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Piano, piano, dentro ai sogni

In Amici, amore, Donne, Giovani, La leggerezza della gioventù on 9 settembre 2014 at 16:19

amore nascosto

Che fossi distante non era un buon motivo. Me l’avevano detto e mi è sembrato di saperlo già, di averlo sempre saputo. Ma era da tanto che non ci si vedeva, e ormai il non vedersi era diventata un’abitudine.
Me l’hanno detto e tu non c’eri già più ed eri tornato proprio nella tua città a morire. Strana cosa tornare alla vita vecchia e lasciare quelle isole lontane, ma questo solo per morire, solo per rimettere il proprio corpo vicino alla tomba dei tuoi genitori. Avrai avuto amici sul tuo letto d’ospedale? Si saranno ricordati di te? Avranno saputo? Io no, ma tutto sommato è meglio così, forse non avrei accettato di vedere l’offesa della malattia. E poi ci ho pensato: di te nemmeno una fotografia, nemmeno un’istantanea tra un gruppo di amici, niente, proprio niente solo i ricordi.
Ricordo e ricordo solo dei momenti, quello che pensavo e quello che provavo, ma solo momenti rivolti a me stessa, tu c’eri, ma sfumato nel ruolo dell’amico, come un vecchio amante che non si conta più.
Con te era stato bello condividere l’amore per il cinema e per la vita, mai troppo vicini da condizionare le nostre scelte, mai troppo lontani da non sapere le cose importanti per l’uno e per l’altro.
Ricordo la tua casa piena di finestre, ma rinchiusa dentro come se tu non amassi la luce, eppure era sole il tuo sorriso, era mare il tuo odore e io veleggiavo in quel porto senza cercare nessuna terra per approdare, senza cercare rifugio. Mi davi le chiavi ed io nei momenti di iperattività, quando non c’eri e quando ero sola, aprivo alla luce, e pulivo i pavimenti, cambiavo le lenzuola e facevo tornare lindo quel bagno essenziale da uomo solo. E tu eri un uomo solo, sempre troppe donne, ma mai davvero per sempre, con quelle che tu chiamavi mogli e venivano da tanti posti improbabili e quelle che erano le tue fidanzate di sempre, che smaniavano alle tue infedeltà. Eri un uomo solo ed infedele, sincero e scanzonato, imprevedibile… ma io lo ero di più. Entravo nella tua vita, quando tu non c’eri, e sparivo appena ritornavi in un inutile rincorrerci ed evitarci, eppure avevamo molte cose da dirci, ma io non volevo parlare di me, non volevo che tu invadessi il mio mondo. Un rapporto perfetto, che andava bene, ma solo in quel momento delle nostre vite.
Avrebbe potuto proseguire in eterno: vecchi amici e grandi confidenti, ma qualcosa doveva essere fatta, io non ero felice, non ero me stessa e tu lo sapevi bene, lo percepivi nella mia tristezza nel mio disagio e un giorno dicesti quello che andava detto… e io ti ascoltai fino alla fine e presi la decisione, ti restituii le chiavi e ti abbracciai, mai così grata, mai così presente.
E da quel giorno salvo qualche breve momento di sana nostalgia, non c’eravamo più cercati e avevamo ripreso la nostra strada, a dir la verità, mai lasciata.
Seppi a distanza molte cose di te, seppi di amori interrotti e di quelli nuovi che ti avevano portato lontano, forse finalmente avevi preso pure tu una decisione, come l’avevo presa io quel giorno.
Ricordo quella sera, in mezzo a quella storia senza inizio né fine, mentre andavamo per strada come in un mare in tempesta, la tua voce che mi diceva ” Sai a volte guardo te e vedo mio figlio…” un figlio che tu non avevi e non hai mai avuto, un figlio che io ho avuto ma non avrei mai voluto avere con te. Ti era costato davvero tanto coraggio. Strana cosa la vita, ti dà e ti leva, ti promette e non mantiene e se invece lo fa è quando tu meno te lo aspetti e quando meno ci credi. E ora è chiaramente finita. Non ti vedrò mai più, e mi pare impossibile, non per me, che ormai ero fuori della tua vita, ma per te che avevi una vita alla quale forse ci tenevi e a cui io non avevo mai sufficientemente pensato. E mai ti avevo ringraziato per quelle chiavi che mi avevano comunque dato un rifugio e per quella gentilezza dei tuoi occhi che sorridevano sempre e per quell’amore libero e troppo generoso che non sapevo apprezzare, al quale non ero abituata e che non avrei saputo apprezzare ancora per troppo tempo.
Ti ho cercato in un social net e ho trovato alcune fotografie, troppo distanti, ma tu eri distante, troppo nebulose e tu lo eri fin da allora. Nessuna informazione in più. Restano solo i miei ricordi che qualche volta fanno capolino nei sogni, piano piano, come una vecchia canzone a fior di labbra.

Bombe, fiori e parco giochi

In amore, Guerra, Le Giornate della Memoria, personale, Viaggi on 13 gennaio 2014 at 23:29

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Non siamo turisti per caso, andiamo davvero dove dobbiamo e vogliamo andare, e questo villaggio sta nei nostri cuori da molto: Bil’in. Chissà, forse perché è stato il primo villaggio della Cisgiordania che ha organizzato un comitato di resistenza non violenta e anche con discreti risultati. Quali? Beh, non un gran che, ma come si fa a non accontentarsi? Tra la cancellazione di parte del tuo villaggio o un muro spostato qualche metro più in là, e decisamente meglio la seconda opzione.
Il pullman ci fa scendere all’ingresso del paese, dopo che Luisa e il coordinatore del Comitato Abdallah Abu Rahmah, si sono smazzati, a spostare dei macigni che ostruivano la strada. Lì, proprio alla fine di quella strada c’è il “mausoleo” di Bassem, il gigante buono, ucciso da un candelotto lacrimogeno sparatogli direttamente addosso. E quelle bombe sonore e quei candelotti nascono come fiori nella terra di Palestina, come vere escrescenze di gomma e metallo, e allora perchè non trasformarle in contenitori per i fiori? Ci ha pensato la mamma di Bassem che ha creato un giardino di bossoli, un fiorellino per ogni bocca, un tentativo di rendere umano quello che umano non è. Ma il giardino ora è tutto distrutto, non sempre è colpa dell’occupazione, a volte anche la natura non ha pietà e sconvolge tutto con una tempesta di neve da ricordare a lungo.
Bil’in, nessuna indicazione sulla strada, ma una chiara indicazione nella nostra mente. Un muro invasore che distrugge ogni possibilità di sopportazione e di conciliazione. Anni di lotte e di manifestazioni, tanti feriti e qualche morto che non si possono dimenticare per una grande piccola vittoria legale che nasconde il muro dentro un avvallamento del terreno e che consente alla vista di spaziare ancora sulla propria terra rubata.
Scolliniamo ancora un poco e costeggiamo un parco giochi dei bambini, ordinato e vuoto delle voci dei piccoli, più che un luogo di divertimento uno sputo in faccia ai soldati che poco più lontano ci aspettano facendo capolino dal camminamento sul muro.
Quella terra riconquistata alla dignità dei palestinesi di Bil’in è una dimostrazione di orgoglio e volontà dei suoi abitanti. Non più una proprietà di terra ritornata al proprietario, bensì un bene utile alla comunità da proteggere e conservare proprio perchè appartiene a tutti.
Si prosegue lo scollinamento e il muro ci corre incontro, con un grigio ombroso e senza speranze che si ingoierà tra poco la luce pallida di questo sole invernale.
E i soldati ci guardano senza simpatia, comunicatore all’orecchio per avere consigli su come comportarsi. In fin dei conti si vede che siamo internazionali e siamo pure tanti, forse siamo pericolosi, ma non ora, non qui, parleremo a casa quando saremo tornati, e tutto sommato possono farci veramente poco, a parte cercare di spaventare i nostri giovani all’aereoporto prima che si imbarchino per tornare in Italia.
Costeggiamo il muro, tra fili spinati e bossoli sparati, fino ad un terrapieno oltre al quale si scopre che dal fondo del cratere di innalza una colonia di cemento e cemento, una dimostrazione di potenza e ovvietà, di cattivo gusto e di non amore per questa terra.
Guardo e mi rattristo, dove sono le colline di ulivi, i boschi di pini, le pecore al pascolo, le mucche e i cammelli? Sono le illusioni del mio immaginario oppure quelle foto le ho guardate davvero?
Il sole declina sempre più pallidamente e tristemente dietro al muro. Abbiamo solo il tempo di un’ultima foto e poi la luce si affievolisce veloce, con un ultimo riflesso sul macigno dove spicca il nome del villaggio scritto in rosso col colore del sangue dei suoi martiri. Bassem il gigante figlio buono di questa terra. Si parte scambiandoci gli ultimi saluti. Un po’ più distante in una casa palestinese hanno installato una mostra che ho chiamato con un nome triste, ma alquanto azzeccato: L’arte della guerra. L’artista ha raccolto tutti i “fiori metallici” del terreno del villaggio e li ha posati con geniale poesia nei suoi quadri. Inventiva e denuncia, ma la fantasia qui non ha potere, muore dietro ai muri e ai reticolati di un’occupazione violenta e disumana. Penso con un sorriso a Vittorio, lui sì che avrebbe trovato le parole giuste, lui sì che mi avrebbe fatto credere che restare umani è possibile sempre.
Mi manchi un sacco Vik e soprattutto qui in Palestina, mi manchi perchè non ho la tua stessa forza di essere coerente, ma imparerò….

La casa degli armadi

In amore, personale on 26 settembre 2011 at 10:23

Era sera ed ero in una casa nuova, grande, piena di porte, di finestre e di porte finestre che davano su belle terrazze. Era una bella casa sì, ma io non ci stavo a mio agio, mi sentivo un po’ prigioniera, anche perchè non riuscivo a chiudere tutte le porte degli armadi e quelle delle terrazze e anche gli armadi che stavano nelle terrazze. Io odio stare in una stanza con le ante dell’armadio aperte. Io sono armadiofobica. In una stanza con l’armadio aperto non ci dormo. E stavo lì a chiudere le ante ed ero incavolata perchè chi le aveva aperte se ne fregava delle mie manie e sapevo che lo faceva solo per darmi fastidio e per tenermi occupata. Ma quanti armadi aveva quella casa! Io non ci potevo stare in una casa così. E lì c’era Giorgio. Che strano dopo quattordici anni c’era lui ad aprire gli armadi della mia vita.
E io avrei dovuto essere contenta. In fin dei conti era tornato, ma a pensarci bene io avevo un’altra vita e ormai non volevo più che tornasse. Ma che ci favevo nella casa degli armadi? Certo, avrei dovuto essere lì, perchè io con Giorgio ero sposata, ma la mia vita io la vivevo con Michele e per Giorgio non c’era più posto. Ma avrei dovuto dirglielo a Giorgio e non sarebbe stato facile, avrei anche dovuto avvisare Michele che sarei tornata a casa tardi, ma avevo tutti gli armadi da chiudere e Giorgio teneva sotto controllo il mio telefonino. Strano che Michele non chiamasse, sembrava sapere che…, ma cosa sembrava sapere? Io non volevo stare con Giorgio volevo stare con Michele, ma ero spaventata. Giorgio non aveva mai accettato di dividermi con qualcuno e non mi avrebbe mai permesso di uscire da quella casa e soprattutto aveva in mano il mio telefonino…
Ah che ansia, Michele dove sei?
Mi sveglio con il cuore in gola, come una bambina spaventata. Michele è qui e gli armadi sono tutti chiusi. Allungo la mano e trovo la sua. “Che c’è?” “Ho fatto un brutto sogno.” Mi stringe fra le braccia. “Dai adesso sono qui che proteggo il tuo sonno.” “Ma era un sogno…..” “Su dai, sta tranquilla, non può succederti niente.” “E se qualcuno ci separasse e rovinasse il nostro amore?” “Questa volta non ti perderò e lottero come un leone per tenerti.” Spegne la luce e mi si mette vicino. E’ straordinariamente bello il buio insieme a lui se gli armadi di casa sono tutti chiusi.

Vivere le favole

In La leggerezza della gioventù on 16 novembre 2010 at 5:00

Non ci si pensa mai quanta importanza possono avere le favole nella vita dei bambini. Non pensandoci, poi, si rischia di usare questi raccontini fantastici per giocare con loro. Per farci belli delle loro paure e dei loro stupori. Io ci sono stata sempre molto attenta. Sarà che da bambina ero molto ricettiva. Sarà che da grande mi venivano in mente i timori che la magia delle favole mi trasmetteva.
Così evitai di raccontare a mio figlio alcune favole ansiogene e anche di fargli vedere dei cartoni animati struggenti. Poi in verità se le sceglieva lui e me le faceva ripetere fino allo sfinimento. Tutto sommato, le sue scelte, erano affascinanti. Come se avesse un radar incorporato si dirigeva sempre su racconti, favole e cartoni animati che vedessero elevare la condizione miserevole ad una condizione migliore. Amava la favola “I musicanti di Brema”. Certamente partecipava alla sorte di quei poveri animali stremati che “uniti nella lotta” per la sopravvivenza riuscivano a sconfiggere i briganti odiosi. Per televisione faceva scorrere sempre il film animato “Robin Hood” di cui conosceva tutte le battute dall’inizio alla fine e, in età adolescente, con il suo primo gruppo musicale, aveva trasferito, in una cover, la canzone “Robin Hood e Little John van nella foresta…” a ritmo ska.
Ma la sua favola preferita era la storia di un personaggio mitologico che risponde al nome di Ulisse. Conoscendo a priori l’esito del suo viaggio (in quel momento mi sono guardata bene dal citare l’Inferno dantesco), che a parer suo era felice e non lasciava dubbi, poteva abbandonarsi con curiosità alle avventure, sapendo che nulla avrebbe potuto sconfiggerlo.
Mi guardai bene dal fargli vedere la tristissima storia di Bambi, la fantastica storia di Alice nel Paese delle Meraviglie (che mi ha sempre spaventata), e l’ho sempre tenuto distante dalle zuccherose favole che contemplavano la presenza di un Principe Azzurro rincoglionito.
Io non avevo nella mia infanzia narratori di favole. E forse era anche un bene, perché io le favole le vivevo sulla mia pelle. Avevo solo un fratello maggiore che tentava sempre di spaventarmi con racconti estremi. Ci trovava gusto a farmi piangere, proprio perché non ci riusciva quasi mai. Piangevo lacrime disperate solo di fronte alla morte, concetto difficile da accettare per un bambino. Piangevo la perdita di madri di carta e animaletti di parole. Odiavo la cattiveria sia che fosse umana che fantastica, tipo streghe o maghi indiavolati. Non sopportavo chi ingrassava i bambini per poi mangiarseli o chi abbandonava i figli nel bosco, nella speranza che fossero divorati o persi. Non credevo nei cacciatori che recuperavano dalla pancia dei lupi nonne e nipotine. Ero schifata dalle principesse senza personalità che avevano bisogno di baci o nozze con principi stucchevoli per redimersi l’esistenza. Insomma come credulona non ero un gran che e poi non reggevo nemmeno lo stress di certi racconti. Ancora oggi davanti ad un film di grande suspence, mi devo alzare per cercare qualcosa nel frigo, che non è detto si faccia trovare.
Uno dei racconti che mi facevano singhiozzare di più nella mia infanzia era la lettura del ritorno di Peter Pan alla casa dei genitori. La finestra chiusa che non permette al piccolo Peter di tornare tra le braccia della mamma, ormai già occupate dal nuovo fratellino. Ma che crudeltà! Non vi sembra una spietata vendetta per il peccato minimo di un ragazzino scapestrato? Non ci stavo allora, come non ci sto neppure ora. Le ingiustizie non le ho mai digerite.
Così per i miei piccoli ascoltatori, figlio e nipotine varie, ero una narratrice innovativa, evitavo tutto quello che mi aveva offeso nell’infanzia e inventavo storie di folletti irlandesi un poco matti, beoni e simpatici e di fantasmini irriverenti e ribelli che finivano sempre per spaventare i “cattivi” e pronti a fare comunella con i bambini. Ridere era l’imperativo. La fantasia scabinata e l’immaginazione al potere. Sovvertire il sistema delle favole che “dominano” i bambini con una nuova democrazia dei sogni. Insomma, per dirla in breve, non avrei mai letto, a nessuno, niente del Maghetto Harry e dei suoi amici. Mica è simpatico. Lo trovo triste e gotico come un castello sperduto nelle nebbie della brughiera inglese. Insomma accendiamo il sole nelle notti dei nostri figli. Sai quante meno volte ti capitano a letto con le scuse più strampalate. Se sai vivere le favole perché non scegliere le più belle ed edificanti. Ci sarà la realtà ad angosciarti abbastanza. La fantasia è il rifugio per disintossicarsi da una vita insidiosa. Ricordo una cosa strana, da piccolo sentivo spesso mio figlio borbottare e sghignazzare, qualche volta addirittura ridere di cuore perduto nei suoi sogni. Questo suono mi rendeva serena, ma forse non c’era nessuna correlazione con le mie favole e le sue risate, o forse sì. Un giorno glielo chiederò. 😉

Novembre… è un mese crudele

In La leggerezza della gioventù on 7 novembre 2010 at 23:58

Era stato un odore che le veniva portato dal vento. Un vento bagnato di acqua di mare. Vento di scirocco che spingeva da dove la notte era già nera. Sapeva riconoscere quell’odore e ogni volta le muoveva dentro ricordi di un tempo che non aveva mai conosciuto, di un dolore che le lacerava il cuore. Perché? Dov’era diretta la sua fuga? Sapeva che l’acqua gonfiata dal vento stava superando la riva. Ne sentiva l’odore, ne inghiottiva il sapore e non riusciva a capire cosa andasse a cercare nel buio di quella notte d’autunno. Novembre come sempre era per lei un mese crudele. Più forte sentiva sulla pelle il graffiare del tempo. Ma non era solo quello. Si sentiva persa, lasciata indietro come piccola cosa. Nessuno la vedeva, nessuno la poteva vedere. E i suoi passi si facevano sicuri a sfidare quel buio limaccioso, quel vento perfido che le prometteva la pace, ma che le consegnava solo l’ansia dell’incertezza.
Dai pensa in fretta. Cammina sicura. Non avere paura. Qualcosa succederà. E il vento gonfiava le onde che sapevano di salsedine. L’acqua montava come un tappeto agitato tra i suoi piedi. Lei ne era immersa fino alle caviglie. Le piaceva quella sensazione di libertà, di noncuranza. L’acqua era fredda, ma le dava una sensazione stimolante, quasi piacevole.
Ora che ci camminava dentro, l’aria era gonfia del respiro del mare. Un odore intenso come sapore di un frutto maturo. Il sapore di giorni passati al sole e di notti dipanate sotto la luce lunare. Le nuvole nel cielo rotolano in una luminosità di inchiostro. I pensieri galoppano lontano e ritornano in strappi di vento.
Che notte incredibile. Di una bellezza selvaggia. Ancestrale. E lei si sentiva persa e non aveva nessun luogo dove andare. Aveva fermato i suoi passi. La strada si era trasformata in mare. Non c’era nessun segnale, nessun limite. Nel buio arrancava senza orientamento. Era un po’ come la sua vita. Senza un punto fermo. Senza riferimenti. Nessuna risposta. Pensava ai sogni di un tempo. Pensava all’amore. Tutto passato, tutto perduto… Il gelo e l’acqua le risalivano sulle ginocchia. Il freddo governava il suo cuore. Quella notte non era fantastica, era infida e terribile. L’aveva solo illusa con le sue moine. Lei non aveva amici. Nessuno l’aspettava. Nessuno l’avrebbe potuta salvare. Era crudele tanta bellezza, era seduttiva, ma lei non voleva più credere, più sperare.
L’acqua turbinava. Ad ogni passo ingoiava gorgogliando la sua pelle ghiacciata. Lei navigava senza controllo contro vento. Solo le sue scarpe la mettevano in imbarazzo. Con una specie di risucchio la tenevano inchiodata faticosamente alla strada. Le ricordavano ad ogni passo il lato ridicolo della cosa. Era solo lei a ridere, ma che importanza aveva. Niente aveva importanza, eppure… Le sue scarpe la riportavano alla realtà. Che ci faceva lì, sperduta nell’acqua alta di un autunno inclemente? Era decisa a perdersi lontano… ma perché dentro a delle costose scarpe firmate? Ora sì che era davvero arrabbiata. Niente importava, ma era comunque arrabbiata con se stessa.
Forse se faceva presto e tornava indietro, con un po’ di attenzione e di fortuna le avrebbe potute salvare dall’acqua di mare.

134) Cercando nel buio

In Un libro al giorno on 18 ottobre 2010 at 8:00

Le ciccione ce la fanno. Le ciccione ce la fanno. Le ciccione ce la fanno, altroché se ce la fanno.
Katie Waddington arrancava sul marciapiede diretta alla sua auto, e intanto ripeteva tra sé il solito mantra a ritmo col passo pesante. Scandiva le parole mentalmente, non tanto per il timore di passare per matta perché parlava da sola, quanto perché il solo pronunciarle avrebbe richiesto uno sforzo eccessivo ai suoi polmoni fin troppo provati, che già reggevano a stento. Come pure il cuore che, a sentire quello sputasentenze del suo medico curante, non era destinato a pompare sangue in arterie sempre più incrostate di grassi.

Soluzione

Titolo: CERCANDO NEL BUIO

Autore: ELIZABETH GEORGE

Tema: Qualcosa ha portato Eugenie Davies a Londra in una piovosa notte autunnale, qualcosa che non potrà mai raccontare perché quella notte la donna è stata uccisa, travolta intenzionalmente da un’auto sbucata dall’oscurità. Chi poteva volere la sua morte? Quel delitto può forse avere qualche collegamento con il fatto che Eugenie era la madre di Gideon Davies, il celebre violinista colpito inspiegabilmente da una grave forma di amnesia che da mesi gli impedisce di suonare? Così, mentre il giovane, con l’aiuto di un terapeuta, s’immerge negli abissi della propria memoria, l’ispettore Thomas Lynley, incaricato di seguire il caso, e la sua aiutante Barbara Harvers si dibattono in una ridda d’ipotesi legate alla complicata storia della famiglia Davies, mettendo in moto una spirale di dolore, rabbia e odio che minaccia di travolgere chi vuole scoprire la verità.  (da  http://www.ibs.it/code/9788850205004/george-elizabeth/cercando-nel-buio.html)

Solitudine

In amore, Anomalie, Donne, La leggerezza della gioventù on 23 marzo 2010 at 13:26

Non era una serata più brutta delle altre. Pensandoci non c’erano dei veri motivi per essere esageratamente tristi, almeno non quei motivi che portano le persone a fare un bilancio della vita. Lei, tutto sommato, si considerava una donna fortunata. Provava, comunque, un sordo dolore a camminare con il vento in faccia e gli occhi a spiare i suoi passi. La questione era che lo faceva anche quella sera come tante altre sere. Anche il tempo metereologico aveva la sua importanza. A volte faceva virare l’umore verso il livido, qualche volta riempiva di rimpianti i suoi pensieri. Sentiva nel dolore anche una specie di vago piacere a camminare lungo il canale, mentre l’acqua montava, sospinta dal vento caldo dello scirocco. Era quel vento che si presentava, improvvisamente, accumulando le nuvole nel cielo grigiastro e sospingendo pensieri in cumuli soffici e impenetrabili nella testa. Era stato un anno freddo e piovoso e sembrava che la primavera non arrivasse più. Ma cosa importava… cosa sarebbe cambiato anche se la notte fosse di cielo terso spruzzato del profumo discreto dei giardini. Niente sarebbe valso a farla sentire meglio. Quella sera qualcosa nell’aria stava cambiando. Lei lo sentiva intono quell’odore di acqua. Pensava a Smilla e al suo incomprensibile senso per la neve, come lei aveva per nascita il senso che le consentiva di conoscere l’acqua. In un momento preciso marzo si trasformava nel preludio della primavera. Era l’odore del mare che annunciava l’avvicinarsi dei giorni di sole e dei pensieri spogli che ritrovavano la pretesa di nuove fioriture. Ma quella sera il vento era gonfio di promesse non mantenute e di malinconie. I pensieri erano rami secchi. L’acqua intanto aveva superato il bordo della riva e lambiva vorace i suoi piedi. Lei continuava a sfidare il vento verso il buio della notte. Sentiva la solitudine nell’anima ed i pensieri disciolti come melassa scura nella testa. Non aveva mai avuto paura, anche se non per questo era una donna coraggiosa. La mancanza di timore era solo mancanza di responsabilità. Aveva avuto così poco amore da offrire. Aveva ricevuto più di quanto avesse dato. Non era facile fare i conti con le cose perdute e quelle volutamente buttate via. Non era facile. Lo sapeva che era stata una donna fortunata, che aveva tutto quello che le altre avrebbero voluto avere. Era certa di essere stata invidiata e di essersi comportata come un’ingrata verso la vita. Ma non poteva fare a meno di essere insoddisfatta e un po’ disperata, mai e poi mai le era bastato quello che le altre le avevano invidiato. Tutto sommato non aveva mai desiderato le stesse cose che sognavano le altre. Anche l’amore l’aveva delusa e forse più di tutto. Cercava una normalità che non aveva mai avuto, per poi fuggirla come la peste. Essere diversa era come un avverso destino, un dato identificativo che sembrava voluto, ma che alla fine diventava un’ossessione. Era la sua impronta, ma anche la sua maledizione. Sentiva un gorgo scuro dentro di sé che inghiottiva tutto… Avrebbe voluto vergognarsi di non sapersi dare pace. Avrebbe voluto accontentarsi. Ma non lo sapeva fare. Il gorgo inghiottiva tutto, persino il suo senso colpa. La solitudine era parte della sua vita ma in quella sera si era trasformata in un peso insostenibile che le opprimeva il respiro. Intanto l’acqua le si avvinghiava alle caviglie e il vento le scompigliava i capelli e le idee. Era come se una mano, senza pietà, la spingesse violentemente in avanti. Era chiaro che non era per la tristezza e non era neppure perché si sentiva in colpa. Ormai non si vedeva più la differenza tra la terra ed il mare ed era dolorosamente certa, in quel momento, che la sua assenza non avrebbe ferito nessuno. Così aveva fatto seguire i suoi passi dentro al buio denso e all’acqua gelida confidando, con estrema presunzione, nel suo senso per l’acqua. Forse il suo istinto e la sua innata fortuna, in qualche modo, l’avrebbero saputa salvare.

La casa buia

In amore, Donne, Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù, musica on 25 gennaio 2010 at 15:42

Era la sua casa, quella che tanto le era costata in sacrifici. Lì aveva vissuto con suo marito, almeno per il tempo che aveva potuto… lì era nato il suo bambino, lì era diventato uomo. Dentro a quella casa tutti i suoi ricordi. Quello che aveva raccolto nei viaggi, quello che abbelliva la memoria , quello che a lei piaceva. Era una casa che ne aveva viste di cose: belle e brutte. Ma era la sua casa, la loro casa. Scintillanti feste di Natale con l’odore del pino che si scaldava al centro della stanza e quelle divertenti fatte di musica e risate di Capodanno. Cene sul terrazzo d’estate, luci accese fino a notte fonda, tante parole e tanti pensieri. Era stata anche il ritrovo di torme di ragazzini. Tutti sapevano che a casa di Carlo era possibile andare a rifugiarsi, che il frigorifero era sempre pieno e un letto sempre pronto. Lei non avrebbe messo il naso nelle loro cose, lei era una mamma diversa, non si intrometteva mai, stava in disparte a guardare.
Quella casa era stata luce ed allegria. Aveva sentito pianti e risa di bambini. Aveva ospitato. Aveva accolto. Aveva racchiuso anche un barlume di felicità. Ora Carlo aveva un’altra vita in un’altra città. Ora lei era sola ed era spaventata di quella grande casa buia. Non che Guido la tormentasse con il suo ricordo. Quella casa, da quando lui non c’era più, aveva scacciato la sua presenza. Lui non era stato più e basta. Strano che non sentisse la sua mancanza. Strano che quella casa l’avesse protetta anche dai ricordi più dolorosi. Poi la vita era corsa troppo velocemente. Lei aveva dovuto accantonare la solitudine per riuscire a sopravvivere. Ora era sola, finalmente sola, definitivamente sola. Guardava pensosa la finestra del terrazzo, la tenda leggera smossa dalla brezza primaverile e dietro di essa la notte. Strana riflessione le procurava vedere quella profonda notte stellata che alla fine era meno buia della sua stessa casa. Allora aveva profondamente capito cosa fosse l’abbandono.
Nel buio della notte aveva deciso. Se ne sarebbe andata via, avrebbe lasciato quella casa buia per sempre, sarebbe finalmente partita per un viaggio verso oriente dove sperava di incontrare la gioia e la luce di un eterno nuovo mattino.

Risposta ’72

In amore, personale, poesia on 12 dicembre 2009 at 14:44

Al chiaro di luna
incerto pudore nel buio più scuro
allora i pensieri erano scaglie di vetro
taglienti
le parole erano pietre insostenibili
nel ventre  la paura
a quel tempo  la paura non aveva il suo nome
il respiro interrotto sapeva già di solitudine
inutili pensieri
ricordi velati di nebbia
voluta smemoratezza
fragile equilibrio di donna
il volto celato
le mani fredde e vuote
altre mani che posseggono, che frugano,
ma dov’è la passione?
grido infinito di noia e disamore
mentre la luna non parla
mostra ancora la sua immobile faccia
dolente presagio di un male già lungamente commesso
segno effimero dell’ignoto futuro
e  dolce vaghezza di un ricordo lontano,
perduto, dimenticato, rassegnato
sogno di un volo libero
amputato di ali
rimpianto di un sogno testardo
difficile a morire
e di una perduta innocenza
ma “nessuno è innocente mai,
c’è solo un diverso grado di responsabilità”

(parole sparse e senza pretese in risposta ad una poesia fortunosamente (e fortunatamente) ritrovata….)

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