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Nessuno può sapere

In Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 23 ottobre 2014 at 19:50

pupee

Era bella. Non che fosse certo che lo sarebbe rimasta, però fin da piccola aveva quel certo non so che, difficile da spiegare, insomma non era una bambina comune. Un’aria che colpiva e che stimolava curiosità, qualche volta anche forte antipatia. Nei suoi occhi non c’era mai remissione, non c’era serenità solo e sempre mare in burrasca.  Erano occhi che ti graffiavano dentro, forse per il colore, forse per quel non so che, ma non facevano sentire a proprio agio nessuno.

Lei benché piccola non sapeva perdonare e non veniva mai perdonata. Eppure aveva i riccioli vaporosi, gli occhi scuri dal taglio orientale e la pelle diafana, un nasetto impertinente che sosteneva una mascherina di lentiggini minutissime, due fossette ed un sorriso luminoso che non usava mai. Non parlava molto ed era per quello che nessuno riusciva a capire cosa le passasse per la testa.

A volte mentre seguiva le lezioni a scuola riusciva ad innervosire l’insegnante, che spesso la mandava fuori della classe, senza che lei avesse detto neanche una parola. Nessuno poteva capire perché quella sua aria da saputella indispettisse così tanto. Veniva davvero voglia di far abbassare le ali a quella ragazzina impertinente, non doveva continuare a guardare con quell’aria critica, quegli occhi da furbetta, che un po’ ti deridono e un po’ ti cazziano.

Nessuno poteva capire, nessuno poteva sapere, che lei stava lì ad ascoltare e che cercava di capire come mai il mondo non era quello che si mostrava, che la gente diceva una cosa e ne pensava un’altra, che tutti sembravano buoni e accoglienti, ma erano quasi sempre ipocriti ed egoisti, che erano bugiardi… bugiardi e traditori.

Non voleva imparare ad essere come gli altri, ma non voleva sentirsi diversa, superiore. Voleva solo potersi affidare e fidare del mondo, ma avrebbe imparato molto presto ad essere diversa e ad andarne fiera e poi soprattutto a stare da sola.

Una grandissima carota per i “choosy”

In Anomalie, Cultura, Disoccupazione, Giovani, Informazione, La leggerezza della gioventù, Mala tempora currunt on 13 novembre 2012 at 17:50

Per governare un paese oppure per poter giustificare le inadeguatezze di una classe politica e dirigente di un paese, bisogna avere il naso lungo e/o una grande faccia di bronzo.
Parlando, i nostri politici, gustificano l’incapacità loro di uscire dal pantano di una crisi economica che è crisi di sistema, quello liberista per intenderci (sistema che non abbiamo creato noi e al quale ci siamo adattati in tantissimi a malincuore) le nostre pretese e i nostri diritti di lavoratori, che ci siamo guadagnati in tanti anni di lotte. Non si tratta di una nostra gravissima responsabilità: non ce la siamo spassata, non abbiamo voluto un reddito che andava al dilà di quello che ci meritavamo, e se abbiamo comprato un sacco di merci che a seconda di chi ci parla o avrebbero fatto girare l’economia oppure sarebbero stati nostri capricci relizzati. Insomma se alla fine  siamo ridotti così dite che è colpa nostra e per nostra e noi,  intendo la classe dei lavoratori. Una volta si chiamavano proletari, ossia quelli che avevano prole, ma col tempo sono diventati solo consumatori accaniti di tv a colori, auto, telefonini e amennicoli elettronici vari. Per la vostra grande gioia, comunque e per i vostri guadagni. Comprare quelle merci che si poteva semplicemente firmando cambiali ed ottenendo finanziamenti generosi  e mutui dalle banche. Ecco, noi siamo gli ex proletari spreconi, che hanno ridotto al lastrico questo paese e che hanno dato i natali a questa razza di “schizzinosi” che vogliono lavorare senza sporcarsi le mani ed essere valorizzati per quello che hanno studiato. Ecchecazzo no! Bisogna prendere quello che arriva ed è davvero da schizzinosi non raccogliere le cassette da 500 kg. di pomodori al lauto rimborso in nero di 3,00 euro alla cassa per poter arrivare a fine giornata con il guadagno di ben 30,00 giornalieri. Ebbeh, con le vostre manine da studentelli cosa sperate, forse che la cultura vi dia da mangiare?
Vi hanno raccontato che i vostri genitori hanno scialato e adesso aspetta a voi tirare la cinghia. Vi hanno detto che sono stati questi genitori insensati a mangiarsi il vostro futuro eppure voi li avete visti alzarsi presto al mattino, imbucarsi nei loro laboratori, case, fabbriche, negozi, uffici e tornare a casa a volte stravolti di stanchezza, con nemmeno la voglia di consumare se non di preparare la cena. E siete stati voi ad essere consegnati alle mani amorevoli dei nonni, per chi era fortunato, oppure a qualche ragazza alla pari, alla baby sitter oppure al nido (che anche quello pubblico si portava via più della metà dello stipendio di vostra madre). Eppure avete visto che si cercava di risparmiare su tutto: il supermercato più economico, i discount, le luci spente dietro le spalle, le finte-griffe e così via per illudersi che pure noi si poteva… e invece no non si poteva e non si sarebbe dovuto potere.
I soldi per il mutuo della casa, perchè era l’unico modo per poter vivere tranquilli e sicuri in un posto senza esserne cacciti. I soldi per la scuola dei bambini (due al massimo, uno meglio e zero ancora meglio). Già, allora c’era la scuola pubblica, adesso è un po’ diverso, ma non è che costava meno, Ogni anno tra i 500,00 e i 600,00 euro solo di libri, senza contare tutto il materiale didattico necessario, persino la carta igienica e quella delle fotocopie perchè la scuola è un’azienda ed è proprio per questo che non deve sborsare una lira. E la salute, che se ce l’hai è un gran bene, perchè se ti manca sei proprio rovinato in tutti i sensi. Anche l’ospedale è un’azienda privata che funziona meglio se sei tu a pagarla due volte.
Insomma volete un futuro cari schizzinosi di oggi? Chiedetelo a quella massa di festaioli invertebrati dei vostri genitori che se nel tempo non ci hanno pensato, oggi a voi non possono che presentare delle sentite scuse.
Eh no, cari signori dell’economia e del governo globale, gli uomini e le donne che hanno cresciuto i loro figli non ci stanno più. Non hanno sensi di colpa e sono incazzati neri, perchè non solo hanno dovuto sottostare alle vostre leggi di mercato e del lavoro, ma oggi devono svendere se stessi, il loro futuro e puranco quello dei loro figli.
Perchè noi abbiamo lavorato come dei muli. Abbiamo pagato le tasse. Abbiamo costruito uno stato sociale che se era per voi ce lo saremmo sognato. Abbiamo prodotto quel surplus di merci e di profitti che vi hanno ingrassato ben bene. Abbiamo consumato come dei forsennati perchè era solo così che si permetteva alla vostra economia di girare. Abbiamo passato notti insonni a cercare di risolvere i nostri problemi e quelli dei nostri figli. Li abbiamo fatti studiare in una scuola che voi avete reso superficiale ed ignorante. Abbiamo difeso con gli scioperi i nostri diritti altrimenti ci avreste reso schiavi delle vostre macchine. Abbiamo pagato la nostra cultura e quella dei giovani per non dover ancora subire nell’ignoranza e nell’incapacità di tenervi testa. E oggi che fate? Ci sputtanate con i nostri figli e sputtanate i nostri figli ai nostri occhi?
Senta cara ministra “choosy” ci sarà lei e tutti quelli come lei che non hanno mai tirato la carretta. Senta caro presidente non è colpa del costo del lavoro e del sistema pensionistico se l’Italia fa acqua da tutte le parti, ma delle sue aziende preferite che si chiamano banche e anche e non se lo dimentichi che il lavoro ci aspetta di diritto, visto che questa Italia è basata davvero solo sul lavoro e per fortuna noi sappiamo lavorare.
Se avevate bisogno di schiavi potevate nascere all’ombra delle palme prima che venissero costruite le piramidi, che forse era l’unico tempo che avreste gradito, sempre che foste voi e solo voi il faraone di turno.
Ai nostri figli infilate la carota dove va bene e pretendete che la sopportino con il sorriso sulle labbra. Le uniche promesse per i giovani che vengono mantenute sono le nostre, quelle di pensare a loro fino alla fine dei nostri giorni. Finchè un futuro venga dato loro e quel futuro, purtroppo, è fatto dei nostri piccoli risparmi e della nostra inconsulta abitudine a risparmiare per i tempi di carestia, non dalla vostra lungimirante previsione economica e dai vostri sacrifici personali o di classe.
Se qualcuno non è mai stato toccato questi siete voi e i vostri capitali ben nascosti. Se è il bastone e la carota il vostro mezzo di comunicazione, temo proprio che un giorno potreste pentirvene. Non certo per un’ Italia mandata in bancarotta, o perchè il bene per il vostro paese non è nelle vostre note , ma unicamente per il fatto che se mai troveremo il modo di tornare in possesso di quel bastone e di quella carota, magari prima o dopo potremmo farvelo assaggiare solo per il gusto di restituirvi il piacere.
Potreste dover assaggiare una grandissima carota e questa volta destinata solo a voi cari choosy di Stato.

Vittorio, un anno dopo

In Amici, amore, Blog, Gaza, Giovani, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, musica, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas, uomini on 9 aprile 2012 at 12:34

E’ trascorso un anno o quasi: Vittorio non c’è più. Eppure non c’è mai stato così tanto, e non gli siamo mai stati così vicino. Effetto del sentimento di rimorso per non averlo supportato come meritava? Può essere, anzi è sicuro. Quando è stato ucciso, per giorni, non sono riuscita a organizzare le idee e i sentimenti contrastanti. In qualche modo sapevo dentro di me, che era in profondo pericolo, sapevo che poteva accadere e mi ribellavo alla cosa, sapevo che era nella “lista nera” e che stava nel mirino di quelli, ed erano in molti, che lo vedevano come un nemico da eliminare. Eppure che cosa ho fatto? Parlo di me, personalmente. Se sapevo, perchè non ho fatto qualche cosa? Perchè non ho insistito, con lui e con gli amici, per cercare di dargli maggior copertura? E’ triste, ma mi sento responsabile, anzi sono responsabile e questa sensazione non me la leverò più.

Parlare di lui, non dovrebbe essere un mio diritto, me ne vergogno un po’. Mi sento un’intrusa, o mi par di essere come quei molti che di Vittorio, prima,  non sapevano nulla e poi erano diventati i suoi amici più cari: quelli che sapevano tutto su come la pensava e come avrebbe agito in qualsiasi situazione. E’ triste, ma è lo scotto che si paga a diventare famosi mediaticamente, soprattutto quando non si può più gestire la propria immagine e quando hai a che fare con un  mondo che vede solo chi appare e non chi è davvero.

Ma non sto a bacchettare nessuno. Certo, l’importante è divulgare il messaggio di Vittorio, che non è un eroe romantico che ha perduto la vita per idealismo, ma è un bel ragazzo, intelligente e fin troppo coerente che è stato ucciso per quello che era: una persona scomoda e senza mezzi termini, che non si faceva condizionare dagli incastri di una vita normale (attrazioni, comodità, convenienza) per una scelta scomoda e rischiosa, ma doverosa. Ecco perchè Vittorio non è né mio nè di altri, giusto è delle persone care che gli sono state vicine e che ne hanno diritto e titolo. Per noi è solo un amico da non dimenticare e del quale divulgare il più possibile la denuncia e la sua lotta per far rispettare i diritti umani.

A Vittorio ho destinato molti dei miei grazie. Forse un po’ poco per chi lo ama, ma per me sono dei ringraziamenti fondamentali. Di Palestina me ne occupavo solo per luce riflessa, ritenevo doveroso appoggiare la lotta per i propri diritti dei palestinesi, ma avevo anche paura di toccare il tabu’ che dava diritto agli “ebrei” ad una terra per loro. Un tabu’ complicato e pieno di ricatti. La domanda è lecita: Perchè proprio la Palestina e di quanta terra hanno ancora bisogno, gli israeliani, per fondare quel grande stato “ebraico” che in molti sognano? Ovviamente il sogno non finisce lì ed altrettanto ovviamente non prevede il rispetto per chi era proprietario o viveva lì prima della fondazione dello stato di Israele. Colonizzare un territorio già abitato e di proprietà di altri non è un diritto, è un’azione di guerra e anche delle più terribili, soprattutto se poi, per queste ragioni, vengono perpetrati ingiustizie, massacri e negazione di tutti i diritti umani. Questa è una guerra vergognosa ed è inaccettabile che passi, sotto gli occhi di tutti, come un diritto, che sta tra un’autorizzazione divina e un placet politico, solo per una mera questione di alta finanza, e passi attraverso la cattiva coscienza dell’Europa: grande assertrice dei diritti uguali per tutti, ma col peso nel cuore di aver permesso e voluto l’olocausto degli ebrei. E come si ripaga questa ingiustizia? Semplicemente chiudendo gli occhi sull’olocausto palestinese. Ecco in poche parole cosa contiene quel tabù e perchè persone preparate, attente e dentro ai meccanismi dell’informazione, diventano improvvisamente malati di cecità e di incapacità di analisi.

La mia speranza è che questo sia provocato solo da incapacità psicologica più che da cattiva coscienza, e da paura di essere esclusi, di diventare il soggetto di campagne propagandistiche atte ad isolare e diffamare chi prende coscienza e si ribella. Personalmente ho molti amici ebrei che non si sentono cittadini d’Israele, ma cittadini del paese in cui abitano, anzi che di Israele se ne vergognano, ho molti amici israeliani che se ne sono usciti da Israele con le gambe proprie o con la “scomunica” di quel paese. Perchè rifiutare la politica di quello stato, non essere d’accordo con l’occupazione, denunciare lo stato delle cose, crea molti più problemi di quello che si pensi. Vittorio lo ha saputo anche se non era ebreo. Ma molti altri ebrei italiani lo hanno sperimentato sulla loro pelle. Chiedeteglielo. Vi diranno cosa vuol dire essere ebreo contro l’occupazione. Capirete allora che ci sono mille forme di coraggio e di coerenza.

Ma non è di questo che volevo parlare. A Vittorio debbo un grazie enorme per avermi consentito di aprire gli occhi su questa parte di mondo. Lo so, il costo che abbiamo pagato è stato troppo alto, ma è andata così. Oggi non temo più quel tabù, ho deciso di impegnarmi a suo nome con le poche armi che possiedo e che non sono assolutamente armi che uccidono, per fortuna. Ho incontrato in questa strada persone straordinarie che mi hanno supportato e che si impegnano con la stessa decisione e lo stezzo zelo che ci metto io. Vedo ragazzi giovani prendere in mano la loro vita e non perdersi in facili estremismi o in quiescenze televisive come molti altri. Ho conosciuto persone sincere e disponibili che aprono la loro casa e il loro cuore per una causa giusta. Ho incontrato persone da tutte le parti pronte a collaborare per giungere ad una pace, difficile, ma non impossibile. E anche a loro che si sono riunite sotto il nome di Vittorio dico: grazie!

Ringrazio il mio compagno Mario, Giuseppina, Luca, Sara, Valeria, le due Francesche, le due Anne, Le due Roberte, Giovanna, Lorella, Shaden e Amnerita, Antonia, Patrizia, Yousef, Giovanni Andrea, Daniela e Loris, i due Franceschi, Valentina, Miryam, Maria Antonietta, Marco, le due Alessandre, Marele, Awni, Nandino, Laura, Betta, Emma, Giulia, Enrica, Naser e un’infinità di altre persone che in questo momento dimentico, ma che non sono da dimenticare e che stanno nel mio cuore, per il grande aiuto che mi danno e che ci diamo. Tutto questo lo dobbiamo a Vittorio e da lui abbiamo imparato a Restare Umani, malgrado tutto e contro tutte le ingiustizie del mondo.

Sì, è passato solo un anno e sembra una vita, ma per me è stato l’anno più intenso che abbia mai vissuto nella mia, credo, stupida esistenza. Impegnarsi è un dovere necessario e l’averlo fatto ha dato vero significato alla  mia vita.

Grazie Vik, resterai sempre nei nostri cuori.

Se la tua punizione sarà la morte…

In amore, Anomalie, Cinema, Donne, uomini on 26 febbraio 2012 at 0:55

 Non so che dire di fronte a certa barbarie rimango davvero senza parole. Savannah è morta solo per la punizione che le è stata inflitta dalla nonna paterna e dalla matrigna a seguito di una banale bugia. Il fatto è questo. Fatto abbastanza orribile e difficilmente giustificabile. Non si può provocare la morte di una bambina solo perchè non confessa di essersi mangiata la cioccolata.
Ci sono tanti modi di insegnare ai figli a non dire bugie, anche perchè le bugie sarebbero inutili se tu come genitore fossi comprensivo e con una mentalità aperta. Se proprio vuoi dare la tua dimostrazione di forza puoi sempre levargli qualche ora di televisione, ammesso che questo serva a non far più mentire tua figlia, ma certamente mai a farla morire di sfinimento.
Il fatto arriva secondo ad un film, piuttosto “forte” che ho visto ieri sera in televisione: “Precious”. Un’altra storia di umana follia o disumana umanità. Forse è proprio per questo che il fatto, di cui vi parlo oggi, mi ha fatto girare ad elica “i cabasisi”, come direbbe elegantemente Montalbano.
I figli dovrebbero andare a chi se li merita non a chi non sa nemmeno di cosa stiamo parlando.
Ovviamente mi chiedo quanto bisogna sapere e anche quanta strada bisogna fare per poter diventare dei genitori adeguati. Non credo proprio che basti avere la maturità fisica per concepire o far concepire un figlio, perchè tutto il resto venga da sè. Ci vuole molto di più e in quel di più io vedrei delle qualità tali che se proprio dovessimo richiederle come qualità “sine qua non”, al mondo di figli ne vedremmo davvero pochi.
Non sto facendo un discorso che preveda, da parte di uno o tutti e due i genitori, il completo sacrificio di sè e della propria vita, anche questo farebbe parte, secondo me, degli “abusi” da evitare, ma almeno ritengo indispensabile sapere cosa significa un figlio o almeno sapere che cosa non è sicuramente.
Genitori che fanno i figli perchè “capitano” o perchè vogliono realizzare le loro aspettative, genitori frustrati che vorrebbero vivere la loro vita attraverso quella dei loro figli o anche genitori che sono ancora figli e che non supereranno mai questo scoglio, genitori egoisti, gretti, ipocriti, vendicativi, ricattatori, rigidi puritani, maneggioni, privi di scrupoli, disinformati, stupidi, violenti, indifferenti… beh secondo me dovrebbero essere “sterilizzati”. Non si può maturare sulla pelle dei propri figli. Non si può usare i propri figli per dimostrare di esistere.
Dopo aver letto la notizia mi sono chiesta qual è stata la punizione più brutta che ho comminato a mio figlio. Ci ho pensato a lungo, ma mi è venuto a mente solo una misera mezza giornata nella quale, dopo una discussione, volutamente non gli ho rivolto la parola. Cosa che ha risolto lui, velocemente, venendo a chiedermi scusa con i suoi grandi occhioni azzurri spalancati e a dirmi che mi voleva tanto bene. Ditemi voi come si fa ad essere rigidi con un bambino così che anche se poi non fosse stato così dolce, nulla sarebbe stato diverso, avrei ricominciato a parlarci come se niente fosse stato o perchè me n’ero dimenticata io per prima oppure perchè la cosa mi faceva star troppo male.
Insomma sia chiaro: l’amore non prevede crudeltà e tanto meno cattiveria e se prevede per caso la privazione come metodo educativo, questo non può essere di certo, una punizione che preveda di perdere la vita.

This is my land, Hebron

In amore, Anomalie, Gruppo di discussione politica., Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze on 21 gennaio 2012 at 23:59

Piccola storia di ordinaria follia umana
La quotidiana violenza che subiscono i palestinesi
Questo articolo racconta un sopruso, una delle tante ordinarie violenze che un qualunque cittadino palestinese subisce sotto l’occupazione israeliana
19 gennaio 2012 – Jeff Halper – traduzione di Daniele Buratti (pacifista israeliano)
Fonte: Jeff Halper – Pagina Facebook – 10 gennaio 2012

Questa mattina mi ha chiamato Jawdi Jaber, un amico palestinese della Baka Valley vicino a Hebron. Dei coloni di Kiryat Arba, il grande insediamento realizzato sulla sua terra, anzi proprio a ridosso di casa sua, avevano creato uno sbarramento di sassi e pietre contro la sua casa e gli avevano bruciato la macchina.

Come automobile non era un gran che, una malconcia Peugeot mini van del’79, ma vitale per la sua famiglia. Jawdi la usava per le frequenti visite all’ospedale per trasportare la madre 90enne ammalata, non potendo permettersi ogni volta un’ambulanza. O per portare i bambini a scuola quando pioveva forte: 7 chilometri a piedi su sentieri di montagna, dove non di rado venivano attaccati da coloni israeliani armati, a volte, di mazze da baseball. Se aveva qualcosa da vendere (quest’anno le autorità israeliane gli avevano smantellato l’impianto di irrigazione, e così gran parte dei suoi prodotti – pomodori, cetrioli e uva – non sono arrivati a maturazione), lo caricava sul suo mini van e andava al mercato di Hebron. La macchina era “le braccia e le gambe della famiglia”, mi ha detto con voce calma e rassegnata.

E’ uno di quei ‘piccoli’ incidenti di cui non si viene mai a sapere, parte della sostanza di quella violenza quotidiana subita da Palestinesi di tutte le età. “Non ho mai vissuto una sola giornata di normale felicità in tutta la mia vita”, mi ha detto Jawdi di recente. Nel 2001 aveva tirato su una casetta per sua moglie e i suoi cinque figli sulla proprietà di famiglia, vicino alla casa di quattro stanze dei suoi genitori, in cui vivevano 17 persone; nel 2002 è stata fatta demolire dalle autorità israeliane, alla stregua di altre 26.000 case palestinesi demolite nei Territori Occupati a partiredal 1967, perché Israele non rilascia concessioni edilizie ai Palestinesi.

Al fratello di Jawdi, Atta, che abita sulla collina di fronte, hanno demolito la casa tre volte. Nel gennaio del 2000 dei coloni gli erano piombati in casa, di venerdì, cacciando tutta la sua famiglia di casa, e ci erano rimasti dentro per tutta la durata dello Shabbat (con la protezione della polizia); e poi, nella notte di sabato avevano dato fuoco alla casa, dissacrando i versetti del Corano infissi sulla porta, e se ne erano andati. E nessuno di loro venne arrestato.

Se qualcuno vi dice che Israele non fa pulizie etniche oppure che fa quello che fa per ragioni di ‘sicurezza’, mandatelo dalla famiglia di Jaber. Gente simpatica (Jawdi e Atta parlano un ottimo inglese), e le loro mogli, Aisha e Rudina, vi prepareranno del delizioso makluba, e i loro bambini sono sve egli e fotogenici – ma attenzione, siete in presenza di veri eroi. Sono persone spaventate, ferite, traumatizzate, tristi, impoverite e oppresse, eppure sono ‘sumud’, tenaci. I Jaber vinceranno. Possono resistere a qualsiasi violenza, ingiustizia e sofferenza inflitte dal governo israeliano e dalle persone apatiche delle colonie. Di fatto, è sulle spalle di gente così che poggia il nostro mondo.

Solo una cosa li può piegare. Non la ‘superpotenza’ americana e il suo Congresso militarizzato e ‘pro-Israele’, né i governi lacchè europei filo-americani che non hanno il coraggio di far rispettare i diritti umani che proclamano ai quattro venti, ma noi. Noi possiamo fiaccare la volontà di resistenza degli Jaber, se li abbandoniamo, se noi, le persone brave e privilegiate, rimaniamo in silenzio. Immaginate come sarebbe stato stare al fianco di Jawdi e della sua famiglia questa mattina, mentre la loro macchina veniva distrutta dalle fiamme. E allora, voi che pensate di fare?

Dalla parte di Vittorio

In Amici, amore, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas on 29 settembre 2011 at 20:36


Cara Silvana De Mari,

leggiamo e rileggiamo quanto ha scritto nella sua “Lettera della Domenica” pubblicata da Informazione Corretta il 25 Settembre (che potete leggere qui).
Rileggiamo (più volte, lo confessiamo) per essere certi che quanto scorre sotto i nostri occhi sia realtà e non un brutto scherzo delle nostre menti. Rileggiamo, nonostante il “taglio editoriale” di Informazione Corretta ci sia ben noto e non dovremmo, quindi, affatto stupirci.
Cara Silvana,
come Vittorio, anche noi crediamo fermamente che la libertà di espressione sia una delle grandi conquiste di questo tempo, almeno per qualche fortunato angolo del pianeta, e che ognuno di noi abbia quindi il sacrosanto diritto di esprimere le sue opinioni. Voltaire, come certamente ben saprà, saggiamente diceva: “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere”. E noi con lui.
Ma, cara Silvana, di fronte a gravissime affermazioni così palesemente false, totalmente soggettive, ma esposte alla stregua di verità assoluta, non basate su alcuna prova o dimostrazione, espresse pubblicamente con il preciso intento di diffamare una persona che non ha più la possibilità di replicare e di spiegarle, punto per punto, tutte le ragioni per le quali, scrivendo quanto ha scritto, non solo rischia di coprirsi di ridicolo, ma anche di compiere un gesto di assoluta volgarità, cara Silvana, di fronte a tutto ciò ci sentiamo in dovere di prendere eccezionalmente il testimone che  Vittorio ci sta porgendo e risponderle.
Ci sentiamo in dovere di dare voce a chi voce non ha più.
Come lui avrebbe fatto.
Come lui faceva ogni giorno.
Silvana,
su una cosa siamo d’accordo: Vittorio è certamente morto con onore, ma altrettanto certamente non per le ragioni a cui lei allude. Vittorio è morto con onore, perché Vittorio ha vissuto con onore ogni singolo istante della sua vita.
Ha conosciuto Vittorio, Silvana?
Ha conosciuto il suo maniacale amore per la verità, la stessa che lei cita nella sempre bella frase di Orwell?
Può trovare le idee di Vittorio discutibili, è assolutamente lecito e comprensibile, ma non può assolutamente permettersi di affermare che abbia commesso in vita azioni riprovevoli e ripugnanti. Non può affermarlo, cara Silvana, perché sa bene di non poterne citare nemmeno una. Non può affermarlo, perché la calunnia e la diffamazione sono intollerabili, specialmente se rivolte a un uomo che non c’è più, ucciso a 36 anni poco più di cinque mesi fa.
Non può affermare che Vittorio vivesse nell’odio.
Vittorio era un uomo pacifico, un giovane uomo che aveva scelto di dedicare la sua vita a quel milione e mezzo di palestinesi segregati nella Striscia di Gaza, innocenti, che non chiedono altro se non di vivere una vita libera, nel rispetto dei propri diritti di esseri umani.
Era un uomo che non aveva bandiere di fronte a cui inginocchiarsi, né quella di Hamas, né quella di Fatah, né quella di Israele; e nemmeno quella italiana. Era un uomo libero, che sapeva riconoscere l’ingiustizia e l’orrore, ovunque si manifestassero. E dovunque le individuasse, ce le raccontava, costasse quel che costasse.
Vittorio soffriva profondamente per qualunque morte, non poteva sopportare la sofferenza altrui, che si trattasse di quella di un bimbo israeliano o di un anziano palestinese.
Non si arroghi il diritto di trasformare la sua opinione in verità, Silvana.
Vittorio non si è mai schierato con il terrorismo. Ha condannato ogni sopruso, ogni violenza, chiunque ne fosse responsabile. E l’ha sempre fatto pubblicamente, scrivendone, parlandone, senza filtri, senza reticenze, ma sempre con una precisione e un’attenzione infinita al rispetto della verità dei fatti che raccontava, attenzione che, purtroppo, non riscontriamo in buona parte del giornalismo italiano.
Vittorio non si è mai schierato con il terrorismo.
Fare da scudo umano per difendere i contadini che, tentando di lavorare i loro campi, vengono quotidianamente cecchinati dai soldati israeliani, equivale a schierarsi con il terrorismo?
Fare da scudo umano per proteggere i pescatori che, tentando di procurarsi in mare quanto necessario per sopravvivere, vengono puntualmente attaccati da navi da guerra israeliane, equivale a schierarsi con il terrorismo?
Vittorio stava dalla parte dei deboli. Dovunque  fossero.
Silvana, non confonda i tasselli di un mosaico già abbastanza complicato di per sè. E soprattutto non lo faccia cercando di strumentalizzare a beneficio della sua propaganda la memoria di un uomo certamente imperfetto, come tutti noi, ma straordinario per il suo equilibrio di giudizio e la sua coerenza.
Non si spinga, poi, oltre a quella delicata linea che separa la decenza e il pudore dalla terra di nessuno in cui tutto è permesso, facendo addirittura allusioni al corpo e all’autopsia di Vittorio. Fingeremo di non aver nemmeno letto. Non si avventuri su un terreno di cui non conosce nemmeno un millimetro e ricordi che in certi casi tacere è sempre la scelta migliore.
Vittorio ci ha insegnato che le parole contano, che le parole hanno un peso, che le parole sono sacre, che le parole possono essere un’arma che, come tale, va usata con intelligenza e onestà. Lo ricordi, Silvana, prima di fare nuovamente affermazioni la cui veridicità non potrebbe mai sostenere seriamente.
Vittorio ha sempre detto la verità e, forse, è morto per questo.
Ma nessuno deve e può permettersi di usare la sua vita, la sua memoria, la sua morte come strumento che aiuti a dare risalto alle proprie opinioni. Perciò, Silvana, le esprima, liberamente, ma lasci in pace Vittorio.
Che la pace, ora, speriamo davvero sia riuscito a trovarla.

I familiari e gli amici di Vittorio.
ed io sottoscrivo questa lettera, parola per parola, e mando un abbraccio immenso alla sua famiglia e alla cara Marele
.

Lettera pubblicata su Facebook

Se questo è un uomo

In Anomalie, Gaza, Nuove e vecchie Resistenze on 28 Mag 2011 at 22:53

E’ da tempo che volevo fare una riflessione pubblica sui comportamenti umani meno comprensibili, o almeno quelli che io ritengo meno comprensibili.
E’ possibile che un popolo che ha subito la Shoah in tutta la sua brutalità, possa tacere di fronte alla stessa barbarie perpetrata, dal suo esercito di occupazione (perchè è di questo che si tratta), verso civili inermi?
In questo video si vede solo il comportamento dei soldati riguardo a semplici e disarmati attivisti. Non ho avuto il coraggio di postare i video con le foto dei risultati dell’operazione “Piombo fuso”.  Sono passati solo due anni, non era un’altra epoca, non era un altro mondo. Quei video, quelle foto ci fanno vergognare di essere uomini, e questo Levi lo sapeva bene.

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi

(Primo Levi – 1945-1947)

Per esempio

In Anima libera on 14 marzo 2011 at 13:59

Disegno colorato sulla libertà di informazione: volto di donna fatto di natizie di giornale con bavaglio sulla bocca

Premessa alla parte sedicesima
Era come una fame. Avevo una voglia irrefrenabile di conoscere. Leggevo tutto. Tutto quello che mi passava per le mani. Mi sembrava che solo attraverso le parole potevo crescere. L’informazione è tutto ma non tutto è informazione. Meglio qualche volta diffidare. Perché non tutto è vero e spesso non c’è una sola verità. E non siamo tutti uguali. Volevo crescere ma non sapevo bene a cosa andavo incontro. Per crescere sono cresciuta e, nel frattempo, ho perso un sacco di cose. Che rabbia. Pensi di acquisire sempre e continuamente dati e di immagazzinare informazioni e non ti accorgi che tutto questo va a scapito della conoscenza naturale delle cose, dell’istinto e della preveggenza. E poi qualcosa anche lo dimentichi, magari poco. E’ triste, si allungano le gambe e le braccia, cominci a prendere le forme che sono destinate al tuo sesso, formuli il tuo cervello nella modalità utile alla vita sociale mentre lasci per strada la tua bussola originale, il tuo coraggio primordiale e le tue idee esplosive, che nessun ostacolo osava fermare. Ma che cazzo mi aspetta al di là delle pastoie di questa mia stupida infanzia? Non ci posso credere… ho perduto la strada e non vedo nemmeno più la luce dal culo del buio.

Chi lo dice che durante l’infanzia si pensa poco e ci si diverte tanto? E’ una baggianata. Una leggenda. Una corbelleria per nascondere che è proprio in questo momento della vita dove si formano le basi della propria filosofia. Sì! va beh, a rigor di logica non dovrei sapere cos’è la filosofia. E tante altre cose. Ma io le so e basta. E anche se non ne conosci il nome, è proprio in questo momento storico della tua vita che i pensieri percorrono i sentieri del sapere e del sentire e dimenticando se stessi si elevano a pensiero puro. Cazzo! sto correndo il rischio di prendermi sul serio.
Inutile raccontare i fatti. Solo i fatti. Unicamente i fatti, nudi e crudi. L’esperienza della scuola, i rapporti con chi ti sta intorno, la fatica della famiglia sono solo appendici esterne. Capire come affronterai il futuro è invece un esercizio che, seppur non avulso dalla realtà contingente, dovrebbe almeno tener conto di ben altri elementi. E poi c’è quella persona che corre dentro di te. Che ha sete. Che ha voglia di vedere. Il piccolo esploratore; della vita e dei sentimenti. Sarà stupido ma c’è pure il piacere di tenere il Piccoletto in braccio. Piccole e grandi soddisfazione. E piccoli ed enormi dubbi.
Innanzi tutto, pensare è l’esercizio più scandaloso che mi riesce di fare. Non appena gli adulti se ne rendono conto, mi guardano con sospetto. I bambini, invece, pensano solo che sono umorale ed estrosa. E il pensiero è bello, leggero, illuminante, ma allo stesso tempo mi imprigiona alle responsabilità. E’ mia la responsabilità di cambiare il mondo, me ne rendo conto, visto che ci sto pensando da sempre. E’ mia la lotta che ogni giorno mi aspetta. Ma come si fa a cambiare il mondo? Da dove cominciare? Quello è nato così com’è: rotondo. Certo bisogna sovvertire le idee dal principio, ma… cavolo se è dura!
Facciamo un esempio: le suore pensano che ballare il rock-and-roll sia peccato. Sapete la musica americana, quella di Elvis, per dire? Ecco, chi glielo leva dalla testa che ascoltare quella musica non ti fa peccare, ma mette solo in fibrillazione le gambe, le braccia e lo stomaco? Sarò io ma penso abbiano uno strano concetto di peccato. E poi: chi è senza peccato… insomma quella cosa lì. Ché il peccato è l’anima del commercio. Insomma mai ho sentito che muoversi a tempo di musica sia una faccenda diabolica. Ammesso e concesso che il diavolo esista e non sia solo una favoletta per tenere buoni i bambini e gli adulti creduloni.
In effetti penso che anche mia mamma non ci creda troppo, non che non sia credulona, è solo che lei vive in un mondo che si adatta alla realtà. Insomma più che credere fideisticamente (che parolone mi escono) in qualche cosa, cerca di non scontrarsi con forze avverse. Per dire: mi manda a messa solo perché altrimenti potrei scontrarmi con le ire divine. Una sorta di atto scaramantico. Meglio non attirare l’attenzione. Profilo basso; questa è la sua filosofia. Mentre mio padre fa il dittatore. Troppo facile con una come lei. Lui è incapace di percepire la sua tristezza e delusione e gli fa comodo non tenerne conto. Per lui esistono solo le funzioni prestabilite. La maschere e i ruoli.
Con mia madre gli riesce bene, è con me che si accorge che il gioco si fa duro. Le sta provando tutte, ma non ne funziona nessuna. Più si intestardisce a cercare di sottomettermi e più gli scappo di mano. Scuote la testa senza crederci. Eppure sono una femmina e sarebbe il mio destino ubbidire. Col cavolo che ci sto. O cede lui oppure scappo di casa, anche se questo vorrebbe dire lasciare il piccoletto, indifeso, in quelle mani inconsapevoli. Lui me lo dice sempre: “Sorellina, io sto con te, qualsiasi cosa succeda!” Sono fiera di lui. Azz… non posso portarlo con me se scappo, altrimenti non posso più essere libera di patire la fame e gli stenti, perché se scappo non so proprio dove andare, neanche il nonno mi potrebbe aiutare. La clandestinità non è un bel gioco.
Comunque la fuga è non responsabilità. Fuggire vuol dire rinunciare a tentare di cambiare il tuo mondo, non solo quello degli altri, cioè quello di tutti, ed è soprattutto questo “altro” mondo che serve cambiare. Ecco appunto, quello che volevo dire è che da piccoli piccoli si è più liberi dai legami, dalle responsabilità. O almeno dovrebbe essere. Poi cresci e pensi al tuo fratellino e alla tua mamma che hanno bisogno del tuo aiuto e non sei più libera di niente. Si nasce soli in mezzo a tanta gente e subito il tuo cordone ombelicale cerca di legarsi agli altri. Fossi nata incapace di amare sarei nata libera ed invece ho già un’anima prigioniera. Nella prigione degli affetti.
Per esempio: Elena, l’informatrice, se ne è andata. Problemi di famiglia. Ho perso un’amica e ci sto male. Ci penso spesso. Non ci siamo quasi salutate. Come se ci dovessimo vedere domani. Non ci siamo neppure dette che ci saremmo scritte qualche lettera. Non ci abbiamo pensato o forse per il suo carattere ogni promessa è un’inutile bugia. Eppure io so che esiste l’amicizia e che è un sentimento simile all’amore e che può resistere nel tempo. Io so voler bene e so anche sacrificarmi per amicizia e per amore, ma… come fare per non essere saccheggiati? Perché questa sofferenza?
Più penso agli altri e più mi faccio coinvolgere dagli eventi. Altro esempio è Angela. Lei viene dal sud. Ossia la sua famiglia è meridionale, invece lei è nata qui. Spesso prima di rientrare dopo la scuola ci fermiamo a giocare insieme nel cortile di un vecchio palazzo dove l’erba cresce tra le crepe della pavimentazione. Ci leviamo il grembiule e mettiamo la cartella attaccata alle maniglie di un portone. Non mi piace molto giocare con lei perché pretende sempre di fare lo stesso gioco ripetitivo e sinceramente in quel gioco non mi sento a mio agio. E’ come se volesse fare un gioco da grandi e fosse un gioco che io mi vergogno di giocare. Avrò anche perso tutto l’istinto primordiale di un tempo, però certe cose le percepisco ancora bene.
Angela vuole fare il cavallo, anzi per dirla tutta vuole essere un cavallo femmina, ed io nel suo gioco devo essere il suo padrone crudele che lo frusta e lo tormenta nei modi più terribili. A parte il fatto che odio fare il padrone crudele, ma non trovo senso a questo gioco. Le ho chiesto ragione: “Perché vuoi fare il cavallo torturato e non vuoi fare mai tu il padrone?” e lei con quell’aria da cane bastonato mi risponde: “Non è la stessa cosa, fare il padrone non mi piace…” Comincio a chiedermi se non è più facile, e normale, e meglio, uccidere il padrone. Non la capisco proprio.
Vuoi vedere che ho trovato l’unica al mondo che vuol farsi angariare gratis? Che si diverte ad essere impastoiata e sottomessa? Certo che i gusti sono gusti, ma io non ci sto a stare a quel gioco e in genere la faccio incavolare perché tiro fuori la mia pistola e metto fine alle sue sofferenze sparandole alla testa. Ma non si fa così se un cavallo soffre? E se ci penso ho dei dubbi: è lei o sono io. Nella non ribellione di mia madre non c’è anche questo? E in tante donne? Non voglio ingoiare niente solo per la sfiga di essere donna. Io non mi sento donna; non quella donna. E non sono nata solo per soffrire. Non mi piace il dolore. Né nessuna sofferenza.
Il suo è un comportamento strano o almeno così sembra a me. Io parlo della mia famiglia. Racconto di Ernesto che è il fratello dal comportamento più ridicolo del circondario. Talmente strano che davanti alla tivù distoglie lo sguardo quando entrano ballerine in calzamaglia. Deve essere una colpa terribile guardare le gemelle Kessler ballare il “dadaumpa” in calzamaglia nera. Vero è che tutta l’Italia si ferma nei bar a guardarle a bocca aperta. Non capisco la bocca aperta ma nemmeno la sua vergogna. Strano mondo quello che mi circonda. Comunque io racconto senza problemi della mia vita, delle prodezze del piccoletto e anche di mio padre tiranno e anche manesco. Lei tace e mi guarda stranita, dice che anche suo padre è manesco, ma che comunque le vuole molto bene. E c’è sempre quel pudore nella sua voce.
La cosa l’ho capita il giorno dopo della consegna delle pagelle. Quella di Angela era piuttosto bruttina, ma non era la prima volta. Così il giorno seguente è venuta a scuola con un occhio nero e un livido rosso sotto l’altra guancia. Nemmeno questo capitava per la prima volta. Alle suore ha raccontato che era caduta. Mica ci voleva un genio per capire che era caduta sulle mani di suo padre. Io, se fossi stata l’insegnante, avrei preteso che venisse accompagnata a scuola, da quel bel padre affettuoso. E glielo avrei fatto capire con le buone e, se non ci riuscivo, anche con le cattive che ad Angela non doveva toccarla nemmeno con un dito. La cosa più strana era che lei sembrava contenta di portare sul suo corpo quei segni, che poi non si fermavano certo a quelli sulla faccia, come fossero medaglie. Accettare supinamente tutto questo mi pare una barbarie. E uno stupidario. Ma mi rendo sempre più conto che per cambiare il mondo devo trovare altra gente che la pensa come me .E devo anche cercare di aprire gli occhi di chi non vede. Ma è proprio un lavoraccio cambiare il mondo.
Però non capisco proprio chi ama far del male, come non mi piace per niente chi ama farsi fare del male. Chi non si ribella. Chi non reagisce. E’ un rapporto sbagliato, proprio malato. In tutto questo c’è qualcosa che non torna e che non comprendo fino in fondo. Marella, con la sua voce da rospo, mi ha detto che Angela ha una famiglia proprio disgraziata. Lei abita nella casa di fronte e queste cose le sa e le vede dalla finestra. Dice che il padre grida sempre ed è svelto con le mani. Ma che pretende anche che Angela stia seduta a mangiare sulle sue ginocchia. Intanto la strizza tra abbracci e manate. La cosa ci pare brutta anche perché Angela è grande, anche se non ha ancora un corpo di donna. Forse è così, un po’ più sviluppata, perché meridionale e mangia sempre tanta pasta?
Le cose si vedono quando si vogliono vedere. Che ne so? Non so se si può morire anche di troppo amore. Una cosa però la so: solo a pensarci mi sembra assurdo e ridicolo. Perché mangiare scomodi in due? Se fosse per mio padre mi manderebbe a dormire quando si mette a tavola. Non ama molto vedere il mio sguardo di sfida ogni volta che tratta mia madre come una serva. Sa che finiamo per discutere e preferirebbe starsene in pace. Se non fosse che per darmele mio padre non mi toccherebbe mai. E se devo essere sincera preferisco così. Se devo dirla tutta preferisco che il potere resti potere. E’ più facile combattere il tiranno quand’è solo tiranno. Non ho mai potuto riconoscere in lui un gesto di affetto e allora, se proprio deve essere, che sia solo guerra.

29) Quello che le donne non dicono

In Una canzone al giorno on 6 luglio 2010 at 14:18

Ci fanno compagnia certe lettere d’amore
parole che restano con noi,
e non andiamo via
ma nascondiamo del dolore
che scivola, lo sentiremo poi,
abbiamo troppa fantasia,
e se diciamo una bugia
è una mancata verità
che prima o poi succederà
cambia il vento ma noi no
e se ci trasformiamo un po’
è per la voglia di piacere
a chi c’è già
o potrà arrivare a stare con noi,
siamo così
è difficile spiegare
certe giornate amare, lascia stare,
tanto ci potrai trovare qui,
con le nostre notti bianche,
ma non saremo stanche neanche
quando ti diremo ancora un altro “si”.

In fretta vanno via
della giornate senza fine,
silenzi che familiarità,
e lasciano una scia le frasi da bambine
che tornano, ma chi le ascolterà…
E dalle macchine per noi
i complimenti dei playboy
ma non li sentiamo più
se c’è chi non ce li fa più
cambia il vento ma noi no
e se ci confondiamo un po’
è per la voglia di capire
chi non riesce più a parlare
ancora con noi.
Siamo così, dolcemente complicate,
sempre più emozionate, delicate ,
ma potrai trovarci ancora quì
nelle sere tempestose
portaci delle rose
nuove cose
e ti diremo ancora un altro “si”,
è difficile spiegare
certe giornate amare, lascia stare,
tanto ci potrai trovare qui,
con le nostre notti bianche,
ma non saremo stanche
neanche quando ti diremo
ancora un altro “si”

Soluzione

Titolo : QUELLO CHE LE DONNE NON DICONO

Cantautrice: FIORELLA MANNOIA

Lilly, ma siamo matti?

In Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 11 febbraio 2010 at 14:34

Non ricordo chi ce l’avesse consigliata. Mica ce l’eravamo cercata noi. Era stato che qualcuno ci aveva detto che conoscevano una signora che poteva aiutarci a tenere casa. D’altra parte tutte e due si lavorava. Era difficile dividersi i compiti anche se,  per fortuna, essendo femminucce tutte e due, i compiti si potevano spalmare ugualmente senza divisione di genere.
Roby però non aveva doti per la casa, lei dedicava il suo tempo libero a lavori di bricolage e a costruirsi mobili, la vedevi con colla, sega  e trapano in mano e le sue tute jeans dalle mille tasche impolverate di trucioli di legno. Io, d’altra parte, avevo una certa propensione per rifornire il frigorifero e una certa fantasia nel cucinare e in questo modo almeno  si provvedeva al minimo vitale.
Tutto il resto era carente. Scopare, lavare i pavimenti e i vetri di casa, pulire il bagno e rassettare le nostre camere era davvero degli optional ai quali non ci dedicavamo mai.
A questo punto, prima di soccombere sotto la polvere di legno e i piatti da lavare, decidemmo di chiamare Lilly.
Se avevamo pensato di risolvere i nostri problemi contingenti, era stata  una pia illusione. Lilly era una cosina sgangherata, di età indefinibile, capelli biondi cotonati, un visetto avvizzito che forse mille anni prima e  milioni di sigarette fa avrebbe potuto essere piacente, gli occhi erano semichiusi dal peso impossibile del trucco e la sua bocca rosseggiava in tutte le direzioni. Aveva una voce roca come se tutte le sigarette fumate vi si fossero aggrappate senza pietà. Appena entrata non fu un bel vedere, ma la cosa che ci preoccupò era quello che avrebbe saputo fare per noi. Infatti quel tipo di lavoro non l’aveva mai fatto, ma su questo ci si poteva passar sopra, solo che ci spiegò subito quali altre “qualità” aveva. Ci disse che era ragazza madre di un ragazzino minore, affidato alla mamma di lei, che non la voleva neanche sentir nominare, ci disse che soffriva di crisi depressive, che era stata alcolizzata e che soffriva di etilismo, che viveva nella sede dell’ex manicomio della città che ora era diventato sede provvisoria del Centro d’ igiene mentale, in via di smobilitazione, da dove lei non aveva voluto uscire in quanto impossibilitata a convivere con la madre e il figlioletto. Sia chiaro che io e Roby non avevamo nessun tipo di pregiudizio al riguardo, o almeno di questo ci facevamo vanto, con questi presupposti non avremmo mai rifiutato la sua collaborazione, anche se a dirla tutta, non sapevamo ancora a cosa mai saremmo andati incontro.
Lilly “puliva” la casa, se mi passate il termine, tenendo sulla mano libera la sua immancabile sigaretta, distribuendo la cenere, qui è là, senza porre in questo delle preferenze. Lei non sapeva fare due cose contemporaneamente, quindi se parlava e lo faceva in continuazione, non lavorava. Come spesso succede nella mia vita, aveva eletto me come sua confidente e pertanto mi andava raccontando le sue storie e i suoi problemi come se fossi la sua terapeuta personale. Così, per il mio benessere mentale,  presi l’abitudine che quando veniva lei, se potevo, io restavo in ufficio a lavorare. Almeno avevo la speranza che la casa ne trovasse beneficio o forse tentando solo di levarmi delle responsabilità. Roby riusciva ad evitare le sue confidenze tenendo un atteggiamento scostante, cosa che non le era difficile, perchè era davvero timida e scostante. In effetti non so se le pulizie venivano fatte, ma certamente venivano consumate dosi astronomiche di detergenti. Ma la cosa più complicata erano le sue improvvise telefonate, a tutte le ore del giorno e della notte, per farmi partecipe delle sue crisi depressive. Roby ridendo mi canzonava chiamandomi “telefono amico”, ma non aveva nemmeno lei il coraggio di dirle che forse forse avremmo dovuto lasciarla a “casa” perchè non avevamo più bisogno di lei.  Eravamo proprio in un pasticcio, non potevamo mandarla via, salvo apparire delle megere senza cuore. Così continuava il pseudo posto di lavoro di Lilly, così il nostro appartamento prendeva sempre di più l’aspetto di un vascello fantasma sbattuto dai venti. Guardandola in modo ironico, a distanza di decenni, la storia di Lilly era talmente bizzarra che se non fosse che temevo per la sua privacy, mi sarebbe riuscito comporre una pièce per il teatro dell’assurdo. Un giorno successe l’irreparabile: Lilly raccontandomi che da giovane era stata anche una ballerina classica, con in mano uno spray per lucidare i mobili e nell’altra la sua solita sigaretta, era salita sopra il tavolo della cucina e spruzzando, in dosi massicce, la cera sul lampadario, aveva accennato ad alcuni passi di danza. Si sa che solo quel “pazzo di Pablo” può ballare incolume sopra il tavolo mentre la “pazza Lilly” non riusci a passare la prova e  fortunatamente riuscii ad afferrarla al volo mentre stava per cadere. Lo so, quella volta non sono stata politicamente corretta, non ditemelo anche voi per farmi sentire ancora oggi in colpa,  quel giorno la presi da parte e le dissi che ci dispiaceva ma  io e Roby dovevamo partire per un viaggio in Africa e che non sapevamo né quando né se saremmo ritornate, sapete come sono le organizzazioni umanitarie… si parte, ma non si sa quando si torna. Le dissi che mi dispiaceva proprio, ma non avevamo soldi a sufficienza per tenerla a lavorare per noi. Lei ci restò un po’ male, ma alla fine ci disse che comprendeva il problema, che eravamo delle brave persone e che ci ammirava molto, per quello che facevamo, e che pensandoci bene anche lei era una brava persona, che amava il prossimo, pertanto, non ci sarebbe stato un posticino per farla venire con noi? Credo di aver provato in quel momento l’attimo di peggior imbarazzo della mia vita, sia per la frottola raccontata ad una persona di quel tipo sia e sopratutto per quello che le dissi successivamente sbottando: “Eh no Lilly, non si può, ma siamo matti”?

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