Non basta quel grembiule nero. E quel fiocco azzurro. Questa è una scuola per ragazze? Siamo tutte solo ragazze? “E allora anche tu non sei che una stupida ragazzina”. Mi minaccia di farmi vedere. Con le botte e con i fatti. Il fatto. Ma non ne ha il coraggio. O è il mio sguardo disprezzante, e solo a tratti compassionevole, che glielo toglie. E poi son sicura che a botte lo vinco io.
Comunque a me ‘ste cose mi danno sui nervi. Non vedo l’ora di prendermi qualche giorno di vacanza e come per miracolo arriva la nonna Matilde. Io non prego mai nessuno, non è da me, ma per andare da nonna faccio sempre un’eccezione e mamma lo sa. Mica per la nonna che sembra una principessa tiranna e pure lo è, ma per quel nonno socialista che bestemmia tanto, in modo così allegro e divertente, suonando il violino. Lei mi salva. Nonna mi prende su, con quel distacco da nobile decaduta, e mi porta da loro, in campagna. Il nonno quando mi vede, come suo solito, quasi mi infila lo stecchino in un occhio per abbracciarmi e farmi girare come una trottola. “E’ arrivato il mio susino.” grida con gioia e io rido perché quel “susino” è il complimento più carino che abbia mai ricevuto.
E la campagna è bella ed è verde anche se solo nell’orto di mio nonno dove semina l’insalata e alleva i conigli. E’ un posto ameno non ancora frequentato da boss mafiosi. Beh! certo è una campagna strana, i campi quasi non ci sono più e davanti a casa c’è un canale che si chiama Brenta. L’acqua corre sempre veloce e rabbuiata. Per arrivarci si costeggia con la corriera, tutta la zona industriale. Nonno lavora lì, in fonderia. Poi torna alla sera, accende la luce in cucina e mi fa ascoltare il giornale radio sulle sue ginocchia. Mi spiega che è contro le armi e i carri armati. Che ne ha viste troppe. La nonna scodella la minestra. C’è aria di pace e io sono in pace. In questa cornice bucolica non posso non innamorarmi per davvero. Non so come si chiama ma tutti lo chiamano Pucci.
Forse è veramente il suo nome. Sono le cinque di pomeriggio e arriva pedalando Pucci con il secchio del latte. Si affaccia, sempre bilanciato sulla bici, alla finestra di cucina. La nonna gli passa il tegame. Il latte è buono ed è quello delle sue mucche. Lui è il figlio del fattore e non ha la mamma, e questo non credo sia una fortuna. Porta il latte in bicicletta e quando ci sono io, lascia alla nonna due o tre mestoli in più. A me questa cosa pare gentile. Mi pare una carineria dedicata a me. Non so se sono conquistata più dalla sua aria bonacciona oppure dal fatto che vive davvero in campagna. “Ehi rossa,” mi grida dalla finestra “ci vediamo domani.” Ed io aspetto ansiosa a quella finestra. Un giorno è lungo se quel che aspetti è l’amore. Non mi piace essere sdolcinata, ma siccome nessuno sa di questa mia debolezza mi lascio andare ai sogni. Nonna forse ha capito. Ma vuole bene a Pucci, come fosse suo figlio e magari sogna pure lei. D’altra parte io sono sua nipote, non sono la figlia. Forse potrei anche sposare il figlio di un fattore, cosa che mai avrebbe dovuto fare sua figlia, quella bella, mia madre.
La nonna si crede aristocratica perché sua madre faceva la dama di compagnia di una contessa. Ah, poveri noi! Che idee strane girano per il mondo. Che poi non è vero che abbiamo il sangue blu. Io lo so perché quello che mi esce dalle ginocchia sbucciate è rosso. Il colore che preferisco. Rosso come il sangue dei socialisti, lo dice sempre nonno Carlo. Rosso come la nostra bandiera, Rosso come il sole dell’avvenire. Comincio a pensare che uomini così non ne fanno più. Povera nonna, sposata, incinta, col garzone ferratore dei cavalli di tuo padre. Con quella tua prima figlia troppo bella per le mani di un ciabattino. Quante delusioni hai dovuto sopportare. Non ti bastava il marito socialista, hai avuto anche il figlio maggiore che è scappato in montagna con i partigiani. Proprio a te che avevi regalato la tua fede matrimoniale al duce. Per far costruire i cannoni. E avevi raccontato di averla persa. Ché il nonno sarebbe andato su tutte le furie, perché lui nella prima guerra ci aveva lasciato un occhio. Mica balle; mica un ciondolo d’oro.
Lei, la nonna, mi dice: “non fare come tua madre”. Non credo di capire bene. O forse è solo perché non capisco la stessa cosa. Dice che sono bella. E’ come se l’occhio l’avesse perso lei. Io vedo bello nonno Carlo, che il primo maggio mette il garofano rosso all’occhiello. Bello per come è dentro, perché fuori c’ha un nasone enorme, ma gli occhi verdi di un ragazzino, insomma… proprio bello. Un poco ne sono innamorata. Non come Pucci. In modo diverso. Il nonno non mi dà quell’ansia, quell’attesa. Mi sento serena vicino a lui. Sono il suo susino e sono orgogliosa di esserlo. Vorrei che anche lui fosse fiero di me. Forse sono vanitosa? O un poco volubile? Insomma… l’amore è proprio un gran casino. Credo che non lo capirò mai. Ma torniamo a Pucci.
Nell’attesa di ogni suo ritorno penso ai contadini e cerco di capire. Ed è chiaro che ci si può far ammazzare per la terra. Che la terra dove nasci diventa il tuo pane, non può essere di proprietà di qualcuno che te la può togliere. Che ti sfrutta. La terra è di chi la coltiva e di chi fatica a tenerla viva. E di chi suda. Fino a ieri non sapevo far altro che sporcarmi di quella terra. Ora sento di amare la terra. Amo il suo odore quando è bagnata o quando il sole la spacca in polvere. Amo la campagna e anche il mio bel nonno sorridente. Amo Pucci e il suo latte. Io penso che potrei vivere di solo latte, ma non so se è perché mi piace proprio o per colpa di questo amore campagnolo.
In campagna non riesco ad essere troppo rivoluzionaria. Sto più in pace col mondo e la rabbia non mi brucia più di tanto sul palato. Sarà che sono in mezzo a gente semplice e le notizie dal mondo mi arrivano ovattate, come da un altro pianeta. Voglio dire… non mi manca la televisione. Un po’ carosello, ma solo un po’. Qui vado a letto presto. A casa non lo faccio finché non si chiude quella tenda con la sua musichetta. In fondo quello, carosello voglio dire, l’hanno fatto per noi… i giovani. Segna giusto il confine tra il giorno e la notte. Eppure qui non ho il tempo di annoiarmi. E Venezia mi manca solo un po’. E mi sento meno arrabbiata. Non voglio essere buona. E non voglio chiedermi perché a Venezia non penso a Pucci.
Certo nemmeno in campagna è tutto bello. Per esempio dietro casa di nonna ci sono le latrine, ossia i buchi alla turca. Insomma i soli cessi che possiamo usare. Sono quattro e li usano pure i vicini. Puzzano come cessi dove nessuno si cura di tener pulito. Una vera zozzeria. Mia nonna ci butta la lisciva, quando fa il bucato. Dice che disinfetta, ma la puzza non se ne va. Come al solito sono schizzinosa e ci vado solo se strettamente necessario. I cessi si trovano sul retro dei cortili prima del deposito del fruttivendolo. Per arrivarci devo passare per forza sotto gli occhi dei suoi due figli maschi che hanno qualche anno più di me e giocano a pallone con i figli dei vicini. Niente di grave dico io, ma quando passo mi guardano strano e insistono per portarmi a giocare nel magazzino dove parcheggiano anche il camion della frutta e della verdura. Non è solo facile essere femmina. Qui sotto ci cova qualche cosa, penso. A una bambina, i maschi, non chiedono mai di condividere i loro giochi. Però la curiosità di salire sul camion è più forte di me e dei miei sospetti. E’ un mostro enorme che mi chiama e mi sfida. Alla fine accetto. Tanto lo so che so difendermi. Tengo sempre le zanne aguzze. Ho imparato a trattare con il branco. Niente mi fa paura, tanto meno dei sorcetti di campagna.
Ci andiamo a giocare a nascondino e Madino, il più grande, cerca di rintanarsi proprio dove mi nascondo io. “Ma scusa, non hai un altro posto dove andare?” faccio io sofistica. Anche un po’ seccata. “Finisce che ci scoprono”. Non gliene importa molto: “Mi piace mettermi vicino a te.” La cosa mi puzza e penso “Che ca… cavolo vuole questo?” e lui candido me lo dice: “Posso guardarti sotto le mutande? Vorrei vedere la cosina che hai, e magari toccarla!” Aho! ‘sto scemo, mica vuole giocare al chirurgo come Ernesto. Eh no! lui va al sodo. Caro mio non sono mica una esibizionista, io. Intanto per prendersi avanti tira fuori il suo arnese che a ragion del vero è veramente povera cosa. Ma non ha pudore, né il senso del ridicolo? “Vedi io ti mostro che cos’ho nelle mutande e non mi vergogno mica, non faccio come te!” Bella forza. Ecco di cosa è fatto un uomo. Io mi mostro indignata. E anche un poco delusa. E gli lascio vedere che non riesco a trattenere un sorriso di scherno. E chi si vergogna, cretinetti, credi davvero che mi faccio abbindolare per sfida? “Se me la mostri sai cosa faccio? Ti do tutti questi soldini!” E tira fuori dalla tasca delle monetine, i suoi risparmi. Wow! pensa te, così piccolina e già pagata per mostrare. Si mette bene la mia seconda proposta licenziosa. Potrei farci un business. Farci carriera. Ma va là! Non sono interessata al dio denaro.
Sono solo una ragazza dispettosa. Non so cosa ho di interessante dentro alle mutande. E perché ai maschi crea quella curiosità. Non lo capisco proprio, e forse non lo capirò mai. Ma è il primo che vedo. Se non si parla di quelli, come dire? di famiglia. Ma quelli non contano. Se è per quello Ernesto per spogliarsi si mette dietro alle porte e finisce sempre fotografato sul muro da chi le apre senza sapere. D’altra parte mia mamma ha tolto le chiavi dalle porte, anche quella del bagno e così se è difficile vedere nudo mio fratello, non è difficile trovarsi di fronte ad altre panoramiche. Ma sai com’è: quelli di famiglia te li trovi sotto gli occhi. Fanno parte del paesaggio.
A dire il vero non ci provo più di tanto interesse. Non so che ci trovino, i maschietti a rimirarselo come fosse un tesoro. Certo possono farla in piedi. E questa è una grande comodità. Io ci ho provato una volta, a farla in piedi, ma mi sono bagnata le scarpe. Insomma la considero un’ingiustizia. Comunque io le mutande non me le tolgo per i suoi begli occhi e tanto meno per il suo denaro. Che poi, quegli occhi, guardano ognuno dalla sua parte. Quello di destra a destra e quello di sinistra a sinistra. Non capisco nemmeno se sta parlando veramente con me. Ma chi si crede di essere? So bene che da qui potrebbe aver origine la scomoda fama di fare la santa, o la martire, una Maria Goretti senza aureola. Che poi le aureole sono scomode, troppa luce e poi le vedono tutti e finisci che ti segnano a dito o ti mettono in un quadro. Non è quello che voglio. Preferirei, se fosse possibile, essere nata con una voglia Rossa, magario a forma di Stella. Che poi in me la voglia non si vede, ma c’è.
Magari pensi alle cose grandi e poi ti soffermi a quelle piccole. Chissà cosa direbbe suor Assuntina se sapesse che sono atea e comunista. Una vera figura uscita dall’Inferno. Lei mi guarda con i suoi occhi cerulei spaventati, abituati all’obbedienza. Io la guardo con i miei occhi a punteruolo. Lo so, Dio perdona, ma io no. Dovrò decidere se la mia tendenza è da assecondare. Essere femmina o maschio, oppure essere umano. Sembra che la questione sia proprio così. Se sei femmina non sei maschio e nemmeno essere umano. Se sei maschio non sei femmina, ma sei un essere umano. Se sei un essere umano non hai sesso e se ce l’hai è meglio non usarlo perché finisci col diventare un essere bestiale. Qui l’affare si fa complicato. Devo decidere ed in fretta. Perché intanto cresco. Crescere vuol dire imparare. E ho imparato una cosa nuova. Ho imparato come si dice quella parola e cos’è quel coso. Tante parole per dire la stessa cosa. Mi pare proprio un’esagerazione. Quello dei piccoli lo chiamano anche pisello. Io me ne sentirei offesa. Mi sentirei derisa. Perché sottintende una cosa piccola e inutile.
Ma intanto, solo per sapere, io d’interessante dentro alle mutande cosa c’ho?

33) Io non ho paura

In Un libro al giorno on 10 luglio 2010 at 12:00

Stavo per superare Salvatore quando ho sentito mia soprella che urlava. Mi sono girato e l’ho vista sparire inghiottita dal grano che copriva la collina.
Non dovevo portarmela dietro, mamma me l’avrebbe fatta pagare cara.
Mi sono fermato. Ero sudato. Ho preso fiato e l’ho chiamata. – Maria? Maria?
Mi ha risposto una vocina soffewrente. – Michele!
– Ti sei fatta male?
– Sì, vieni.
– Dove ti sei fatta male?
– Alla gamba.
Faceva finta, era stanca. Vado avanti, mi sono detto. E se si è fatta male davvero?
Dov’erano gli altri?
Vedevo le loro scie nel grano. Salivano piano, in file parallele, come le dita di una mano, verso la cima della collina, lasciandosi dietro una coda di steli abbattuti.

Soluzione
Titolo : IO NON HO PAURA
Autore: NICCOLO’ AMMANITI
Tema : La storia è ambientata nell’estate del 1978 ad Acqua Traverse, una piccola frazione sperduta nella campagna, in cui i grandi restano dentro casa per il caldo e i bambini giocano nei campi di grano. Il protagonista della storia è Michele Amitrano, un ragazzino di nove anni che per caso, nei pressi di una casa abbandonata, viene a conoscenza di un buco nel terreno nascosto da una lastra di plastica e un materasso, in cui sembra vivere qualcuno. Michele non dice della sua scoperta ai compagni e ritorna a casa molto turbato.

A casa trova il padre, un camionista che ha deciso di prendersi un periodo di pausa per rimanere un po’ di tempo con la moglie e i suoi due figli, Michele e Maria. Michele comincia a chiudersi in se stesso, e quasi ogni giorno ritorna alla casa abbandonata, e scopre che nel buco nel terreno si trova nascosto un bambino, Filippo, con il quale a poco a poco instaura un rapporto di amicizia. Filippo sembra dare segni di squilibrio: crede che lui e tutta la sua famiglia siano morti, e che Michele sia il suo angelo custode.

Un giorno a casa di Michele arriva il romano Sergio, un amico del padre. Quella stessa notte scopre che i suoi genitori insieme a Sergio ed ad altri adulti hanno rapito il bambino per estorcere denaro alla famiglia: lo intuisce guardando un messaggio ai rapitori fatto alla televisione dalla madre. Michele non riesce a tener nascosto il suo segreto, e si confida con il suo migliore amico, Salvatore. Quest’ultimo, in cambio di una lezione di guida, racconta tutto a Felice, un ragazzo più grande e molto violento che il giorno stesso trova Michele insieme a Filippo nel nascondiglio interrato. Convinto che Michele avesse intenzione di liberare Filippo, lo picchia e lo riporta a casa dalla madre. Riportato il ragazzino dalla madre, Felice tenta allora di usare violenza anche su di lei, ma viene fermato dal padre appena rientrato a casa.

Michele è sconvolto: gli è stato ordinato di non andare mai più a trovare Filippo, ma non riesce a far altro che pensare a lui. Un pomeriggio, insieme agli amici, torna alla casa abbandonata e grazie a Salvatore viene a conoscenza del fatto che Filippo è stato spostato in un altro nascondiglio. Quella notte, spinto dall’orribile notizia che i grandi hanno deciso di ucciderlo, decide di andare a liberarlo.

In piena notte Michele si mette alla ricerca di Filippo; proprio quando pensa di rinunciare lo trova, in un luogo scosceso fra le rocce, ma troppo debole per potersi muovere. Michele lo incoraggia, con una corda riesce a tirarlo fuori, e lo convince a scappare, mentre lui, ferito, rimane intrappolato nel nascondiglio. Arriva così il padre di Michele, incaricato dagli altri adulti di andare ad uccidere Filippo. Non riconosce il figlio e gli spara alla gamba. Poco tempo dopo arriva un elicottero e da esso escono dei poliziotti con dei cani, giunti fino a lì alla ricerca di Filippo, a cui il signor Amitrano chiede aiuto per suo figlio, che ora abbraccia, mentre il ragazzo confuso cerca di dire al padre che deve fuggire perché altrimenti verrà arrestato.

Ancella di Dio

In amore, Anomalie, Donne on 5 aprile 2010 at 22:52

Mi sento sola. E’ difficile restare qui, mentre mi viene in mente la casa in mezzo ai campi e le corse felici con i miei fratelli e le mie sorelle in mezzo al granoturco. Era così bello nascondersi tra le pannocchie giocando a nascondino fino a sera quando la mamma ci chiamava per la cena. Quella luce color inchiostro e la mamma che ancora mi guardava come fossi una bambina. Mi piaceva uscire sul retro per andare nell’orto a prendere i pomodori e a levare l’insalata. La mia è una famiglia modesta. Io sono una ragazza modesta, ma che ci faccio qui a Roma? perché per la Madre Superiora io non sono sufficientemente modesta? La mia vita è diventata un purgatorio dopo che sono entrata in Convento.
Ho studiato duro e sono diventata maestra per l’infanzia, a casa mia non avrei potuto chiedere di più. Con l’aiuto del Signore sono arrivata fino a qui e ho pregato tanto. Dopo il diploma volevo tornarmene a casa, ma non ho potuto farlo. Dio mi ha dato una nuova prova e ho dovuto restare al Convento. Non potevo tornare dopo che mia mamma ha detto che avrebbe preferito vedermi morta piuttosto che di ritorno a casa. Anche il mio fratellino Antonio era entrato in seminario, ma è scappato talmente tante volte che alla fine non l’hanno più voluto. Io lo conosco bene: non era fatto per una vita di rinunce. Ho pianto tanto, tutte le notti perché non riuscivo ad accettare la mia vita. Non riuscivo ad abituarmi a non avere più una famiglia, anche se è qui, tra le mie sorelle, che dovrei trovare la mia famiglia. Al convento non mi sento a mio agio, sono osservata e ripresa per un niente. Quando cammino faccio rumore, persino il mio respiro è più rumoroso del respiro delle altre. La cosa più difficile per me è non poter vivere all’aperto, in contatto con la natura, ridere delle piccole cose e godere della gioia del Creato.
Mi piace guardare il sole, respirare l’aria pulita, giocare con i bambini. Quanta purezza c’è nella loro anima. Qui in convento molte cose sono proibite, ogni tanto mi scappa da ridere, come quando suor Rosaria si addormenta durante la preghiera e russa come un trombone, non sono brava a non farmi vedere e finisco sempre punita. La Santa Madre dice che non sono umile abbastanza. Mi fa rimanere nella cella a pregare per ore e ore e io penso che vorrei invece fare qualcosa: lavorare con l’uncinetto oppure dipingere, la Madonna e gli Angeli, per decorare la sala delle visite, oppure il refettorio che è così triste e spoglio. Ma impiegare la mia giornata non è un esercizio che fa bene all’umiltà. Bisogna obbedire la Madre Superiora perché Lei sa come ci si deve rivolgere a Dio. Qualche mese fa, dopo una brutta punizione che non avevo trovato giusta, ho scritto una lettera disperata a Giovanni, mio fratello maggiore, dicendogli che non ce la facevo a restare qui dentro perché mi sentivo soffocare e che ero sola ed inutile: Ero certa di essere cattiva ed ingiusta perché non riuscivo a provare affetto per le mie sorelle. Roma è la città Santa, è la città della Chiesa e del Papa, ma all’interno del Convento esistono delle gerarchie che non ti permettono di sentirti come in una famiglia. E poi Roma è una grande città e mi mancano i campi, il profumo delle mele e le pannocchie. Allora Giovanni è partito insieme a Pietro ed Antonio per venire a prendermi e mi avrebbero portato via da qui, malgrado che a casa non potessi tornare. Lui mi aveva assicurato che avrei potuto stare nella sua casa con l’Elvira, ma che avrebbero comunque tentato di convincere mamma che il convento non faceva per me.
A quel punto non me la sono sentita di tornare con loro. Mi sono pentita di aver chiesto aiuto. Non volevo creare problemi, non volevo essere di peso per loro, le loro mogli e per le mie sorelle. Se è destino che io resti qui, lo farò. Dedicherò la mia vita al Signore. Pregherò per diventare migliore. Il mio destino sarà nelle mani di Dio e sarà Lui a guidarmi sulla strada della mia vocazione. Probabilmente io non sono fatta per percorrere le strade del mondo, per mettere su famiglia e per avere dei bambini.
Questo mia madre lo deve aver capito. Forse potrò essere madre dei bambini degli altri ed era questo che Dio ha pensato per me. Ora devo solo decidere quale sarà il mio nome, quello che porterò con me nel mio cammino nella Fede. Certo suor Allegra non è molto adatto, me lo ha fatto notare la Superiora, allora ho ripiegato per suor Maria Chiara. Ho scelto questo nome sia perché Chiara era la figlia piccola del fattore al mio paese, che a me sembrava dolcissima, sia perché è la Santa che vedo tutti i giorni sul quadro che si trova nella Cappella dove vado a pregare. Anche a lei piaceva tantissimo la campagna, le cose umili e le creature di Dio.

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