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Bombe, fiori e parco giochi

In amore, Guerra, Le Giornate della Memoria, personale, Viaggi on 13 gennaio 2014 at 23:29

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Non siamo turisti per caso, andiamo davvero dove dobbiamo e vogliamo andare, e questo villaggio sta nei nostri cuori da molto: Bil’in. Chissà, forse perché è stato il primo villaggio della Cisgiordania che ha organizzato un comitato di resistenza non violenta e anche con discreti risultati. Quali? Beh, non un gran che, ma come si fa a non accontentarsi? Tra la cancellazione di parte del tuo villaggio o un muro spostato qualche metro più in là, e decisamente meglio la seconda opzione.
Il pullman ci fa scendere all’ingresso del paese, dopo che Luisa e il coordinatore del Comitato Abdallah Abu Rahmah, si sono smazzati, a spostare dei macigni che ostruivano la strada. Lì, proprio alla fine di quella strada c’è il “mausoleo” di Bassem, il gigante buono, ucciso da un candelotto lacrimogeno sparatogli direttamente addosso. E quelle bombe sonore e quei candelotti nascono come fiori nella terra di Palestina, come vere escrescenze di gomma e metallo, e allora perchè non trasformarle in contenitori per i fiori? Ci ha pensato la mamma di Bassem che ha creato un giardino di bossoli, un fiorellino per ogni bocca, un tentativo di rendere umano quello che umano non è. Ma il giardino ora è tutto distrutto, non sempre è colpa dell’occupazione, a volte anche la natura non ha pietà e sconvolge tutto con una tempesta di neve da ricordare a lungo.
Bil’in, nessuna indicazione sulla strada, ma una chiara indicazione nella nostra mente. Un muro invasore che distrugge ogni possibilità di sopportazione e di conciliazione. Anni di lotte e di manifestazioni, tanti feriti e qualche morto che non si possono dimenticare per una grande piccola vittoria legale che nasconde il muro dentro un avvallamento del terreno e che consente alla vista di spaziare ancora sulla propria terra rubata.
Scolliniamo ancora un poco e costeggiamo un parco giochi dei bambini, ordinato e vuoto delle voci dei piccoli, più che un luogo di divertimento uno sputo in faccia ai soldati che poco più lontano ci aspettano facendo capolino dal camminamento sul muro.
Quella terra riconquistata alla dignità dei palestinesi di Bil’in è una dimostrazione di orgoglio e volontà dei suoi abitanti. Non più una proprietà di terra ritornata al proprietario, bensì un bene utile alla comunità da proteggere e conservare proprio perchè appartiene a tutti.
Si prosegue lo scollinamento e il muro ci corre incontro, con un grigio ombroso e senza speranze che si ingoierà tra poco la luce pallida di questo sole invernale.
E i soldati ci guardano senza simpatia, comunicatore all’orecchio per avere consigli su come comportarsi. In fin dei conti si vede che siamo internazionali e siamo pure tanti, forse siamo pericolosi, ma non ora, non qui, parleremo a casa quando saremo tornati, e tutto sommato possono farci veramente poco, a parte cercare di spaventare i nostri giovani all’aereoporto prima che si imbarchino per tornare in Italia.
Costeggiamo il muro, tra fili spinati e bossoli sparati, fino ad un terrapieno oltre al quale si scopre che dal fondo del cratere di innalza una colonia di cemento e cemento, una dimostrazione di potenza e ovvietà, di cattivo gusto e di non amore per questa terra.
Guardo e mi rattristo, dove sono le colline di ulivi, i boschi di pini, le pecore al pascolo, le mucche e i cammelli? Sono le illusioni del mio immaginario oppure quelle foto le ho guardate davvero?
Il sole declina sempre più pallidamente e tristemente dietro al muro. Abbiamo solo il tempo di un’ultima foto e poi la luce si affievolisce veloce, con un ultimo riflesso sul macigno dove spicca il nome del villaggio scritto in rosso col colore del sangue dei suoi martiri. Bassem il gigante figlio buono di questa terra. Si parte scambiandoci gli ultimi saluti. Un po’ più distante in una casa palestinese hanno installato una mostra che ho chiamato con un nome triste, ma alquanto azzeccato: L’arte della guerra. L’artista ha raccolto tutti i “fiori metallici” del terreno del villaggio e li ha posati con geniale poesia nei suoi quadri. Inventiva e denuncia, ma la fantasia qui non ha potere, muore dietro ai muri e ai reticolati di un’occupazione violenta e disumana. Penso con un sorriso a Vittorio, lui sì che avrebbe trovato le parole giuste, lui sì che mi avrebbe fatto credere che restare umani è possibile sempre.
Mi manchi un sacco Vik e soprattutto qui in Palestina, mi manchi perchè non ho la tua stessa forza di essere coerente, ma imparerò….

Riflessioni su cieli troppo pieni

In Gaza, Guerra, Informazione, Malattie mentali, Nuove e vecchie Resistenze, Pietas on 26 marzo 2012 at 21:22

Non ci avevo pensato, eppure quei disegni li ho guardati un sacco di volte. Non solo guardati per il gusto di guardare, in fin dei conti sono disegni di bambini e i bambini, pensavo, disegnano sempre allo stesso modo… invece no, non tutti i bambini disegnano allo stesso modo. Certo, la mano è sempre timida, il colore incerto, le immagini approssimative, ma cos’è che differenzia questi disegni dagli altri?
Andiamo per ordine.
I disegni che da mesi sto studiando solo con lo sguardo di una “curatrice” di Mostre, sto catalogando, stampando, incollando sui cartoncini colorati e dopo sui pannelli più consistenti, sono disegni di bambini sofferenti e il loro disagio non viene solo dalla povertà e dall’ambiente difficile, viene soprattutto dalla paura e dai traumi continui di un conflitto che li priva di futuro e di serenità.
Come disegnano i bambini traumatizzati? Disegnano cose che gli altri non disegnano mai. Disegnano scene che non potresti credere, I soli, le nuvole e le case piangono, le persone sono spaventate, disperate. I bambini guardano gli aerei e gli elicotteri riempire il cielo, le scuole distrutte, gli alberi di ulivo divelti, i carroarmati e i buldozer dominano la scena e i loro compagni di giochi giacciono nel loro sangue, a terra, ammazzati. I soldati sono orribili e assomigliano a burattini crudeli.
Questi disegni non rappresentano un viedeogame, non sono il risultato di un film violento visto alla televisione, questi sono la rappresentazione di una realtà cruda e terribile che non lascia scampo.
Questi sono i disegni dei bambini di Gaza.
Così alla presentazione di una delle tante Mostre che stiamo organizzando, Maria Antonietta, la nostra psicoterapeuta, ha preparato la lettura scientifica di questi disegni. La sua dissertazione sull’analisi psicologica dei segni dominanti in queste rappresentazioni, mi ha lasciata basita. Certo molte cose le avevo già viste, e alcune le avevo capite da sola. Mi ero già resa conto che gli alberi abbattuti e sradicati significavano la vita strappata e negata. Le figure stese a terra scompostamente e cancellate dai segni di una matita che non perdona erano solo (solo?) morti negate anche alla mente stessa del bambino. Il corso d’acqua recintato da filo spinato, non era solo (solo?) l’acqua preclusa ai palestinesi, ma anche la possibilità ad un futuro. I bambini difficilmente raccontano bugie e non lo fanno mai attraverso i loro disegni.
Ecco, Maria Antonietta ci faceva notare come i cieli di questi disegni fossero pieni e popolati di “cose” che in un cielo non si dovrebbero mai vedere. Sono cieli affollati e opprimenti, cieli di paura, cieli che non consentono respiro e ottimismo. Sono gli unici cieli che parlano di Gaza.
Questi disegni sono molto più significativi di ogni parola, racconto e fotografia che ci parli di Palestina. Questi sono disegni preziosi che restano nella mente più di una ferita aperta. E noi siamo spettatori silenti, noi guardiamo con un voyerismo assurdo, crescere dei bambini feriti e traumatizzati che resi folli da questa immane tragedia, diventeranno un domani, se domani ci sarà, uomini disperati e pronti a tutto, malati di quella paranoia prodotta dalla sofferenza, incapaci di costruirsi un futuro, perchè il futuro gli è stato negato quando ne avevano bisogno, quando avrebbero dovuto crescere sani e felici, giocando a calcio nei cortili, cercando le carezze e i sorrisi di mamme e padri amorevoli, all’interno di una comunità solidale e non spaventata e disorientata.
I disegni di cui parlo sono una terribile denuncia, nessuno può restare indifferente a questo scempio, nessuno può dire che questo è quello che meritano, perchè i bambini meritano la vita e non la morte per mano di altri uomini. I bambini meritano di confondersi con altri bambini e che non gli venga insegnato ad odiare e a tremare di fronte a nessuno. Ai bambini va garantito il diritto di giocare, di andare a scuola e di far volare in cielo gli aquiloni e mai e poi mai doverli confondere con un aereo militare dotato di razzi e bombe che dilaniano, smembrano e dipingono di nero i loro sogni.

Il nuovo incombe

In Anima libera on 21 gennaio 2011 at 14:27

Premessa alla parte undicesima
Avrei dovuto avvertire di preparare i fazzoletti, ma la vita singhiozza le sue storie a sorpresa, mica avverte. Ricominciamo. Dove siamo arrivati? Io sto lì ad organizzarmi le cose, per rendere il percorso meno accidentato ed invece gli altri mi lasciano all’oscuro dei fatti più normali. Certo che esistono gli altri bambini ad informarti, ma le notizie qualche volta arrivano travisate. Non tutti i bambini sanno di quello che parlano. Insomma essere bambini non garantisce nulla, tanto meno l’informazione. I grandi si son fatti questo mondo su misura per loro. Si tengono quel briciolo di sapere e quel sapere è loro. E’ il potere.

Io credo di essere una bambina cattiva. Cattiva per l’idea che hanno gli altri di una bambina. Questo lo capisco da come mi guardano quegli altri: adulti o bambini che siano. A me, sinceramente non sembra. Certo non sono facile e neppure mi accontento, ma non rompo mai per uno stupido capriccio, non piango mai per ragioni cretine, e davanti agli altri modero pure i termini. Che poi questa è la cosa più difficile da fare. Di fronte a certa gente un fanculo ci sta proprio tutto. E’ l’unica soluzione. Però non dico parolacce a vanvera. C’è sempre un buon motivo per andare giù duro. Insomma dico parolacce del tutto giustificate. Contestualizzate.
Coi bambini miei coetanei, per esempio, cerco se possibile di evitarle per non fare da cattiva maestra. E’ una grossa responsabilità. Magari insegno altre cose che i grandi considerano terribili, ma non le parolacce. Quasi sempre ci resto di sasso quanto smoccolano loro, molto più di me. In classe mia, per esempio, c’è Elena, l’unica amichetta che non mi dà il voltastomaco. Lei ha solo la madre che fa la pittrice. Mica dipinge le pareti delle case ovviamente, lei dipinge i quadri. Proprio per questo motivo mio padre insiste nel dire che è poco seria e che non dovrei frequentare la figlia. Veramente non ho mai visto sua madre ridere come una scema. Mi sembra sempre piuttosto seria; e composta. Anche Elena non ride, ma quando smoccola va fortissima e fa ridere me. Diciamo che proprio per questo a volte mi sento poco seria, ma non mi pare una cosa troppo importante.
Elena è anche una grande fonte di informazioni, sapete quelle informazioni che a casa non ti danno mai; ecco, lei sembra un’enciclopedia. Sarà che fa lunghi viaggi con sua mamma ed un vecchio zio. Girando il mondo s’impara, io lo so, ed è per questo che è la più attendibile degli informatori. A mia madre cresce la pancia, si è decisa di mettere in cantiere uno dei rossi che avevo a suo tempo preannunciato. Io lo so, che sarà rosso, lei ancora no. Sapete com’è, a volte dici le cose così, perché sei arrabbiata, ma non puoi mica essere sicura che tutto vada come pensi tu. Insomma mi sta arrivando fra capo e collo un nuovo fratellino e io incrocio le dita perché sia di quel colore e del tipo che prediligo.
Insomma lo dico a Elena che con l’aria furbetta mi risponde: “Allora tuo papà e tua mamma ci hanno dato dentro? L’hanno fatto?” “In che senso?” faccio io. Lei mi guarda con quell’aria superiore che prende ogni volta che sgancia una bomba e scoppia a ridere: “Vuol dire che si sono dati da fare!” Mi comincia a venire il mal di testa e aspetto la bomba successiva “Non mi dirai che non sai niente di come nascono i bambini? Insomma non sai a cosa serve il coso che entra nella cosa e che serve a fare i bambini? Non sai proprio niente”! Non ne sapevo niente. Il coso? Quale coso? E la cosa? Ma di che cosa si sta parlando? Io pensavo che i bambini fossero una cosa naturale e che crescessero nella pancia della mamma. Aver scoperto così che invece era colpa di un… coso mi dava il capogiro. Ma allora come funzionava la cosa?
Elena non ha mai avuto papà, da quel che so solo un vecchio zio, e probabilmente la sua mamma aveva usato un coso speciale e si era data da fare o ci aveva dato dentro in un altro modo che i miei genitori. L’affare si ingarbuglia. “Ma lo sai come si chiama il coso?” mi fa, quasi con rabbia. E aggiunge: “Pennello! E sai come si chiama la cosa? Patatina. E sai come si usano?” Eh no cazzo, una cosa alla volta per piacere. Lasciami riordinare le co… le informazioni. Tra pennelli e patatine c’è da diventare matti. Ho le idee tutte in subbuglio. E la testa mi scoppia. E’ forse proprio per quello che sua mamma, che era brava con i pennelli, è riuscita a fare un bambino senza bisogno di un papà? Elena mi ha reso curiosa. A lei piace quando sa una cosa che non so, o crede di saperla. Lei mi dice le cose e io le faccio la matematica. Ma non c’è sempre da crederle però.
Prendo tempo e aspetto il momento opportuno. Mica può tutto la scuola. A volte le risposte sono dove meno te le aspetti. Ma le ulteriori informazioni che prendo da mia mamma non servono a chiarire la questione. Lei a sentirmi nominare il pennello si fa rossa in viso. “Ma che stai a dire? I bambini nascono dai semini che hai dentro alla pancia, e crescono quando… quando è il tempo che lo facciano”. A questo punto tanto valeva che mi raccontasse la storia dei bambini che nascono sotto i cavoli. Io ho bisogno di sapere; di vedere. Non sono una che crede alla prima cosa… cioè stupidaggine che viene detta. Non mi è chiaro perché, ma i grandi amano raccontarti delle storie fasulle, delle favole, imbrogliarti. Deve far parte del loro modo di essere grandi. Di tenerti in scacco. Forse li fa sentire furbi. E importanti. Io so e tu non puoi capire. Ma chi l’ha detto che io non posso capire? E poi siete voi a mettermi gli ostacoli davanti, mica io a non capire.
Me ne vado con quella risposta e tutto mi sembra ancora più confuso. Ci gioco con la fantasia; non costa nulla; e rido. Così intanto, a tempo perso, penso ai miei di semini. E provo persino un po’ di apprensione. So che è una cosa stupida. Che l’ha detto tanto per dire. Era distratta e guardava da un’altra parte. Come se non le interessasse nulla. Tanto per farmi star buona. Persino la sua voce suonava estranea. Ma… non faranno mica gli stupidi? Non voglio diventare madre così giovane. Ci sarà pure un modo per evitarlo, no? Insomma non mi fregheranno mica? Ci sarà pure un sistema per non farli maturare? Mica che nascere donna ti frega solo per un cambio di stagione? Insomma… non mi sento ancora pronta.
Penso alle parole del ragazzino in campagna e ho un curioso sospetto.  C’entra qualche cosa? E’ come un’intuizione, ma troppo nebulosa per  poterla afferrare. In ogni caso, e per ogni eventualità decido di tenerli lontani, i maschi. Intanto comincio a farmi rispettare, almeno a scuola, anche se lì c’è solo Leone. Da quando gli ho rotto il naso; naturalmente dietro la porta del bagno, mi sta alla larga. Come al solito non voleva capire, che ho diritto alla mia privacy. Lui è andato a piangere e mi ha chiamato la Madre Superiora. Ma lui non ha avuto coraggio di chiarire davanti alle suore. Ha ritrattato e ha detto che è scivolato. Ma hanno chiamato ugualmente mia mamma. E ti pareva!
Intanto il semino di mio fratello doveva essere grande e grosso perché le cresce una grande pancia e continua a crescere che lei sembra fare fatica persino a camminare e a muoversi. Torno da scuola nel tardo pomeriggio e mia mamma ha sfornato un vitellino di più di quattro chili. Proprio un vitellino, dicono. Non una seppiolina come hanno detto di me. Son proprio strani i grandi. Danno sempre un nome a tutto. E intanto lui nasce con il sorriso stampato in faccia. Mi dicono che quattro chili sono tanti. Le fanno i complimenti come avesse fatto una cosa eccezionale. Magari lo è. Non è che capisco bene perché. A me onestamente sembra piccolo e indifeso.
Ecco il mio nuovo fratellino, che è tutto mio, visto che ha quel colore di capelli e che sembra prediligere il suono della mia voce. Cominciano ad esserci troppi maschi in famiglia ma con questo sarà diverso, ho ben altri progetti per lui. Se non fosse che odio le canzonette stupide, che danno alla radio, in onore suo canterei anche la divina commedia. Credo che questa sia la felicità.
Mamma gli fa i versi più incomprensibili. Gli muove le mani davanti agli occhi. Naturalmente lo tratta come un mentecatto. Non si capiscono e questo è normale. Non gli sa parlare né riesce ad afferrare quello che lui cerca di dirle. Lo guardo e guardo la mamma. Lo guardo e so che dovrò fargli da madre. Non c’è speranza. Lei, con quegli occhi cheti, farebbe solo gli stessi sbagli che ha fatto con me. Non è adatta a fare da madre. Non è combattiva abbastanza. Si sono già visti i risultati con Ernesto. Io ho dovuto arrangiarmi da sola. Se aspettavo lei sarei solo una bambola ridicola che deve solo sorridere e fare le smorfie.
Beh! certo a dirla tra noi la mia è una grossa rivincita. Il vecchio Ernesto è veramente abbacchiato. Un nuovo fratello, maschio, rosso di capelli a cui si è dato anche il mio nome. Al maschile s’intende. Babbo non lo guarda con sospetto, ormai si è rassegnato, o è solo perché si è fatto l’occhio vedendo i miei di capelli. In realtà lo guarda poco. Non è una novità. Non dovrebbe essere orgoglioso? Io lo sono, perché lui no? Anche mia mamma questo bambino proprio non se l’aspettava. Lo so perché, mentre le cresceva la pancia, l’ho vista piangere di nascosto. Probabilmente aveva già abbastanza da fare con noi due e poi quel mio padre che le consegna sempre un carico di tensione che non si leva mai. Io le sussurro: “Non ti preoccupare, me ne occuperò io”.
Presto il piccoletto, già al suo posto nella culla e ben nutrito dalle poppe di mamma, incomincia a parlarmi. Sono davvero meravigliata dalle tette delle donne. Non cresceranno mica anche a me due cose così? Due meloni pieni di latte? Credo proprio che non mi sentirei a mio agio. E non le voglio, almeno per ora. Non saprei che farmene.
Insomma lui, il neonato, mi parla e non fa ancora discorsi troppo impegnati, anche se, tutto sommato, mi sembra abbastanza logico che chieda del suo mondo. Primariamente s’informa di come stanno le cose. Chiede notizie più precise di mamma e papà. Domanda se può contare su una certa disponibilità economica. Poi mi chiede di Ernesto: “Ma è davvero nostro fratello?” Io non posso nasconderglielo e sono costretta a rispondere al povero piccolo: “Sì, va beh, ma non è poi così pericoloso”. Lui mi esorta già consapevole: “Stammi attenta sorellina, perché di lui non mi fido troppo”. Comincio a temere che Ernesto sganci, non visto, qualche pizzicotto sotto le copertine. Sarebbe cosa da lui. Ma se me ne accorgo, se la dovrà vedere con me e brutta, il degenere.
Tutti dovranno vedersela con me, perché è mio, anche se per ora nessuno lo sa. Lo annuso. E’ una curiosità. Con la storia dei cosi, e dei semini, mi sono fatta dei pregiudizi. Odora normalmente, sa di saponetta e di latte e di quello che si fa addosso, perchè su questo non sa ancora controllarsi.  Ma imparerà. Mi tranquillizzo: non odora di prezzemolo né di alcunché d’altro di strano e pericoloso. La storia dei semi deve essere la storia più cretina mai inventata. Mai visto bambini nascere dalle piante.
Certo che le domande del nuovo mi hanno messo un po’ in agitazione. Ma perché chiedere se abbiamo una certa disponibilità economica? Si vuole giocarsi a poker i nostri risparmi? Certo che ha un musetto simpatico, ma si può pensare che quel sorrisino nasconda un’aria da biscazziere e baro? Così, casualmente m’informo: “Sai per caso giocare a carte?” lui risponde ridacchiando: “No, solo a scacchi!” e la cosa mi rilassa. Non me lo sarei aspettata ma… gli scacchi sono un gioco da intellettuali; mica si può barare giocando a scacchi. Oppure mi sbaglio?

Bombe atomiche e viaggi interplanetari

In Anima libera on 9 gennaio 2011 at 23:58

Premessa alla parte nona
Per quanto stia attenta le cose mi sfuggono. Questo è il tempo dei fatti. Cose importanti che sembrano tali e altre che non lo sembrano affatto ed invece lo sono e lo saranno ancora di più. Si producono televisori, lavatrici e frigoriferi e gli operai non bastano, migrano dal sud e si accontentano di un tozzo di pane e di una branda in casa di compaesani. I miei zii dal Veneto si trasferiscono a Milano verso il lavoro, quello vero. Io vorrei studiare, ma vorrei anche lavorare, sono stanca di aspettare, voglio correre, crescere, diventare grande e vivere.

Ho quest’ansia che mi divora dentro. Voglio vivere e vivere per davvero. Non è un insano desiderio. Per quanto tutti cerchino di convincermi che ogni cosa viene a suo tempo. E che bisogna aspettare. E che si deve essere umili. E non pretendere troppo. Ma dove sta il limite? Fino a dove mi è concesso esplorare? Troppo poco e troppo vicino. Non è quello che voglio. Io voglio di più.
Le mie giornate in famiglia sono esangui. Esangue è il rapporto con Ernesto anche se lui lo tiene vivo con le bugie e le delazioni. Mi inguaia sempre. E lo fa solo perché è geloso di me. Solo per soddisfare la sua accidia. He he le suore servono a qualche cosa, soprattutto per imparare parole che in pochi conoscono. Accidia! Suona bene no? Ernesto è accidioso: suona ancora meglio. Comunque i guai me li fa passare e spesso sono punita. Mia madre mi grida: “Tu mi porti via dieci anni di vita!” Io giuro che una frase così non la dirò mai a nessuno. E’ terribile ed ingiusta. I grandi dovrebbero sapere che i bambini si sentono già in colpa per un sacco di cose. Che poi che vita è la sua? Io, per esempio, mi sento in colpa di quasi tutto il male che sta nel mondo. In effetti non è colpa mia se mia madre informa mio padre delle cose che io ed Ernesto combiniamo. Che poi se ci penso bene, non sono cose così terribili. Eppure mio padre reagisce sempre alla stessa maniera, ormai è un classico. Non dovrei più stupirmene. Piglia me o Ernesto e ce le suona di santa ragione. Ernesto grida e si difende: “Non sono stato io, è stata quella scema…” e indica in me la solita vittima. Allora la rabbia di mio padre si raddoppia e molla la presa su quell’infingardo.
Se posso essere sincera mi dispiace meno che se la prenda con me che con lui. Non sopporto vedere gli altri trattati male. Anche se gli altri sono solo un fratello senza spina dorsale e senza dignità. Lo scontro diretto con mio padre mi fa sentire grande. Anche se poi se lui picchia, picchia forte. A volte le sue sculacciate mi fanno rintronare anche la testa, altro che il culo non ha denti. A volte direi che ha pure gli occhi. Ma come dire? preferisco che se la prenda con me, almeno so dove va a parare. Perché finché sono sotto le sue grinfie non sento dolore. Non so perché ma preferisco prenderle facendo finta di non esserci. Uno strano assenteismo che lo fa scabinare. Per lui è un’offesa che io non abbia paura. E in effetti io non lo temo. In realtà io lo sfido, come l’ho sempre sfidato. E’ come dire: “Dai dammele! Intanto a me non me ne frega niente. Sfogati dai. Spadroneggia sui più deboli per sentirti forte.” E lui non sopporta la mia ribellione. Lui non accetta la mia forza. Non ha capito cosa potrebbe fare per farmi veramente male. Non capisce che preferisco fare da parafulmine. Perché io lo ucciderei se toccasse mia madre. E che lo sappia o non lo sappia lui non lo fa mai.
Mia madre piange. A volte lo implora quando esagera e succede spesso. Gli verrà pure in mente che non dovrebbe renderlo partecipe di quello che capita quando lui non c’è. Basterebbe solo un bel silenzio. Almeno non dovrebbe mostrarsi così esasperata. Non ha ancora imparato la lezione che io ho imparato ancora prima di nascere. Non esiste uomo che mi comanderà. Non esiste niente che io non possa affrontare da sola. In fin dei conti si nasce già con gli anticorpi. Esiste un potenziale dentro ad ognuno di noi che dobbiamo salvaguardare. Io ho il potere su me stessa. Non esiste niente e nessuno che me lo esproprierà. Io ho il potere di vita o di morte su me stessa e nessuno me lo toglierà. Nessuno mi toglierà quel coraggio. E mi insegnerà a piegarmi.
E più non riesce a piegarmi, a sentirmi lagnare, più forte picchia. Poi ci penso e mi accorgo che non è proprio tutto così semplice. Se il mondo fosse fatto di esseri umani invece che di uomini che sanno essere solo uomini e donne che fanno solo le donne, allora potrei non avere paura e invece io paura un po’ ce l’ho. Mica per me stessa, che a onor del vero mi sento piuttosto indistruttibile, ma per il mondo che mi circonda. Non è che del mondo ho una grande opinione, questo è vero, ma vederlo finire per stupidità, questo proprio non lo sopporto. Ma chi era il cretino che pensava fosse utile la bomba atomica? E usarla contro chi ne ha dieci? E a che pro tutti quei test nucleari nell’atmosfera e sotto terra? Non gli è bastato Hiroshima?
Con Ernesto anche su questo ci si battaglia. Lui, sostiene, da piccolo imbecille, che quella bomba atomica era dovuta e ha posto fine alla guerra, con minor spargimento di sangue. Certo, non c’erano dubbi, se avessero ammazzati tutti quei musi gialli, avrebbero finito la guerra anche prima, no? Lui è uno stronzo completo e per intero. Lui non può fare a meno di questo amore sviscerato per l’America che è prostrazione verso i potenti, verso il mito di quella democrazia a qualsiasi costo, esportata in punta di fioretto o di cannone, che dir si voglia. Alla bisogna. Ma lui è nato per aiutare i vincitori. Lui è nato servo. Ma io no. Non posso accettare uno stupido luogo comune. Non posso fare a meno di dimostrargli che sbaglia. Che un altro mondo è possibile.
Che poi tutto è iniziato per quella bicicletta nuova regalata a mio fratello e quella bambolona fasulla regalata alla sottoscritta. Ma chi ha mai chiesto una bambola? Il mio sogno era la bicicletta. E adesso come farò? Ernesto fa la ruota attorno alla bici e non me la lascia nemmeno toccare e io guardo quella stupida bambola con gli occhi che si aprono e si chiudono senza logica e i biondi capelli di stoppa. Dio santo! Miagola pure mamma ogni volta che la stendi. Ma cos’è: un supplizio? Avevo annegato l’ultima davanti al ponte delle Guglie. Doveva essere l’ultima e poi basta. Non so come farmi capire. Sto già pensando che la stenderei con un pugno definitivamente. Mamma capisce al volo, mi legge negli occhi e me la strappa di mano mettendola al centro del suo lettone sul copriletto ricamato. Va là che le è andata bene, s’è salvata. Ancora un secondo e faceva la brutta fine che si meritava. Altro che guerra atomica. Se avessi potuto l’avrei nebulizzata, disgregata, smaterializzata.
La bici resta lì tra le mani di quel… lasciamo stare, non ho quasi più aggettivi per definirlo. Io non sono per la violenza ma quanto ci vuole ci vuole. E poi è autodifesa; sopravvivenza. L’istinto è quello di dargli un calcio sulle parti molli ma son certa che palle non ne trovo. Che poi sarebbe servito a poco anche scazzottarlo, la bici non sarebbe, per questo, passata di proprietà. Così m’ingegno e approvo il piano B. Quello che uso sempre per fregare chi non ha un briciolo di cervello e che vive di invidia per le cose degli altri. Insomma, visto che il mio destriero mi ha lasciata appiedata molto tempo fa, decido di cambiare cavalcatura e monto la bellissima Singer della mamma. E’ tanto bella e preziosa che sembra già un pezzo di antiquariato. Invece e nuova nuova, mamma l’ha presa a rate per cucire in casa: sembra che prima di qualsiasi altro elettrodomestico la Singer sia il pezzo più indispensabile. Ne va della sua credibilità. C’è mai stata una brava casalinga senza una bella Singer per casa? Sembra di no! E a me fa comodo. La monto e diventa il mio bellissimo Sputnik. Ernesto strabuzza gli occhi ed è costretto a tacere, perché nella corsa alla spazio i Russi sono sempre davanti. Inutile ogni sua giustificazione: Wernher Von Braun qua e Wernher Von Braun là, che poi a dirla tutta è tedesco e pure nazista, mica americano. Comunque resta il fatto che l’Urss è arrivata prima. La scienza del popolo ha sbaragliato la grande presuntuosa America. Come la mia Singer ha sbaragliato la sua bicicletta.
Lo so bene che Ernesto non ha avuto una vita facile con me, ma per lui, che è maschio fino al midollo, crescere non è imparare. Non si chiede mai il perché delle cose. Non si risponde mai, con un pensiero scomoda e difficile da classificare. Per lui vanno bene solo i cibi predigeriti. Non posso farci niente se non ha fantasia. Se manca di inventiva e di apertura mentale. Se si fa fregare da me come un pischello. Se si rode e ci casca. Così mi prega di lasciarlo manovrare l’astronave: in cambio è disposto a prestarmi la bici. Io gli chiarisco subito le idee: innanzi tutto questa è una cosmonave russa e ci possono entrare solo i cosmonauti russi, gli astronauti americani possono solo pedalare! Qualche volta mi piace vincere facile. E gustarmela la vittoria. Anche se con lui è come rubare le caramelle ad un bambino.
Mi consegna la bici e si mette tutto tirato sopra la macchina da cucire e maneggia il volano come un ossesso. Pensa così di volare più veloce, non pensa affatto di potersi perforare il pollice, con l’ago della Singer. Le sue urla hanno fatto accorrere mia madre, che non sa più che pesci pigliare. “E’ Stata lei. E’ stata lei. E’ tutta colpa sua. Digli che non la deve più toccare la mia bici”. Onestamente mi fa impressione quel dito bucato e tutto quel sangue. Mi allontano pedalando cercando di non sentire. La voce di mia madre sovrasta il baccano che fa Ernesto: “Sei una piccola peste, tu, ogni volta, mi porti via dieci anni di vita!” Non è che nemmeno lei abbia molta fantasia nei rimproveri. E’ furente. So che lo dirà a mio padre. Ma perché non ce la vediamo tra noi, tra donne? Azz… se vado avanti così resto orfana presto. Ma è colpa mia se suo figlio è un completo imbecille?

30anni e non li dimostra

In Stragi di Stato on 2 agosto 2010 at 21:03

2 agosto 1980 – Stazione di Bologna

28) Piazza, bella piazza

In Una canzone al giorno on 5 luglio 2010 at 12:13

Piazza, bella piazza, ci passò una lepre pazza,
uno lo cucinò, uno se lo mangiò,
uno lo divorò, uno lo torturò,
uno lo scorticò, uno lo stritolò,
uno lo impiccò
e del mignolino ch’era il più piccino
più niente restò.
Piazza, bella piazza, ci passò una lepre pazza…
Ci passarono dieci morti
i tacchi, e i legni degli ufficiali,
teste calve, politicanti
un metro e mezzo senza le ali,
ci passai con la barba lunga
per coprire le mie vergogne,
ci passai con i pugni in tasca
senza sassi per le carogne.
Piazza, bella piazza, ci passò una lepre pazza…
Ci passò tutta una città
calda e tesa come un’anguilla,
si sentiva battere il cuore,
ci mancò solo una scintilla;
capivamo di essere tanti
capivamo di essere forti,
il problema era solamente
come farlo capire ai morti.
Piazza, bella piazza, ci passò una lepre pazza…
E fu il giorno dello stupore
e fu il giorno dell’impotenza,
si sentiva battere il cuore,
di Leone avrei fatto senza,
si sentiva qualcuno urlare
“solo fischi per quei maiali,
siamo stanchi di ritrovarci
solamente a dei funerali”.
Piazza, bella piazza, ci passò una lepre pazza…
Ci passarono le bandiere
un torrente di confusioni
in cui sentivo che rinasceva
l’energia dei miei giorni buoni,
ed eravamo davvero tanti,
eravamo davvero forti,
una sola contraddizione:
quella fila, quei dieci morti.

Soluzione

Titolo: PIAZZA BELLA PIAZZA
Cantautore: CLAUDIO LOLLI

Se questo è il mondo…

In Anomalie, politica, Religione on 12 aprile 2010 at 15:40

Stamattina pensavo agli infiniti stimoli (leggasi “conati”) che le faccende di questo mondo mi suggeriscono. Per esempio seguo schifata le varie giustificazioni e le alzate di scudi che gli alti prelati della Chiesa cattolica pongono come sbarramento allo sfascio di questo millenario “corpo”. Sembra proprio che di corpo corrotto e deviato si tratti. Di questo è fatto il quotidiano “chiacchiericcio” demente di certi personaggi che, per difendere posizioni indifendibili, perdono l’amor proprio nonché la faccia. Ma il problema è a scapito di chi? Non certo di un Papa a dire il vero non molto amato che, malgrado il dogma della fede, sulla sua infallibilità spirituale, si trova a dover giustificare una fallibilità umana e religiosa oltremodo oltraggiosa. La domanda è d’obbligo: perché preoccuparsi di tutti quei poveri bambini non nati, a causa di madri debosciate ed assassine, che li hanno abortiti e non delle centinaia e centinaia di vittime innocenti dei soprusi dei preti pedofili? Per i primi l’orrore non c’è stato e non ci sarà mai più, per i secondi invece tutta la vita, che hanno avuto e avranno, non basterà a cancellare tanta infamia. Non voglia poi quel loro Dio, facile ad adattarsi alle situazioni, che non preveda il ripetersi della loro storia e non li trasformi in mostri dal comportamento simile. Allora sì che la diffusione del male sarà a moltiplicazione geometrica. Altro che Diavolo in Vaticano. Il male si diffonderà come un virus letale. E questo la Chiesa, per pararsi il culo, non lo dice e soprattutto non lo persegue. Ma si sa, la colpa è del popolo ebraico che non ha altro da fare che inventare fandonie per liberarsi della divinità fatta uomo. Non solo bisogna far attenzione perché i pedofili son tanti, milioni di milioni, come le stelle del salame, e suddivisi in categorie, quindi perché prendersela solo con i preti e non piuttosto con i ragionieri o i saldatori? Che poi a pensarci bene i ragionieri una pagina sporca ce l’hanno…
Ma se ogni giorno ci beviamo queste splendide secchiate di cacca, non possiamo fare a meno di aggiungerci dei tramezzini di “merde” e uso il francese proprio perché è dai francesi che il “nostro” ha preso l’ispirazione. Forse non vi eravate accorti che il governo non aveva sufficiente potere, forse pensavate che possedere tante televisioni, tanti giornali e giornalisti (non vorrei offenderne l’Ordine chiamandoli giornalisti) bastasse alla concupiscente voglia del Capo Supremo (che se mi sente chiamarlo così, sono certa di provocargli un orgasmo). Eh no cari miei, Lui non si accontenta, vorrebbe fare le riforme e pure condivise, ma… proprio non ce la fa, Lui non ha tempo per aspettare, la corona di re la vuole subito e se non gliela danno subito se la compra con i soldi suoi.
Qualcuno si dimena, ma fa la figura del pesce nel barile. Qualcuno parla, ma farebbe meglio a tacere. Anche per fare l’opposizione ci vogliono le palle e mica si comprano al mercato le palle, in genere ci si nasce, anche se dello stampo di quelli con le cose al posto giusto, se ne è persa la forma.
Voi direte: “Embè, tutto qui?” E no cari miei non finisce qui la nuotata. Una secchiata e due o tre tramezzini e poi via in un mare di merda. Esiste anche l’affare “Emergency”. Come si poteva eliminare quell’ospedale messo lì a controllare l’umanità di una guerra? Ma dai è semplice, lo fanno tutti i poliziotti del mondo, ecchè non avete mai visto un telefilm? Si filma il ritrovamento di droga, armi e qualche volta anche bombe, che come si sa sono sempre tenute dentro al cassetto sia negli ospedali di pronta emergenza che nelle scuole durante i G8.
Avete il vomito anche voi?
Beh se non l’avete vuol dire che il vostro stomaco è foderato da una bella spanna di pelo e vi consiglio la carriera ecclesiastica oppure quella politica, ché negli ultimi tempi poca differenza fa.
Se questo è il mondo… per favore fermatelo che io voglio scendere.

A proposito di matrici …….

In Stragi di Stato on 8 agosto 2009 at 14:40

E’ tempo di ferie. E’ tempo di gente che si muove. Chi va al nord e chi al sud, in uno scambio quasi schizofrenico. Auto, traghetti, aerei e per i meno abbienti il treno, vecchio mezzo di trasporto che negli ultimi tempi si è arrogato il diritto di chiamarsi mezzo ad Alta Velocità, almeno sulla carta, ma comunque sempre il solito vecchio mezzo che viene preso dai vacanzieri sfigati. Io che, appartenendo a quella piccola parte del mondo che non ha la patente, è di solo treno che vivo, ossia viaggio. Certo che per la mia grande passione delle isole al sud, l’ombelico dei miei viaggi è la stazione di Bologna. Già… la vecchia stazione di Bologna. Una volta quella stazione era vecchia e piena di storie, oggi quella stazione ne ha una sola, una storia terribile di sangue, una storia di morte e di terrore, una storia vergognosa di questa Italia. Lì e proprio lì, nel crocevia dei viaggi della gente qualunque, nel punto di scambio dei treni di tutta Italia avvenne la tragedia più odiosa del nostro paese. 2 agosto 1980 ore 10,25, il vecchio orologio ha ancora le lancette ferme sull’ora della tragedia. Morte e distruzione. Cose che non si dimenticano. Dolore che non ha nessuna voglia di essere deriso. Ci prova un Ministro di questa Repubblica. Ci provano altri politici. “…Debolezza di uno Stato minato dall’interno da forze antidemocratiche…” (chissà a chi sta pensando?) “Va rivisto il dogma della strage fascista riaprendo il caso Mambro – Fioravanti, i famigliari delle vittime farebbero bene a cercare i veri mandanti e i veri esecutori…” (ma no! Ma va! Anche questa dovevo sentire.)
Basta con la matrice fascista! Basta incolpare quei poveretti! Possibile incolpare solo quattro sfigati di neri? Sarebbe ora di capire chi sono i veri mandanti. Cerchiamoli una volta per tutte. Liberiamoci della mentalità di chi desidera fomentare la paura e il disagio. Fuori dalle cariche di potere di chi non vuole che le forze democratiche prevalgano sulla prassi consolidata della gestione assoluta del potere.
Basta e che sia basta una buona volta.
Io avrei potuto passare per Bologna, proprio quel giorno, in procinto di prendermi una normale vacanza, di una normale persona, in un paese normale, un paese che normale non lo è mai stato e che non ha memoria… non ci passai per una motivo banale, una causa qualsiasi, ma in quella stazione ci è rimasta la mia rabbia e il mio desiderio di verità e giustizia delusa. Continuo a prendere i treni, continuo a passare per Bologna, continuo a sentire l’odore di esplosivo e non capisco perché visto che non so quale sia quell’odore. Per favore, non chiedetemi di ascoltare i discorsi di questi politici, non li sopporto, mi fanno diventare cattiva e mi viene voglia di restituire il “favore”.

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