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Innamorarsi della Palestina (di Andrea)

In Amici, amore, Giovani, Viaggi on 12 gennaio 2015 at 14:11

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“Cari tutti,

c’è chi è in Italia, chi è fuori nelle varie lotte, nelle varie vite, nelle varie sopravvivenze. Ho voglia di raccontarmi (roba rara) e quindi giro a voi questo scritto, per chi ne ha voglia.

Ogni volta aspetto il giorno del mio ritorno nelle colline a …………..  come aspetto il giorno in cui rivedo una ragazza che non vedo da molto. C’è sempre quel misto di attesa emozionata e di disperazione reale, come a dire, ho finito di viverti nei miei sogni, adesso ridiventi realtà. Nei sogni la parte più profonda di me una ragazza me la modella come vuole lei; e allora gli occhi azzurri diventano quasi trasparenti, come l’acqua della Sardegna, e grandi, grandi. Anche tutto il resto, chiamiamolo così, diventa nei sogni tanta roba e sempre molto molto grande.

Poi scendo dal treno e lei è lì che mi aspetta. E a parte il fatto che per quanto uno si prepari, alla fine non è mai abbastanza, perché ogni volta ho davanti una persona diversa rispetto a quello che mi aspettavo. E non è che è meglio o peggio, è semplicemente diverso. E allora pensi, “eh porca eva e a chi cavolo ho voluto bene fino ad adesso?”. E hai quei tre quattro minuti decisivi in cui devi scegliere se prendere il treno per tornartene a casa o se restare lì e innamorarti di quella realtà di nuovo.

Lo stesso mi succede per le colline ogni volta. Solo che i tre quattro minuti non durano così, ma dalle due settimane al mese. Ogni volta uno si aspetta una roba e ne trova un’altra. E quando ho deciso di restare qui e innamorarmi ancora di questa gente, ho capito che la parte più profonda di me non basta. Quella parte è quella cosa che mi fa rimanere fedele a tutto questo quando non sono qui. Ma quando scendo dal treno, quella parte non mi basta più. E ho bisogno di scoprire ancora una volta queste persone, così uguali e così diverse da come le avevo lasciate; e scopro Y, che non ho mai cagato, che mi dice “che razza di vita è questa che se costruisco una casa è vietato, se porto a pascolare le pecore è vietato, se i bambini vanno a scuola è vietato, se pianto un albero è vietato. La questione non è se mi piace o non mi piace avere a che fare con i soldati, la questione è se ho paura o non ho paura. Perché con i soldati ci devo avere a che fare.” Ed M che ride dell’ultima demolizione: “Hai visto? Carlos della DCO si è portato un convoglio di 8-9 macchine per una tendina! Sono pazzi!!! 8 macchine per una tenda…se sapesse quante cose gli stiamo costruendo sotto il naso e lui non se n’è accorto!!! gliel’ho detto sai? Puoi anche distruggerla…non so se domani o dopodomani o tra dieci anni, ma noi la ricostruiamo, cosa credi?”. O F che mentre rivede i video di tre anni fa si fa una risata assurda quando rivede un colono che gli tira un pugno e mi chiede “tu c’eri?” e io gli rispondo “no, non ero ancora qui…” e lui mi dice “ peccato, ti saresti divertito…”.

E quindi niente, eccomi qua di nuovo, ancora, con questa gente, sempre così uguale e sempre così diversa. Però c’è poco da fare, ogni volta che sto con loro, la parte più profonda di me mi esplode in mano e sono di nuovo me stesso. E innamorato pazzo. ”

La signorina “Tumistufi”

In amore, Donne, Ironia on 22 settembre 2013 at 9:07

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Era carina, intelligente, simpatica e molto colta e non capiva come mai non riusciva a trovare un uomo che apprezzasse tutto questo ben di dio. Non che non ne avesse mai trovato uno, qualche volte le era successo, ma erano stati quelli che lei non aveva mai preso in considerazione. Perché un uomo deve avere certe qualità, i “fondamentali” come nello sport. Doveva essere carino, intelligente, simpatico e preparato non meno di lei.
Sì c’era stato Silvano: famiglia bene, vestito come conviene, caruccio e che pure bazzicava l’università, ma alla fine aveva preferito quella troietta con le tette finte. Non che a lei mancassero, ed erano pure quasi tutte vere, ma cosa vuoi… gli uomini… era solo questione di misura. Per giunta se l’era sposata anche se era evidente che fosse una da una botta e via. Ma lei era superiore a queste cose, se non fosse stato così, l’avrebbe fanculato fin da subito, quando si girava a guardare le altre e faceva apprezzamenti sulla dimensione esagerate di quelle parti del corpo.
Poi più nulla, ma d’altra parte lei era stata troppo impegnata. Si era laureata e dietro ai libri ci aveva perso il sonno e la vista. Gli uomini non li aveva considerati, non aveva tempo da perdere dietro a quei pezzi di legno.
E adesso che aveva il suo bel posto fisso, i suoi abitini da boutique, i sui tacchi 12 e i suoi stivali sexy, gli uomini, quelli che piacevano a lei, non la degnavano nemmeno di uno sguardo.
Si lagnava sempre con la sua amica Lucilla di quanto scemi fossero a farsi abbindolare da quelle veline da strapazzo, ma Lucilla rispondeva che forse non era colpa degli uomini ma del suo atteggiamento verso gli altri.
Ma di cosa andava parlando? Proprio quella che oltre ad essere bruttina non era andata al di là del diploma di ragioniera e che si spacciava per una grande intenditrice di comportamento accattivante nei confronti degli uomini. Proprio lei che era sempre disponibile e cambiava un ragazzo dietro l’altro, che poi all’età che aveva… avrebbe dovuto ringraziare qualche santo in paradiso per averne trovato anche solo uno.
Lei sapeva che gli uomini si facevano irretire dalla facilità di portare a letto una donna e anche dal fatto che quelle, che li lasciavano fare, non erano certamente impegnative d’intelletto.
Un uomo dovrebbe capire le necessità di una donna, i suoi bisogni, dovrebbe condividere con lei le abitudini e gli interessi, dovrebbe portarle rispetto e coprirla di gentilezze e di attenzioni… altrimenti che razza di uomo è?
Sarebbe così bello che venisse a cena con i suoi genitori non dico tutte le sere, ma almeno due o tre volte alla settimana, anche perché è giusto che si faccia accettare dalla sua famiglia. E poi chiaramente non dovrebbe uscire con gli amici e appassionarsi ai soliti sport da tamarri. Quello proprio non lo sopportava era talmente poco elegante, talmente popolano e da ignoranti…
Ad un certo punto, aveva provato a frequentare i convegni, chissà mai se in un certo ambiente più vicino alle sue corde, non avesse trovato la persona giusta per lei. In effetti quella sera aveva conosciuto Gianluca, un tipo proprio a modo, insomma come piaceva a lei. Le aveva scostato la sedia e aveva lodato il suo tubino nero che lasciava scoperte un bel po’ di gambe e aveva pure riconosciuto dove aveva preso le sue scarpe da trampoliere. Dove lo trovi uno così? Uno che sa parlare e gesticolare con tanta grazia, che si comporta con una donna in modo intimo e gentile. Guarda quasi quasi stasera ci “casco”, chissà che non ne venga fuori una storia come si deve, che poi lascia a me… che me lo cucino a puntino.
Gianluca era tutto sorrisi e sottintesi, ma leggero come una farfalla, non greve come certi uomini che aveva conosciuto lei. Questa è “arte” stava pensando, mentre avvicinavano i visi per “cazzeggiare” del più e del meno. E lui si guardava in giro, ma non si soffermava sulle altre, che di gnocche qualcuna c’era, ma lui non lo dava a vedere, questo sì che è una perla rara… pensava lei con un’aria da “Questol’hotrovatoio” e si sentiva un metro sopra il pavimento, e non vedeva l’ora di mostrarlo a quelle sfigate delle amiche.
Lui scherzava simpaticamente con il cameriere, un bel ragazzo pure lui ed era un piacere vederli, perchè la bellezza è un piacere per gli occhi e per l’anima e tutti ne avevano diritto.
Alla fine della serata lui l’aveva presa sottobraccio con familiarità e le aveva sussurrato “E allora, anche tu qui per trombare?” Non aveva afferrato subito il senso delle parole e soprattutto non aveva capito subito che non erano dirette a lei, anche se l’occhiolino al cameriere, che gli aveva visto fare, non doveva lasciare dubbi.
Ecchè, cazzo, con chi crede di parlare questo burino, aveva pensato lei, che tra l’altro a pensarci bene l’aria da frocio ce l’aveva anche prima. Non penserà mica che io gli tenga bordone. Doveva fargli capire subito che si sbagliava di grosso, ma non trovava le parole giuste. Accidenti mai che uscissero quando ne aveva bisogno. Allora riprese la sua aria da signorina “Tumistufi” che le veniva sempre così bene e disse: “No stasera non si fa niente. Nessuno che mi “acchiappi” qui, e che meriti attenzione.” Un po’ come la volpe e l’uva, che quasi sempre, alla volpe, ha l’aria di essere acerba.
“Buonanotte!” E mai parole furono più azzeccate. Un buon sonno e via. Almeno l’indomani non avrebbe dovuto indossare l’aria della signorina “Maquantosonosoddisfatta” perchè questa non le veniva bene mai.

Un momento di pace…

In amore, Anomalie, Religione, Viaggi on 16 gennaio 2013 at 10:49

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Strano, eh! trovare un vero e rasserenante momento di pace in un luogo fuori del tempo, immerso in una religiosità che non è mia, in quella  fede religiosa di cui io sono malamente dotata?
E’ mattina presto, c’è il sole dorato di Gerusalemme, il ruolino di marcia è: andare a visitare “la spianata delle moschee“, ma bisogna far presto: c’è una coda lunga da superare e anche i controlli. A quelli ormai ci stiamo facendo l’abitudine.
Ritorno a dire che la giornate è bellissima e calda e la coda è lunga. Le entrate sono due una per il Muro del Pianto che si trova sotto e l’altra per “la spianata”. Un’entrata vuota e l’altra piena, una vede solo qualche pastrano nero e un solo sesso: maschio. Ma le donne possono andare a pregare al Muro del Pianto? Suppongo di sì, ma non ne vedo. Però ricordo che il primo giorno avevo colto con la macchina fotografica donne soldato, col mitra in mano, che passeggiavano ridendo sullo spiazzo antistante. Va beh! forse le donne oggi non hanno tempo per queste fesserie e perdite di tempo.
Intanto la coda si allunga e dal controllo tornano indietro alcune persone. Un prete italiano ci spiega che lì non si può entrare con simboli, testi e esibizioni di altre religioni. In effetti tornano alcune suore e altri che non hanno un’aria particolare, mah! chissà perchè non li hanno fatti entrare. Ma io entro, non porto il segno della mia agnosticità, ma sicuramente il marchio della mia curiosità. Diffido dei luoghi di culto, mi sembrano falsi e posticci, come alla Chiesa del Santo Sepolcro, dove le pie donne e i bambini ungono di olio profumato una pietra. Espressioni che trovo imbarazzanti, ma lecite. Luoghi che trovo troppo grondanti di simboli. E invece qui ci troviamo immersi in una luce fantasticamente d’oro puro, nel silenzio e nella vera pace di un luogo di pace.
Lo spazio è grandissimo architettonicamente diviso su due livelli, nel primo, il più basso, ci sono alberi sotto i quali sostare per pensare e pregare.
La vera spianata, quella più alta è enorme, in centro troneggia la moschea bellissima dalla cupola d’ora e dalle decorazioni azzurre, Al Aqsa, la rocca, che davvero regala agli occhi un senso di abbagliamento e all’animo una sensazione di serenità e sicurezza.
Io non sono sensibili alla spiritualità della religione, io sono agnostica e amo la natura e le cose belle e l’unica fede che porto e quella dell’uguaglianza degli uomini in questa terra, in cui viviamo questa vita terrena, ogni altra cosa che riguarda l’aldilà, non riguarda me… io sono per il qui, ora. Ma a camminare sulla spianata, lontano da tutto e tutti… beh! lì qualcosa c’era anche se non sapevo se c’entrasse la spiritualità religiosa oppure l’amore per il bello e il trascendente.
Ora capivo cosa fosse accaduto nell’animo dei palestinesi, quando Sharon con il suo fare sprezzante e provocatorio era entrato nella spianata con le armi (e 700 soldati), facendo sparare tra gli occhi alle persone e passeggiando con fare da padrone, dove la pace non c’era più.
Si levarono i sassi contro i mitra e i cannoni e si levarono i pugni contro i carriarmati e i bulldozer: la seconda intifada… una nuova Nakba.
In quella luce e nell’aria tersa e silenziosa dove neppure il vento ha voce, si alzano dai minareti intorno, le voci dei muezzin, non sono suoni fastidiosi, si sposano bene con l’umore della splendida mattinata. Resti lì sospesa a mezz’aria, con un sorriso beato sulle labbra, che posto fantastico, che momento indimenticabile…
Ma una musichetta tipo marcia militare sale da sotto le antiche mura. Non posso credere alle mie orecchie, c’è chi disturba quel momento di perfezione assoluta con una stupida canzoncina da soldatini di stagno. Forse capisco male, forse è solo una parola in quella lingua inventata che assomiglia a “fidelis” in latino, ma se fosse così? Se usassero una lingua più universale dell’inglese per dire che è la loro di fede che vincerà? Non so, non capisco, per me è solo invidia, per me è che si rendono conto che Gerusalemme è più araba e romana che israelitica, di Israele ci stanno solo i segni del potere: edifici imponenti in quello stile tardo fascista, in quelle bandiere da gioco del RisiKo che sventolano sopra le case palestinesi e sopra quelle fortezze inespugnabili senza bellezza nè leggerezza, ornate solo dal merletto dei campanili e dei minareti slanciati nel sole dell’oriente a certificare che malgrado le crociate sanguinarie, oggi lì la fede, convive senza bisogno di armi in pugno e di canzoni da parate.
Ora è tempo di partire… il viaggio continua verso i territori della zona A, dove i palestinesi costruiscono e gli israeliani demoliscono in un gioco assurdo delle parti.
Questo viaggio mi sta prendendo nell’anima.

Un amore difficile: una corazza impenetrabile

In amore, Anomalie, Donne, uomini on 14 settembre 2012 at 16:49

L’aveva detto sempre che essere belle era una disgrazia, ma le amiche la guardavano incredule e gli amici maschi, per questo suo modo di pensare, un po’ la prendevano in giro. Per fortuna, per lei era un discorso generico, perchè bella non si credeva, ma sapeva di piacere, lo riscontrava tutti i giorni, purtroppo anche troppo e la cosa non andava bene.
Proprio per quello le amiche le dicevano che vaneggiava: essere belle non dà fastidio a nessuno, è l’anticamera per essere di successo, in tutti i campi, pure in quelli del lavoro e della vita affettiva.
Lei non la pensava così, ma era proprio difficile spiegare perchè. In effetti, piacere agli uomini, le creava sempre grossi problemi. Lei era fatta per amarne uno solo, alla volta e anche a lungo e non sopportava tutto quell’assedio, quegli stimoli e quei trabocchetti. Tra l’altro non aveva trovato nessun uomo che non fosse geloso e possessivo di lei, fino alla sfinimento. Si sentiva controllata in qualsiasi espressione corporea e mentale e pure  si sentiva analizzata anche oltre le parole. Quindi aveva imparato a tacere e a nascondere i suoi pensieri, anche se non c’era niente di malizioso in quello che faceva e pensava, provava sempre ansia quando parlava delle cose e delle persone che la circondavano, era sempre fraintesa e poi messa sotto torchio. “Ma chi è quello?” “Cosa vuole da te?” “Fai di tutto per piacergli eh?” “Sei sempre la solita… con quel falso sorriso da brava ragazza!” e lei non ne poteva più, la tiravano pazza tutti questi assurdi discorsi sulla malizia e il desiderio di piacere, se fosse stato per lei si sarebbe cambiata con quella sua amica più bruttina che poteva stare in mezzo ai ragazzi, confondendosi con loro, senza essere criticata o ripresa e soprattutto senza quei continui litigi e quelle parole che la ferivano profondamente.
Che a dirla tutta essere messa sotto pressione non era proprio il termine giusto per spiegare… meglio sarebbe dire che si innescavano delle vere e proprie indagini a tappeto e dei processi sommari. Se lei piaceva agli uomini era perchè era troppo amiccante e disponibile, era colpa sua insomma e non c’era difesa che contasse. Essere colpevole di piacere era una scoperta che non le faceva per niente piacere, le costava fatica sostenere gli interrogatori e trovava impossibile giustificarsi per quello che non aveva fatto volutamente. Vallo a dire poi alle amiche che non avevano lo stesso problema che era veramente scoraggiante vivere in quel modo. Sfuriate senza senso, improvvise ed imprevedibili solo per un’occhiata di cui non si era nemmeno accorta.
Il suo era un amore difficile, vivere con un uomo geloso fino allo spasmo, che era pronto a qualsiasi sospetto di tradimento o di tentativo di tradimento, ma anche di semplice superficialità, la metteva in difficoltà, sia nel lavoro che nei rapporti con gli amici. Non poteva fermarsi a fare lo straordinario o a parlare con un collega che subito veniva aggredita e nessun amico reggeva al controllo di quel pazzo furioso.
Lei non pensava che la gelosia fosse una dimostrazione d’amore, ma pensava piuttosto che fosse una malattia dell’anima che rovinava i rapporti tra le persone e quell’uomo ne era ammalato di una strana forma che coninvolgeva solamente lei, mentre lui ne era totalmente sprovvisto. Lui le amiche le aveva con cui ridere e scherzare e fare pure il galletto, per fortuna che a lei non dava più di tanto fastidio, lei non era gelosa, non era malata e forse proprio per questo non capiva.
E fu così che lei cambiò, un po’ per tristezza e un po’ per solitudine. Aveva capito che se voleva vivere in pace, avrebbe dovuto cambiare oppure mentire, che poi, forse a conti fatti, era la stessa cosa. Ma c’era anche un’altra possibilità che forse l’avrebbe liberata dalla sua prigione.
Il cambiamento di carattere era un processo talmente lungo e invasivo che non l’aveva nemmeno preso in considerazione, ma c’era un cambiamento che poteva salvarla ed era quello fisico. Cambiare fisicamente voleva dire assicurarsi una perfetta mimetizzazione con la maggioranza delle persone e se qualcuno avesse visto in lei una bella persona, oltre la sua fisicità poco attrente, sarebbe stato il massimo, solo rapporti sinceri e motivati e quel suo uomo malato, non sarebbe più stato geloso. o almeno così sperava.
Così cambiò aspetto. Giorno dopo giorno indossò una corazza impenetrabile di grasso e menefreghismo. La sua pelle diventava sempre più opaca e triste e i suoi occhi si infossavano in un aspetto scialbo e infelice. La sua corazza le pesava addosso oltre misura, ma lei continuava a farsi del male, d’altra parte almeno lui sarebbe stato più sereno e meno preoccupato.
Ma si sbagliava, in realtà lui aveva preso a criticarla per il suo aspetto poco curato e meno piacevole. La tormentava in continuazione con le sue parole antipatiche e piene di derisione, ma la gelosia, quella no, non passava. In effetti lei non aveva più gli stessi tormenti di prima dagli uomini, ma come per una strana magia si portava appresso, assieme alla sua corazza, un alcunchè che la rendeva piacevole agli altri e che, malgrado il suo aspetto, la rendevano ancora corteggiata e ricercata. Ironia della sorte, lei ora piaceva agli uomini più maturi, quelli che dalla vita avevano avuto più successo e che avevano capito, maturando che l’aspetto valeva ben poco, in confronto ad altre doti.
Questo nuovo stato mandava in bestia lui che la incolpava ancora di più di questo cambio di regime. Se prima lui doveva vedersela con i suoi coetanei, giovani e poco concorrenziali, adesso doveva vedersela con persone ben più attrezzate e di altro spessore e questo lo tirava pazzo.
La storia si interrompe qui perchè tutto quello che succede dopo lo potete anche immaginare. Ci sono due o tre soluzioni possibili, i finali possono essere diversi, ma nessuna di queste è una vera soluzione, nessun finale può cambiare i danni che sono stati fatti da questo amore malato.
In alcuni casi le corazze sono davvero inutili e pure dannose, di fronte ad una malattia come la gelosia non hanno effetto, non sono nè una medicina, nè un placebo.
Le persone che ne sono ammalate rendono la vita impossibile a se stessi e agli altri e non c’è cura per loro e con questo non voglio trovare parole per giustificarle, perchè giustificazione non c’è e non è perdonabile il male che fanno.
Forse un giorno lui non sarebbe più rientrato a casa, forse se la sarebbe svignata con una ragazzina molto più giovane e di bella presenza, e forse avrebbe trasferito su di un’altra storia la sua malattia. Lei magari si è trovata un uomo normale, che le vuole bene per quello che è e che la spinge a percorrere la sua strada, magari insieme a lui. Magari lei ha trovato la felicità o se non altro la serenità e non si massacra più per una brutta copia dell’amore. Tutto questo per dire che non si può cambiare, si è quel che si è ed è difficile trovare un giusto equilibrio sulle cose, ma i rapporti umani dovrebbero essere più belli, liberi e rilassati forse il mondo girerebbe meglio e l’amore sarebbe più facile e privo di brutti imprevisti.
Chissà che fine ha fatto lei?.. e chissà quale lui? anche se di quest’ultimo ho davvero poca curiosità. Ma preferisco non indagare, non approfondire… se una cosa nasce storta difficilmente diventa dritta e “vittime e carnefici” si confondo in un balletto assurdo in una danza in cui, io, personalmente, non voglio partecipare.

Dalla perdita dei fluidi corporei all’autostima

In amore, Anomalie, decrescita, Donne, Ironia, personale on 9 settembre 2012 at 13:55

Credo vi sarete accorti tutti che, negli ultimi tempi, la donna viene indicata come l’unico soggetto a perdita di fluidi corporei a ciclo continuo.
Noi donne non lo sapevamo, ma abbiamo la necessità di bardarci di assorbenti in tutti i periodi della nostra vita e 24 ore su 24. Durante il ciclo, dopo il ciclo, nell’intermezzo (di che non si sa), prima del ciclo, in “quei giorni”, quando fa umido e anche quando splende il sole e se poi il ciclo, per fortuna o per maledizione, propendo più per la prima che per la seconda, finalmente smette… beh allora, care donne siete messe male, cominciate a soffrire di diuresi o minzione incontrollata e pure a dirla tutta un po’ puzzolente.
Provate a guardare in un supermercato, nel reparto assorbenti: non avrete che l’imbarazzo della scelta (super, midi, mini, con ali, con becchi e con unghie…) insomma tutto congiura con la nostra autostima, che a dirla tutta è già bassina di per sé e non avrebbe bisogno di inutili deterrenti.
Perchè, a noi donne basta poco per sentirci inadeguate, inadatte, incapaci di stare al mondo. Basta una nuova ruga, un abitino dei grandi magazzini, un abbassamento del seno anche se inesistente, la scoperta che usare i gambaletti e i collant giustificano il calo del desiderio del compagno, un filino di riga bianca di ricrescita sui capelli, un maglioncino vecchio ma tanto amato, il capufficio che ci coinvolge nei suoi pesanti complimenti alla giovane collega appena arrivata… ecco se poi si aggiunge il fatto che siamo dei colabrodi… beh allora rasentiamo il suicidio.
Tutto questo accanirsi sulla donna, mi fa pensare o che realmente abbiamo dei grossi problemi di immagine, oppure l’accanimento nasconde invece la paura, da parte dell’uomo e della società dei consumi, di vederci sciatte e felici.
A mio giudizio proporrei una sana decrescita su certi consumi, come pannolini e prodotti di seduzione. Le aziende chiuderebbero, e di questo mi dispiace, ma almeno avremmo generazioni di donne più serene e contente di sé.
Avremmo bocche e seni meno gonfi, capelli meno stressati e sorrisi più naturali. Forse forse ne guadagneremmo anche in salute, ovviamente non costrette più a finanziare chirurghi plastici e psicologhi e nemmeno le tasche e le ville di creatori di moda, case produttrici di cosmetici, portafogli di fotografi coronati e di editori di giornali di gossip.
Non vedo perchè una donna non possa essere quello che è, banalmente e semplicemente. Voi, amiche, direte: “Bella forza… e la concorrenza?” Inutile dire che la risposta non ve la posso dare io, se c’è concorrenza e voi pensate che a correre più forte sia l’unico sistema per salvarsi, non è colpa mia se vi trovate con gli uomini di cui vi lagnate e se quando diventate un po’ usate, questi vi buttano nel riciclo della plastica. Stare dentro al gioco vuol dire partire già perdenti, se la teoria della perdita di fluidi corporei, da parte delle donne di qualsiasi età è la metafora della nostra vita, allora sappiate subito che questa vita vi sta colando via, senza aver trovato nessuno che abbia pensato, ad un modo qualsiasi, per tappare quel buco, anzichè altri e per far si’ che la vostra vita abbia quel che di naturale che consente a tutti di nascere, crescere, diventare maturi e invecchiare, riservandoci la possibilità di morire senza lasciare ai posteri la nostra mummia preimbalsamata.
E poi cosa c’è di peggio di pensare di vedere il proprio nipotino che quando ti chiama: “nonna” lo fa con una certa apprensione e con quello sguardo frammisto di preoccupazione ed incertezza, che è stato il primo sentimento che avete avuto pure voi quando, per la prima volta, da bambine, vi siete davvero guardate allo specchio.
Sarà perchè sono una donna più che matura, senza l’aiuto di aggiunte o di detrazioni e che per me il mercato degli assorbenti potrebbe andare bellamente in fallimento, come altri mercati altrettanto lucrosi, che analizzando la mia autostima posso dire finalmente: “Mai stata meglio in vita mia!”.

Cuore di brigante

In amore, Libri on 31 marzo 2012 at 23:18

Mai avrei potuto vivere l’intera mia esistenza dove sono nato e cresciuto, mi diceva Nikolaos il greco. Conta assai poco quanto è bella la terra che ti è patria: Roma, Mosca, Atene o Costantinopoli, nessun luogo può bastare se la vita è una sola, mi diceva. Mai avrei potuto accettare di morire nel medesimo angolo di mondo in cui sono nato, mai avrei potuto riunciare al piacere di cozzare la mia testa con quelle altrui, i stupire della bellezza di Firenze e Parigi, di svegliarmi sotto le stelle in mare aperto, di arrivare all’alba nei porti di Napoli e Genova, mai avrei rinunciato alle cavalcate nelle terre di Sicilia, a incontrare lo sguardo di certe donne di Palermo, alle notti nei palazzi di questa città di Venezia, sempre senza riposo. E maledette siano le distanze e maledetti i trasporti faticosi e le dogane e i muri e i confini che impediscono agli ingegni di ogni terra di incontrarsi e pensare e di sognare insieme. E viva la vita, amico mio, e sia dato spreco di ogni energia subito e ora per la gloria di qui e adesso che soltanto conta, cento e mille volte meglio la mia sorte di quella di chi deve ammuffire nei palazzi imperiali governando i popoli. Cento e mille volte meglio, immensamente meglio bruciare in una fiammata che consumarsi lentamente.

(da Il cuore dei Briganti di Flavio Soriga)

Semplicemente perfetto…

Gli angeli del fango

In Amici, amore, La leggerezza della gioventù, Le Giornate della Memoria on 7 novembre 2011 at 23:50

Chi se li ricorda ancora? Io sì e un motivo c’è. A quel tempo avevo solo 15 anni e avrei voluto essere un angelo del fango pure io, volevo sporcarmi le mani di quel fango ed essere utile pure io, volevo restare nella storia per una di quelli che avevano tirato fuori Firenze da qualla melma limacciosa e riportata alla luce come ad una nuova vita.
Inutile dire che allora ero troppo piccola per andarci ed oggi sono troppo vecchia per desiderare di rifarlo. Eppure certe pulsioni non cambiano, giovani o vecchi, quel che si ha dentro diventa inarrestabile, di fronte alla necessità.
Li guardo con i pantaloni rimboccati e le braccia nude, le magliette sporche e la voglia di sorridere anche lì dove il fango l’ha avuto vinta sulla vita.
Sono giovani e sanno stare in ogni luogo, sono belli e non si può che ammirarli.
Ieri come oggi. Ragazzi delle superiori e studenti universitari, precari e senza lavoro, operai in cassa integrazione e madri di famiglia, tutti in strada a spalare la melma e a trasportarla lontano. Ma dove? Me lo chiedo ma è una domanda inutile. Loro lo sapranno. Sanno ormai tante cose e non hanno bisogno che nessuno gliele insegni.
Mi stupisce ormai da tanti anni accorgermi che i giovani vanno nel mondo in modo molto più sciolto e autonomo di quello che sapevamo fare noi. Non sono solo bamboccioni senza spina dorsale e senza dignità, come ce li disegnano i media. Sono geniali, inventivi, vivono di tutto e di niente, non hanno ormai più bisogno di sicurezze, si arabattano, si sbattono. Non si incontrano solo in discoteca, si trovano anche per la strada, felici di essere qualcuno, di servire a qualcuno.
Sono belli più del sole che fa capolino tra le nuvole. E fanno miracoli, liberano le strade e le piazze di tanta lordura, piccoli eroi che saranno presto dimenticati.
Penso al 15 ottobre, alla manifestazione che non hanno lasciato arrivare nella piazza, li c’erano giovani che sfasciavano tutto, qui ci sono giovani che ricostruiscono. Eppure lungo la strada del corteo del 15 c’erano ragazzi che risistemavano i cassonetti ribaltati dagli altri, c’era quelli che aiutavano a ripulire dai vetri quei negozi che erano stati vandalizzati e c’erano anche quegli altri che hanno giocato ai cani rabbiosi come se fossero davanti ad un video gioco, ma chi tradiva chi? Me lo chiedo, ma non intendo rovinare questa bella sensazione. Non intendo pensare che il male coesiste con il bene, e forse non so nemmeno se è davvero così, è che molto spesso il bene vince e questo è quanto di meglio possa capitare agli uomini :-).

Accecate dall’invidia.

In Donne, Ironia, uomini on 20 settembre 2011 at 14:18

Da ieri, ma con valore retroattivo, mi è stato detto che noi donne italiane, di fronte alla “bellezza di successo”, ossia quella che porta alla presenza e al letto degli alti vertici dello Stato, abbiamo una reazione di bieca invidia. La cosa mi ha messo sul chivalà. Ma allora è bassa invidia guardare certi personaggi importanti come dei voraci predatori, dall’aria schifosamente viscida e inaffrontabile? Voglio dire è tutta invidia quella che provo per la “escort” di turno, che si intasca l’obolo per la sua bellezza? Insomma il mio rammarico è che non ho più il fisico e l’età per essere passata di mano, usata e stropicciata da quattro vecchi bavosi? Già, non lo sapevo, che il desiderio repesso della mia vita è sempre stato quello di entrare a Palazzo da bipede e finire la serata da materasso, che poi mica basta stendersi cara Terry De Nicolò, bisogna pure “attivarsi” in modo concreto e forsennato. Il successo a quel livello porta molto spesso ad una grande faticaccia, che ti viene riconosciuta certamente nella bustarella finale, ma la fatica resta e lo schifo pure. Non sarà mica anche questa colpa della nostra assurda invidia?
Francamente, con tutte le differenze del caso, mica perché non fossi caruccia, ma perché mi veniva offerto un lavoro di responsabilità, come coordinatrice nell’Ufficio Stampa e come PV (che starebbe per porta voce) nella segreteria di un noto politico locale, mi sono trovata nell’evenienza di rifiutare, ringraziando sentitamente. Un “lavoro” di quel genere non mi era congeniale, sai com’è: l’invidia…! Ma non volevo rischiare di trovarmi le sante mani di questo grande “personaggio di successo” in luoghi molto privati, magari in cambio di qualche bella cena in buona compagnia, che tra parentesi, da questo attacco avrei anche saputo difendermi. Quello che per me era inaccettabile, ma forse per te cara Terry è una bazzeccola, sarebbe stato mettere a servizio di una causa e di un uomo per cui non avevo la minima stima e considerazione, la mia modesta intelligenza e competenza. Ma si sa, la bellezza sfuma e bisogna farla fruttare. Hai ragione bella mia, noi donne comuni non facciamo che roderci tutte le notti per i vostri trionfi di belle “patonze”. Ma cosa vuoi abbiamo almeno una consolazione: all’arrivo della prima ruga ci risparmiamo la fatica e la spesa di un tempestivo suicidio senza appello. Sarà poco, ma è quello che mi consente di diventare serenamente vecchia e di non dovermi sputare su di un occhio ogni volta che mi guardo ad uno specchio.

Oltre cortina

In Donne, uomini on 10 aprile 2011 at 23:01


Riescono ancora ad avere fascino queste due parole assieme. Oltre cortina. Che poi la cortina non c’è più e a venire di qua è decisamente più facile.
Era arrivata per un convegno organizzato dall’Università al quale sarebbero seguiti dei contatti con i curatori della mostra. Sembrava strano, ma all’estero le opere di un certo periodo erano molto apprezzate. Come si suol dire nemo profeta in patria. Nel suo paese ne avevano una piena di quel periodo. Era meglio dimenticare e lasciar pensare agli altri.
Aveva scelto giornalismo e ad insegnare questa materia nel suo paese in qualche modo risultava pericoloso. E poi i soldi scarseggiavano, ma ormai la cultura non andava più di moda. Lì come qui. E Roma ti entrava nel sangue. I suoi cieli e il suo sole. Lei al sole non era abituata, ma ora che lo aveva conosciuto non poteva farne a meno. Non provava più tanto freddo. Non che non amasse il suo paese, ma ugualmente ritardava il rientro. In fin dei conti nessuno l’aspettava. E poi si andava verso l’inverno e lei di freddo ne era stanca e anche delle difficoltà del lavoro e del problema dei soldi.
A Roma aveva cercato un appartamentino da condividere e Valentina era la ragazza giusta, pronta a trovarle dei lavoretti per sopravvivere, ma anche discreta e poco invadente.
Le ripeteva: “Sei una bella ragazza e hai quell’aria irraggiungibile che aprirà molte porte.” E il lavoro non era mancato mai. Le dicevano che la sua bellezza era gelida, ma dietro a quegli occhi chiari si intravvedeva una passione travolgente. Gli uomini italiani sono quasi sempre più esibizionisti che realmente carnali. Amano sfoggiare le donne, soprattutto se belle e ancor di più se in aggiunta sono pure colte e li fanno sembrare migliori di quello che sono.
Ora frequentava i migliori ristoranti e le migliori case della città. Quasi mai per una serata. Piuttosto per un week end lungo. La cosa funzionava con un discreto passaparola. Gradivano portarla in ottimi alberghi ed in belle località alla moda. Lei non capiva come mai, malgrado la novità, cominciava a provare anche noia di questa nuova routine. E più s’annoiava e più la cercavano. La sua bellezza veniva esaltata da quel vago malessere che provava a fare l’accompagnatrice.
Lui era arrivato da Mosca. Giovane, rampante e di successo. Gli avevano consigliato Olga come gradevole interprete, anche se a lui serviva poco un’ interprete, sicuramente parlava italiano meglio di lei. Non usava gli stessi metodi indiretti degli altri. Con lui era come correre al massimo con un’auto potente. Era stato gentile, ma poco coinvolto. Prima di tutto gli affari e poi anche il piacere. Era stata una settimana intensa di appuntamenti e lei poteva risentire la musicalità della sua lingua e i racconti della città che aveva Lasciato. Strano non le sembrava che le fosse mancata così tanto, eppure a volte veniva presa da una maliconia senza spiegazione.
Lui l’aveva affrontata diretto: “Perchè non torni a casa? Non sei fatta per questo paese. Tu in Italia sei sprecata. Ti prendono solo per quello che non sei.” Non era un’ offerta di prenderla sotto la sua protezione, era solo la proposta di un passaggio aereo. E lei per la prima volta ci aveva pensato davvero.
L’aveva seguito fino alla sua ultima mèta italiana. Lui sarebbe partito e probabilmente non si sarebbero visti più. Quell’ultima notte lui non si era nemmeno accorto che lei non era riuscita a dormire e che aveva lasciato scivolare silenziose lacrime sul cuscino. Che stupida! Si era chiesta se a lei era concesso di amare e di desiderare qualcosa nella vita. E sapeva che non era possibile, lei non era una donna come le altre. Lei non aveva nessuno che l’aspettava.
Aveva provato il desiderio di vestirsi e allontanarsi nella notte. Sparire. Ma se se ne fosse andata avrebbe dovuto rinunciare al suo compenso e questo nel suo nuovo mondo non era previsto.

La bella Olga

In amore, Donne on 8 aprile 2011 at 21:55

Non è colpa mia se sono poco fisionomista. In genere non osservo mai con attenzione le persone. Un po’ perché cerco di non essere invadente e un po’ perché per davvero mi interessa poco il lato esteriore di chi mi viene presentato. Olga è bella e algida. Bionda fino allo sfinimento. Con due occhi chiari ed enormi truccati alla perfezione. Mentre la guardi di profilo ti ricorda le statue del realismo russo, perchè il suo non è profilo, è solo uno spigolo che dalla fronte scende al mento in una linea precisa. Eppure è bellissima. Ricordavo di averla già vista e pensavo di averla vista assieme a lui, un giovane imprenditore con il quale ho rapporti di lavoro. Ricco quanto basta e separato. E finchè l’ho pensato la mia attenzione nei suoi confronti è stata vaga e si è limitata a chiederle se era stanca del viaggio. Certo doveva esserlo visto che si era raggomitolata sul divano con quell’aria annoiata e assente, come se niente la toccasse oppure se volesse chiudere la mente ai pensieri degli altri.
Non riuscivo a ricordare perchè quella donna, nella mia mente, facesse parte di quella casa. Ero certa che se l’avevo conosciuta con lui, non era certo in quella casa. Eppure era proprio lì che aveva il suo posto ed era proprio lì che c’era la sua immagine impressa.
Ma è stato solo quando siamo usciti da quella casa e l’ho salutata che la sua espressione si è rasserenata e cosa strana per la sua riservatezza mi ha dato un bacio sulla guancia. Avevo come l’impresione che mi fosse grata. Ma grata di che? E ho capito. Quella ragazza l’ho incontrata alcuni mesi fa assieme ad un altro uomo, un giovane imprenditore con cui ho avuto contatti per lavoro. Un uomo simpatico, ricco e colto che stava per ritornare nel suo paese: la Russia, ma che sono certa non avesse niente a che fare con quello con cui si trovava lei oggi. Anche in quel caso erano ospiti nella stessa, identica casa dove l’avevo ritrovata e la cosa mi ha dato un certo turbamento.
La cosa strana è che mentre le passavo vicino, e il suo attuale accompagnatore stava parlando con altri. l’ho sentita telefonare in una lingua che solo ora so essere stata russa, con un tono di voce concitato, ma nello stesso tempo cercando di non farsi sentire.
Quante domande mi sono venute alla mente. Quante supposizioni. Chi è davvero Olga? Che ci faceva assieme a quegli uomini? Chi erano per lei? E quanto l’aveva scombussolata il trovarsi di nuovo nella stesa casa? E quanto l’aveva sconvolta ritrovarsi faccia a faccia con la sola persona che l’aveva già conosciuta in un’altra occasione simile?
Devo aver fatto un figurone. Forse ha pensato che avevo glissato con classe sul nostro primo incontro, certo non lo ricordavo, ma anche se lo avessi fatto sarei comunque rimasta sulle generali. Ma le domande  mi perseguitano.
E ora riesco solo ad inventare una sacco di storie su di lei.

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